Ennesimo colpo di scena al Monte dei Paschi di Siena. Quando l’ipotesi di un
ritorno sulla scena di Luigi Lovaglio sembrava ormai tramontata,
l’amministratore delegato uscente della banca toscana messo alla porta dopo i
dissidi con il socio Caltagirone, ha fatto capolino in una lista per il rinnovo
del consiglio di amministrazione presentata da Plt Holding. La società della
famiglia Tortora che possente l’1,2% del Monte ha depositato una lista di
maggioranza di 12 nomi che ricandida l’attuale ad e gli affianca, per l’incarico
di presidente, l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni.
“L’obiettivo prefissato è il completamento della realizzazione del piano
industriale già disegnato di Banca Monte dei Paschi di Siena, mettendo a
disposizione competenze variegate che possano risultare utili ad accelerare il
pieno dispiegarsi degli effetti dell’operazione “trasformativi” in corso e, al
tempo stesso, a cogliere le opportunità di crescita esterna che dovessero
presentarsi”, spiega una nota secondo la quale i candidati assicurano “coerenza
tra competenze ed obiettivi tracciati, in grado di garantire il perfezionarsi di
un’operazione complessa ed innovativa che richiede conoscenza approfondita delle
due realtà coinvolte e stabilità nella leadership”.
Plt Holding è uno storico azionista di Mediobanca che ha aderito all’offerta di
Siena su Piazzetta Cuccia. Tra gli altri candidati ci sono figure del calibro di
Flavia Mazzarella, nota alle cronache dei vecchi tempi delle nozze tra Unipol e
Fonsai volute da Mediobanca, quando lei era alla vigilanza delle assicurazioni,
l’Isvap. Oggi invece è nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti e del
costruttore Webuild, dopo essere stata alla presidenza di Bper (gruppo Unipol)
fino al 2023. Poi c’è uno storico dirigente di Mediobanca, l’ex vicedirettore
generale Massimo Di Carlo. E ancora il presidente di Banor Sim ed ex ad di Banca
Imi, Carlo Corradini; la consigliera di Cdp Venture Capital Sgr ed esperta di
governance, Livia Amidani Alberti; l’avvocato d’affari Patrizia Albano e l’ex
vice presidente di Stm Investments, Andrea Cuomo. Infine, la professoressa ed
esperta di cybersecurity, Paola Girdinio, il manager della finanza Paolo Massimo
Martelli, ex senior advisor dell’Ifc alla Banca Mondiale, l’ex ceo di Bank of
Alexandria, Dante Campioni e Paola Leoni Borali.
La lista si confronterà con quella presentata nei giorni scorsi dal consiglio di
amministrazione uscente che vede schierati per il ruolo di amministratore
delegato ben tre candidati concorrenti: Fabrizio Palermo, Corrado Passera e
Carlo Vivaldi, con il primo che è ritenuto il favorito del socio forte
Caltagirone, ma che non rientra a pieno nei requisiti previsti dalla Banca
Centrale Europea per il ruolo indicato. Passera invece ci rientra a pieno
nonostante l’indubbio insuccesso di Illimity, la banca da lui fondata e rilevata
da Ifis lo scorso anno. L’ex ministro inizialmente aveva mandato a dire di aver
accettato ma di essere interessato solo al ruolo di presidente. Venerdì, però,
ha dichiarato al Corriere della Sera di essere disponibile anche per la guida
della banca, ma a “determinate condizioni”.
La palla a questo punto passa ai soci che si riuniranno per votare il 15 aprile,
secondo le regole della Legge Capitali varata dal governo Meloni e caldeggiata
da Francesco Gaetano Caltagirone quando era alle prese con le liste del cda
delle Generali che non riusciva a scalfire nonostante le sue posizioni
azionarie. La lista del cda dovrebbe contare sul voto del gruppo Caltagirone
(11,4%), che vi esprime due suoi manager, tra cui il figlio dell’ingegnere
Alessandro Caltagirone che siede nel comitato nomine. Non è invece chiaro se e
come voteranno gli eredi Del Vecchio con la holding Delfin che ha in mano il
17,5% del Monte. Poi ci sono il filogovernativo Banco Bpm (3,7%) e il ministero
dell’Economia con il 4,9%,. Infine il mercato che ha in mano quasi il 60% di
Mps.
L'articolo Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte
dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Non c’è pace a Siena, dove l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi
Lovaglio, sarà messo alla porta nonostante i suoi ottimi servigi. Il banchiere
che dopo aver risanato il Monte ha portato a termine la conquista di Mediobanca
e, quindi, delle Generali, non è gradito al socio forte Francesco Gaetano
Caltagirone, si sa. Nonostante i toni subordinati delle telefonate con il
costruttore-editore captate dagli inquirenti nel corso delle indagini sulla
scalata di Piazzetta Cuccia, Lovaglio non ha fatto mistero di avere una certa
autonomia di pensiero sulla gestione della banca e della preda appena
conquistata. Ora però non gode più dell’ombrello del ministero dell’Economia,
che pure gli ha rinnovato la sua fiducia e gratitudine per il risanamento di
Siena, ma “il ruolo del governo è terminato”, come ha sintetizzato Giorgia
Meloni nei giorni scorsi, annunciando che l’esecutivo non avrebbe partecipato
alla scelta del nuovo vertice della banca toscana, benché il dicastero di
Giancarlo Giorgetti abbia in mano il 4,9% dell’istituto. Una scelta, quella di
farsi da parte, più che opportuna dopo l’inchiesta giudiziaria sulla scalata a
Mediobanca condita dalle indagini per insider trading a carico dell’ex
rappresentante del Tesoro nel consiglio di Mps.
