Il senso è quello: “Tax the rich”. Ma l’appello che sbarca al World Economic
Forum di Davos, nello stesso giorno del presidente americano Donald Trump, è
firmato da centinaia di milionari preoccupati per gli effetti della
disuguaglianza sulla stabilità economica globale. Quasi 400 i milionari e
miliardari provenienti da 24 paesi che hanno firmato la lettera aperta e
intitolata ‘Time To Win’ per chiedere ai leader mondiali un intervento sulla
tassazione dei grandi patrimoni. L’iniziativa, coordinata dalle organizzazioni
Patriotic Millionaires International, Oxfam e Millionaires for Humanity, vede
tra i firmatari personalità come l’attore e regista Mark Ruffalo, il musicista
Brian Eno, Abigail Disney e l’attore Brian Cox (qui l’elenco completo dei
firmatari) e tra i portavoce della campagna big della finanza come l’ex
direttore generale di BlackRock, Morris Pearl. Nel documento dichiarano che la
ricchezza estrema sta portando la società sul precipizio, rendendo necessaria
una mobilitazione per difendere le democrazie, le comunità e il futuro
collettivo.
L’appello è supportato dai dati di un sondaggio condotto da Survation tra
dicembre 2025 e gennaio 2026 su un campione di 3.900 milionari dei paesi del G20
con patrimoni superiori al milione di dollari, immobili esclusi. Il primo
risultato riguarda proprio il presidente Trump: sei milionari su dieci
considerano la sua presidenza un fattore negativo per la stabilità economica
mondiale e per le condizioni di vita della gente comune. Il 77 per cento degli
intervistati denuncia un’eccessiva influenza politica dei super ricchi, mentre
il 71 per cento ritiene che la ricchezza estrema possa essere utilizzata per
condizionare le elezioni. Ancora: otto su dieci riconoscono che i grandi
patrimoni facilitano sistematicamente i rapporti con i politici e l’82 per cento
sostiene la necessità di imporre un limite ai finanziamenti privati. Il 62 per
cento vede nell’accumulo di risorse una minaccia diretta alla democrazia, e
ritiene che i leader politici dovrebbero fare di più per contrastare la
ricchezza estrema.
Oltre la politica, poi, sei intervistati su dieci ritengono che la
concentrazione di grandi patrimoni ostacoli la libera informazione, comprometta
la fiducia sociale e impedisca alle persone comuni di vivere una vita dignitosa.
Sul fronte fiscale, la maggioranza è per correre ai ripari. Il 65 per cento dei
milionari si dice favorevole a un aumento delle imposte sui più ricchi per
investire nei servizi pubblici e affrontare la crisi del costo della vita. Mark
Ruffalo ha descritto la presidenza Trump come la rappresentazione di una presa
oligarchica del potere nata dalle disuguaglianze. A tutto questo si aggiungono i
dati diffusi da Oxfam, che mostrano il travaso di risorse dal pubblico al
privato: oggi il patrimonio dell’uno per cento più ricco è pari a tre volte la
ricchezza pubblica mondiale, che include beni come ospedali, scuole, strade e
tribunali. Con un divario passato dai 36 mila miliardi di dollari del 1975 ai
435 mila miliardi del 2024, con una proiezione di 900 mila miliardi entro il
2075. Amitabh Behar, direttore di Oxfam International, ha definito suicida
questa tendenza chiedendo di dare priorità al contrasto delle disuguaglianze.
I 400 ricchi firmatari dell’appello, e così il 65% dei 3.900 intervistati nel
sondaggio, restano però una goccia nel mare. Solo negli Stati Uniti, il Paese
che ha più milionari e miliardari di qualunque altro, col 40% del totale a
livello globale. I primi sono 24 milioni, con un aumento di 1.000 al giorno,
mentre i miliardari sono 1.135, 927 in più rispetto al 2020, e valgono
complessivamente 5.700 miliardi di dollari, ha scritto il Wall Street Journal
citando i dati di Altrata, secondo i quali la maggiore concentrazione di
miliardari è in California, dove risiedono in 255. Proprio dalla California
arriva infatti un segnale contrario. Nello stato americano si stanno
raccogliendo le firme per aumentare del 5% la patrimoniale per i super ricchi,
quelli con almeno un miliardo di patrimonio. Ma la sola prospettiva ha già
innescato le proteste di molti paperoni e la minaccia di trasferire i propri
interessi altrove, visto che gli stessi stati americani si fanno concorrenza
fiscale. A protestare, tra gli altri, anche il fondatore di PayPal, Peter Thiel.
Tra i primi e più solerti finanziatori di Trump e del suo vicepresidente, JD
Vance, Thiel è promotore di un movimento post liberale convinto che l’Occidente
liberale abbia fallito e che gli Usa potranno essere salvati solo
dall’intelligenza artificiale in mano a una elite di “imprenditori-monarchi”.
L'articolo “Tassateci”, l’appello dei ricchi al Forum di Davos. Il sondaggio:
“Trump? Il 60% dei milionari vede effetti negativi” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Disuguaglianze
Il capitalismo predone e colonialista di Donald Trump è solo il punto di arrivo
del fallimento sociale e morale del capitalismo e della democrazia liberali. Il
nuovo rapporto dell’organizzazione internazionale Oxfam ci presenta un livello
di diseguaglianza e sproporzione nella distribuzione di ciò che definiamo
ricchezza, che non ha precedenti nella storia dell’umanità, nemmeno con l’epoca
dei faraoni. Poche migliaia di super ricchi hanno accumulato 18600 miliardi di
dollari, quasi raddoppiando il proprio patrimonio negli ultimi cinque anni.
