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“William è furioso con Harry, trova assolutamente irrispettoso che lui e Meghan vogliano fare un documentario su Lady Diana”: il retroscena
Quanto meno “irrispettoso”. William sarebbe furioso con il fratello e la cognata per la loro determinazione a proseguire con l’idea di realizzare e produrre un documentario sulla vita della madre, nel trentesimo anniversario dalla sua scomparsa. La notizia era già circolata un paio di anni fa quando, l’accordo con Netflix aveva lasciato mano libera ai duchi del Sussex per proporre serie da trasmettere che fossero auspicabilmente di successo. In realtà poi i fatti hanno dimostrato che, fatta eccezione per la serie dedicata alla loro vita a corte e al racconto delle ragioni che hanno causato il divorzio dalla famiglia reale, con il relativo trasferimento in California, gli altri tentativi di successo di Harry e Meghan sono tuti miseramente falliti. Pochi ricorderanno la serie del principe ribelle dedicata alla sua passione per il polo e sono ancora meno coloro che l’hanno guardata. Lo stesso dicasi per il tentativo della Markle di affermarsi come “regina dei fornelli”. With Love, Meghan ha generato solo una marea di critiche nella prima edizione, cadendo nell’indifferenza collettiva all’uscita della seconda. Risultato: nulla ha raggiunto neanche la top 10 delle serie più gettonate e scaricate del colosso americano. A conti fatti, dunque, per continuare a dare contenuti a Netflix dopo che l’accordo originario da 100 milioni di dollari firmato nel 2020 non è stato rinnovato, ai duchi del Sussex non resta che calare l’asso che ha il volto e la memoria di Lady Diana. William ed Harry hanno smesso di condividere anche questo ricordo insieme, negli ultimi anni, infatti, la loro presenza alle cerimonie organizzate in onore della compianta principessa del Galles è sempre stata accuratamente separata. Nel 2023, ad esempio, durante il Diana Award, l’erede al trono ha mandato un video che ha aperto la giornata, mentre il fratello minore è apparso dopo, in collegamento dagli Stati Uniti. Luoghi e momenti ben distinti per evitare il gelo delle ultime apparizioni insieme, come quella in occasione del funerale della nonna Elisabetta II nel 2022, all’incoronazione di Carlo III nel 2023 e ai funerali dello zio Lord Robert Fellowes nel 2024. Ora, però, con l’approcciarsi della data, Diana è morta il 31 agosto del 1997, la tensione tra i due fratelli sale a fronte della determinazione del piccolo di andare aventi con l’idea del documentario commemorativo voluto e proposto da Meghan. Per William, l’idea di “commercializzare” la vita e la morte della madre è “irrispettosa”, priva di “gusto”, poi, se si considera che di mezzo c’è lo zampino della cognata, che tanto fango ha gettato sulla corona e sulla famiglia Windsor, diventa inaccettabile. Non era evidentemente bastata la serie The Crown per gettare in pasto ai sudditi e al mondo intero, la versione di Netflix e dei produttori, della vita a corte, ora si aggiungerebbe anche il racconto più dettagliato di una delle pagine più tristi e dolorose della corona, che sta facendo i conti con lo scandalo e la vergogna generati dalle evidenze sui rapporti intessuti dal fratello del re, Andrea Windsor-Mountbatten e della sua ex moglie Sarah Ferguson, con Jeffrey Epstein. William non ha mai digerito la narrazione della sua storia e del suo personaggio fatte dagli sceneggiatori di The Crown, figuriamoci se potrà mai accettare la versione di Harry e soprattutto di Meghan e men che meno potrà accettare la loro volontà di controllare l’immagine della madre. Il 2027 è ormai alle porte e da Montecito si sente alcun cenno che lasci immaginare un cambio di programma. I tentativi di Harry di ricucire i rapporti con il padre, re Carlo III, per portare a corte i suoi due bambini, Archie e Lilibet e salutare