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Con la guerra in Medio Oriente rischio inflazione alle stelle: per la Bce nello scenario peggiore esploderà fino a +4,8% nel 2027
La notizia non è la pausa sui tassi, che la Banca centrale europea come da attese ha lasciato invariati mantenendo al 2% quello sui depositi e al 2,4% quello sui prestiti marginali. A colpire negli annunci arrivati da Francoforte giovedì è l’esplosione delle stime sulla crescita dei prezzi alla luce della guerra in Medio Oriente e delle ripercussioni sui costi dell’energia. Nel quadro di base, l’inflazione è ora attesa al 2,6% nel 2026, per poi attestarsi al 2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028. A dicembre le previsioni erano, rispettivamente, di +2,2%, +1,9% e +2%. Anche le prospettive di crescita risultano indebolite: il Pil dell’Eurozona è atteso aumentare dello 0,9% nel 2026, dell’1,3% nel 2027 e dell’1,4% nel 2028, con una revisione al ribasso legata agli effetti globali della guerra su materie prime, redditi reali e fiducia. Ma è nello scenario avverso che emerge la portata del rischio: in caso di choc energetico più intenso e duraturo, l’inflazione salirebbe al 4,4% nel 2026 e fino al 4,8% nel 2027, mentre la crescita crollerebbe allo 0,4%. Si materializzerebbe lo spettro della stagflazione, un quadro che combina prezzi in accelerazione e attività economica in frenata. “La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica”, ha dichiarato la presidente Christine Lagarde. Il conflitto, come stiamo vedendo in queste settimane, avrà un impatto immediato sui prezzi attraverso il rincaro dei beni energetici, mentre le conseguenze a medio termine dipenderanno dalla durata dello choc e dalla sua trasmissione all’economia. Sul fronte fiscale, Lagarde ha invitato i governi a muoversi con cautela: “Qualunque intervento di bilancio per far fronte allo choc energetico deve essere temporaneo, mirato e proporzionato”. Misure troppo ampie, ha avvertito, rischiano di alimentare ulteriormente le pressioni inflazionistiche. Allo stesso tempo, la crisi energetica “sottolinea l’urgenza di rafforzare l’economia dell’area euro” e “rafforza l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili”. Che espone l’Europa a conseguenze pesantissime in caso di aumento marcato e duraturo dei prezzi di petrolio e gas. L'articolo Con la guerra in Medio Oriente rischio inflazione alle stelle: per la Bce nello scenario peggiore esploderà fino a +4,8% nel 2027 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie”
Non solo una “rilevante esperienza bancaria”, ma anche una “chiara autonomia di giudizio”. È il minimo sindacale che la Banca Centrale Europea vorrebbe leggere nel curriculum del futuro amministratore delegato del Monte del Paschi di Siena. La richiesta è precisata in una lettera inviata dalla vigilanza al consiglio di amministrazione di Mps che, il 4 marzo scorso, si apprestava a scegliere 20 dei 26 candidati selezionati dai consulenti di Korn Ferry già sottoposti al vaglio (informale) di Francoforte. Nella lettera si parla di “una approfondita valutazione dell’autonomia di giudizio” di tutti i componenti del futuro consiglio, della necessità di inserire nei comitati amministratori “formalmente indipendenti” e di un amministratore delegato che disponga di una “chiara” autonomia di giudizio e di una “rilevante esperienza bancaria, riflesso delle sfide del ruolo e della complessità dell’istituzione”. La quale, va ricordato, non solo si candida a terzo polo bancario del Paese, ma è anche il primo azionista dell’unico conglomerato finanziario italiano, Generali, che in quanto tale è sottoposto a vigilanza rafforzata. Richieste che, anche senza nominarlo, di fatto tagliano fuori il candidato favorito dall’azionista Francesco Gaetano Caltagirone, Fabrizio Palermo, nel cui curriculum non c’è una “rilevante esperienza bancaria”, a meno di non considerare tale la guida della Cassa Depositi e Prestiti per quattro anni dal 2018 al 2021, quando il manager venne scelto a sorpresa dal governo gialloverde per fare fuori il candidato di Giovanni Tria, Dario Scannapieco, che era ritenuto troppo vicino a Mario Draghi. Quanto all’indipendenza, non lo aiuta