Durante il primo giorno di questa folle guerra mi trovavo in viaggio con tappa a
Dubai. Io e mia moglie eravamo in difficoltà per il blocco dei voli. Due giovani
trentenni e un terzo più giovane si sono uniti a noi per trovare una soluzione.
Il ragazzo in sei ore di lavoro indefesso su Internet, finalmente, è riuscito a
trovare voli alternativi e a riportarci, con qualche scalo in più, a casa.
Questa vicenda mi ha fatto riflettere sugli Angeli custodi, in quanto questa
giovane coppia è come se ci avesse adottato per supplire alle nostre carenze
informatiche, tecnologiche e linguistiche. Secondo la tradizione cristiana
l’Angelo custode è un’entità che promana da Dio e che viene inviata sulla terra
per assistere, con riservatezza, ognuno di noi. La discrezione consiste nel
fatto che non si appalesa e non costringe, ma consiglia e propone un aiuto.
Purtroppo, accanto, esisterebbero (sempre secondo la tradizione) diavoli
tentatori.
Da un punto di vista psicologico, inconsciamente, ognuno acquisisce
nell’infanzia la convinzione profonda che esista qualcuno che agisce su di noi.
Nasciamo inermi e abbiamo bisogno dell’aiuto e assistenza da parte di figure
genitoriali, ma anche di tante altre persone fra cui parenti, medici,
insegnanti, assistenti sociali e amici. Questa fragilità, molto particolare e
quasi esclusiva della nostra specie, in quanto molti altri animali hanno già
alla nascita maggiore autonomia, ci porta a sentire inconsciamente il bisogno
dell’altro. L’evoluzione sociale e la costruzione di civiltà sono,
presumibilmente, il frutto di questo profondo bisogno inconscio. Purtroppo nel
tempo disillusioni o esperienze traumatiche ci porteranno ad essere scettici. Se
notate i bambini si affidano, mentre molti adulti appaiono chiusi in una
terribile solitudine esistenziale.
Se vogliamo tornare alla bella metafora dell’Angelo custode potremmo affermare
che molte persone ne incontrano parecchi nel corso della propria vita, ma spesso
non li riconoscono e non accettano il loro aiuto. In quarant’anni di lavoro come
medico, ho provato a diventare un Angelo custode per i miei pazienti. Per
fortuna molti hanno accettato il mio aiuto, ma ho trovato anche diversi ammalati
che, chiusi nel loro dolore, non hanno raccolto la mano che provavo a tendere.
L’auspicio che voglio formulare con questo scritto è che ognuno di noi riesca a
riconoscere le persone maligne che indubbiamente ci circondano (purtroppo ne
potremmo elencare diverse fra i potenti del mondo), ma allo stesso tempo sia in
grado di accettare l’aiuto di tante buone persone che ci circondano.
Il mondo è governato per larga parte da fanatici che, col paravento di un
messaggio divino, perseguono la distruzione degli altri per sentirsi più sicuri.
Questa sicurezza però non è mai sufficiente, per cui i nemici aumentano e di
conseguenza la necessità di armarsi per distruggere “preventivamente” ogni
minaccia. Mi ha colpito come un personaggio indubbiamente intelligente e immerso
nella rivoluzione tecnologica come Peter Thiel sia arrivato a parlare con
insistenza dell’Anticristo per giustificare le sue posizioni di destra estrema.
La fotografia del presidente degli Stati Uniti che viene benedetto da un gruppo
di religiosi è un’immagine forte che, associata al conflitto in atto, porta alla
mente le guerre di religione. Il mio Dio contro il tuo. La mia fede contro la
tua.
Credere nella bontà di base degli esseri umani è arduo e quindi affidarsi
diviene sempre più difficile. Per questo tanti Angeli custodi (esseri umani
normali che sono pronti a fare del bene) falliscono nel loro compito in quanto
tutti siamo scettici, arrabbiati e prevenuti. Ci rechiamo al pronto soccorso già
incolleriti e aggrediamo il personale perché ci fa attendere, andiamo a scuola
con la convinzione che il professore sia prevenuto contro di noi, se incontriamo
un giudice che non ci dà pienamente ragione, pensiamo sia corrotto.
