Chissà perché quando si parla di San Valentino si parla soprattutto di “lei”.
Lingerie sexy, labbra a prova di baci con i Lip Patch Pixi, il make-up di
Sephora “per farlo cadere ai tuoi piedi”, pennarelli a doppia punta per uno
sguardo più dolce, mascara cinescope per sbattere le ciglia. Ombretto liquido
long lasting di Astra make-up per avere 12 ore di palpebre vellutata E il look?
E “le 10 cose da indossare per sedurre un uomo?” Migliaia di pagine, consigli,
dritte. Insomma, un gran da fare. E lui? Avrà pure dei dubbi davanti allo
specchio. Si chiederà: come mi vesto per farla innamorare? Per dirle chi sono?
Diamogli una mano, con un occhio alle star.
ARDITO
Se c’è qualcuno che continua a oltrepassare i confini dello stile, è Timothée
Chalamet. Con Marty Supreme, film vincitore ai Golden Globe, candidato a tutto,
e lui all’Oscar, capace di una scelta cromatica memorabile, l’arancione fluo,
Non che vada bene per tutti, ma anche in total black con le camicie ricamate e
la giacca gialla suggerisce coraggio. A patto di avere il fisico, ovvio. La
fashionista lo adorerà.
ROMANTICO
Chi meglio di Jonathan Baley, icona sexy 2025, star di “Bridgerton”? Diventato
popolare con il ruolo di Lord Anthony, ama gli abiti formali, i dettagli e gli
accessori alla moda. Impeccabile, mai un capello fuor posto, niente spigoli.
Quando porta quei piumini caldi e avvolgenti (se ne sono visti una quantità
anche over, da Dsquared 2) pensate a come può essere divertente far atterrare
sul morbido una ragazza. Uno che si veste come lui è da sposare.
SPORTIVO
Non bisogna inventarsi chissà che cosa. Harry Styles è cool anche quando porta
un semplice trench, jeans e mocassini. Il suo stile funziona perché è comodo e
autentico, mai forzato. Magari con qualche elemento glam come una sacca al posto
dello zaino, o una maxi sciarpa. Imitatelo. Trovate tutto quello che serve
nell’ultima sfilata maschile di Giorgio Armani (senza Giorgio).
GLOBETROTTER
Un gilet ricamato hippie chic degno di Jimi Hendrix, con interno in felpa e
colletto in montone; una giacca-camicia jacquard realizzata con il cotone
matelassé delle coperte invernali del nord dell’India. Camicie ricamate oversize
ecrù e nero, geniali jeans al rovescio, rifiniti con splendidi motivi floreali,
Antik Batik crea il guardaroba del globetrotter. Il suo look dice: vuoi partire
con me? Figuriamoci se lei dice di no.
POST MODERNO, CON IRONIA
Stampe scheletro, fiori tie-dye, e upcycling di lusso (per lei zerbini come mini
abiti e i paralumi- gonne): la collezione New Age di Lessico Familiare
presentata durante la Fashion Week maschile non è solo postmoderna, è post
atomica: abiti in ovatta, silhouette cocoon, sottovesti preziose, capispalla
logori, fiocchetti leziosi e animali talismano. Come non amare l’uomo che si
presenta con una borsa-pelouche gialla a forma di gallina?
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CLASSICO, A MODO SUO
Ispirazione: Jacob Elordi, attore cult, contesissimo. Protagonista del nuovo
“Cime Tempestose” (al cinema dal 12 febbraio). Completi perfettamente tagliati,
essenziali e mai banali, un’eleganza retrò rilassata e sicura di sé. Avete
presente il completo bianco di Bottega Veneta visto alla première di
Frankenstein a Città del Messico? La giacca monopetto sottolineava la silhouette
affilata oggi tanto di moda (passerella di Prada-Raf Simmons). Vestito così fa
colpo di sicuro.
IRRIVERENTE
Gli uomini in smoking, si sa, sono bellissimi. Ma in assenza di un’occasione
formale, beh, Jeremy Allen White, protagonista dell’esilarante e premiata serie
“The Bear”, al cinema con “Springsteen Liberami dal nulla” sa come riscrivere il
tuxedo in chiave sexy. Lo destruttura togliendo il blazer, lo rende meno rigido
aprendo la camicia sulla canotta. Il look, firmato Louis Vuitton, dimostra che
lo smoking può essere irriverente restando elegante. E chi lo indossa è
decisamente fidanzabile.
MR. CROCODILE
Ebbene sì, c’è ancora l’uomo-uomo. Warped, brand che ha debuttato a Milano
nell’ultima Fashion Week maschile, crede nel maschio forte, senza fronzoli come
nel film “Mr. Crocodile Dundee” (ma rivisto e corretto), uno che caccia
coccodrilli nell’outback e se la cava magnificamente anche nella giungla
metropolitana. Giacche, pantaloni, camicie e t-shirt confortevoli, tessuti scuba
elasticizzati e lana bi-stretch, denim in con effetto 3D e, dettaglio non
trascurabile, lacci in pelle di canguro, cinque volte più resistenti, dicono
tutto. Se dovessimo azzardare un’icona potrebbe essere Callum Turner, in odore
di James Bond.
