In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, arriva a
Milano il Mupa, il museo nato a Roma lo scorso 25 novembre, che racconta la
società patriarcale dei nostri giorni. È la Fabbrica del Vapore che ospiterà il
Museo del Patriarcato di ActionAid, dal 7 al 21 marzo. Ventisette opere –
quattro inedite – tra cimeli, reperti, diorami, installazioni interattive e
testimonianze: una mostra che invita a osservare, con sguardo critico,
comportamenti e narrazioni che non sono poi così lontane, ma ancora oggi
alimentano la violenza maschile sulle donne, smascherandone i meccanismi
culturali che li determinano. Dal lavoro allo spazio digitale, dallo sport alla
dimensione domestica e relazionale. ActionAid presenta una serie di eventi,
insieme a una ricerca dedicata alle donne e allo sport. “Il Mupa ci spinge a
interrogarci sul ruolo che giochiamo nel mantenere, trasformare o sfidare le
strutture di potere che ci circondano. Un gesto politico e poetico insieme
spiega Katia Scannavini, co-segretaria generale di ActionAid Italia – immaginare
un futuro in cui la violenza di genere e il patriarcato siano davvero solo un
ricordo del passato”. Entrare nel Mupa significa immergersi in un viaggio
spazio-temporale che conduce nel 2148. È l’anno in cui, secondo l’ultimo Global
Gender Gap Report, sarà raggiunta l’uguaglianza di genere.
IL PROGRAMMA
Il Mupa sarà aperto dal 7 al 21 marzo, con l’unica eccezione di lunedì 9 marzo,
giornata di chiusura per sostenere la partecipazione collettiva allo sciopero
nazionale di Non Una di Meno. Oltre all’esposizione, il programma propone talk,
workshop, laboratori, lezioni e performance, un’area Kids con eventi dedicati,
tutto in collaborazione con centri antiviolenza, reti e realtà femministe.
L’apertura del 7 marzo al pubblico, alle 18, inizia con un reading di Giulia
Maino, attrice e fondatrice di Amleta, con testi di storie di donne e artiste.
La chiusura della giornata è affidata alla musica e alle parole di Rachele
Bastreghi, cantante e voce femminile dei Baustelle, che sceglie dal suo
repertorio le canzoni che più rappresentano una esplorazione della propria
interiorità e libertà creativa proponendole in un’inedita veste acustica.
Domenica, 8 marzo, si apre con il workshop sul piacere di Marie Moise. Alle 11,
Valeria Palumbo tiene la lezione di storia del femminismo. Alle 17 prende il via
il talk “Corpi sotto Controllo” con Angela Gennaro e Valentina Tomirotti con
Sonia Castelli, con la moderazione di Elisabetta Moro. Alle 18 è la volta di
“Corpi in rivolta” con Pegah Moshir Pour e Mariangela Pira. L’intero programma
degli eventi è consultabile sul sito ufficiale. Il 21 marzo, la chiusura è
affidata al talk dedicato a podcast e attivismo in collaborazione con “Tutte
abbiamo voce” e allo show di Serena Bongiovanni. L’ingresso all’esposizione e
agli eventi è gratuito, ma è richiesta la registrazione.
LE DONNE E LO SPORT: LA GRANDE ESCLUSIONE
Con i nuovi dati della ricerca “Perché non accada”, realizzata da ActionAid con
l’Osservatorio di Pavia e 2B Research, si indaga quanto stereotipi,
disuguaglianze di genere siano radicati e orientino le nostre vite. In occasione
delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina, ActionAid ha
focalizzato l’analisi su come sia lo sport un ambito cruciale dove si
sperimentano le diseguaglianze di genere. Un fenomeno culturale, simbolico ed
economico (un valore di 67 miliardi di euro l’anno, pari al 3,1% del PIL
italiano) capace di plasmare le narrazioni su competizione, successo e relazioni
di genere. Una donna su due dichiara di aver avuto paura di frequentare
strutture sportive, una su tre non frequenta palestre o centri sportivi (contro
il 24,6% degli uomini). Le diseguaglianze aumentano in base a orientamento
sessuale e disabilità. Il divario è ancora più evidente negli stadi e nei
palazzetti: il 43,9% degli uomini si sente sempre a proprio agio, contro il
28,1% delle donne. Quasi la metà delle donne (46,8%) non frequenta affatto
questi spazi, il 53% tra le non eterosessuali. Il 31% delle persone ritiene che
esistano sport “più adatti” agli uomini e altri alle donne. Un uomo su tre ne è
convinto, tra le donne solo una su quattro. Queste convinzioni hanno effetti
concreti: una persona su cinque ha rinunciato almeno una volta a praticare uno
sport visto come più adatto all’altro genere.