il fatto di essere il rappresentante di Caltagirone proprio nel consiglio delle Generali oltre amministratore delegato della multiutility romana Acea, storica partecipata del costruttore-editore. Indubbiamente bancaria, invece, la trentennale ‘esperienza dell’altro candidato, Carlo Vivaldi, che però non ha mai guidato una banca in prima persona. Grande o piccola che fosse. Quindi resta solo Corrado Passera. Il quale però ha lasciato il timone di Intesa Sanpaolo ben 15 anni fa e da allora ha all’attivo una disavventura politica e una bancaria. Oltre alla parentesi ministeriale. Certo, la Bce riconosce che “la selezione dell’amministratore delegato è una prerogativa di Mps“, ma la vigilanza si attende “che il piano industriale approvato dal cda il 26 febbraio 2026”, in particolare “in riferimento all’integrazione con Mediobanca”, “non debba essere impattato da un possibile cambiamento nel ruolo dell’amministratore delegato”, che era trapelato il giorno prima. E così l’istituto di Francoforte ha espresso delle “riserve” sul processo di selezione dei candidati della lista del cda di Mps, condotto in “tempi stretti” e “in parallelo ad altre importanti attività come l’approvazione del piano industriale” e che ha portato a valutare la “maggior parte dei candidati” con “punteggi alti“, anche in presenza di “un livello e una qualità di esperienza molto diversi”. Questo “solleva preoccupazioni” sul fatto che il processo di selezione “sia stato adeguatamente rispettato” e sul rischio che “possa portare a un deterioramento nella composizione del cda”. L'articolo La Bce taglia fuori il candidato forte di Caltagirone per Mps: “A Siena ceo indipendente e con forti esperienze bancarie” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Bce ammette: “Lagarde riceve 140mila euro l’anno dalla Banca dei regolamenti internazionali”. Per gli altri dipendenti c’è il divieto
La presidente della Bce Christine Lagarde riceve circa 140mila euro all’anno come membro del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali, nonostante la Banca Centrale Europea vieta i pagamenti da parte di terzi al proprio personale. Alcuni dipendenti della Bce, riferisce il Financial Times, si sono lamentati su forum interni dell’apparente doppio standard nel trattamento della retribuzione della presidente. Il quotidiano finanziario ricorda che generalmente la Bri non divulga i pagamenti individuali, ma in una risposta scritta agli deputati europei Fabio De Masi e Dick Erixon Lagarde ha rivelato per la prima volta venerdì di aver ricevuto 130.457 franchi svizzeri nel 2025, pari a circa 140mila euro. Nel 2024 ha ricevuto uno stipendio base della Bce di 466mila euro più 135mila euro di benefici accessori. La retribuzione totale stimata di circa 741mila euro rende Lagarde il funzionario dell’Ue più pagato, scrive il quotidiano della City. La banca centrale ha dichiarato al Ft che il suo presidente “non è un membro del personale” e quindi “non è soggetto alle regole del personale“, aggiungendo che è invece “soggetto a un codice di condotta dedicato ai funzionari di alto livello della Bce”. Secondo le norme sul personale della Bce, i dipendenti non devono accettare “alcun pagamento da terzi in relazione all’esecuzione dei loro doveri professionali” e, qualora tali pagamenti vengano offerti, “devono essere effettuati alla Bce”. Ma l’incarico nel consiglio di amministrazione della Bri comporta “responsabilità di governance e relativi rischi legali“, ha fatto sapere l’Eurotower, e “in considerazione di queste responsabilità” il presidente “riceve una remunerazione pagata dalla Bri”. Secondo un post sul forum di discussione della banca, il dipartimento delle risorse umane ha fatto sapere a un dipendente che stava chiedendo informazioni su un progetto congiunto della BRI che non era autorizzato ad accettare una retribuzione aggiuntiva. “Noi mortali non possiamo usufruire dell’indennità”, si legge in un terzo post. Fonti citate dal quotidiano finanziario hanno dichiarato al Ft che Lagarde avrebbe seguito la prassi dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che hanno anch’essi richiesto l’indennità della Bri. Draghi e Trichet hanno rifiutato di commentare. L'articolo La Bce ammette: “Lagarde riceve 140mila euro l’anno dalla Banca dei regolamenti internazionali”. Per gli altri dipendenti c’è il divieto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bce: le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle grandi industrie
