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Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca
Ennesimo colpo di scena al Monte dei Paschi di Siena. Quando l’ipotesi di un ritorno sulla scena di Luigi Lovaglio sembrava ormai tramontata, l’amministratore delegato uscente della banca toscana messo alla porta dopo i dissidi con il socio Caltagirone, ha fatto capolino in una lista per il rinnovo del consiglio di amministrazione presentata da Plt Holding. La società della famiglia Tortora che possente l’1,2% del Monte ha depositato una lista di maggioranza di 12 nomi che ricandida l’attuale ad e gli affianca, per l’incarico di presidente, l’ex presidente di Unicredit Cesare Bisoni. “L’obiettivo prefissato è il completamento della realizzazione del piano industriale già disegnato di Banca Monte dei Paschi di Siena, mettendo a disposizione competenze variegate che possano risultare utili ad accelerare il pieno dispiegarsi degli effetti dell’operazione “trasformativi” in corso e, al tempo stesso, a cogliere le opportunità di crescita esterna che dovessero presentarsi”, spiega una nota secondo la quale i candidati assicurano “coerenza tra competenze ed obiettivi tracciati, in grado di garantire il perfezionarsi di un’operazione complessa ed innovativa che richiede conoscenza approfondita delle due realtà coinvolte e stabilità nella leadership”. Plt Holding è uno storico azionista di Mediobanca che ha aderito all’offerta di Siena su Piazzetta Cuccia. Tra gli altri candidati ci sono figure del calibro di Flavia Mazzarella, nota alle cronache dei vecchi tempi delle nozze tra Unipol e Fonsai volute da Mediobanca, quando lei era alla vigilanza delle assicurazioni, l’Isvap. Oggi invece è nel consiglio della Cassa Depositi e Prestiti e del costruttore Webuild, dopo essere stata alla presidenza di Bper (gruppo Unipol) fino al 2023. Poi c’è uno storico dirigente di Mediobanca, l’ex vicedirettore generale Massimo Di Carlo. E ancora il presidente di Banor Sim ed ex ad di Banca Imi, Carlo Corradini; la consigliera di Cdp Venture Capital Sgr ed esperta di governance, Livia Amidani Alberti; l’avvocato d’affari Patrizia Albano e l’ex vice presidente di Stm Investments, Andrea Cuomo. Infine, la professoressa ed esperta di cybersecurity, Paola Girdinio, il manager della finanza Paolo Massimo Martelli, ex senior advisor dell’Ifc alla Banca Mondiale, l’ex ceo di Bank of Alexandria, Dante Campioni e Paola Leoni Borali. La lista si confronterà con quella presentata nei giorni scorsi dal consiglio di amministrazione uscente che vede schierati per il ruolo di amministratore delegato ben tre candidati concorrenti: Fabrizio Palermo, Corrado Passera e Carlo Vivaldi, con il primo che è ritenuto il favorito del socio forte Caltagirone, ma che non rientra a pieno nei requisiti previsti dalla Banca Centrale Europea per il ruolo indicato. Passera invece ci rientra a pieno nonostante l’indubbio insuccesso di Illimity, la banca da lui fondata e rilevata da Ifis lo scorso anno. L’ex ministro inizialmente aveva mandato a dire di aver accettato ma di essere interessato solo al ruolo di presidente. Venerdì, però, ha dichiarato al Corriere della Sera di essere disponibile anche per la guida della banca, ma a “determinate condizioni”. La palla a questo punto passa ai soci che si riuniranno per votare il 15 aprile, secondo le regole della Legge Capitali varata dal governo Meloni e caldeggiata da Francesco Gaetano Caltagirone quando era alle prese con le liste del cda delle Generali che non riusciva a scalfire nonostante le sue posizioni azionarie. La lista del cda dovrebbe contare sul voto del gruppo Caltagirone (11,4%), che vi esprime due suoi manager, tra cui il figlio dell’ingegnere Alessandro Caltagirone che siede nel comitato nomine. Non è invece chiaro se e come voteranno gli eredi Del Vecchio con la holding Delfin che ha in mano il 17,5% del Monte. Poi ci sono il filogovernativo Banco Bpm (3,7%) e il ministero dell’Economia con il 4,9%,. Infine il mercato che ha in mano quasi il 60% di Mps. L'articolo Lovaglio lancia la sfida a Caltagirone e torna in corsa per il Monte dei Paschi candidato da un ex socio di Mediobanca proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lobby
Mediobanca
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Monte dei Paschi di Siena
Donnet (Generali). “Saremmo felici di rimpatriare i risparmi italiani di Mps oggi gestiti in Francia da Bnp”
