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Iran, colpita Fujairah: principale hub di stoccaggio del Medio Oriente, da lì passa la metà del petrolio degli Emirati Arabi
Un attacco con droni ha provocato un incendio nell’area industriale petrolifera di Fujairah, sulla costa orientale degli Emirati Arabi Uniti: lo hanno riportato le autorità, nel 17° giorno di raid dell’Iran nel Golfo in risposta agli attacchi di Israele e Usa. “Un incendio è scoppiato nella zona industriale petrolifera a seguito di un attacco con droni, senza causare feriti”, ha reso noto l’ufficio stampa del complesso industriale, precisando che le operazioni “proseguono” per domare il fuoco. E’ la seconda volta in poche ore che Fujairah finisce nel mirino. Sabato la struttura era stata colpita dai detriti di un drone intercettato e le operazioni di carico di greggio erano state sospese. Il porto si trova sul Golfo dell’Oman, a circa 70 miglia nautiche dallo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso a causa della guerra con l’Iran, il che accresce l’importanza dei suoi flussi per il mercato globale durante il conflitto. Secondo i dati di Kpler, lo scorso anno Fujairah ha esportato in media oltre 1,7 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e carburanti raffinati, un volume pari a circa l’1,7% della domanda mondiale giornaliera. Nel 2025 ha venduto 7,4 milioni di metri cubi (circa 7,33 milioni di tonnellate metriche) di combustibili marini, diventando il quarto produttore al mondo dopo Singapore, Rotterdam e Zhoushan in Cina. Gli Emirati Arabi Uniti, che prima dell’inizio della guerra producevano più di 3,4 milioni di barili di petrolio al giorno, gestiscono un oleodotto da 1,5 milioni di barili al giorno che può trasportare parte del greggio aggirando lo Stretto di Hormuz. L’oleodotto di Abu Dhabi (ADCOP), noto anche come oleodotto Habshan-Fujairah, trasporta il petrolio dai giacimenti di Abu Dhabi a Fujairah. Il porto carica il greggio Murban degli Emirati Arabi Uniti, venduto principalmente ad acquirenti asiatici. Con Hormuz in gran parte chiuso alle esportazioni, significative interruzioni a Fujairah costringerebbero il terzo produttore di greggio dell’OPEC a interrompere ulteriormente la produzione. Nel porto operano importanti società di stoccaggio a livello globale, tra cui VTTI, Vitol, ADNOC, Vopak, e la struttura ha una capacità di stoccaggio di 18 milioni di metri cubi, il che lo rende uno dei principali hub mondiali – il principale del Medio Oriente – per lo stoccaggio di petrolio greggio e carburanti, nonché per le operazioni di miscelazione. L'articolo Iran, colpita Fujairah: principale hub di stoccaggio del Medio Oriente, da lì passa la metà del petrolio degli Emirati Arabi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dubai, jet intercetta il drone iraniano: l’attacco nel cielo sopra la spiaggia con i turisti
Un video condiviso da più utenti sui social mostra una battaglia sui cieli sopra le spiagge di Dubai. Nelle immagini si vede un F-16 dell’aeronautica degli Emirati Arabi Uniti che cerca di intercettare un drone iraniano in avvicinamento. La scena avviene a bassa quota sopra la spiaggia di Al Mamzar con ombrelloni e turisti L'articolo Dubai, jet intercetta il drone iraniano: l’attacco nel cielo sopra la spiaggia con i turisti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, il governo accelera sugli aiuti militari a Emirati, Kuwait e Qatar: giovedì voto in Parlamento con Tajani e Crosetto
Il governo accelera sugli aiuti militari ai Paesi del Golfo. Giovedì i ministri degli Esteri e della Difesa Antonio Tajani e Guido Crosetto faranno comunicazioni in Parlamento per riferire sulla crisi in Medio Oriente e sull’invio di aiuti a Emirati Arabi, Kuwait e Qatar. Dopo le comunicazioni ci saranno risoluzioni e un voto delle Camere. La premier Giorgia Meloni ne aveva parlato nelle riunioni a Palazzo Chigi, posizione confermata anche nel vertice di mercoledì mattina con i ministri. L’avviso è arrivato anche ai parlamentari di Fratelli d’Italia con un messaggio in chat: “Domani possibili votazioni non allontanarsi da Roma”. Un altro indizio era arrivato nella serata di mercoledì da Crosetto che, rispondendo a un tweet del M5S che chiedeva le dimissioni, aveva spiegato che per giovedì era prevista un’informativa in Parlamento. Nelle ultime ore i Paesi del Golfo hanno chiesto all’Italia aiuti militari di difesa anti-aerea. Un’ipotesi è quella di inviare una batteria di Samp-T e un sistema anti-droni per difendersi dagli attacchi di Teheran. Tra le ipotesi c’è anche il rafforzamento degli addestratori per gli Eurofighter. Al momento, invece, all’Italia non sono arrivate richieste per l’utilizzo delle proprie basi militari da parte degli Stati Uniti. Di fronte alle richieste delle opposizioni, invece, Meloni ha preferito mandare i ministri. La premier riferirà in aula il 18 alla vigilia del Consiglio Europeo L'articolo Iran, il governo accelera sugli aiuti militari a Emirati, Kuwait e Qatar: giovedì voto in Parlamento con Tajani e Crosetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Drone iraniano colpisce la base navale francese di Camp Peace ad Abu Dhabi: “Nessun ferito”
