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Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump
“Prima di questa riunione ho visitato mia madre, per congedarmi”. La prende con ironia il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ma l’incontro con Donald Trump non sarà una passeggiata di salute. Dietro l’esagerazione c’è un fondo di verità, poiché il vis-à-vis Trump prevede ricatti, minacce e ritorsioni. Soprattutto se si parla di narcotraffico e sicurezza, temi controversi, ora al centro dell’agenda, e della possibile presenza militare Usa a Bogotà. L’incontro bilaterale nello Studio Ovale è previsto nel pomeriggio di martedì 3 febbraio. Dopo, Petro terrà alle 15.30 (le 21.30 in Italia) una conferenza stampa nell’ambasciata colombiana a Washington. Petro ha avuto numerosi scontri con l’amministrazione Trump: le sue critiche alla Casa Bianca – lotta ai narcos, sostegno a Israele – gli sono valse la revoca del visto Usa (nuovamente rilasciato ai fini del viaggio) e le attuali sanzioni del Dipartimento del tesoro. “Sarai il prossimo”, era stata la minaccia del tycoon il 4 gennaio che, subito dopo il blitz anti-Maduro a Caracas, lo ha chiamato “uomo malato” e ha accusato il suo Paese di “fabbricare droga per spedirla negli Stati Uniti”. Petro, che in passato ha paragonato l’ascesa di Trump a “quella di Hitler nel 1933”, ha apertamente contestato l’intervento Usa a Caracas: “Sono i primi a bombardare una capitale latinoamericana”. L’escalation è venuta meno dopo un’ora di telefonata, l’8 gennaio, ritenuta “cordiale” e “amichevole” da entrambi i leader. È prevalsa la linea Trump: meno dialogo con l’Ejército de liberación nacional (Eln) e guerra ai narcos. La Colombia ha quindi ceduto allo strapotere di Trump, come anche Brasile e Messico, che hanno preferito raggiungere un’intesa prima di affrontare scenari inediti. Il riavvicinamento non è spontaneo, spiega El País, ma è frutto di un lavoro di tessitura portato avanti dalla ministra degli Esteri colombiana, Rosa Yolanda Villavicencio, e l’amministrazione Trump. L’auspicio è quello di “rilanciare la relazione diplomatica” Caracas-Washington con “ricadute positive per l’intera regione”, sostiene Villavicencio, che accompagna la delegazione colombiana. In realtà Bogotà non aveva alternative: lacerato dal narcotraffico, la guerra nel Catatumbo ha superato l’anno e le destre, pronte all’assalto, promettono “mano dura” in vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio. Petro non si ricandida, ma affiderà la continuità del suo programma alla fragile coalizione del Pacto Histórico, che potrebbe essere guidata da Iván Cepeda. Molto dipenderà però dagli Stati Uniti, che sostengono apertamente le opposizioni – ancora senza candidato unico – e vogliono porre fine alla linea garantista e anti-Nato voluta da Petro. Nel frattempo, a destra, viene meno la tradizionale egemonia del Centro democratico e prende forza l’opzione dell’ultraconservatore Abelardo De La Espriella, controverso avvocato, criticato per la sua vicinanza al colombo-libanese Alex Saab. “Benvenuti all’estrema coerenza”, dice De La Espriella, che promette trasformare la Colombia in una “nazione miracolo” perseguitando i corrotti e le guerriglie. Il partito della “mano dura” è cresciuto durante l’estate scorsa, in seguito all‘omicidio del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, morto in ospedale l’11 agosto, due mesi dopo l’attentato subito durante un comizio a Bogotà. “Pagherai per tutto. Non ci sarà più impunità per te”, ha minacciato De La Espriella, accusando Petro della morte di Uribe Turbay. I toni esasperati trovano terreno fertile nella crisi di sicurezza, complici le cifre di un Paese allo sbando: 13.726 omicidi nel 2025 e la crescita dei gruppi armati del 45% negli ultimi tre anni, con oltre 25.278 membri. Anche la coltivazione di coca registra un’impennata, secondo le stime Onu, con 253mila ettari nel 2023 (sette volte la città di Medellín) e una produzione cresciuta del 53% in un anno, con 2.600 tonnellate. Preoccupa anche il conflitto nella regione del Catatumbo, dove le formazioni armate come Eln e le dissidenze ex-Farc – contrarie alla sottoscrizione