Ennesimo colpo di scena al Monte dei Paschi di Siena. Quando l’ipotesi di un
ritorno sulla scena di Luigi Lovaglio sembrava ormai tramontata,
l’amministratore delegato uscente della banca toscana messo alla porta dopo i
dissidi con il socio Caltagirone, ha fatto capolino in una lista per il rinnovo
del consiglio di amministrazione presentata da Plt Holding. La società della
famiglia Tortora che possente l’1,2% del Monte ha depositato una lista di
maggioranza di 12 nomi che ricandida l’attuale ad e gli affianca, per l’incarico
di presidente, l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni.
“L’obiettivo prefissato è il completamento della realizzazione del piano
industriale già disegnato di Banca Monte dei Paschi di Siena, mettendo a
disposizione competenze variegate che possano risultare utili ad accelerare il
pieno dispiegarsi degli effetti dell’operazione “trasformativi” in corso e, al
tempo stesso, a cogliere le opportunità di crescita esterna che dovessero
presentarsi”, spiega una nota secondo la quale i candidati assicurano “coerenza
tra competenze ed obiettivi tracciati, in grado di garantire il perfezionarsi di
un’operazione complessa ed innovativa che richiede conoscenza approfondita delle
due realtà coinvolte e stabilità nella leadership”.
Plt Holding è uno storico azionista di Mediobanca che ha aderito all’offerta di
Siena su Piazzetta Cuccia. Tra gli altri candidati ci sono figure del calibro di
Flavia Mazzarella, nota alle cronache dei vecchi tempi delle nozze tra Unipol e
Fonsai volute da Mediobanca, quando lei era alla vigilanza delle assicurazioni,
l’Isvap. Oggi invece è nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti e del
costruttore Webuild, dopo essere stata alla presidenza di Bper (gruppo Unipol)
fino al 2023. Poi c’è uno storico dirigente di Mediobanca, l’ex vicedirettore
generale Massimo Di Carlo. E ancora il presidente di Banor Sim ed ex ad di Banca
Imi, Carlo Corradini; la consigliera di Cdp Venture Capital Sgr ed esperta di
governance, Livia Amidani Alberti; l’avvocato d’affari Patrizia Albano e l’ex
vice presidente di Stm Investments, Andrea Cuomo. Infine, la professoressa ed
esperta di cybersecurity, Paola Girdinio, il manager della finanza Paolo Massimo
Martelli, ex senior advisor dell’Ifc alla Banca Mondiale, l’ex ceo di Bank of
Alexandria, Dante Campioni e Paola Leoni Borali.
La lista si confronterà con quella presentata nei giorni scorsi dal consiglio di
amministrazione uscente che vede schierati per il ruolo di amministratore
delegato ben tre candidati concorrenti: Fabrizio Palermo, Corrado Passera e
Carlo Vivaldi, con il primo che è ritenuto il favorito del socio forte
Caltagirone, ma che non rientra a pieno nei requisiti previsti dalla Banca
Centrale Europea per il ruolo indicato. Passera invece ci rientra a pieno
nonostante l’indubbio insuccesso di Illimity, la banca da lui fondata e rilevata
da Ifis lo scorso anno. L’ex ministro inizialmente aveva mandato a dire di aver
accettato ma di essere interessato solo al ruolo di presidente. Venerdì, però,
ha dichiarato al Corriere della Sera di essere disponibile anche per la guida
della banca, ma a “determinate condizioni”.
La palla a questo punto passa ai soci che si riuniranno per votare il 15 aprile,
secondo le regole della Legge Capitali varata dal governo Meloni e caldeggiata
da Francesco Gaetano Caltagirone quando era alle prese con le liste del cda
delle Generali che non riusciva a scalfire nonostante le sue posizioni
azionarie. La lista del cda dovrebbe contare sul voto del gruppo Caltagirone
(11,4%), che vi esprime due suoi manager, tra cui il figlio dell’ingegnere
Alessandro Caltagirone che siede nel comitato nomine. Non è invece chiaro se e
come voteranno gli eredi Del Vecchio con la holding Delfin che ha in mano il
17,5% del Monte. Poi ci sono il filogovernativo Banco Bpm (3,7%) e il ministero
dell’Economia con il 4,9%,. Infine il mercato che ha in mano quasi il 60% di
Mps.
L'articolo Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte
dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di
giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere
nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena.
La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di
amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei
26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio
(informale) di Francoforte.
Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di
giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di
inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un
amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di
una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della
complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a
terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico
conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a
vigilanza rafforzata.
Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato
favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui
curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non
considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal
2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde
per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era
ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il
fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle
Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica
partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la
trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai
guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta
solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben
15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria.
Oltre alla parentesi ministeriale.
Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una
prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale
approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento
all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile
cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno
prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo
di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi
stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del
piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati”
con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di
esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il
processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che
“possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”.
L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A
Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è pace a Siena, dove l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi
Lovaglio, sarà messo alla porta nonostante i suoi ottimi servigi. Il banchiere
che dopo aver risanato il Monte ha portato a termine la conquista di Mediobanca
e, quindi, delle Generali, non è gradito al socio forte Francesco Gaetano
Caltagirone, si sa. Nonostante i toni subordinati delle telefonate con il
costruttore-editore captate dagli inquirenti nel corso delle indagini sulla
scalata di Piazzetta Cuccia, Lovaglio non ha fatto mistero di avere una certa
autonomia di pensiero sulla gestione della banca e della preda appena
conquistata. Ora però non gode più dell’ombrello del ministero dell’Economia,
che pure gli ha rinnovato la sua fiducia e gratitudine per il risanamento di
Siena, ma “il ruolo del governo è terminato”, come ha sintetizzato Giorgia
Meloni nei giorni scorsi, annunciando che l’esecutivo non avrebbe partecipato
alla scelta del nuovo vertice della banca toscana, benché il dicastero di
Giancarlo Giorgetti abbia in mano il 4,9% dell’istituto. Una scelta, quella di
farsi da parte, più che opportuna dopo l’inchiesta giudiziaria sulla scalata a
Mediobanca condita dalle indagini per insider trading a carico dell’ex
rappresentante del Tesoro nel consiglio di Mps.
La defenestrazione è stata agevolata dalla richiesta della Banca Centrale
Europea di inserire dei nomi di “altissimo profilo” nella lista dei candidati al
nuovo consiglio di amministrazione di Mps, che viene promossa dal cda uscente
con le nuove regole varate dal governo Meloni negli anni in cui Caltagirone
usciva perdente dai tentativi di mettere le mani sul board delle Generali che si
auto-rinnovava con il placet di Mediobanca. E così nei giorni scorsi sono
spuntati, tra gli altri, i nomi di Fabrizio Palermo e Corrado Passera.
Inizialmente accanto a Lovaglio e poi da soli, come candidati alternativi per il
ruolo di capo azienda.
Il primo è un uomo che, nonostante il carattere notoriamente spigoloso, gode
della piena fiducia di Caltagirone che l’ha nominato suo rappresentante nel
consiglio delle Generali. Amministratore delegato di Acea, la società romana
dell’acqua e della luce di il costruttore-editore ha in mano il 5% circa,
Palermo è in procinto di concludere un mandato che si era aperto con il clamore
delle accuse di sessismo da parte di alcune addette alla sicurezza che
un’inchiesta svolta dal comitato etico interno aveva però definito infondate,
tanto che il consiglio di amministrazione gli aveva prontamente rinnovato la
fiducia. Ma il titolo per l’alto profilo non gli viene da Acea, bensì dal ruolo
di amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti che era riuscito a
conquistare a sorpresa nel 2018. Ex ministro con Mario Monti e prima ancora ex
amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Passera è senz’altro più noto di
Palermo al grande pubblico. Peccato che sia reduce dal disastro Illimity, la
banca che è appena stata comprata dal cugino di John Elkann per 300 milioni di
euro, un quarto di quanto valeva quattro anni prima, complice un’errata
valutazione dei rischi connessi all’acquisto di pacchetti di crediti relativi a
contenziosi tra imprese costruttrici ed enti pubblici. Accompagna il tandem il
nome dell’ex capo di Lovaglio in Unicredit, Carlo Vivaldi. Ma non sono in pochi
a scommettere su Palermo. Tanto più che Passera avrebbe voluto fare il
presidente, ruolo per il quale è stato ricandidato il presidente uscente Nicola
Maione.
L'articolo Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato
Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il presunto accordo tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio
sulla conquista di Generali e, lungo la strada, di Mediobanca, risalirebbe al
2019, quando il patron di Luxottica era ancora in vita. Lo ha dichiarato il
procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso di un’audizione della
commissione di inchiesta sul sistema bancario. Secondo quel che è stato
ricostruito dalla procura, ha detto il magistrato, l’intesa tra i due miliardari
che viene ipotizzata dalle indagini sul caso “troverebbe origini addirittura dal
2019, allorquando si era registrato un avvicinamento strategico tra i due soci
mediante il parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni azionarie,
pur in assenza di patti formali o di una dichiarazione di un’azione concertata”.
