Ennesimo colpo di scena al Monte dei Paschi di Siena. Quando l’ipotesi di un
ritorno sulla scena di Luigi Lovaglio sembrava ormai tramontata,
l’amministratore delegato uscente della banca toscana messo alla porta dopo i
dissidi con il socio Caltagirone, ha fatto capolino in una lista per il rinnovo
del consiglio di amministrazione presentata da Plt Holding. La società della
famiglia Tortora che possente l’1,2% del Monte ha depositato una lista di
maggioranza di 12 nomi che ricandida l’attuale ad e gli affianca, per l’incarico
di presidente, l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni.
“L’obiettivo prefissato è il completamento della realizzazione del piano
industriale già disegnato di Banca Monte dei Paschi di Siena, mettendo a
disposizione competenze variegate che possano risultare utili ad accelerare il
pieno dispiegarsi degli effetti dell’operazione “trasformativi” in corso e, al
tempo stesso, a cogliere le opportunità di crescita esterna che dovessero
presentarsi”, spiega una nota secondo la quale i candidati assicurano “coerenza
tra competenze ed obiettivi tracciati, in grado di garantire il perfezionarsi di
un’operazione complessa ed innovativa che richiede conoscenza approfondita delle
due realtà coinvolte e stabilità nella leadership”.
Plt Holding è uno storico azionista di Mediobanca che ha aderito all’offerta di
Siena su Piazzetta Cuccia. Tra gli altri candidati ci sono figure del calibro di
Flavia Mazzarella, nota alle cronache dei vecchi tempi delle nozze tra Unipol e
Fonsai volute da Mediobanca, quando lei era alla vigilanza delle assicurazioni,
l’Isvap. Oggi invece è nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti e del
costruttore Webuild, dopo essere stata alla presidenza di Bper (gruppo Unipol)
fino al 2023. Poi c’è uno storico dirigente di Mediobanca, l’ex vicedirettore
generale Massimo Di Carlo. E ancora il presidente di Banor Sim ed ex ad di Banca
Imi, Carlo Corradini; la consigliera di Cdp Venture Capital Sgr ed esperta di
governance, Livia Amidani Alberti; l’avvocato d’affari Patrizia Albano e l’ex
vice presidente di Stm Investments, Andrea Cuomo. Infine, la professoressa ed
esperta di cybersecurity, Paola Girdinio, il manager della finanza Paolo Massimo
Martelli, ex senior advisor dell’Ifc alla Banca Mondiale, l’ex ceo di Bank of
Alexandria, Dante Campioni e Paola Leoni Borali.
La lista si confronterà con quella presentata nei giorni scorsi dal consiglio di
amministrazione uscente che vede schierati per il ruolo di amministratore
delegato ben tre candidati concorrenti: Fabrizio Palermo, Corrado Passera e
Carlo Vivaldi, con il primo che è ritenuto il favorito del socio forte
Caltagirone, ma che non rientra a pieno nei requisiti previsti dalla Banca
Centrale Europea per il ruolo indicato. Passera invece ci rientra a pieno
nonostante l’indubbio insuccesso di Illimity, la banca da lui fondata e rilevata
da Ifis lo scorso anno. L’ex ministro inizialmente aveva mandato a dire di aver
accettato ma di essere interessato solo al ruolo di presidente. Venerdì, però,
ha dichiarato al Corriere della Sera di essere disponibile anche per la guida
della banca, ma a “determinate condizioni”.
La palla a questo punto passa ai soci che si riuniranno per votare il 15 aprile,
secondo le regole della Legge Capitali varata dal governo Meloni e caldeggiata
da Francesco Gaetano Caltagirone quando era alle prese con le liste del cda
delle Generali che non riusciva a scalfire nonostante le sue posizioni
azionarie. La lista del cda dovrebbe contare sul voto del gruppo Caltagirone
(11,4%), che vi esprime due suoi manager, tra cui il figlio dell’ingegnere
Alessandro Caltagirone che siede nel comitato nomine. Non è invece chiaro se e
come voteranno gli eredi Del Vecchio con la holding Delfin che ha in mano il
17,5% del Monte. Poi ci sono il filogovernativo Banco Bpm (3,7%) e il ministero
dell’Economia con il 4,9%,. Infine il mercato che ha in mano quasi il 60% di
Mps.
L'articolo Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte
dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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“Se potremo rimpatriare questo risparmio italiano di Mps in Italia saremo felici
di farlo”. La battuta è dell’amministratore delegato delle Generali, Philippe
Donnet che nei mesi scorsi ha accantonato il progetto di un’alleanza con i
francesi di Natixis per la gestione congiunta di 1900 miliardi di euro, che
aveva sollevato un’ondata di polemiche governative sull’italianità del
risparmio.