La defenestrazione è stata agevolata dalla richiesta della Banca Centrale
Europea di inserire dei nomi di “altissimo profilo” nella lista dei candidati al
nuovo consiglio di amministrazione di Mps, che viene promossa dal cda uscente
con le nuove regole varate dal governo Meloni negli anni in cui Caltagirone
usciva perdente dai tentativi di mettere le mani sul board delle Generali che si
auto-rinnovava con il placet di Mediobanca. E così nei giorni scorsi sono
spuntati, tra gli altri, i nomi di Fabrizio Palermo e Corrado Passera.
Inizialmente accanto a Lovaglio e poi da soli, come candidati alternativi per il
ruolo di capo azienda.
Il primo è un uomo che, nonostante il carattere notoriamente spigoloso, gode
della piena fiducia di Caltagirone che l’ha nominato suo rappresentante nel
consiglio delle Generali. Amministratore delegato di Acea, la società romana
dell’acqua e della luce di il costruttore-editore ha in mano il 5% circa,
Palermo è in procinto di concludere un mandato che si era aperto con il clamore
delle accuse di sessismo da parte di alcune addette alla sicurezza che
un’inchiesta svolta dal comitato etico interno aveva però definito infondate,
tanto che il consiglio di amministrazione gli aveva prontamente rinnovato la
fiducia. Ma il titolo per l’alto profilo non gli viene da Acea, bensì dal ruolo
di amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti che era riuscito a
conquistare a sorpresa nel 2018. Ex ministro con Mario Monti e prima ancora ex
amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Passera è senz’altro più noto di
Palermo al grande pubblico. Peccato che sia reduce dal disastro Illimity, la
banca che è appena stata comprata dal cugino di John Elkann per 300 milioni di
euro, un quarto di quanto valeva quattro anni prima, complice un’errata
valutazione dei rischi connessi all’acquisto di pacchetti di crediti relativi a
contenziosi tra imprese costruttrici ed enti pubblici. Accompagna il tandem il
nome dell’ex capo di Lovaglio in Unicredit, Carlo Vivaldi. Ma non sono in pochi
a scommettere su Palermo. Tanto più che Passera avrebbe voluto fare il
presidente, ruolo per il quale è stato ricandidato il presidente uscente Nicola
Maione.
L'articolo Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato
Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le dimissioni erano attese e sono arrivate. Stefano Di Stefano, amministratore
non indipendente di Monte dei Paschi di Siena e componente del comitato rischi e
sostenibilità, ha lasciato il consiglio di amministrazione della banca senese
“per ragioni personali e in relazione all’avvio di indagini a suo carico”, come
comunica Mps in una nota. L’istituto, preso atto della decisione, ha ringraziato
il consigliere per l’attività svolta in questi anni. Di Stefano, alto dirigente
del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è indagato dalla Procura di Milano
per insider trading su titoli Mps e Mediobanca. Un passo indietro che negli
ambienti finanziari veniva dato per scontato già nelle scorse ore, dopo le
indiscrezioni rilanciate dalla stampa su una possibile uscita imminente dal
board.
L’indagine sul presunto abuso di informazioni privilegiate procede in un filone
autonomo e parallelo rispetto all’inchiesta principale sulla scalata di Mps a
Mediobanca, nella quale Di Stefano non risulta indagato. Quest’ultima vede al
centro le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle
autorità di vigilanza in relazione al risiko bancario.
Secondo l’accusa, il dirigente del Tesoro avrebbe sfruttato informazioni
riservate apprese per via del suo ruolo per acquistare azioni Mps e Mediobanca
prima del lancio dell’offerta pubblica di scambio annunciata il 24 gennaio 2025
dalla banca senese sull’istituto milanese. L’inchiesta sarebbe scattata a
seguito di una Sos (segnalazione di operazioni sospette) dell’Unità di
informazione finanziaria di Bankitalia, trasmessa al Nucleo speciale di polizia
valutaria della Guardia di finanza e poi ai pm milanesi. Una segnalazione
sarebbe arrivata anche dalla Consob.
