Alexia si sta preparando per un evento live al Fabrique di Milano il prossimo 26
marzo, una festa in stile anni 90 e in scaletta non mancheranno le sue hit
storiche come “Uh La La La”, che quando è uscita nel 1997 è arrivata al primo
posto in 9 Paesi. “Incontravo agli eventi colleghi come Kylie Minogue, Simple
Minds, Paul Young – ha ricordato l’artista a Il Corriere della Sera – e mi
tremavano le gambe come fossi una delle loro fan. E invece era perché avevo
paura che non mi riconoscessero. Al Festival di Acapulco mi si avvicinarono le
Spice Girls chiedendomi, stupite, se cantassi dal vivo mentre ballavo“.
Poi i ricordi: “A Ibiza in camerino passava di tutto… Era tutto un “Vuoi?”, “No
grazie”. A un certo punto passa uno con pitone giallo al collo… “Vuoi?”, “No
grazie”. La droga? A me non fregava niente, non mi serviva. Nemmeno la marijuana
per rilassarmi. Da ragazza ero terrorizzata: ho perso amici per overdose... Nei
backstage ne ho vista tanta ma a volte il mondo della dance è stato
strumentalizzato: ricordo i servizi dei tg sulle stragi del sabato sera con
Alexia in sottofondo”.
Un cornicino esile ma una grande voce, ma l’altezza è stata un complesso.
“Purtroppo sì. Essere 1 metro e 50 ti costringe a fare attenzione al peso perché
la tv ti ingrassa, e a indossare scarpe alte, che sono scomodissime, per far
“leggere” meglio i vestiti. Adesso la statura è un fastidio: al cinema spero di
non avere nella fila davanti quello alto, sennò chiamo la maschera e chiedo il
seggiolino per i bambini”.
Alexia è la moglie di Andrea Camerana, nipote di Giorgio Armani e membro del cda
del gruppo: “La più grande eredità che Giorgio mi ha lasciato le ho imparate
osservandolo nei momenti più familiari. Era un uomo inarrivabile, la sua
grandezza era tale che lo esprimeva in ogni ragionamento anche nei momenti più
semplici condivisi con la famiglia”.
L'articolo “Essere alta 1.50 ti costringe a fare attenzione al peso perché la tv
ti ingrassa. Al cinema se ho davanti quello alto, chiedo il seggiolino per i
bambini”: lo rivela Alexia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Armani
Termina oggi la Milano Fashion Week Donna 2026, una settimana completa,
caratterizzata dai debutti molto attesi alle collezioni di continuità, fino a
quelle che auspicano un futuro roseo per la moda. Il sabato ad essere
protagonisti sono stati Ferrari e la sua idea di pelle, con testimoni dal vivo
come Alicia Keys e Marracash; la scena del pomeriggio è stata rubata invece
dallo show di Dolce e Gabbana, con Achille Lauro – vestito come ospite a Sanremo
proprio dal duo – e Madonna che ha raggiunto gli stilisti nel backstage dopo il
“gossip” con Anna Wintour in front row. Per la domenica invece, come da
tradizione quasi religiosa – dopotutto è sempre domenica – a dare l’arrivederci
è stata la sfilata di Giorgio Armani, preceduto dallo show di Fila. Vediamo
quali sono state le ultime sfilate e presentazioni previsti per questa Milano
Fashion Week.
GIORGIO ARMANI
A calare il sipario sulla settimana della moda milanese è il tanto atteso
passaggio di consegne in casa Giorgio Armani, con Silvana Armani che firma la
sua prima collezione donna Autunno/Inverno 2026-2027. Sotto gli occhi di un
parterre delle grandi occasioni — da Margherita Buy, fino a Vittoria Puccini e
Pilar Fogliati — la neo-direttrice creativa rielabora il DNA della maison
attraverso una sensibilità squisitamente pragmatica e femminile. L’eredità
sartoriale del marchio non viene stravolta, ma liberata dalla sua rigidità
storica: i volumi si fanno scivolati, i capispalla in pregiato cashmere e
flanella perdono le imbottiture e i baveri per trasformarsi in drappeggi
avvolgenti simili a cardigan, mentre i pantaloni scendono fluidi fino a lambire
il suolo. È un’estetica che celebra l’essenzialità del quotidiano, rinunciando
ai gioielli vistosi e optando per un beauty look naturale, dove a spiccare nei
completi da giorno sono solo sottili cinture rosse a contrasto. La vera cesura
col passato si consuma però sulla palette cromatica: il nero viene
clamorosamente bandito dalla passerella. Il suo posto come tonalità fondante
viene preso da un bordeaux intenso e persistente, che detta il ritmo della
sfilata alternandosi a grigi siderali, bianchi candidi, tocchi di verde salvia e
profondi blu notte. Con l’avanzare dello show, il guardaroba diurno cede il
passo a una sera che guarda a Oriente, introducendo silhouette ariose ispirate a
kimono e tuniche mediorientali. I tessuti si accendono di bagliori olografici
grazie a crêpe e velluti tridimensionali, che accompagnano i movimenti senza mai
costringerli. A fare da colonna sonora a questo nuovo e delicato capitolo del
brand è la voce inconfondibile di Mina, che con l’inedito A costo di morire
(scritto da Fausto Leali) sigilla una sfilata capace di svincolarsi dal dogma
della tradizione per respirare un’aria di rinnovata e luminosa contemporaneità.
BOTTEGA VENETA
Seconda volta per Louise Trotter alla guida di Bottega Veneta che, in un set
rosso fuoco sotto gli occhi di Lauryn Hill e Miriam Leone, propone una
collezione co-ed autunno-inverno incentrata sui materiali e sulla loro
manipolazione. La silhouette rimane un minimo comune denominatore,
contraddistinta principalmente per giacche o capispalla dalle proporzioni
importanti – tanto che le prime si confondono con i secondi -: spalline
imbottite che scendono in maniche strutturate e affusolate, più ampie sui gomiti
e più strette verso i polsi. La vita si stringe e irrigidisce anche grazie a
cinture in cuoio lunghe lasciate pendere, per lasciar spazio al suo procedere
verso il basso con ampi pantaloni sartoriali. Il rigore e struttura della lana
grigia – che sembra quasi “cemento” – , nera o navy lascia piano piano spazio
prima alla manipolazione dei materiali poi dei colori: ecco quindi la pelle, che
prima si fa intrecciata nei trench o che fuoriesce dalle zip della maglieria
destrutturata – e “striminzita” nei look maschili – fino a raggiungere abiti e
capispalla plissettati o imbottiti. Lo step successivo spetta alla pelliccia:
quest’ultima prende spazio chiedendo “posso?” solo sulle maniche raglan di un
cappotto, per poi invadere interi abiti, scarpe, cappelli, peacoat e cappotti –
inclusa la cintura in vita. La palette tiene la pelliccia sui toni del nero e
bianco o dei suoi colori naturali attorno al marrone scuro e chiaro, per poi
dare l’accento su modelli lucidi che ricoprono interamente il corpo in blu
elettrico e rosa con accenti di rosso.