Sono contento di aver accettato l’aiuto dei due Angeli custodi, che tra l’altro
durante la vacanza avevano deciso il loro prossimo matrimonio. Un caso fortunato
li ha messi sul nostro cammino. E auspico che ognuno di noi accetti l’aiuto che
gli altri esseri umani gli porgono.
L'articolo A Dubai bloccato in aeroporto ho trovato due angeli custodi:
impariamo a riconoscerli e farci aiutare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Dubai
Un video condiviso da più utenti sui social mostra una battaglia sui cieli sopra
le spiagge di Dubai. Nelle immagini si vede un F-16 dell’aeronautica degli
Emirati Arabi Uniti che cerca di intercettare un drone iraniano in
avvicinamento. La scena avviene a bassa quota sopra la spiaggia di Al Mamzar con
ombrelloni e turisti
L'articolo Dubai, jet intercetta il drone iraniano: l’attacco nel cielo sopra la
spiaggia con i turisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con l’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente e dopo i missili e droni
lanciati dall’Iran verso diversi Paesi del Golfo — alcuni dei quali intercettati
dalle difese aeree sopra Dubai, con frammenti caduti in città causando danni e
almeno una vittima — l’ondata di panico sta spingendo molti espatriati a tentare
di lasciare il Paese. E tanti si lasciano alle spalle i loro animali domestici,
cercando di affidarli a qualcuno o abbandonandoli precipitosamente in mezzo alla
strada. Peggio: le cliniche veterinarie denunciano di ricevere richieste di
eutanasia per animali in perfetta salute, mentre i volontari dei rifugi
raccontano di cani e gatti lasciati nel deserto e nelle abitazioni ormai vuote.
Le ragioni stanno in un mix di costi elevati, paura e ostacoli burocratici
difficili da superare nel breve periodo. Organizzare il trasferimento
internazionale di un animale richiede procedure che possono durare settimane o
mesi: dall’applicazione del microchip alla vaccinazione antirabbica, fino al
test sierologico che impone un’attesa di almeno ventuno giorni prima del
viaggio. Molti residenti, colti di sorpresa dall’instabilità regionale e dalle
limitazioni ai collegamenti aerei, con l’aeroporto di Dubai che ha riaperto ma
funziona a singhiozzo, non riescono o non sono disposti a occuparsi degli amici
a quattro zampe.
Claire Hopkins, una volontaria britannica impegnata nei soccorsi negli Emirati
Arabi Uniti, testimonia l’esasperazione che sta travolgendo la comunità:
“Abbiamo visto molto stress e panico tra i proprietari di animali domestici.
Molti vogliono restituire gli animali che avevano adottato”. Definisce
disgustose le richieste di soppressione ricevute dai veterinari, aggiungendo che
le strutture di accoglienza sono ormai sature. La situazione è resa ancora più
drammatica dalle condizioni in cui alcuni animali vengono ritrovati: gatti
lasciati in scatole davanti alle porte con biglietti di scuse e cani legati ai
pali della luce senza acqua né cibo.
Anso Stander, responsabile del santuario Six Hounds, racconta di aver ricevuto
ventisette messaggi di richiesta di aiuto in un solo giorno: “Le persone ci
dicono in modo molto educato e discreto che se non possiamo prenderli, li
lasceranno”. Stander riporta anche episodi particolarmente crudi segnalati ai
volontari, come il ritrovamento di un levriero Saluki legato così stretto a un
lampione che il collare gli aveva squarciato la gola, e denunce di cani uccisi a
colpi di arma da fuoco nel deserto tra gli Emirati e l’Oman, dove alcuni
proprietari tentano la fuga via terra.
L’attivista Radha Stirling, fondatrice dell’organizzazione Detained in Dubai,
osserva che questa crisi richiama alla memoria quella finanziaria del 2009,
quando le auto di lusso venivano abbandonate nei parcheggi dell’aeroporto da chi
fuggiva dai debiti: “Oggi vediamo persone che fuggono e lasciano i loro animali
domestici perché non riescono a organizzare il trasporto in tempo”. Hannah
Mainds, della RSPCA, lancia un appello affinché gli animali non diventino le
vittime dimenticate del conflitto: “Gli animali dipendono completamente dai loro
proprietari. Non possono capire perché la loro famiglia sia improvvisamente
scomparsa”. Così, ai problemi si aggiunge l’indignazione per il destino di
queste vittime silenziose. Influencer come Kady McDermott hanno espresso sdegno
sui social, affermando che chi abbandona il proprio animale non dovrebbe mai più
poter tornare nel Paese.
