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Dalla pandemia al riarmo: come queste continue emergenze aumentano le disuguaglianze
di Sara Gandini e Paolo Bartolini Correva il biennio 2020-2021 e, sotto gli effetti della pandemia e dei limiti ricettivi dei nostri ospedali colpiti da un decennio di tagli scriteriati, erano in molti, soprattutto a sinistra, a sostenere misure draconiane in attesa di rilanciare opportunamente la sanità pubblica. Bisognava sopportare, ubbidire con senso di responsabilità e prepararsi per evitare di farci trovare impreparati in caso di nuove minacce alla salute pubblica. Siamo nel 2026 e nulla si è mosso. Come era immaginabile per altro. Del resto, quando si parla di aumentare i posti letto nelle strutture ospedaliere, lo si fa immaginando solo di dover curare i futuri feriti in battaglia, dato che la guerra è divenuta la forza trainante di un’economia suicida. Siamo così passati da una retorica guerresca ad un’altra, senza soluzione di continuità. Dalla guerra al virus allo scontro con il nemico di turno, prima russo, poi musulmano… Tutte le altre emergenze sono sparite dai radar dei media: da quella per la povertà crescente a quella ambientale, mentre armi sempre più letali devastano popolazioni ed ecosistemi. Del resto l’economia del riarmo (e quella del genocidio discussa con coraggio e puntualità da Francesca Albanese) non si cura dei milioni di persone che faticano ad arrivare a fine mese o vivono di lavori precari (gli unici che, non tramutandosi mai in un’occupazione decente, sono diventati a modo loro “a tempo indeterminato”). A livello globale le politiche di austerità e la crescente militarizzazione sono entrambe associate a un aumento significativo della mortalità, a un peggioramento delle malattie croniche e a una riduzione dell’aspettativa di vita. Altroché Covid-19. Parallelamente, le economie orientate al riarmo sottraggono risorse al sistema sanitario, con effetti immediati sulla salute della popolazione per un peggior accesso alle cure, crisi delle infrastrutture sanitarie, e ovviamente un aumento dei problemi psicologici. Nel loro insieme, queste politiche contribuiscono di conseguenza ad ampliare le disuguaglianze sociali di salute e a compromettere intere generazioni. Se prestiamo attenzione a queste tendenze ci accorgiamo che stiamo diventando tutti sacrificabili. La politica, concentrata sull’esigenza di produrre rapidamente decisioni a favore dei grandi centri di interesse (finanziari, industriali ed economici), non riesce più a riflettere con uno sguardo di media-lunga durata. La compressione crescente dei diritti di parola e di critica, è leggibile – come anche la “riforma” proposta dall’attuale governo per controllare i magistrati – dentro la cornice di questo potenziamento degli esecutivi in tempi di caos e di conflitti estesi. Non può esserci spazio, se accettiamo questa logica, per una sanità funzionante e florida, per una medicina territoriale adeguata, per un’occupazione piena e di qualità, per una democrazia vitale. Rimane quindi fondamentale interrogarsi su come vengano costruite e gestite queste continue emergenze. In assenza di un reale coinvolgimento collettivo e di una programmazione di medio-lungo periodo capace di sottrarsi alle sole logiche di mercato e di sicurezza, il rischio è che l’urgenza diventi un dispositivo retorico strumentale agli interessi di mercato. In questo quadro diventa cruciale riaprire spazi di discussione e partecipazione, utilizzando gli strumenti democratici disponibili per interrogare criticamente le scelte politiche in atto e le loro implicazioni di lungo periodo, soprattutto quando incidono sull’equilibrio tra poteri, sulle diseguaglianze economiche e sulla tenuta sostanziale della democrazia. L'articolo Dalla pandemia al riarmo: come queste continue emergenze aumentano le disuguaglianze proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal Sud partono anche i nonni: raddoppiati gli over 75 che seguono figli e nipoti. In vent’anni emigrati 350mila giovani laureati