FILA
Fila e Alistair Carr, il direttore creativo del brand, ritornano alle origini
del marchio italiano, primo a portare l’abbigliamento sportivo nelle strade in
cui scorre la vita quotidiana, in cui, le persone “vanno” e “fanno”. Con
testimoni come la coppia attore-modella Dylan Sprouse e Barbara Palvin, lo
spaccato di esistenza metropolitana si fonde dunque con lo spirito lifestyle e
sportivo del brand, due “discipline” dell’abbigliamento che per Fila hanno
confini intersecati: ne nascono look caratterizzati dal layering di pezzi da
entrambi i mondi, lupetti e camicie – o polo – sotto giacche tecniche a loro
volta coperte dai cappotti in lana su cui poggia la maglieria, mentre pantaloni
e gonne rimangono slim o accorciate per favorire i movimenti. Sport e sartoria
si fondono anche nei pezzi più sportivi quando vengono costruiti in pelle
morbida e traforata, al contrario i cappotti in lana sono trattati in modo da
diventare impermeabile e arricchiti da bottoni e cerniere funzionali. La
maglieria è protagonista in particolare dei look somiglianti alle divise
scolastiche, a sostituire l’iconico velluto Fila con color block geometrici.
Anche gli accessori e le calzature vertono all’utilizzo nel senso più ampio del
termine, tra borse grandi simili a borsoni sportivi, scarpe basse e guanti. La
palette infine valorizza entrambi i mondi rappresentati dalla collezione: blu,
rosso e bianco di Fila sono uniti al nero, verde khaki, grigio e cammello del
mondo più lifestyle.
BRIONI
Per “La Donna Atelier” di Brioni, la cosa che conta di più è l’eccellenza
sartoriale adattato ad un linguaggio femminile raffinato. Sartoriali precisa e
costruita nel dettaglio dall’inizio alla fine, che prende vita sotto forma di
blazer sia doppio che mono petto strutturati ma fluidi senza dimenticare
ovviamente i capispalla, dai cappotti reversibili in lana – proposta anche una
versione tuxedo in raso di seta – , passando per i trench con dettagli in pelle
fino alle giacche safari con colletto in maglia. Al di sotto, le camicie si
rifanno al mondo del business con tessuto a righe con collo e polsini a
contrasto, mentre i pantaloni non si pongono limiti nelle silhouette passando
dalla gamba ampia a quelli dritti. La palette rimane seria ma non austera:
bianchi, neri, grigi e navy sono smossi dagli azzurri delle camicie e verdi
decorati dei foulard.
L’ARABESQUE
L’Arabesque porta ai giorni nostri, con la presentazione della sua nuova
collezione autunno-inverno 26/27, le forme e l’atmosfera delle collaborazioni
artistiche tra Pablo Picasso e i Balletti Russi del Novecento. Il risultato è
una serie di completi giacca-gonna, le prime definite e aderenti mentre le
seconde che invadono lo spazio, dai colori scuri e tessuti rigidi ma non
pesanti, soprattutto grazie all’uso del raso e dell’organza. “Scarabocchiano” il
risultato finale le rouches, usate sia come colletto delle camicie, per i sotto
gonna e per la riproduzione di grandi rose applicate proprio su queste ultime.
Le stesse rouches conferiscono colore alla collezione, composta principalmente
da nero, grigio e bianco con tocchi di rosso e rosa antico.
L'articolo Cala il sipario sulla Milano Fashion Week 2026: l’emozionante sfilata
di Silvana Armani con l’inedito di Mina ‘A costo di morire’ e il massimalismo di
Bottega Veneta proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Milano Fashion Week regala spesso fuoriprogramma destinati a catalizzare
l’attenzione mediatica molto più degli abiti in passerella. È esattamente quanto
accaduto nel front row di Emporio Armani, dove un video di pochi secondi ha
innescato un immediato caso social. Le protagoniste sono Elodie e Kendall
Jenner, ritrovatesi sedute spalla a spalla in prima fila. Nel filmato, diventato
virale su TikTok e Instagram in una manciata di minuti, si nota la cantante
italiana, schermata da un paio di grossi occhiali scuri, ignorare in modo
piuttosto palese la presenza della vicina di posto.
A rompere un silenzio diventato imbarazzante è stata la stessa top model
americana e Global Fragrance Ambassador del brand. Dimostrando pragmatismo,
Jenner si è sporta verso Elodie e i colleghi Blanco e Tananai, seduti subito
accanto, e ha preso l’iniziativa presentandosi con un diretto: “Piacere“. Una
mossa che ha visibilmente colto di sorpresa il trio italiano, limitatosi a
incassare il saluto rispondendo con un timido e corale “Hi“. L’episodio ha
spaccato la rete: c’è chi accusa Elodie di un freddo snobismo verso una delle
modelle più influenti al mondo, e chi derubrica la mancata accoglienza a un
misto di soggezione e semplice distrazione.
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IL NUOVO CORSO: LA PRIMA COLLEZIONE SENZA IL FONDATORE
Archiviato l’inevitabile clamore del gossip, la giornata rivestiva un’importanza
storico-aziendale e simbolica incalcolabile. Il vero fulcro dell’evento era
infatti la presentazione della prima collezione co-ed di Emporio Armani firmata
da Silvana Armani e Leo Dell’Orco dopo la scomparsa del fondatore. Un passaggio
di testimone delicatissimo, che ha segnato l’inizio di una nuova era per la
maison. I due direttori creativi hanno affrontato questo banco di prova
all’insegna di tre parole chiave: rigore, ritmo e ricerca. La collezione
Autunno-Inverno 26/27 guarda avanti senza minimamente tradire il DNA e
l’identità estetica del marchio, portando avanti l’immensa eredità di “Re
Giorgio” con rispetto e innovazione.
IL PARTERRE: DA HOLLYWOOD AI CAMPIONI DI MILANO-CORTINA 2026
Ad applaudire questo nuovo capitolo del brand, oltre ai protagonisti del
siparietto virale, c’era un parterre trasversale capace di unire in prima fila i
mondi del cinema, della musica e dello sport. Ad assistere alla sfilata c’erano
il brand ambassador Joseph Zeng, gli attori Nicholas Galitzine e Tommaso
Donadoni, insieme all’intramontabile top model Valeria Mazza. Non è passata
inosservata nemmeno la nutrita delegazione di atleti azzurri freschi di medaglie
alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026. Arianna Fontana, Lisa Vittozzi,
Marco Fabbri e Charléne Guignard hanno celebrato il legame tra la maison e lo
sport italiano presenziando all’evento con indosso, come da protocollo, le
divise ufficiali firmate EA7.