Fotocredits: ActionAid
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Milano il Museo del Patriarcato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Quando ti sposi? E il fidanzato? Vedrai che troverai qualcuno anche tu”. C’è
una radicata tendenza, nella nostra società, a mettere un’esagerata pressione
alle donne nella ricerca di un partner e di una relazione stabile. Poi sì,
meraviglioso tutto – la carriera, i viaggi, la casa di proprietà …ma l’anello,
l’anello rimane una specie di traguardo, il riconoscimento di un qualche merito
invisibile. Non c’è da stupirsi quindi se un’intera generazione, adesso, senta
l’esigenza di “decentrare gli uomini”.
Non si tratta solo del trend virale del momento, o di una moda social
passeggera: è un cambio di prospettiva che riflette un mutamento sociale e
culturale. L’espressione è stata spiegata dalla scrittrice Charlie Taylor (nota
sui social come @charliestoolbox) nel libro Decentering Men, uscito nel 2019. In
un’intervista a Cosmopolitan, l’autrice lo ha definito “una risposta politica,
un rifiuto della menzogna secondo cui il nostro potere deriva dalla vicinanza
agli uomini”.
Tanto vale metterlo subito in chiaro: “decentrare” gli uomini non significa
odiare l’altro sesso. Né sminuire le relazioni sentimentali, smettere di
frequentarli o fare voto di castità per il resto della vita. Significa,
letteralmente, non renderli il centro del proprio sistema solare, l’assoluta
priorità, il metro con cui misurare tutte le cose. E, di conseguenza, smettere
di cercare continuamente approvazione e validazione dagli uomini. Specialmente
nelle relazioni etero. Vale sia per chi è sposata, fidanzata o single: in senso
più ampio, presuppone accettare che l’amore romantico è una parte importante
dell’esistenza, ma non l’unica.
“Il patriarcato si radica profondamente nella nostra psiche – ha spiegato
Charlie Taylor – Ci insegna che gli uomini sono il premio, il salvatore, la
destinazione finale“. Ed è un messaggio che la società tende a ripetere alle
donne fin da piccole, dalle fiabe con le principesse salvate dal principe
azzurro, fino alle commedie romantiche in cui la protagonista molla tutto per
seguire l’amore. E non sempre è facile riconoscere quanto abbiamo
interiorizzato, specialmente se ha la voce della zia che ti dice che “potresti
trovare anche tu qualcuno, se fossi un po’ più accomodante”.
“Mi sentivo come se vivessi all’85%, aspettando che qualcuno mi permettesse di
raggiungere il 100% – continua Taylor nell’intervista – È questo che fa il
patriarcato. Insegna alle donne a trattenersi finché non vengono scelte”. L’idea
alla base della filosofia “decentering men” è che le donne investono moltissimo
tempo, risorse ed energie nei confronti degli uomini, intesi come partner
sentimentali, ma non solo. Prima di una relazione, durante, dopo (soprattutto
dopo!) o quando non c’è uno in vista. Decentrare gli uomini significa
riprendersi buona parte di questa energia e investirla su qualcos’altro: nello
studio, nel lavoro, in un hobby, nelle amicizie, nel volontariato, nello sport,
in un qualsiasi progetto creativo, professionale o personale.
Nel dibattito, c’è chi avverte che posizioni di questo tipo possono isolare le
persone, minando l’umano bisogno di connessioni significative. Ma decentrare gli
uomini, spiega l’autrice, non significa distruggere le relazioni: avere un uomo
nella propria vita è un desiderio valido, ma non dovrebbe diventare un bisogno.