Le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. A spiegare questa paradossale situazione è il bollettino economico della Bce, che spiega che “le famiglie dell’area dell’euro pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica, perché tutte le componenti della bolletta risultano più care”. La Bce aggiunge che “in Francia e nei Paesi Bassi le famiglie pagano circa il 64 e il 20 per cento in più rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. Questo fenomeno è ancora più marcato in Germania, Spagna e Italia, dove i prezzi dell’energia elettrica per le famiglie sono più elevati di circa il 100%“. Le motivazioni dietro la differenza di prezzo sono da ricercare nella tipologia di combustibili importati per la produzione di energia elettrica: gli Stati che dipendono in maggioranza da combustibili fossili “vanno tendenzialmente incontro a prezzi dell’elettricità più elevati, in quanto tali combustibili generalmente hanno costi marginali più elevati rispetto al nucleare o alle fonti rinnovabili. Inoltre, differenze nelle imposte nazionali e nella regolamentazione degli oneri di rete sono anch’esse all’origine di notevoli variazioni tra paesi nei prezzi finali dell’energia elettrica”. Nodi ben noti, che il governo Meloni ha tentato di affrontare con il decreto Bollette varato ieri. Che prevede varie misure per ridurre i costi per famiglie e imprese – il ministero dell’Ambiente stima una riduzione di 15 euro l’anno per le famiglie – e un bonus sociale straordinario da 115 euro per i nuclei vulnerabili, a cui le aziende elettriche potranno aggiungere uno sconto su base volontaria per i consumatori con Isee fino a 25mila euro. L'articolo Bce: le famiglie italiane pagano il doppio per l’elettricità rispetto alle grandi industrie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Financial Times: “Christine Lagarde lascerà la Bce prima della fine del mandato. Così permetterà a Macron di votare il suo successore”
Christine Lagarde sarebbe pronta a lasciare la Banca centrale europea prima della scadenza naturale del suo mandato, prevista nell’ottobre 2027, secondo il Financial Times. La durata dell’incarico è di 8 anni, ma l’intenzione della presidente sarebbe di dimettersi prima delle elezioni presidenziali francesi, ad aprile 2027. Con lo scopo di consentire al presidente francese Emmanuel Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di scegliere un sostituto, a capo di una delle istituzioni più importanti dell’Unione europea. In Francia, in vetta ai sondaggi, spicca l’estrema destra del Rassemblement National guidato da Marine Le Pen. Lagarde dunque vorrebbe scongiurare il rischio di affidare il potere di nomina ad una forza politica considerata euroscettica. Il numero 1 della banca centrale europea è eletto dal Consiglio Ue, l’organo di rappresentanza dei capi di Stato e di governo, a maggioranza qualificata: il 55% degli Stati membri (almeno 15) e il 65% della popolazione Ue. Al Financial Times, l’istituto di Francoforte ha dichiarato che “la presidente è totalmente concentrata sulla sua missione e non ha preso alcuna decisione in merito alla fine del suo mandato”. Fonti del quotidiano tuttavia riferiscono come Macron, incandidabile per un terzo mandato all’Eliseo, “da mesi desidera avere voce in capitolo nella scelta del successore di Lagarde”. Su Le Pen potrebbe pesare la condanna per appropriazione indebita dei fondi del Parlamento Ue, ma a scaldare i motori per la corsa elettorale ci sarebbe anche il suo delfino Jordan Bardella. La nomina di Lagarde fu concordata nel 2019 da Macron e Angela Merkel, al tempo cancelliera in Germania. I due leader condivisero anche la scelta di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione. L'articolo Financial Times: “Christine Lagarde lascerà la Bce prima della fine del mandato. Così permetterà a Macron di votare il suo successore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bpm sarà sempre più francese: a breve il Credit Agricole potrà salire oltre il 20% della banca milanese