L'articolo Elodie snobba Kendall Jenner alla sfilata di Emporio Armani, ma la
modella insiste e le dà la mano: “Piacere”. il video del gelo in prima fila è
virale proviene da Il Fatto Quotidiano.
La settimana della moda milanese prosegue senza sosta dopo la fitta giornata di
ieri, contraddistinta dal debutto di Maria Grazia Chiuri da Fendi assieme a
tutti gli altri nomi in continua evoluzione del proprio percorso. Stamattina
sveglia presto invece per tutta la città con lo show di Max Mara, seguito sempre
prima di pranzo da Boss e Anteprima. Nel pomeriggio fino a sera, spazio invece
ai pilastri della moda italiana, tra Prada, Emporio Armani – per la prima volta
sotto la guida congiunta di Silvana Armani e Leo Dell’Orco – e Roberto Cavalli a
fine giornata. La serata è stata anche teatro del debutto di Meryll Rogge per
Marni. Vediamo quali sono state le sfilate e presentazioni più importanti della
giornata.
PRADA
Se la moda è uno specchio della società, Miuccia Prada e Raf Simons ne hanno
appena riscritto le regole matematiche. Niente casting sterminati per
l’Autunno-Inverno 26/27: nel Deposito della Fondazione Prada sfilano solo 15
donne, ma i look presentati sono 60. L’esperimento sociologico e stilistico si
basa tutto sull’arte della stratificazione in movimento. Ogni modella – tra cui
spicca una Bella Hadid in versione inedita, con trucco minimale e acconciatura
volutamente disordinata – percorre la passerella quattro volte, spogliandosi
progressivamente di uno strato a ogni giro. Un cappotto rigoroso nasconde un
maglione over, che a sua volta cela un abito midi stampato, per finire in una
combinazione serale da cocktail o in un essenziale duo canotta e shorts. Non è
un semplice esercizio di stile, ma la traduzione visiva delle innumerevoli
sfaccettature assunte dalle donne in una sola giornata. “Ogni giorno richiede
non solo abbigliamenti diversi, ma anche una pluralità di identità a cui
attingere”, ha spiegato Miuccia Prada, ribadendo la necessità di un armadio
intelligente, fatto di capi versatili e pensati per durare nel tempo, piuttosto
che di accumulo seriale.
Sulla passerella si fondono elementi sportivi e alta sartoria, senza alcuna
gerarchia tra i pezzi sovrapposti. I capi destinati a dettare tendenza si
delineano con chiarezza: maglioni con zip che ricordano le giacche varsity
abbinati a gonne colorate, décolleté con kitten heels portate rigorosamente con
calzettoni sotto il ginocchio e sciarpe in maglia spessa. Le zip diventano un
elemento funzionale e narrativo, aprendosi sui vestiti per svelare spalle nude o
strati inferiori in organza e satin. I tessuti, inoltre, mostrano volutamente
una patina invecchiata, per conferire quel senso di vita vissuta ricercato da
Raf Simons. Ma se in passerella si celebra la decostruzione del guardaroba, nel
parterre si costruiscono le alleanze del futuro: oltre al consueto parterre di
star hollywoodiane (Uma Thurman, Carey Mulligan e Sarah Pidgeon dalla serie
“Love Story”), a catalizzare l’attenzione della sala è Mark Zuckerberg. Il CEO
di Meta, accompagnato dalla moglie Priscilla Chan, ha preso posto in prima fila
posizionandosi strategicamente tra Lorenzo Bertelli e l’ad del gruppo Andrea
Guerra. Una presenza istituzionale pesante, che infiamma le indiscrezioni
finanziarie su un imminente accordo con EssilorLuxottica per la produzione di
occhiali dotati di Intelligenza Artificiale a marchio Prada. Interpellata nel
backstage sui rumors tecnologici, Miuccia Prada si è smarcata con un laconico:
“Forse, chissà”.
EMPORIO ARMANI
Eccoci alla prima collezione di Emporio Armani firmata a quattro mani da Silvana
Armani e Leo Dell’Orco, una collezione che parla di “vita vera”, occasioni d’uso
diffuse e di gioventù affrontata da uomo e donna indistintamente. Talmente coesi
che i modelli sfilano a coppie – a volte anche in trio – , in un set ideale
ispirato a una scuola di musica dove lui e lei inseguono il sogno di diventare
maestri d’orchestra, attraversato con naturalezza e disinvoltura. La stessa
disinvoltura creata da pezzi tipici dell’abbigliamento britannico – gilet e
berretti tra i tanti – , dai look “college” e dalla struttura-non struttura
tipica di Armani. Ecco quindi completi verticali ma morbidi sulle spalle e
soprattutto per i pantaloni, tra i modelli sartoriali e i bermuda con pince,
portati sopra maglioni a quadri o camicie con il colletto rigido a mo di fiocco.
Per i capispalla trench, montoni con pelliccia o giacche di pelle slim, ma anche
lunghi cardigan in lana si fanno strato più esterno. Spazio anche per il denim
sia come pantalone che come camicia e addirittura cravatta. I tessuti sono
corposi, aptici sia alla vista che al tatto: lana in trama a spina di pesce e
tweed, ma anche paillettes sottili e velluti morbidi che appaiono liquido denso
quando la luce li colpisce. A completare l’atmosfera “lifestyle” ci pensa la
pelletteria, composta da stringate e mocassini o stivali a tacco alto, mentre le
borse si portano a mano come sacche oversize o sulla schiena come zaini
“scolastici”. La palette di colori orbita attorno al grigio e iconico greige di
Armani, riscaldandosi nel beige o nel marrone oppure ghiacciandosi in blu
profondi, spazio anche ad accenni di bordeaux. Per completare la collezione una
serie di camicie bianche, tra i pezzi più condivisi tra l’armadio maschile e
femminile, declinata in camicie tuxedo, ingrandite come camici o con ricami
dorati brillanti.
MARNI
Marni si presenta alla Milano Fashion Week per la prima volta sotto la guida
della stilista belga Meryll Rogge, già titolare di un brand omonimo e reduce da
sette anni di lavoro da Marc Jacobs. La stilista è appassionata di abbigliamento
e mood vintage, credendo nelle sue infinite possibilità. Non si smentisce
nemmeno per la sua première da Marni: in un ambiente casalingo dal sapore anni
Settanta, tra pareti in legno e moquette beige, le modelle sfilano con look
compositi e variegati in tutte le dimensioni, dai tessuti ai colori, presi dal
mondo del vintage e archivio di Marni. Ripresa non nostalgica però, come dice la
stessa stilista che dell’heritage di Marni vuole prendere il sentimento: “Non ha
senso fare qualcosa di nostalgico, perché alla fine la persona migliore per fare
Consuelo è Consuelo”, riferendosi alla fondatrice del brand. La pelle semilucida
di giacche, gonne a portafoglio e stivali alti con i lacci si unisce a camicie e
pantaloni sartoriali a righe simil “carta da parati”, assieme a top e gonne
trasparenti con mega-paillettes e maglioni oversize. L’armadio proposto è
variegato e indossabile tutti i giorni, intento vero e proprio della stilista
per assemblare i capi a proprio piacimento e riscoprire il piacere di andare in
negozio. Ecco allora anche giacche dal sapore invernale e sciistico – la Rogge è
fan delle montagne – o abiti in tessuto tecnico e multi tasche. I colori si
mantengono sullo scuro, tra verdi – in motivi tartan – , blu, rossi e neri, ma
spiccano anche colori pastello come gialli e rosa. Attenzione anche agli
accessori apprezzati sempre dalla stilista: le piume sulle collane si
irrigidiscono grazie al metallo, mentre le borse bauletto tipiche del brand si
fanno più morbide e meno squadrate.