“Non bisogna mischiare il tema della sovranità nazionale con l’asset management
che è un business globale. Se l’operazione con Natixis fosse stata realizzata
non avrebbe avuto alcun impatto sul risparmio degli italiani”, ha detto giovedì
12 marzo incalzato dai giornalisti in occasione della presentazione dei conti
2025 della compagnia di treiste. E poi ha ricordato che in Italia c’è un caso
“molto interessante”, quello della ex banca di Stato, oggi primo azionista delle
Generali e a sua volta controllata dagli eredi Del Vecchio e da Francesco
Gaetano Caltagirone. “Da molti anni i risparmi dei clienti italiani di Mps è
stato dato alla compagnia di assicurazione francese Axa, che l’ha dato in
gestione a una banca francese, Bnp Paribas, perché Axa ha venduto il suo asset
management a Bnp e così questo risparmio è gestito in Francia dai francesi, ma è
una situazione che non ci riguarda”. L’accordo però scade tra poco, nel 2027,
Generali potrebbe subentrare ai francesi anche alla luce della parentela appena
acquisita con Siena? “Ovviamente la decisione non sta a noi, però noi siamo
disponibili, come ho detto, a parlare con tutti quelli che ci possono aiutare a
fare il nostro mestiere. Quindi noi sappiamo, come tutti, che questo accordo
scade, il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio, forse saremo un
candidato per la sostituzione di Axa”. E, appunto, per il rimpatrio dei risparmi
italiani di Siena. Per dirla in termini sovranisti.
Battute a parte, resta il problema. “Oggi la realtà del business in Europa è che
è molto difficile fare delle operazioni transnazionali, perché siamo colpiti da
reazioni nazionalistiche dei paesi e questo è un vero problema. Politico. I
politici e i membri dell’Unione devono fare una scelta molto chiara: vogliamo o
non vogliamo fare l’Europa? Ora manca un quadro politico più chiaro per
agevolare la creazione di società di asset management e purtroppo con questa
dinamica facciamo gli interessi di gestori che non sono europei”, ha aggiunto
Donnet. Che ha confermato l’apertura a Unicredit: “Abbiamo già l’accordo di
bancassurance in Europa dell’est che funziona bene e se ci fosse la possibilità
di ampliarlo, ovviamente c’è la nostra disponibilità”, ha detto ribandendo di
avere “rapporti positivi e istituzionali con tutti nostri azionisti”.
Nel frattempo la compagnia ha chiuso il 2025 con utili in crescita del 12% a
4,17 miliardi e ha confermato gli obiettivi al 2027 iniziando a distribuire
quasi 2,4 miliardi di euro agli azionisti con un dividendo che sale a 1,64 euro
per azione (+14,7%), cui sia aggiunge un nuovo piano di riacquisto di azioni
proprie da 500 milioni di euro. Nel 2025 le masse gestite da Generali hanno
toccato i 900 miliardi di euro (+4,3%) nell’ambito del segmento Asset & Wealth
Management il cui utile operativo è stato di 1.194 milioni (+1,5%). Nelle
attività assicurative tradizioni i premi lordi sono cresciuti a 98,1 miliardi
(+3,6%) con la raccolta netta Vita arrivata a 13,5 miliardi (+42,5%), mentre i
premi lordi del ramo Danni sono invece aumentati a 36,2 miliardi (+7,6%).
Positiva l’accoglienza in Borsa con il titolo che ha guadagnato l’1,48% a 33,6
euro.
L'articolo Donnet (Generali). “Saremmo felici di rimpatriare i risparmi italiani
di Mps oggi gestiti in Francia da Bnp” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di
giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere
nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena.
La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di
amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei
26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio
(informale) di Francoforte.
Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di
giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di
inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un
amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di
una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della
complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a
terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico
conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a
vigilanza rafforzata.
Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato
favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui
curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non
considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal
2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde
per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era
ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il
fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle
Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica
partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la
trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai
guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta
solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben
15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria.
Oltre alla parentesi ministeriale.
Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una
prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale
approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento
all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile
cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno
prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo
di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi
stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del
piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati”
con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di
esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il
processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che
“possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”.