Nello stesso tempo la povertà globale non si è ridotta di nulla, metà della
popolazione globale, cioè 4 miliardi di persone, vive in condizioni di povertà e
tra questi quasi 2 miliardi non hanno neppure un’alimentazione sufficiente. Lo
stesso sta avvenendo in Italia. I 79 miliardari del nostro paese hanno
accumulato in un anno 54 miliardi in più sui loro patrimoni, che ora assommano a
307 miliardi. Ognuno dei nostri super ricchi vale come 250mila poveri, in Italia
il 10% della popolazione possiede il 60% della ricchezza del paese, al restante
90% tocca ciò che rimane.
Dal momento che i ritmi di crescita dell’economia italiana e globale sono molto
inferiori a quelli della concentrazione e della accumulazione della ricchezza in
poche famiglie, queste ultime accrescono il proprio patrimonio a spese dirette
della maggioranza della popolazione.
È la redistribuzione della ricchezza a rovescio, dai poveri verso i ricchi; un
esproprio continuo ai danni della maggioranza dell’umanità che rischia di
consolidarsi con il privilegio ereditario. Secondo Oxfam infatti nei prossimi
anni 2500 miliardi di dollari, quasi il Pil annuale dell’Italia, passeranno dai
ricconi del mondo a figli e nipoti. Alla faccia della ideologia del merito.
Questa colossale accumulazione di ingiustizia sociale è frutto di decenni di
politiche economiche neoliberali, amministrate per decenni da una sinistra
“riformista” come quella di Tony Blair, oggi non a caso inserito nella cupola
neo coloniale di Donald Trump.
Ora questa mostruosa concentrazione di ricchezza diventa accentramento di
potere. Le istituzioni, l’informazione, l’opinione pubblica, le basi stesse
della democrazia, non possono restare indipendenti da questo strapotere dei
soldi. E infatti stanno crollando sotto il dominio dei super ricchi. Oxfam
pubblica anche un calcolo matematico nel quale più cresce l’indice di Gini, che
misura l’iniquità sociale, più aumenta la percentuale di autoritarismo nella
società. Se a tutto questo aggiungiamo il riarmo e l’enorme aumento delle spese
militari, a danno di quelle sociali, allora diventa ancor più chiaro che siamo
dentro un sistema che marcia verso il disastro.
La propaganda occidentale, che descrive il mondo come diviso tra democrazia e
autoritarismo, è falsa e fuorviante, alimenta economia di guerra e porta acqua
al mulino di Trump e compagnia. Le democrazie liberali sono oggi travolte dalla
destra reazionaria e fascista proprio perché non sono in grado di metterne in
discussione le basi economiche. Senza colpire la concentrazione della ricchezza,
senza un modello economico e sociale alternativo a quello del capitalismo
liberale, non c’è futuro per la democrazia.
La prima frattura mondiale è quella tra ricchi e poveri, tra potere dei soldi ed
eguaglianza sociale, e ogni politica liberale è condannata all’impotenza o alla
complicità di fronte all’ingiustizia dilagante. Nel passato il capitalismo è
stato costretto a fermare la sua corsa distruttiva solo quando ha avuto di
fronte il socialismo. È il socialismo, cioè la proprietà e il controllo pubblici
di una economia fondata su eguaglianza giustizia climatica e pace, che deve
tornare in campo. Oggi più che mai l’alternativa è socialismo o barbarie.
L'articolo Decenni di neoliberalismo hanno prodotto disuguaglianze senza
precedenti: oggi più che mai, socialismo o barbarie proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ha fatto molto discutere la classifica secondo cui Milano sarebbe la città con
più milionari al mondo in rapporto alla popolazione, davanti a New York e
Londra. Stime riportate dal Sole 24 Ore sulla base di una classifica diffusa
mesi fa da Henley & Partners, società direttamente interessata al tema visto che
procura passaporti d’oro ai super-ricchi e fa consulenza ai governi che offrono
la cittadinanza in cambio di denaro, senza indicare con chiarezza la fonte dei
dati. Che se non altro hanno riacceso l’attenzione sulle disuguaglianze
crescenti, fotografate solo ieri dal rapporto di Oxfam Disuguitalia, e sugli
effetti di politiche fiscali che favoriscono in maniera sproporzionata i super
ricchi. Ilfattoquotidiano.it ne ha parlato con Salvatore Morelli, associato di
Economia pubblica a Roma Tre e direttore del GC Wealth Project allo Stone center
sulle disuguaglianze socio economiche dell’università di New York, che raccoglie
e mette a disposizione online i dati sulle disuguaglianze di ricchezza nei vari
Paesi, sulla tassazione delle successioni e la composizione dei patrimoni.
Professore, conosciamo così nel dettaglio la distribuzione dei patrimoni in
Italia da poter dire quanti ce ne sono in ogni città?
No, non ci sono dati pubblici e dettagliati che permettano di identificare “chi
sono” i milionari e, soprattutto, quanti siano in una specifica città. Esiste
l’indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia,
che raccoglie informazioni dettagliate sul valore di attività immobiliari e
finanziarie. Ma si tratta di una survey sulle famiglie (non individui), che
consente di ricostruire la distribuzione della ricchezza a livello nazionale, al
massimo con qualche dettaglio per macro-regioni. E ha un limite: si basa su un
campione e da lì estrapola informazioni su milioni di nuclei. È insufficiente
per stime robuste sulla grande ricchezza milionaria, anche perché le famiglie
più ricche sono più difficili da intercettare meno propense a partecipare ai
sondaggi.