“Se potremo rimpatriare questo risparmio italiano di Mps in Italia saremo felici di farlo”. La battuta è dell’amministratore delegato delle Generali, Philippe Donnet che nei mesi scorsi ha accantonato il progetto di un’alleanza con i francesi di Natixis per la gestione congiunta di 1900 miliardi di euro, che aveva sollevato un’ondata di polemiche governative sull’italianità del risparmio. “Non bisogna mischiare il tema della sovranità nazionale con l’asset management che è un business globale. Se l’operazione con Natixis fosse stata realizzata non avrebbe avuto alcun impatto sul risparmio degli italiani”, ha detto giovedì 12 marzo incalzato dai giornalisti in occasione della presentazione dei conti 2025 della compagnia di treiste. E poi ha ricordato che in Italia c’è un caso “molto interessante”, quello della ex banca di Stato, oggi primo azionista delle Generali e a sua volta controllata dagli eredi Del Vecchio e da Francesco Gaetano Caltagirone. “Da molti anni i risparmi dei clienti italiani di Mps è stato dato alla compagnia di assicurazione francese Axa, che l’ha dato in gestione a una banca francese, Bnp Paribas, perché Axa ha venduto il suo asset management a Bnp e così questo risparmio è gestito in Francia dai francesi, ma è una situazione che non ci riguarda”. L’accordo però scade tra poco, nel 2027, Generali potrebbe subentrare ai francesi anche alla luce della parentela appena acquisita con Siena? “Ovviamente la decisione non sta a noi, però noi siamo disponibili, come ho detto, a parlare con tutti quelli che ci possono aiutare a fare il nostro mestiere. Quindi noi sappiamo, come tutti, che questo accordo scade, il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio, forse saremo un candidato per la sostituzione di Axa”. E, appunto, per il rimpatrio dei risparmi italiani di Siena. Per dirla in termini sovranisti. Battute a parte, resta il problema. “Oggi la realtà del business in Europa è che è molto difficile fare delle operazioni transnazionali, perché siamo colpiti da reazioni nazionalistiche dei paesi e questo è un vero problema. Politico. I politici e i membri dell’Unione devono fare una scelta molto chiara: vogliamo o non vogliamo fare l’Europa? Ora manca un quadro politico più chiaro per agevolare la creazione di società di asset management e purtroppo con questa dinamica facciamo gli interessi di gestori che non sono europei”, ha aggiunto Donnet. Che ha confermato l’apertura a Unicredit: “Abbiamo già l’accordo di bancassurance in Europa dell’est che funziona bene e se ci fosse la possibilità di ampliarlo, ovviamente c’è la nostra disponibilità”, ha detto ribandendo di avere “rapporti positivi e istituzionali con tutti nostri azionisti”. Nel frattempo la compagnia ha chiuso il 2025 con utili in crescita del 12% a 4,17 miliardi e ha confermato gli obiettivi al 2027 iniziando a distribuire quasi 2,4 miliardi di euro agli azionisti con un dividendo che sale a 1,64 euro per azione (+14,7%), cui sia aggiunge un nuovo piano di riacquisto di azioni proprie da 500 milioni di euro. Nel 2025 le masse gestite da Generali hanno toccato i 900 miliardi di euro (+4,3%) nell’ambito del segmento Asset & Wealth Management il cui utile operativo è stato di 1.194 milioni (+1,5%). Nelle attività assicurative tradizioni i premi lordi sono cresciuti a 98,1 miliardi (+3,6%) con la raccolta netta Vita arrivata a 13,5 miliardi (+42,5%), mentre i premi lordi del ramo Danni sono invece aumentati a 36,2 miliardi (+7,6%). Positiva l’accoglienza in Borsa con il titolo che ha guadagnato l’1,48% a 33,6 euro. L'articolo Donnet (Generali). “Saremmo felici di rimpatriare i risparmi italiani di Mps oggi gestiti in Francia da Bnp” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Monte dei Paschi di Siena
La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie”
Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena. La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei 26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio (informale) di Francoforte. Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a vigilanza rafforzata. Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal 2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben 15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria. Oltre alla parentesi ministeriale. Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati” con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che “possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”. L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui)