Non partono più solo i figli e i nipoti. Ora partono anche i nonni. Sono oltre 184mila gli over 75 residenti formalmente nel Mezzogiorno ma che vivono stabilmente al Centro-Nord, quasi il doppio rispetto ai circa 96mila del 2002. Una migrazione silenziosa, spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, fatta di anziani che lasciano le proprie case per ricongiungersi con le famiglie emigrate o per avere accesso a servizi sanitari migliori. A dirlo è il rapporto di Svimez e Save the Children “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay”. Secondo le stime del report, la crescita dei cosiddetti “nonni con la valigia” riflette due dinamiche intrecciate: il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati e la difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, dove l’offerta sanitaria e assistenziale resta più debole rispetto al resto del Paese. Una mobilità “sommersa”, che segue la grande fuga dei giovani laureati e ne rappresenta una conseguenza diretta. Dal 2002 al 2024, quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord, con una perdita netta di circa 270mila giovani qualificati. A questi si aggiungono oltre 63mila laureati meridionali emigrati all’estero, per una perdita netta di altri 45mila talenti. Complessivamente, quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la residenza dal Sud al Centro-Nord nello stesso periodo, con una perdita netta di oltre 500mila residenti nella fascia 25-34 anni, di cui circa 270mila laureati. Il fenomeno si intensifica nel tempo. La quota di laureati tra i migranti meridionali è triplicata: dal 20% nel 2002 a quasi il 60% nel 2024. Nel solo ultimo anno analizzato, circa 23mila giovani laureati hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord e oltre 8mila hanno scelto l’estero. Secondo la Svimez, il titolo di studio avanzato è diventato “un potente fattore propulsivo” della mobilità, alimentando “una dinamica di progressivo svuotamento selettivo del capitale umano più qualificato”, che compromette le prospettive di sviluppo del Mezzogiorno. La fuga è sempre più femminile e qualificata. Dal 2002 al 2024, 195mila laureate hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord, 42mila in più rispetto agli uomini. Oggi quasi il 70% delle giovani donne meridionali che emigrano verso il Centro-Nord ha una laurea, contro il 50,7% degli uomini. La mobilità femminile, sottolinea il report, è “sempre più concentrata sui profili a elevata istruzione”, rafforzando il carattere selettivo della perdita di capitale umano. PER IL CENTRO-NORD SALDO NETTO POSITIVO DI 270MILA LAUREATI Il Centro-Nord continua ad attrarre giovani qualificati dal Mezzogiorno, registrando un saldo netto positivo di circa 270mila laureati. Ma allo stesso tempo perde i propri talenti verso l’estero. Tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato il Centro-Nord per trasferirsi fuori dall’Italia, con un saldo negativo di oltre 95mila giovani altamente qualificati. Nel solo 2024, quasi 38mila giovani under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, di cui circa 21mila laureati. La mobilità non aspetta più la laurea. Nell’anno accademico 2024-2025, sono 70mila i giovani del Sud che studiano in un ateneo del Centro-Nord, oltre il 13% del totale. La percentuale sale al 21% nelle discipline STEM. Una scelta che spesso diventa definitiva. A tre anni dalla laurea, l’88,5% dei laureati negli atenei del Centro-Nord lavora nella stessa area, mentre tra chi si laurea al Sud meno del 70% trova lavoro nel territorio di origine. “L’immatricolazione in un ateneo del Centro-Nord diventa il primo passo di una traiettoria di mobilità di medio-lungo periodo”, evidenzia il report. FATTORE ECONOMICO DETERMINANTE Il fattore economico resta determinante. I laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti al mese in più rispetto a chi resta in Italia. Anche restando nel Paese, il divario territoriale è evidente: nel Mezzogiorno la retribuzione media è di 1.579 euro netti mensili, contro i 1.735 euro del Nord-Ovest. Il divario aumenta ulteriormente considerando il genere: una laureata del Sud guadagna in media 1.487 euro al mese, contro i 1.862 euro di un laureato del Nord-Ovest. La fuga dei laureati comporta anche una perdita economica enorme. La Svimez stima in circa 6,8 miliardi di euro l’anno il costo dell’emigrazione interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno, a cui si aggiungono 1,1 miliardi annui persi per le migrazioni estere. “Questo meccanismo trasferisce ogni anno una quota rilevante dell’investimento pubblico dal Mezzogiorno verso le aree più forti del Paese”, sottolinea il report. La migrazione è ormai parte delle aspettative di vita. Oltre un terzo degli adolescenti meridionali considera importante trasferirsi in futuro in un’altra città e il 38,2% valuta positivamente l’idea di vivere all’estero. Secondo la Svimez, le migrazioni dei giovani laureati “rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine”. Così, mentre i giovani partono per costruirsi un futuro, i nonni li seguono. E la fuga dal Sud non è più solo una questione di lavoro, ma di intere famiglie che si spostano, lasciando dietro di sé territori sempre più svuotati. L'articolo Dal Sud partono anche i nonni: raddoppiati gli over 75 che seguono figli e nipoti. In vent’anni emigrati 350mila giovani laureati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale
Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi, quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive nello stesso ghetto. Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto legato, molto probabilmente, al suo sangue blu. Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte di mondo che si autodefinisce libera e democratica. È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare tutti. L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella perversione sessuale? Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite, che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è tutto occidentale. Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro colpevoli? A mio parere sì. Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza. Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via. L'articolo Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dalla Palestina alla pandemia, passando per il caso Epstein: così si neutralizzano il dissenso e la verità
di Sara Gandini e Paolo Bartolini Per i greci libero era chi aveva legami e responsabilità da onorare; schiavo, invece, chi poteva essere venduto e usato senza alcun legame stabile con un territorio, una città, una casa, una famiglia. È curioso, e politicamente rilevante, che la modernità occidentale abbia capovolto questa idea di libertà: oggi è considerato libero chi è sradicato, mobile, autosufficiente, ricco quanto basta a non dover rispondere a nessuno delle proprie azioni; mentre è percepito come “non libero” chi dipende da attaccamenti fondamentali come gli affetti, i diritti sociali e i bisogni materiali che lo rendono poco flessibile e poco compatibile con le esigenze del mercato. La libertà, valore fondativo con cui l’Occidente ama distinguersi dalle autocrazie, da secoli coincide però con il liberalismo in politica e il liberismo in economia. Questa sovrapposizione genera contraddizioni evidenti. Da un lato, la retorica della libertà viene mobilitata per giustificare guerre, sanzioni e politiche imperiali, mascherando interessi materiali sotto il linguaggio dei diritti e della civiltà. Dall’altro, quando quegli stessi interessi vengono messi in discussione, le libertà individuali e collettive diventano rapidamente negoziabili, comprimibili, sacrificabili. Le mobilitazioni pro-Palestina degli ultimi anni rendono questo scarto particolarmente visibile. Il dissenso, anche quando pacifico e radicato nei principi costituzionali, viene progressivamente trattato come un problema di ordine pubblico, se non come un vero e proprio crimine. Divieti preventivi, cariche, denunce e misure amministrative trasformano lo spazio pubblico in un’area condizionata, in cui la libertà di manifestare esiste solo finché non disturba equilibri politici e geopolitici dati. L’abbiamo visto bene anche durante la pandemia. In questo senso, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile. Questa forma di repressione non è però separabile da una più ampia guerra cognitiva. Il caso Epstein ne rappresenta un paradigma. Lavinia Marchetti su Facebook spiega come non si tratti di un semplice scandalo, ma un esempio di “trasparenza strategica”, in cui frammenti di verità mostruosa vengono resi pubblici senza che ne derivino conseguenze reali sulle strutture di potere. La verità non viene negata, ma neutralizzata. L’orrore è esposto, poi lasciato cadere in un vuoto procedurale che protegge l’impunità dei responsabili. Un meccanismo analogo opera nella gestione del dissenso politico. Le violazioni delle libertà sono documentate, filmate, visibili, ma vengono normalizzate e svuotate di significato politico. Si produce così una dissonanza cognitiva permanente: la verità è pubblica, ma l’azione collettiva appare inefficace o illegittima. Il cittadino interiorizza l’idea che la giustizia e la libertà valgano solo per alcuni, mentre il vertice del potere abita una zona di impunità strutturale, oltre il bene e il male. L’abbiamo visto con chiarezza anche durante la pandemia, quando la dimensione della salute ha smesso di essere un terreno astratto ed è diventata un potente fattore di selezione sociale. Per le persone appartenenti alle classi più disagiate, la salute si è trasformata in un vero e proprio handicap alla possibilità di vivere in modo dignitoso: condizioni abitative precarie, lavori essenziali sottopagati, impossibilità di lavorare e studiare da remoto, accesso diseguale ai servizi sanitari e mortalità più elevata hanno reso evidente come il diritto alla salute non fosse affatto uguale per tutti. In quel contesto, ciò