L'articolo La fuga degli expat da Dubai tra animali abbandonati e richieste di
eutanasia: la denuncia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre molti cittadini italiani si sono ritrovati bloccati nei Paesi del Golfo,
sorpresi dall’attacco congiunto di Usa e Israele contro l’Iran e con tante
difficoltà per avere assistenza dalle sedi diplomatiche, l’Austria già due
giorni prima scriveva ai suoi connazionali presenti in Qatar per informarli dei
rischi e invitandoli anche a tenere in casa scorte di emergenza. Lo racconta a
ilfattoquotidiano.it Ambra Buccarelli, una lavoratrice italiana residente a
Dubai da più di un anno, che grazie a un passaparola tra colleghi sapeva già,
giorni prima dell’inizio dell’escalation, che la situazione nella zona sarebbe
potuta precipitare.
Ambra lavora per un’azienda austriaca, fornitrice di sistemi informatici e di
comunicazione, la Frequentis, che opera anche nell’area mediorientale con due
sedi in Qatar ed Emirati Arabi Uniti, rispettivamente a Doha e Dubai. Anche lei
è rimasta bloccata nella città emiratina, come tanti altri connazionali
nell’area, riuscendo a rientrare in Italia solamente giovedì 5 marzo. Ma sapeva
giorni prima dell’attacco che la situazione era a rischio. A tutti i suoi
colleghi della sede del Qatar, infatti, il 26 febbraio, cioè due giorni prima
dell’inizio effettivo del conflitto, era arrivata una mail dall’ambasciata
austriaca a Doha. “Un mio collega a Dubai, che aveva lavorato per un periodo
nella sede qatariota della Frequentis, riceveva ancora le mail dell’ex sede e
aveva inoltrato la comunicazione ricevuta sul gruppo WhatsApp dei colleghi”,
racconta Ambra. Nella mail l’ambasciata consigliava di “avere scorte di
emergenza come acqua, cibo, farmaci e carburante“, probabilmente prevedendo di
lì a poco un rapido peggioramento degli eventi nell’area mediorientale.
Tutto questo avveniva proprio mentre negli Emirati Arabi arrivava il ministro
della Difesa Guido Crosetto, rimasto bloccato anche lui dalla chiusura dello
spazio aereo a seguito dei raid dell’Iran su Dubai e gli altri Paesi del Golfo
Persico. “Le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale
accelerazione” nell’area, dirà Crosetto poi rientrato in Italia con un volo di
Stato il primo marzo, lasciando la famiglia a Dubai. Ma mentre il governo
italiano non immaginava un attacco imminente (siamo stati informati dagli Usa “a
operazione iniziata“, spiegherà il ministro degli Esteri, Antonio Tajani), altri
Stati come l’Austria informavano i cittadini dell’area sui potenziali rischi.
Ambra Buccarelli racconta anche che il supporto delle autorità italiane dopo
l’inizio dei raid è stato insufficiente, come già denunciato da diverse
testimonianze raccolte in questi giorni. “Non avevamo ricevuto risposta da
nessuno dei numeri che avevamo contattato, poi ho visto l’intervista del
ministro Tajani”. Il suo riferimento è alle dichiarazioni postate sui profili
ufficiali del ministro, in cui Tajani sottolineava che tutti i connazionali
bloccati nell’area sarebbero stati subito contattati. Ambra aveva commentato il
post, scrivendo: “Sono residente a Dubai e non solo nessuno dell’ambasciata si è
messo in contatto con me, ma neppure io riesco a mettermi in contatto con loro”,
aggiungendo di non avere “ricevuto notizie e nemmeno istruzioni”. Al commento
della lavoratrice bloccata a Dubai, aveva risposto il profilo ufficiale della
Farnesina, sottolineando di aver “rafforzato le linee disponibili” inoltrando
alcuni numeri telefonici da contattare. “Ho provato a telefonare a tutti i
numeri, ma solo uno ha risposto. Era il numero della Farnesina in Italia, che,
in risposta alla mia richiesta di istruzioni per gestire la situazione nella
città emiratina, mi ha risposto che io conoscevo Dubai meglio di loro“, spiega.