Non c’è pace a Siena, dove l’amministratore delegato del Monte dei Paschi, Luigi Lovaglio, sarà messo alla porta nonostante i suoi ottimi servigi. Il banchiere che dopo aver risanato il Monte ha portato a termine la conquista di Mediobanca e, quindi, delle Generali, non è gradito al socio forte Francesco Gaetano Caltagirone, si sa. Nonostante i toni subordinati delle telefonate con il costruttore-editore captate dagli inquirenti nel corso delle indagini sulla scalata di Piazzetta Cuccia, Lovaglio non ha fatto mistero di avere una certa autonomia di pensiero sulla gestione della banca e della preda appena conquistata. Ora però non gode più dell’ombrello del ministero dell’Economia, che pure gli ha rinnovato la sua fiducia e gratitudine per il risanamento di Siena, ma “il ruolo del governo è terminato”, come ha sintetizzato Giorgia Meloni nei giorni scorsi, annunciando che l’esecutivo non avrebbe partecipato alla scelta del nuovo vertice della banca toscana, benché il dicastero di Giancarlo Giorgetti abbia in mano il 4,9% dell’istituto. Una scelta, quella di farsi da parte, più che opportuna dopo l’inchiesta giudiziaria sulla scalata a Mediobanca condita dalle indagini per insider trading a carico dell’ex rappresentante del Tesoro nel consiglio di Mps. La defenestrazione è stata agevolata dalla richiesta della Banca Centrale Europea di inserire dei nomi di “altissimo profilo” nella lista dei candidati al nuovo consiglio di amministrazione di Mps, che viene promossa dal cda uscente con le nuove regole varate dal governo Meloni negli anni in cui Caltagirone usciva perdente dai tentativi di mettere le mani sul board delle Generali che si auto-rinnovava con il placet di Mediobanca. E così nei giorni scorsi sono spuntati, tra gli altri, i nomi di Fabrizio Palermo e Corrado Passera. Inizialmente accanto a Lovaglio e poi da soli, come candidati alternativi per il ruolo di capo azienda. Il primo è un uomo che, nonostante il carattere notoriamente spigoloso, gode della piena fiducia di Caltagirone che l’ha nominato suo rappresentante nel consiglio delle Generali. Amministratore delegato di Acea, la società romana dell’acqua e della luce di il costruttore-editore ha in mano il 5% circa, Palermo è in procinto di concludere un mandato che si era aperto con il clamore delle accuse di sessismo da parte di alcune addette alla sicurezza che un’inchiesta svolta dal comitato etico interno aveva però definito infondate, tanto che il consiglio di amministrazione gli aveva prontamente rinnovato la fiducia. Ma il titolo per l’alto profilo non gli viene da Acea, bensì dal ruolo di amministratore delegato di Cassa Depositi e Prestiti che era riuscito a conquistare a sorpresa nel 2018. Ex ministro con Mario Monti e prima ancora ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Passera è senz’altro più noto di Palermo al grande pubblico. Peccato che sia reduce dal disastro Illimity, la banca che è appena stata comprata dal cugino di John Elkann per 300 milioni di euro, un quarto di quanto valeva quattro anni prima, complice un’errata valutazione dei rischi connessi all’acquisto di pacchetti di crediti relativi a contenziosi tra imprese costruttrici ed enti pubblici. Accompagna il tandem il nome dell’ex capo di Lovaglio in Unicredit, Carlo Vivaldi. Ma non sono in pochi a scommettere su Palermo. Tanto più che Passera avrebbe voluto fare il presidente, ruolo per il quale è stato ricandidato il presidente uscente Nicola Maione. L'articolo Ribaltone al Monte dei Paschi: defenestrato l’amministratore delegato Lovaglio sgradito a Caltagirone (e indagato con lui) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mps annuncia il piano di integrazione con Mediobanca e crolla in Borsa. Meloni: “Finito il ruolo del governo”
Il nuovo piano industriale del Monte dei Paschi di Siena non convince il mercato e affonda il titolo in Borsa, trascinando con sé anche Mediobanca, acquisita la scorsa estate, e riaccendendo le polemiche politiche sul ruolo del governo nel risiko bancario. La banca senese ha chiuso la seduta in calo del 6,76%, dopo la presentazione in mattinata della strategia 2026-2030, mentre Piazzetta Cuccia ha lasciato sul terreno il 6,24%. Un ribasso che, secondo gli operatori, riflette aspettative molto elevate e una certa delusione sui target indicati dal piano. La flessione si è accentuata dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che il giorno dopo l’audizione in Commissione banche dei pm di Milano che stanno indagando sul presunto concerto nella scalata di Mps a Mediobanca in un’intervista a Bloomberg pubblicata a mercati aperti ha detto che “il ruolo del governo è terminato”. E aggiunto che la quota residua del Tesoro in Mps – circa il 4,9% – “non consente di esercitare un’influenza significativa sulla governance” e l’esecutivo non parteciperà alla nomina dei nuovi organi societari. IL PIANO DEL MONTE Il documento, intitolato “Da radici profonde a nuove frontiere”, punta su un deciso riposizionamento strategico fondato sull’integrazione con Mediobanca per creare un gruppo bancario “leader, diversificato e competitivo”. Tra gli obiettivi finanziari spiccano un rendimento del patrimonio netto tangibile del 18% al 2030 e un Cet1 ratio intorno al 16% lungo tutto