Sei mesi dopo le scampate nozze con Unicredit maledette dal governo, si vanno delineando i confini della presa francese sul Banco Bpm. È atteso a breve il via libera della Banca Centrale Europea al Credit Agricole a salire oltre il 20% nel capitale della banca milanese. L’istituto francese che ha una forte presenza in Italia con sovrapposizioni anche territoriali e di business con Bpm, dovrà rispettare alcune indicazioni in termini di governance. Tra le raccomandazioni poste da Francoforte ai francesi per limitare quella che è di fatto un’acquisizione, fa sapere l’Ansa, ci sarà un limite di massimo 7 consiglieri da nominare nel consiglio di amministrazione dell’istituto. In Italia la soglia limite per il lancio obbligatorio di un’offerta pubblica di acquisto è attualmente al 25%, ma la riforma del Testo unico della finanza al vaglio del Parlamento riporterà al 30 per cento. L'articolo Bpm sarà sempre più francese: a breve il Credit Agricole potrà salire oltre il 20% della banca milanese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ft: “La presidente della Bce Lagarde guadagna oltre 700mila euro, quattro volte il presidente della Fed”
Secondo un’analisi del Financial Times, lo stipendio completo della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde è superiore di oltre il 50% rispetto a quello dichiarato dall’istituto. Secondo i calcoli del FT, nel 2024 ha guadagnato in totale circa 726.000 euro, il 56% in più rispetto allo stipendio ‘base’ di 466.000 euro comunicato dalla Bce nel suo rapporto annuale. Ciò significa che Lagarde guadagna quasi quattro volte di più del presidente della Federal Reserve statunitense, Jerome Powell, il cui stipendio è stabilito dalla legge federale statunitense e attualmente è limitato a 203.000 dollari (172.720 euro). Già il solo stipendio base di Lagarde la rende la funzionaria più pagata dell’Ue: il salario base annuo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è inferiore del 21%, ricorda il quotidiano della City. Oltre allo stipendio base in Bce, Lagarde riceve poi circa 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese e circa 125.000 euro per la sua posizione come uno dei 18 membri del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali. La relazione annuale della Bce non fa riferimento allo stipendio di Lagarde presso la Bri. Vista la mancanza di dati dettagliati e consolidati, spiega il Ft, i calcoli fatti si basano sui rapporti annuali e su un documento che specifica i “termini e le condizioni” della retribuzione dei massimi funzionari della Bce. La stima non include i contributi alla pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle sue assicurazioni. L’Eurotower ha rifiutato di commentare l’analisi, limitandosi a far sapere che lo stipendio del presidente è stato stabilito da un comitato per le remunerazioni e dal suo consiglio direttivo “alla nascita della Bce”, fondata nel 1998. “L’unica modifica allo stipendio da allora, per tutti i presidenti, è stata l’adeguamento annuale dello stipendio che si applica a tutto il personale”. L'articolo Ft: “La presidente della Bce Lagarde guadagna oltre 700mila euro, quattro volte il presidente della Fed” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Bce boccia le modifiche statutarie di Mps: niente lista residuale per Caltagirone e Delfin
Altolà della Banca Centrale Europea ai margini di manovra dei grandi soci del Monte dei Paschi di Siena sul rinnovo del consiglio di amministrazione della banca partecipata dal ministero dell’Economia, da Francesco Gaetano Caltagirone e da Delfin. La Bce ha bocciato una delle modifiche dello statuto proposte da Mps per consentire al cda di presentare una propria lista di candidati al consiglio da sottoporre all’assemblea, che la prossima primavera sarà chiamata a rinnovare il board. A non piacere a Francoforte, come ha anticipato Repubblica in edicola mercoledì 24 dicembre, sarebbe il principio di residualità, previsto anche nel decreto Capitali varato dal governo Meloni, che fa decadere la lista del cda se un azionista rilevante – nel caso senese si tratta del gruppo Caltagirone o di