ANTEPRIMA
La collezione autunno-inverno 26/27 di Anteprima indaga sul tema del tempo e su
ciò che lascia sia nella memoria che nello spazio fisico dove possiamo
percepirlo, un’eredità inesorabile nonostante paradossalmente sia proprio lui a
lasciarci. La collezione nasce assieme all’artista giapponese Aiko Miyanaga,
nota per le installazioni realizzate con materie deteriorabili nel tempo come
sale, vetro e naftalina. Nei capi si traduce il contrasto tra ricordo e
passaggio nell’accostamento di tessuti consistenti ed evanescenti, solidi e
morbidi, come nel cachemire dei maglioni oversize abbinato a pantaloni
trasparenti. I tessuti raccontano il passare del tempo anche nelle lavorazioni,
tra devoré, texture imperfette e costruzioni dei capi visibili, accompagnate da
stampe oniriche di oggetti quotidiani fugaci come orologi e farfalle.
LUISA BECCARIA
Luisa Beccaria pensa alla moda nelle celebrazioni, con abiti che si facciano
bandiere dei nostri ricordi: la collezione autunno-inverno donna 26/27
“Celebrations” presentata al nuovo hotel The Carlton a Milano, propone abiti
pensati per le occasioni speciali: tessuti più adatti al giorno come jacquard e
chiffon insieme ai più serali e materici come velluto e tweed, si
impreziosiscono di leggeri ricami floreali, scozzesi, oppure arricchiti da
paillettes luminose. La palette di colori riflette le occasioni di utilizzo: il
blu e viola si fanno freschi nell’azzurro per il giorno o profondi nel color
melanzana per la notte. Seguono la stessa filosofia il marrone dal beige al
caramello, e il verde dal color salvia al profondo verde bosco.
ERIKA CAVALLINI
Si ispira alle sirene e al loro habitat marino la autunno-inverno 26/27 “Forget
me not” di Erika Cavallini, impegnata a ridare valore positivo a queste creature
viste da sempre come pronte a fare del male mentre la stilista segue il
desiderio di un incontro appagante con gli ipotetici marinai. La loro seduzione
e femminilità viene rivalutata, ri-nobilizzata, resa pacifica, mentre il mondo
marino ne diventa forma, vestendo con fluidità la loro sensualità: prima di
tutto però i colori, che non si fermano al blu dell’acqua e alle sue sfumature
ma si spingono fino ai verdi scuri e chiari delle alghe, alle sfumature del
tabacco e al grigio della pietra. La bellezza del mare si traduce in tessuti
leggeri e lisci come satin, crêpe de chine e georgette, mentre la sua
impetuosità è sinonimo per la Cavallini di gabardine strutturata e lana
infeltrita e spessa. Gli accessori completano il look, ispirati ad altre
creature – e non – marine come le conchiglie e le reti da pesca.
FORTE_FORTE
Forte_forte rende omaggio all’esperienza londinese nel campo della maglieria di
Giada Forte, co-founder del brand assieme al fratello Paolo. La collezione
“Magnificent” contiene dunque tutti i codici che hanno reso la moda britannica
famosa nel mondo: le camicie si arricciano con i colli vittoriani, i capispalla
iconici come il bomber e il trench uniscono il primo al tessuto impermeabile del
secondo, lasciando spazio poi ai foulard da campagna, al motivo tartan e alla
minigonna di Mary Quant.
L'articolo Milano Fashion Week 2026 giorno 3: l’equazione di Prada dei 15 corpi
per 60 look, la “vita vera” di Emporio Armani e il gusto vintage di Marni
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ci sono storie che sembrano scritte apposta per ricordarci che, a volte,
stabilità e sicurezza non coincidono con la felicità. Quella di Shubham Vaidkar
è una di queste. Prima di diventare uno dei volti scelti da Giorgio Armani,
infatti, Shubham indossava il caschetto da ingegnere civile e lavorava nei
cantieri edili dell’India, mestiere per cui aveva studiato e lavorato per
necessità economica.
DAL “POSTO FISSO” ALLE PASSERELLE
Intervistato da Vanity Fair, il modello ha ripercorso la genesi di un
cambiamento radicale, nato non da un capriccio improvviso ma da una lenta presa
di coscienza. “L’ingegneria mi sembrava un percorso sicuro”, ha raccontato
Vaidkar. “All’inizio, la carriera da modello non pagava così tanto da poter
avere una stabilità economica: continuare a lavorare come ingegnere civile per
mantenermi era una necessità”. Eppure, alla fine la passione per la moda ha
avuto la meglio anche sul “posto fisso”: “Ho sempre sentito che c’era un lato
creativo in me che non stava trovando spazio”, ha spiegato. La molla che ha
fatto scattare il cambiamento definitivo è stata una delle più potenti leve
umane: “La mia decisione è stata dettata più dalla paura di vivere con il
rimpianto di non averci mai provato”.
LA CONSACRAZIONE CON RE GIORGIO
Il salto nel buio si è trasformato in un atterraggio morbido sulle passerelle
più prestigiose del mondo. Vaidkar ha sfilato per ben cinque volte consecutive
per Giorgio Armani, un traguardo che lui stesso definisce “surreale”. “È stato
il punto in cui tutto è diventato reale: passare da un mondo più circoscritto,
locale, ed entrare in un contesto internazionale”, ha confessato a Vanity Fair.
“Ricordo di aver pensato: ‘Questa è una cosa che una volta guardavo solo online…
e ora la sto effettivamente vivendo'”. Dell’esperienza con il Maestro della moda
italiana, Shubham porta a casa una lezione di rigore: “Armani non è solo un
marchio, è storia, è eleganza, è uno standard. La professionalità qui è su un
altro livello. Tutto è estremamente preciso: i fitting, il grooming, le prove.
Mi ha insegnato disciplina”.