Alla fine Ambra è riuscita a tornare in Italia, seppur non grazie all’ambasciata
italiana. La società austriaca è intervenuta in prima persona, con la
collaborazione dell’ambasciata, per riportare a casa tutti i dipendenti che
desideravano rientrare nei rispettivi paesi d’origine, con tutte le spese di
trasporto a carico dell’azienda.
L'articolo Mentre per l’Italia “nulla lasciava presagire” l’attacco in Iran,
l’Austria allertava 2 giorni prima i suoi cittadini in Qatar: “Tenete scorte
d’emergenza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le immagini dei lussuosi mall di Dubai, solitamente brulicanti di turisti e
acquirenti internazionali, restituiscono oggi un panorama surreale: serrande
abbassate, boutique di alta moda chiuse e infiniti corridoi di marmo
improvvisamente deserti. L’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e
Iran ha congelato in poche ore uno dei mercati più dinamici e strategici per la
moda globale. Tra aeroporti bloccati e un turismo inevitabilmente in stallo, i
contraccolpi economici si sono riversati in tempo reale sui mercati finanziari,
affossando i titoli di colossi come LVMH, Kering e Richemont a Piazza Affari e
sulle principali Borse europee.
Il peso specifico di questa paralisi è dettato infatti dai numeri: il Medio
Oriente rappresenta oggi tra il 5% e il 9% della spesa globale nel settore del
lusso. Le stime pre-conflitto del report Bain-Altagamma fotografavano un’area in
salute: nel 2025 il mercato locale era cresciuto tra il 4% e il 6%, e per il
2026 le proiezioni indicavano un’ulteriore espansione del 6%, consacrando il
Golfo come hub cruciale per la tenuta del comparto. Ora, in un settore che vive
fisiologicamente di fiducia, turismo e mobilità, quello scenario è stato
letteralmente spazzato via.
L’allargamento della guerra in Medio Oriente è deflagrato infatti nel momento
forse più stridente per l’industria del settore: il pieno svolgimento delle
settimane della moda di Milano e Parigi. Accostare la brutalità di un conflitto
armato alle passerelle, lo sappiamo bene, può sembrare fuoriluogo, ma se siamo
qui a farlo è perché ridurre la moda di lusso a una mera frivolezza per ricchi è
un errore di prospettiva. Quella del fashion è prima di tutto un’industria, una
colonna portante dell’economia reale.
Dietro i negozi chiusi nel Golfo Persico non c’è solo il capriccio negato a una
clientela d’élite, ma la stabilità economica di intere catene di
approvvigionamento. Basti pensare al nostro Paese: secondo i dati elaborati
dalla Camera Nazionale della Moda Italiana (CNMI) e da Confindustria Moda,
l’intera filiera del tessile, moda e accessorio dà lavoro a circa 600.000
persone in Italia e genera un fatturato che pesa per circa il 5% sull’intero PIL
nazionale. Da quegli scontrini milionari non battuti a Dubai o a Doha dipendono
le sorti e i posti di lavoro di migliaia di artigiani, pellettieri e operai
italiani, dal momento che la stragrande maggioranza dei top brand globali
produce proprio nel nostro Paese borse, calzature e capi di altissima gamma.