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WARPED FW 26-27. STILE CROCODILE DUNDEE
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WARPED FW 26-27 THE DUKE WILLIAMS
INDECISO
Il gentiluomo un po’ dandy con la giacca nera matelassé abbinata a pantaloni da
pigiama e pantofole è uno dei tipi maschili usciti in passerella da Dolce&
Gabbana. Ha una sua nonchalance. È tenero e divertente. Affidabile? Non è detto.
Ma il look lo spiega perfettamente.
DECISIONISTA
Senza incertezze. La Napoleon jacket, celebre giacca con gli alamari e i ricami
in corda, vista nella collezione Winter 2026 di Dior Homme (la nuova versione di
Jonathan Anderson ha il retro a palloncino) è già una dichiarazione d’intenti.
Ma il bello è che, nel nostro presente fluido, questa bella giacca potrà
rubargliela lei. A patto che ci sia una storia.
MISTERIOSO
Come cantava Battiato, gli occhiali regalano “più carisma e sintomatico mistero”
perciò sono una questione a parte. Partiamo da quelli iVisionTech di Macron (il
titolo è stato sospeso in borsa per eccesso di rialzo) ormai cult. In questo
caso il dettaglio fa il look. Poi ci sono quelli nuovissimi di Bugatti, che
evocano l’eleganza di un artigianato quasi vintage. Mentre Sestini presenta
Garba, collezione eyewear ispirata a una tipica parola toscana. Indica
un’eleganza naturale, un modo misurato di stare al mondo, una sicurezza
silenziosa (e garba anche a noi). Il messaggio è chiaro, e una volta mandato,
gli occhiali bisogna toglierseli. Se va tutto bene, anche il resto…
L'articolo San Valentino uomo, come vestirsi per farla innamorare (davvero)? 11
look copiati dalle star per andare a colpo sicuro proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Armani
Per oltre quarant’anni è stata una presenza costante, discreta, quotidiana.
Sempre accanto a Giorgio Armani, ma mai davanti. Ora, dopo il debutto della
nuova Armani Privé a Parigi, Silvana Armani esce definitivamente dall’ombra
dello zio e assume un ruolo centrale nella storia della Maison. È lei a firmare
la prima collezione di Alta Moda femminile dopo la scomparsa di Re Giorgio,
mentre le linee uomo sono affidate a Leo Dell’Orco. Un passaggio di testimone
che non ha il sapore della rottura, ma della continuità, e che ha raccolto
grande entusiasmo non solo da parte della critica e degli addetti ai lavori, ma
anche del pubblico. Sotto ai post e alle immagini della sfilata condivisi sui
social, infatti, sono tanti i commenti di questo tenore: “L’eleganza è nel Dna
di famiglia”, “Se lavori 40 anni con Armani diventi pure tu Armani. Complimenti
bella collezione”.
“Rendo la sua visione a modo mio e penso che gli sarebbe piaciuta questa
sfilata”, ha spiegato Silvana ai giornalisti presenti nel backstage. “Per
esempio, basta cappellini: lui li adorava, io no”. Piccoli scarti, mai rotture.
Il risultato è una collezione, Jade, che appare immediatamente riconoscibile
come Armani, ma attraversata da un respiro nuovo, calibrato. È un esercizio di
equilibrio: strutture leggere, linee fluide, una femminilità misurata che
dialoga con pantaloni e tailleur di ispirazione maschile. Bustini, completi dal
taglio preciso, suggestioni giapponesi e una palette che ruota intorno alla
giada, scelta come filo conduttore.
“A casa era lo zio, al lavoro lo chiamavo il signor Armani, come tutti”, ha
raccontato in un’intervista a la Repubblica. Un confine mai oltrepassato, che ha
permesso a Silvana di crescere accanto a uno dei più grandi stilisti del
Novecento senza mai invocare scorciatoie. La sua formazione non è stata teorica,
ma quotidiana: “Sono stata accanto allo zio ogni giorno lavorativo degli ultimi
quarant’anni: lui la chiamava ‘la palestra’ e mi ha davvero rafforzato”, ha
spiegato. Un apprendistato lungo una vita, fatto di osservazione, metodo,
disciplina. “All’inizio ero nel panico, perché di signor Armani ce n’è uno solo.
Poi mi sono detta: conosci il suo metodo e il suo pensiero. Vai e fai il tuo”.
Prima di entrare in azienda, Silvana Armani è stata indossatrice, sfilando per
stilisti come Krizia e Walter Albini. Aveva 23 anni quando ha lasciato le
passerelle. L’ingresso in Armani non è stato immediato né semplice: “Collegavo
gli interni sbagliati, dopo due giorni mi hanno spostata”, ha raccontato
sorridendo. Il passaggio allo stile arriva quando Giorgio le chiede una cartella
colori per dei costumi da bagno. Gli piace. Da lì comincia tutto. “Ero una
ragazzina, aspettavo le sei per andarmene. Solo con il tempo ho capito che
privilegio fosse stargli accanto”.
