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El Mencho è morto, il narcotraffico no: per il Messico si tratta di una sfida soprattutto politica e sociale
La morte di Nemesio Oseguera Cervantes, “El Mencho”, segna una svolta nella guerra contro il narcotraffico in Messico, ma non è affatto detto che rappresenti una vittoria tout court. Le forze di sicurezza messicane lo hanno abbattuto domenica al termine di un’operazione costruita sull’intelligence statunitense, in un contesto di pressione crescente da parte dell’amministrazione Trump. Immediatamente Guadalajara, terza città del Paese e cuore simbolico del potere del Cartello Jalisco Nueva Generación (CJNG), è precipitata nel caos. Uomini armati hanno incendiato negozi, attaccato banche, bloccato strade e paralizzato intere aree urbane e turistiche. La violenza si è estesa rapidamente ad altri Stati, in una dimostrazione di forza che aveva un obiettivo preciso: riaffermare il controllo territoriale e comunicare che l’organizzazione non è crollata con la caduta del suo leader. Il bilancio è stato pesante con almeno 25 membri della Guardia Nacional, un agente penitenziario e un ufficiale della Fiscalía General del Estado uccisi negli scontri, insieme a circa trenta presunti membri del cartello, secondo quanto dichiarato dal segretario alla Sicurezza e Protezione Cittadina, Omar García Harfuch. Ed è qui che emerge la prima grande domanda. La morte di El Mencho distruggerà davvero l’organizzazione che lui stesso ha costruito e trasformato in una delle reti criminali più potenti del pianeta? Il CJNG non è un cartello tradizionale bensì una struttura flessibile, capace di adattarsi, che traffica cocaina, metanfetamine, fentanil e altre droghe verso gli Stati Uniti, ma anche verso Europa e Asia, integrandosi nelle dinamiche della globalizzazione criminale. Sotto la guida di Oseguera, nato il 17 luglio 1966 in un contesto rurale nello stato di Michoacán, con una giovinezza segnata dall’emigrazione negli Stati Uniti e da precedenti penali, l’organizzazione ha sviluppato una strategia aggressiva di espansione territoriale e diversificazione economica, combinando narcotraffico, estorsione, controllo delle comunità e penetrazione nelle economie legali. Il Cartello Jalisco Nueva Generación è emerso sulla scena nazionale in un contesto di forte conflitto interno tra gruppi criminali, consolidandosi tra il 2007 e il 2011. La sua affermazione è stata segnata da un’escalation di violenza, tra cui l’uccisione di diversi membri del Cartello di Sinaloa, che ha sancito l’inizio di una rivalità destinata a ridefinire gli equilibri del narcotraffico messicano. Nel corso degli ultimi anni il CJNG si è imposto come una delle organizzazioni più dinamiche e brutali, capace di espandersi rapidamente in numerosi Stati non solo con la violenza, ma con la capacità di costruire reti politiche, finanziarie e istituzionali. Reti che hanno permesso a El Mencho di sfuggire sistematicamente alle operazioni di cattura, non solo per abilità personale, ma per l’esistenza di connivenze, infiltrazioni e protezioni che giornalisti d’inchiesta e magistrati hanno documentato nel tempo. In Messico, fare informazione su questi temi significa lavorare in uno dei contesti più pericolosi al mondo e molti reporter hanno pagato con la vita il tentativo di rivelare le relazioni tra narcotraffico, forze di sicurezza e poteri locali: un nodo irrisolto del cosiddetto “Sistema Messico”, un equilibrio instabile tra criminalità organizzata, economia e istituzioni. La seconda grande domanda riguarda la capacità dello Stato di sostenere un conflitto su più fronti. Il governo messicano non combatte soltanto il CJNG, ma è impegnato in una guerra altrettanto sanguinosa contro il Cartello di Sinaloa, storico rivale del gruppo di Jalisco. Questo doppio confronto rischia di frammentare le risorse, aumentare la violenza e destabilizzare intere regioni. Ogni colpo inferto a una organizzazione può rafforzarne un’altra, o generare nuove alleanze e nuove scissioni. La storia recente del Messico mostra che la strategia della “decapitazione” dei leader criminali spesso produce un effetto perverso: maggiore competizione, maggiore brutalità, maggiore instabilità. In questo scenario, il fattore internazionale è determinante e la pressione degli Stati Uniti è stata decisiva nell’accelerare l’operazione contro Oseguera. L’amministrazione Trump ha autorizzato un salto di qualità nelle strategie antidroga, aprendo alla possibilità di operazioni militari Usa dirette contro i cartelli e rafforzando la cooperazione di intelligence. Questo ha segnato una nuova fase nella securitizzazione della politica regionale e ha sollevato interrogativi sulla sovranità messicana. Per la presidente Claudia Sheinbaum, critica verso Trump, la questione sicurezza ha anche una dimensione simbolica e politica. Il