In concreto, tra il 2 e il 21 gennaio dello scorso anno, Di Stefano avrebbe
acquistato circa 33 mila euro di azioni Mps e 120 mila euro di titoli
Mediobanca. La successiva rivendita, avvenuta il 28 gennaio, gli avrebbe
consentito di realizzare un profitto di poco inferiore ai 9 mila euro, oltre a
poco più di mille euro per il figlio. Già a novembre, nell’ambito delle
perquisizioni e dei sequestri disposti dai pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi,
con l’aggiunto Roberto Pellicano, nell’inchiesta sul risiko bancario, i militari
della Guardia di finanza avevano effettuato accessi anche presso due dirigenti
del Mef, tra cui Di Stefano. In quel capitolo non risultavano indagati, ma al
consigliere-dirigente venne notificata un’informazione di garanzia per l’ipotesi
di abuso di informazioni privilegiate nel filone autonomo. Sul fronte della
scalata a Mediobanca, intanto, gli inquirenti devono ancora avviare l’analisi
del materiale sequestrato – dispositivi informatici e telefoni – a causa di
questioni tecniche che ne hanno rallentato l’esame.
L'articolo Il consigliere Mps Stefano Di Stefano si dimette dopo l’inchiesta per
insider trading proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avrebbe acquistato azioni di Mediobanca e Mps per un totale di circa 100mila
euro a cavallo dell’operazione pubblica di scambio su piazzetta Cuccia. È questa
l’accusa che la procura di Milano contesta a Stefano Di Stefano, alto dirigente
del ministero dell’Economia e consigliere di amministrazione di Mps dal 2022.
Tradotto: l’ipotesi di reato nei suoi confronti è di insider trading.
L’attuale responsabile della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli
attivi strategici – ruolo per il quale era stato nominato nel Cda dell’istituto
senese – è finito sotto inchiesta dopo l’analisi del suo cellulare, sequestrato
lo scorso novembre dalla Guardia di Finanza – allora non era indagato –
nell’ambito del caso sul risiko bancario. Di Stefano era stato anche
intercettato dalla procura di Milano nell’ambito degli accertamenti sulla
scalata di Mps a Mediobanca, inchiesta nella quale sono indagati il
costruttore-editore romano Francesco Gaetano Caltagirone insieme al numero uno
di Luxottica, Francesco Milleri, e all’amministratore delegato di Mps, Luigi
Lovaglio.
Tra le telefonate finite all’attenzione degli inquirenti ce n’era una con
Alessandro Tonetti, vicedirettore della Cassa Depositi e Prestiti e non
indagato. Di Stefano voleva sapere se Mediobanca è ancora tra i consulenti della
società controllata dal ministero dell’Economia che gestisce il risparmio
postale degli italiani: “Senti, ne approfitto Alessà per chiederti una cosa … ma
che tu sappia, come gruppo CDP voi avete dei contratti in essere con
Mediobanca?”, chiede. L’altro crede di no, ma si offre di verificare che non ci
siano ancora delle posizione aperte.
“Ma, si. Se puoi ti sarei grato, sai che Mediobanca sta facendo di tutto per
contrast… per salvare il posto al suo Amministratore Delegato di fronte
all’operazione con Monte dei Paschi… e anche rispetto al Governo sta facendo
delle cose che sembrano…”. L’altro annuisce, bisogna tenerne conto, dice.
“Dobbiamo tenerne conto perché è un approccio molto antigovernativo”, conferma
Di Stefano.
L'articolo Indagato Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e
consigliere Mps: “Insider trading” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La fuga da Mediobanca dei gestori patrimoniali dei grandi clienti è arrivata
persino alle orecchie dell’ufficio di Francoforte del Financial Times. Dopo il
cambiamento dell’assetto di controllo dell’istituto di Piazzetta Cuccia, con il
successo della scalata della cordata Mps Caltagirone Delfin, i cambi di casacca
nel settore del private banking italiano – un fenomeno normale – sono
accelerati: una dozzina di banchieri senior della banca fondata da Enrico Cuccia
avrebbe lasciato per trasferirsi in Deutsche Bank. Altri ancora però nei mesi
scorsi se ne erano andati verso lidi diversi, ad esempio Banca Sella ed Ersel.
Tutti, o quasi, portandosi dietro la quota più alta possibile dei rispettivi
clienti e ovviamente i loro patrimoni, tra i quali spiccano famiglie
imprenditoriali e clientela con sostanziose ricchezze. A incentivare il fenomeno
sono i timori di fusione tra Mps e Mediobanca e, in subordine, il rischio di
vedere ridotte le proprie commissioni in caso di confluenza della rete di Siena
sotto il cappello di Milano.
A ottobre ha lasciato Piazzetta Cuccia l’amministratore delegato Alberto Nagel
e, nelle settimane successive, una parte significativa del team di private
banking – inclusi quattro managing director – ha scelto di cambiare banca.
Nonostante il fenomeno, Mediobanca (che non commenta) resta uno dei principali
operatori italiani del settore. Nel frattempo il nuovo amministratore delegato
di Mediobanca Alessandro Melzi d’Eril ha avviato la sua riorganizzazione
manageriale dell’area private banking. Francesco Grosoli, amministratore
delegato della controllata Cmb Monaco, prenderà anche il ruolo di responsabile
dell’area di Mediobanca Private Banking, mentre Angelo Viganó, visto il suo
passato di senior banker, si concentrerà sui clienti strategici della banca.