LA REALTÀ DIETRO IL GLAMOUR
Nonostante il successo, Vaidkar mantiene i piedi ben piantati a terra, forse
grazie al suo background sportivo. In India, infatti, gioca a cricket a livello
professionale a Mumbai, una passione che considera complementare alla moda: “Mi
ha insegnato la concentrazione e come gestire la pressione, il che mi aiuta
anche molto come modello. Traggo molta ispirazione dagli atleti, perché la loro
mentalità è molto simile”. Tuttavia, non è tutto oro quel che luccica e Vaidkar
ammette che, talvolta, la nostalgia per la vecchia vita si fa sentire: “A volte
mi manca la stabilità. La fashion industry è eccitante, ma è anche incerta.
Nell’ingegneria, sai quale sarà il tuo prossimo passo, mentre come modello è un
continuo mettersi alla prova”.
IL FUTURO: ISPIRARE GLI “OUTSIDER”
Guardando al domani, l’ambizione di Shubham va oltre le copertine. Il suo
obiettivo è diventare un esempio per chi non ha un percorso canonico alle
spalle: “Vorrei costruire qualcosa che vada oltre la semplice attività di
modello”, ha concluso. “Mi piacerebbe creare opportunità per altri che
provengono da background non tradizionali e mostrare loro che non per forza devi
rimanere bloccato a una sola possibilità”.
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L'articolo “Ho lasciato il mio lavoro di ingegnere civile per fare il modello di
Giorgio Armani, è tutto surreale ma a volte mi manca il vecchio lavoro”: la
storia di Shubham Vaidkar proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sulla casa di Giorgio Armani a New York è stato affisso il cartello “Vendesi”.
L’attico 6B da 186 metri quadri situato su Madison Avenue, la cosiddetta via del
lusso nell’Upper East Side di Manhattan, è in vendita presso Douglas Elliman a
circa 10 milioni di dollari (8.5 milioni di euro) . Lo sfarzoso appartamento è
solo una delle 10 residenze appartenute al designer. Secondo quanto riferito dai
media statunitensi, l’attico è situato al sesto piano ed è composto da due
stanze da letto e due bagni privati (rivestiti in marmo Azul Macaubas), più uno
di servizio. L’appartamento è stato impreziosito con pavimenti in marmo Bianco
Namibia, un lavabo in Velvet Onyx e applique personalizzate Armani/Casa. A tutto
ciò si aggiungono pareti in vetro laminato e rete metallica che permettono di
godersi a tutto tondo lo skyline della Grande Mela. Non è da meno la cucina
abitabile, con piani di lavoro in pietra levigata e gli elettrodomestici di
lusso. E per chiudere in bellezza la presentazione dell’attico, vanno segnalati
l’ascensore privato e un soggiorno da oltre 46 metri quadri.
Le spese di mantenimento sono direttamente proporzionate allo sfarzo della casa.
Armani pagava 6.695 dollari al mese per coprire anche i costi della palestra, di
una spa e di una lounge con terrazza, tutte all’interno dell’edificio dove lo
stilista e imprenditore aveva fatto costruire la boutique del brand Giorgio
Armani, con ben otto vetrine sulla strada. Ai servizi si aggiungono anche una
sala da tè Zen con il catering rigorosamente di proprietà dell’imprenditore. È
bene sottolineare che la leggenda della moda non ha mai vissuto all’interno
dell’attico. Il designer, infatti, pernottava nella sfarzosa casa solo durante i
periodi in cui era impegnato a New York.
L'articolo L’attico di Giorgio Armani a New York è in vendita: l’appartamento di
186 metri quadrati è stato valutato 10 milioni di dollari proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Se è vero che da anni l’abbigliamento tecnico da neve ha smesso di essere solo
funzionale per diventare desiderabile, Milano-Cortina 2026 segna un salto
ulteriore. Queste Olimpiadi invernali – al via il 6 febbraio – sono
probabilmente le più modaiole di sempre. Non solo perché si svolgono tra Milano,
capitale internazionale dello stile Made in Italy, e Cortina, la “perla delle
Dolomiti” da sempre passerella del jet set internazionale, ma perché le divise
delle nazionali hanno ormai superato la dimensione sportiva per trasformarsi in
veri capi lifestyle, pronti per essere indossati, fotografati, condivisi e
acquistati. Non servono più solo alla performance degli atleti, ma a raccontare
un’identità, una cultura, un’estetica precisa su un palcoscenico globale. E non
a caso, infatti, molte uniformi sono già andate a ruba o sono diventate virali
ancor prima dell’inizio dei Giochi. Su TikTok, gli atleti si comportano come
influencer: aprono le valigie, mostrano ogni pezzo, provano i look davanti allo
specchio del villaggio olimpico…insomma, il “fit check” è diventato parte del
racconto olimpico.
IL FENOMENO VIRALE DELLA MONGOLIA
Così, Milano-Cortina ha già un vincitore morale sui social: il Team Mongolia. La
divisa disegnata dal brand Goyol Cashmere (delle sorelle Michel & Amazonka) è un
capolavoro di artigianato che ha fatto impazzire il web. Ispirata agli abiti
indossati nell’Impero Mongolo tra il XIII e il XV secolo, la collezione
reinterpreta il tradizionale deel con un lusso contemporaneo: cashmere pregiato
(fibra simbolo della resistenza dei nomadi agli “eterni inverni”), seta, colli
alti e ricami dorati che lasciano senza fiato. Il video di presentazione è già
culto: “What we carried through the winter, we carry to the world” (“Ciò che
abbiamo portato attraverso l’inverno, lo portiamo al mondo”). Non è solo una
divisa, è un manifesto di orgoglio e sopravvivenza culturale.
L’ELEGANZA MISURATA DELL’ITALIA DI ARMANI
Per l’Italia, la collaborazione con EA7 Emporio Armani è ormai una certezza
consolidata: il brand veste il Team Italia con una delle ultime collezioni
disegnate da Giorgio Armani prima della sua scomparsa nel settembre 2025. Le
divise di Team Italia puntano su una linea essenziale e riconoscibile, coerente
con l’estetica dello stilista: pulizia formale, rigore cromatico, attenzione
alla vestibilità. Una continuità che rafforza l’identità del Paese ospitante
senza bisogno di effetti speciali. I dettagli tricolore sono discreti, ma il
vero tocco patriottico è nascosto: all’interno delle giacche e delle polo è
stampato il testo dell’Inno di Mameli, un abbraccio segreto che solo gli atleti
porteranno sulla pelle.
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HAITI E BRASILE: L’ARTE E LA TECNICA
Tra le novità più interessanti ci sono le collaborazioni inedite. Il Brasile
scende in pista con Moncler, che firma le divise per le cerimonie e diventa
sponsor tecnico della Federazione Brasiliana degli Sport sulla Neve. Un incontro
tra l’heritage tecnico del brand, il design italiano e l’esuberanza tropicale,
con tute da gara sviluppate insieme all’atleta Lucas Pinheiro Braathen.