Che per legge andrebbe invece dichiarata. Con tutta una serie di obblighi
conseguenti, come per esempio quello del lancio di una costosa offerta pubblica
di acquisto sulla società target al superamento (congiunto) di determinate
soglie azionarie. Mentre l’azione nell’ombra penalizza gli altri soci, inclusi i
piccoli risparmiatori che nel caso di Generali non sono pochi. Senza contare
tutti i potenziali veti incrociati delle autorità di vigilanza che vengono
aggirati.
Quindi “quantomeno a partire dal 2019 e fino al 2024 si è assistito a un
costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e
del gruppo Caltagirone”, senza conseguire “gli obiettivi di controllo”
prefissati. “L’insuccesso del proposito“, poi, avrebbe portato poi i due gruppi
a cambiare strategia: puntare al controllo di Mediobanca funzionalmente
all’obiettivo su Generali, coinvolgendo Mps. E ad orchestrare l’offerta pubblica
di scambio sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia “omettendo” di
comunicare “al mercato e alle autorità”, “l’esistenza di un accordo” in tal
senso. In altre parole, secondo Viola tra Delfin e Caltagirone c’era una
“volontà comune di ottenere il controllo delle Generali” fin dal 2019 e in
occasione dell’offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c’è
stato un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps
senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi”. Inoltre,
tra gli osservatori finanziari “nessuno è sembrato dubitare che le posizioni”
dei due gruppi “non costituissero dei semplici e occasionali parallelismi frutto
di iniziative indipendenti e solo casualmente omogenee, bensì una strategia
consapevole e coordinata“. Che secondo la procura di Milano era “esistente”.
Secondo quanto precisato dal procuratore aggiunto di Milano, Roberto Pellicano,
l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, poi, ha
dato un “supporto materiale fondamentale al concerto” nell’operazione su
Mediobanca, pur senza essere azionista delle società coinvolte. “Quindi la sua
posizione è quella di concorrente esterno”. Affermazione alla quale ha
prontamente replicato il legale del banchiere, Giuseppe Iannaccone, per
“esprimere con assoluta chiarezza la mia ferma convinzione circa la piena
correttezza del comportamento tenuto dal Dott. Luigi Lovaglio. Gli atti e la
documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile,
che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante
perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale
estraneità del Dott. Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con
assoluta chiarezza, quanto prima”.
Quanto al ministero dell’Economia, “è chiaro che noi nel corso dell’indagine
abbiamo visto e abbiamo anche criticato l’Abb (la vendita del 15% del
Montepaschi che il Tesoro ha fatto a novembre 2024 consegnando il pacchetto a
Caltagirone, eredi Del Vecchio e Banco Bpm, ndr) fatta in maniera tale da
rendere destinatari di quel pacchetto di azioni soggetti determinati“. Tuttavia,
ma “alla domanda se questo tipo di condotta è incriminabile” e cioè se il
ministero di Giancarlo Giorgetti “con questa dismissione” vuole “governare Mps,
Mediobanca e forse un domani Generali”, “la risposta è stata no”, ha detto
Pellicano. “Non c’è niente che faccia pensare che il Mef possa esser oggetto di
indagine in quanto tale“, ha aggiunto. “Non perseguiamo enti, tantomeno enti
pubblici, per il semplice fatto che la fattispecie” di reato che sta muovendo la
procura sul patto occulto “non punisce enti pubblici, non punisce sfere di
influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere un potere politico su
certi istituti bancari, ma punisce eventualmente i soggetti che mirano al
governo concreto della società attraverso acquisti” di partecipazioni rilevanti,
“quando non dichiarino che entrano in società come effettivi protagonisti e come
soggetti che vogliono effettivamente avere un peso nella gestione”.
Normativa che è in divenire, vista la riforma in corso sul Testo unico della
finanza che ha appena visto il varo della riforma del sistema sanzionatorio.
Tuttavia, secondo i magistrati anche le recenti modifiche normative “non
potrebbero cambiare la carte in tavola e incidere sull’esito del processo”, come
ha sintetizzato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle
banche, Pierantonio Zanettin, dopo le audizioni.
L'articolo Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su
Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Altolà della Banca Centrale Europea ai margini di manovra dei grandi soci del
Monte dei Paschi di Siena sul rinnovo del consiglio di amministrazione della
banca partecipata dal ministero dell’Economia, da Francesco Gaetano Caltagirone
e da Delfin. La Bce ha bocciato una delle modifiche dello statuto proposte da
Mps per consentire al cda di presentare una propria lista di candidati al
consiglio da sottoporre all’assemblea, che la prossima primavera sarà chiamata a
rinnovare il board.
