La notizia non è la pausa sui tassi, che la Banca centrale europea come da
attese ha lasciato invariati mantenendo al 2% quello sui depositi e al 2,4%
quello sui prestiti marginali. A colpire negli annunci arrivati da Francoforte
giovedì è l’esplosione delle stime sulla crescita dei prezzi alla luce della
guerra in Medio Oriente e delle ripercussioni sui costi dell’energia. Nel quadro
di base, l’inflazione è ora attesa al 2,6% nel 2026, per poi attestarsi al 2%
nel 2027 e al 2,1% nel 2028. A dicembre le previsioni erano, rispettivamente, di
+2,2%, +1,9% e +2%. Anche le prospettive di crescita risultano indebolite: il
Pil dell’Eurozona è atteso aumentare dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e
dell’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso legata agli effetti globali
della guerra su materie prime, redditi reali e fiducia. Ma è nello scenario
avverso che emerge la portata del rischio: in caso di choc energetico più
intenso e duraturo, l’inflazione salirebbe al 4,4% nel 2026 e fino al 4,8% nel
2027, mentre la crescita crollerebbe allo 0,4%. Si materializzerebbe lo spettro
della stagflazione, un quadro che combina prezzi in accelerazione e attività
economica in frenata.
“La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più
incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la
crescita economica”, ha dichiarato la presidente Christine Lagarde. Il
conflitto, come stiamo vedendo in queste settimane, avrà un impatto immediato
sui prezzi attraverso il rincaro dei beni energetici, mentre le conseguenze a
medio termine dipenderanno dalla durata dello choc e dalla sua trasmissione
all’economia.
Sul fronte fiscale, Lagarde ha invitato i governi a muoversi con cautela:
“Qualunque intervento di bilancio per far fronte allo choc energetico deve
essere temporaneo, mirato e proporzionato”. Misure troppo ampie, ha avvertito,
rischiano di alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche.
Allo stesso tempo, la crisi energetica “sottolinea l’urgenza di rafforzare
l’economia dell’area euro” e “rafforza l’imperativo di ridurre ulteriormente la
dipendenza dai combustibili fossili”. Che espone l’Europa a conseguenze
pesantissime in caso di aumento marcato e duraturo dei prezzi di petrolio e gas.
L'articolo Con la guerra in Medio Oriente rischio inflazione alle stelle: per la
Bce nello scenario peggiore esploderà fino a +4,8% nel 2027 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di
giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere
nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena.
La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di
amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei
26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio
(informale) di Francoforte.
Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di
giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di
inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un
amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di
una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della
complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a
terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico
conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a
vigilanza rafforzata.
Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato
favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui
curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non
considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal
2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde
per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era
ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il
fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle
Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica
partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la
trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai
guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta
solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben
15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria.
Oltre alla parentesi ministeriale.
Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una
prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale
approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento
all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile
cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno
prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo
di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi
stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del
piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati”
con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di
esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il
processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che
“possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”.
L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A
Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La presidente della Bce Christine Lagarde riceve circa 140mila euro all’anno
come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti
Internazionali, nonostante la Banca Centrale Europea vieta i pagamenti da parte
di terzi al proprio personale. Alcuni dipendenti della Bce, riferisce il
Financial Times, si sono lamentati su forum interni dell’apparente doppio
standard nel trattamento della retribuzione della presidente.
Il quotidiano finanziario ricorda che generalmente la Bri non divulga i
pagamenti individuali, ma in una risposta scritta agli deputati europei Fabio De
Masi e Dick Erixon Lagarde ha rivelato per la prima volta venerdì di aver
ricevuto 130.457 franchi svizzeri nel 2025, pari a circa 140mila euro. Nel 2024
ha ricevuto uno stipendio base della Bce di 466mila euro più 135mila euro di
benefici accessori. La retribuzione totale stimata di circa 741mila euro rende
Lagarde il funzionario dell’Ue più pagato, scrive il quotidiano della City.