l’orizzonte di piano, con un cuscinetto di capitale di circa 3 miliardi per acquisizioni, anche oltreconfine, o da restituire ai soci. Prevista inoltre una remunerazione agli azionisti molto elevata, con la distribuzione di 16 miliardi di euro in cinque anni. Sul fronte operativo, Mps prevede una crescita dei ricavi (margine di intermediazione) da 7,6 miliardi di euro nel 2025 a 9,5 miliardi nel 2030, pari a un tasso medio annuo del 4,6%, sostenuto da un contributo crescente delle attività a commissione (+5,6%) e da un mix più diversificato. L’utile netto rettificato è atteso salire da 2,4 a 3,7 miliardi nello stesso periodo. Il nuovo gruppo nascerebbe con una struttura organizzativa articolata in cinque divisioni: retail e commercial banking (29% dei ricavi), asset gathering e wealth management (21%), credito al consumo tramite Compass (19%), corporate e investment banking (14%) e private banking (9%). Dagli investimenti dovrebbe derivare circa l’8% dei ricavi, grazie soprattutto alla partecipazione del 13% in Assicurazioni Generali, destinata a produrre ricavi in crescita da 0,6 a 0,8 miliardi entro fine piano. Quella quota, ha spiegato l’amministratore delegato Luigi Lovaglio, rappresenta una fonte di utili “diversificata e non correlata” al ciclo bancario e una riserva strategica di capitale capace di migliorare la visibilità dei risultati nel lungo periodo. Nonostante gli obiettivi ambiziosi sulla redditività, il mercato ha giudicato il piano prudente. E dubita sulla sostenibilità degli utili in uno scenario di tassi in discesa. A pesare potrebbe essere anche una componente tecnica, con prese di profitto dopo l’attesa per il piano, oltre ai timori sulla capacità di valorizzare nel tempo il brand Mediobanca. LE PAROLE DI MELONI Mps era “uno di quei dossier complessi che abbiamo ereditato e che abbiamo gestito con successo”, ha dichiarato Meloni a Bloomberg, descrivendo il salvataggio e la ristrutturazione della banca come “molto ambiziosi”. L’istituto di credito ora è “un’istituzione solida”, ha aggiunto. Il senatore Pd Antonio Misiani ha definito “inopportuna e potenzialmente dannosa” la scelta di annunciare l’uscita dello Stato a mercati aperti, sottolineando che un dossier così delicato richiede prudenza e trasparenza. Duro il Movimento 5 Stelle: il vicepresidente Mario Turco ha accusato il governo di aver utilizzato Mps – risanata con 12 miliardi di risorse pubbliche – come strumento nel risiko bancario mettendola “a disposizione di alcune cordate finanziarie, Caltagirone e Delfin, interessate a usare Mps solo per scalare Mediobanca e a cascata comandare in Generali”. L’uscita della Meloni peraltro arriva il giorno successivo all’audizione in Commissione banche dei pm di Milano che stanno indagando sul presunto concerto nella scalata di Mps a Mediobanca e Generali e che hanno detto di avere prove di un patto occulto risalente addirittura al 2019. “Un patto occulto che, dal 2024, avrebbe trovato la sponda decisiva di Luigi Lovaglio, non solo Ad di Mps ma espressione nella banca senese proprio del Ministero dell’economia, espresso da Giorgetti nel 2023”, continua Turco. L'articolo Mps annuncia il piano di integrazione con Mediobanca e crolla in Borsa. Meloni: “Finito il ruolo del governo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Monte dei Paschi di Siena
Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile”
Il presunto accordo tra Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio sulla conquista di Generali e, lungo la strada, di Mediobanca, risalirebbe al 2019, quando il patron di Luxottica era ancora in vita. Lo ha dichiarato il procuratore di Milano, Marcello Viola, nel corso di un’audizione della commissione di inchiesta sul sistema bancario. Secondo quel che è stato ricostruito dalla procura, ha detto il magistrato, l’intesa tra i due miliardari che viene ipotizzata dalle indagini sul caso “troverebbe origini addirittura dal 2019, allorquando si era registrato un avvicinamento strategico tra i due soci mediante il parallelo rafforzamento delle rispettive partecipazioni azionarie, pur in assenza di patti formali o di una dichiarazione di un’azione concertata”. Che per legge andrebbe invece dichiarata. Con tutta una serie di obblighi conseguenti, come per esempio quello del lancio di una costosa offerta pubblica di acquisto sulla società target al superamento (congiunto) di determinate soglie azionarie. Mentre l’azione nell’ombra penalizza gli altri soci, inclusi i piccoli risparmiatori che nel caso di Generali non sono pochi. Senza contare tutti i potenziali veti incrociati delle autorità di vigilanza che vengono aggirati. Quindi “quantomeno a partire dal 2019 e fino al 2024 si è assistito a un costante investimento a