Messico ospiterà infatti, insieme a Stati Uniti e Canada, i Mondiali del 2026, perciò garantire stabilità, sicurezza e controllo territoriale è diventato un obiettivo strategico non solo per l’immagine internazionale del Paese, ma anche per attrarre investimenti e rafforzare la legittimità dello Stato. La morte di El Mencho invia un segnale verso Washington, verso i mercati, verso la Fifa, ma il rischio è che resti un gesto spettacolare se non sarà accompagnato da riforme profonde delle istituzioni, della giustizia e delle politiche sociali. Il narcotraffico contemporaneo non è un nemico che si abbatte a colpi di pistola, perché la vera sfida non è solo militare, ma politica e sociale. Rompere i legami tra criminalità, economia e istituzioni, costruire alternative nei territori, rafforzare lo Stato di diritto. E così mentre il CJNG dimostra di poter reagire e riorganizzarsi, la terza domanda, quella più importante, resta sospesa: il punto non è se il CJNG sopravviverà alla morte del suo leader, ma se il Messico riuscirà a sopravvivere al narcotraffico. L'articolo El Mencho è morto, il narcotraffico no: per il Messico si tratta di una sfida soprattutto politica e sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Messico nel caos dopo l’uccisione del capo dei narcos: più del 70% delle armi nelle mani del cartello di Jalisco proviene dagli Usa
“Siamo tutta gente del signor Mencho“, rivendicano i combattenti del Cartel de Jalisco “Nueva generación”, disposti in fila, in un video diffuso pochi minuti dopo l’eliminazione del loro capo, Nemesio Oseguera Cervantes, ucciso dall’esercito messicano in collaborazione con gli Usa. I combattenti di Cjng hanno il volto coperto. Indossano tenute militari, con giubbotti antiproiettile. Imbracciano fucili di alto calibro, di quelli che si vedono in teatri di guerra. Sono un esercito vero e proprio, pronto all’assalto, con una fila chilometrica di vetture blindate. Le località di Jalisco, Michoacán e dintorni non erano preparate per la loro avanzata: quasi trenta morti, secondo le stime ufficiali, strade bloccate e coprifuoco in diverse zone del Paese. “Ciò che abbiamo visto oggi è solo una dimostrazione delle modalità con cui operano e dove possono fare più danni”, dice ad Afp David Mora, esperto del Centro studi Crisis Group in riferimento agli episodi del 22 febbraio a Jalisco e dintorni. È stata una prova di forza, quella del Cartel, eseguita con armi e munizioni prevalentemente targate Usa, con quantità residuali trafficate dai Balcani e da altre zone del mondo. Sono almeno 15 milioni di armi da fuoco che circolano in Messico e quasi tutte provengono dagli Stati Uniti, secondo le rilevazioni dell’Istituto di alti studi internazionali della Svizzera e altri enti. Il 75% di quelle armi proviene dal territorio federale. come si evince dai dati dell’Aft – Bureau of alcohol, tobacco, firearms and explosives del Dipartimento di Stato Usa. Altre fonti sostengono che il flusso Usa raggiunga persino il 90% sul totale. Il picco di ingressi, riporta Diario Red, era stato raggiunto durante il governo conservatore di Felipe Calderón (2006-2012), con una media di 730mila armi che ogni anno entravano in Messico. Fonti ufficiali assicurano che l’ingresso di armi nel Paese è diminuito a 240mila unità ogni anno, ma Pablo Arrocha Olabuenaga, consulente giuridico presso il ministero messicano degli Esteri parla di un “un fiume di ferro che ogni anno pompa mezzo milione di armi, o più”, nel Paese. Le conseguenze sono devastanti: quasi mezzo milione di vittime (486mila) dal 2006, cioè negli ultimi venti anni. “Non tutte le armi che attraversano il confine rientrano nel giro di contrabbando e traffico illegale”, spiega l’analista Mitchel A. Sobieski, che sottolinea l’esistenza di “zone grigie nell’ordinamento giuridico degli Usa, che permettono l’acquisto di armi” da parte di “privati o prestanomi” che eludono i controlli dell’Aft, che appare “sottodimensionata” di fronte al fenomeno. La maggior parte della merce proviene da piccole armerie indipendenti. Una volta acquistata, la traccia svanisce a metà cammino e la stragrande maggioranza passa attraverso l’Arizona e il Texas. Di recente il New York Times ha denunciato che i cartelli utilizzano munizioni di origine statunitense contro le Forze dell’ordine messicane. Armi Calibro.50 sono state ritrovate in diverse località, tra cui Villa Unión, con iniziali “L.C.”, che riportano alla Lake City Army Ammunition Plant, situata nei pressi di Kansas City, tra i principali fornitori del governo messicano. “Stiamo facendo una verifica e ne parleremo con il governo degli Stati Uniti. Occorre capire perché queste armi, che sono a uso esclusivo dell’esercito Usa entrano in Messico”, ha detto la presidente Claudia Sheinbaum, lo scorso 9 febbraio, interpellata dai media locali sul fenomeno. La leader umanista ha aggiunto