Un suo paper scritto con Paolo Acciari e Facundo Alvaredo usa però una
metodologia alternativa.
Abbiamo utilizzato dati amministrativi di natura fiscale legati alle
dichiarazioni di successione: è una fotografia della ricchezza che viene
trasmessa alla morte. In quelle dichiarazioni rientrano beni finanziari e
immobiliari e l’incentivo a dichiarare in modo accurato è relativamente alto:
chi trasferisce ricchezza ha interesse a una rappresentazione corretta. In più
consentono di osservare una quota molto ampia della popolazione di riferimento:
in Italia la copertura è tra le più alte al mondo, oltre il 65%. Ovviamente i
deceduti non sono un campione rappresentativo, ma se si conoscono i tassi di
mortalità è possibile “riportare” queste informazioni alla popolazione dei vivi,
come abbiamo fatto nel paper.
Sulla base dei vostri dati è credibile che a Milano vivano 115mila milionari in
termini di patrimonio liquido, uno ogni 12 abitanti?
Se fosse vero vorrebbe dire che negli ultimi anni abbiamo avuto un aumento così
ampio dei milionari da stravolgere qualsiasi informazione che abbiamo sulla
distribuzione della ricchezza. Nel 2016 la soglia per far parte dell’1% degli
adulti più ricchi in Italia era pari a circa 1,4 milioni di euro di patrimonio
netto e circa il 55% della ricchezza di quell’élite risultava composta da
patrimonio reale, cioè immobili e terreni. Il valore soglia è relativamente
stabile nel tempo: immaginiamo che nel 2025 sia salito un po’, a 1,5 milioni. A
Milano è plausibile che risulti più alta del 50% rispetto alla media nazionale,
a circa 2,2 milioni di euro, e che sia maggiore (60% contro una media del 45%)
la quota di ricchezza finanziaria e imprenditoriale. Quindi la soglia di
patrimonio finanziario minimo per identificare l’1% più ricco sarebbe di circa
1,32 milioni. Usando quella di 1 milione, ricadrebbe in quella platea il 2%
degli adulti residenti: circa 1 ogni 50. Non l’8% come implica la statistica
usata per stilare quella classifica. Vero che è costruita contando tutti i
residenti e non solo gli adulti, ma non basta per giustificare la distanza tra
le due stime.
Tutte le stime comunque testimoniano che la disuguaglianza di ricchezza è in
aumento…
Sì, lo rilevano anche le stime ufficiali fornite dal servizio studi di
Bankitalia che elabora l’indagine campionaria condotta a livello europeo per
allinearla ai conti nazionali. Il top 5% delle famiglie, l’ultimo gradino
osservabile con queste statistiche, concentra il 50% della ricchezza. La quota
italiana è più alta della media europea e risulta in crescita, coerentemente con
quanto emerge usando la metodologia basata sulle successioni.
Cosa c’è dietro?
Molti fattori: da un lato la concentrazione dei redditi, perché chi guadagna di
più ha capacità di risparmio più elevata, mentre per le famiglie a basso e medio
reddito il tasso di risparmio nel nostro Paese è crollato rispetto alle medie
storiche. Questo spiega una parte della dinamica. Poi va considerato il fisco,
che è sbilanciato e tratta con più favore chi ha redditi e patrimoni più
elevati: per i ricchi l’aliquota media è più bassa. Tra i vari regimi di favore
è fondamentale l’imposta di successione, perché quello è anche uno dei canali di
concentrazione dei patrimoni. La tassazione delle successioni in Italia è
particolarmente poco progressiva e la sua progressività è stata ridotta in
maniera vistosa negli anni, il che crea occasioni di accumulazione notevoli
soprattutto per chi riceve i patrimoni più ingenti. Platea che tendenzialmente
comprende persone già molto benestanti.
Quanto pesa il “regime opzionale”, cioè la flat tax per i super ricchi
introdotta nel 2017?
Dopo l’abolizione lo scorso anno del regime favorevole per i residenti non
domiciliati che era in vigore in Gran Bretagna, quella misura è diventata ancora
più attrattiva. Permette a persone con grandi patrimoni di stabilire la
residenza fiscale nel nostro Paese, versare un forfait e ottenere un’esenzione
dalla tassazione dei redditi esteri ai fini Irpef, oltre a non pagare l’imposta
sul valore degli immobili all’estero (Ivie) e quella sulle attività finanziarie
all’estero (Ivafe). Non solo: esenta anche dalle imposte di successione sui
patrimoni che provengono dall’estero. In pratica il fisco “dimentica chi sei” e
non ti chiede nemmeno di fornire dati che consentano di capire quanto gettito
stiamo perdendo per effetto di questo “scudo”.
Sarebbe urgente avere dati tempestivi sul numero di persone che aderiscono e
l’Agenzia delle Entrate dovrebbe dotarsi di un nucleo ad hoc responsabile della
gestione dei cosiddetti “high net worth individuals”: negli Usa è emerso che
ogni euro investito dall’Internal revenue service per il monitoraggio di quei
contribuenti frutta 12 dollari in termini di riduzione dell’evasione e gettito
aggiuntivo.