L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A
Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non c’è pace a Siena, dove l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi
Lovaglio, sarà messo alla porta nonostante i suoi ottimi servigi. Il banchiere
che dopo aver risanato il Monte ha portato a termine la conquista di Mediobanca
e, quindi, delle Generali, non è gradito al socio forte Francesco Gaetano
Caltagirone, si sa. Nonostante i toni subordinati delle telefonate con il
costruttore-editore captate dagli inquirenti nel corso delle indagini sulla
scalata di Piazzetta Cuccia, Lovaglio non ha fatto mistero di avere una certa
autonomia di pensiero sulla gestione della banca e della preda appena
conquistata. Ora però non gode più dell’ombrello del ministero dell’Economia,
che pure gli ha rinnovato la sua fiducia e gratitudine per il risanamento di
Siena, ma “il ruolo del governo è terminato”, come ha sintetizzato Giorgia
Meloni nei giorni scorsi, annunciando che l’esecutivo non avrebbe partecipato
alla scelta del nuovo vertice della banca toscana, benché il dicastero di
Giancarlo Giorgetti abbia in mano il 4,9% dell’istituto. Una scelta, quella di
farsi da parte, più che opportuna dopo l’inchiesta giudiziaria sulla scalata a
Mediobanca condita dalle indagini per insider trading a carico dell’ex
rappresentante del Tesoro nel consiglio di Mps.
La defenestrazione è stata agevolata dalla richiesta della Banca Centrale
Europea di inserire dei nomi di “altissimo profilo” nella lista dei candidati al
nuovo consiglio di amministrazione di Mps, che viene promossa dal cda uscente
con le nuove regole varate dal governo Meloni negli anni in cui Caltagirone
usciva perdente dai tentativi di mettere le mani sul board delle Generali che si
auto-rinnovava con il placet di Mediobanca. E così nei giorni scorsi sono
spuntati, tra gli altri, i nomi di Fabrizio Palermo e Corrado Passera.
Inizialmente accanto a Lovaglio e poi da soli, come candidati alternativi per il
ruolo di capo azienda.
Il primo è un uomo che, nonostante il carattere notoriamente spigoloso, gode
della piena fiducia di Caltagirone che l’ha nominato suo rappresentante nel
consiglio delle Generali. Amministratore delegato di Acea, la società romana
dell’acqua e della luce di il costruttore-editore ha in mano il 5% circa,
Palermo è in procinto di concludere un mandato che si era aperto con il clamore
delle accuse di sessismo da parte di alcune addette alla sicurezza che
un’inchiesta svolta dal comitato etico interno aveva però definito infondate,
tanto che il consiglio di amministrazione gli aveva prontamente rinnovato la
fiducia. Ma il titolo per l’alto profilo non gli viene da Acea, bensì dal ruolo
di amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti che era riuscito a
conquistare a sorpresa nel 2018. Ex ministro con Mario Monti e prima ancora ex
amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Passera è senz’altro più noto di
Palermo al grande pubblico. Peccato che sia reduce dal disastro Illimity, la
banca che è appena stata comprata dal cugino di John Elkann per 300 milioni di
euro, un quarto di quanto valeva quattro anni prima, complice un’errata
valutazione dei rischi connessi all’acquisto di pacchetti di crediti relativi a
contenziosi tra imprese costruttrici ed enti pubblici. Accompagna il tandem il
nome dell’ex capo di Lovaglio in Unicredit, Carlo Vivaldi. Ma non sono in pochi
a scommettere su Palermo. Tanto più che Passera avrebbe voluto fare il
presidente, ruolo per il quale è stato ricandidato il presidente uscente Nicola
Maione.
L'articolo Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato
Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il nuovo piano industriale del Monte dei Paschi di Siena non convince il mercato
e affonda il titolo in Borsa, trascinando con sé anche Mediobanca, acquisita la
scorsa estate, e riaccendendo le polemiche politiche sul ruolo del governo nel
risiko bancario. La banca senese ha chiuso la seduta in calo del 6,76%, dopo la
presentazione in mattinata della strategia 2026-2030, mentre Piazzetta Cuccia ha
lasciato sul terreno il 6,24%. Un ribasso che, secondo gli operatori, riflette
aspettative molto elevate e una certa delusione sui target indicati dal piano.
La flessione si è accentuata dopo le dichiarazioni della presidente del
Consiglio Giorgia Meloni, che il giorno dopo l’audizione in Commissione banche
dei pm di Milano che stanno indagando sul presunto concerto nella scalata di Mps
a Mediobanca in un’intervista a Bloomberg pubblicata a mercati aperti ha detto
che “il ruolo del governo è terminato”. E aggiunto che la quota residua del
Tesoro in Mps – circa il 4,9% – “non consente di esercitare un’influenza
significativa sulla governance” e l’esecutivo non parteciperà alla nomina dei
nuovi organi societari.