Delfin – presenta una lista di controllo per il nuovo board. Di conseguenza, da quanto si apprende, tale principio non potrà rientrare fra le proposte di modifica dello statuto, che devono ovviamente essere approvate alla Bce per consentire al consiglio di amministrazione presieduto da Nicola Maione di convocare l’assemblea straordinaria in tempo per arrivare poi con le carte in regola all’appuntamento dei soci di primavera. E non è escluso che, per stralciare il punto controverso dalla bozza sulla quale è in corso da alcune settimane il confronto con la Bce, venga convocata una riunione del cda di Mps prima di gennaio. Gli altri principali punti oggetto di modifica dello statuto, sui quali l’autorità di vigilanza non sembra aver sollevato rilievi, sono la possibilità per il cda di presentare una propria lista, il rinnovo del presidente per un altro mandato e l’eliminazione del vincolo attuale che impedisce a Mps di distribuire fino al 100% degli utili in dividendi. L'articolo La Bce boccia le modifiche statutarie di Mps: niente lista residuale per Caltagirone e Delfin proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Asset russi congelati, “la Bce apre all’uso della clausola d’emergenza sul debito comune per l’Ucraina”: così aggirerebbe il veto di Orban
Trovare un modo legale per usare gli asset russi congelati e, allo stesso tempo, convincere tutti gli Stati membri a dare il proprio assenso. Il tutto in soli due giorni. A Bruxelles è corsa contro il tempo tra tecnici, vertici delle istituzioni Ue e capi di Stato e di governo per cercare di arrivare a un’intesa la più condivisa possibile sull’utilizzo dei 210 miliardi di euro immobilizzati dall’Ue come sanzione per l’invasione russa dell’Ucraina. La deadline è il Consiglio europeo del 18-19 dicembre, anche se il presidente Antonio Costa non ha escluso sedute a oltranza per arrivare a un’intesa prima del 2026. Perché col disimpegno americano, le trattative che vanno a rilento e la guerra che non accenna a placarsi, per l’Europa quei soldi sono una delle pochissime, se non l’unica speranza di continuare a sostenere Kiev oggi e in futuro. La strada intrapresa dall’Ue è piena di ostacoli. L’obiettivo è quello di utilizzare questi soldi come garanzia di un prestito da circa 140 miliardi di euro all’Ucraina. Il problema è che, nel caso in cui la guerra dovesse terminare e le sanzioni venissero allentate, è possibile che i proprietari di quei beni li richiedano indietro. E a quel punto, se fossero stati usati per ripagare il debito, toccherebbe agli Stati risarcire. E non tutti in parti uguali, almeno sulla carta: il principale ostacolo è convincere il Belgio che, tramite Euroclear, detiene 185 dei 210 miliardi totali e che, in caso di richiesta di rimborso, come spiegato dal governo di Bruxelles, rischierebbe “la bancarotta“. Redistribuire il rischio, invece, non sembra essere una strada praticabile per più di una cancelleria, Italia compresa. Per questo a Bruxelles si cerca una soluzione per evitare che quei soldi possano essere utilizzati senza il rischio di maxi-risarcimenti futuri, addossandosi solo il rischio di un danno d’immagine per futuri investitori internazionali. Uno spiraglio sembra aprirlo, secondo fonti anonime citate dall’Ansa, la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, che solo poche settimane fa aveva escluso la possibilità di offrire garanzie Bce per il prestito. La capa della massima istituzione bancaria europea avrebbe detto che, se si è usata la procedura di emergenza prevista dall’articolo 122 per immobilizzare gli asset russi a tempo indeterminato, allora sarebbe possibile procedere nello stesso modo anche nell’emissione del debito comune, aggirando così il veto dell’Ungheria di Viktor Orban. Proprio il premier magiaro ha ribadito la sua posizione: “I politici liberali e i burocrati di Bruxelles hanno creato l’illusione che ci fosse la possibilità di sostenere finanziariamente una guerra in Ucraina senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini dell’Unione europea, basandosi solo sui cosiddetti beni congelati. È stato un imbroglio. State imbrogliando“, ha dichiarato arrivando al vertice dei Patrioti a Bruxelles. “In Europa centrale