La banca centrale ha dichiarato al Ft che il suo presidente “non è un membro del
personale” e quindi “non è soggetto alle regole del personale“, aggiungendo che
è invece “soggetto a un codice di condotta dedicato ai funzionari di alto
livello della Bce”. Secondo le norme sul personale della Bce, i dipendenti non
devono accettare “alcun pagamento da terzi in relazione all’esecuzione dei loro
doveri professionali” e, qualora tali pagamenti vengano offerti, “devono essere
effettuati alla Bce”. Ma l’incarico nel consiglio di amministrazione della Bri
comporta “responsabilità di governance e relativi rischi legali“, ha fatto
sapere l’Eurotower, e “in considerazione di queste responsabilità” il presidente
“riceve una remunerazione pagata dalla Bri”.
Secondo un post sul forum di discussione della banca, il dipartimento delle
risorse umane ha fatto sapere a un dipendente che stava chiedendo informazioni
su un progetto congiunto della BRI che non era autorizzato ad accettare una
retribuzione aggiuntiva. “Noi mortali non possiamo usufruire dell’indennità”, si
legge in un terzo post.
Fonti citate dal quotidiano finanziario hanno dichiarato al Ft che Lagarde
avrebbe seguito la prassi dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude
Trichet, che hanno anch’essi richiesto l’indennità della Bri. Draghi e Trichet
hanno rifiutato di commentare.
L'articolo La Bce ammette: “Lagarde riceve 140mila euro l’anno dalla Banca dei
regolamenti internazionali”. Per gli altri dipendenti c’è il divieto proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie
ad alta intensità energetica. A spiegare questa paradossale situazione è il
bollettino economico della Bce, che spiega che “le famiglie dell’area dell’euro
pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta
intensità energetica, perché tutte le componenti della bolletta risultano più
care”. La Bce aggiunge che “in Francia e nei Paesi Bassi le famiglie pagano
circa il 64 e il 20 per cento in più rispetto alle industrie ad alta intensità
energetica. Questo fenomeno è ancora più marcato in Germania, Spagna e Italia,
dove i prezzi dell’energia elettrica per le famiglie sono più elevati di circa
il 100%“.
Le motivazioni dietro la differenza di prezzo sono da ricercare nella tipologia
di combustibili importati per la produzione di energia elettrica: gli Stati che
dipendono in maggioranza da combustibili fossili “vanno tendenzialmente incontro
a prezzi dell’elettricità più elevati, in quanto tali combustibili generalmente
hanno costi marginali più elevati rispetto al nucleare o alle fonti rinnovabili.
Inoltre, differenze nelle imposte nazionali e nella regolamentazione degli oneri
di rete sono anch’esse all’origine di notevoli variazioni tra paesi nei prezzi
finali dell’energia elettrica”.
Nodi ben noti, che il governo Meloni ha tentato di affrontare con il decreto
Bollette varato ieri. Che prevede varie misure per ridurre i costi per famiglie
e imprese – il ministero dell’Ambiente stima una riduzione di 15 euro l’anno per
le famiglie – e un bonus sociale straordinario da 115 euro per i nuclei
vulnerabili, a cui le aziende elettriche potranno aggiungere uno sconto su base
volontaria per i consumatori con Isee fino a 25mila euro.
L'articolo Bce: le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto
alle grandi industrie proviene da Il Fatto Quotidiano.
Christine Lagarde sarebbe pronta a lasciare la Banca centrale europea prima
della scadenza naturale del suo mandato, prevista nell’ottobre 2027, secondo il
Financial Times. La durata dell’incarico è di 8 anni, ma l’intenzione della
presidente sarebbe di dimettersi prima delle elezioni presidenziali francesi, ad
aprile 2027. Con lo scopo di consentire al presidente francese Emmanuel Macron e
al cancelliere tedesco Friedrich Merz di scegliere un sostituto, a capo di una
delle istituzioni più importanti dell’Unione europea. In Francia, in vetta ai
sondaggi, spicca l’estrema destra del Rassemblement National guidato da Marine
Le Pen. Lagarde dunque vorrebbe scongiurare il rischio di affidare il potere di
nomina ad una forza politica considerata euroscettica. Il numero 1 della banca
centrale europea è eletto dal Consiglio Ue, l’organo di rappresentanza dei capi
di Stato e di governo, a maggioranza qualificata: il 55% degli Stati membri
(almeno 15) e il 65% della popolazione Ue. Al Financial Times, l’istituto di
Francoforte ha dichiarato che “la presidente è totalmente concentrata sulla sua
missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”.