Gian Luca Sichel, amministratore delegato delle due controllate Mediobanca
Premier e Compass, assorbirà il ruolo di direttore generale di Mediobanca
Premier. Marco Carreri, presidente di Mediobanca Premier, sarà senior advisor
per la divisione Wealth Management, in cui si è concentrata la crescita
dell’istituto negli ultimi 10 anni e che vale adesso il 26% dei ricavi.
Ma tra Mediobanca e Mps resta da sciogliere il nodo strategico: arrivare
all’integrazione completa, con possibile delisting di Mediobanca, o mantenere le
due realtà come entità separate. Una scelta che ha fatto scontrare le posizioni
di chi tra i soci vorrebbe mantenere le situazioni separate, per poter incassare
come dividendi i due miliardi che costerebbe a Mps un’Opa per la fusione, e
dell’ad di Siena Luigi Lovaglio che vorrebbe invece la fusione per portare al
massimo i benefici industriali dell’integrazione, promessi dal piano presentato
ai mercati in occasione dell’Opa su Mediobanca. Intanto lunedì prossimo, 9
febbraio, il cda di Piazzetta Cuccia esaminerà i risultati della semestrale al
31 dicembre 2025, di raccordo tra l’esercizio annuale 1 luglio 2024 – 30 giugno
2025 e il prossimo esercizio annuale 2026, e delibererà sulla destinazione
dell’utile di esercizio. Utile sul quale invece da Siena Lovaglio fa sapere che
intende destinarlo tutto agli azionisti. Con scorno dei sindacati dei dipendenti
di Mps, compresi i private banker, che rischiano di restare probabilmente senza
bonus e premi di produzione.
Proprio in questo piano si inserisce in un quadro complesso. Già il 6 dicembre
il Fatto aveva raccontato che dalle reti di Mediobanca se ne stavano andando
numerosi professionisti attivi nelle Regioni più ricche del Nord, Lombardia
Veneto e Piemonte, ma anche nell’area di Napoli, traslocati in aziende
concorrenti come Sella ed Ersel. All’epoca fonti vicine alla banca sostenevano
che in realtà il saldo dei professionisti della raccolta del risparmio, tra
nuovi ingressi e uscite, nei 12 mesi da ottobre 2024 era ancora positivo e che
si trattava di normali dinamiche di tutte le realtà nel settore del risparmio
gestito. Ma a fine novembre, una volta incassati consistenti premi di produzione
annuali (i bonus di fine anno possono arrivare anche a somme importanti, in
funzione delle masse raccolte e degli obiettivi di budget), era scattata la
grande fuga da Piazzetta Cuccia.
A ingenerare ulteriore confusione erano stati due incontri tenuti a fine anno
dai manager di Mediobanca Premier, prima con i vertici delle reti e poi in una
call online con tutti i 1.500 dipendenti, nei quali era stato annunciato
l’arrivo da Siena di nuovi portafogli clienti, con il trasferimento al gruppo di
Milano di tutte le gestioni patrimoniali di Siena sopra i 250 mila euro. La
notizia aveva lasciato sconcertati i sindacati, usciti con una nota congiunta
nella quale chiedevano come mai di questo piano non si fosse parlato nelle sedi
deputate. Poi la banca con i sindacati aveva smentito l’operazione. Tra le reti
di Rocca Salimbeni la notizia aveva sollevato molta preoccupazione e altrettanta
aveva creato in Mediobanca Premier: l’ingresso di nuovi colleghi meno pagati
potrebbe aver contribuito alle fughe, nel timore di rischi di un futuro
allineamento verso il basso di compensi bonus e commissioni per i più remunerati
professionisti milanesi.
A tenere banco c’era poi un’altra vicenda di carattere giudiziario. Secondo
alcune fonti Alessandro Vagnucci, ex vicecapo del private banking di Mediobanca
passato da pochi mesi a Intesa Sanpaolo come nuovo responsabile dei clienti
chiave del private banking, è stato denunciato da Piazzetta Cuccia per i reati
di rivelazione di segreti commerciali e accesso abusivo a sistema informatico.
Secondo le stesse fonti Mediobanca ritiene che il suo ex dirigente sarebbe stato
in sede di notte in modo anomalo nei due mesi prima delle dimissioni, mentre
sarebbero avvenuti accessi al sistema informatico per stampare report relativi
alla posizione di alcuni clienti con il trafugamento di documenti riservati. Né
Intesa né Mediobanca avevano commentato, ma alcune fonti riferivano che sulla
vicenda risultavano in corso indagini dalla Procura di Milano. Vagnucci aveva
dichiarato: “Sono venuto a conoscenza di una presunta denuncia a mio carico solo
attraverso gli articoli pubblicati nella giornata odierna (ieri, ndr) e non ho
avuto alcuna comunicazione al riguardo. Ho sempre operato con la massima
correttezza nello svolgimento della mia attività e, nel caso, sono certo di
poterlo dimostrare”.
L'articolo Mediobanca, accelera la fuga dei gestori dei grandi patrimoni: pesano
i dubbi sulla fusione con Mps proviene da Il Fatto Quotidiano.