IL PIANO DEL MONTE
Il documento, intitolato “Da radici profonde a nuove frontiere”, punta su un
deciso riposizionamento strategico fondato sull’integrazione con Mediobanca per
creare un gruppo bancario “leader, diversificato e competitivo”. Tra gli
obiettivi finanziari spiccano un rendimento del patrimonio netto tangibile del
18% al 2030 e un Cet1 ratio intorno al 16% lungo tutto l’orizzonte di piano, con
un cuscinetto di capitale di circa 3 miliardi per acquisizioni, anche
oltreconfine, o da restituire ai soci. Prevista inoltre una remunerazione agli
azionisti molto elevata, con la distribuzione di 16 miliardi di euro in cinque
anni.
Sul fronte operativo, Mps prevede una crescita dei ricavi (margine di
intermediazione) da 7,6 miliardi di euro nel 2025 a 9,5 miliardi nel 2030, pari
a un tasso medio annuo del 4,6%, sostenuto da un contributo crescente delle
attività a commissione (+5,6%) e da un mix più diversificato. L’utile netto
rettificato è atteso salire da 2,4 a 3,7 miliardi nello stesso periodo.
Il nuovo gruppo nascerebbe con una struttura organizzativa articolata in cinque
divisioni: retail e commercial banking (29% dei ricavi), asset gathering e
wealth management (21%), credito al consumo tramite Compass (19%), corporate e
investment banking (14%) e private banking (9%). Dagli investimenti dovrebbe
derivare circa l’8% dei ricavi, grazie soprattutto alla partecipazione del 13%
in Assicurazioni Generali, destinata a produrre ricavi in crescita da 0,6 a 0,8
miliardi entro fine piano. Quella quota, ha spiegato l’amministratore delegato
Luigi Lovaglio, rappresenta una fonte di utili “diversificata e non correlata”
al ciclo bancario e una riserva strategica di capitale capace di migliorare la
visibilità dei risultati nel lungo periodo.
Nonostante gli obiettivi ambiziosi sulla redditività, il mercato ha giudicato il
piano prudente. E dubita sulla sostenibilità degli utili in uno scenario di
tassi in discesa. A pesare potrebbe essere anche una componente tecnica, con
prese di profitto dopo l’attesa per il piano, oltre ai timori sulla capacità di
valorizzare nel tempo il brand Mediobanca.
LE PAROLE DI MELONI
Mps era “uno di quei dossier complessi che abbiamo ereditato e che abbiamo
gestito con successo”, ha dichiarato Meloni a Bloomberg, descrivendo il
salvataggio e la ristrutturazione della banca come “molto ambiziosi”. L’istituto
di credito ora è “un’istituzione solida”, ha aggiunto. Il senatore Pd Antonio
Misiani ha definito “inopportuna e potenzialmente dannosa” la scelta di
annunciare l’uscita dello Stato a mercati aperti, sottolineando che un dossier
così delicato richiede prudenza e trasparenza. Duro il Movimento 5 Stelle: il
vicepresidente Mario Turco ha accusato il governo di aver utilizzato Mps –
risanata con 12 miliardi di risorse pubbliche – come strumento nel risiko
bancario mettendola “a disposizione di alcune cordate finanziarie, Caltagirone e
Delfin, interessate a usare Mps solo per scalare Mediobanca e a cascata
comandare in Generali”.
L’uscita della Meloni peraltro arriva il giorno successivo all’audizione in
Commissione banche dei pm di Milano che stanno indagando sul presunto concerto
nella scalata di Mps a Mediobanca e Generali e che hanno detto di avere prove di
un patto occulto risalente addirittura al 2019. “Un patto occulto che, dal 2024,
avrebbe trovato la sponda decisiva di Luigi Lovaglio, non solo Ad di Mps ma
espressione nella banca senese proprio del Ministero dell’economia, espresso da
Giorgetti nel 2023”, continua Turco.
L'articolo Mps annuncia il piano di integrazione con Mediobanca e crolla in
Borsa. Meloni: “Finito il ruolo del governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il presunto accordo tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio
sulla conquista di Generali e, lungo la strada, di Mediobanca, risalirebbe al
2019, quando il patron di Luxottica era ancora in vita. Lo ha dichiarato il
procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso di un’audizione della
commissione di inchiesta sul sistema bancario. Secondo quel che è stato
ricostruito dalla procura, ha detto il magistrato, l’intesa tra i due miliardari
che viene ipotizzata dalle indagini sul caso “troverebbe origini addirittura dal
2019, allorquando si era registrato un avvicinamento strategico tra i due soci
mediante il parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni azionarie,
pur in assenza di patti formali o di una dichiarazione di un’azione concertata”.
Che per legge andrebbe invece dichiarata. Con tutta una serie di obblighi
conseguenti, come per esempio quello del lancio di una costosa offerta pubblica
di acquisto sulla società target al superamento (congiunto) di determinate
soglie azionarie. Mentre l’azione nell’ombra penalizza gli altri soci, inclusi i
piccoli risparmiatori che nel caso di Generali non sono pochi. Senza contare
tutti i potenziali veti incrociati delle autorità di vigilanza che vengono
aggirati.