La portata di questa paralisi commerciale e le sue immediate conseguenze sono al
centro delle cronache dei media stranieri. L’agenzia Reuters e la stampa
newyorkese delineano un quadro di chiusure a catena, in risposta a un’escalation
di raid aerei che ha causato centinaia di vittime. Kering (la holding
proprietaria di Gucci, Balenciaga e Bottega Veneta) ha temporaneamente chiuso le
proprie boutique in Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein e Qatar, sospendendo
ogni viaggio d’affari nella regione. Stessa sorte per le attività gestite da
Chalhoub Group, operatore da 900 store per marchi come Versace e Jimmy Choo, che
ha blindato i negozi in Bahrein e mantenuto le aperture negli Emirati o in
Arabia Saudita consentendo al personale di presentarsi solo su “base
volontaria”. Una brusca frenata che blocca gli investimenti di un mercato vitale
che, secondo i report della società di consulenza Bain & Co. citati dalla stampa
internazionale, rappresentava ormai la fetta più brillante e dinamica della
spesa globale, arrivando a pesare fino al 10% sui bilanci mondiali del lusso.
> BREAKING: DUBAI MARINA MALL IS BASICALLY EMPTY
>
> Video from earlier this morning. pic.twitter.com/9VZquZk9fY
>
> — Sulaiman Ahmed (@ShaykhSulaiman) March 5, 2026
L'articolo Le immagini dei mall di Dubai deserti sono virali, così la guerra in
Medio Oriente gela i colossi della moda: a rischio il 9-10% della spesa globale
del lusso proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho visto persone pagare fino a ventimila euro pur di tornare in Italia”. Giusy
Grillo, ostetrica che vive Roma, parla dall’aeroporto di Dubai. È da una
settimana che va avanti così: “I cambi di albergo, duecento telefonate al giorno
per cercare posto sugli aerei. Tutto da soli, perché le autorità italiane non si
vedono”, dice mentre si prepara a fare l’ennesima coda al check in nella
speranza che spuntino due posti su qualche volo. Va bene qualsiasi destinazione
in Europa, basta andare via da qui.
Giusy è una delle centinaia di italiani ancora bloccati a Dubai. “E pensare che
dovevamo fermarci soltanto tre ore, il tempo di una coincidenza tra un volo
della Emirates e l’altro”, racconta. Lei e il suo compagno, che fa la guida
turistica a Roma, tornavano da un viaggio in India: “Ma appena siamo sbarcati
dal volo che proveniva da Delhi abbiamo scoperto che era scoppiata la guerra.
Sullo schermo dell’aeroporto abbiamo cominciato a vedere i voli che venivano
cancellati uno dopo l’altro: prima quelli diretti in Israele e in Medio Oriente.
Poi tutti gli altri. Ed è scoppiato un caos totale”.
Nella voce di Giusy, dietro ai richiami degli altoparlanti dell’aeroporto, senti
stanchezza, esasperazione, tensione. Ma anche amarezza: “Ci sono tanti italiani
qui, con i giorni ci siamo conosciuti, abbiamo fatto amicizia. Ma non sappiamo
più se ridere o se piangere: siamo abbandonati a noi stessi, quando chiami la
Farnesina o l’ambasciata italiana ne sanno meno di noi. Sei tu che gli dai
informazioni, giuro. Ti dicono di consultare una app che dà notizie vecchie di
giorni”.
A Dubai sono intrappolati italiani che magari vivono qui e, preoccupati dalla
guerra, vogliono rientrare nel loro Paese; ma soprattutto si incontrano
viaggiatori che erano di passaggio nel secondo aeroporto più trafficato del
mondo (oltre 90 milioni di passeggeri l’anno), ormai una delle porte verso il
Medio Oriente, l’Oriente e anche l’Africa. Una parte sono già rientrati, ma
altri, come Giusy e il compagno, attendono da sei giorni. Cosa si può sperare?
“Qui regna l’incertezza più assoluta. Ogni mattina dobbiamo prendere i bagagli,
lasciare l’albergo e venire all’aeroporto sperando che si liberi un posto sui
voli in partenza. Vanno bene anche Dublino, Zurigo, Londra, purché sia in
Europa, poi ci arrangiamo”. Voli dall’Italia? “La Farnesina ha organizzato un
volo al giorno, significano due-trecento persone. Ma rischia sempre di essere
annullato e comunque costa fino a 800 euro, mentre altri Paesi hanno messo a
disposizione dei loro cittadini dei voli gratuiti”.
Se non si riuscisse nemmeno così, non rimane che puntare sull’Oman: “In molti
hanno deciso di prendere un bus che in dieci ore, attraverso il deserto, arriva
a Muscat e da lì si può tornare in Europa comprandosi un altro biglietto.