La perdita precoce dei genitori – il padre era il fratello di Giorgio Armani –
ha reso lo zio una vera figura di riferimento: “Molto protettivo. Quando uscivo
iniziava: ‘Dove vai? Perché? Stai attenta’. Diceva che è pieno di squali. Col
senno di poi, aveva ragione”. Anche negli ultimi anni, quando la fragilità
fisica si faceva più evidente, Silvana ha cercato di proteggerlo. “Quando vedevo
che era stanco gli proponevo di bere un tè insieme: solo così si fermava”. E
racconta un uomo “d’acciaio”, incapace di mostrarsi stanco: “Ripeteva: ‘Non
posso farmi vedere stanco’”.
“L’ultima volta che l’ho visto? Un attimo prima che morisse. Ha aperto gli
occhi, ha sorriso e se n’è andato”. Dopo, il senso di smarrimento. Ma anche la
consapevolezza del peso della responsabilità: “La Giorgio Armani Spa ha novemila
dipendenti. Novemila famiglie vivono anche grazie al tuo lavoro”. Silvana Armani
non ha mai pensato a un designer esterno: “Non ne voleva sapere. Se lo immagina
Giorgio Armani che rende conto a qualcuno?”. E oggi, con Leo Dell’Orco, il
rapporto è cambiato: “Non siamo più cane e gatto. Lavoriamo bene insieme”.
“Classico Armani ma con un twist. Pezzi sensati”, dice della sua idea di donna.
E aggiunge: “A volte guardo certi brand e mi chiedo dove si possa andare vestiti
così”. Nessuna crociata, solo misura. “Il mondo è bello perché è vario: sennò
saremmo tutti in Armani. E sai che noia?”.
L'articolo Silvana Armani sfila per la prima volta a Parigi, chi è la nipote di
re Giorgio che ha conquistato i social: “L’eleganza è nel Dna di famiglia”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel seminterrato di via Borgonuovo tutto sembra al suo posto: le poltroncine
color sabbia, la passerella bianca, la musica ritmata e leggermente esotica,
quel modo armaniano di costruire un’atmosfera più che uno show. Eppure la prima
riga della giornata è un’altra: questa è la prima sfilata uomo della maison dopo
la scomparsa di Giorgio Armani, ed è la prima firmata interamente da Leo
Dell’Orco. Il cambio di mano si percepisce subito, con chiarezza. Ma la scelta è
altrettanto evidente: continuità massima, con un punto di vista nuovo. Il
titolo, “Cangiante“, è già una dichiarazione di metodo: restare riconoscibili e,
allo stesso tempo, cambiare a seconda della luce. Non con rotture, ma con scarti
sottili. È esattamente quello che accade in passerella: i codici di Giorgio ci
sono tutti, ma l’aria è leggermente diversa, più fresca, meno levigata, con un
margine di imperfezione controllata che rende l’insieme più attuale.
Alla vigilia della sfilata Leo Dell’Orco aveva spiegato in un’intervista al
Corriere della Sera che il signor Armani aveva deciso da tempo l’assetto:
Silvana per la donna, lui per l’uomo. E aveva raccontato quei dialoghi privati
in cui Giorgio gli chiedeva, anche quando tutto era già avviato, “ce la fai Leo?
Ti diverti?“. Nella stessa ricostruzione Dell’Orco ha messo a fuoco la macchina
creativa: il lavoro quotidiano, le squadre “validissime e importanti”, e la
continuità garantita da un gruppo che lavora insieme da anni. In questo quadro
si inserisce anche Gianluca Dell’Orco, suo nipote e braccio destro: “Ce l’ho nel
cuore“, ha detto, ricordando che è arrivato giovanissimo alle sfilate e che
oggi, a 54 anni, porta con sé una formazione costruita accanto a Giorgio, ma
anche una fiducia familiare, “casa”, una spalla.
LA COLLEZIONE: L’ARMANI DI SEMPRE, MA CON UNA NUOVA LUCE
La grammatica resta Armani: sartoria fluida, comfort come forma di eleganza,
rigore senza durezza. Il cambiamento sta nell’intonazione. La collezione lavora
su superfici che catturano la luce, su contrasti più evidenti fra opaco e
brillante, su un’idea di colore che non alza la voce ma si prende più spazio di
prima. Accanto ai grigi, ai blu e ai neri profondi che sono l’alfabeto storico
della casa, entrano tonalità controllate ma decisive: verde oliva, blu
lapislazzuli, viola ametista. Non sono colori “forti” nel senso tradizionale:
spesso sono cangianti, iridescenti, si vedono davvero quando il modello cammina
e il tessuto si rivela sotto i riflettori. È qui che il titolo smette di essere
un concetto e diventa un fatto. I materiali seguono la stessa logica: velluti e
ciniglie che assorbono la luce, sete con una brillantezza mai metallica, crêpe
che scivolano senza rigidità, cashmere garzati e lane battute che danno
struttura senza irrigidire, pelli opache che tengono insieme l’idea di lusso
discreto e funzionalità. Anche quando l’abbigliamento si sposta verso registri
più tecnici o da tempo libero, il baricentro resta lo stesso: un guardaroba
pensato per durare e per essere abitato.