che, per la prima volta, Washington riconosce la necessità di “controllare il traffico delle armi che giungono in Messico“. A sua volta il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, riconosceva l’urgenza di “fermare il flusso di armi” che va dagli Stati Uniti al Messico, sottolineando che il problema si espande anche nei Caraibi, colpendo Paesi come Haiti e Trinidad & Tobago. Un primo passo è stato compiuto in passato, il 29 settembre 2025, con la sottoscrizione dell’accordo bilaterale “Firewall“. L’accordo, che prevede “ispezioni congiunte” Usa-Messico e “scambio di informazioni in tempo reale”. Al momento l’accordo ha portato al sequestro di circa 4.359 armi e circa 650mila munizioni dirette verso il Messico nel 2025. Appena il 3% (circa) sul totale. Del resto il cammino è ancora lungo e talvolta riscontra l’opposizione diretta della lobby delle armi e della stessa Corte suprema degli Stati Uniti che, mesi prima dell’accordo, aveva rigettato una denuncia da 10 miliardi, presentata dal governo messicano contro le armerie Usa. Allora il Messico sosteneva che i fabbricanti Usa sono “consapevoli degli effetti negativi del commercio di armi e munizioni” che arrivano in Messico, ma c’è una legge – Protection of Lawful Commerce in Arms Act, approvata nel 2005 sotto l’amministrazione di George W. Bush – che protegge questi ultimi dalle “responsabilità civili” per “l’utilizzo indebito, criminale o illegale” dei loro prodotti. Il caso tocca un nervo scoperto degli stessi Usa, dove – si legge sul portale dell’organizzazione Giffords – “vent’anni di immunità industriale hanno solo peggiorato l’entità dei reati con armi da fuoco”. 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Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump
“Prima di questa riunione ho visitato mia madre, per congedarmi”. La prende con ironia il presidente della Colombia, Gustavo Petro, ma l’incontro con Donald Trump non sarà una passeggiata di salute. Dietro l’esagerazione c’è un fondo di verità, poiché il vis-à-vis Trump prevede ricatti, minacce e ritorsioni. Soprattutto se si parla di narcotraffico e sicurezza, temi controversi, ora al centro dell’agenda, e della possibile presenza militare Usa a Bogotà. L’incontro bilaterale nello Studio Ovale è previsto nel pomeriggio di martedì 3 febbraio. Dopo, Petro terrà alle 15.30 (le 21.30 in Italia) una conferenza stampa nell’ambasciata colombiana a Washington. Petro ha avuto numerosi scontri con l’amministrazione Trump: le sue critiche alla Casa Bianca – lotta ai narcos, sostegno a Israele – gli sono valse la revoca del visto Usa (nuovamente rilasciato ai fini del viaggio) e le attuali sanzioni del Dipartimento del tesoro. “Sarai il prossimo”, era stata la minaccia del tycoon il 4 gennaio che, subito dopo il blitz anti-Maduro a Caracas, lo ha chiamato “uomo malato” e ha accusato il suo Paese di “fabbricare droga per spedirla negli Stati Uniti”. Petro, che in passato ha paragonato l’ascesa di Trump a “quella di Hitler nel 1933”, ha apertamente contestato l’intervento Usa a Caracas: “Sono i primi a bombardare una capitale latinoamericana”. L’escalation è venuta meno dopo un’ora di telefonata, l’8 gennaio, ritenuta “cordiale” e “amichevole” da entrambi i leader. È prevalsa la linea Trump: meno dialogo con l’Ejército de liberación nacional (Eln) e guerra ai narcos. La Colombia ha quindi ceduto allo strapotere di Trump, come anche Brasile e Messico, che hanno preferito raggiungere un’intesa prima di affrontare scenari inediti. Il riavvicinamento non è spontaneo, spiega El País, ma è frutto di un lavoro di tessitura portato avanti dalla ministra degli Esteri colombiana, Rosa Yolanda Villavicencio, e l’amministrazione Trump. L’auspicio è quello di “rilanciare la relazione diplomatica” Caracas-Washington con “ricadute positive per l’intera regione”, sostiene Villavicencio, che accompagna la delegazione colombiana. In realtà Bogotà non aveva alternative: lacerato dal narcotraffico, la guerra nel Catatumbo ha superato l’anno e le destre, pronte all’assalto, promettono “mano dura” in vista delle elezioni presidenziali del 31 maggio. Petro non si ricandida, ma affiderà la continuità del suo programma alla fragile coalizione del Pacto Histórico, che potrebbe essere guidata da Iván Cepeda. Molto dipenderà però dagli Stati Uniti, che sostengono apertamente le opposizioni – ancora senza candidato unico – e vogliono porre fine alla linea garantista e anti-Nato voluta da Petro. Nel frattempo, a destra, viene meno la tradizionale egemonia del Centro democratico e prende forza l’opzione dell’ultraconservatore Abelardo De La Espriella, controverso avvocato, criticato per la sua vicinanza al colombo-libanese Alex Saab. “Benvenuti all’estrema coerenza”, dice De La Espriella, che promette trasformare la Colombia in una “nazione miracolo” perseguitando i corrotti e le