Fonti del quotidiano tuttavia riferiscono come Macron, incandidabile per un
terzo mandato all’Eliseo, “da mesi desidera avere voce in capitolo nella scelta
del successore di Lagarde”. Su Le Pen potrebbe pesare la condanna per
appropriazione indebita dei fondi del Parlamento Ue, ma a scaldare i motori per
la corsa elettorale ci sarebbe anche il suo delfino Jordan Bardella. La nomina
di Lagarde fu concordata nel 2019 da Macron e Angela Merkel, al tempo
cancelliera in Germania. I due leader condivisero anche la scelta di Ursula von
der Leyen alla guida della Commissione.
L'articolo Financial Times: “Christine Lagarde lascerà la Bce prima della fine
del mandato. Così permetterà a Macron di votare il suo successore” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Sei mesi dopo le scampate nozze con Unicredit maledette dal governo, si vanno
delineando i confini della presa francese sul Banco Bpm. È atteso a breve il via
libera della Banca Centrale Europea al Credit Agricole a salire oltre il 20% nel
capitale della banca milanese.
L’istituto francese che ha una forte presenza in Italia con sovrapposizioni
anche territoriali e di business con Bpm, dovrà rispettare alcune indicazioni in
termini di governance. Tra le raccomandazioni poste da Francoforte ai francesi
per limitare quella che è di fatto un’acquisizione, fa sapere l’Ansa, ci sarà un
limite di massimo 7 consiglieri da nominare nel consiglio di amministrazione
dell’istituto.
In Italia la soglia limite per il lancio obbligatorio di un’offerta pubblica di
acquisto è attualmente al 25%, ma la riforma del Testo unico della finanza al
vaglio del Parlamento riporterà al 30 per cento.
L'articolo Bpm sarà sempre più francese: a breve il Credit Agricole potrà salire
oltre il 20% della banca milanese proviene da Il Fatto Quotidiano.
Secondo un’analisi del Financial Times, lo stipendio completo della presidente
della Banca centrale europea Christine Lagarde è superiore di oltre il 50%
rispetto a quello dichiarato dall’istituto. Secondo i calcoli del FT, nel 2024
ha guadagnato in totale circa 726.000 euro, il 56% in più rispetto allo
stipendio ‘base’ di 466.000 euro comunicato dalla Bce nel suo rapporto annuale.
Ciò significa che Lagarde guadagna quasi quattro volte di più del presidente
della Federal Reserve statunitense, Jerome Powell, il cui stipendio è stabilito
dalla legge federale statunitense e attualmente è limitato a 203.000 dollari
(172.720 euro).
Già il solo stipendio base di Lagarde la rende la funzionaria più pagata
dell’Ue: il salario base annuo della presidente della Commissione europea Ursula
von der Leyen è inferiore del 21%, ricorda il quotidiano della City. Oltre allo
stipendio base in Bce, Lagarde riceve poi circa 135.000 euro in benefit per
l’alloggio e altre spese e circa 125.000 euro per la sua posizione come uno dei
18 membri del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti
Internazionali. La relazione annuale della Bce non fa riferimento allo stipendio
di Lagarde presso la Bri.
Vista la mancanza di dati dettagliati e consolidati, spiega il Ft, i calcoli
fatti si basano sui rapporti annuali e su un documento che specifica i “termini
e le condizioni” della retribuzione dei massimi funzionari della Bce. La stima
non include i contributi alla pensione di Lagarde, né il costo del suo piano
sanitario e delle sue assicurazioni. L’Eurotower ha rifiutato di commentare
l’analisi, limitandosi a far sapere che lo stipendio del presidente è stato
stabilito da un comitato per le remunerazioni e dal suo consiglio direttivo
“alla nascita della Bce”, fondata nel 1998. “L’unica modifica allo stipendio da
allora, per tutti i presidenti, è stata l’adeguamento annuale dello stipendio
che si applica a tutto il personale”.
L'articolo Ft: “La presidente della Bce Lagarde guadagna oltre 700mila euro,
quattro volte il presidente della Fed” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altolà della Banca Centrale Europea ai margini di manovra dei grandi soci del
Monte dei Paschi di Siena sul rinnovo del consiglio di amministrazione della
banca partecipata dal ministero dell’Economia, da Francesco Gaetano Caltagirone
e da Delfin. La Bce ha bocciato una delle modifiche dello statuto proposte da
Mps per consentire al cda di presentare una propria lista di candidati al
consiglio da sottoporre all’assemblea, che la prossima primavera sarà chiamata a
rinnovare il board.