Come previsto, esce dai radar anche il casus belli che ha portato alla conquista
di Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena. L’alleanza da 1.900
miliardi di euro fra Generali e Natixis nel risparmio gestito è stata
definitivamente archiviata. Il gruppo di Trieste e i francesi di Bpce cui fa
capo Natixis, hanno deciso di interrompere le trattative iniziate poco meno di
un anno fa che avevano messo in allarme il governo. Dandogli argomenti per
spalleggiare la scalata al primo socio del Leone, Mediobanca appunto.
Tutto era rimasto bloccato in attesa di capire l’esito dell’offerta che ha poi
fatto finire piazzetta Cuccia sotto il controllo di Mps in un’operazione che è
tutt’ora al vaglio della Procura di Milano. L’obiettivo nel prendere più tempo,
dopo aver eliminato le penali da 50 milioni che pendevano su chi avesse fatto un
passo indietro, era di trovare condizioni più digeribili ai soci di riferimento
del Leone, Caltagirone e Delfin. Entrambi fin dall’inizio hanno infatti
osteggiato l’alleanza, così come hanno fatto diversi esponenti del governo.
Evidentemente alla fine non si è trovata la quadra sul progetto che, nelle
intenzioni iniziali, avrebbe dovuto far nascere un campione europeo mettendo
assieme le rispettive attività nell’asset management. A comunicarlo sono stati i
diretti interessati, Generali e Bpce, che in una nota hanno spiegato di aver
“condotto approfondite interlocuzioni e le consultazioni previste con gli
stakeholder interessati” in linea con quanto prevedono i rispettivi processi e
modelli di governance. “Sebbene negli ultimi mesi il lavoro svolto insieme abbia
confermato il merito e il valore industriale di una partnership” entrambi “hanno
stabilito congiuntamente di interrompere le consultazioni, in linea con i
termini comunicati il 15 settembre scorso, concludendo che non sussistono le
condizioni per raggiungere un accordo definitivo”.
Che il matrimonio nella gestione del risparmio non fosse da fare si era capito
da tempo, con la fine del supporto all’alleanza coi francesi da parte Mediobanca
non più guidata da Alberto Nagel. Nel comunicato congiunto con il quale hanno
ufficializzato il fallimento, Bpce e Generali hanno comunque assicurato di voler
mantenere il loro “impegno per lo sviluppo di un’industria finanziaria dinamica,
guidata da campioni europei competitivi a livello globale che contribuiscano al
successo economico della regione”. Ma la partita più importante per il Leone di
Trieste ora è un’altra.
L'articolo Generali abbandona il progetto di gestione del risparmio insieme ai
francesi di Natixis proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel pieno della tempesta dell’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata
della banca del Mef, Mps, a Mediobanca, la maggioranza blinda il ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Ma Palazzo Chigi tace. Dopo Matteo Salvini,
domenica è toccato a Forza Italia e Noi moderati difendere il titolare di via XX
Settembre, garantendo sulla sua correttezza.
“Io ho la massima fiducia nel ministro Giorgetti che si è sempre comportato
correttamente, quindi attaccarlo è fuori luogo. Noi lo difendiamo perché
ribadiamo che si è sempre comportato correttamente”, ha detto il vicepremier e
leader di Forza Italia, Antonio Tajani. Stessa linea dal leader di Noi moderati,
Maurizio Lupi, che ha definito “vergognose strumentalizzazioni” quelle delle
opposizioni. “La magistratura faccia quello che deve fare, ma pensare come
sempre – ha spiegato Lupi – di utilizzare i giudici per far venire meno oggi uno
dei ministri, che più ci sta rappresentando e che più sta facendo esattamente
quello che noi moderati vogliamo fare (responsabilità, concretezza, attenzione
ai fondi pubblici e al debito pubblico) mi sembra una cosa vergognosa”.
L’opposizione di contro attacca e sottolinea l’impatto politico più che
giudiziario di un’inchiesta che molti ritengono sia solo all’inizio. I Cinque
stelle colpiscono duro spiegando, attraverso il vicepresidente Mario Turco, che
quanto sta emergendo “mostra con chiarezza come il governo Meloni-Giorgetti,
dopo aver portato il Paese alla crescita zero e a tre anni consecutivi di crollo
della produzione industriale, stia facendo precipitare l’Italia in una nuova
Bancopoli”. Mentre il Pd chiede al governo di ritirare “immediatamente la norma
della riforma del Testo Unico della Finanza che allenta le regole per accertare
il concerto tra soci nelle operazioni di mercato”. E tutti in coro tornano a
chiedere che Giorgetti riferisca alle Camere.
L'articolo Sull’inchiesta Mps-Mediobanca la maggioranza fa quadrato intorno a
Giorgetti. Meloni tace proviene da Il Fatto Quotidiano.
Benché non ci sia niente di penalmente rilevante, la scalata di Mps a Mediobanca
è costellata di passi falsi del ministero dell’Economia. È quanto emerge
dall’atto di perquisizione eseguito nei giorni scorsi nell’ambito dell’indagine
della procura milanese sulle operazioni che hanno ridisegnato la mappa della
finanza italiana e citato dal Corriere della Sera e dalle agenzie di stampa.