scacchiera in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e del gruppo Caltagirone”, senza conseguire “gli obiettivi di controllo” prefissati. “L’insuccesso del proposito“, poi, avrebbe portato poi i due gruppi a cambiare strategia: puntare al controllo di Mediobanca funzionalmente all’obiettivo su Generali, coinvolgendo Mps. E ad orchestrare l’offerta pubblica di scambio sulla banca d’affari fondata da Enrico Cuccia “omettendo” di comunicare “al mercato e alle autorità”, “l’esistenza di un accordo” in tal senso. In altre parole, secondo Viola tra Delfin e Caltagirone c’era una “volontà comune di ottenere il controllo delle Generali” fin dal 2019 e in occasione dell’offerta su Mediobanca da parte del Monte dei Paschi di Siena c’è stato un “saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi”. Inoltre, tra gli osservatori finanziari “nessuno è sembrato dubitare che le posizioni” dei due gruppi “non costituissero dei semplici e occasionali parallelismi frutto di iniziative indipendenti e solo casualmente omogenee, bensì una strategia consapevole e coordinata“. Che secondo la procura di Milano era “esistente”. Secondo quanto precisato dal procuratore aggiunto di Milano, Roberto Pellicano, l’amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, Luigi Lovaglio, poi, ha dato un “supporto materiale fondamentale al concerto” nell’operazione su Mediobanca, pur senza essere azionista delle società coinvolte. “Quindi la sua posizione è quella di concorrente esterno”. Affermazione alla quale ha prontamente replicato il legale del banchiere, Giuseppe Iannaccone, per “esprimere con assoluta chiarezza la mia ferma convinzione circa la piena correttezza del comportamento tenuto dal Dott. Luigi Lovaglio. Gli atti e la documentazione che ho esaminato confermano, a mio avviso in modo inequivocabile, che egli ha operato nel rigoroso rispetto della legge e nel costante perseguimento dell’interesse della Banca. Non ho alcun dubbio che la totale estraneità del Dott. Luigi Lovaglio a qualsiasi ipotesi di reato emergerà, con assoluta chiarezza, quanto prima”. Quanto al ministero dell’Economia, “è chiaro che noi nel corso dell’indagine abbiamo visto e abbiamo anche criticato l’Abb (la vendita del 15% del Montepaschi che il Tesoro ha fatto a novembre 2024 consegnando il pacchetto a Caltagirone, eredi Del Vecchio e Banco Bpm, ndr) fatta in maniera tale da rendere destinatari di quel pacchetto di azioni soggetti determinati“. Tuttavia, ma “alla domanda se questo tipo di condotta è incriminabile” e cioè se il ministero di Giancarlo Giorgetti “con questa dismissione” vuole “governare Mps, Mediobanca e forse un domani Generali”, “la risposta è stata no”, ha detto Pellicano. “Non c’è niente che faccia pensare che il Mef possa esser oggetto di indagine in quanto tale“, ha aggiunto. “Non perseguiamo enti, tantomeno enti pubblici, per il semplice fatto che la fattispecie” di reato che sta muovendo la procura sul patto occulto “non punisce enti pubblici, non punisce sfere di influenza, non punisce atteggiamenti che mirano ad avere un potere politico su certi istituti bancari, ma punisce eventualmente i soggetti che mirano al governo concreto della società attraverso acquisti” di partecipazioni rilevanti, “quando non dichiarino che entrano in società come effettivi protagonisti e come soggetti che vogliono effettivamente avere un peso nella gestione”. Normativa che è in divenire, vista la riforma in corso sul Testo unico della finanza che ha appena visto il varo della riforma del sistema sanzionatorio. Tuttavia, secondo i magistrati anche le recenti modifiche normative “non potrebbero cambiare la carte in tavola e incidere sull’esito del processo”, come ha sintetizzato il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, Pierantonio Zanettin, dopo le audizioni. L'articolo Per la procura di Milano Caltagirone e Del Vecchio erano d’accordo su Generali fin dal 2019. “Mef? Criticabile ma non perseguibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le lesioni sul volto di David Rossi non sono compatibili con la caduta”: la perizia della commissione d’inchiesta