guerriglie. Il partito della “mano dura” è cresciuto durante l’estate scorsa, in seguito all‘omicidio del senatore conservatore Miguel Uribe Turbay, morto in ospedale l’11 agosto, due mesi dopo l’attentato subito durante un comizio a Bogotà. “Pagherai per tutto. Non ci sarà più impunità per te”, ha minacciato De La Espriella, accusando Petro della morte di Uribe Turbay. I toni esasperati trovano terreno fertile nella crisi di sicurezza, complici le cifre di un Paese allo sbando: 13.726 omicidi nel 2025 e la crescita dei gruppi armati del 45% negli ultimi tre anni, con oltre 25.278 membri. Anche la coltivazione di coca registra un’impennata, secondo le stime Onu, con 253mila ettari nel 2023 (sette volte la città di Medellín) e una produzione cresciuta del 53% in un anno, con 2.600 tonnellate. Preoccupa anche il conflitto nella regione del Catatumbo, dove le formazioni armate come Eln e le dissidenze ex-Farc – contrarie alla sottoscrizione dell’accordo di pace – si contendono il controllo sulle coltivazioni di coca: colpite 92mila persone, si contano 101mila sfollati. La situazione è in parte peggiorata con l’escalation Usa in Venezuela alla quale l’Eln ha risposto convocando uno “sciopero armato” per “respingere le minacce di intervento neocoloniale” di Trump. Alza la voce la popolazione, attraverso l’associazione delle Madri del Catatumbo: “Non è normale che le scuole siano circondate dal conflitto né che i bambini dormano nella paura”. Le madri esigono “azioni concrete” volte alla “protezione della popolazione civile”. Esigono anche di “interrompere il reclutamento di minori”, che andrebbero lasciati “fuori da ogni guerra”. Fazioni più estreme, ma anche settori disillusi della società colombiana, invocano il grande ritorno dello zio Sam, attraverso una riedizione del “Plan Colombia” – operazione antidroga rivelatasi disfunzionale nei primi anni duemila – e il ripristino della cooperazione in materia di Intelligence con Washington, sospesa da Petro a novembre 2025. L'articolo Colombia lacerata dal narcotraffico e con l’ultradestra che incombe: il presidente Petro vola da Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Usa pubblicano il video del bombardamento di un’imbarcazione nel Pacifico: “Uccisi due narcotrafficanti”
Il Comando Sud degli Stati Uniti ha annunciato su X – pubblicandone il video – di aver effettuato un attacco contro una presunta imbarcazione di narcotraffico nel Pacifico orientale, uccidendo due persone. “L’intelligence ha confermato che l’imbarcazione stava navigando lungo rotte note per il traffico di droga nel Pacifico orientale ed era coinvolta in operazioni di narcotraffico. Due narcotrafficanti sono rimasti uccisi e uno è sopravvissuto all’attacco”, ha dichiarato l’esercito in un post. L'articolo Usa pubblicano il video del bombardamento di un’imbarcazione nel Pacifico: “Uccisi due narcotrafficanti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nicolas Maduro in carcere con El Chapo, Luigi Mangione e Ghislaine Maxwell. Per lui iniziale isolamento
Accusato di essere un narcotrafficante, tra le celle potrebbe incrociare il boss dei cartelli messicani. Il Metropolitan detention center di Brooklyn è il carcere federale in cui è stato condotto il presidente venezuelano Nicolás Maduro, in attesa del processo dopo la cattura da parte degli Stati Uniti. La struttura, secondo quanto riferiscono le agenzie, è destinata a ospitare anche la moglie Cilia Flores fino alla comparizione davanti a un giudice per rispondere delle accuse, tra cui quella di narcoterrorismo. Ex funzionari del Bureau of prisons, agenzia che si occupa della gestione del sistema carcerario federale, confermano che l’istituto ha “sostanziale esperienza” con imputati di alto profilo. Per Maduro è previsto un iniziale isolamento in una special housing unit, seguita da un trasferimento in un’unità speciale condivisa con altri vip. La prigione di Brooklyn, infatti, è nota per aver ospitato nel tempo detenuti famosi. Tra questi il rapper Sean Combs aka Puff Daddy, rimasto all’Mdc per poco più di un anno prima di essere condannato a ottobre a oltre quattro anni di carcere federale e trasferito in New Jersey. Sempre nella stessa struttura è detenuto Luigi Mangione, il ventisettenne accusato di aver sparato e ucciso l’amministratore delegato di UnitedHealthcare, Brian Thompson. A scontare la pena lì è anche Sam Bankman-Fried, cofondatore della piattaforma di criptovalute Ftx, condannato a 25 anni di carcere per frode. L’elenco dei detenuti celebri comprende inoltre il famigerato narcotrafficante messicano Joaquin “El Chapo” Guzman e l’imprenditrice Ghislaine Maxwell, legata al finanziere Jeffrey Epstein. Oltre per i suoi ospiti di spicco, il Metropolitan detention center è tristemente famoso per le sue condizioni: una struttura definita “disumana, non sicura e insalubre”. Un giudizio ribadito anche dall’analista John Miller alla Cnn, secondo cui la coppia “non avrà una suite da luna di miele”. All’esterno della struttura, folle di venezuelani hanno festeggiato con applausi e bandiere l’arresto del deposto leader di Caracas. L'articolo Nicolas Maduro in carcere con El Chapo, Luigi Mangione e Ghislaine Maxwell. Per lui iniziale isolamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cilia Flores, chi è la moglie di Maduro e “primera combatiente” del potere chavista