un sovrano anziano a malato, accompagnandolo più serenamente alla sua futura dipartita, dovranno fare i conti con il carattere fumantino e con la collera di William che tutto vuole, tranne che aver di nuovo il fratello tra i piedi, per di più con il portafogli pieno a costo dell’immagine di Lady D e della corona che un giorno indosserà. L'articolo “William è furioso con Harry, trova assolutamente irrispettoso che lui e Meghan vogliano fare un documentario su Lady Diana”: il retroscena proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“C’è documentario di Netflix che viene pubblicizzato usando il nome Red Hot Chili Peppers. Ma non c’entriamo nulla”: la band avvisa i fan
Netflix esplorerà il primo periodo della carriera dei Red Hot Chili Peppers nel documentario dal titolo “The Rise of the Red Hot Chili Peppers”, che debutterà il 20 marzo. Secondo Variety, il film si concentrerà sul ruolo formativo del chitarrista originale Hillel Slovak, morto per overdose nel 1988. il progetto è stato diretto da Ben Feldman e si basa su nuove interviste con i membri dei Red Hot Chili Peppers Flea e Anthony Kiedis, oltre ad amici e familiari di Slovak. Ma Anthony Kiedis, Flea, John Frusciante e Chad Smith non ci stanno e con un lungo post sui social hanno voluto mettere le mani avanti e specificare: “Circa un anno fa, ci è stato chiesto di essere intervistati per un documentario su Hillel Slovak. Lui è stato un membro fondatore del gruppo, un grande chitarrista e un amico. Abbiamo accettato di essere intervistati per amore e rispetto per Hillel e la sua memoria“. E ancora: “Tuttavia, questo documentario viene ora pubblicizzato come un documentario sui Red Hot Chili Peppers, cosa che non è. Non ci abbiamo avuto creativamente nulla a che fare. Dobbiamo ancora realizzare un documentario sui Red Hot Chili Peppers. Il soggetto centrale di questo speciale Netflix è Hillel Slovak e speriamo che susciti interesse su di lui e sul suo lavoro”. Bizzarro con uno spiccato senso dell’umorismo e con la libertà nel corpo Slovak era davvero la scintilla che diede origine al senso del progetto dei Red Hot Chili Peppers. Il musicista però morì a causa delle sue dipendenze. La canzone “Knock Me Down” dall’album “Mother’s Milk” del 1989, è dedicata proprio a Slovak. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Red Hot Chili Peppers (@chilipeppers) L'articolo “C’è documentario di Netflix che viene pubblicizzato usando il nome Red Hot Chili Peppers. Ma non c’entriamo nulla”: la band avvisa i fan proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alex Honnold scala in diretta il Taipei 101, grattacielo di 508 metri: l’impresa a mani nude e senza corde
Ha rischiato la morte in diretta ma alla fine ce l’ha fatta. Il noto scalatore Alex Honnold ha compiuto l’impresa di raggiungere la cima del Taipei 101 in free-solo, una disciplina estrema che consiste in scalare pareti da soli e senza l’utilizzo di corde, imbracature o protezioni. Tutto in diretta su Netflix. Honnold è il protagonista dell’iconico documentario Free Solo, Oscar per il miglior documentario nel 2019 incentrato sulla scalata della montagna El Capitan, una parete di oltre 900 metri in California. Nella mattina di domenica 25 gennaio, sotto al colosso di Taiwan si è radunata una folla di persone scese in strada per assistere all’evento e tifare per l’atleta. Un’ora e mezzo dopo essersi staccato dal suolo, Honnold ha raggiunto la guglia della torre, situata a un’altezza di 508 metri. Il percorso in verticale è consistito nell’usare le sporgenze come appoggi e tirarsi su a mani nude. Il grattacielo – già scalato nel 2004 dal francese Alain Robert – conta 101 piani ma è la sezione centrale di 64 piani, i cosiddetti “box di bamboo”, ad aver messo più in difficoltà Alex: questa parte è divisa in otto segmenti, ciascuno composto da otto piani di pareti ripide e a