Da dove dovrebbe partire un governo interessato a ridurre le disuguaglianze?
La base è ciò che succede sui mercati: la distribuzione di profitti, salari e
redditi. Se guardiamo allo step successivo, quello in cui interviene lo Stato,
la priorità è fermare l’erosione della base imponibile Irpef, imposta che ormai
viene pagata quasi solo da dipendenti e pensionati. Non è più sostenibile
un’imposta sui redditi che vale per alcuni e non per altri, uno spezzatino
fiscale in cui ognuno sceglie l’aliquota più conveniente. È un sistema
estremamente iniquo.
Poi bisognerebbe intervenire sull’imposta di successione, che può essere usata
per incentivare la redistribuzione del capitale produttivo e ridurre la
concentrazione di ricchezza e le disuguaglianze estreme. Dal punto di vista
teorico va sicuramente aumentata, anche se è sono consapevole che è diventata
una delle imposte più odiate.
L'articolo Dai milionari di Milano ai dati sulla ricchezza in Italia, l’esperto:
“Dietro la concentrazione anche il fisco iniquo. Cambiare Irpef e tasse di
successione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Guerre, tensioni commerciali e crisi climatica non li hanno sfiorati. Il 2025 è
stato un anno di bonanza per i miliardari globali, che hanno superato per la
prima volta quota 3mila e tra novembre 2024 e novembre 2025 hanno visto
esplodere la propria ricchezza netta di 2.500 miliardi di dollari, a un totale
di 18.300: fa +16,2%, un tasso tre volte superiore alla crescita media
registrata tra 2020 e 2024. I primi 12 nella classifica delle fortune globali,
da Elon Musk a Bernard Arnault passando per Jeff Bezos e Mark Zuckerberg,
possiedono oggi quanto la metà più povera dell’umanità. E l’aumento della
concentrazione della ricchezza, scrive Oxfam nel suo annuale rapporto sulla
disuguaglianza globale, non fa che alimentare un circolo vizioso ben noto: la
“cattura” della politica da parte dei super ricchi. Il risultato? Regole che
rafforzano i privilegi e allargano ulteriormente i divari, a esclusivo beneficio
di una nuova élite oligarchica nelle cui mani si concentra il potere economico.
“Progressivo deterioramento dei principi democratici”, traduce il report Nel
baratro della disuguaglianza – Come uscirne e prendersi cura della democrazia,
pubblicato come sempre in occasione del forum di Davos che riunisce in Svizzera
l’élite politica e finanziaria globale. Perché a ogni enorme patrimonio si
associa una probabilità enormemente superiore di ottenere cariche politiche: un
miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire un ruolo elettivo
rispetto a un comune cittadino. Ma questo, insieme alle “porte girevoli” tra
posizioni apicali nel settore privato e incarichi pubblici, non è che il canale
di influenza più visibile. La politica si può anche comprare con lauti
finanziamenti, lobbying e controllo dei media, fino a sovvertire il principio
fondamentale del suffragio universale sostituendolo con il più prosaico “un
dollaro, un voto”.
Il panorama dei media globali conferma plasticamente la tesi: sette delle
maggiori corporation del settore hanno proprietari miliardari e una manciata di
ultra-ricchi controlla testate storiche (vedi il Washington Post, acquistato da
Bezos) e social network (X di Musk) centrali per il dibattito pubblico. Ogni
giorno 11,8 miliardi di ore vengono trascorse sui social fondati o posseduti da
miliardari, con quel che ne deriva per la loro capacità di influenzare ciò che
le persone vedono e credono. L’ascesa dell’intelligenza artificiale generativa
moltiplica i rischi, perché facilita la diffusione di notizie false e la
manipolazione su larga scala. Per Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam
Italia, “siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando
al fallimento della democrazia”.
Sul fronte opposto, la riduzione della povertà globale si è fermata. Dopo
decenni di lento miglioramento, i livelli sono oggi fermi ai valori pre-pandemia
e in Africa quella estrema è di nuovo in aumento. Nel 2022, secondo i dati
aggiornati della Banca Mondiale citati nel rapporto, 3,83 miliardi di persone
(il 48% della popolazione mondiale) vivevano in condizioni di indigenza: 258
milioni in più rispetto alle stime precedenti. Non aiutano il taglio degli aiuti
da parte dei paesi ricchi e le politiche di austerità ancora imposte dalle
istituzioni internazionali o rese necessarie dall’esplosione del debito
pubblico: secondo l’Onu, 3,4 miliardi di persone vivono in Stati che spendono
più per il servizio del debito che per sanità e istruzione. Mentre la copertura
sanitaria universale è in una fase di stallo.
L’inflazione ha fatto la sua parte: dopo il Covid la stagnazione dei salari,
mentre i prezzi del cibo si impennavano, ha peggiorato l’insicurezza alimentare,
che nel 2024 riguardava 2,3 miliardi di persone: 335 milioni in più rispetto al
2019. Inevitabile, dunque, che le disparità siano peggiorate o al massimo si
siano cristallizzate: oggi l’1% più ricco possiede il 43,8% della ricchezza
globale, mentre la metà più povera si ferma allo 0,52% e oltre il 77% della
popolazione mondiale vive in Stati dove la distanza di ricchezza tra l’1% più
ricco e il 50% più povero è rimasta invariata o è aumentata tra 2022 e 2023.