dell’accordo di pace – si contendono il controllo sulle coltivazioni di coca: colpite 92mila persone, si contano 101mila sfollati. La situazione è in parte peggiorata con l’escalation Usa in Venezuela alla quale l’Eln ha risposto convocando uno “sciopero armato” per “respingere le minacce di intervento neocoloniale” di Trump. Alza la voce la popolazione, attraverso l’associazione delle Madri del Catatumbo: “Non è normale che le scuole siano circondate dal conflitto né che i bambini dormano nella paura”. Le madri esigono “azioni concrete” volte alla “protezione della popolazione civile”. Esigono anche di “interrompere il reclutamento di minori”, che andrebbero lasciati “fuori da ogni guerra”. Fazioni più estreme, ma anche settori disillusi della società colombiana, invocano il grande ritorno dello zio Sam, attraverso una riedizione del “Plan Colombia” – operazione antidroga rivelatasi disfunzionale nei primi anni duemila – e il ripristino della cooperazione in materia di Intelligence con Washington, sospesa da Petro a novembre 2025. L'articolo Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arrestato Ryan Wedding, ex snowboarder olimpico tra i dieci latitanti più ricercati al mondo dall’Fbi
L’ex snowboarder olimpico canadese Ryan Wedding è stato arrestato. A riferirlo sono i media Usa. Wedding era uno dei dieci latitanti più ricercati dall’Fbi, con una taglia di 15 milioni di dollari, dopo essere stato incriminato per aver gestito un’organizzazione criminale, traffico di cocaina e omicidio, in un’operazione che si estendeva tra Stati Uniti, Canada, Messico e Colombia. La procuratrice generale Pam Bondi aveva precedentemente affermato che l’organizzazione di Wedding generava oltre un miliardo di dollari all’anno di proventi illeciti che arrivavano dal traffico di droga. Le autorità ritenevano che Wedding si trovasse in Messico, sotto la protezione del cartello di Sinaloa. In pista per la squadra canadese, Wedding si è classificato al 24esimo posto nello slalom gigante parallelo di snowboard alle Olimpiadi invernali del 2002. Lo scorso anno Wedding è stato accusato di aver ordinato l’omicidio di un testimone, secondo quanto ha dichiarato il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) che avrebbe dovuto testimoniare contro di lui in un caso di droga negli Stati Uniti. Il testimone è stato ucciso a gennaio con cinque colpi di pistola alla testa in Colombia. Dopo quell’evento alcuni funzionari statunitensi hanno paragonato Wedding al narcotrafficante messicano Joaquín “El Chapo” Guzmán e al colombiano Pablo Escobar. Nelle scorse settimane era avvenuto un sequestro senza precedenti, che aveva portato alla luce una delle più grandi collezioni private di moto da corsa mai individuate, con pezzi iconici della MotoGP appartenuti ad alcuni dei più grandi campioni degli ultimi decenni. Le autorità messicane hanno sequestrato decine di motociclette per un valore stimato attorno ai 40 milioni di dollari, tutte appunto riconducibili a Ryan James Wedding. Tra le moto recuperate c’erano autentici gioielli della storia del motociclismo mondiale. Nella collezione compaiono diverse Ducati MotoGP guidate in passato da Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, Andrea Dovizioso, Loris Capirossi e Andrea Iannone, oltre alla Moto2 con cui Marc Márquez conquistò il titolo mondiale nel 2012 e a un’Aprilia 125 con cui Rossi vinse il campionato dell’ottavo di litro. L'articolo Arrestato Ryan Wedding, ex snowboarder olimpico tra i dieci latitanti più ricercati al mondo dall’Fbi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump minaccia mezzo mondo: dai minerali allo scontro con la Cina, gli interessi Usa nei Paesi nel mirino del tycoon