Le ferite e i segni sul volto di David Rossi hanno un’origine diversa da quella che hanno indicato le indagini. Ne sono convinti il medico legale Robbi Manghi e il tenente del Ris Adolfo Gregori, consulenti tecnici della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte del capo comunicazione di Mps, deceduto il 6 marzo 2013 dopo esser precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena. Della perizia in questione si è parlato in una nuova audizione della Commissione, con al centro proprio la questione delle ferite: le lesioni al volto di David Rossi non sarebbero riconducibili alla caduta dalla finestra ma sarebbero invece compatibili con una pressione del viso e della testa esercitata da terze persone contro contro la sbarra di sicurezza o il telaio in legno della finestra. E’ quanto emerge dalla perizia del medico legale Robbi Manghi e del tenente del Ris Adolfo Gregori, consulenti tecnici della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Rossi, il capo comunicazione di Mps deceduto il 6 marzo 2013 dopo esser precipitato dalla finestra del suo ufficio a Siena. Della perizia si è parlato in una nuova audizione della Commissione e in questa occasione è emersa la conclusione del lavoro dei tecnici. Nella fattispecie, secondo i consulenti la pressione del viso di David Rossi contro i fili antipiccione spiegherebbe i tagli sul labbro e all’altezza del naso di Rossi, mentre la pressione contro la sbarra di sicurezza della finestra avrebbe provocato le contusioni alla testa, tagli e contusioni refertati fotograficamente all’indomani della morte di David Rossi. Il medico legale Manghi ha detto che “il tutto è l’effetto di un’azione dinamica, di pochi secondi o pochi minuti, di una persona aggredita”. “La natura e la distribuzione dei segni cutanei, ed in particolare le lesioni nasali e del labbro inferiore – si legge nelle conclusioni della perizia lunga 17 pagine -, riflettono fedelmente l’interazione tra l’anatomia del volto e l’elemento metallico del filo durante un evento d’urto e sfregamento“. “Le lesioni riscontrate nella regione zigomatica sinistra presentano caratteristiche di ecchimosi da impatto e sfregamento – è scritto ancora – La loro distribuzione spaziale è coerente con la posizione della barra metallica o della traversa del telaio della finestra e dei relativi sistemi di ancoraggio laterali dei fili. Le prove effettuate con i manichini confermano che, nella dinamica di contatto naso-filo, lo zigomo si trova in assetto di collisione diretta con la porzione superiore/laterale della barra o della cornice inferiore, giustificando pienamente la localizzazione dei segni traumatici sul volto di David Rossi”. L'articolo “Le lesioni sul volto di David Rossi non sono compatibili con la caduta”: la perizia della commissione d’inchiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Monte dei Paschi di Siena
Commissione d’Inchiesta
David Rossi
Il consigliere Mps Stefano Di Stefano si dimette dopo l’inchiesta per insider trading
Le dimissioni erano attese e sono arrivate. Stefano Di Stefano, amministratore non indipendente di Monte dei Paschi di Siena e componente del comitato rischi e sostenibilità, ha lasciato il consiglio di amministrazione della banca senese “per ragioni personali e in relazione all’avvio di indagini a suo carico”, come comunica Mps in una nota. L’istituto, preso atto della decisione, ha ringraziato il consigliere per l’attività svolta in questi anni. Di Stefano, alto dirigente del Ministero dell’Economia e delle Finanze, è indagato dalla Procura di Milano per insider trading su titoli Mps e Mediobanca. Un passo indietro che negli ambienti finanziari veniva dato per scontato già nelle scorse ore, dopo le indiscrezioni rilanciate dalla stampa su una possibile uscita imminente dal board. L’indagine sul presunto abuso di informazioni privilegiate procede in un filone autonomo e parallelo rispetto all’inchiesta principale sulla scalata di Mps a Mediobanca, nella quale Di Stefano non risulta indagato. Quest’ultima vede al centro le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione al risiko bancario. Secondo l’accusa, il dirigente del Tesoro avrebbe sfruttato informazioni riservate apprese per via del suo ruolo per acquistare azioni Mps e Mediobanca prima del lancio dell’offerta pubblica di scambio annunciata il 24 gennaio 2025 dalla banca senese sull’istituto milanese. L’inchiesta sarebbe scattata a seguito di una Sos (segnalazione di operazioni sospette) dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, trasmessa al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza e poi ai pm milanesi. Una segnalazione sarebbe arrivata anche dalla Consob. In concreto, tra il 2 e il 21 gennaio dello scorso anno, Di Stefano avrebbe acquistato circa 33 mila euro di azioni Mps e 120 mila euro di titoli Mediobanca. La successiva rivendita, avvenuta il 28 gennaio, gli avrebbe consentito di realizzare un profitto di poco inferiore ai 9 mila euro, oltre a poco più di mille euro per il figlio. Già a novembre, nell’ambito delle perquisizioni e dei sequestri disposti dai pm Luca Gaglio e Giovanni Polizzi, con l’aggiunto Roberto Pellicano, nell’inchiesta sul risiko bancario, i militari della Guardia di finanza avevano effettuato accessi anche presso due dirigenti del Mef, tra cui Di Stefano. In quel capitolo non risultavano indagati, ma al consigliere-dirigente venne notificata un’informazione di garanzia per l’ipotesi di abuso di informazioni privilegiate nel filone autonomo. Sul fronte della scalata a Mediobanca, intanto, gli inquirenti devono ancora avviare l’analisi del materiale sequestrato – dispositivi informatici e telefoni – a causa di questioni tecniche che ne hanno rallentato l’esame. L'articolo Il consigliere Mps Stefano Di Stefano si dimette dopo l’inchiesta per insider trading proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Insider Trading