Un attacco iraniano con droni ha colpito una base navale di Abu Dhabi che ospita forze francesi, nota anche come Camp Peace, provocando un incendio in due container contenenti varie attrezzature. Nessuna vittima ha dichiarato il ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti. Gli attacchi iraniani con droni e missili sono una rappresaglia per gli attacchi statunitensi e israeliani contro la Repubblica Islamica, che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei sabato. L'articolo Drone iraniano colpisce la base navale francese di Camp Peace ad Abu Dhabi: “Nessun ferito” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arrivano i’ taxi volanti’. I primi velivoli in azione a Dubai entro la fine del 2026: “Trasformiamo il modo in cui le persone si muovono”
Uber introduce a Dubai i taxi aerei. Come riportato da La Stampa, entro la fine del 2026 l’azienda integrerà nei propri servizi il nuovo mezzo di trasporto. Ma come funzionano? I velivoli, simili a elicotteri, potranno portare a bordo fino a quattro passeggeri. I taxi “con le ali” sono guidati da piloti commerciali, con licenza di volo. L’azienda produttrice Joby Aviation, con cui Uber ha annunciato una partnership, gestirà quattro punti di atterraggio a Dubai. I cosiddetti “vertiporti” collegheranno l’Aeroporto Internazionale di Dubai con un centro commerciale, un hotel a Palm Jumeirah e l’Università americana situata nella città degli Emirati Arabi Uniti. Al momento, Uber e Joby Aviation sono concentrati sullo sviluppo dei taxi volanti solo a Dubai. Tuttavia, le società hanno dichiarato che Joby è nella fase finale di certificazione del servizio presso la Federal Aviation Administration, ossia l’autorità che regola il trasporto aereo statunitense. Sul tema è intervenuto Sachin Kansal, guida dello sviluppo dei prodotti di Uber, che ha dichiarato: “Crediamo da tempo nel potere della mobilità aerea avanzata per trasformare il modo in cui le persone si muovono nelle città”. Secondo quanto riportato da La Stampa, una delle caratteristiche più sorprendenti dei taxi volanti è l’assenza di rumore durante le fasi principali di volo. “Uber ci consentirà di rendere questa nuova modalità di trasporto familiare e accessibile, collegando terra e cielo attraverso un sistema progettato per far risparmiare tempo alle persone e integrarsi perfettamente nel modo in cui già si spostano” ha dichiarato Eric Allison, Chief Product Officer di Joby. Durante la conferenza stampa di presentazione della partnership, le due società hanno spiegato che i clienti potranno prenotare i voli su Uber Air. Il costo di una corsa (o meglio, di un volo) è al momento sconosciuto. Il servizio sembra comunque destinato a un pubblico di fascia alta. Il debutto a Dubai arriva 6 anni dopo l’acquisizione da parte della startup Uber Elevate. Secondo i dati del 2020, l’azienda di trasporti avrebbe investito circa 75 milioni di dollari nel progetto. > Today is a massive day for Joby. > > Alongside our partner @Uber, we’ve officially wrapped a historic product and > flight demonstration in Dubai, revealing a first look at the Uber Air > experience. > > We’re showing the world how seamless, ground-to-air travel will be bookable > with a… pic.twitter.com/EqHwUqIWRt > > — Joby Aviation (@jobyaviation) February 25, 2026 L'articolo Arrivano i’ taxi volanti’. I primi velivoli in azione a Dubai entro la fine del 2026: “Trasformiamo il modo in cui le persone si muovono” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La top 10 delle compagnie aeree più sicure al mondo: vince Etihad Airways, al secondo posto c’è Hong Kong, chiude il podio una sorpresa. E l’Italia? La classifica completa
Gli Emirati Arabi Uniti al primo posto, Hong Kong al secondo, l’Australia chiude il podio. E l’Italia? AirlineRating.com ha stilato la classifica delle 10 compagnie aeree più sicure al mondo. Il sito ha analizzato un campione di 320 aziende, basandosi su un ampio ventaglio di fattori: dal tasso di incidenti alla trasparenza nei confronti dei clienti. Al primo posto c’è l’Etihad Airways, compagnia emiratina che occupa per la prima volta la vetta della speciale classifica. A premiarla sono stati la flotta giovane, l’attenzione alla gestione delle turbolenze e il più basso tasso di incidenti per volo. Al secondo posto si posiziona la Cathay Pacific, compagnia di Hong Kong. Sul gradino più basso del podio si posiziona una compagnia australiana: Qantas. Appena fuori dalla top 3 si trova la Qatar Airways, con sede a Doha, in Qatar. Al quinto post l’Emirates, mentre al sesto c’è l’Air New Zealand. Chiudono la classifica delle 10 migliori compagnie aeree Singapore Airlines, Eva Air (Taiwan), Virgin