Che sia il traffico di droga, una presunta preoccupazione per il rispetto dei diritti umani, motivi di sicurezza nazionale o altro, ogni scusa è buona per Donald Trump per giustificare ipotetici attacchi nel cortile di casa americano. Dopo aver autorizzato il blitz che ha portato all’arresto del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, le mire del presidente americano si sono spostate su altri Paesi, non tutti così vicini ai confini statunitensi, col rischio di alimentare le critiche di quel mondo Maga che sente tradito il mantra dell’America First in nome della nuova Dottrina Monroe (anzi “Donroe“, come l’hanno ribattezzata a Mar-A-Lago). Tra questi c’è la Groenlandia, territorio danese, che il tycoon aveva dichiarato di voler annettere fin dall’inizio del secondo mandato. C’è l’Iran, già bombardato nel corso del conflitto con Israele e nemico storico degli Usa nell’area mediorientale. Ci sono anche la Colombia, uno dei tanti Stati socialisti sudamericani invisi al leader della Casa Bianca, e perfino il Messico, con cui era almeno riuscito a stipulare un accordo sull’immigrazione, e addirittura Cuba. Tutte le motivazioni addotte, però, non hanno niente a che vedere con quella che è l’unica in grado di muovere la macchina militare del presidente: gli interessi economici. Vale per il Venezuela, dove l’obiettivo dichiarato pubblicamente è quello di mettere le mani sulle sterminate riserve di petrolio e le allettanti ricchezze minerarie della repubblica bolivariana, come per tutti gli altri Paesi minacciati dal tycoon. GROENLANDIA, IL NUOVO ELDORADO Le motivazioni di “sicurezza nazionale” scompaiono di fronte al valore economico e strategico che avrà nei prossimi anni il controllo di un territorio come quello della Groenlandia. L’enorme isola di ghiaccio è al centro di una disputa internazionale, e anche dei piani della criminalità organizzata, per accaparrarsi le enormi riserve di uranio, petrolio, piombo, oro, zinco, lantanoidi, scandio e ittrio del suo sottosuolo. Materiali, in alcuni casi, fondamentali per la produzione di componenti di smartphone, chip, batterie e sistemi tecnologici utilizzati nel campo delle rinnovabili. Settori strategici per l’economia del futuro e sui quali Stati Uniti ed Europa si trovano in netto svantaggio rispetto alla Cina che da diversi anni ormai si è portata avanti garantendosi il controllo delle miniere in diverse parti del mondo. Trump lo sa e mettere le mani sulla Groenlandia gli permetterebbe di colmare, almeno in parte, il gap con la Repubblica Popolare. Così gli Stati Uniti si collocherebbero in prima fila nella grande corsa mondiale per l’Artico che, con lo scioglimento dei ghiacciai, non solo garantirà l’accesso a nuovi giacimenti, ma aprirà una nuova e, in futuro, primaria rotta commerciale in parte già sperimentata proprio dalla Cina che a ottobre ha fatto passare sopra la Russia una nave container diretta in Europa. COLOMBIA, PLATA O PLOMO? La domanda (argento o piombo?), che richiama la celebre formula attribuita a Pablo Escobar per lanciare un ultimatum ai suoi avversari prima di scatenare la sua violenza contro di loro, è stata rivolta direttamente al presidente colombiano, Gustavo Petro, su X da Elon Musk. Un messaggio diretto come quello che gli aveva inviato poche ore prima anche l’omologo americano: “La Colombia è governata da un uomo malato a cui piace produrre cocaina, ma non ancora per molto” perché nel Paese è possibile una “missione statunitense simile” a quella venezuelana, ha dichiarato dall’Air Force One. Non è però il traffico di droga il vero problema per Donald Trump. Lo dimostra il fatto che altri Paesi produttori di cocaina in Sudamerica non abbiano ricevuto lo stesso trattamento che l’inquilino della Casa Bianca ha riservato al leader chavista. Il Perù, ad esempio, è il secondo produttore di cocaina mondiale, proprio dopo la Colombia, ma non è mai stato attaccato da Washington. Così come la Bolivia, terzo produttore, e l’Ecuador, che vede passare sul suo territorio il 70% del traffico internazionale della coca. Forse perché alla guida non ci sono leader socialisti, ma presidenti di destra come, rispettivamente, José Jerí, Rodrigo Paz e Daniel Noboa. Perché Petro è finito nel mirino di Trump, allora? I motivi sono da ricercare nelle furiose critiche che Bogotà ha riservato al presidente americano fin dall’inizio del suo mandato. La campagna di tagli alle agenzie umanitarie che operano fuori dai confini statunitensi ha colpito duramente anche il Paese sudamericano per centinaia di milioni di euro. Una situazione che è costata a Trump le critiche di Petro, dando inizio a uno scambio