nessuno ci ha pensato seriamente – ha aggiunto – Non siamo stupidi. Pensiamo che se si vuole finanziare una guerra, bisogna pagarla”. E dopo aver avvisato di aver parlato con Vladimir Putin, pronto a “rispondere con la forza” se dovessero essere usati gli asset russi, ha annunciato che l’Ungheria non ha alcuna intenzione di appoggiare la scelta di Bruxelles: “Pagherete voi. Pagheremo tutti. È una cattiva strategia, un errore enorme e lo pagheremo tutti. Ciò per cui mi batto è tenere gli ungheresi fuori da questa follia e da questa folle strategia. Mi oppongo fermamente all’invio di denaro degli ungheresi in Ucraina”. La sua attenzione si è poi spostata su Euroclear: “È una società belga. Sono in pericolo. Se l’idea folle dell’Unione europea di confiscare i beni russi congelati” dovesse andare a buon fine, “ciò avrebbe un impatto tremendamente negativo sulla società”. Lettura che al momento trova conferma nella reazione di Ficth che ha messo i rating di default a lungo termine (Idr) di Euroclear Bank ed Euroclear Holding (Eh), entrambi “AA”, sotto osservazione con implicazioni negative, tecnicamente Rating Watch Negative (Rwn). La decisione è legata, spiegano, a un “potenziale aumento dei rischi di liquidità e legali” per Euroclear Bank ed Eh (congiuntamente Euroclear) “derivanti dai piani della Commissione europea di utilizzare le attività immobilizzate della Banca Centrale della Federazione Russa (Cbr) per un prestito di riparazione all’Ucraina”, nonché dalla decisione di “avvalersi dei poteri di emergenza ai sensi dell’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea del 12 dicembre”. Il Belgio, per l’appunto, rimane perplesso sulle soluzioni offerte dai vertici Ue, fortemente sostenuti dalla Germania. Fonti diplomatiche hanno rivelato che Bruxelles “insiste nel chiedere una discussione approfondita di entrambe le opzioni domani, quella sul tavolo” del prestito sugli asset russi “e quella in sospeso” sul prestito garantito dal bilancio Ue. E “continua a credere che il prestito di riparazione non sia l’unica opzione per aiutare l’Ucraina”, ma “preferirebbe l’opzione di un prestito garantito dal margine di bilancio dell’Ue“. Questo perché questa seconda opzione “offre piena chiarezza e prevedibilità” garantendo un metodo “più economico, più rapido e più trasparente e che offre, sempre di più, maggiore chiarezza. È un esercizio ben noto e rappresenterebbe una forte dichiarazione di sostegno all’Ucraina. Nelle proposte della Commissione del 3 dicembre c’erano due opzioni. Ne abbiamo discusso diverse volte e, a un certo punto, la presidenza danese ha deciso di accantonare la prima opzione, sostenendo che non vi è unanimità. Da allora, non abbiamo avuto alcun dibattito, alcuna discussione su tale opzione, e ci siamo concentrati sull’altra opzione, ovvero il prestito di riparazione a fronte degli asset russi mobilitati”. Dopo una giornata intera di contrattazioni, la posizione del Belgio rimane però la stessa: “Tutto ciò che è applicabile al Belgio deve essere applicabile a tutti gli altri Paesi dell’Ue”, con tutti i rischi coperti e neutralizzati “senza limitazioni, integralmente e sin dal primo giorno”. Dubbi su questo, però, sono stati espressi anche da Malta, Bulgaria, Slovacchia e persino Italia. Roma, pressata dai continui avvertimenti di Washington che invita l’Europa a non utilizzare gli asset russi congelati come garanzia per il prestito di riparazione per l’Ucraina, cerca di mantenere una posizione di equilibrio. Da un lato non chiude totalmente al loro possibile utilizzo, come invece fa un altro governo dell’est Europa, la Repubblica Ceca, che ha negato la propria disponibilità a fare da garante, ma ribadisce, anche col discorso di Giorgia Meloni alla Camera, che si può dare il via libera “se la base giuridica è solida. Non perché siamo amici di Putin ma per l’esatto contrario. Se la base giuridica di questa iniziativa non fosse solida, noi regaleremmo alla Russia la prima vittoria vera dall’inizio del questo conflitto. Bisogna sì puntare a utilizzare gli asset sovrani russi, perché è giusto che sia la Russia a ripagare per la guerra di aggressione che ha mosso, ma bisogna essere sicuri di fare la cosa giusta”. L'articolo Asset russi congelati, “la Bce apre all’uso della clausola d’emergenza sul debito comune per l’Ucraina”: così aggirerebbe il veto di Orban proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Uso degli asset russi congelati, la Bce frena la Commissione: “Non daremo garanzie sul prestito da 140 miliardi all’Ucraina”