Cilia Flores: avvocata, dirigente politica e personaggio mediatico. La “primera combatiente”, come l’ha definita il dittatore venezuelano, ha costruito negli ultimi trent’anni una carriera strettamente intrecciata allo chavismo. La sua centralità politica è emersa con forza anche durante l’ultimo attacco statunitense a Caracas, quando è stata catturata insieme al marito e trasferita fuori dal Venezuela. Nata il 15 ottobre 1956 a Tinaquillo, nello stato di Cojedes, Cilia Flores è la più giovane di sei fratelli. Cresciuta in condizioni di forte precarietà, in una capanna di fango, figlia di un commerciante ambulante, si trasferisce a Caracas in cerca di opportunità. Qui studia diritto penale all’università di Santa María e lavora part-time in una stazione di polizia, occupandosi della trascrizione delle deposizioni di testimoni. Il suo avvicinamento alla politica avviene alla fine degli anni Ottanta, durante il Caracazo, la serie di proteste e disordini scoppiate a fine febbraio del 1989 sotto il governo di Carlos Andrés Peréz. Negli anni Novanta diventa una delle avvocate di Hugo Chávez, difendendolo dopo il fallito golpe del 1992 e gestendo la corrispondenza con i sostenitori della rivoluzione. In questo periodo fonda il Círculo Bolivariano de los Derechos Humanos e aderisce al movimento MBR-200, costruendosi una reputazione di attivista e legale impegnata. Durante le attività politiche e legali legate a Chávez conosce Nicolás Maduro, allora leader sindacale e consigliere del futuro presidente. Entrambi divorziati, iniziano una relazione destinata a trasformarsi in un sodalizio politico. Maduro l’ha descritta come una donna dal “carattere focoso”, capace di affiancarlo e sostenerlo nei momenti chiave dell’ascesa e del consolidamento del regime. Il loro legame è stato formalizzato molti anni dopo, con un matrimonio civile celebrato il 15 luglio 2013 e officiato dal politico e psichiatra Jorge Rodríguez a Caracas. La carriera politica di Flores accelera negli anni Duemila. Eletta deputata, diventa nel 2006 la prima donna a presiedere l’Assemblea Nazionale, incarico mantenuto fino al 2011 e caratterizzato da una linea dura nei confronti dell’opposizione. Nel 2012 Chávez la nomina procuratrice generale della Repubblica, ruolo che ricopre fino al 2013, anno della morte del presidente. Nel 2017 viene eletta all’Assemblea nazionale costituente e mantiene posizioni di primo piano all’interno del Partito socialista unito del Venezuela. Oltre al profilo politico, Flores ha sperimentato anche una presenza mediatica più popolare, conducendo programmi televisivi di promozione sociale come Con Cilia en familia, dedicati ai valori familiari e rivoluzionari. In un discorso del 2025 ha ribadito che il Venezuela avrebbe continuato a difendere “la dignità e il progetto rivoluzionario di fronte a ogni aggressione straniera”, riaffermando la linea di resistenza del regime alle pressioni esterne. La sua figura è segnata inoltre da numerose polemiche. Negli anni è stata accusata di nepotismo per l’impiego di diversi familiari in ruoli pubblici, accuse che lei ha respinto definendole parte di una “campagna diffamatoria”. Particolarmente noto è il caso dei cosiddetti “narcosobrinos”: due suoi nipoti, Efraín Antonio Campo Flores e Francisco Flores de Freitas, sono stati arrestati nel 2015 dalla Dea ad Haiti con circa 800 chili di cocaina destinata agli Stati Uniti, condannati da un tribunale di New York e rilasciati nel 2022 con uno scambio di prigionieri. L'articolo Cilia Flores, chi è la moglie di Maduro e “primera combatiente” del potere chavista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Attacchi cinetici Usa contro presunti narcos: colpite altre 3 barche nel Pacifico orientale, 8 morti