che veniva presentato come tutela collettiva si è tradotto, per molti, in un’ulteriore compressione della libertà materiale e dell’autonomia quotidiana. Anche qui, la violenza non coincide soltanto con l’uso della forza fisica, ma con la ridefinizione autoritaria di ciò che è dicibile, visibile e praticabile. La domanda allora diventa inevitabile: nella diseguaglianza, nella repressione del conflitto e in un contesto di impunità sistemica si può essere liberi? Povertà, precarietà, assenza di diritti sociali e criminalizzazione del dissenso compromettono l’esercizio di una libertà effettiva. Recuperare un’idea di libertà non neoliberale significa tornare a pensarla come condizione collettiva e materiale, non come privilegio individuale. I legami sociali, territoriali e politici non sono il limite della libertà, ma la sua possibilità. Senza dissenso, senza conflitto, senza la capacità di spezzare la normalizzazione dell’ingiustizia, la libertà resta una formula retorica: utile a legittimare l’esistente, incapace di trasformarlo. L'articolo Dalla Palestina alla pandemia, passando per il caso Epstein: così si neutralizzano il dissenso e la verità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Tassateci”, l’appello dei ricchi al Forum di Davos. Il sondaggio: “Trump? Il 60% dei milionari vede effetti negativi”
Il senso è quello: “Tax the rich”. Ma l’appello che sbarca al World Economic Forum di Davos, nello stesso giorno del presidente americano Donald Trump, è firmato da centinaia di milionari preoccupati per gli effetti della disuguaglianza sulla stabilità economica globale. Quasi 400 i milionari e miliardari provenienti da 24 paesi che hanno firmato la lettera aperta e intitolata ‘Time To Win’ per chiedere ai leader mondiali un intervento sulla tassazione dei grandi patrimoni. L’iniziativa, coordinata dalle organizzazioni Patriotic Millionaires International, Oxfam e Millionaires for Humanity, vede tra i firmatari personalità come l’attore e regista Mark Ruffalo, il musicista Brian Eno, Abigail Disney e l’attore Brian Cox (qui l’elenco completo dei firmatari) e tra i portavoce della campagna big della finanza come l’ex direttore generale di BlackRock, Morris Pearl. Nel documento dichiarano che la ricchezza estrema sta portando la società sul precipizio, rendendo necessaria una mobilitazione per difendere le democrazie, le comunità e il futuro collettivo. L’appello è supportato dai dati di un sondaggio condotto da Survation tra dicembre 2025 e gennaio 2026 su un campione di 3.900 milionari dei paesi del G20 con patrimoni superiori al milione di dollari, immobili esclusi. Il primo risultato riguarda proprio il presidente Trump: sei milionari su dieci considerano la sua presidenza un fattore negativo per la stabilità economica mondiale e per le condizioni di vita della gente comune. Il 77 per cento degli intervistati denuncia un’eccessiva influenza politica dei super ricchi, mentre il 71 per cento ritiene che la ricchezza estrema possa essere utilizzata per condizionare le elezioni. Ancora: otto su dieci riconoscono che i grandi patrimoni facilitano sistematicamente i rapporti con i politici e l’82 per cento sostiene la necessità di imporre un limite ai finanziamenti privati. Il 62 per cento vede nell’accumulo di risorse una minaccia diretta alla democrazia, e ritiene che i leader politici dovrebbero fare di più per contrastare la ricchezza estrema. Oltre la politica, poi, sei intervistati su dieci ritengono che la concentrazione di grandi patrimoni ostacoli la libera informazione, comprometta la fiducia sociale e impedisca alle persone comuni di vivere una vita dignitosa. Sul fronte fiscale, la maggioranza è per correre ai ripari. Il 65 per cento dei milionari si dice favorevole a un aumento delle imposte sui più ricchi per investire nei servizi pubblici e affrontare la crisi del costo della vita. Mark Ruffalo ha descritto la presidenza Trump come la rappresentazione di una presa oligarchica del potere nata dalle disuguaglianze. A tutto questo si aggiungono i dati diffusi da Oxfam, che mostrano il travaso di risorse dal pubblico al privato: oggi il patrimonio dell’uno per cento più ricco è pari a tre volte la ricchezza pubblica mondiale, che include beni come ospedali, scuole, strade e tribunali. Con un divario passato dai 36 mila miliardi di dollari del 1975 ai 435 mila miliardi del 2024, con una proiezione di 900 mila miliardi entro il 2075. Amitabh Behar, direttore di Oxfam International, ha definito suicida questa tendenza chiedendo di dare priorità al contrasto delle disuguaglianze. I 400 ricchi firmatari dell’appello, e così il 65% dei 3.900 intervistati nel sondaggio, restano