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Le silhouette si muovono tra due poli: precisione sartoriale e morbidezza. Le
giacche restano centrali, ma spesso sembrano meno “finite” nel senso classico,
più vissute: spalle più rilassate, volumi leggermente più ampi, pantaloni over
che scendono con naturalezza e si chiudono in basso senza costringere. I
cappotti hanno un ruolo forte: larghi, in movimento, indossati con la stessa
disinvoltura di un blazer, sopra camicia e cravatta o sopra maglie sottili e
leggere. È un Armani che non perde la sua autorità, ma la rende meno
cerimoniale. Tra i dettagli più riconoscibili: camicie con scolli a V sotto i
completi, pullover d’angora morbidi, cappelli dalla tesa larga e floscia che
spezzano l’idea di perfezione, accessori ridotti all’essenziale. E poi un
passaggio significativo sull’idea di guardaroba condiviso: in passerella
compaiono anche look femminili costruiti sugli stessi pezzi degli uomini, come a
ribadire che l’eleganza armaniana è sempre stata, prima di tutto, una questione
di attitudine e linee, non di genere.
C’è anche un inciso che funziona come pausa narrativa: l’après-ski entra senza
diventare “capsule” gridata, più come estensione naturale del comfort di casa
Armani. In questo segmento spicca il cardigan jacquard geometrico nato dalla
collaborazione con Alanui, declinato al maschile e al femminile: un innesto
riconoscibile, ma inserito dentro una costruzione coerente. Il finale torna alla
sera: il nero resta nero, ma si accende di note preziose. Anche qui, senza
spettacolo: più un cambio di temperatura che un cambio di identità.
IL PARTERRE E IL SALUTO FINALE
In prima fila ci sono volti noti e trasversali, da Ricky Martin a Gianni
Morandi. Ma il momento che sposta davvero l’asse è il saluto: Leo Dell’Orco esce
per l’inchino e poi chiama accanto a sé il nipote Gianluca Dell’Orco. È un gesto
semplice e molto leggibile: non un uomo solo al comando, ma una continuità di
squadra e di casa, messa in chiaro davanti al pubblico. Se Giorgio Armani era
famoso per un auto-editing ferreo, qui si avverte una libertà leggermente
maggiore: più materia, più movimento, qualche ripetizione in più, ma anche una
vitalità che ha senso in un primo capitolo. Il punto, in fondo, è tutto
nell’equilibrio: non c’è nessuna voglia di “fare il nuovo” contro il passato.
C’è invece un’idea più ambiziosa e più difficile: dimostrare che Armani può
restare Armani anche quando la mano è diversa, e che proprio quella differenza,
se governata, può diventare futuro.
L'articolo Il “nuovo” Armani senza Re Giorgio: Leo Dell’Orco firma la collezione
Uomo “Cangiante”, tra giochi di luce e colore proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arte e creatività non sono solo espressioni culturali, ma possono diventare
strumenti concreti di benessere e longevità. A sostenerlo è Nicola Ferrara, già
presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia (Sigg) e docente
all’Università Federico II di Napoli, che – all’indomani della morte dello
stilista Valentino Garavani – all’Adnkronos Salute ha spiegato come l’attività
creativa abbia un impatto diretto sulla salute mentale e sulla longevità,
soprattutto in età avanzata. “L’arte e la creatività aiutano a vivere più a
lungo e anche in salute, soprattutto mentale”, afferma Ferrara. Un principio
che, spiega, trova riscontro concreto nel lavoro quotidiano con gli anziani: “Lo
vediamo anche nelle Rsa o nei centri diurni, dove cerchiamo di stimolare la
creatività non solo come prevenzione rispetto alle malattie neurodegenerative,
ma anche per mantenere la socialità e la vita di relazione di persone che
altrimenti sarebbero sole”.
Secondo il geriatra, l’aspetto relazionale è centrale quanto quello clinico.
Attività artistiche, manuali o espressive diventano occasioni per mantenere
attiva la mente, ma anche per contrastare isolamento e perdita di ruolo sociale,
due fattori che incidono pesantemente sul benessere psicologico degli anziani.
Ferrara cita poi esempi emblematici del mondo della moda: “Valentino, ma penso
anche ad Armani, sono grandi stilisti che hanno superato i 90 anni con grande
successo, aspirando alla bellezza e dimostrando una passione infinita e la
voglia di tramandarla ai giovani”. Figure che, a suo avviso, mostrano come la
tensione creativa e il desiderio di trasmettere conoscenza possano rappresentare
un potente stimolo vitale.