A non piacere a Francoforte, come ha anticipato Repubblica in edicola mercoledì
24 dicembre, sarebbe il principio di residualità, previsto anche nel decreto
Capitali varato dal governo Meloni, che fa decadere la lista del cda se un
azionista rilevante – nel caso senese si tratta del gruppo Caltagirone o di
Delfin – presenta una lista di controllo per il nuovo board.
Di conseguenza, da quanto si apprende, tale principio non potrà rientrare fra le
proposte di modifica dello statuto, che devono ovviamente essere approvate alla
Bce per consentire al consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione
di convocare l’assemblea straordinaria in tempo per arrivare poi con le carte in
regola all’appuntamento dei soci di primavera. E non è escluso che, per
stralciare il punto controverso dalla bozza sulla quale è in corso da alcune
settimane il confronto con la Bce, venga convocata una riunione del cda di Mps
prima di gennaio.
Gli altri principali punti oggetto di modifica dello statuto, sui quali
l’autorità di vigilanza non sembra aver sollevato rilievi, sono la possibilità
per il cda di presentare una propria lista, il rinnovo del presidente per un
altro mandato e l’eliminazione del vincolo attuale che impedisce a Mps di
distribuire fino al 100% degli utili in dividendi.
L'articolo La Bce boccia le modifiche statutarie di Mps: niente lista residuale
per Caltagirone e Delfin proviene da Il Fatto Quotidiano.
Trovare un modo legale per usare gli asset russi congelati e, allo stesso tempo,
convincere tutti gli Stati membri a dare il proprio assenso. Il tutto in soli
due giorni. A Bruxelles è corsa contro il tempo tra tecnici, vertici delle
istituzioni Ue e capi di Stato e di governo per cercare di arrivare a un’intesa
la più condivisa possibile sull’utilizzo dei 210 miliardi di euro immobilizzati
dall’Ue come sanzione per l’invasione russa dell’Ucraina. La deadline è il
Consiglio europeo del 18-19 dicembre, anche se il presidente Antonio Costa non
ha escluso sedute a oltranza per arrivare a un’intesa prima del 2026. Perché col
disimpegno americano, le trattative che vanno a rilento e la guerra che non
accenna a placarsi, per l’Europa quei soldi sono una delle pochissime, se non
l’unica speranza di continuare a sostenere Kiev oggi e in futuro.
La strada intrapresa dall’Ue è piena di ostacoli. L’obiettivo è quello di
utilizzare questi soldi come garanzia di un prestito da circa 140 miliardi di
euro all’Ucraina. Il problema è che, nel caso in cui la guerra dovesse terminare
e le sanzioni venissero allentate, è possibile che i proprietari di quei beni li
richiedano indietro. E a quel punto, se fossero stati usati per ripagare il
debito, toccherebbe agli Stati risarcire. E non tutti in parti uguali, almeno
sulla carta: il principale ostacolo è convincere il Belgio che, tramite
Euroclear, detiene 185 dei 210 miliardi totali e che, in caso di richiesta di
rimborso, come spiegato dal governo di Bruxelles, rischierebbe “la bancarotta“.
Redistribuire il rischio, invece, non sembra essere una strada praticabile per
più di una cancelleria, Italia compresa.
Per questo a Bruxelles si cerca una soluzione per evitare che quei soldi possano
essere utilizzati senza il rischio di maxi-risarcimenti futuri, addossandosi
solo il rischio di un danno d’immagine per futuri investitori internazionali.
Uno spiraglio sembra aprirlo, secondo fonti anonime citate dall’Ansa, la
presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che solo poche
settimane fa aveva escluso la possibilità di offrire garanzie Bce per il
prestito. La capa della massima istituzione bancaria europea avrebbe detto che,
se si è usata la procedura di emergenza prevista dall’articolo 122 per
immobilizzare gli asset russi a tempo indeterminato, allora sarebbe possibile
procedere nello stesso modo anche nell’emissione del debito comune, aggirando
così il veto dell’Ungheria di Viktor Orban. Proprio il premier magiaro ha
ribadito la sua posizione: “I politici liberali e i burocrati di Bruxelles hanno
creato l’illusione che ci fosse la possibilità di sostenere finanziariamente una
guerra in Ucraina senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini dell’Unione
europea, basandosi solo sui cosiddetti beni congelati. È stato un imbroglio.