Dall’altra parte del mondo, Haiti porta sulle Dolomiti un messaggio di
resistenza con due soli atleti (Richi Viano e Stevenson Savart) ma con uno stile
indimenticabile: le loro divise, disegnate dall’ex campione Pietro Vitalini in
Italia, sono le uniche dei Giochi dipinte a mano, ispirate all’arte visionaria
di Edouard Duval-Carré. “Non è decorazione, ma visibilità come atto di
sopravvivenza”, spiegano dal team.
I GIGANTI DELLO STILE: USA, CANADA E GRAN BRETAGNA
Le superpotenze non stanno a guardare. Il Team USA festeggia il decimo
anniversario con Ralph Lauren con una collezione che è pura nostalgia americana:
maglioni intarsia con bandiera, piumini color-block in stile anni ’90 e
pantaloni bianchi utilitari. Molto copertina di Vogue, molto iconico. Il Canada
conferma Lululemon, che punta tutto su funzionalità inclusiva (zip magnetiche,
braille, materiali anti-abrasione) e su una palette cromatica audace: niente
rosso totale, ma stampe topografiche che virano dal “rosso Canada” al verde
glaciale e al blu iceberg. La Gran Bretagna si affida all’heritage mod di Ben
Sherman, ma con un tocco personale d’eccezione: il tuffatore e medagliato
olimpico Tom Daley ha disegnato e realizzato all’uncinetto sciarpe e cappelli
per i portabandiera. Un tocco handmade che aggiunge calore alla classica
eleganza britannica.
FRANCIA, NORVEGIA E FINLANDIA: I COLORI DEL GHIACCIO
L’Europa del Nord e i cugini d’Oltralpe scelgono la mimesi con la natura. La
Francia di Le Coq Sportif abbandona il tricolore netto per una palette
“ghiacciata”: blu ice, crema e texture che richiamano le mappe topografiche
realizzate con pigmenti strofinati. La Norvegia fa un’operazione nostalgia
raffinatissima con Dale of Norway, rieditando in chiave moderna il maglione
indossato proprio a Cortina nel 1956. La Finlandia, con Luhta, porta in pista i
colori del tramonto lappone e il “momento blu” delle notti artiche.
IL FENOMENO TIKTOK: TUTTI PAZZI PER IL “FIT CHECK”
Intanto su TikTok la competizione è già iniziata a colpi di unboxing. Gli atleti
diventano influencer e i video dei “fit check” – dove spacchettano i borsoni e
provano le divise in camera – accumulano milioni di visualizzazioni. È qui che
la Cina con Li-Ning (mix di rosso, viola e arancione) e la Germania (con linee
urban e solide) cercano il consenso della Gen Z. Anche i volontari avranno il
loro momento di gloria: vestiti da Salomon con un sistema modulare di 17 pezzi
intercambiabili, porteranno lo stile tecnico francese dalle piste alle strade di
Milano.
L'articolo Tutti pazzi per le divise di Milano-Cortina 2026: da quelle della
Mongolia e Haiti ai “fit check” degli atleti su TikTok, sono le Olimpiadi più
fashion di sempre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chissà perché quando si parla di San Valentino si parla soprattutto di “lei”.
Lingerie sexy, labbra a prova di baci con i Lip Patch Pixi, il make-up di
Sephora “per farlo cadere ai tuoi piedi”, pennarelli a doppia punta per uno
sguardo più dolce, mascara cinescope per sbattere le ciglia. Ombretto liquido
long lasting di Astra make-up per avere 12 ore di palpebre vellutata E il look?
E “le 10 cose da indossare per sedurre un uomo?” Migliaia di pagine, consigli,
dritte. Insomma, un gran da fare. E lui? Avrà pure dei dubbi davanti allo
specchio. Si chiederà: come mi vesto per farla innamorare? Per dirle chi sono?
Diamogli una mano, con un occhio alle star.
ARDITO
Se c’è qualcuno che continua a oltrepassare i confini dello stile, è Timothée
Chalamet. Con Marty Supreme, film vincitore ai Golden Globe, candidato a tutto,
e lui all’Oscar, capace di una scelta cromatica memorabile, l’arancione fluo,
Non che vada bene per tutti, ma anche in total black con le camicie ricamate e
la giacca gialla suggerisce coraggio. A patto di avere il fisico, ovvio. La
fashionista lo adorerà.
ROMANTICO
Chi meglio di Jonathan Baley, icona sexy 2025, star di “Bridgerton”? Diventato
popolare con il ruolo di Lord Anthony, ama gli abiti formali, i dettagli e gli
accessori alla moda. Impeccabile, mai un capello fuor posto, niente spigoli.
Quando porta quei piumini caldi e avvolgenti (se ne sono visti una quantità
anche over, da Dsquared 2) pensate a come può essere divertente far atterrare
sul morbido una ragazza. Uno che si veste come lui è da sposare.
SPORTIVO
Non bisogna inventarsi chissà che cosa. Harry Styles è cool anche quando porta
un semplice trench, jeans e mocassini. Il suo stile funziona perché è comodo e
autentico, mai forzato. Magari con qualche elemento glam come una sacca al posto
dello zaino, o una maxi sciarpa. Imitatelo. Trovate tutto quello che serve
nell’ultima sfilata maschile di Giorgio Armani (senza Giorgio).
GLOBETROTTER
Un gilet ricamato hippie chic degno di Jimi Hendrix, con interno in felpa e
colletto in montone; una giacca-camicia jacquard realizzata con il cotone
matelassé delle coperte invernali del nord dell’India. Camicie ricamate oversize
ecrù e nero, geniali jeans al rovescio, rifiniti con splendidi motivi floreali,
Antik Batik crea il guardaroba del globetrotter. Il suo look dice: vuoi partire
con me? Figuriamoci se lei dice di no.
POST MODERNO, CON IRONIA
Stampe scheletro, fiori tie-dye, e upcycling di lusso (per lei zerbini come mini
abiti e i paralumi- gonne): la collezione New Age di Lessico Familiare
presentata durante la Fashion Week maschile non è solo postmoderna, è post
atomica: abiti in ovatta, silhouette cocoon, sottovesti preziose, capispalla
logori, fiocchetti leziosi e animali talismano. Come non amare l’uomo che si
presenta con una borsa-pelouche gialla a forma di gallina?
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CLASSICO, A MODO SUO
Ispirazione: Jacob Elordi, attore cult, contesissimo. Protagonista del nuovo
“Cime Tempestose” (al cinema dal 12 febbraio). Completi perfettamente tagliati,
essenziali e mai banali, un’eleganza retrò rilassata e sicura di sé. Avete
presente il completo bianco di Bottega Veneta visto alla première di
Frankenstein a Città del Messico? La giacca monopetto sottolineava la silhouette
affilata oggi tanto di moda (passerella di Prada-Raf Simmons). Vestito così fa
colpo di sicuro.