Quindi “quantomeno a partire dal 2019 e fino al 2024 si è assistito a un
costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e
del gruppo Caltagirone”, senza conseguire “gli obiettivi di controllo”
prefissati. “L’insuccesso del proposito“, poi, avrebbe portato poi i due gruppi
a cambiare strategia: puntare al controllo di Mediobanca funzionalmente
all’obiettivo su Generali, coinvolgendo Mps. E ad orchestrare l’offerta pubblica
di scambio sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia “omettendo” di
comunicare “al mercato e alle autorità”, “l’esistenza di un accordo” in tal
senso. In altre parole, secondo Viola tra Delfin e Caltagirone c’era una
“volontà comune di ottenere il controllo delle Generali” fin dal 2019 e in
occasione dell’offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c’è
stato un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps
senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi”. Inoltre,
tra gli osservatori finanziari “nessuno è sembrato dubitare che le posizioni”
dei due gruppi “non costituissero dei semplici e occasionali parallelismi frutto
di iniziative indipendenti e solo casualmente omogenee, bensì una strategia
consapevole e coordinata“. Che secondo la procura di Milano era “esistente”.
Secondo quanto precisato dal procuratore aggiunto di Milano, Roberto Pellicano,
l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, poi, ha
dato un “supporto materiale fondamentale al concerto” nell’operazione su
Mediobanca, pur senza essere azionista delle società coinvolte. “Quindi la sua
posizione è quella di concorrente esterno”. Affermazione alla quale ha
prontamente replicato il legale del banchiere, Giuseppe Iannaccone, per
“esprimere con assoluta chiarezza la mia ferma convinzione circa la piena
correttezza del comportamento tenuto dal Dott. Luigi Lovaglio. Gli atti e la
documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile,
che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante
perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale
estraneità del Dott. Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con
assoluta chiarezza, quanto prima”.
Quanto al ministero dell’Economia, “è chiaro che noi nel corso dell’indagine
abbiamo visto e abbiamo anche criticato l’Abb (la vendita del 15% del
Montepaschi che il Tesoro ha fatto a novembre 2024 consegnando il pacchetto a
Caltagirone, eredi Del Vecchio e Banco Bpm, ndr) fatta in maniera tale da
rendere destinatari di quel pacchetto di azioni soggetti determinati“. Tuttavia,
ma “alla domanda se questo tipo di condotta è incriminabile” e cioè se il
ministero di Giancarlo Giorgetti “con questa dismissione” vuole “governare Mps,
Mediobanca e forse un domani Generali”, “la risposta è stata no”, ha detto
Pellicano. “Non c’è niente che faccia pensare che il Mef possa esser oggetto di
indagine in quanto tale“, ha aggiunto. “Non perseguiamo enti, tantomeno enti
pubblici, per il semplice fatto che la fattispecie” di reato che sta muovendo la
procura sul patto occulto “non punisce enti pubblici, non punisce sfere di
influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere un potere politico su
certi istituti bancari, ma punisce eventualmente i soggetti che mirano al
governo concreto della società attraverso acquisti” di partecipazioni rilevanti,
“quando non dichiarino che entrano in società come effettivi protagonisti e come
soggetti che vogliono effettivamente avere un peso nella gestione”.
Normativa che è in divenire, vista la riforma in corso sul Testo unico della
finanza che ha appena visto il varo della riforma del sistema sanzionatorio.
Tuttavia, secondo i magistrati anche le recenti modifiche normative “non
potrebbero cambiare la carte in tavola e incidere sull’esito del processo”, come
ha sintetizzato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle
banche, Pierantonio Zanettin, dopo le audizioni.
L'articolo Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su
Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le ferite e i segni sul volto di David Rossi hanno un’origine diversa da quella
che hanno indicato le indagini. Ne sono convinti il medico legale Robbi Manghi e
il tenente del Ris Adolfo Gregori, consulenti tecnici della Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla morte del capo comunicazione di Mps, deceduto il
6 marzo 2013 dopo esser precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena.
Della perizia in questione si è parlato in una nuova audizione della
Commissione, con al centro proprio la questione delle ferite: le lesioni al
volto di David Rossi non sarebbero riconducibili alla caduta dalla finestra ma
sarebbero invece compatibili con una pressione del viso e della testa esercitata
da terze persone contro contro la sbarra di sicurezza o il telaio in legno della
finestra. E’ quanto emerge dalla perizia del medico legale Robbi Manghi e del
tenente del Ris Adolfo Gregori, consulenti tecnici della Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla morte di Rossi, il capo comunicazione di Mps
deceduto il 6 marzo 2013 dopo esser precipitato dalla finestra del suo ufficio a
Siena. Della perizia si è parlato in una nuova audizione della Commissione e in
questa occasione è emersa la conclusione del lavoro dei tecnici.