Rischia di naufragare la proposta della Commissione europea di utilizzare i beni congelati alla Russia per finanziare il sostegno futuro all’Ucraina. A gelare gli animi dentro Palazzo Berlaymont è l’indiscrezione diffusa dal Financial Times secondo la quale la Banca centrale europea si rifiuterà di fornire garanzie per il prestito da 140 miliardi a Kiev perché, hanno spiegato diversi funzionari sentiti dal quotidiano finanziario britannico, “ha concluso che la proposta della Commissione europea viola il suo mandato“. Così, sottolinea la testata, “aumentano le difficoltà di Bruxelles nel raccogliere il gigantesco prestito a fronte delle attività della banca centrale russa immobilizzate presso Euroclear, il depositario belga di titoli”. Una frenata che complica i piani dell’Ue che proprio sull’utilizzo dei fondi russi immobilizzati contava per finanziare in parte il futuro sostegno al governo di Kiev. Lo si era capito anche dalla bozza di contropiano per la pace presentata nel corso delle trattative di Ginevra, in occasione delle quali gli Stati Uniti avevano sottoposto alle parti presenti il loro progetto per una futura pace tra Mosca e Kiev. Secondo il piano della Commissione, i Paesi dell’Ue dovrebbero fornire garanzie statali per assicurare la condivisione del rischio di rimborso del prestito di 140 miliardi di euro concesso all’Ucraina. Tuttavia, i funzionari europei hanno anche preso in considerazione che i Paesi potrebbero non essere in grado di raccogliere rapidamente il denaro in caso di emergenza e questo potrebbe mettere sotto pressione i mercati. Per questo hanno chiesto alla Bce, spiega il FT, “se potesse fungere da prestatore di ultima istanza per Euroclear Bank, il braccio finanziario dell’istituzione, al fine di evitare una crisi di liquidità, secondo quanto riferito da quattro persone informate sulle discussioni. I funzionari della Bce hanno comunicato alla Commissione che ciò era impossibile“. Lunedì era stata l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Kaja Kallas, a ribadire che a suo parere “l’ipotesi dell’uso degli asset russi è la più efficace, la soluzione migliore. Gli eurobond sono fuori questione perché alcuni Stati membri sono contrari. Lanceremmo tre messaggi: all’Ucraina, che siamo con loro, alla Russia, che non ci stancheremo, e anche agli Stati Uniti, per mostrare che sappiamo compiere passi duri e difficili”. L’indiscrezione del quotidiano britannico, se confermata, frena le aspettative della Commissione e dà forza a quei Paesi europei contrari all’utilizzo degli asset russi. Tra i primi ad aver manifestato contrarietà ci sono l’Ungheria e la Slovacchia, da tempo contrari alla strategia del pugno duro con Mosca anche per quanto riguarda le sanzioni economiche. Ma a questi si sono aggiunte anche altre cancellerie che, invece, sono da sempre schierate a sostegno della causa ucraina, come il Belgio. Il punto intorno al quale ruota la discussione sono le possibili cause legali alle quali i Paesi dovrebbero far fronte in caso di sblocco degli asset russi. Lo ha spiegato senza troppi giri di parole il ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, in un’intervista a Rtl: “I rischi per il Belgio sono semplici, se la Russia ci porta in tribunale avrà tutte le possibilità di vincere e noi non saremo in grado di rimborsare questi 200 miliardi perché rappresentano l’equivalente di un anno di bilancio federale. Significherebbe la bancarotta. Vogliamo evitare di violare il diritto internazionale non basandoci su una decisione giudiziaria, ma sulla volontà politica”. E le posizioni della Bce sembrano dargli ragione. X: @GianniRosini L'articolo Uso degli asset russi congelati, la Bce frena la Commissione: “Non daremo garanzie sul prestito da 140 miliardi all’Ucraina” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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