Abbiamo visto di tutto in questi giorni: molti hanno pagato migliaia di euro per
tornare. Alcuni fino a ventimila euro per accaparrarsi un posto, anche di First
Class, su voli che magari passavano da Tokyo… hanno fatto il giro del mondo”.
Tornare, a tutti i costi: “Molti – racconta Giusy – rischiano di avere delle
conseguenze pesanti per il loro lavoro, come il mio compagno. Altri sono
comprensibilmente preoccupati per le bombe… E’ già successo tre volte in questi
giorni: vedersi comparire sul cellulare l’avviso di un allarme bombardamento. E
dover restare chiusi nell’albergo, mentre il personale fa di tutto per sembrare
tranquillo, ma sopra la testa ti passano i missili. Non avrei mai pensato che mi
sarebbe capitato di trovarmi in guerra”.
L'articolo “C’è chi ha pagato 20mila euro per tornare a casa”: il racconto degli
italiani bloccati da sei giorni a Dubai proviene da Il Fatto Quotidiano.
La cantante BigMama è riuscita a tornare in Italia da Dubai. Nei giorni scorsi
l’artista aveva lanciato diversi appelli sui social chiedendo aiuto dopo essere
rimasta bloccata negli Emirati Arabi Uniti, a causa delle tensioni militari
nella regione che hanno portato alla temporanea chiusura dello spazio aereo e
dell’aeroporto di Dubai.
E a poche ore dall’arrivo, BigMama ha pubblicato sui social un lungo sfogo: “Ci
tengo a chiarire, prima di leggere ulteriori fake news sul mio conto, che io e
la mia ragazza siamo rientrate a casa da Dubai con la stessa compagnia aerea del
viaggio originale. Dopo giorni di chiamate e di attesa in aeroporto siamo
riuscite, con altri italiani incontrati in hotel, a cambiare il nostro
biglietto. Biglietto che avevo pagato con i miei soldi, come il taxi che ho
utilizzato per arrivare in aeroporto a Dubai”
“SONO UNA CITTADINA ITALIANA CON RESIDENZA A MILANO E PAGO LE TASSE ALLO STATO”
Poi la cantante ha ribadito di essersi sempre “schierata contro ogni tipo di
guerra e continuerò a farlo. Mi sento profondamente privilegiata perché posso
scrivere queste parole da casa mia. Ci sono persone che la guerra la vivono ogni
giorno, in posti molto meno sicuri. La guerra dovrebbe fare schifo a tutti,
anche a te”, ha chiosato rivolgendosi ai suoi follower.
Poi è tornata sulla sua esperienza: “Sono una cittadina italiana con residenza a
Milano e pago le tasse allo Stato. Ho anche il diritto di chiedere aiuto, se
serve, a prescindere dai miei ideali politici. Mi sembra grave non saperlo e non
riconoscerlo”. Un passaggio anche su come non sia vero che abbia detto di
“odiare l’Italia” e ancora, un racconto dettagliato del suo travagliato viaggio:
“Il mio aereo, partito da Malè alle 10:15 del 28 febbraio, doveva arrivare a
Dubai alle 13:40 per uno scalo di quattro ore per farci poi rientrare a
Milano-Bergamo in serata. Mentre eravamo in dirittura di arrivo su Dubai,
l’aereo ha iniziato a girare sugli Emirati non riuscendo ad atterrare poiché,
come segnalato dal pilota, l’aeroporto era chiuso”. Quindi è stato dirottato a
Fujairah. “Con dei pullman, in un paio d’ore, ci hanno portati in un hotel a
Dubai e io fino a quel punto non ero riuscita a collegarmi a internet per capire
cosa stesse succedendo”.
La paura è arrivata poco dopo: appena entrata in camera, racconta, la prima cosa
sentita è stato “un missile intercettato sopra il nostro albergo. In quella
camera io non sono mai più entrata e ho iniziato a vegliare da quel giorno con
gli altri nell’atrio dell’hotel (…). C’è una grande differenza tra chi vive un
avvenimento del genere chiuso in un hotel di una città che non conosce, lontano
da tutto, e una persona che in quel luogo ha nucleo, casa, famiglia, macchina,
conoscenze, opportunità e amici”.