d’accuse tra i due che a ottobre ha portato al taglio di tutti i finanziamenti Usa al Paese. In parallelo, l’aggressiva politica dei dazi americana ha colpito inizialmente anche la Colombia, provocando un’altra reazione, salvo poi essere ridimensionata. Petro, quindi, oggi rappresenta una voce scomoda per la leadership trumpiana. Ma non solo. Il presidente di Bogotà rischia di diventare, così come lo è anche il Venezuela, uno dei punti di riferimento della Cina nel continente. Non sarà piaciuta a Washington, ad esempio, la decisione di Petro di recarsi in Cina a maggio per annunciare la firma dell’accordo sulla Nuova Via della Seta o Belt and Road Initiative. MESSICO, NON VARCARE QUEL MURO Tra le terre da annettere, all’inizio del suo secondo mandato Trump non citava solo la Groenlandia. Anche i suoi vicini Canada e Messico erano finiti nella lista. Proprio il Paese latino e la sua presidente Claudia Sheinbaum erano stati messi fin da subito sotto pressione. Al di là delle provocazioni, come quella cambiare il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America, il vero punto di scontro era quello dei flussi migratori verso gli Stati Uniti, tra i principali argomenti sfruttati da Trump in campagna elettorale. Il tycoon voleva, e ha poi ottenuto, il dispiegamento di migliaia di militari al confine per impedire il passaggio dei migranti. E per convincere Città del Messico ad accettarli ha imposto tariffe pesantissime al Paese, salvo poi ridimensionarle una volta trovato un accordo. Anche le parole riservate da Trump a Sheinbaum in queste ore tradiscono maggiore distensione rispetto al passato: “Il Messico deve darsi una regolata, dobbiamo fare qualcosa”, anche se la sua presidente Claudia Sheinbaum è “una persona fantastica, le offro ogni giorno di inviare truppe”, ha detto. Al momento, lo scontro sul Messico sembra puramente dialettico, anche se le frizioni non sono mancate negli scorsi mesi. In primis, lo Stato centroamericano è uno dei grandi produttori mondiali di acciaio che esporta anche negli Stati Uniti. Situazione che ha portato Trump a minacciare l’imposizione di nuovi dazi. Senza contare che il Paese ha rafforzato negli ultimi anni i rapporti con la Russia. Una situazione generale che, periodicamente, porta Trump a lanciare minacce isolate nei confronti del vicino, come quella di compiere raid mirati sul suo territorio per combattere il narcotraffico. IRAN, IL NEMICO DEL MIO AMICO È MIO NEMICO Le sparate contro Cuba sembrano più di circostanza che motivate da un reale piano d’attacco: l’isola caraibica, massacrata da una crisi senza fine, non rappresenta più un avamposto così strategico per gli avversari come fu durante la Guerra Fredda e non vanta nemmeno grandi risorse strategiche da poter attaccare. Diversa invece la situazione dell’Iran, già vittima dei missili di Washington a giugno con l’obiettivo, non si sa quanto veramente raggiunto, di fermare il processo di arricchimento dell’uranio che il Paese ha ripreso dopo la decisione, sempre di Trump, di stracciare l’accordo sul nucleare Jcpoa firmato nel 2015. La Repubblica Islamica rappresenta un ostacolo per gli affari di Trump per diversi motivi. Storicamente, Teheran è il più importante alleato della Russia nell’area mediorientale, alla guida di quella Mezzaluna sciita oggi sgretolata che comprendeva anche la Siria degli Assad e il Libano degli Hezbollah. Ma oggi non è tanto il ruolo strategico di Teheran a infastidire il tycoon che gode, in realtà, di buoni rapporti con Vladimir Putin. La repubblica degli ayatollah è soprattutto il nemico giurato di Paesi con i quali gli Stati Uniti non solo sono alleati, ma con i quali vogliono riprendere a fare affari. Uno su tutti Israele che, col governo di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu, ha deciso di chiudere i conti con tutti i nemici giurati. Così, tra attentati e attacchi militari contro Hezbollah, oltre due anni di raid per “srdaicare” Hamas (e la popolazione di Gaza) e bombardamenti in collaborazione con gli Usa contro gli Houthi nello Yemen, ha attaccato per ben due volte anche l’Iran. Ma il Paese persiano rappresenta un problema anche nei rapporti con un altro gigante