IRRIVERENTE
Gli uomini in smoking, si sa, sono bellissimi. Ma in assenza di un’occasione
formale, beh, Jeremy Allen White, protagonista dell’esilarante e premiata serie
“The Bear”, al cinema con “Springsteen Liberami dal nulla” sa come riscrivere il
tuxedo in chiave sexy. Lo destruttura togliendo il blazer, lo rende meno rigido
aprendo la camicia sulla canotta. Il look, firmato Louis Vuitton, dimostra che
lo smoking può essere irriverente restando elegante. E chi lo indossa è
decisamente fidanzabile.
MR. CROCODILE
Ebbene sì, c’è ancora l’uomo-uomo. Warped, brand che ha debuttato a Milano
nell’ultima Fashion Week maschile, crede nel maschio forte, senza fronzoli come
nel film “Mr. Crocodile Dundee” (ma rivisto e corretto), uno che caccia
coccodrilli nell’outback e se la cava magnificamente anche nella giungla
metropolitana. Giacche, pantaloni, camicie e t-shirt confortevoli, tessuti scuba
elasticizzati e lana bi-stretch, denim in con effetto 3D e, dettaglio non
trascurabile, lacci in pelle di canguro, cinque volte più resistenti, dicono
tutto. Se dovessimo azzardare un’icona potrebbe essere Callum Turner, in odore
di James Bond.
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WARPED FW 26-27. STILE CROCODILE DUNDEE
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WARPED FW 26-27 THE DUKE WILLIAMS
INDECISO
Il gentiluomo un po’ dandy con la giacca nera matelassé abbinata a pantaloni da
pigiama e pantofole è uno dei tipi maschili usciti in passerella da Dolce&
Gabbana. Ha una sua nonchalance. È tenero e divertente. Affidabile? Non è detto.
Ma il look lo spiega perfettamente.
DECISIONISTA
Senza incertezze. La Napoleon jacket, celebre giacca con gli alamari e i ricami
in corda, vista nella collezione Winter 2026 di Dior Homme (la nuova versione di
Jonathan Anderson ha il retro a palloncino) è già una dichiarazione d’intenti.
Ma il bello è che, nel nostro presente fluido, questa bella giacca potrà
rubargliela lei. A patto che ci sia una storia.
MISTERIOSO
Come cantava Battiato, gli occhiali regalano “più carisma e sintomatico mistero”
perciò sono una questione a parte. Partiamo da quelli iVisionTech di Macron (il
titolo è stato sospeso in borsa per eccesso di rialzo) ormai cult. In questo
caso il dettaglio fa il look. Poi ci sono quelli nuovissimi di Bugatti, che
evocano l’eleganza di un artigianato quasi vintage. Mentre Sestini presenta
Garba, collezione eyewear ispirata a una tipica parola toscana. Indica
un’eleganza naturale, un modo misurato di stare al mondo, una sicurezza
silenziosa (e garba anche a noi). Il messaggio è chiaro, e una volta mandato,
gli occhiali bisogna toglierseli. Se va tutto bene, anche il resto…
L'articolo San Valentino uomo, come vestirsi per farla innamorare (davvero)? 11
look copiati dalle star per andare a colpo sicuro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Per oltre quarant’anni è stata una presenza costante, discreta, quotidiana.
Sempre accanto a Giorgio Armani, ma mai davanti. Ora, dopo il debutto della
nuova Armani Privé a Parigi, Silvana Armani esce definitivamente dall’ombra
dello zio e assume un ruolo centrale nella storia della Maison. È lei a firmare
la prima collezione di Alta Moda femminile dopo la scomparsa di Re Giorgio,
mentre le linee uomo sono affidate a Leo Dell’Orco. Un passaggio di testimone
che non ha il sapore della rottura, ma della continuità, e che ha raccolto
grande entusiasmo non solo da parte della critica e degli addetti ai lavori, ma
anche del pubblico. Sotto ai post e alle immagini della sfilata condivisi sui
social, infatti, sono tanti i commenti di questo tenore: “L’eleganza è nel Dna
di famiglia”, “Se lavori 40 anni con Armani diventi pure tu Armani. Complimenti
bella collezione”.
“Rendo la sua visione a modo mio e penso che gli sarebbe piaciuta questa
sfilata”, ha spiegato Silvana ai giornalisti presenti nel backstage. “Per
esempio, basta cappellini: lui li adorava, io no”. Piccoli scarti, mai rotture.
Il risultato è una collezione, Jade, che appare immediatamente riconoscibile
come Armani, ma attraversata da un respiro nuovo, calibrato. È un esercizio di
equilibrio: strutture leggere, linee fluide, una femminilità misurata che
dialoga con pantaloni e tailleur di ispirazione maschile. Bustini, completi dal
taglio preciso, suggestioni giapponesi e una palette che ruota intorno alla
giada, scelta come filo conduttore.
“A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti”, ha
raccontato in un’intervista a la Repubblica. Un confine mai oltrepassato, che ha
permesso a Silvana di crescere accanto a uno dei più grandi stilisti del
Novecento senza mai invocare scorciatoie. La sua formazione non è stata teorica,
ma quotidiana: “Sono stata accanto allo zio ogni giorno lavorativo degli ultimi
quarant’anni: lui la chiamava ‘la palestra’ e mi ha davvero rafforzato”, ha
spiegato. Un apprendistato lungo una vita, fatto di osservazione, metodo,
disciplina. “All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo.
Poi mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo”.
Prima di entrare in azienda, Silvana Armani è stata indossatrice, sfilando per
stilisti come Krizia e Walter Albini. Aveva 23 anni quando ha lasciato le
passerelle. L’ingresso in Armani non è stato immediato né semplice: “Collegavo
gli interni sbagliati, dopo due giorni mi hanno spostata”, ha raccontato
sorridendo. Il passaggio allo stile arriva quando Giorgio le chiede una cartella
colori per dei costumi da bagno. Gli piace. Da lì comincia tutto. “Ero una
ragazzina, aspettavo le sei per andarmene. Solo con il tempo ho capito che
privilegio fosse stargli accanto”.
La perdita precoce dei genitori – il padre era il fratello di Giorgio Armani –
ha reso lo zio una vera figura di riferimento: “Molto protettivo. Quando uscivo
iniziava: ‘Dove vai? Perché? Stai attenta’. Diceva che è pieno di squali. Col
senno di poi, aveva ragione”. Anche negli ultimi anni, quando la fragilità
fisica si faceva più evidente, Silvana ha cercato di proteggerlo. “Quando vedevo
che era stanco gli proponevo di bere un tè insieme: solo così si fermava”. E
racconta un uomo “d’acciaio”, incapace di mostrarsi stanco: “Ripeteva: ‘Non
posso farmi vedere stanco’”.