A non piacere a Francoforte, come ha anticipato Repubblica in edicola mercoledì
24 dicembre, sarebbe il principio di residualità, previsto anche nel decreto
Capitali varato dal governo Meloni, che fa decadere la lista del cda se un
azionista rilevante – nel caso senese si tratta del gruppo Caltagirone o di
Delfin – presenta una lista di controllo per il nuovo board.
Di conseguenza, da quanto si apprende, tale principio non potrà rientrare fra le
proposte di modifica dello statuto, che devono ovviamente essere approvate alla
Bce per consentire al consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione
di convocare l’assemblea straordinaria in tempo per arrivare poi con le carte in
regola all’appuntamento dei soci di primavera. E non è escluso che, per
stralciare il punto controverso dalla bozza sulla quale è in corso da alcune
settimane il confronto con la Bce, venga convocata una riunione del cda di Mps
prima di gennaio.
Gli altri principali punti oggetto di modifica dello statuto, sui quali
l’autorità di vigilanza non sembra aver sollevato rilievi, sono la possibilità
per il cda di presentare una propria lista, il rinnovo del presidente per un
altro mandato e l’eliminazione del vincolo attuale che impedisce a Mps di
distribuire fino al 100% degli utili in dividendi.
L'articolo La Bce boccia le modifiche statutarie di Mps: niente lista residuale
per Caltagirone e Delfin proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico… Comunque
godiamoci questa cosa, ha ingegnato una cosa perfetta, quindi complimenti a lei
per l’idea“. È il 18 aprile 2025, l’amministratore delegato del Monte dei Paschi
di Siena, Luigi Lovaglio, è al telefono con quello che, dopo il ministero
dell’Economia, è il suo più importante azionista, Francesco Gaetano Caltagirone.
La data è importante, perché siamo all’indomani dell’assemblea del Monte che ha
approvato l’aumento di capitale a favore della scalata di Mediobanca.
“Perfetto, grazie. È andata come doveva”, replica il costruttore editore romano
nella telefonata registrata dagli investigatori del pool milanese contro i reati
di finanziari e riportata in esclusiva dal Corriere della Sera in edicola
venerdì 28 novembre. “Ci sono anche intercettazioni come queste, oltre alla
ricostruzione del ‘costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali
da parte del gruppo Caltagirone e di Delfin’, ad aver spinto la Procura di
Milano a indagare il settimo più ricco italiano costruttore-finanziere-editore
Caltagirone, il presidente di Luxottica e della controllante lussemburghese
Delfin, Francesco Milleri, e il banchiere di Mps Lovaglio per le ipotesi di
reato di ‘aggiotaggio‘ e di ‘ostacolo alle Autorità di vigilanza‘”, spiega il
quotidiano di Urbano Cairo che per primo, giovedì 27 novembre, ha dato notizia
degli avvisi di garanzia e delle perquisizioni a carico degli scalatori
dell’anno.
La questione non è puramente teorica: in caso di accordo tra più azionisti, al
superamento congiunto della soglia del 25% di proprietà di una società quotata,
la legge prevede l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica di acquisto. Che per
definizione è in contanti, mentre quella che è stata lanciata su Mediobanca a
gennaio di quest’anno era un’offerta di scambio in carta, cioè azioni Mps contro
azioni Mediobanca, alle quali si è poi aggiunta una mancia in contanti e che si
è conclusa a settembre con la consegna a Siena (quindi a Caltagirone, Delfin,
ministero dell’Economia e Bpm) di Mediobanca e della sua più importante
partecipazione, il 13% delle Generali, cassaforte d’Italia.
Caltagirone e Delfin a novembre del 2024 insieme avevano già più del 25% di
Mediobanca, ma non avrebbero potuto lanciare un’Opa sul 100% di Piazzetta Cuccia
per questioni regolamentari, essendo soggetti industriali e non finanziari.
Fondamentale quindi il veicolo Mps, una banca che era a portata perché il
governo ne avrebbe dovuto dismettere una quota importante entro la fine
dell’anno, come era noto per via di accordi con l’Europa e come poi accaduto con
la procedura di vendita accelerata (accelerated bookbuilding o abb) del 13
novembre 2024 finita nel mirino della procura. “Non è spiegabile, se non nel
senso di voler pilotare l’attività di dismissione, l’affidamento, di un anno fa,
del ruolo ‘di bookrunner unico a Banca Akros, intermediario con una sola
esperienza di Abb alle spalle, peraltro di entità notevolmente inferiore a
quella in esame, laddove i precedenti Abb del Mef erano stati affidati a un pool
di banche internazionali come Ubs, BofA, Jefferies, oltre che a Mediobanca,
spiega la Procura nell’atto di perquisizione eseguito nell’ambito dell’indagine
e citato dall’Ansa.