State imbrogliando“, ha dichiarato arrivando al vertice dei Patrioti a
Bruxelles. “In Europa centrale nessuno ci ha pensato seriamente – ha aggiunto –
Non siamo stupidi. Pensiamo che se si vuole finanziare una guerra, bisogna
pagarla”. E dopo aver avvisato di aver parlato con Vladimir Putin, pronto a
“rispondere con la forza” se dovessero essere usati gli asset russi, ha
annunciato che l’Ungheria non ha alcuna intenzione di appoggiare la scelta di
Bruxelles: “Pagherete voi. Pagheremo tutti. È una cattiva strategia, un errore
enorme e lo pagheremo tutti. Ciò per cui mi batto è tenere gli ungheresi fuori
da questa follia e da questa folle strategia. Mi oppongo fermamente all’invio di
denaro degli ungheresi in Ucraina”.
La sua attenzione si è poi spostata su Euroclear: “È una società belga. Sono in
pericolo. Se l’idea folle dell’Unione europea di confiscare i beni russi
congelati” dovesse andare a buon fine, “ciò avrebbe un impatto tremendamente
negativo sulla società”. Lettura che al momento trova conferma nella reazione di
Ficth che ha messo i rating di default a lungo termine (Idr) di Euroclear Bank
ed Euroclear Holding (Eh), entrambi “AA”, sotto osservazione con implicazioni
negative, tecnicamente Rating Watch Negative (Rwn). La decisione è legata,
spiegano, a un “potenziale aumento dei rischi di liquidità e legali” per
Euroclear Bank ed Eh (congiuntamente Euroclear) “derivanti dai piani della
Commissione europea di utilizzare le attività immobilizzate della Banca Centrale
della Federazione Russa (Cbr) per un prestito di riparazione all’Ucraina”,
nonché dalla decisione di “avvalersi dei poteri di emergenza ai sensi
dell’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea del 12
dicembre”.
Il Belgio, per l’appunto, rimane perplesso sulle soluzioni offerte dai vertici
Ue, fortemente sostenuti dalla Germania. Fonti diplomatiche hanno rivelato che
Bruxelles “insiste nel chiedere una discussione approfondita di entrambe le
opzioni domani, quella sul tavolo” del prestito sugli asset russi “e quella in
sospeso” sul prestito garantito dal bilancio Ue. E “continua a credere che il
prestito di riparazione non sia l’unica opzione per aiutare l’Ucraina”, ma
“preferirebbe l’opzione di un prestito garantito dal margine di bilancio
dell’Ue“. Questo perché questa seconda opzione “offre piena chiarezza e
prevedibilità” garantendo un metodo “più economico, più rapido e più trasparente
e che offre, sempre di più, maggiore chiarezza. È un esercizio ben noto e
rappresenterebbe una forte dichiarazione di sostegno all’Ucraina. Nelle proposte
della Commissione del 3 dicembre c’erano due opzioni. Ne abbiamo discusso
diverse volte e, a un certo punto, la presidenza danese ha deciso di accantonare
la prima opzione, sostenendo che non vi è unanimità. Da allora, non abbiamo
avuto alcun dibattito, alcuna discussione su tale opzione, e ci siamo
concentrati sull’altra opzione, ovvero il prestito di riparazione a fronte degli
asset russi mobilitati”. Dopo una giornata intera di contrattazioni, la
posizione del Belgio rimane però la stessa: “Tutto ciò che è applicabile al
Belgio deve essere applicabile a tutti gli altri Paesi dell’Ue”, con tutti i
rischi coperti e neutralizzati “senza limitazioni, integralmente e sin dal primo
giorno”.
Dubbi su questo, però, sono stati espressi anche da Malta, Bulgaria, Slovacchia
e persino Italia. Roma, pressata dai continui avvertimenti di Washington che
invita l’Europa a non utilizzare gli asset russi congelati come garanzia per il
prestito di riparazione per l’Ucraina, cerca di mantenere una posizione di
equilibrio. Da un lato non chiude totalmente al loro possibile utilizzo, come
invece fa un altro governo dell’est Europa, la Repubblica Ceca, che ha negato la
propria disponibilità a fare da garante, ma ribadisce, anche col discorso di
Giorgia Meloni alla Camera, che si può dare il via libera “se la base giuridica
è solida. Non perché siamo amici di Putin ma per l’esatto contrario. Se la base
giuridica di questa iniziativa non fosse solida, noi regaleremmo alla Russia la
prima vittoria vera dall’inizio del questo conflitto. Bisogna sì puntare a
utilizzare gli asset sovrani russi, perché è giusto che sia la Russia a ripagare
per la guerra di aggressione che ha mosso, ma bisogna essere sicuri di fare la
cosa giusta”.