Il tema della longevità, però, non può essere letto solo in chiave individuale:
“I dati mondiali ci dicono che c’è anche un rapporto tra ricchezza e
allungamento dell’età”, osserva Ferrara, precisando però che il fattore decisivo
è il contesto sociale. “Questo avviene dove ci sono meno differenze sociali. Gli
Stati Uniti sono un Paese ricco, ma non hanno la stessa aspettativa di vita
dell’Italia, perché esistono forti disuguaglianze interne”. Non si tratta però,
sottolinea, di legare la durata della vita esclusivamente al reddito personale o
all’accesso alle cure: “Conta anche il Paese in cui si vive e si lavora: cultura
e storia incidono profondamente sulla qualità dell’invecchiamento”.
In questo quadro, il lavoro a contatto con le nuove generazioni assume un valore
aggiunto: “Lo stilista, così come il professore universitario, per tutta la
carriera è a contatto con i giovani, e questo rappresenta un ulteriore stimolo
intellettuale e sociale”, spiega Ferrara. Un confronto continuo che alimenta
curiosità, motivazione e senso di utilità. “Trasmettere competenze e passione –
conclude – migliora sicuramente l’aspettativa di vita”.
L'articolo “Valentino e Armani? Hanno superato i 90 anni proprio grazie alla
loro creatività”: il geriatra svela il “segreto” della loro longevità proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Andavo a dormire la sera non sapendo se lo avrei trovato il mattino dopo”. È
questa la frase con cui Leo Dell’Orco descrive gli ultimi mesi accanto a Giorgio
Armani, morto il 4 settembre scorso. A poco più di quattro mesi dalla scomparsa
dello stilista e alla vigilia della prima sfilata senza di lui in questa
Settimana milanese della Moda Uomo che prende il via oggi, Dell’Orco affida al
Corriere della Sera il racconto più diretto e personale di una vita condivisa
per oltre quarant’anni, superando quella riservatezza che ha sempre
contraddistinto entrambi.
Oggi, spiega, sta “bene. Ora”. Ma il primo periodo è stato “strano”: “Mi mancava
la persona. Poi mi sono abituato. Sono tranquillo”. Vive ancora nella stessa
casa, ma gli spazi sono rimasti divisi come allora: “Al secondo piano ho
lasciato tutto com’era. Sto dalla mia parte. Dalla sua non entro. Non ho toccato
nulla. Da quel giorno”. Al terzo piano, quello condiviso, restano gli animali di
Armani: “I suoi gatti, i suoi pappagalli e il merlo”. La malattia, arrivata
all’improvviso, ha segnato una frattura netta. “Solo in quel momento è stata
durissima”, racconta Dell’Orco. Armani aveva capito subito che non ce l’avrebbe
fatta: “Ha capito subito che questa volta non ce l’avrebbe fatta. Mi diceva:
“non ho più voglia, non ho più voglia”. E io gli rispondevo “No, Giorgio, no.
Devi essere forte”. È stata dura”. Per due mesi il tempo si è contratto,
sospeso. “Per noi il tempo non è mai passato e lo vedevamo e lo trattavamo come
fosse quell’uomo quarantenne che prendeva in mano il mondo”.
Armani non aveva paura della morte, ma temeva il dolore dei suoi cari. E,
racconta Dell’Orco, aveva programmato tutto: “Siamo stati sorpresi da come abbia
pensato a ogni cosa. Anche su argomenti inaspettati”. Una pianificazione che
oggi pesa come responsabilità: “Mi ha messo agitazione, ma anche la spinta a
trovare le soluzioni giuste, come avrebbe voluto lui. Prima avevamo la scusa:
‘c’è Giorgio’. Ora ci siamo noi. Negli ultimi tre anni mi ha lasciato fare è
vero. Ma l’ultima parola era la sua. Sino all’ultimo è stato così. Ha scritto un
capitolo della storia importante della moda e sentiamo questa responsabilità. Fa
paura sì. Nessuno potrà replicare quello che ha fatto lui, nessuno diventerà o
potrà diventare lui. Come ha detto lui siamo tutti dei piccoli Armani, ognuno
con le responsabilità, Silvana la donna e io l’uomo: vediamo come andrà. Ce la
mettiamo tutta”.
Nel lavoro, Armani era sempre il centro decisionale. “Era difficile che desse
responsabilità dirette. C’era sempre lui”. Eppure, dopo la sua scomparsa, “tutti
ci accorgiamo che abbiamo imparato a essere e decidere”. Dell’Orco ammette di
essersi preso, negli anni, molte libertà: “E lui si incazzava: ‘mi nascondi le
cose’. Ma io rispondevo: ‘Se so che vanno bene, lasciaci fare’”. Con Silvana
Armani, il rapporto era diverso, “più padre e figlia”, mentre con lui il
confronto era diretto, anche duro. “Se una cosa non mi piaceva glielo dicevo.