Se negli ultimi anni se ne parla sempre più spesso non è solo perché le
relazioni stanno cambiando: è perché le donne sentono a loro volta di essere
state lasciate ai margini, e di essere state deluse, nell’attuale scenario
politico e sociale. In qualche modo, è una reazione a un senso diffuso di rabbia
per la stretta sui diritti riproduttivi, il gap salariale, per il clima di
sessismo e misoginia. Non serve arrivare a esempi estremi o eclatanti: basta
leggere alcuni dei titoli sulle atlete alle Olimpiadi, descritte come la
“fidanzata di” o “l’ex di”, per capire da dove nasca questa rivendicazione di
autonomia.
Molte giovani creator hanno iniziato a parlare sui social di come “decentrare
gli uomini” nella vita di tutti i giorni: iniziare a vestirsi come ci piace,
senza preoccuparci dello sguardo maschile. Non sentirsi in dovere di essere più
o meno “femminili” o “più o meno sexy” solo perché il partner preferisce i
tacchi alti alle ballerine. Dare priorità al proprio benessere, e non
stravolgere il proprio aspetto per “cercare un fidanzato”. Pubblicare un selfie
perché ci va, senza controllare se l’ex ha visto la storia su Instagram.
Sostenere un’intera conversazione senza parlare di uomini (provateci al prossimo
aperitivo: è più difficile di come sembra, e dovrebbe farci riflettere).
Invitare le amiche a condividere un appuntamento considerato “romantico”, come
una cena speciale o una giornata alla spa, anziché aspettare il partner per
farlo.
La lista potrebbe andare avanti all’infinito ma, in sostanza, l’obiettivo è
smettere di collegare la propria felicità, il proprio valore e la propria
autostima alla presenza, o alla validazione di un uomo. Bisogna innanzitutto
abbandonare la logica dell’essere “scelte”, ancora così radicata nella nostra
società, e iniziare a scegliere per sé. Altrimenti si rischia di accontentarsi
di un rapporto mediocre, infelice o sbilanciato, se non addirittura tossico. Tra
i più pericolosi inganni delle aspettative sociali c’è l’assunto – mai detto ad
alta voce, ma spesso suggerito – che stare in una relazione sia comunque meglio
che stare da sole. In ultima analisi, conclude la scrittrice, cambiare
prospettiva sull’amore vuol dire “rifiutare il condizionamento che ci dice che
dobbiamo soffrire per ottenerlo, guadagnarcelo o cambiare per esserne degne”.
L'articolo La teoria di Charlie Taylor e il concetto di “Decentering Men”:
niente più follie per amore, le ragazze adesso vogliono “decentrare gli uomini”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è una notizia di cronaca giudiziaria che merita una riflessione. Un
imprenditore di Marsala è stato condannato in primo grado a dieci mesi e dieci
giorni di reclusione (pena sospesa) per lesioni aggravate nei confronti della ex
moglie. Sarebbe uno dei moltissimi casi di violenza sanzionati dalla giustizia,
se non fosse che quest’uomo è il presidente di un’associazione per uomini
maltrattati. Non “maltrattanti”, “maltrattati”.
Mi preme ricordare che esistono precedenti di violenza che coinvolgono
rappresentanti di sedicenti associazioni ispirate alle tesi misogine e
mascoliniste degli MRA – Men’s Rights Activist – che rivendicano l’esistenza di
un pregiudizio contro gli uomini.
A quarant’anni dall’apertura dei primi centri antiviolenza, che hanno denunciato
la portata di un fenomeno che non conosce confini, dobbiamo prendere atto che lo
svelamento dell’indicibile violenza maschile contro le donne procede ancora
controvento. Le attiviste perseverano in direzione “ostinata e contraria”, per
citare Fabrizio De André. Continuiamo infatti a misurarci con progetti politici
portatori di back lash sui diritti delle donne (ultimo il ddl Bongiorno, che ha
cancellato il consenso dalla riforma dell’art. 609 bis) e con strategie
comunicative volte a negare discriminazioni.