del Golfo: l’Arabia Saudita. La tensione non è alta come in passato da quando, nel 2023, i due Paesi hanno riallacciato rapporti diplomatici. Il problema è che questi sono stati possibili grazie all’intermediazione della Cina, non degli Usa. L’Iran rimane comunque un competitor di Riyad che, a sua volta, è il principale obiettivo americano per l’allargamento dei tanto pubblicizzati Accordi di Abramo. Che sia a causa della repressione contro i manifestanti (è questa l’ultima giustificazione di Trump), per le minacce a Israele o per l’avanzamento del programma nucleare, Teheran rappresenta certamente il principale nemico degli Stati Uniti in Medio Oriente. Un nemico che Trump potrebbe di nuovo cercare di colpire. X: @GianniRosini L'articolo Trump minaccia mezzo mondo: dai minerali allo scontro con la Cina, gli interessi Usa nei Paesi nel mirino del tycoon proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump ora minaccia guerra anche al presidente colombiano Petro: “Sarà il prossimo, il suo Paese produce troppa droga”
“Lui sarà il prossimo”. Nel mondo di Trump, fatto di annunci secchi e dalla presa sicura, non c’è spazio per chi si occupa del traffico di droga. Così, dopo l’operazione contro i narcos venezuelani del Cartel de los soles – organizzazione che per Washington è gestita direttamente dal governo di Maduro, tanto da mettere una taglia sullo stesso leader chavista – ora tocca al presidente colombiano Gustavo Petro finire nel mirino di The Donald. L’avviso è stato recapitato tramite i giornalisti che il tycoon ha incontrato mercoledì. Come spesso accade, i toni del presidente americano sono stati altalenanti: se in un primo momento ha dichiarato che a Petro non aveva pensato più di tanto, ha poi cambiato atteggiamento durante lo scambio di battute. “La Colombia produce molta droga, quindi è meglio che si faccia furbo, altrimenti sarà il prossimo. Spero che stia ascoltando: sarà il prossimo”. Petro ha risposto durante una riunione di Gabinetto, affermando che Trump “è molto disinformato sulla Colombia. È un peccato, perché liquida il Paese che ha più conoscenze sul traffico di cocaina. Sembra che i suoi interlocutori lo stiano ingannando”. Già all’inizio della settimana, durante una conversazione con il media Politico, Trump aveva manifestato l’idea di estendere l’operazione anti narcos a Messico e Colombia. Che la Casa Bianca non si fidi di Petro è stato manifesto già a metà settembre. Washington in un primo momento ha detto che avrebbe continuato a inviare aiuti economici. Le cose sono peggiorate in ottobre: alla Colombia è stata revocata la certificazione di partner per il controllo sul traffico di stupefacenti e il 19 del mese il capo dello Stato è stato definito drug dealer: uno “spacciatore di stupefacenti”. Lo scambio di battute era avvenuto sulle piattaforme social. Trump su Truth aveva descritto Petro come “un leader del narcotraffico illegale che incoraggia fortemente la produzione massiccia di droga, in campi grandi e piccoli, in tutta la Colombia” e nel contempo aveva annunciato il taglio degli aiuti economici: “Questi pagamenti, o qualsiasi altra forma di pagamento o sussidio, non saranno più effettuati alla Colombia”. Petro aveva replicato su X affermando che Trump era stato ingannato dalle “sue logge e dai suoi consiglieri”, invitandolo ad “analizzare attentamente la Colombia e a determinare dove sono i narcotrafficanti e dove sono i democratici”. Il presidente colombiano ha sostenuto di essere stato lui a intralciare i legami tra le reti del narcotraffico e il potere politico: “Il principale nemico del narcotraffico sono sempre stato io”. Petro ha detto che il suo Paese aveva intenzione di denunciare i funzionari del governo americano che avevano permesso l’attacco letale nei confronti di un marinaio di una nave colombiana in acque nazionali, sempre nell’ambito della lotta al trafficanti voluta dalla Casa Bianca. La revoca della certificazione è stata un brutto colpo per la Colombia tanto che nei giorni successivi Petro ha inviato una delegazione nella capitale americana, per sottolineare la “forte cooperazione” tra i due Paesi e i progressi compiuti nella lotta contro il