strapiombo, intervallati da balconi dove l’atleta ha potuto sostare. La famosa piattaforma di streaming online ha trasmesso la scalata con un ritardo di dieci secondi per evitare di mostrare l’eventuale caduta. Al raggiungimento della meta, l’eroe indossa una t-shirt rossa ed esulta agitando le braccia: “È stata una vista incredibile, una giornata meravigliosa” nonostante “c’era molto vento, quindi mi ripetevo di non cadere dalla guglia e cercavo di restare in equilibrio”. Ne è valsa la pena per conquistare un’inusuale prospettiva: “Ma è stata una posizione pazzesca, un modo unico di vedere Taipei”. L’evento mediatico ha ricevuto numero polemiche sull’etica e sui rischi di mostrare dal vivo un momento così pericoloso. L'articolo Alex Honnold scala in diretta il Taipei 101, grattacielo di 508 metri: l’impresa a mani nude e senza corde proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Milano, camion dei rifiuti contro auto: morto Simone Bonino, ex guardia del corpo di Alberto Genovese
Simone Bonino, ex bodyguard dell’imprenditore Alberto Genovese, è morto in un incidente d’auto nella mattina del 24 gennaio a Milano. L’impatto è avvenuto all’alba: il 45enne stava viaggiando su Corso Sempione quando la sua Bmw ha avuto uno scontro a catena provocato da un mezzo dell’Amsa, l’azienda che si occupa della raccolta di rifiuti in città. A causare l’incidente è stata una precedenza mancata: giunto all’altezza dell’incrocio con via Emanuele Filiberto, il veicolo dell’uomo è stato investito lateralmente dal camion dei rifiuti. Dopo l’impatto, l’auto ha colpito un semaforo, abbattuto dei pali di segnaletica verticale ed è finita addosso a una vettura che proveniva dall’altro senso: il guidatore, emiratino, è rimasto illeso. Sul posto sono intervenuti i sanitari dell’Areu 118 e gli agenti della polizia locale per prendere i rilievi e ricostruire la dinamica dell’accaduto. Il conducente dell’Amsa è stato trasportato in codice giallo all’ospedale San Carlo, mentre Bonino è stato portato all’ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico in condizioni critiche ma non ce l’ha fatta. Bonino appare anche nella docu-serie Netflix sul caso “Terrazza sentimento”, per cui Genovese era stato condannato per violenze e abusi sessuali. Nel superattico con vista sul Duomo, l’uomo era di guardia mentre l’imprenditore si trovava in camera da letto con le ragazze, le cui denunce hanno fatto scoppiare il caso. L'articolo Milano, camion dei rifiuti contro auto: morto Simone Bonino, ex guardia del corpo di Alberto Genovese proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Rapita da un ‘profeta’, pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe più voluta”: i nove mesi d’inferno di Elizabeth Smart e il ritorno alla vita nel nuovo docufilm di Netflix
“Avevo la sensazione che stesse per arrivare la fine”. Con questa dichiarazione Elizabeth Smart descrive, a oltre vent’anni di distanza, l’inizio della sua prigionia. Rapita a 14 anni dalla sua camera da letto a Salt Lake City il 5 giugno 2002, Smart è oggi un’avvocatessa impegnata nel sostegno alle vittime di violenza sessuale. La sua storia, segnata da nove mesi di abusi e fanatismo religioso, torna al centro dell’attenzione pubblica con il documentario Netflix “Kidnapped: il caso Elizabeth Smart”. LA NOTTE DEL SEQUESTRO E L’OMBRA DEL “PROFETA” L’incubo ha inizio nelle prime ore del mattino, nel quartiere di Federal Heights. Brian David Mitchell fa irruzione nella stanza che Elizabeth condivide con la sorella Mary Katherine, allora novenne. La bambina assiste alla scena, immobile per il terrore: vede un uomo armato di coltello minacciare la sorella. “Se urli, ti uccido”, le dice. Solo alle 4 del mattino Mary Katherine trova il coraggio di avvisare i genitori, che inizialmente non le credono fino a quando non notano la finestra della cucina aperta e la zanzariera tagliata. Il