Le conseguenze sulle istituzioni che sulla carta potrebbero intervenire per
favorire la redistribuzione sono evidenti. I Paesi ad alta disuguaglianza sono
fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a
quelli più egualitari. E uno studio su 136 Stati ha mostrato che l’aumento della
disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere
politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più
poveri. Questo può spiegare, argomenta il rapporto, perché non vengano adottate
misure che sarebbero accolte con favore da gran parte della popolazione. Tra
queste le imposte sui grandi patrimoni, la cui introduzione stando ai sondaggi
ha ampio sostegno. Eppure oggi solo il 4% delle entrate fiscali globali proviene
da tasse sulla ricchezza, mentre l’80% del gettito grava su lavoratori e
consumatori: è l’esito di decenni durante i quali, ricorda il report, le élite
economiche hanno sfruttato la propria influenza politica per bloccare riforme
fiscali progressiste. L’ultimo caso è la campagna martellante di Bernard
Arnault, uomo più ricco di Francia e patron del polo del lusso LVMH, contro la
proposta di tassazione minima a carico dei molto abbienti teorizzata
dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dal Partito socialista francese.
Ma “la libertà politica e l’estrema disuguaglianza non possono coesistere a
lungo”, tira le somme il rapporto, evocando Joseph Stiglitz. La povertà politica
– scarsa partecipazione e quindi possibilità di esercitare influenza – che tende
ad andare di pari passo con quella economica sfocia in proteste sociali: oltre
142 quelle registrate negli ultimi dodici mesi. In prima linea, spesso, la Gen
Z. La risposta della politica? “Le ricette che hanno fin qui generato
disuguaglianze insostenibili necessitano sempre più spesso di strumenti
coercitivi e autoritari per mantenere lo status quo”, spiega Mikhail Maslennikov
policy advisor sulla giustizia economica di Oxfam. E “il conto che presentano”
comprende non solo “l’erosione di istituzione democratiche e la compressione
delle libertà” ma anche la criminalizzazione del dissenso e un’ipertrofia
repressiva. Non bisogna cadere nell’inganno: le forze politiche populiste ed
estremiste che guidano la deriva autoritaria fanno leva sul disagio delle
persone e sulla perdita di opportunità e di riconoscimento in luoghi a lungo
trascurati da classi dirigenti indifferenti. Ma le proposte di cambiamento che
portano sono illusorie. Continuano a favorire gruppi sociali e territori già
avvantaggiati”.
Gli Usa sono insieme motore e caso paradigmatico di queste dinamiche. Nell’anno
del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump i miliardari statunitensi hanno
sperimentato la crescita di ricchezza più marcata al mondo (quella dei 10 più
ricchi è aumentata di 698 miliardi di dollari). In parallelo il Congresso ha
approvato misure che produrranno la più grande redistribuzione alla rovescia
degli ultimi decenni, accompagnata da tagli alla protezione sociale e
restrizioni dei diritti dei lavoratori. Milioni di persone hanno reagito
scendendo in piazza sotto lo slogan “no kings” contestando le politiche
autoritarie del presidente e le misure a favore degli ultra ricchi. Migliaia
stanno protestando a Minneapolis contro le violenze dell’agenzia per il
controllo dell’immigrazione. Le elezioni di midterm diranno se la voglia di
cambiamento avrà la meglio sulle ricette populiste nel 2024 hanno convinto la
maggior parte degli americani.
L'articolo 2025 da record per i miliardari. “Nuovi oligarchi che manipolano
democrazia e regole dell’economia per avvantaggiare i propri interessi” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La fine dell’anno si avvicina ed è tempo di tirare le somme, anche quelle a
dieci cifre: nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia, che adesso
sono 79 – cinque in più rispetto all’ultimo rilevamento di aprile. A stilare la
lista è Forbes, che mette in classifica i nomi delle persone con i loro
patrimoni, aggiornati alla chiusura delle borse di venerdì 12 dicembre. Il
totale ammonta a ben 357,2 miliardi di dollari.
L’oro se lo aggiudica Giovanni Ferrero, che difende e mantiene solido il primo
posto con il suo patrimonio di 41,3 miliardi di dollari: quest’anno è stato
particolarmente fruttuoso per il suo gruppo societario, che ha registrato un
nuovo record di fatturato di 18,4 miliardi , anche grazie all’acquisto di
Kellogg per 3,1 miliardi.
Andrea Pignataro con il suo colosso tecnologico Ion si guadagna la medaglia
d’argento con un patrimonio di 36,9 miliardi. Il bronzo invece spetta al
patrimonio di 22,4 miliardi di Giancarlo Devasini grazie a Tether, la
criptovaluta che ultimamente ha fatto parlare di sé per la proposta d’acquisto
alla Juventus degli Elkann.
Al quarto posto sale Francesco Gaetano Caltagirone con i suoi 9,8 miliardi, dopo
la scalata di Mps a Mediobanca. L’imprenditrice Massimiliana Landini Aleotti,
invece, è la donna più alta in classifica con 8,1 miliardi: vedova di Alberto
Aleotti, è proprietaria e presidente del gruppo farmaceutico Menarini.
Qual è la provenienza delle new entry? Nella maggior parte dei casi sono gli
eredi del patrimonio del defunto Giorgio Armani, che secondo le stime oscilla
tra 11 e 13 miliardi di euro. Si tratta di Pantaleo Dell’Orco, suo braccio
destro e partner, la sorella Rosanna; i nipoti Silvana Armani, Roberta Armani e
Andrea Camerana.