Una narrazione che coincide con la difesa degli autori di violenza, i quali
raramente ammettono le proprie responsabilità. Queste strategie comprendono la
tesi delle false denunce e quella della simmetria della violenza nelle relazioni
di intimità. Entrambe consistono in un attacco continuo ai centri antiviolenza.
La propaganda sulle false denunce è martellante ed è finalizzata a condizionare
l’opinione pubblica. Si nega che esista un’asimmetria di potere tra uomini e
donne e che la violenza familiare, a dispetto di dati statistici acclarati a
livello nazionale e internazionale, sia esercitata soprattutto dagli uomini.
Il fenomeno della violenza maschile, pertanto, sarebbe una mistificazione del
movimento femminista e la conseguenza nefasta, della presunta quanto “naturale”
propensione delle donne a mentire. Si tratta di pregiudizi che guidano scelte
politiche e, purtroppo non di rado, anche alcune sentenze.
Faccio qualche esempio. Matteo Salvini, per silurare il ddl che modificava
l’articolo 609 bis in materia di violenza sessuale, ha dato voce alle obiezioni
che coralmente si sono levate contro il testo di legge. Si è riferito al
fenomeno delle false denunce, paventando una pioggia di calunnie ai danni di
uomini innocenti qualora il ddl sul consenso fosse stato approvato. Si tratta
dello stesso politico che anni fa, invece di indignarsi, se la rise di gusto,
quando gli portarono sul palco un sex toy identificato con l’allora Presidente
della Camera, Laura Boldrini.
Il pregiudizio siede su seggi e scranni e trova nei media lo spazio per
affermare la propria voce. Il 22 gennaio, Nicola Porro ha invitato Alessia
Zuppicchiatti, fondatrice del brand Seveenty beauty, una linea per la skyncare e
wellness a Quarta Repubblica. Lo ha fatto perché parlasse di cosmesi? No, di
violenza familiare e di “figli sottratti”. L’ospite ha affermato, davanti ad un
Porro che si fingeva stupito, che l’“80% dei codici rossi è falso”. La fonte?
“Non si dice perché si viene attaccati, non ci sono fonti ufficiali, ma è
così…”. Quindi non esistono dati ufficiali sulle false denunce, sono mere
opinioni buttate a casaccio e ripetute ad libitum ma hanno credito. Così come
un’imprenditrice di cosmesi sarebbe più autorevole sul tema di una giurista
esperta di diritti umani.
È abbastanza chiaro che anche nei programmi televisivi si costruisca una
narrazione distorta sul femminicidio e si perorino tesi negazioniste,
sovrascrivendo costantemente l’analisi di un fenomeno che magistrate, giuriste,
sociologhe, filosofe, docenti universitarie e centri antiviolenza portano avanti
da trent’anni. Analisi ampiamente documentate da dati statistici, ricerche
internazionali e dai report del GREVIO e della Special Rapporteur dell’Onu ecc
ecc ecc.
A queste tesi negazioniste si affianca un nuovo cavallo di battaglia, volto alla
neutralizzazione dei centri antiviolenza. Striscia la Notizia, nella puntata del
26 gennaio, ha mandato in onda un servizio che stigmatizzava il 1522 perché non
accoglie uomini vittime di violenza. Questo a mio avviso può generare diffidenza
e ostilità verso i luoghi che accolgono ogni giorno donne che scappano dalla
violenza.
I luoghi delle donne sono stati fondati per contrastare un fenomeno sistemico e
culturale che necessita di interventi specifici a tutela delle donne. Una scelta
dettata dalla metodologia dei Centri antiviolenza assunta dalla Convenzione di
Istanbul e dal Piano nazionale antiviolenza. Un femminicidio ogni tre giorni
dovrebbe essere sufficiente a chiarire la radice di un fenomeno che, secondo le
definizioni dell’Onu, “colpisce in maniera sproporzionata le donne”. È vero che
anche gli uomini possono essere vittime di violenza da parte delle donne, ma non
si tratta di un fenomeno sistemico. Inoltre va specificato che gli uomini sono
vittime di violenza soprattutto per mano di altri uomini. Il 90% delle violenze
sessuali subite dagli uomini sono commesse da altri uomini. Ergo, la violenza
che colpisce gli uomini ha la stessa matrice di quella che colpisce le donne:
mascolinità tossica, mito della violenza e della virilità, culto della
sopraffazione.