rapitore non è uno sconosciuto: è Mitchell, un ex collaboratore domestico assunto mesi prima dalla famiglia per rastrellare le foglie. Mitchell, espulso dalla congregazione mormone perché convinto di essere un profeta, agisce insieme alla moglie, Wanda Barzee. Sotto lo pseudonimo di “David Immanuel”, l’uomo dichiara di aver ricevuto da Dio il compito di rapire sette ragazze. Elizabeth è la prima della lista. NOVE MESI DI ABUSI: “PENSAVO CHE LA MIA FAMIGLIA NON MI AVREBBE PIÙ VOLUTA” Condotta per quattro miglia nel bosco in camicia da notte, Elizabeth viene portata in un accampamento isolato. Qui inizia un calvario fatto di violenze sessuali ripetute, precedute da un finto rito nuziale. “Venne verso di me e mi abbracciò, indossava una lunga tunica bianca e un copricapo“, ricorda Smart nel documentario. “Mi tolse le scarpe e mi lavò la terra dai piedi. Poi mi fece togliere il pigiama e mi diede una tunica come la sua”. La prigionia è scandita da torture psicologiche: Mitchell le mostra quotidianamente gli articoli di giornale che parlano delle ricerche e la incatena a un albero per impedirle la fuga. “Provavo molta vergogna, mi sentivo sporca e pensavo che se la mia famiglia fosse venuta a sapere cosa era accaduto non mi avrebbero più voluta”, racconta la donna evidenziando il trauma subito. GLI ERRORI INVESTIGATIVI E IL COLPO DI SCENA Le indagini iniziali si concentrano su Richard Ricci, un pregiudicato che aveva lavorato per gli Smart, nonostante i dubbi della piccola Mary Katherine. Ricci morirà per un ictus prima di poter rispondere alle accuse. Un’altra occasione persa si verifica nell’agosto 2002: fermati in una biblioteca pubblica, i rapitori convincono un agente di polizia che Elizabeth, velata e silente, sia loro figlia e che il suo abbigliamento sia dettato da motivi religiosi. La svolta arriva nell’ottobre 2002, quando Mary Katherine riconosce la voce del rapitore in quella dell’ex operaio “Immanuel“. Nonostante lo scetticismo iniziale della polizia, i genitori diffondono un identikit che porta al riconoscimento di Mitchell da parte dei suoi stessi parenti. IL RITROVAMENTO E LA GIUSTIZIA TARDIVA Nel marzo 2003, Elizabeth convince i rapitori a tornare in città, sostenendo che fosse il volere di Dio. Fermata dalla polizia a Sandy, a sud di Salt Lake City, la ragazza mantiene inizialmente un atteggiamento cauto per paura delle ritorsioni dei suoi carcerieri. Alla domanda del poliziotto “Sei Elizabeth?”, lei risponde in modo evasivo: “Tu lo dici“. L’agente interpreta correttamente il segnale e la mette in sicurezza, permettendole di ricongiungersi con la famiglia. Il percorso giudiziario è durato dieci anni, rallentato dai dubbi sulla sanità mentale di Mitchell. La condanna definitiva arriva solo nel 2010: ergastolo per Mitchell, attualmente detenuto in un penitenziario di massima sicurezza nell’Indiana, e 15 anni per Wanda Barzee, rilasciata nel 2018. Oggi Elizabeth Smart è madre di tre figli e una voce autorevole per chi ha subito traumi simili: “Voglio che i sopravvissuti sappiano che non sono soli”, conclude. Il suo caso ha portato anche a un cambiamento legislativo concreto: lo Stato dello Utah ha sostituito il Rachael Alert con l’Amber Alert, il sistema nazionale di allerta per i minori scomparsi. L'articolo “Rapita da un ‘profeta’, pensavo che la mia famiglia non mi avrebbe più voluta”: i nove mesi d’inferno di Elizabeth Smart e il ritorno alla vita nel nuovo docufilm di Netflix proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros Discovery: ora è tutta in contanti