Restando sul tema delle grosse eredità, nella top 10 rientrano anche gli otto
eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di EssilorLuxottica: i figli Claudio,
Marisa, Paola, Leonardo Maria, Luca e Clemente; la vedova Nicoletta Zampillo e
Rocco Basilico, figlio del precedente matrimonio tra Zampillo e il banchiere
Paolo Basilico.
Nel frattempo, come ha appena certificato il World Inequality Report, in tutto
il mondo cresce la concentrazione della ricchezza e aumentano le disuguaglianze
sociali. Una situazione destinata a peggiorare senza interventi per rafforzare
la progressività fiscale e la redistribuzione della ricchezza.
L'articolo Nel 2025 è cresciuto il numero dei miliardari in Italia. Ora sono 79:
il più ricco resta Ferrero, poi Pignataro e Devasini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La lotta alla disuguaglianza, ormai un’emergenza globale, non può e non deve
essere solo materia su cui si esercitano think tank e convegni accademici. È una
scelta politica ed è la politica a doversene assumere la responsabilità. È il
messaggio che arriva dal World Inequality Report 2026, la nuova indagine del
World Inequality Lab, osservatorio co-diretto da Lucas Chancel, Thomas Piketty e
Rowaida Moshrif, con Facundo Alvaredo, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida
scientifica: il gotha mondiale della ricerca sul tema. La loro analisi
aggiornata conferma ancora una volta che quando i governi rinunciano alla
progressività fiscale e alla redistribuzione, i divari tra ricchi e poveri si
allargano. E oggi i sistemi di tassazione di gran parte dei Paesi avanzati
contribuiscono a quell’allargamento, perché consentono a chi si piazza in cima
alla piramide dei redditi di pagare molto meno degli altri.
“La storia, l’esperienza dei diversi Paesi e la teoria mostrano che l’attuale
livello estremo di disuguaglianza non è inevitabile. Una fiscalità progressiva,
forti investimenti sociali, standard di lavoro equi e istituzioni democratiche
hanno ridotto i divari in passato e possono farlo di nuovo”, scrivono nella
prefazione l’economista Jayati Ghosh e il premio Nobel Joseph Stiglitz, tra gli
esperti a loro volta incaricati dalla presidenza sudafricana del G20 di stilare
un rapporto ad hoc. “Il World Inequality Report fornisce la base empirica e la
cornice intellettuale per capire come intervenire”.
IL 37% DELLA RICCHEZZA GLOBALE ALL’1% PIÙ RICCO
Oggi, calcola il World Inequality Lab nel suo terzo rapporto basato sul lavoro
di 200 accademici, il 10% più ricco della popolazione mondiale incassa il 53%
del reddito totale e detiene il 75% della ricchezza mentre la metà più povera si
ferma rispettivamente all’8% e al 2%. Non è una “legge naturale dell’economia”.
Sono le conseguenze cumulative di scelte politiche: riduzione dell’imposizione
sui più abbienti, tagli al welfare, arretramento dello Stato come garante di
servizi e investimenti collettivi. È il punto di caduta di un trentennio
(1995-2025) durante il quale il 50% più indigente ha intercettato appena l’1,1%
dell’incremento totale della ricchezza globale a fronte del 37% che è finito in
tasca all’1% più ricco. E in Italia? La disuguaglianza risulta in aumento lento
ma costante. Negli ultimi dieci anni il rapporto tra il reddito medio del top
10% e quello della metà più povera è salito da 14 a 15. Oggi il 10% più ricco
assorbe circa il 32% del reddito totale, mentre il 50% più povero si ferma al
21%. Sul fronte patrimoniale le distanze sono molto più accentuate: il top 10%
possiede il 56% della ricchezza nazionale e l’1% supera da solo il 22%.
IL FISCO INIQUO
Il fisco ha fatto la sua parte: in molti Paesi i miliardari finiscono per pagare
aliquote effettive quasi nulle grazie a elusione e strutture societarie che
permettono di posticipare o evitare la distribuzione di dividendi e la
realizzazione di plusvalenze in modo da non generare reddito tassabile. In
media, a livello globale versano circa il 20%, ben al di sotto rispetto alla
pressione fiscale subita da contribuenti con redditi medi. Anche quando sono
soggetti a imposizione, del resto, i guadagni in conto capitale sono tassati
meno del lavoro. Il risultato è che dagli anni Novanta la ricchezza dei
multi-milionari è triplicata e lo 0,001% – circa 60mila persone, che starebbero
comodamente in uno stadio – controllano tre volte più denaro della metà più
povera dell’umanità, composta da 2,8 miliardi di persone.
I DIVARI TRA REGIONI
Un adulto medio in Nord America e Oceania dispone di un reddito pari al 290%
della media mondiale e di un patrimonio che arriva al 338% della media. In
Europa le percentuali sono più basse (215 e 224% rispettivamente) ma comunque
abbondantemente sopra la media globale. All’estremo opposto, in Africa
subsahariana l’adulto medio sopravvive con un reddito pari al 30% del livello
mondiale e una ricchezza che non arriva al 20%. In concreto, ogni giorno un
cittadino statunitense dispone di circa 125 euro, contro i 10 euro di un
abitante dell’Africa subsahariana. Anche all’interno di ciascun continente la
frattura tra ricchi e poveri è estrema: in Russia e Asia centrale il top 10%
guadagna 141 volte il reddito medio della metà più povera, in Nord America e
Oceania il rapporto è 72 a 1 e in Europa, il continente più egualitario, il
divario è comunque 19 a 1. Quanto alla ricchezza, in tutte le regioni il 10% più
abbiente controlla ben oltre la metà di quella complessiva.