Nessuno aveva il coraggio di contraddirlo, io non ci riuscivo”. Ora, alla
domanda su chi “sostituirà Armani”, Dell’Orco risponde senza esitazioni: “Ci
siamo Silvana per la donna e io per l’uomo. Lui lo ha deciso”. Una decisione
condivisa, verificata più volte: “Mi chiedeva sempre: ‘Ce la fai Leo? Ti
diverti?’. E io rispondevo: ‘Certo’”. La prima sfilata senza Giorgio è una prova
carica di responsabilità: “Ci sono cose bellissime, ma non dobbiamo esagerare.
Prima arrivava e diceva ‘questo sì, questo no’”.
Il loro primo incontro risale ai giardini di piazzale Libia, a Milano, per
merito di un cane scappato. Dell’Orco aveva 22 anni. Armani li invitò a bere a
casa sua, poi pochi giorni dopo propose loro di sfilare. “Nudi tutti e due!”,
disse Irene quando arrivarono. Dopo quell’episodio, Leo tornò alla sua vita: un
posto fisso alla Snam, le scuole serali, la sicurezza di un impiego parastatale.
“In famiglia erano contenti. Quando mi licenziai non capirono”. Solo più tardi
arrivò l’ingresso definitivo in Armani, prima come modello in showroom, poi
accanto a Giorgio, “dalla gavetta”. Il legame si consolidò anche nei momenti più
duri, come la malattia e la morte di Sergio Galeotti: “Vedere Sergio spegnersi
fu durissimo. Giorgio piangeva per giorni. Ci sono stati momenti bui, ma ha
tenuto”. Sono tanti, poi gli aneddoti e i ricordi che Dell’Orco affida al
Corriere, sintesi di una vita intensa e appassionata vissuta fianco a fianco
fino alla fine: “La cosa che ho amato di più in lui? La sincerità”, dice.
Tra i simboli più intimi del loro rapporto c’è il diamante che Dell’Orco regalò
ad Armani: “Lo indossò e non lo tolse più. Non aveva mai ricevuto un anello”. Fu
una delle due cose che lo stilista portò con sé durante la fuga dall’incendio a
Pantelleria. Il regalo più bello ricevuto da Giorgio? “Un orologio,
naturalmente”. Definire la loro storia un “grande amore” non lo imbarazza: “È
stata una bella storia. Bella e tosta”. Una vita insieme, senza pause reali,
fondata su rispetto e spazi personali. “Non siamo mai stati effusivi. Abbracci
no, ma carezze sì. Anche negli ultimi giorni”.
Dell’Orco racconta anche il suo percorso personale, dalle origini a Bisceglie al
lavoro nei mercati ortofrutticoli da ragazzo, fino alla ricchezza di oggi, che
però non sente come identità: “Non ho mai cambiato il mio stile di vita. Ora
faccio stare bene i miei”. La sua priorità resta quella: “Fare stare bene le
persone intorno a me”. Sul piano politico, non evita una posizione netta:
“Andrei a cena con Giorgia Meloni. Nonostante il diverso credo politico, si sta
dimostrando una delle migliori leader in Europa e una interlocutrice che può
parlare con mercati importanti per noi”.
La famiglia Armani, oggi, appare unita: “Lui ci trattava tutti allo stesso modo.
Questo ha creato equilibrio”. I ricordi più intensi restano legati agli eventi
simbolo: la sfilata al Rockefeller Center con Iman, lo Studio 54, Pantelleria,
New York. “Avevo 25 anni e mi sembrava di vivere in un film”. Dell’Orco non
crede nell’aldilà, come Armani: “Quando voglio sentirlo vado al cimitero e poi
pranzo al Falco, il nostro ristorante”. È lì che trova pace. E sorride
ricordando una frase che oggi pesa più di allora: “Leo, c’è posto anche per te
qui, se ti va”. Alla fine, immagina cosa direbbe Giorgio leggendo l’intervista.
La risposta è asciutta, fedele al loro stile: “Non male, dai Leo”.
L'articolo “Andavo a dormire la sera non sapendo se lo avrei trovato il mattino.
Mi restano i suoi gatti, i pappagalli e il merlo”: Leo Dell’Orco racconta gli
ultimi mesi con Giorgio Armani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anno nuovo, musa nuova. In casa Armani, il 2026 si è aperto con l’annuncio di
una nuova testimonial che – sorpresa! – arriva direttamente dal clan Kardashian:
Kendall Jenner. La modella e imprenditrice cresciuta sotto i riflettori del
reality show Keeping Up with the Kardashians è stata scelta come nuova Global
Fragrance Ambassador di Emporio Armani. Sarà lei ad accompagnare il lancio di
una nuova fragranza, Power of You Eau de Parfum, in arrivo a febbraio – giusto
in tempo per San Valentino.
Il 2025 è stato un anno cruciale per l’impero Armani che, nel giro di pochi
mesi, ha festeggiato i 50 anni di storia e ha pianto la scomparsa del fondatore,
Giorgio Armani. Sul fronte beauty – un’estensione molto popolare del brand,
specialmente tra le millennial – si guarda al futuro con una precisa strategia,
incarnata dalla scelta di Kendall Jenner: star globale da 284 milioni di
follower con un volto “couture” che l’ha portata sulle passerelle di
Schiaparelli e Jacquemus, oltre che su innumerevoli riviste e campagne di moda.