Infine una chiosa rivolta a chi, in questi giorni, l’ha attaccata: “Vergogna a
tutte le persone che in un momento così delicato hanno deciso di attaccarci,
infangare la nostra reputazione, mentire. Vergogna a chi ci ha augurato di
morire lontani da casa e dalla nostra famiglia. La vostra ignoranza è
disarmante, ma spiega tante cose. Sono felice di non essere come voi, fate
schifo”.
L'articolo “Sono tornata in Italia da Dubai, aereo a taxi pagati da me. Sono
cittadina italiana, e ho il diritto di chiedere aiuto allo Stato. Vergogna a chi
ci ha augurato di morire lontane da casa, fate schifo”: così Big Mama proviene
da Il Fatto Quotidiano.
BigMama ha messo piede sul suolo italiano. La cantante è rientrata in Italia
dopo essere rimasta bloccata alcuni giorni a Dubai a causa dell’attacco di Stati
Uniti e Israele contro l’Iran e la conseguente risposta di Teheran, che ha preso
di mira anche gli Emirati Arabi Uniti. Nella serata di ieri, 5 marzo, l’artista
ha condiviso sui social una story in cui la si vede con il suo team
all’aeroporto di Orio al Serio (Bergamo) e la scritta: “Siamo a casa“.
LA DISAVVENTURA A DUBAI
Il volo che ha permesso a Bigmama di tornare in Italia era uno dei sette
previsti – grazie all’aiuto del Ministero degli Esteri – per garantire il
rientro di tanti connazionali che, come lei, erano rimasti bloccati negli
Emirati Arabi Uniti. Nei giorni scorsi la cantante aveva lanciato degli appelli
via social chiedendo aiuto. A fine febbraio con la voce rotta dal pianto aveva
detto: “Ciao ragazzi, stasera vi chiedo di darci una mano, perché stiamo vivendo
un vero incubo. Siamo tantissimi italiani in questa situazione, in questo
momento, quindi vi prego di condividere, di ascoltare, di cercare di muovere
tutte le forze possibili. Sono partita dall’aeroporto di Malè, il mio volo è
stato dirottato nel deserto, nei pressi di Dubai. Siamo stati poi portati a
Dubai in un hotel e adesso ci pregano di rimanere nell’hotel e di fare
attenzione il più possibile. Noi continuiamo a sentire i missili sulla testa, io
sono terrorizzata. Vi prego, occhi su di noi, massima attenzione su di noi, noi
siamo qui, siamo in tantissimi e vogliamo tutti tornare a casa. Io voglio solo
tornare a casa, vi prego di far girare questo video, non ho mai chiesto nulla.
Lo faccio solo perché ho tanta, tanta, tantissima paura e voglio tornare a casa,
grazie mille”. “Noi siamo ancora qui”, aveva scritto invece nelle scorse ore.
Poi, poco dopo, la situazione si è finalmente sbloccata e quella che era
iniziata come una vacanza alle Maldive e si è poi trasformata in un’esperienza
densa di apprensione può considerarsi chiusa.
L'articolo BigMama è rientrata in Italia: “Siamo a casa”. La fine dell’incubo
dopo il blocco a Dubai per la guerra in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
«Noi siamo ancora qui». A scriverlo sui social è BigMama, da giorni bloccata a
Dubai insieme a diversi altri italiani a causa della paralisi dei voli
internazionali. Una situazione precipitata improvvisamente in seguito alla
chiusura degli spazi aerei, decisa dopo l’attacco coordinato di Stati Uniti e
Israele all’Iran e la conseguente risposta di Teheran, che ha preso di mira
anche gli Emirati Arabi Uniti.
DALLE MALDIVE AL DESERTO: IL DIROTTAMENTO
La disavventura di Marianna Mammone (questo il vero nome dell’artista) è
iniziata in quello che doveva essere il tranquillo epilogo di una vacanza. La
cantante si trovava infatti alle Maldive e stava rientrando in Italia. Come ha
raccontato lei stessa ai suoi follower, tutto è precipitato in volo: «Eravamo
partiti dall’aeroporto di Malè quando il nostro volo è stato dirottato nel
deserto nei pressi di Dubai. Siamo stati portati in hotel e adesso ci dicono che
dobbiamo restare qui facendo attenzione».