Nella fattispecie, secondo i consulenti la pressione del viso di David Rossi
contro i fili antipiccione spiegherebbe i tagli sul labbro e all’altezza del
naso di Rossi, mentre la pressione contro la sbarra di sicurezza della finestra
avrebbe provocato le contusioni alla testa, tagli e contusioni refertati
fotograficamente all’indomani della morte di David Rossi. Il medico legale
Manghi ha detto che “il tutto è l’effetto di un’azione dinamica, di pochi
secondi o pochi minuti, di una persona aggredita”. “La natura e la distribuzione
dei segni cutanei, ed in particolare le lesioni nasali e del labbro inferiore –
si legge nelle conclusioni della perizia lunga 17 pagine -, riflettono
fedelmente l’interazione tra l’anatomia del volto e l’elemento metallico del
filo durante un evento d’urto e sfregamento“. “Le lesioni riscontrate nella
regione zigomatica sinistra presentano caratteristiche di ecchimosi da impatto e
sfregamento – è scritto ancora – La loro distribuzione spaziale è coerente con
la posizione della barra metallica o della traversa del telaio della finestra e
dei relativi sistemi di ancoraggio laterali dei fili. Le prove effettuate con i
manichini confermano che, nella dinamica di contatto naso-filo, lo zigomo si
trova in assetto di collisione diretta con la porzione superiore/laterale della
barra o della cornice inferiore, giustificando pienamente la localizzazione dei
segni traumatici sul volto di David Rossi”.
L'articolo “Le lesioni sul volto di David Rossi non sono compatibili con la
caduta”: la perizia della commissione d’inchiesta proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le dimissioni erano attese e sono arrivate. Stefano Di Stefano, amministratore
non indipendente di Monte dei Paschi di Siena e componente del comitato rischi e
sostenibilità, ha lasciato il consiglio di amministrazione della banca senese
“per ragioni personali e in relazione all’avvio di indagini a suo carico”, come
comunica Mps in una nota. L’istituto, preso atto della decisione, ha ringraziato
il consigliere per l’attività svolta in questi anni. Di Stefano, alto dirigente
del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è indagato dalla Procura di Milano
per insider trading su titoli Mps e Mediobanca. Un passo indietro che negli
ambienti finanziari veniva dato per scontato già nelle scorse ore, dopo le
indiscrezioni rilanciate dalla stampa su una possibile uscita imminente dal
board.
L’indagine sul presunto abuso di informazioni privilegiate procede in un filone
autonomo e parallelo rispetto all’inchiesta principale sulla scalata di Mps a
Mediobanca, nella quale Di Stefano non risulta indagato. Quest’ultima vede al
centro le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle
autorità di vigilanza in relazione al risiko bancario.
Secondo l’accusa, il dirigente del Tesoro avrebbe sfruttato informazioni
riservate apprese per via del suo ruolo per acquistare azioni Mps e Mediobanca
prima del lancio dell’offerta pubblica di scambio annunciata il 24 gennaio 2025
dalla banca senese sull’istituto milanese. L’inchiesta sarebbe scattata a
seguito di una Sos (segnalazione di operazioni sospette) dell’Unità di
informazione finanziaria di Bankitalia, trasmessa al Nucleo speciale di polizia
valutaria della Guardia di finanza e poi ai pm milanesi. Una segnalazione
sarebbe arrivata anche dalla Consob.
In concreto, tra il 2 e il 21 gennaio dello scorso anno, Di Stefano avrebbe
acquistato circa 33 mila euro di azioni Mps e 120 mila euro di titoli
Mediobanca. La successiva rivendita, avvenuta il 28 gennaio, gli avrebbe
consentito di realizzare un profitto di poco inferiore ai 9 mila euro, oltre a
poco più di mille euro per il figlio. Già a novembre, nell’ambito delle
perquisizioni e dei sequestri disposti dai pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi,
con l’aggiunto Roberto Pellicano, nell’inchiesta sul risiko bancario, i militari
della Guardia di finanza avevano effettuato accessi anche presso due dirigenti
del Mef, tra cui Di Stefano. In quel capitolo non risultavano indagati, ma al
consigliere-dirigente venne notificata un’informazione di garanzia per l’ipotesi
di abuso di informazioni privilegiate nel filone autonomo. Sul fronte della
scalata a Mediobanca, intanto, gli inquirenti devono ancora avviare l’analisi
del materiale sequestrato – dispositivi informatici e telefoni – a causa di
questioni tecniche che ne hanno rallentato l’esame.