E per la cronaca, le leggi intervengono a tutela di chiunque subisca violenza,
qualora un uomo dovesse essere vittima di vessazione potrebbe rivolgersi al
servizio sociale e agli psicologi del servizio pubblico. Ergo che per gli uomini
non esistano risposte è palesemente mendace. È in corso una reazione ben
orchestrata contro la denuncia del femminicidio. Quando tv, giornalisti,
istituzioni e associazioni si riferiscono a uomini vittime di violenza in modo
strumentale — ovvero per negare il femminicidio, per attaccare i centri
antiviolenza o per diffondere dati a casaccio sulle false denunce — ci si
dovrebbe chiedere: cui prodest?
Un’ultima riflessione: se uomini accusati di maltrattamento hanno l’arroganza di
fondare associazioni per uomini maltrattati, è evidente che sono convinti, e non
a torto, di poter contare su un largo credito sociale. E quando si propongono di
combattere per i “diritti degli uomini” con processi sulle spalle, a quali
“diritti” si riferiscono davvero? Allo ius corrigendi?
L'articolo Attacchi ai centri antiviolenza, falsi miti e propaganda: noto una
preoccupante difesa del maschio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fu uccisa a colpi di fucile Manuela Petrangeli e per il suo femminicidio viene
chiesto l’ergastolo con questa motivazione. “Manuela era una donna forte,
solare, determinata che è stata barbaramente uccisa, strappata ai suoi affetti
più cari per mano del padre di suo figlio, Gianluca Molinaro, un uomo vittima di
sé stesso e delle sue ossessioni patologiche, vittima del più brutale arcaico e
ancestrale modello del patriarcato nella relazione uomo-donna, frutto di
stereotipi che Molinaro ha interpretato nel peggior modo possibile” ha detto la
pm Antonella Pandolfi nel corso della requisitoria davanti ai giudici della I
Corte d’assise di Roma nel giorno in cui si celebra la Giornata per
l’eliminazione della violenza sulle donne.
L’accusa ha chiesto anche l’isolamento diurno per 18 mesi, per Molinaro,
accusato per l’omicidio della ex compagna e madre di suo figlio avvenuto il 4
luglio dello scorso anno. All’uomo, in seguito all’inchiesta coordinata dal
procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, oggi presente in aula accanto alla pm,
sono contestati i reati di omicidio aggravato dalla premeditazione e dallo
stalking, di detenzione abusiva di armi e in relazione a quest’ultima accusa,
anche quella di ricettazione. Durante la requisitoria durata oltre due ore, la
pm Pandolfi ha fatto riferimento alla data di oggi. ”Il 25 novembre è la
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, e
sento la necessità di ricordare Manuela, strappata ai suoi affetti, e la
negazione della sua libertà: nessuna giustificazione può trasformarsi nel
diritto di vita o di morte”.
In aula sono stati ripercorsi i messaggi con le tante offese e minacce inviate
alla donna fino a poco prima del femminicidio. “Molinaro è un uomo che non è
riuscito dopo tre anni e mezzo a superare la separazione, covando rabbia cieca e
ossessione patologica verso la vittima. Ha pianificato in maniera fredda e
lucida l’eliminazione della madre di suo figlio – ha sottolineato- Una cosa è
certa: i messaggi vocali di Molinaro dicono molto più di mille testimoni.
L’omicidio di Manuela non è stato un raptus ma la cronaca di una morte
annunciata, un’esecuzione fredda, lucida e premeditata, lui diceva di essere una
bomba a orologeria, di voler eliminare un problema e quel problema era Manuela”.
L'articolo “Manuela Petrangeli uccisa da uomo vittima del più brutale arcaico e
ancestrale modello del patriarcato” proviene da Il Fatto Quotidiano.