L’APPELLO IN LACRIME: “STIAMO VIVENDO UN INCUBO”
Domenica scorsa, la gravità della situazione l’aveva spinta a lanciare una prima
richiesta di aiuto che ha fatto rapidamente il giro del web. In lacrime,
l’artista aveva descritto quanto stava succedendo a Dubai: «Sentiamo i missili
sulla testa, stasera vi chiedo di darci una mano perché stiamo vivendo un
incubo. Siamo tantissimi italiani in questa situazione, quindi dovete cercare di
muovere tutte le forze possibili». Lontana dai palcoscenici e spogliata del suo
ruolo pubblico, BigMama si è fatta portavoce del terrore dei civili coinvolti:
«Io sono terrorizzata, siamo tante persone qui. Occhi su di noi, vogliamo
tornare a casa. Non ho mai chiesto niente ma ho troppa paura. Voglio solo
tornare a casa».
I PRIMI RIMPATRI E L’ATTESA CHE CONTINUA
Nel frattempo, la macchina diplomatica si è messa in moto. La sera del 2 marzo,
un primo gruppo di 127 italiani rimasti bloccati a Dubai è riuscito ad atterrare
all’aeroporto di Fiumicino, a Roma, a bordo di un volo charter organizzato dalla
Farnesina. BigMama, tuttavia, non era a bordo di quell’aereo. L’aggiornamento
arrivato in queste ore tramite le sue storie di Instagram conferma che l’artista
si trova ancora negli Emirati Arabi, in attesa di un nuovo volo utile, insieme
ad altri connazionali che condividono con lei questa snervante attesa sotto
l’eco del conflitto.
L'articolo “Noi siamo ancora qui”: l’incubo di BigMama bloccata a Dubai per la
guerra in Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
Doveva essere una vacanza indimenticabile, e in effetti lo è, ma per motivi
assolutamente impensabili fino a pochi giorni fa. L’influencer Carlotta Mondelli
ha regalato a una sua follower una settimana a Dubai, dove lei vive, ospitandola
in una villa lussuosa. La gioia è durata ben poco, perché 24 ore dopo la
situazione in Medio Oriente è precipitata.
IL RACCONTO DELL’INFLUENCER
“La situazione è surreale” racconta Mondelli in un video del 1° marzo,
“continuiamo a ricevere allerte sul telefono da parte del governo di rimanere in
casa, di stare lontano dalle finestre, di metterci al sicuro, di non uscire.
Sentiamo botti, sentiamo elicotteri, sentiamo aerei. Siamo tutti spaventati“,
aggiunge l’influecer, spiegando come non si sarebbe mai aspettata una situazione
simile a Dubai. “Nessuno è riuscito a dormire. C’è tanta paura. Il governo sta
gestendo bene la situazione: ci hanno detto che la maggior parte degli attacchi
sono stati neutralizzati”. E quando qualcuno le chiede come stia la follower che
ha vinto la vacanza, Mondelli fa sapere: “Sta bene”, e conclude amaramente:
“Purtroppo sarà una vacanza indimenticabile“.
LA SITUAZIONE DEI TURISTI BLOCCATI A DUBAI
Una situazione che riguarda molti turisti, anche italiani, al momento
impossibilitati a lasciare il Paese dopo la temporanea chiusura dello spazio
aereo e la cancellazione dei voli, risultanti dall’escalation militare in Medio
Oriente. Tra questi pure la cantante BigMama, che sui social ha lanciato un
appello: “Ciao ragazzi, stasera vi chiedo di darci una mano, perché stiamo
vivendo un vero incubo. Siamo tantissimi italiani in questa situazione, in
questo momento, quindi vi prego di condividere, di ascoltare, di cercare di
muovere tutte le forze possibili”.
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L'articolo Influencer regala viaggio a Dubai a una follower, il giorno dopo
scoppia la guerra: “Vacanza indimenticabile, purtroppo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.