A partire dalla procedura con la quale il ministero dell’Economia, a novembre
del 2024, ha venduto il 15% del Montepaschi a Caltagirone, Delfin, Bpm e Anima
con l’intermediazione di Banca Akros (gruppo Bpm). Lo svolgimento del
collocamento tramite quello che in gergo viene chiamato Accelerated bookbuilding
(Abb) “è stato caratterizzato da diverse e vistose anomalie: il senso
complessivo dell’operazione è stato palesemente quello di destinare una parte
cospicua di azioni Mps di proprietà del Mef a soggetti predeterminati“, cioè
Caltagirone e Delfin, “volendo tuttavia generare all’esterno l’apparenza di una
procedura “aperta”, ossia trasparente, competitiva e non discriminatoria”, si
legge nel decreto a carico di Francesco Gaetano Caltagirone, del presidente di
Luxottica e della controllante lussemburghese Delfin sarl Francesco Milleri e
dell’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, per le ipotesi di reato di
aggiotaggio e di ostacolo alle autorità di vigilanza per aver, stando agli
inquirenti, tenuto nascosto al mercato un accordo sulle operazioni che hanno
portato la banca toscana a ottenere il controllo di Mediobanca, a sua volta
primo azionista delle Generali.
“Non è spiegabile se non nel senso di voler pilotare l’attività di dismissione,
l’affidamento della funzione di bookrunner unico a Banca Akros, intermediario
con un’unica esperienza di Abb alle spalle, peraltro di entità notevolmente
inferiore a quella in esame”, laddove i precedenti collocamenti di quote di Mps
in mano al Tesoro erano stati affidati “a un pool di banche internazionali”, si
legge nelle carte citate dall’Adnkronos. Il ministero dell’Economia giustifica
la scelta con il fatto che Akros aveva offerto uno sconto più interessante degli
altri, ma in Procura rilevano come la banca d’affari della Bpm sia semplicemente
stata “l’unica a ricevere dal Ministero la richiesta di un rilancio: nella nota
del 29 luglio 2025 alla Consob, il Ministero afferma che scelse Akros in virtù
dell’offerta migliore, senza però specificare che solo a questa banca venne
richiesto il cosiddetto second round, ossia un invito a migliorare l’offerta”.
Quella dell’asta per la vendita del 15% di Mps è una fase, “sulla quale
l’attenzione si è particolarmente soffermata, in quanto la stessa si sarebbe
rivelata con forte evidenza quale operazione preparatoria e cruciale rispetto
alla realizzazione del progetto di conquista di Mediobanca”, spiegano ancora gli
investigatori. Per i quali, va ricordato, nonostante le molteplici “opacità e
anomalie“, nella vendita di Mps non è configurabile il reato di turbativa
d’asta, perché la normativa del 2020 su queste operazioni non le qualifica come
gare pubbliche. Anche se resta da capire come questo sia compatibile con le
prescrizioi comunitarie sulla privatizzazione di Mps.
Notevoli, poi, le incongruenze nelle dichiarazioni ufficiali del ministero
dell’Economia sull’asta. Il 29 luglio 2025, riferisce il Corriere, il direttore
generale del Tesoro, Francesco Soro, ha dichiarato alla Consob che non c’erano
stati contatti con i futuri acquirenti della quota di Mps. “Con riferimento alla
richiesta di chiarire se codesto Ministero abbia avuto, prima dell’avvio e del
perfezionamento della predetta operazione, interlocuzioni in relazione alla
vendita delle azioni Mps con gli azionisti che hanno poi acquisito una
partecipazione rilevante in Mps (Delfin, Caltagirone, Anima, Bpm) e/o con altri
potenziali investitori e/o con la medesima banca, si precisa che non vi è stata
alcuna interlocuzione, contatto o scambio tra i competenti uffici del Mef e gli
azionisti che hanno poi acquisito una partecipazione rilevante e/o con altri
possibili investitori”, ha scritto Soro alla Commissione.
Una dichiarazione contraddetta dallo stesso Caltagirone e da Delfin che alla
vigilanza dei mercati finanziari hanno detto il contrario. “Caltagirone ha
dichiarato di essere stato interpellato nel mese di ottobre 2024 dal Ministero”,
che era “interessato a creare un nucleo di investitori italiani per Mps”, e “di
aver rappresentato la propria disponibilità ad investire anche a ragione della
buona conoscenza della banca di cui in precedenza era stato azionista rilevante
e vicepresidente”, è la sintesi della Procura degli atti acquisiti in Consob
citata dal Corsera. Secondo la quale il costruttore-editore romano avrebbe detto
anche che “successivamente, dal Ministero gli era stata data sommaria
indicazione degli altri soggetti che sarebbero stati invitati alla procedura”.