Secondo il Corriere, però, “il Mef-Ministero dell’Economia e delle Finanze del
governo Meloni, non indagato solo perché la procedura accelerata, con la quale
il 13 novembre 2024 il Mef incaricò il piccolo intermediario Banca Akros di
vendere il 15% di azioni Mps, non può essere ritenuta ‘gara pubblica‘ sulla
scorta del decreto ministeriale 2020 che regolava le dismissioni: altrimenti,
osservano gli inquirenti elencando una complessa sfilza di ‘opacità e anomalie’,
ci sarebbero stati tutti ‘gli elementi di fraudolenza per integrare il reato di
turbativa d’asta‘. Infatti, benché ‘organizzata in modo da apparire come una
gara competitiva e trasparente‘, la dismissione di queste quote governative di
Mps fu ‘viceversa costruita in modo tale che risultassero acquirenti i soggetti
che avevano condiviso e che avrebbero beneficiato del progetto di controllo di
Mediobanca‘ benedetto proprio da Palazzo Chigi”. Cioè Caltagirone e Delfin, oggi
in testa all’azionariato di Mps e, quindi, di Mediobanca e Generali. Quindi a
parte un tema di conflitto d’interessi dell’arbitro, regolatore e giocatore, con
relativo danno d’immagine, comunque vada a finire l’inchiesta al momento il
Tesoro ne esce senza ripercussioni. A parte il danno collaterale dell’utilizzo
del golden power che ha tenuto Unicredit fuori dalla partita, visto che in caso
di conquista di Bpm la banca di Andrea Orcel si sarebbe trovata tra i soci
rilevanti di Mps. Ora i conti su questo capitolo sono in corso a Bruxelles e al
Consiglio di Stato e bisognerà aspettare a lungo per vedere come andrà a finire.
Sembra poi destinata a uscire senza ripercussioni rilevanti anche l’operazione
Mps-Mediobanca che comunque è già stata conclusa e perfezionata. Ma bisognerà
vedere al termine dell’indagine, quando le carte saranno tutte note. E in ogni,
il danno d’immagine non è secondario. Soprattutto per Lovaglio, che puntava a un
rinnovo del mandato. Ma anche per Milleri che, in quanto numero uno di Essilor –
Luxottica, deve rispondere alle regole francesi e alle lagnanze dei suoi
litigiosi azionisti-eredi di Leonardo Del Vecchio. Poi, se gli illeciti fossero
provati, ci sarebbero delle sanzioni e ci potrebbero essere delle richieste di
risarcimento da parte degli azionisti che hanno ricevuto carta invece di moneta
sonante, ma anche qui, previa dimostrazione dell’effettivo danno. Oltre che,
appunto, dell’abuso che non è nè scontata nè facile da ottenere.
L'articolo L’ad di Mps a Caltagirone su Mediobanca: “Il vero ingegnere è stato
lei, io ho eseguito solo l’incarico” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roberto Napoletano torna a casa. L’editore del Messaggero ha ufficializzato la
nomina del giornalista alla direzione del quotidiano capitolino ammiraglio del
gruppo a partire dal prossimo 2 dicembre. Un ritorno, visto che Napoletano aveva
diretto il Messaggero dal 2006 al 2011 per poi passare alla guida del Sole 24
Ore. Al quotidiano di Confindustria, però, non è andata bene tra la sfiducia
della redazione e, soprattutto, lo scandalo delle copie gonfiate che è finito in
tribunale, dove in ogni caso Napoletano è entrato indagato ed è uscito assolto
con formula piena nel 2024.
Che è poi lo stesso anno del ritorno a casa Caltagirone dopo una parentesi al
Quotidiano del Sud dal 2019 in poi. Il primo approdo nel gruppo editoriale del
costruttore editore di origini siciliane era stato alla direzione del Mattino di
Napoli e poi, con il più classico dei passaggi infragruppo, Napoletano tornerà a
Roma. “L’Editore ringrazia il direttore uscente, Dott. Massimo Martinelli, che
assumerà la direzione del Master in Giornalismo e Media Communication “Paolo
Graldi” e rivolge al Dott. Napoletano i migliori auguri di buon lavoro”, si
legge in una nota della Caltagirone.
L'articolo Roberto Napoletano torna alla guida dell’ammiraglia di Caltagirone:
dal 2 dicembre sarà direttore del Messaggero proviene da Il Fatto Quotidiano.