L’accordo di acquisizione della Warner Bros Discovery da parte di Netflix sembra più vicino. Mentre l’offerta di Paramount sembra avere meno chance. La piattaforma di streaming globale ha annunciato che la transazione sarà interamente in contanti. “L’accordo rivisto semplifica la struttura della transazione, offre maggiore certezza di valore per gli azionisti di Wbd e accelera il percorso verso il voto degli azionisti di Wbd”, spiega una nota. Il consiglio di amministrazione ha infatti approvato la scelta all’unanimità: l’offerta vale 27,75 dollari per ogni azione Warner. L’amministratore delegato David Zaslav ha dichiarato che questa mossa avvicina l’unione delle due società. Il co-amministratore delegato di Netflix, Ted Sarandos, ha ricordato che “il consiglio di amministrazione di Warner continua a sostenere e a raccomandare la nostra transazione”. Secondo l’accordo originale, risalente allo scorso 5 dicembre, gli azionisti di Wbd avrebbero ricevuto 23,25 dollari in contanti e altri 4,50 dollari in azioni ordinarie di Netflix, per un valore dell’offerta di 82,7 miliardi di dollari (79,4 miliardi di euro). Lunedì scorso, Paramount Skydance aveva presentato una causa contro Warner Bros per forzare l’azienda a scoprire i dettagli dell’offerta presentata da Netflix, dopo che il Cda di Hbo Max ha ripetutamente considerato superiore la proposta di fusione avanzata dalla piattaforma di streaming. In questo senso, la settimana scorsa, la dirigenza di Wbd ha deciso di respingere “all’unanimità” l’offerta di Psky, modificata il 22 dicembre per includere una garanzia personale irrevocabile di Larry Ellison, cofondatore di Oracle e padre di David Ellison. Il presidente del consiglio di Wbd e proprietario di Hbo Max, Samuel di Piazza, ha affermato che la proposta della Paramount era “insufficiente”. Il presidente degli Usa Donald Trump si era detto preoccupato dell’eccessiva quota di mercato che verrebbe conquistata nel settore dello streaming in seguito all’accordo. La vicenda continua a far discutere, dopo che la piattaforma ha annunciato la volontà di “ripetere la trama tre o quattro” all’interno dei film e l’ambizione di lasciarli in sala per 45 giorni. L'articolo Netflix modifica l’offerta per l’acquisizione di Warner Bros Discovery: ora è tutta in contanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La serie ‘With Love’ di Meghan Markle non tornerà su Netflix per un’altra stagione”: ascolti deludenti e al 383esimo posto tra tutte le produzioni della piattaforma
La serie tv Netflix di Meghan Markle, “With Love”, ampiamente pubblicizzata, non tornerà per una terza stagione. Lo riferiscono alcune fonti a Page Six: “Non tornerà come serie. Si è parlato di speciali per le festività, ma non c’è ancora nulla in cantiere”. Un’altra fonte ha affermato: “Si vedranno piatti e creazioni simili sui social di Meghan per il brand, ma più in piccolo“. Inoltre hanno spiegato che Meghan si concentrerà sullo sviluppo del suo marchio di lifestyle, As Ever. La Duchessa del Sussex ha debuttato con “With Love, Meghan” a marzo, offrendo consigli di stile di vita dall’interno di una villa in affitto da 5 milioni di sterline vicino alla sua casa di Montecito. Dopo il lancio di With Love, Meghan è stata subito attaccata dai critici che l’hanno descritta come un “riempitivo di stile di vita sciocco” con una “disperazione tangibile”. La serie si è classificata al 383esimo posto tra tutte le produzioni Netflix, con 5,3 milioni di visualizzazioni globali nella prima metà del 2025, secondo il rapporto ufficiale sull’engagement della piattaforma di streaming. Sul sito web di aggregazione di recensioni Rotten Tomatoes, ha ricevuto un indice di gradimento complessivo del 23%. La serie ha visto Meghan affiancata da chef di fama mondiale, tra cui José Andrés, Roy Choi e Alice Waters, oltre ad alcuni dei suoi amici più cari come Chrissy Teigen, Mindy Kaling e sua madre, Doria Ragland. La Duchessa ha parlato apertamente della sua storia d’amore con il Principe Harry durante la seconda stagione, uscita lo scorso agosto, e ha anche parlato della sua famiglia con gli ospiti famosi dello show. Ha rivelato che è stato Harry a pronunciare per primo la “parola che inizia per L (love, ndr)” e ha aggiunto di aver capito davvero di essersi innamorata di Harry, che lei chiama “H”, al loro terzo appuntamento, un safari in Botswana. L'articolo “La serie ‘With Love’ di Meghan Markle non tornerà su Netflix per un’altra stagione”: ascolti deludenti e al 383esimo posto tra tutte le produzioni della piattaforma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Netflix: “I film in sala per 45 giorni”. E Damon svela: “Vogliono la scena più importante nei primi 5 minuti perché il livello di attenzione di chi guarda lo streaming è diverso”