Che erano poi quelli che hanno effettivamente rilevato la quota. Analogamente
Romolo Bardin di Delfin ha “confermato i contatti di Milleri con Caltagirone ed
altri esponenti istituzionali relativamente alle azioni Mps detenute dal
governo”, precisando che “in tali circostanze Milleri aveva raccolto l’interesse
del Ministero per la creazione di un nucleo di investitori italiani in Mps”.
Una volta entrati in Mps, poi, a fine 2024 gli investitori mettono mano al cda
della banca. Questo grazie alle dimissioni di 5 consiglieri indipendenti che
erano stati eletti in quota ministero dell’Economia. Soro nella sua relazione a
Consob di luglio 2025 si sofferma anche su questo passaggio “attestando di non
aver contattato i consiglieri uscenti, e tantomeno di averne sollecitato le
dimissioni“. Gli inetressati, però, raccontano un’altra storia. E cioè che “le
dimissioni furono richieste o imposte dal Ministero, o in un caso dal deputato
della Lega Alberto Bagnai, che aveva detto di esprimersi per conto del
Ministero.
Poi c’è una nota di aprile 2025 del capo segreteria della vigilanza delle
assicurazioni, l’Ivass, che riferisce a Bankitalia in merito a un incontro tra
il presidente dell’authority e l’amministratore delegato di Mps. Nella nota,
sintetizzano gli investigatori, si riferisce “come l’amministratore delegato di
Mps Lovaglio abbia fatto notare che ‘l’intenzione di dare corso all’Offerta su
Mediobanca è risalente, e che la presenza di ‘alcuni soci e il supporto
governativo‘ hanno avuto in questo momento un ‘ruolo facilitatorio‘”.
Del resto sono stati gli stessi Lovaglio e Caltagirone a contare sul supporto
del ministro leghista Giancarlo Giorgetti. Se ne parla in una conversazione
intercettata dalla Guardia di Finanza all’indomani dell’assemblea di Mps che il
17 aprile ha approvato la ricapitalizzazione della banca funzionale all’offerta
su Mediobanca. “Qualcuno ci ha fatto il bidone”, dice il banchiere al suo
azionista. E racconta: “Io avrei giurato (di arrivare, ndr) all’83%, poi le
spiego perché qualcuno ci ha fatto il bidone, perché Blackrock è un 2% (…) Io ho
scritto al Ceo, e so che il ministro ha scritto un sms perché io gli ho detto
“Oh, guarda che non ha votato!”, quindi gli ho detto a Sala hanno scritto un
sms, nonostante questo…non è andata bene”.
Via XX Settembre però non ci sta: “Il Mef ha agito sempre nel rispetto delle
regole e della prassi”. Fanno informalmente sapere del dicastero di Giorgetti
tramite l’Ansa precisando che dal ministro leghista non c’è stata “nessuna
ingerenza né interferenza“.
L'articolo Tra sms e chiamata alle armi, le dichiarazioni del Mef sulla scalata
a Mediobanca smentite dagli stessi scalatori proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Pd batte un colpo sulle opacità del risiko bancario a trazione governativa.
“Il quadro che emerge dall’inchiesta in corso sulla operazione di Mps su
Mediobanca conferma le gravi preoccupazioni che abbiamo espresso nei mesi
scorsi, in particolare per il ruolo opaco del governo e del Mef – ha scritto in
una nota la segretaria del Pd Elly Schlein – . L’unico interventismo in economia
lo ha dimostrato favorendo scalate di cordate considerate amiche, anziché far
rispettare il corretto funzionamento delle regole di mercato. La magistratura
farà il suo lavoro, ma Giorgetti venga subito a riferire in Aula per chiarire al
Paese tutti gli aspetti di questa vicenda”.
L'articolo Schlein: “Inchiesta su Mps-Mediobanca conferma ruolo opaco di governo
e Mef, Giorgetti in aula” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Il vero ingegnere è stato lei, io ho eseguito solo l’incarico… Comunque
godiamoci questa cosa, ha ingegnato una cosa perfetta, quindi complimenti a lei
per l’idea“. È il 18 aprile 2025, l’amministratore delegato del Monte dei Paschi
di Siena, Luigi Lovaglio, è al telefono con quello che, dopo il ministero
dell’Economia, è il suo più importante azionista, Francesco Gaetano Caltagirone.
La data è importante, perché siamo all’indomani dell’assemblea del Monte che ha
approvato l’aumento di capitale a favore della scalata di Mediobanca.
“Perfetto, grazie. È andata come doveva”, replica il costruttore editore romano
nella telefonata registrata dagli investigatori del pool milanese contro i reati
di finanziari e riportata in esclusiva dal Corriere della Sera in edicola
venerdì 28 novembre. “Ci sono anche intercettazioni come queste, oltre alla
ricostruzione del ‘costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali
da parte del gruppo Caltagirone e di Delfin’, ad aver spinto la Procura di
Milano a indagare il settimo più ricco italiano costruttore-finanziere-editore
Caltagirone, il presidente di Luxottica e della controllante lussemburghese
Delfin, Francesco Milleri, e il banchiere di Mps Lovaglio per le ipotesi di
reato di ‘aggiotaggio‘ e di ‘ostacolo alle Autorità di vigilanza‘”, spiega il
quotidiano di Urbano Cairo che per primo, giovedì 27 novembre, ha dato notizia
degli avvisi di garanzia e delle perquisizioni a carico degli scalatori
dell’anno.