LA DISUGUAGLIANZA COME SCELTA POLITICA
“La disuguaglianza non è un destino, ma una scelta”, ribadiscono Ghosh e
Stiglitz nella chiusa della loro introduzione. Dove i sistemi pubblici restano
più robusti, infatti, tasse e trasferimenti riescono a ridurre le disuguaglianze
in modo significativo. Vale a dire che se il gap aumenta è perché la politica ha
deciso di stare a guardare, invece di adottare misure per affrontare il
problema. Le vie per farlo sono numerose: investimenti pubblici in istruzione e
salute, che secondo gli autori sono “tra i più potenti strumenti di
riequilibrio”, trasferimenti monetari e sussidi di disoccupazione insieme a
supporti mirati ai nuclei vulnerabili, riduzione dei gap di genere. E ovviamente
politiche fiscali.
PERCHÉ SERVE UNA TASSA MINIMA GLOBALE SUI MILIARDARI
Una tassa minima globale su miliardari e centimiliardari sul modello di quella
proposta da Gabriel Zucman ed elaborata dal suo Eu Tax Observatory, discussa
anche dai leader del G20, sarebbe “tecnicamente realizzabile, gestibile sul
piano amministrativo e politicamente trasformativa”. Fissando l’aliquota al 2%
la regressività al vertice verrebbe neutralizzata e portandola al 3% il sistema
tornerebbe progressivo. Al tempo stesso i governi potrebbero raccogliere cifre
pari rispettivamente allo 0,45% o allo 0,67% del pil mondiale con cui finanziare
investimenti decisivi in istruzione, sanità e adattamento climatico, settori
penalizzati dai bilanci pubblici “magri” dei Paesi occidentali e sottofinanziati
da sempre in quelli più poveri. Basti dire che nel 2025 la spesa pubblica per
istruzione per ogni giovane tra 0 e 24 anni è stata di 220 euro in Africa
subsahariana, contro i 7.430 euro dell’Europa e i 9.020 del Nord America.
I RICCHI RESPONSABILI DELLA CRISI CLIMATICA
Il tema climatico è un’altra bomba politica. Il 10% più ricco del mondo è
responsabile del 77% delle emissioni legate alla proprietà di capitale e del 47%
di quelle da consumo. La metà più povera non supera il 3% e il 10%,
rispettivamente. Ma chi contribuisce meno alla crisi climatica è anche chi ne
paga il prezzo più alto: secondo il rapporto, le famiglie a basso reddito
sopportano il 75% delle perdite economiche globali legate al riscaldamento.
Anche in questo caso, le soluzioni – se c’è la volontà politica – non mancano.
Sovvenzioni climatiche mirate, combinate con una tassazione progressiva, possono
accelerare l’adozione di tecnologie a basse emissioni. E tasse ad hoc
accompagnate a paletti sui consumi di lusso e sugli investimenti ad alta
intensità di carbonio possono contribuire a ridurre le emissioni dei Paperoni.
Foto di Nabil Naidu e Carl Solder su Unsplash
L'articolo “Lo 0,01% ha tre volte più ricchezza della metà più povera
dell’umanità. Ma la disuguaglianza non è inevitabile: è una scelta politica dei
governi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È di pochi giorni fa questa notizia riportata da Il Sole 24 Ore: “Negli Stati
Uniti il divario tra ricchi e poveri continua ad ampliarsi. Secondo un nuovo
rapporto di Oxfam America, i dieci miliardari più facoltosi del Paese hanno
visto crescere la propria ricchezza complessiva di circa 698 miliardi di dollari
nell’ultimo anno, un aumento che accentua la concentrazione del capitale nelle
mani di una ristretta élite economica”.
La notizia si presta a svariate considerazioni. La prima, ma che senso ha essere
sempre più ricchi (ricordando il Massimo Fini del denaro quale “Sterco del
demonio”)? La seconda: diventare sempre più ricchi significa direttamente o
indirettamente depredare ancor di più le risorse della terra. Tanto per dire,
quante risorse consuma Jeff Bezos con pacchi e trasporti, o Elon Musk con le
batterie al cobalto? La terza, ma sicuramente non ultima. Più ricchi ma anche
più poveri, o meglio “miseri”, e ampliamento della forbice tra chi ha e chi non
ha. Un mondo di pazzi, si potrebbe dire. O forse solo un mondo di uomini, se
partiamo dal presupposto che l’uomo abbia in sé la propensione all’accumulo e la
distonia con il mondo naturale.
E allora, così ragionando, viene da pensare che sia invece sì, da pazzi, o
almeno da sognatori ipotizzare un uomo che cerchi di limitare i propri bisogni,
ed anzi di dare un nuovo significato al termine “bisogno”. Un sogno ma neanche
poi tanto, se si prende coscienza che quello che chiamo sistema (scusate il
termine un po’ demodé) non crea solo milioni di miseri, ma anche malattie,
suicidi, dipendenza da droghe artificiali, e quant’altro.