Atre otto persone sono morte nella guerra che gli Usa hanno dichiarato al narcotraffico. Il fatto è accaduto il 15 dicembre nell’Oceano Pacifico orientale, dove già a fine ottobre erano stati effettuati dei raid dal Pentagono. Stavolta l’operazione è stata condotta dalla Joint task force southern spear e diretta dal segretario del Dipartimento della guerra, Pete Hegseth. Degli attacchi cinetici hanno affondato tre imbarcazioni in acque internazionali, uccidendo otto presunti narcotrafficanti: tre sulla prima imbarcazione, due sulla seconda e altri tre sulla terza. “L’intelligence ha confermato che le imbarcazioni stavano transitando lungo note rotte del narcotraffico nel Pacifico orientale ed erano coinvolte in attività di narcotraffico”, scrive l’Us Southern Command sulla piattaforma social X. Giovedì Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio e alti ufficiali dell’esercito sono attesi a Washington per un aggiornamento a porte chiuse ai membri del Congresso sulla campagna di questa amministrazione contro il traffico di stupefacenti dall’America Latina. Il presidente Donald Trump ha più volte giustificato e rivendicato politicamente queste operazioni militari contro i cartelli della droga, che da settembre hanno ucciso almeno 95 persone nei 25 attacchi noti al pubblico. Secondo alcuni avvocati ed esperti di diritto, gli attacchi ai presunti narcotrafficanti sono delle esecuzioni extragiudiziali illegali. A queste accuse, il portavoce del Pentagono Kingsley Wilson aveva risposto così: “Le nostre operazioni nella regione di Southcom (il Comando Sud dell’esercito statunitense, che ha come aree di competenza l’America centrale, il Sud America, i Caraibi e le acque adiacenti della regione, ndr) sono legali sia secondo il diritto statunitense che secondo quello internazionale e tutte le azioni sono conformi al diritto dei conflitti armati”. L'articolo Attacchi cinetici Usa contro presunti narcos: colpite altre 3 barche nel Pacifico orientale, 8 morti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il trafficante di droga grida in aula contro il pm De Tommasi e lo minaccia: “Deve finirla di rovinare le persone”
Il trafficante già condannato per associazione a delinquere oggi torna in aula per altri capi d’imputazione. Sul piatto sempre droga. Aula bunker del carcere milanese di Opera, Luigi Ruggiero, tarantino classe ’87, considerato a capo della batteria di trafficanti del comune di Rozzano assieme al defunto Chicco Pagani, prende la parola per alcune dichiarazioni spontanee. E che fa? Minaccia chiaramente il pubblico ministero. E chi è il pm? Francesco De Tommasi per il quale Ruggiero è uno dei tanti protagonisti della sua maxi inchieste Barrios su sette piazze di spaccio a Milano, tra cui, quella più grande, annidata nel quartiere della Barona. De Tommasi, assieme al collega Gianluca Prisco, proprio per aver chiuso il cerchio attorno alla famiglia Calajò, storici reggenti della malavita alla Barona, sono finiti sotto scorta. Era l’ottobre 2023 e dal carcere erano state registrate chiare minacce di morte. Questa mattina la storia sembra essersi ripetuta. Un fatto gravissimo che rubrica a poco meno che una bagatella l’affare tutto interno alla Procura che ha visto De Tommasi vedersi bocciato lo scatto di avanzamento di carriera dal consiglio giudiziario distrettuale per il presunto poco equilibrio mostrato nell’indagine bis sul caso di Alessia Pifferi e che riguardava i tentativi di manipolare la perizia psicologica a favore di una infermità mentale esclusa dalle sentenze di primo e secondo grado. In quel fascicolo, per farla breve, risulterà indagata anche la legale della donna, recentemente assolta. Detto questo, quel troncone finito sotto la lente della Procura Generale e del ministero della Giustizia non ha rilevato alcun illecito disciplinare. La questione in valutazione al Csm, sembra solo un fastidioso rumore di sottofondo rispetto alle minacce lanciate da un pericoloso trafficante di droga. Torniamo allora a Luigi Ruggiero, già condannato in abbreviato nel maxi processo Barrios, e questa mattina imputato per altri capi di accusa (cinque episodi di spaccio) in una lista di 57 persone, Ruggiero ha chiesto così di fare dichiarazioni spontanee e qui proprio non si è tenuto e anche ha alzato non poco la voce. In attesa della trascrizione dell’udienza, queste sono state le sue parole: “Il dottor De Tommasi deve smettere di perseguitarmi”. Il pm, dice Ruggiero, deve smetterla “di rovinarlo” che gli “ha fatto prendere 30 anni” e deve “lasciarlo in pace” e “finirla di rovinare le persone”. Il tutto alzandosi in piedi, alzando la voce e ripetendo più volte “dottor De Tommasi”. Parole sinistre che ricordano quelle del 2023 quando in carcere a Opera fu intercettata questa frase di Nazza Calajò: “De Tommasi si fermi se vuole salva la vita sua e della sua famiglia”. De Tommasi come il suo collega Prisco non si sono fermati e sono finiti sotto scorta armata. E ancora, sempre per voce del capo Nazzareno Calajò: “De Tommasi non ti conviene, credimi. Lasciaci stare e siamo a posto così e ti salvi la vita! A me di questa galera non me ne fotte niente. E te lo faccio vedere, non è uno scherzo! Ti lascio in un lago di sangue. Tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi figli li uccido tutti!”. Non contento aggiungerà: “Io lo ammazzo De Tommasi, ti mangio come un cannibale, lo sgozzo (…). Ti faccio esplodere con una bomba (…). Il Tribunale di Milano lo faccio arrivare su Marte (…). Ti faccio fare la fine di quei due porci di merda (…). Ti faccio diventare un martire come loro”, riferendosi ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Quindi spiega: “Non vi preoccupate, giù in cantina abbiamo quattro bombe e quattro mitra”. Quasi tre anni dopo, ancora minacce gravi. E però a tenere banco nei corridoi e tra le correnti della magistratura è solo quella legittima attività di indagine, finita con le assoluzioni degli imputati, come spesso capita nelle aule di giustizia. L'articolo Il trafficante di droga grida in aula contro il pm De Tommasi e lo minaccia: “Deve finirla di rovinare le persone” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Magistrati