L'articolo Asset russi congelati, “la Bce apre all’uso della clausola
d’emergenza sul debito comune per l’Ucraina”: così aggirerebbe il veto di Orban
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rischia di naufragare la proposta della Commissione europea di utilizzare i beni
congelati alla Russia per finanziare il sostegno futuro all’Ucraina. A gelare
gli animi dentro Palazzo Berlaymont è l’indiscrezione diffusa dal Financial
Times secondo la quale la Banca centrale europea si rifiuterà di fornire
garanzie per il prestito da 140 miliardi a Kiev perché, hanno spiegato diversi
funzionari sentiti dal quotidiano finanziario britannico, “ha concluso che la
proposta della Commissione europea viola il suo mandato“. Così, sottolinea la
testata, “aumentano le difficoltà di Bruxelles nel raccogliere il gigantesco
prestito a fronte delle attività della banca centrale russa immobilizzate presso
Euroclear, il depositario belga di titoli”.
Una frenata che complica i piani dell’Ue che proprio sull’utilizzo dei fondi
russi immobilizzati contava per finanziare in parte il futuro sostegno al
governo di Kiev. Lo si era capito anche dalla bozza di contropiano per la pace
presentata nel corso delle trattative di Ginevra, in occasione delle quali gli
Stati Uniti avevano sottoposto alle parti presenti il loro progetto per una
futura pace tra Mosca e Kiev. Secondo il piano della Commissione, i Paesi
dell’Ue dovrebbero fornire garanzie statali per assicurare la condivisione del
rischio di rimborso del prestito di 140 miliardi di euro concesso all’Ucraina.
Tuttavia, i funzionari europei hanno anche preso in considerazione che i Paesi
potrebbero non essere in grado di raccogliere rapidamente il denaro in caso di
emergenza e questo potrebbe mettere sotto pressione i mercati. Per questo hanno
chiesto alla Bce, spiega il FT, “se potesse fungere da prestatore di ultima
istanza per Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione, al fine di
evitare una crisi di liquidità, secondo quanto riferito da quattro persone
informate sulle discussioni. I funzionari della Bce hanno comunicato alla
Commissione che ciò era impossibile“.
Lunedì era stata l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja
Kallas, a ribadire che a suo parere “l’ipotesi dell’uso degli asset russi è la
più efficace, la soluzione migliore. Gli eurobond sono fuori questione perché
alcuni Stati membri sono contrari. Lanceremmo tre messaggi: all’Ucraina, che
siamo con loro, alla Russia, che non ci stancheremo, e anche agli Stati Uniti,
per mostrare che sappiamo compiere passi duri e difficili”.
L’indiscrezione del quotidiano britannico, se confermata, frena le aspettative
della Commissione e dà forza a quei Paesi europei contrari all’utilizzo degli
asset russi. Tra i primi ad aver manifestato contrarietà ci sono l’Ungheria e la
Slovacchia, da tempo contrari alla strategia del pugno duro con Mosca anche per
quanto riguarda le sanzioni economiche. Ma a questi si sono aggiunte anche altre
cancellerie che, invece, sono da sempre schierate a sostegno della causa
ucraina, come il Belgio. Il punto intorno al quale ruota la discussione sono le
possibili cause legali alle quali i Paesi dovrebbero far fronte in caso di
sblocco degli asset russi. Lo ha spiegato senza troppi giri di parole il
ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, in un’intervista a Rtl: “I rischi
per il Belgio sono semplici, se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le
possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200
miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale.
Significherebbe la bancarotta. Vogliamo evitare di violare il diritto
internazionale non basandoci su una decisione giudiziaria, ma sulla volontà
politica”. E le posizioni della Bce sembrano dargli ragione.
X: @GianniRosini
L'articolo Uso degli asset russi congelati, la Bce frena la Commissione: “Non
daremo garanzie sul prestito da 140 miliardi all’Ucraina” proviene da Il Fatto
Quotidiano.