però una goccia nel mare. Solo negli Stati Uniti, il Paese che ha più milionari e miliardari di qualunque altro, col 40% del totale a livello globale. I primi sono 24 milioni, con un aumento di 1.000 al giorno, mentre i miliardari sono 1.135, 927 in più rispetto al 2020, e valgono complessivamente 5.700 miliardi di dollari, ha scritto il Wall Street Journal citando i dati di Altrata, secondo i quali la maggiore concentrazione di miliardari è in California, dove risiedono in 255. Proprio dalla California arriva infatti un segnale contrario. Nello stato americano si stanno raccogliendo le firme per aumentare del 5% la patrimoniale per i super ricchi, quelli con almeno un miliardo di patrimonio. Ma la sola prospettiva ha già innescato le proteste di molti paperoni e la minaccia di trasferire i propri interessi altrove, visto che gli stessi stati americani si fanno concorrenza fiscale. A protestare, tra gli altri, anche il fondatore di PayPal, Peter Thiel. Tra i primi e più solerti finanziatori di Trump e del suo vicepresidente, JD Vance, Thiel è promotore di un movimento post liberale convinto che l’Occidente liberale abbia fallito e che gli Usa potranno essere salvati solo dall’intelligenza artificiale in mano a una elite di “imprenditori-monarchi”. L'articolo “Tassateci”, l’appello dei ricchi al Forum di Davos. Il sondaggio: “Trump? Il 60% dei milionari vede effetti negativi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Decenni di neoliberalismo hanno prodotto disuguaglianze senza precedenti: oggi più che mai, socialismo o barbarie
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo ricchezza, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno con l’epoca dei faraoni. Poche migliaia di super ricchi hanno accumulato 18600 miliardi di dollari, quasi raddoppiando il proprio patrimonio negli ultimi cinque anni. Nello stesso tempo la povertà globale non si è ridotta di nulla, metà della popolazione globale, cioè 4 miliardi di persone, vive in condizioni di povertà e tra questi quasi 2 miliardi non hanno neppure un’alimentazione sufficiente. Lo stesso sta avvenendo in Italia. I 79 miliardari del nostro paese hanno accumulato in un anno 54 miliardi in più sui loro patrimoni, che ora assommano a 307 miliardi. Ognuno dei nostri super ricchi vale come 250mila poveri, in Italia il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza del paese, al restante 90% tocca ciò che rimane. Dal momento che i ritmi di crescita dell’economia italiana e globale sono molto inferiori a quelli della concentrazione e della accumulazione della ricchezza in poche famiglie, queste ultime accrescono il proprio patrimonio a spese dirette della maggioranza della popolazione. È la redistribuzione della ricchezza a rovescio, dai poveri verso i ricchi; un esproprio continuo ai danni della maggioranza dell’umanità che rischia di consolidarsi con il privilegio ereditario. Secondo Oxfam infatti nei prossimi anni 2500 miliardi di dollari, quasi il Pil annuale dell’Italia, passeranno dai ricconi del mondo a figli e nipoti. Alla faccia della ideologia del merito. Questa colossale accumulazione di ingiustizia sociale è frutto di decenni di politiche economiche neoliberali, amministrate per decenni da una sinistra “riformista” come quella di Tony Blair, oggi non a caso inserito nella cupola neo coloniale di Donald Trump. Ora questa mostruosa concentrazione di ricchezza diventa accentramento di potere. Le istituzioni, l’informazione, l’opinione pubblica, le basi stesse della democrazia, non possono restare indipendenti da questo strapotere dei soldi. E infatti stanno crollando sotto il dominio dei super ricchi. Oxfam pubblica anche un calcolo matematico nel quale più cresce l’indice di Gini, che misura l’iniquità sociale, più aumenta la percentuale di autoritarismo nella società. Se a tutto questo aggiungiamo il riarmo e l’enorme aumento delle spese militari, a danno di quelle sociali, allora diventa ancor più chiaro che siamo dentro un sistema che marcia verso il disastro. La propaganda occidentale, che descrive il mondo come diviso tra democrazia e autoritarismo, è falsa e fuorviante, alimenta economia di guerra e porta acqua al mulino di Trump e compagnia. Le democrazie liberali sono oggi travolte dalla destra reazionaria e fascista proprio perché non sono in grado di metterne in discussione le basi economiche. Senza colpire la concentrazione della ricchezza, senza un modello economico e sociale alternativo a quello del capitalismo liberale, non c’è futuro per la democrazia. La prima frattura mondiale è quella tra ricchi e poveri, tra potere dei soldi ed eguaglianza sociale, e ogni politica liberale è condannata all’impotenza o alla complicità di fronte all’ingiustizia dilagante. Nel passato il capitalismo è stato costretto a fermare la sua corsa distruttiva solo quando ha avuto di fronte il socialismo. È il socialismo, cioè la proprietà e il controllo pubblici di una economia fondata su eguaglianza giustizia climatica e pace, che deve tornare in campo. Oggi più che mai l’alternativa è socialismo o barbarie. L'articolo Decenni di neoliberalismo hanno prodotto disuguaglianze senza precedenti: oggi più che mai, socialismo o barbarie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione”
Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni. Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città? No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai sondaggi. Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una metodologia alternativa. Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto: chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento: in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi, come abbiamo fatto nel paper. Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti? Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale, a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%) la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa 1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2% degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra le due stime. Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in aumento… Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni. Cosa c’è dietro? Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco, che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente comprende persone già molto benestanti. Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi introdotta nel 2017? Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”. Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito aggiuntivo. Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze? La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato, la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema estremamente iniquo. Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata una delle imposte più odiate. L'articolo Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto: “Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di successione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Economia
Disuguaglianze
Fisco
2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi”
Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali, da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la “cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico. “Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia, pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un dollaro, un voto”. Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia”. Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone (il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258 milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura sanitaria universale è in una fase di stallo. L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari, mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare, che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al 2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023. Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese. Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica – scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre 142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano” comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già avvantaggiati”. Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la maggior parte degli americani. L'articolo 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79: il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini
La fine dell’anno si avvicina ed è tempo di tirare le somme, anche quelle a dieci cifre: nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia, che adesso sono 79 – cinque in più rispetto all’ultimo rilevamento di aprile. A stilare la lista è Forbes, che mette in classifica i nomi delle persone con i loro patrimoni, aggiornati alla chiusura delle borse di venerdì 12 dicembre. Il totale ammonta a ben 357,2 miliardi di dollari. L’oro se lo aggiudica Giovanni Ferrero, che difende e mantiene solido il primo posto con il suo patrimonio di 41,3 miliardi di dollari: quest’anno è stato particolarmente fruttuoso per il suo gruppo societario, che ha registrato un nuovo record di fatturato di 18,4 miliardi , anche grazie all’acquisto di Kellogg per 3,1 miliardi. Andrea Pignataro con il suo colosso tecnologico Ion si guadagna la medaglia d’argento con un