Nella Repubblica Dominicana i partiti sono vuoti a perdere: prevalgono crisi e narcotraffico
A cinque anni dal primo insediamento di Luis Abinader alla presidenza della Repubblica Dominicana, il cui mandato è stato rinnovato per altri quattro dopo le votazioni del 19 maggio 2024, ho voluto fermarmi di nuovo nello stato caraibico prima di tornare in una Giamaica devastata dall’uragano Melissa. Quello che ho visto e sentito conferma la tendenza globale che punta alla privatizzazione della cosa pubblica, rendendo ormai superflua l’esistenza dei partiti. E sullo sfondo Trump ringrazia. Vuoti a perdere Avenida Simón Bolivar, il cimitero dei partiti: le sezioni deserte, una dietro l’altra, simboleggiano il vuoto politico attuale. Tutti gli schieramenti sfoggiano nomi altisonanti, di cui termini come “rivoluzione” “democrazia” “sociale” “popolo” sono ormai ridotti a etichette prive di riscontro reale: primeggia il Partido Revolucionario Moderno (Prm) la compagine governativa che ha prodotto i due mandati consecutivi di Luis Abinader, l’attuale presidente. Il governo è supportato da un’alleanza di pseudo centrosinistra composta da Unión Demócrata Cristiana (Udc), Partido Revolucionario Independiente (Pri), Partido Demócrata Popular (Pdp) e il Partido Revolucionario Social Demócrata (Prsd), un nome che è quasi un ossimoro. Sul fronte opposto, con altri partiti minori, Fuerza del Pueblo dell’ex presidente Leonel Fernández, due mandati come presidente della Repubblica Dominicana: 16 agosto 1996-16 agosto 2000 e 16 agosto 2004-16 agosto 2012. Fuori dalla mischia, le formazioni di estrema sinistra: Pcd (Partido Comunista Dominicano) – unico, oltre al Pcc cubano, a rimanere “comunista” – e il Movimiento Rebelde; per protesta contro gli inciuci delle alleanze, non si sono presentati alle scorse elezioni. Secondo fonti locali, i due mandati di Fernández furono contrassegnati dal rafforzamento del welfare pubblico. Adesso la privatizzazione della sanità è diventata invadente, così come nella distribuzione dell’energia. Percorrendo la stessa Avenida Simón Bolivar, dal lato opposto del lungo viale che parte da Calle Mercedes – arteria principale della Zona Colonial – proprio di fronte alla fila delle sedi dei partiti, si snodano ininterrottamente consultori, laboratori di analisi e cliniche private. Durante i primi quattro anni del suo secondo mandato, Fernández fece costruire seimila alloggi, di cui duemila destinati ai benestanti e gli altri quattromila ai ceti medio-bassi. Ebbe il merito di emancipare il paese dalla crisi economica dove era precipitato a causa del fallimento di ben tre banche, riducendo l’inflazione e il divario del cambio tra peso e dollaro, dando il via a un processo di stabilizzazione della nazione caraibica. C’è da dire che Fernández ha avuto la fortuna di poter contare nel suo primo mandato su una congiuntura economica favorevole, quando il boom dei Carabi negli anni 90 e all’inizio del nuovo millennio era in piena ascesa. Ma già nell’ultimo, che ha coinciso con la crisi globale provocata dai mutui subprime negli Usa, il turismo internazionale calò, e di conseguenza le difficoltà economiche ricominciarono. Dal canto suo, Abinader ha cominciato nel momento peggiore dell’economia moderna, cioè in piena pandemia Covid, nell’agosto 2020. A oggi, il salario minimo in vigore nel Paese è 19.450 Dop (pesos dominicani) equivalenti a € 340 mensili. Ma non tutti sono trattati allo stesso modo: se le grandi imprese pagano quasi 28.000 Dop, quelle piccole a gestione familiare hanno ribassi fino a 10.000 (€ 150) e persino le commesse che lavorano all’aeroporto, dentro attività carissime, sono sottopagate a 17.000 Dop. Nella miniera d’oro della splendida Zona Colonial – che è il fiore all’occhiello del business della capitale – e nell’area balneare di Boca Chica dove i turisti lasciano valuta pregiata, ho registrato i salari più bassi: uno sfruttamento della manodopera che incide sulla qualità del servizio, come spesso succede. I dipendenti usufruiscono però della propina (mancia) obbligatoria, 10% in più sul conto, che si aggiunge al 18% della Vat, la loro Iva. I Narco-Stati Oltre all’aumento incontrollato