“Entrare a far parte della famiglia Emporio Armani è stata una scelta naturale”,
ha commentato Kendall Jenner in una nota stampa. “Ho sempre amato il suo
messaggio: un invito ad essere semplicemente se stessi. La fragranza è
straordinaria: magnetica, intensa e davvero sensuale”. Il brand l’ha scelta per
la “personalità carismatica” e per lo “spirito avventuroso e creativo”: è
infatti appassionata di equitazione e automobili.
Nel 1998 Giorgio Armani anticipò i tempi e le mode con una fragranza androgina e
minimalista, Emporio Armani Lei e Lui. Oggi la visione si amplia con Power of
You – di fatto, il contraltare femminile del profumo Stronger With You – creato
dai nasi Nisrine Grillié e Nadège Le Garlantezec. L’abbiamo “annusata” in
anteprima: è avvolgente, dolce, intensa e vagamente esotica grazie al frutto
della passione, alla cremosa vaniglia e agli accordi di frangipane e maracuja.
L’obiettivo è parlare (anche grazie al prezzo) ai più giovani consumatori di
Armani, i clienti di domani, e traghettare nel futuro l’eredità di un marchio
storico.
Si ringrazia Armani Beauty per le immagini
L'articolo Una Kardashian in casa Armani: perché Kendall Jenner è il nuovo volto
delle fragranze Emporio (e cosa c’entra la Gen Z) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La fine dell’anno si avvicina ed è tempo di tirare le somme, anche quelle a
dieci cifre: nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia, che adesso
sono 79 – cinque in più rispetto all’ultimo rilevamento di aprile. A stilare la
lista è Forbes, che mette in classifica i nomi delle persone con i loro
patrimoni, aggiornati alla chiusura delle borse di venerdì 12 dicembre. Il
totale ammonta a ben 357,2 miliardi di dollari.
L’oro se lo aggiudica Giovanni Ferrero, che difende e mantiene solido il primo
posto con il suo patrimonio di 41,3 miliardi di dollari: quest’anno è stato
particolarmente fruttuoso per il suo gruppo societario, che ha registrato un
nuovo record di fatturato di 18,4 miliardi , anche grazie all’acquisto di
Kellogg per 3,1 miliardi.
Andrea Pignataro con il suo colosso tecnologico Ion si guadagna la medaglia
d’argento con un patrimonio di 36,9 miliardi. Il bronzo invece spetta al
patrimonio di 22,4 miliardi di Giancarlo Devasini grazie a Tether, la
criptovaluta che ultimamente ha fatto parlare di sé per la proposta d’acquisto
alla Juventus degli Elkann.
Al quarto posto sale Francesco Gaetano Caltagirone con i suoi 9,8 miliardi, dopo
la scalata di Mps a Mediobanca. L’imprenditrice Massimiliana Landini Aleotti,
invece, è la donna più alta in classifica con 8,1 miliardi: vedova di Alberto
Aleotti, è proprietaria e presidente del gruppo farmaceutico Menarini.
Qual è la provenienza delle new entry? Nella maggior parte dei casi sono gli
eredi del patrimonio del defunto Giorgio Armani, che secondo le stime oscilla
tra 11 e 13 miliardi di euro. Si tratta di Pantaleo Dell’Orco, suo braccio
destro e partner, la sorella Rosanna; i nipoti Silvana Armani, Roberta Armani e
Andrea Camerana.
Restando sul tema delle grosse eredità, nella top 10 rientrano anche gli otto
eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di EssilorLuxottica: i figli Claudio,
Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente; la vedova Nicoletta Zampillo e
Rocco Basilico, figlio del precedente matrimonio tra Zampillo e il banchiere
Paolo Basilico.
Nel frattempo, come ha appena certificato il World Inequality Report, in tutto
il mondo cresce la concentrazione della ricchezza e aumentano le disuguaglianze
sociali. Una situazione destinata a peggiorare senza interventi per rafforzare
la progressività fiscale e la redistribuzione della ricchezza.
L'articolo Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79:
il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le clamorose sconfitte contro Trapani e Trieste in campionato. Nel mezzo, pure
il fragoroso ko al Forum contro l’Hapoel, in Eurolega. Al termine di una
settimana orribile è arrivata la rivoluzione in casa Olimpia Milano: coach
Ettore Messina lunedì sera ha rassegnato le dimissioni, affidando la panchina al
vice allenatore, Peppe Poeta. Poche ore dopo, Messina ha voluto spiegare in una
lunga lettera le ragioni della sua scelta inusuale: lasciare la guida della
squadra ma non il club, visto che resterà all’Olimpia come consulente del
presidente Leo Dell’Orco. Il passaggio fondamentale del testo pubblicato dal
coach è il seguito: “Ho capito di essere diventato – non da oggi – un fattore di
divisione e, di conseguenza, di distrazione”.