patrimonio di 36,9 miliardi. Il bronzo invece spetta al patrimonio di 22,4 miliardi di Giancarlo Devasini grazie a Tether, la criptovaluta che ultimamente ha fatto parlare di sé per la proposta d’acquisto alla Juventus degli Elkann. Al quarto posto sale Francesco Gaetano Caltagirone con i suoi 9,8 miliardi, dopo la scalata di Mps a Mediobanca. L’imprenditrice Massimiliana Landini Aleotti, invece, è la donna più alta in classifica con 8,1 miliardi: vedova di Alberto Aleotti, è proprietaria e presidente del gruppo farmaceutico Menarini. Qual è la provenienza delle new entry? Nella maggior parte dei casi sono gli eredi del patrimonio del defunto Giorgio Armani, che secondo le stime oscilla tra 11 e 13 miliardi di euro. Si tratta di Pantaleo Dell’Orco, suo braccio destro e partner, la sorella Rosanna; i nipoti Silvana Armani, Roberta Armani e Andrea Camerana. Restando sul tema delle grosse eredità, nella top 10 rientrano anche gli otto eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di EssilorLuxottica: i figli Claudio, Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente; la vedova Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico, figlio del precedente matrimonio tra Zampillo e il banchiere Paolo Basilico. Nel frattempo, come ha appena certificato il World Inequality Report, in tutto il mondo cresce la concentrazione della ricchezza e aumentano le disuguaglianze sociali. Una situazione destinata a peggiorare senza interventi per rafforzare la progressività fiscale e la redistribuzione della ricchezza. L'articolo Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79: il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Lo 0,01% ha tre volte più ricchezza della metà più povera dell’umanità. Ma la disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica dei governi”
La lotta alla disuguaglianza, ormai un’emergenza globale, non può e non deve essere solo materia su cui si esercitano think tank e convegni accademici. È una scelta politica ed è la politica a doversene assumere la responsabilità. È il messaggio che arriva dal World Inequality Report 2026, la nuova indagine del World Inequality Lab, osservatorio co-diretto da Lucas Chancel, Thomas Piketty e Rowaida Moshrif, con Facundo Alvaredo, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica: il gotha mondiale della ricerca sul tema. La loro analisi aggiornata conferma ancora una volta che quando i governi rinunciano alla progressività fiscale e alla redistribuzione, i divari tra ricchi e poveri si allargano. E oggi i sistemi di tassazione di gran parte dei Paesi avanzati contribuiscono a quell’allargamento, perché consentono a chi si piazza in cima alla piramide dei redditi di pagare molto meno degli altri. “La storia, l’esperienza dei diversi Paesi e la teoria mostrano che l’attuale livello estremo di disuguaglianza non è inevitabile. Una fiscalità progressiva, forti investimenti sociali, standard di lavoro equi e istituzioni democratiche hanno ridotto i divari in passato e possono farlo di nuovo”, scrivono nella prefazione l’economista Jayati Ghosh e il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra gli esperti a loro volta incaricati dalla presidenza sudafricana del G20 di stilare un rapporto ad hoc. “Il World Inequality Report fornisce la base empirica e la cornice intellettuale per capire come intervenire”. IL 37% DELLA RICCHEZZA GLOBALE ALL’1% PIÙ RICCO Oggi, calcola il World Inequality Lab nel suo terzo rapporto basato sul lavoro di 200 accademici, il 10% più ricco della popolazione mondiale incassa il 53% del reddito totale e detiene il 75% della ricchezza mentre la metà più povera si ferma rispettivamente all’8% e al 2%. Non è una “legge naturale dell’economia”. Sono le conseguenze cumulative di scelte politiche: riduzione dell’imposizione sui più abbienti, tagli al welfare, arretramento dello Stato come garante di servizi e investimenti collettivi. È il punto di caduta di un trentennio (1995-2025) durante il quale il 50% più indigente ha intercettato appena l’1,1% dell’incremento totale della ricchezza globale a fronte del 37% che è finito in tasca all’1% più ricco. E in Italia? La disuguaglianza risulta in aumento lento ma costante. Negli ultimi dieci anni il rapporto tra il reddito medio del top 10% e quello della metà più povera è salito da 14 a 15. Oggi il 10% più ricco assorbe circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% più povero si ferma al 21%. Sul fronte patrimoniale le distanze sono molto più accentuate: il top 10% possiede il 56% della ricchezza nazionale e l’1% supera da solo il 22%. IL FISCO INIQUO Il fisco ha fatto la sua parte: in molti Paesi i miliardari finiscono per