del costo della vita, all’attuale presidente viene attribuita la responsabilità di non aver saputo frenare lo strapotere dei trafficanti di droga. La Repubblica Dominicana è annoverata tra i paesi dove transitano più sostanze illecite, insieme ad Haiti, Ecuador e Colombia. Non è un caso che, mentre Trump si accanisce sul Venezuela facendo uccidere equipaggi di imbarcazioni sospettati di trasportare stupefacenti, mirando a rimpiazzare Maduro con la sua beniamina Maria Corina Machado (insignita di un Nobel della Pace scandaloso) questo trattamento venga risparmiato ai paesi alleati di Washington, malgrado Haiti sia ormai in piena guerra civile scatenata dalle bande del boss Barbecue, con l’Ecuador di Noboa fuori controllo a vantaggio del narcotraffico, nonostante una campagna elettorale basata sulla sicurezza interna. Ironicamente, proprio durante i dieci anni del governo Correa, l’Ecuador era una delle nazioni sudamericane più sicure. Trump vorrebbe ripristinare le basi navali statunitensi, ma il referendum di novembre ha respinto la riforma costituzionale che Noboa aveva imposto. Alla Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti hanno assegnato reparti speciali della Dea per operazioni di polizia congiunte alle forze locali, che sembrano però più tentativi di legittimare il governo attuale, piuttosto che garantire dei risultati duraturi nella lotta ai trafficanti; nonostante l’operazione effettuata a Boca Chica abbia prodotto arresti di spessore, tra cui un ex aspirante sindaco appartenente proprio a Prm, il partito di Abinader, denunciato dallo stesso premier. Foto e video – F.Bacchetta L'articolo Nella Repubblica Dominicana i partiti sono vuoti a perdere: prevalgono crisi e narcotraffico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Traffico di droga sul litorale romano, dall’inchiesta emerge un nome che riporta a Cosa Nostra e alle stragi
C’è un piccolo tassello legato a Cosa Nostra e alle stragi di mafia del 1992-93 che riemerge, più di 30 anni dopo, dalle inchieste sul traffico di droga nell’hinterland romano. Quel pezzo di puzzle porta il nome di Salvatore Spataro, 61 anni, palermitano, coinvolto nell’indagine sfociata nei giorni scorsi in 16 arresti ordinati dalla Procura di Roma ed eseguiti dalla Questura di Roma tra Latina, Aprilia e Nettuno (per Spataro l’istanza di arresto è stata respinta dal gip per “difetto dell’attualità delle esigenze cautelari). Negli anni ’90, infatti, Spataro fu condannato, insieme a molte altre persone, per aver favorito la latitanza dei fratelli boss Giuseppe e Filippo Graviano, il primo dei quali, ricordano i pm della dda di Roma, “accusato da numerosi pentiti di aver azionato il telecomando utilizzato per far esplodere l’auto-bomba che causò la morte del magistrato Paolo Borsellino e degli uomini della scorta” e “ritenuto responsabile dell’omicidio di Salvo Lima”. Addirittura, secondo i pm, durante la latitanza Giuseppe Graviano utilizzava un documento d’identità falso intestato proprio a Spataro. Nel 1998 Spataro poi è diventato collaboratore di giustizia. La nuova inchiesta della Procura di Roma, coordinata dal pm Francesco Cascini, tocca di due figure emergente della criminalità romana, quella di Pasquale Iovinella, ritenuto in passato dalla Procura di Velletri vicino al clan camorristico dei Casalesi, e quella di Simone Massidda, la cui influenza negli ultimi anni si è allargata nell’area pontina. I legami tra Iovinella e Spataro, rilevano gli stessi pm, risalgono addirittura al 2015. In particolare, risulta agli investigatori che il siciliano nel 2021 utilizzasse un terreno nei pressi di Nettuno, a sud della Capitale, dove allevava bestiame, per gestire i suoi traffici di cocaina, nascondere la droga e incontrare quasi giornalmente i clienti che poi rivendevano al dettaglio sul territorio. “Quando doveva incassare il ricavato delle cessioni di droga, specie dai clienti morosi, si faceva raggiungere nei pressi della sua abitazione” di Nettuno, spiegano gli investigatori nell’ordinanza di custodia cautelare. “Quando interloquiva telefonicamente con gli acquirenti”, invece, “utilizzava comunque una terminologia attinente alla sua attività di contadino (mucche, uova fresche ecc.)”. L’operazione, secondo fonti investigative, mostra ancora una volta la trasversalità del traffico di droga nell’area capitolina, dove esiste una saldatura tra le varie organizzazione, anche legate ad altri territori. Tra cui quella di Iovinella, accostato dai magistrati ai fratelli Genny e Salvatore Esposito, figli di Luigi Esposito detto “Gigino Nacchella”, famiglia legata al clan “Licciardi” della camorra napoletana. L'articolo Traffico di droga sul litorale romano, dall’inchiesta emerge un nome che riporta a Cosa Nostra e alle stragi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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