Messina era divisivo, lo scrive lui stesso. E sembrava non avere più in mano la
squadra, almeno stando ai risultati: Milano è attualmente ottava in Serie A con
5 vittorie e 4 sconfitte, mentre in Eurolega è undicesima con 6 successi e
altrettante partite perse. Già da questa estate in molti nell’ambiente
invocavano l’immediato passaggio di testimone con Poeta, che tanto bene ha fatto
a Brescia. La transizione si sarebbe dovuta concludere al termine della
stagione, invece Messina alla fine si è dovuto arrendere e ha accelerato i
tempi: “Anche impegnandomi a svolgere il mio lavoro nel miglior modo possibile,
ogni circostanza si trasformava in un’occasione per aprire un referendum pro o
contro la mia persona”, scrive nella lettera. Aggiungendo: “Per questo motivo (e
soltanto per questo) ho deciso di eliminare una situazione che era diventata per
me fonte di grande tensione e per la squadra e la società causa di danno“. In un
altro passaggio si legge: “Quest’anno, in particolare, ho fatto molta fatica ad
accettare il clima, tanto che a volte esitavo persino a salire gli ultimi
gradini verso il campo”
Messina quindi rivendica il suo senso di responsabilità: “Eliminando la causa
delle tensioni, ritengo di esercitare al meglio la responsabilità affidatami dal
Signor Giorgio Armani e dal club fin dal mio primo giorno in Olimpia”. E
rilancia le ambizioni di Milano: “La mia decisione ha dunque un unico scopo:
favorire un momento di unità, creando le condizioni perché tutti si raccolgano
attorno alla squadra. Con la profonda convinzione che il gruppo possa ottenere
ottimi risultati, come ha già dimostrato nonostante i numerosi infortuni”. Nella
lettera c’è anche una frase sul suo successore: “Guardando avanti, sono sicuro
che Peppe e lo staff tecnico continueranno a lavorare con l’impegno e la
competenza che non sono mai mancati. Se avranno l’aiuto di tutti, raggiungeranno
i risultati sportivi che ci auguriamo”.
Infine, un passaggio anche sulla decisione di rimanere all’interno del club:
“Resto il primo tifoso dell’Olimpia e, soprattutto, resto nel club per dare il
mio contributo ad affrontare le nuove sfide fuori dal campo, che sono alle
porte”. Un riferimento, forse, anche al nascente progetto della NBA Europe:
Milano ne dovrebbe far parte, forse proprio con l’Olimpia. E Messina, che ha
lavorato per anni in NBA, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo.
IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA DI ETTORE MESSINA
Mi perdonerete se esprimo con questa lettera, e non con una conferenza stampa o
delle interviste, i motivi della decisione che ho preso, con animo sereno e
costruttivo, nella giornata odierna. Fin dal primo giorno di allenamento ad
agosto, ho provato un grande piacere nell’andare in palestra con tutto il gruppo
squadra, inclusi sanitari, fisioterapisti, preparatori e il resto dello staff,
che accomuno in un sentito ringraziamento. E allora, vi chiederete, perché
lasciare la panchina (ma non il club)?
Il motivo è molto semplice: ho capito di essere diventato – non da oggi – un
fattore di divisione e, di conseguenza, di distrazione. Anche impegnandomi a
svolgere il mio lavoro nel miglior modo possibile, ogni circostanza si
trasformava in un’occasione per aprire un referendum pro o contro la mia
persona. Per questo motivo (e soltanto per questo) ho deciso di eliminare una
situazione che era diventata per me fonte di grande tensione e per la squadra e
la società causa di danno. Eliminando la causa delle tensioni, ritengo di
esercitare al meglio la responsabilità affidatami dal Signor Giorgio Armani e
dal club fin dal mio primo giorno in Olimpia.
Quest’anno, in particolare, ho fatto molta fatica ad accettare il clima, tanto
che a volte esitavo persino a salire gli ultimi gradini verso il campo. La mia
decisione ha dunque un unico scopo: favorire un momento di unità, creando le
condizioni perché tutti si raccolgano attorno alla squadra. Con la profonda
convinzione che il gruppo possa ottenere ottimi risultati, come ha già
dimostrato nonostante i numerosi infortuni.
Resto il primo tifoso dell’Olimpia e, soprattutto, resto nel club per dare il
mio contributo ad affrontare le nuove sfide fuori dal campo, che sono alle
porte. In questo senso, sono molto felice e motivato di proseguire il lavoro al
fianco del nostro Presidente Leo Dell’Orco.
Guardando avanti, sono sicuro che Peppe e lo staff tecnico continueranno a
lavorare con l’impegno e la competenza che non sono mai mancati. Se avranno
l’aiuto di tutti, raggiungeranno i risultati sportivi che ci auguriamo. I
componenti dello staff tecnico sanno che resto a loro disposizione per qualsiasi
cosa possa essergli utile, ma so che sapranno guidare nel modo migliore la
nostra Olimpia, che ora ha bisogno solo di serenità e di unione.
Grazie di cuore, Ettore Messina.
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ho fatto molta fatica ad accettare il clima”: la lettera di Ettore Messina
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