Indagato Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e consigliere Mps: “Insider trading”
Avrebbe acquistato azioni di Mediobanca e Mps per un totale di circa 100mila euro a cavallo dell’operazione pubblica di scambio su piazzetta Cuccia. È questa l’accusa che la procura di Milano contesta a Stefano Di Stefano, alto dirigente del ministero dell’Economia e consigliere di amministrazione di Mps dal 2022. Tradotto: l’ipotesi di reato nei suoi confronti è di insider trading. L’attuale responsabile della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli attivi strategici – ruolo per il quale era stato nominato nel Cda dell’istituto senese – è finito sotto inchiesta dopo l’analisi del suo cellulare, sequestrato lo scorso novembre dalla Guardia di Finanza – allora non era indagato – nell’ambito del caso sul risiko bancario. Di Stefano era stato anche intercettato dalla procura di Milano nell’ambito degli accertamenti sulla scalata di Mps a Mediobanca, inchiesta nella quale sono indagati il costruttore-editore romano Francesco Gaetano Caltagirone insieme al numero uno di Luxottica, Francesco Milleri, e all’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio. Tra le telefonate finite all’attenzione degli inquirenti ce n’era una con Alessandro Tonetti, vicedirettore della Cassa Depositi e Prestiti e non indagato. Di Stefano voleva sapere se Mediobanca è ancora tra i consulenti della società controllata dal ministero dell’Economia che gestisce il risparmio postale degli italiani: “Senti, ne approfitto Alessà per chiederti una cosa … ma che tu sappia, come gruppo CDP voi avete dei contratti in essere con Mediobanca?”, chiede. L’altro crede di no, ma si offre di verificare che non ci siano ancora delle posizione aperte. “Ma, si. Se puoi ti sarei grato, sai che Mediobanca sta facendo di tutto per contrast… per salvare il posto al suo Amministratore Delegato di fronte all’operazione con Monte dei Paschi… e anche rispetto al Governo sta facendo delle cose che sembrano…”. L’altro annuisce, bisogna tenerne conto, dice. “Dobbiamo tenerne conto perché è un approccio molto antigovernativo”, conferma Di Stefano. L'articolo Indagato Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e consigliere Mps: “Insider trading” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Mediobanca, accelera la fuga dei gestori dei grandi patrimoni: pesano i dubbi sulla fusione con Mps
La fuga da Mediobanca dei gestori patrimoniali dei grandi clienti è arrivata persino alle orecchie dell’ufficio di Francoforte del Financial Times. Dopo il cambiamento dell’assetto di controllo dell’istituto di Piazzetta Cuccia, con il successo della scalata della cordata Mps Caltagirone Delfin, i cambi di casacca nel settore del private banking italiano – un fenomeno normale – sono accelerati: una dozzina di banchieri senior della banca fondata da Enrico Cuccia avrebbe lasciato per trasferirsi in Deutsche Bank. Altri ancora però nei mesi scorsi se ne erano andati verso lidi diversi, ad esempio Banca Sella ed Ersel. Tutti, o quasi, portandosi dietro la quota più alta possibile dei rispettivi clienti e ovviamente i loro patrimoni, tra i quali spiccano famiglie imprenditoriali e clientela con sostanziose ricchezze. A incentivare il fenomeno sono i timori di fusione tra Mps e Mediobanca e, in subordine, il rischio di vedere ridotte le proprie commissioni in caso di confluenza della rete di Siena sotto il cappello di Milano. A ottobre ha lasciato Piazzetta Cuccia l’amministratore delegato Alberto Nagel e, nelle settimane successive, una parte significativa del team di private banking – inclusi quattro managing director – ha scelto di cambiare banca. Nonostante il fenomeno, Mediobanca (che non commenta) resta uno dei principali operatori italiani del settore. Nel frattempo il nuovo amministratore delegato di Mediobanca Alessandro Melzi d’Eril ha avviato la sua riorganizzazione manageriale dell’area private banking. Francesco Grosoli, amministratore delegato della controllata Cmb Monaco, prenderà anche il ruolo di responsabile dell’area di Mediobanca Private Banking, mentre Angelo Viganó, visto il suo passato di senior banker, si concentrerà sui clienti strategici della