Quindi siamo pazzi noi – uno sparuto gruppo di persone tra l’altro non più in
giovane età – che andiamo a creare, meglio, a ricreare un sito della decrescita
felice. Nel mare magnum di Internet, un rifugio lontano mille miglia dai partiti
e da Webuild che li comanda; dai siti di scommesse e dallo Stato che ci
guadagna; dalla pubblicità e dalle imprese che devono sempre inventarsi “cose”
nuove per poter sopravvivere. Diciamo: lontano dall’altra pazzia, quella insana,
meglio: dall’incubo.
Un sito anche di ecologia profonda, cioè quell’ecologia che non parla
dell’ossimoro dello sviluppo sostenibile (alla Legambiente, per intenderci), ma
del rapporto non predatorio tra uomo e Natura, o meglio, della sintonia (sun e
tonos, accordo di suoni) con l’ambiente che ci circonda e che ci consente di
vivere. Andate a visitare questo sito in controtendenza nell’era
dell’Antropocene, perché, tra l’altro – almeno questo anche il profano lo sa –
la nostra impronta ecologica è sempre più incompatibile con la nostra stessa
sopravvivenza. Anche se in realtà dobbiamo smettere di crescere non già per non
estinguerci (l’uomo si è già estinto più volte in passato) bensì per stare
meglio dentro.
L'articolo Sarò un pazzo ma voglio credere ancora nella decrescita proviene da
Il Fatto Quotidiano.
di Stefano De Fazi
Ritengo che, dato il contesto attuale, chiunque si definisca di sinistra
dovrebbe sostenere una tassazione rilevante sui grandi patrimoni. È ormai
evidente il danno che un’eccessiva concentrazione della ricchezza — come quella
che viviamo oggi — provoca allo stato sociale e al processo democratico.
Tuttavia, sono assolutamente aperto a un dialogo costruttivo con chi la pensi
diversamente, ma ciò che trovo davvero intollerabile è il modo approssimativo e
surreale con cui se ne discute nel dibattito pubblico italiano.
Alcuni giorni fa ho avuto la sfortuna di imbattermi nel tema durante uno dei
talk show politici più famosi della televisione italiana. Vale la pena notare
come gli ospiti — Pierferdinando Casini, Massimo Giannini e Chiara Geloni —
fossero tutti riconducibili a un’area di centro-sinistra; eppure nessuno dei tre
ha avuto dubbi nell’affermare che parlare di patrimoniale, come hanno fatto di
recente le opposizioni, sarebbe un assist al governo Meloni.
La prima argomentazione proposta è che, con un livello di pressione fiscale al
42,6%, non sarebbe possibile introdurre una nuova forma di tassazione. Questo
valore è certamente alto, anche se non tra i primi tre in Europa. Tuttavia, il
vero problema del sistema fiscale italiano è la sua ripartizione: il carico
grava quasi interamente sui lavoratori con redditi medi o di poco sopra la
media, mentre è poco incisivo sui detentori di grandi patrimoni e sulle loro
rendite. A conferma di ciò, uno studio dell’Università di Pisa ha mostrato che
il sistema è progressivo solo per il 95% dei cittadini: per il 5% più ricco
diventa fortemente regressivo. In quest’ottica, la patrimoniale è proprio lo
strumento adatto per correggere questa stortura, liberando risorse per ridurre
la pressione sui redditi medi e redistribuendo quel 42,6% in modo più equo.
Un altro argomento ricorrente è che “circa l’80% degli italiani possiede una
casa”, e dunque non si potrebbe tassare la proprietà. In realtà, qualsiasi
proposta di patrimoniale riguarda esclusivamente i grandi patrimoni — ad esempio
con una soglia minima di 5 milioni — e coinvolgerebbe solo il 2-3% più ricco del
Paese. Inoltre, poiché queste proposte sono spesso accompagnate
dall’eliminazione di imposte attuali sul patrimonio spesso regressive; una quota
tutt’altro che marginale di italiani con una seconda casa di modesto valore ne
trarrebbe persino vantaggio tramite l’abolizione dell’Imu.
Un’altra frase che ho dovuto sentire, e che faccio fatica a tollerare, è: “È
inutile parlare di patrimoniale, serve una riforma complessiva del fisco”. È una
tattica frequentemente usata — spesso, a mio avviso, in malafede — per
screditare proposte di buon senso in contesti diversi. Si sa bene che una
riforma complessiva, allo stato attuale della politica, è difficilissima; allo
stesso tempo si invoca questa necessità per bloccare sul nascere qualunque
proposta concreta che possa rappresentare un passo avanti. Per questo è
importante dirlo chiaramente: sì, una riforma complessiva del fisco è
necessaria, e la tassazione delle grandi ricchezze ne è un tassello
fondamentale.
Nel corso del dibattito televisivo viene ovviamente ignorato il fatto che le
principali organizzazioni che si occupano del tema, da Tax Justice Network a
Oxfam, promuovono la tassazione sui grandi patrimoni anche a livello nazionale,
e quindi non solo tramite accordi internazionali come quelli del G20 o dell’Onu.
Inoltre, mettono in luce che esistono esempi concreti che dimostrano come il
temuto esodo dei milionari, spesso evocato da chi è contrario, sia talmente
ridotto da risultare irrilevante.
Si possono muovere molte critiche ai partiti di opposizione attuali, ma temo che
ci sia un problema di fondo molto più grave: il livello medio dell’informazione
italiana su temi imprescindibili come questo.
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L'articolo Trovo surreale il modo in cui in Italia viene affrontato il dibattito
su una tassa patrimoniale proviene da Il Fatto Quotidiano.