pagare aliquote effettive quasi nulle grazie a elusione e strutture societarie che permettono di posticipare o evitare la distribuzione di dividendi e la realizzazione di plusvalenze in modo da non generare reddito tassabile. In media, a livello globale versano circa il 20%, ben al di sotto rispetto alla pressione fiscale subita da contribuenti con redditi medi. Anche quando sono soggetti a imposizione, del resto, i guadagni in conto capitale sono tassati meno del lavoro. Il risultato è che dagli anni Novanta la ricchezza dei multi-milionari è triplicata e lo 0,001% – circa 60mila persone, che starebbero comodamente in uno stadio – controllano tre volte più denaro della metà più povera dell’umanità, composta da 2,8 miliardi di persone. I DIVARI TRA REGIONI Un adulto medio in Nord America e Oceania dispone di un reddito pari al 290% della media mondiale e di un patrimonio che arriva al 338% della media. In Europa le percentuali sono più basse (215 e 224% rispettivamente) ma comunque abbondantemente sopra la media globale. All’estremo opposto, in Africa subsahariana l’adulto medio sopravvive con un reddito pari al 30% del livello mondiale e una ricchezza che non arriva al 20%. In concreto, ogni giorno un cittadino statunitense dispone di circa 125 euro, contro i 10 euro di un abitante dell’Africa subsahariana. Anche all’interno di ciascun continente la frattura tra ricchi e poveri è estrema: in Russia e Asia centrale il top 10% guadagna 141 volte il reddito medio della metà più povera, in Nord America e Oceania il rapporto è 72 a 1 e in Europa, il continente più egualitario, il divario è comunque 19 a 1. Quanto alla ricchezza, in tutte le regioni il 10% più abbiente controlla ben oltre la metà di quella complessiva. LA DISUGUAGLIANZA COME SCELTA POLITICA “La disuguaglianza non è un destino, ma una scelta”, ribadiscono Ghosh e Stiglitz nella chiusa della loro introduzione. Dove i sistemi pubblici restano più robusti, infatti, tasse e trasferimenti riescono a ridurre le disuguaglianze in modo significativo. Vale a dire che se il gap aumenta è perché la politica ha deciso di stare a guardare, invece di adottare misure per affrontare il problema. Le vie per farlo sono numerose: investimenti pubblici in istruzione e salute, che secondo gli autori sono “tra i più potenti strumenti di riequilibrio”, trasferimenti monetari e sussidi di disoccupazione insieme a supporti mirati ai nuclei vulnerabili, riduzione dei gap di genere. E ovviamente politiche fiscali. PERCHÉ SERVE UNA TASSA MINIMA GLOBALE SUI MILIARDARI Una tassa minima globale su miliardari e centimiliardari sul modello di quella proposta da Gabriel Zucman ed elaborata dal suo Eu Tax Observatory, discussa anche dai leader del G20, sarebbe “tecnicamente realizzabile, gestibile sul piano amministrativo e politicamente trasformativa”. Fissando l’aliquota al 2% la regressività al vertice verrebbe neutralizzata e portandola al 3% il sistema tornerebbe progressivo. Al tempo stesso i governi potrebbero raccogliere cifre pari rispettivamente allo 0,45% o allo 0,67% del pil mondiale con cui finanziare investimenti decisivi in istruzione, sanità e adattamento climatico, settori penalizzati dai bilanci pubblici “magri” dei Paesi occidentali e sottofinanziati da sempre in quelli più poveri. Basti dire che nel 2025 la spesa pubblica per istruzione per ogni giovane tra 0 e 24 anni è stata di 220 euro in Africa subsahariana, contro i 7.430 euro dell’Europa e i 9.020 del Nord America. I RICCHI RESPONSABILI DELLA CRISI CLIMATICA Il tema climatico è un’altra bomba politica. Il 10% più ricco del mondo è responsabile del 77% delle emissioni legate alla proprietà di capitale e del 47% di quelle da consumo. La metà più povera non supera il 3% e il 10%, rispettivamente. Ma chi contribuisce meno alla crisi climatica è anche chi ne paga il prezzo più alto: secondo il rapporto, le famiglie a basso reddito sopportano il 75% delle perdite economiche globali legate al riscaldamento. Anche in questo caso, le soluzioni – se c’è la volontà politica – non mancano. Sovvenzioni climatiche mirate, combinate con una tassazione progressiva, possono accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni. E tasse ad hoc accompagnate a paletti sui consumi di lusso e sugli investimenti ad alta intensità di carbonio possono contribuire a ridurre le emissioni dei Paperoni. Foto di Nabil Naidu e Carl Solder su Unsplash L'articolo “Lo 0,01% ha tre volte più ricchezza della metà più povera dell’umanità. Ma la disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica dei governi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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