“L’ultima volta che l’ho visto? Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli
occhi, ha sorriso e se n’è andato”. Dopo, il senso di smarrimento. Ma anche la
consapevolezza del peso della responsabilità: “La Giorgio Armani Spa ha novemila
dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro”. Silvana Armani
non ha mai pensato a un designer esterno: “Non ne voleva sapere. Se lo immagina
Giorgio Armani che rende conto a qualcuno?”. E oggi, con Leo Dell’Orco, il
rapporto è cambiato: “Non siamo più cane e gatto. Lavoriamo bene insieme”.
“Classico Armani ma con un twist. Pezzi sensati”, dice della sua idea di donna.
E aggiunge: “A volte guardo certi brand e mi chiedo dove si possa andare vestiti
così”. Nessuna crociata, solo misura. “Il mondo è bello perché è vario: sennò
saremmo tutti in Armani. E sai che noia?”.
L'articolo Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di
re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel seminterrato di via Borgonuovo tutto sembra al suo posto: le poltroncine
color sabbia, la passerella bianca, la musica ritmata e leggermente esotica,
quel modo armaniano di costruire un’atmosfera più che uno show. Eppure la prima
riga della giornata è un’altra: questa è la prima sfilata uomo della maison dopo
la scomparsa di Giorgio Armani, ed è la prima firmata interamente da Leo
Dell’Orco. Il cambio di mano si percepisce subito, con chiarezza. Ma la scelta è
altrettanto evidente: continuità massima, con un punto di vista nuovo. Il
titolo, “Cangiante“, è già una dichiarazione di metodo: restare riconoscibili e,
allo stesso tempo, cambiare a seconda della luce. Non con rotture, ma con scarti
sottili. È esattamente quello che accade in passerella: i codici di Giorgio ci
sono tutti, ma l’aria è leggermente diversa, più fresca, meno levigata, con un
margine di imperfezione controllata che rende l’insieme più attuale.
Alla vigilia della sfilata Leo Dell’Orco aveva spiegato in un’intervista al
Corriere della Sera che il signor Armani aveva deciso da tempo l’assetto:
Silvana per la donna, lui per l’uomo. E aveva raccontato quei dialoghi privati
in cui Giorgio gli chiedeva, anche quando tutto era già avviato, “ce la fai Leo?
Ti diverti?“. Nella stessa ricostruzione Dell’Orco ha messo a fuoco la macchina
creativa: il lavoro quotidiano, le squadre “validissime e importanti”, e la
continuità garantita da un gruppo che lavora insieme da anni. In questo quadro
si inserisce anche Gianluca Dell’Orco, suo nipote e braccio destro: “Ce l’ho nel
cuore“, ha detto, ricordando che è arrivato giovanissimo alle sfilate e che
oggi, a 54 anni, porta con sé una formazione costruita accanto a Giorgio, ma
anche una fiducia familiare, “casa”, una spalla.
LA COLLEZIONE: L’ARMANI DI SEMPRE, MA CON UNA NUOVA LUCE
La grammatica resta Armani: sartoria fluida, comfort come forma di eleganza,
rigore senza durezza. Il cambiamento sta nell’intonazione. La collezione lavora
su superfici che catturano la luce, su contrasti più evidenti fra opaco e
brillante, su un’idea di colore che non alza la voce ma si prende più spazio di
prima. Accanto ai grigi, ai blu e ai neri profondi che sono l’alfabeto storico
della casa, entrano tonalità controllate ma decisive: verde oliva, blu
lapislazzuli, viola ametista. Non sono colori “forti” nel senso tradizionale:
spesso sono cangianti, iridescenti, si vedono davvero quando il modello cammina
e il tessuto si rivela sotto i riflettori. È qui che il titolo smette di essere
un concetto e diventa un fatto. I materiali seguono la stessa logica: velluti e
ciniglie che assorbono la luce, sete con una brillantezza mai metallica, crêpe
che scivolano senza rigidità, cashmere garzati e lane battute che danno
struttura senza irrigidire, pelli opache che tengono insieme l’idea di lusso
discreto e funzionalità. Anche quando l’abbigliamento si sposta verso registri
più tecnici o da tempo libero, il baricentro resta lo stesso: un guardaroba
pensato per durare e per essere abitato.
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Le silhouette si muovono tra due poli: precisione sartoriale e morbidezza. Le
giacche restano centrali, ma spesso sembrano meno “finite” nel senso classico,
più vissute: spalle più rilassate, volumi leggermente più ampi, pantaloni over
che scendono con naturalezza e si chiudono in basso senza costringere. I
cappotti hanno un ruolo forte: larghi, in movimento, indossati con la stessa
disinvoltura di un blazer, sopra camicia e cravatta o sopra maglie sottili e
leggere. È un Armani che non perde la sua autorità, ma la rende meno
cerimoniale. Tra i dettagli più riconoscibili: camicie con scolli a V sotto i
completi, pullover d’angora morbidi, cappelli dalla tesa larga e floscia che
spezzano l’idea di perfezione, accessori ridotti all’essenziale. E poi un
passaggio significativo sull’idea di guardaroba condiviso: in passerella
compaiono anche look femminili costruiti sugli stessi pezzi degli uomini, come a
ribadire che l’eleganza armaniana è sempre stata, prima di tutto, una questione
di attitudine e linee, non di genere.
C’è anche un inciso che funziona come pausa narrativa: l’après-ski entra senza
diventare “capsule” gridata, più come estensione naturale del comfort di casa
Armani. In questo segmento spicca il cardigan jacquard geometrico nato dalla
collaborazione con Alanui, declinato al maschile e al femminile: un innesto
riconoscibile, ma inserito dentro una costruzione coerente. Il finale torna alla
sera: il nero resta nero, ma si accende di note preziose. Anche qui, senza
spettacolo: più un cambio di temperatura che un cambio di identità.
IL PARTERRE E IL SALUTO FINALE
In prima fila ci sono volti noti e trasversali, da Ricky Martin a Gianni
Morandi. Ma il momento che sposta davvero l’asse è il saluto: Leo Dell’Orco esce
per l’inchino e poi chiama accanto a sé il nipote Gianluca Dell’Orco. È un gesto
semplice e molto leggibile: non un uomo solo al comando, ma una continuità di
squadra e di casa, messa in chiaro davanti al pubblico. Se Giorgio Armani era
famoso per un auto-editing ferreo, qui si avverte una libertà leggermente
maggiore: più materia, più movimento, qualche ripetizione in più, ma anche una
vitalità che ha senso in un primo capitolo. Il punto, in fondo, è tutto
nell’equilibrio: non c’è nessuna voglia di “fare il nuovo” contro il passato.
C’è invece un’idea più ambiziosa e più difficile: dimostrare che Armani può
restare Armani anche quando la mano è diversa, e che proprio quella differenza,
se governata, può diventare futuro.
L'articolo Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione
Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore proviene da Il Fatto Quotidiano.