banca. Gian Luca Sichel, amministratore delegato delle due controllate Mediobanca Premier e Compass, assorbirà il ruolo di direttore generale di Mediobanca Premier. Marco Carreri, presidente di Mediobanca Premier, sarà senior advisor per la divisione Wealth Management, in cui si è concentrata la crescita dell’istituto negli ultimi 10 anni e che vale adesso il 26% dei ricavi. Ma tra Mediobanca e Mps resta da sciogliere il nodo strategico: arrivare all’integrazione completa, con possibile delisting di Mediobanca, o mantenere le due realtà come entità separate. Una scelta che ha fatto scontrare le posizioni di chi tra i soci vorrebbe mantenere le situazioni separate, per poter incassare come dividendi i due miliardi che costerebbe a Mps un’Opa per la fusione, e dell’ad di Siena Luigi Lovaglio che vorrebbe invece la fusione per portare al massimo i benefici industriali dell’integrazione, promessi dal piano presentato ai mercati in occasione dell’Opa su Mediobanca. Intanto lunedì prossimo, 9 febbraio, il cda di Piazzetta Cuccia esaminerà i risultati della semestrale al 31 dicembre 2025, di raccordo tra l’esercizio annuale 1 luglio 2024 – 30 giugno 2025 e il prossimo esercizio annuale 2026, e delibererà sulla destinazione dell’utile di esercizio. Utile sul quale invece da Siena Lovaglio fa sapere che intende destinarlo tutto agli azionisti. Con scorno dei sindacati dei dipendenti di Mps, compresi i private banker, che rischiano di restare probabilmente senza bonus e premi di produzione. Proprio in questo piano si inserisce in un quadro complesso. Già il 6 dicembre il Fatto aveva raccontato che dalle reti di Mediobanca se ne stavano andando numerosi professionisti attivi nelle Regioni più ricche del Nord, Lombardia Veneto e Piemonte, ma anche nell’area di Napoli, traslocati in aziende concorrenti come Sella ed Ersel. All’epoca fonti vicine alla banca sostenevano che in realtà il saldo dei professionisti della raccolta del risparmio, tra nuovi ingressi e uscite, nei 12 mesi da ottobre 2024 era ancora positivo e che si trattava di normali dinamiche di tutte le realtà nel settore del risparmio gestito. Ma a fine novembre, una volta incassati consistenti premi di produzione annuali (i bonus di fine anno possono arrivare anche a somme importanti, in funzione delle masse raccolte e degli obiettivi di budget), era scattata la grande fuga da Piazzetta Cuccia. A ingenerare ulteriore confusione erano stati due incontri tenuti a fine anno dai manager di Mediobanca Premier, prima con i vertici delle reti e poi in una call online con tutti i 1.500 dipendenti, nei quali era stato annunciato l’arrivo da Siena di nuovi portafogli clienti, con il trasferimento al gruppo di Milano di tutte le gestioni patrimoniali di Siena sopra i 250 mila euro. La notizia aveva lasciato sconcertati i sindacati, usciti con una nota congiunta nella quale chiedevano come mai di questo piano non si fosse parlato nelle sedi deputate. Poi la banca con i sindacati aveva smentito l’operazione. Tra le reti di Rocca Salimbeni la notizia aveva sollevato molta preoccupazione e altrettanta aveva creato in Mediobanca Premier: l’ingresso di nuovi colleghi meno pagati potrebbe aver contribuito alle fughe, nel timore di rischi di un futuro allineamento verso il basso di compensi bonus e commissioni per i più remunerati professionisti milanesi. A tenere banco c’era poi un’altra vicenda di carattere giudiziario. Secondo alcune fonti Alessandro Vagnucci, ex vicecapo del private banking di Mediobanca passato da pochi mesi a Intesa Sanpaolo come nuovo responsabile dei clienti chiave del private banking, è stato denunciato da Piazzetta Cuccia per i reati di rivelazione di segreti commerciali e accesso abusivo a sistema informatico. Secondo le stesse fonti Mediobanca ritiene che il suo ex dirigente sarebbe stato in sede di notte in modo anomalo nei due mesi prima delle dimissioni, mentre sarebbero avvenuti accessi al sistema informatico per stampare report relativi alla posizione di alcuni clienti con il trafugamento di documenti riservati. Né Intesa né Mediobanca avevano commentato, ma alcune fonti riferivano che sulla vicenda risultavano in corso indagini dalla Procura di Milano. Vagnucci aveva dichiarato: “Sono venuto a conoscenza di una presunta denuncia a mio carico solo attraverso gli articoli pubblicati nella giornata odierna (ieri, ndr) e non ho avuto alcuna comunicazione al riguardo. Ho sempre operato con la massima correttezza nello svolgimento della mia attività e, nel caso, sono certo di poterlo dimostrare”. L'articolo Mediobanca, accelera la fuga dei gestori dei grandi patrimoni: pesano i dubbi sulla fusione con Mps proviene da Il Fatto Quotidiano.
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