Non passa giorno che non si parli di Netflix. E dal quartier generale di Los Gatos, in California, ne saranno di certo contenti. Anche quando una celebre star come Matt Damon li prende parecchio in giro. Intanto aggiorniamo il capitolo acquisizione Warner, perché Netflix segna un punto eroico a proprio favore per bocca di Ted Sarandos. Il CEO del colosso dello streaming ha infatti affermato nei giorni scorsi che le uscite dei film in sala, eventualmente prodotte tra un anno dalla Warner, quindi probabilmente da Netflix, non correranno il rischio di rimanerci troppo poco. Intervistato dal prestigioso New York Times, Sarandos ha spiegato che non ha acquisito la Warner per distruggerla ma perché vuole essere “re del box office”. Quindi niente paura. I film targati Warner in un futuro prossimo non rimarranno in sala solo 17 giorni, bensì per 45. “Quando questo accordo si concluderà, possederemo un motore di distribuzione cinematografica fenomenale, che genera miliardi di dollari di incassi che non vogliamo mettere a rischio. Gestiremo quell’attività in gran parte come lo facciamo oggi, con finestre di 45 giorni”, ha spiegato il baldanzoso CEO di Netflix. “Vi sto dando una cifra precisa. Se vogliamo continuare a operare nel settore cinematografico, e lo stiamo facendo, saremo persone competitive: vogliamo vincere. Voglio vincere il weekend di apertura. Voglio essere il re del botteghino”. Pazienza se qualcuno ha sollevato dubbi sulle intenzioni di Sarandos e dell’acquisto di Warner citando la sua celebre frase sui cinema “fuori moda”, perché da parte sua non c’era alcuna intenzione di sostenere che le sale sono morte, bensì sono solo scomode. “Dovete citarmi in modo corretto”, ha sottolineato il boss all’intervistatore del NYT. “Dissi “fuori moda per alcuni”. Per capirci, la città (un paesino del Mississippi ndr) in cui si svolge la storia raccontata in I peccatori (un ottimo recente successo Warner) non ha una sala cinematografica. Per quelle persone la sala è già un concetto datato, perché non ti metti in macchina per andare al cinema in un’altra città. Ma mia figlia vive, ad esempio, a Manhattan e può arrivare a piedi a sei multisala. Va al cinema due volte alla settimana. Per lei non è affatto fuori moda”. Insomma, tutto come prima. Tranquilli. Buffo però è stato Matt Damon che nelle scorse ore ha scherzosamente dileggiato le strategie creative standardizzate di Netflix, un po’ come fa Nanni Moretti nel suo ultimo film, Il sol dell’avvenire. Durante il programma Joe Rogen Experience per promuovere il suo ultimo film The Rip, targato proprio Netflix, Damon ha riflettuto in modo apparente scherzoso alla costruzione narrativa di un film prodotto da Netflix. Damon ha spiegato che gli spettatori che seguono i film in streaming a casa hanno “un livello di attenzione diverso” a quelli che vanno al cinema. Dietro le quinte, ha spiegato Damon sorridendo, si discute spesso del fatto che “nei dialoghi la trama va ripetuta tre quattro volte per tenere conto del fatto che gli spettatori sono sempre al cellulare”. Battuta? Sì e no. Perché poi Damon ha caricato ulteriormente: “Il modo standard per realizzare un action movie è suddividere la trama in tre atti e investire la maggior parte del budget nelle scene d’azioni risolutive del terzo atto. Invece (sul