narcotraffico. Ma la diplomazia non ha fatto breccia nell’amministrazione Trump. Alla base c’è uno scontro sul metodo. Per il tycoon debellare i trafficanti è un obiettivo da perseguire by any means necessary: con ogni mezzo necessario, così come l’immigrazione illegale. Petro invece ha chiesto al suo Paese di creare “alternative pacifiche” alla coltivazione della coca, anziché perseguire gli agricoltori o i trafficanti di piccolo calibro. Resta il fatto che l’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (UNODC) ha certificato che la Colombia è il principale produttore mondiale di cocaina e rappresenta quasi due terzi della produzione totale di questa sostanza stupefacente. Dunque, Trump ha una base solida da cui partire e ha fatto capire che non verserebbe lacrime se Petro lasciasse l’incarico: una possibilità concreta visto che in Colombia si vota il prossimo 31 maggio e il leader colombiano non potrà presentarsi per il secondo mandato consecutivo. L'articolo Trump ora minaccia guerra anche al presidente colombiano Petro: “Sarà il prossimo, il suo Paese produce troppa droga” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Colombia vieta il reclutamento di mercenari. Il presidente Petro: “Zelensky liberi i nostri ragazzi trattenuti in Ucraina”
Duro colpo al mercenarismo, d’ora in poi vietato per legge in Colombia, pronta a “interrompere l’industria di sangue” che ha trasformato Bogotà nel “più grande serbatoio di soldati privati al mondo”, con almeno 4mila combattenti sparsi nei diversi conflitti, tra cui Ucraina, Sudan e Yemen. Nel mirino finiscono le compagnie private: saranno fino a 22 anni di reclusione per “attività di reclutamento”, “offerte ingannevoli” e altri “mezzi di adescamento”. La proposta (n. 156/2024), sostenuta dal Ministero della Difesa, è passata alla Camera dei rappresentanti, con 94 voti favorevoli e 17 contro. Il Paese ratifica così la “Convenzione contro il reclutamento, l’utilizzazione, il finanziamento e l’istruzione di mercenari” delle Nazioni Unite trentasei anni dopo la sua approvazione. Il Paese sudamericano si lascia alle spalle decenni di attesa, ostacoli e intromissioni delle lobby e delle compagnie private. L’appello di Petro. Ma la vera partita inizia adesso. Ne è consapevole il presidente Gustavo Petro, in procinto di sancire la norma e intervenuto venerdì in occasione di una cerimonia di promozione dei sottotenenti delle Forze aerospaziali colombiane: “Sono lì i video dei ragazzi (colombiani, ndr) in Ucraina che cercano di uscire e non glielo permettono”. A tale proposito il ministero degli Esteri di Bogotà ha fatto pervenire al governo di Volodymyr Zelensky la richiesta di “liberare i mercenari colombiani” rapiti a Kiev perché “quella non è la nostra guerra” e “non deve neppure diventarlo”. L’Ucraina – che ha finora giustificato l’ingaggio di leve straniere sotto il cappello della controversa Legione internazionale – non ha ancora fornito riposte ufficiali all’appello del capo di Stato colombiano. “Né russi né ucraini ci hanno mai fatto del male”, ha detto Petro, per il quale la Colombia “non è più disposta a tollerare che i soldati formati con i soldi pubblici di Bogotà” mettano le loro conoscenze “al servizio dei narcos o di guerre altrui”, nelle quali “non ci vengono neppure restituite le salme dei caduti”. E ancora: “Non possiamo permettere che la Colombia continui ad essere vista come un fornitore di mercenari, l’esportatore di morte nel mondo. Vogliamo essere una potenza della vita”. Il dibattito. La proposta è stata fortemente contestata dalle opposizioni a destra, tra cui Centro Democrático, dell’ex-presidente Alvaro Uribe Vélez, e Cambio Radical, diretto da German Vargas Lleras per i quali la Convenzione Onu non andava ratificata da Bogotà, visto che “neppure Washington lo ha ancora fatto”. Ma non solo. Per le destre colombiane la nuova legge avrebbe leso il diritto di “migliaia di militari in pensione” di continuare a offrire i loro servizi all’estero. La ratifica della convenzione, si sa, aiuterà Bogotà a “dotarsi di strumenti legali per affrontare il fenomeno da diverse prospettive: dalla codificazione dei reati al rafforzamento della