L'articolo Il consigliere Mps Stefano Di Stefano si dimette dopo l’inchiesta per
insider trading proviene da Il Fatto Quotidiano.
Avrebbe acquistato azioni di Mediobanca e Mps per un totale di circa 100mila
euro a cavallo dell’operazione pubblica di scambio su piazzetta Cuccia. È questa
l’accusa che la procura di Milano contesta a Stefano Di Stefano, alto dirigente
del ministero dell’Economia e consigliere di amministrazione di Mps dal 2022.
Tradotto: l’ipotesi di reato nei suoi confronti è di insider trading.
L’attuale responsabile della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli
attivi strategici – ruolo per il quale era stato nominato nel Cda dell’istituto
senese – è finito sotto inchiesta dopo l’analisi del suo cellulare, sequestrato
lo scorso novembre dalla Guardia di Finanza – allora non era indagato –
nell’ambito del caso sul risiko bancario. Di Stefano era stato anche
intercettato dalla procura di Milano nell’ambito degli accertamenti sulla
scalata di Mps a Mediobanca, inchiesta nella quale sono indagati il
costruttore-editore romano Francesco Gaetano Caltagirone insieme al numero uno
di Luxottica, Francesco Milleri, e all’amministratore delegato di Mps, Luigi
Lovaglio.
Tra le telefonate finite all’attenzione degli inquirenti ce n’era una con
Alessandro Tonetti, vicedirettore della Cassa Depositi e Prestiti e non
indagato. Di Stefano voleva sapere se Mediobanca è ancora tra i consulenti della
società controllata dal ministero dell’Economia che gestisce il risparmio
postale degli italiani: “Senti, ne approfitto Alessà per chiederti una cosa … ma
che tu sappia, come gruppo CDP voi avete dei contratti in essere con
Mediobanca?”, chiede. L’altro crede di no, ma si offre di verificare che non ci
siano ancora delle posizione aperte.
“Ma, si. Se puoi ti sarei grato, sai che Mediobanca sta facendo di tutto per
contrast… per salvare il posto al suo Amministratore Delegato di fronte
all’operazione con Monte dei Paschi… e anche rispetto al Governo sta facendo
delle cose che sembrano…”. L’altro annuisce, bisogna tenerne conto, dice.
“Dobbiamo tenerne conto perché è un approccio molto antigovernativo”, conferma
Di Stefano.
L'articolo Indagato Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e
consigliere Mps: “Insider trading” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La fuga da Mediobanca dei gestori patrimoniali dei grandi clienti è arrivata
persino alle orecchie dell’ufficio di Francoforte del Financial Times. Dopo il
cambiamento dell’assetto di controllo dell’istituto di Piazzetta Cuccia, con il
successo della scalata della cordata Mps Caltagirone Delfin, i cambi di casacca
nel settore del private banking italiano – un fenomeno normale – sono
accelerati: una dozzina di banchieri senior della banca fondata da Enrico Cuccia
avrebbe lasciato per trasferirsi in Deutsche Bank. Altri ancora però nei mesi
scorsi se ne erano andati verso lidi diversi, ad esempio Banca Sella ed Ersel.
Tutti, o quasi, portandosi dietro la quota più alta possibile dei rispettivi
clienti e ovviamente i loro patrimoni, tra i quali spiccano famiglie
imprenditoriali e clientela con sostanziose ricchezze. A incentivare il fenomeno
sono i timori di fusione tra Mps e Mediobanca e, in subordine, il rischio di
vedere ridotte le proprie commissioni in caso di confluenza della rete di Siena
sotto il cappello di Milano.
A ottobre ha lasciato Piazzetta Cuccia l’amministratore delegato Alberto Nagel
e, nelle settimane successive, una parte significativa del team di private
banking – inclusi quattro managing director – ha scelto di cambiare banca.
Nonostante il fenomeno, Mediobanca (che non commenta) resta uno dei principali
operatori italiani del settore. Nel frattempo il nuovo amministratore delegato
di Mediobanca Alessandro Melzi d’Eril ha avviato la sua riorganizzazione
manageriale dell’area private banking. Francesco Grosoli, amministratore
delegato della controllata Cmb Monaco, prenderà anche il ruolo di responsabile
dell’area di Mediobanca Private Banking, mentre Angelo Viganó, visto il suo
passato di senior banker, si concentrerà sui clienti strategici della banca.
Gian Luca Sichel, amministratore delegato delle due controllate Mediobanca
Premier e Compass, assorbirà il ruolo di direttore generale di Mediobanca
Premier. Marco Carreri, presidente di Mediobanca Premier, sarà senior advisor
per la divisione Wealth Management, in cui si è concentrata la crescita
dell’istituto negli ultimi 10 anni e che vale adesso il 26% dei ricavi.