set Netflix ndr) ti chiedono di poterne fare una grossa già nei primi cinque minuti in modo che lo spettatore rimanga incollato allo schermo senza distrarsi”. E se si crede che le affermazioni di Damon fossero estemporanee e dettate dall’ironia, in studio da Rogen, con la co-star di The Rip, Ben Affleck si è acceso un dibattito proprio sulle formule preconfezionate per creare film in streaming. Tanto che Affleck ha perorato la causa formalmente anticonformista della miniserie di Netflix, Adolescence, mentre Damon l’ha giudicata “un’eccezione”. L'articolo Netflix: “I film in sala per 45 giorni”. E Damon svela: “Vogliono la scena più importante nei primi 5 minuti perché il livello di attenzione di chi guarda lo streaming è diverso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Netflix vuole che nei film si ripeta la trama 3 o 4 volte, perché la gente sta al telefono mentre guarda”
Che la soglia dell’attenzione dell’utente medio delle piattaforme in streaming sia bassa, questo si sa. Una pubblicità, una notifica di Whatsapp o una mail urgente alla quale rispondere, creano la visione di un film o una serie tv frammentata. Così ci si ritrova a riprendere il filo della narrazione, una volta esauriti i compiti improvvisi e bypassate le distrazioni, senza ricordarsi cosa stesse accendendo proprio nel punto in cui si è interrotto lo streaming. Così Netflix è corsa ai ripari e ha chiesto agli sceneggiatori dei suoi film di inserire in alcuni punti un protagonista che faccia da raccordo e ripeta, in qualche modo, la trama principale del film. A rivelarlo è stato Matt Damon, durante la presentazione del film Netflix “The Rip”, che lo vede protagonista con il collega e amico di sempre Ben Affleck. L’attore in una intervista al programma Joe Rogan Experience, ha tracciato un bilancio del mondo del cinema e di come esso sia cambiato proprio in virtù del proliferare delle piattaforme in streaming. “Gli spettatori dedicano a un film a casa un livello di attenzione molto diverso rispetto alla sala cinematografica, – ha detto Damon -. Netflix tende a spostare le scene d’azione all’inizio del racconto, per catturare subito il loro interesse. Dietro le quinte, si discute della possibilità di ripetere la trama tre o quattro volte nei dialoghi, tenendo conto del fatto che molti spettatori guardano il film mentre sono al telefono”. E ancora: “Abbiamo imparato che il modo tradizionale di costruire un film d’azione prevede di solito tre grandi scene: una nel primo atto, una nel secondo e una nel terzo. La maggior parte del budget viene investita in quella del terzo atto, perché è il finale. Ora invece ti chiedono: ‘Possiamo farne una enorme nei primi cinque minuti? Vogliamo che la gente resti incollata’. E non sarebbe male se ripetessi la trama tre o quattro volte nei dialoghi, perché la gente guarda il film mentre è al telefono”. Poi ci sono le doverose eccezioni. “Non sempre le produzioni Netflix si piegano alle regole del mercato – ha aggiunto Affleck -. Guardi Adolescence e ti accorgi che non fa niente di tutto questo. Ed è fottutamente fantastica. Ed è anche cupa: tragica e intensa. Racconta di un uomo che scopre che suo figlio è accusato di omicidio. Ci sono lunghe inquadrature della nuca dei due personaggi. Salgono in macchina, nessuno dice una parola”. “The Rip”, disponibile su Netflix già dal 16 gennaio, mette al centro la fiducia tra una squadra di poliziotti di Miami che inizia a vacillare dopo aver scoperto milioni di dollari in contanti in un deposito abbandonato. Quando forze esterne vengono a conoscenza dell’entità del sequestro, tutto è messo in discussione, incluso di chi potersi fidare. L'articolo “Netflix vuole che nei film si ripeta la trama 3 o 4 volte, perché la gente sta al telefono mentre guarda” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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