La questione non è puramente teorica: in caso di accordo tra più azionisti, al
superamento congiunto della soglia del 25% di proprietà di una società quotata,
la legge prevede l’obbligo di lanciare un’offerta pubblica di acquisto. Che per
definizione è in contanti, mentre quella che è stata lanciata su Mediobanca a
gennaio di quest’anno era un’offerta di scambio in carta, cioè azioni Mps contro
azioni Mediobanca, alle quali si è poi aggiunta una mancia in contanti e che si
è conclusa a settembre con la consegna a Siena (quindi a Caltagirone, Delfin,
ministero dell’Economia e Bpm) di Mediobanca e della sua più importante
partecipazione, il 13% delle Generali, cassaforte d’Italia.
Caltagirone e Delfin a novembre del 2024 insieme avevano già più del 25% di
Mediobanca, ma non avrebbero potuto lanciare un’Opa sul 100% di Piazzetta Cuccia
per questioni regolamentari, essendo soggetti industriali e non finanziari.
Fondamentale quindi il veicolo Mps, una banca che era a portata perché il
governo ne avrebbe dovuto dismettere una quota importante entro la fine
dell’anno, come era noto per via di accordi con l’Europa e come poi accaduto con
la procedura di vendita accelerata (accelerated bookbuilding o abb) del 13
novembre 2024 finita nel mirino della procura. “Non è spiegabile, se non nel
senso di voler pilotare l’attività di dismissione, l’affidamento, di un anno fa,
del ruolo ‘di bookrunner unico a Banca Akros, intermediario con una sola
esperienza di Abb alle spalle, peraltro di entità notevolmente inferiore a
quella in esame, laddove i precedenti Abb del Mef erano stati affidati a un pool
di banche internazionali come Ubs, BofA, Jefferies, oltre che a Mediobanca,
spiega la Procura nell’atto di perquisizione eseguito nell’ambito dell’indagine
e citato dall’Ansa.
Secondo il Corriere, però, “il Mef-Ministero dell’Economia e delle Finanze del
governo Meloni, non indagato solo perché la procedura accelerata, con la quale
il 13 novembre 2024 il Mef incaricò il piccolo intermediario Banca Akros di
vendere il 15% di azioni Mps, non può essere ritenuta ‘gara pubblica‘ sulla
scorta del decreto ministeriale 2020 che regolava le dismissioni: altrimenti,
osservano gli inquirenti elencando una complessa sfilza di ‘opacità e anomalie’,
ci sarebbero stati tutti ‘gli elementi di fraudolenza per integrare il reato di
turbativa d’asta‘. Infatti, benché ‘organizzata in modo da apparire come una
gara competitiva e trasparente‘, la dismissione di queste quote governative di
Mps fu ‘viceversa costruita in modo tale che risultassero acquirenti i soggetti
che avevano condiviso e che avrebbero beneficiato del progetto di controllo di
Mediobanca‘ benedetto proprio da Palazzo Chigi”. Cioè Caltagirone e Delfin, oggi
in testa all’azionariato di Mps e, quindi, di Mediobanca e Generali. Quindi a
parte un tema di conflitto d’interessi dell’arbitro, regolatore e giocatore, con
relativo danno d’immagine, comunque vada a finire l’inchiesta al momento il
Tesoro ne esce senza ripercussioni. A parte il danno collaterale dell’utilizzo
del golden power che ha tenuto Unicredit fuori dalla partita, visto che in caso
di conquista di Bpm la banca di Andrea Orcel si sarebbe trovata tra i soci
rilevanti di Mps. Ora i conti su questo capitolo sono in corso a Bruxelles e al
Consiglio di Stato e bisognerà aspettare a lungo per vedere come andrà a finire.
Sembra poi destinata a uscire senza ripercussioni rilevanti anche l’operazione
Mps-Mediobanca che comunque è già stata conclusa e perfezionata. Ma bisognerà
vedere al termine dell’indagine, quando le carte saranno tutte note. E in ogni,
il danno d’immagine non è secondario. Soprattutto per Lovaglio, che puntava a un
rinnovo del mandato. Ma anche per Milleri che, in quanto numero uno di Essilor –
Luxottica, deve rispondere alle regole francesi e alle lagnanze dei suoi
litigiosi azionisti-eredi di Leonardo Del Vecchio. Poi, se gli illeciti fossero
provati, ci sarebbero delle sanzioni e ci potrebbero essere delle richieste di
risarcimento da parte degli azionisti che hanno ricevuto carta invece di moneta
sonante, ma anche qui, previa dimostrazione dell’effettivo danno. Oltre che,
appunto, dell’abuso che non è nè scontata nè facile da ottenere.
L'articolo L’ad di Mps a Caltagirone su Mediobanca: “Il vero ingegnere è stato
lei, io ho eseguito solo l’incarico” proviene da Il Fatto Quotidiano.