Ma tra Mediobanca e Mps resta da sciogliere il nodo strategico: arrivare
all’integrazione completa, con possibile delisting di Mediobanca, o mantenere le
due realtà come entità separate. Una scelta che ha fatto scontrare le posizioni
di chi tra i soci vorrebbe mantenere le situazioni separate, per poter incassare
come dividendi i due miliardi che costerebbe a Mps un’Opa per la fusione, e
dell’ad di Siena Luigi Lovaglio che vorrebbe invece la fusione per portare al
massimo i benefici industriali dell’integrazione, promessi dal piano presentato
ai mercati in occasione dell’Opa su Mediobanca. Intanto lunedì prossimo, 9
febbraio, il cda di Piazzetta Cuccia esaminerà i risultati della semestrale al
31 dicembre 2025, di raccordo tra l’esercizio annuale 1 luglio 2024 – 30 giugno
2025 e il prossimo esercizio annuale 2026, e delibererà sulla destinazione
dell’utile di esercizio. Utile sul quale invece da Siena Lovaglio fa sapere che
intende destinarlo tutto agli azionisti. Con scorno dei sindacati dei dipendenti
di Mps, compresi i private banker, che rischiano di restare probabilmente senza
bonus e premi di produzione.
Proprio in questo piano si inserisce in un quadro complesso. Già il 6 dicembre
il Fatto aveva raccontato che dalle reti di Mediobanca se ne stavano andando
numerosi professionisti attivi nelle Regioni più ricche del Nord, Lombardia
Veneto e Piemonte, ma anche nell’area di Napoli, traslocati in aziende
concorrenti come Sella ed Ersel. All’epoca fonti vicine alla banca sostenevano
che in realtà il saldo dei professionisti della raccolta del risparmio, tra
nuovi ingressi e uscite, nei 12 mesi da ottobre 2024 era ancora positivo e che
si trattava di normali dinamiche di tutte le realtà nel settore del risparmio
gestito. Ma a fine novembre, una volta incassati consistenti premi di produzione
annuali (i bonus di fine anno possono arrivare anche a somme importanti, in
funzione delle masse raccolte e degli obiettivi di budget), era scattata la
grande fuga da Piazzetta Cuccia.
A ingenerare ulteriore confusione erano stati due incontri tenuti a fine anno
dai manager di Mediobanca Premier, prima con i vertici delle reti e poi in una
call online con tutti i 1.500 dipendenti, nei quali era stato annunciato
l’arrivo da Siena di nuovi portafogli clienti, con il trasferimento al gruppo di
Milano di tutte le gestioni patrimoniali di Siena sopra i 250 mila euro. La
notizia aveva lasciato sconcertati i sindacati, usciti con una nota congiunta
nella quale chiedevano come mai di questo piano non si fosse parlato nelle sedi
deputate. Poi la banca con i sindacati aveva smentito l’operazione. Tra le reti
di Rocca Salimbeni la notizia aveva sollevato molta preoccupazione e altrettanta
aveva creato in Mediobanca Premier: l’ingresso di nuovi colleghi meno pagati
potrebbe aver contribuito alle fughe, nel timore di rischi di un futuro
allineamento verso il basso di compensi bonus e commissioni per i più remunerati
professionisti milanesi.
A tenere banco c’era poi un’altra vicenda di carattere giudiziario. Secondo
alcune fonti Alessandro Vagnucci, ex vicecapo del private banking di Mediobanca
passato da pochi mesi a Intesa Sanpaolo come nuovo responsabile dei clienti
chiave del private banking, è stato denunciato da Piazzetta Cuccia per i reati
di rivelazione di segreti commerciali e accesso abusivo a sistema informatico.
Secondo le stesse fonti Mediobanca ritiene che il suo ex dirigente sarebbe stato
in sede di notte in modo anomalo nei due mesi prima delle dimissioni, mentre
sarebbero avvenuti accessi al sistema informatico per stampare report relativi
alla posizione di alcuni clienti con il trafugamento di documenti riservati. Né
Intesa né Mediobanca avevano commentato, ma alcune fonti riferivano che sulla
vicenda risultavano in corso indagini dalla Procura di Milano. Vagnucci aveva
dichiarato: “Sono venuto a conoscenza di una presunta denuncia a mio carico solo
attraverso gli articoli pubblicati nella giornata odierna (ieri, ndr) e non ho
avuto alcuna comunicazione al riguardo. Ho sempre operato con la massima
correttezza nello svolgimento della mia attività e, nel caso, sono certo di
poterlo dimostrare”.
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i dubbi sulla fusione con Mps proviene da Il Fatto Quotidiano.