cooperazione giudiziaria”, ha commentato il ministro della Difesa Pedro Arnulfo Sánchez. Si parla anche di “prevenzione” affinché “la violenza non sia messa sul mercato”. Palazzo di Nariño conferma che la legge è indirizzata contro “agenzie di reclutamento e finanziatori“, ritenuti i “principali artefici di dinamiche ingannevoli che trasformano i veterani in carne da macello, senza diritti legali”. La norma introduce anche una prospettiva riparativa, dove “molte persone reclutate come mercenari” siano riconosciute come “vittime di reti criminali internazionali”. Persino l’Eln, l’Ejercito de liberación nacional, si è fatto portavoce di queste istanze denunciando la longa manus compagnie private come Constellis (l’antica Blackwater, fondata da Erik Prince), la colombiana A4SI, diretta dall’ex-colonnello Alvaro Quijano e Global security services group (Gssg), con sede negli Emirati Arabi Uniti. La portata del fenomeno. L’argomento è stato portato al centro del dibattito dalla testata locale Lasillavacía.com. Tra i punti più dolenti: la situazione dei mercenari in Ucraina – sono morti più di 300 in questi anni di guerra – l’improvvisa uccisione di 40 combattenti, che lottavano per le Forze di appoggio rapido, in Sudan e il coinvolgimento di 26 ex-soldati nell’omicidio dell’allora presidente haitiano Jovenel Moïse avvenuto nel 2021. Sempre su Lasillavacía Jaime Gómez Alcaraz spiega che il Paese conta su “una considerevole riserva di personale militare, altamente addestrato, dopo decenni di conflitto armato interno. Tuttavia la transizione a vita civile per molti ex-combattenti è stata segnata da precarietà lavorativa, pensioni basse, mancato reinserimento sociale”. In numeri: tra una pensione di 300 dollari – ce ne vogliono dai mille ai 2mila per vivere a Bogotà – e uno stipendio da 4.800, offerto da un contractor, in molti scelgono il secondo. Qui l’altra sfida: se dinamica persiste il mercenarismo potrebbe spostarsi dall’attuale zona grigia al mercato nero. 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“Come El Chapo e Pablo Escobar, comanda un’organizzazione violentissima”: l’ex snowboarder olimpico tra i latitanti più ricercati al mondo
L’ex snowboarder olimpico Ryan James Wedding è stato inserito a marzo dall’Fbi nella lista dei dieci latitanti più ricercati al mondo. Wedding è stato accusato di aver ordinato l’omicidio di un testimone, secondo quanto ha dichiarato il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti (DoJ) che avrebbe dovuto testimoniare contro di lui in un caso di droga negli Stati Uniti. Il testimone è stato ucciso a gennaio con cinque colpi di pistola alla testa in Colombia. Anche l’avvocato di Wedding, Deepak Balwant Paradkar – canadese come lui – è stato arrestato con l’accusa di aver consigliato all’ex atleta olimpico di uccidere la vittima per evitare l’estradizione negli Stati Uniti. Se condannati, l’ex snowboarder 44enne e gli altri imputati in relazione all’omicidio rischiano adesso l’ergastolo. Wedding è inoltre accusato di una congiura per lo spaccio di sostanze stupefacenti e omicidio in relazione a un’attività criminale in corso. Alcuni funzionari statunitensi hanno paragonato Wedding al narcotrafficante messicano Joaquín “El Chapo” Guzmán e al colombiano Pablo Escobar. “Ryan Wedding controlla una delle organizzazioni di narcotraffico più prolifiche e violente al mondo”, ha dichiarato il Procuratore Generale degli Stati Uniti Pam Bondi, aggiungendo che l’ex atleta “è il più grande spacciatore di cocaina in Canada“. Mercoledì l’Fbi ha dichiarato che la ricompensa per informazioni che portino all’arresto e alla condanna di Wedding sarà aumentata fino a 15 milioni di dollari. L’ex snowboarder ha gareggiato nello slalom gigante parallelo maschile alle Olimpiadi invernali del 2002 a Salt Lake City, classificandosi ventiquattresimo. Funzionari statunitensi hanno affermato che si ritiene che Wedding si trovi in Messico. L'articolo “Come El Chapo e Pablo Escobar, comanda un’organizzazione violentissima”: l’ex snowboarder olimpico tra i latitanti più ricercati al mondo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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