Australia e la Korean Air. AirlineRating.com ha stilato anche la classifica delle 10 migliori compagnie low cost del 2025. In cima alla classifica c’è Hk Express, compagnia aerea di Hong Kong che si è aggiudicata il premio per il secondo anno consecutivo. Alle spalle degli asiatici c’è l’australiana Jestar Airways, mentre Scoot, compagnia di Singapore, si è classificata al terzo posto. ItaAirwyas, l’unica compagnia aerea italiana, non è rientrata in nessuna delle due top 10. L'articolo La top 10 delle compagnie aeree più sicure al mondo: vince Etihad Airways, al secondo posto c’è Hong Kong, chiude il podio una sorpresa. E l’Italia? La classifica completa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Yemen, centinaia di turisti bloccati sull’isola di Socotra: ci sono anche 86 italiani
Un gruppo di circa quattrocento turisti, tra cui 86 italiani, è bloccato da giorni a Socotra, arcipelago di quattro isole nell’oceano Indiano. La chiusura dello spazio aereo, legata alle tensioni regionali che coinvolgono Yemen, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha portato alla cancellazione di tutti i voli di rientro, lasciando i visitatori su un’isola estremamente difficile da raggiungere. L’Unità di crisi, in raccordo con la Farnesina, ha fatto sapere che lavora con i vari tour operator e con l’ambasciata a Riad, che è competente per lo Yemen, per cercare una soluzione per il rientro. L’unico collegamento aereo disponibile, operato dalla compagnia Air Arabia con partenza da Abu Dhabi, risulta sospeso a tempo indeterminato. Nonostante l’incertezza, le persone bloccate riferiscono di essere al sicuro: la preoccupazione principale riguarda l’assenza di indicazioni ufficiali sui tempi di ripartenza, una situazione già vissuta da altri connazionali recatisi lì nel maggio del 2024. La scarsità di strutture ricettive e i limiti al prelievo di dollari in contanti stanno creando disagi a chi aveva pianificato un breve soggiorno sull’isola. Sebbene appartenga formalmente allo Yemen dal 1967, l’arcipelago è da anni oggetto di interessi militari regionali. Attualmente è di fatto amministrata dal Consiglio di transizione del Sud, organizzazione secessionista yemenita sostenuta dagli Emirati Arabi. Il vicegovernatore Yehya ben Afrar ha parlato di più di 400 visitatori, mentre un rappresentante del governo ha precisato che sono 416, tra cui oltre 60 cittadini russi. Insieme a loro ci sono italiani, polacchi, lituani, tedeschi e cinesi. Al momento, l’unica ipotesi per lasciare l’isola sarebbe l’imbarco su una nave cargo diretta verso l’Oman, Paese non coinvolto nelle attuali tensioni regionali: una soluzione complessa e difficilmente praticabile. L'articolo Yemen, centinaia di turisti bloccati sull’isola di Socotra: ci sono anche 86 italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli Emirati investono un miliardo di dollari per l’intelligenza artificiale sull’Africa: una svolta strategica
Il recente annuncio di Abu Dhabi di investire un miliardo di dollari nello sviluppo di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa non è un episodio isolato, ma segna una svolta strategica per la trasformazione digitale continentale, ultima tappa di una lunga strategia di penetrazione economica ed energetica del Golfo nel continente. L’iniziativa “AI for Development”, presentata al G20 di Johannesburg – dove gli Emirati sono stati invitati alla riunione come ospiti dal presidente sudafricano Cyril Ramaphosa – promette di estendere capacità di calcolo, data center e applicazioni IA in settori come sanità, educazione e adattamento climatico, affiancandosi a progetti già esistenti nel campo dell’energia e delle grandi infrastrutture. Dietro la retorica dello sviluppo inclusivo, la domanda è: chi controllerà domani i “rubinetti” dell’energia e i “cervelli” digitali africani? Per Abu Dhabi, la strategia ha una logica economica piuttosto semplice. L’Africa è il continente dove la popolazione cresce più velocemente al mondo, le città si espandono a ritmi vertiginosi e la domanda di energia è enorme ma largamente insoddisfatta: più di 600 milioni di africani ancora oggi non hanno accesso regolare alla corrente elettrica. Gli investimenti dichiarati si concentrano sulle infrastrutture di intelligenza artificiale, ma per loro natura richiedono necessariamente nuova capacità energetica (incluse le rinnovabili) e il potenziamento delle reti elettriche. Questo serve a permettere ai paesi africani di reggere il carico digitale e colmare il deficit energetico complessivo. Da un lato le infrastrutture di intelligenza artificiale, dall’altro le fonti di energia necessarie per alimentarle. Investire oggi in reti, data center e infrastrutture IA significa posizionarsi in anticipo su un mercato che, nelle previsioni, fra vent’anni avrà una classe media più ampia, maggiore capacità di spesa e anche una domanda strutturale di servizi elettrici e digitali. Nel frattempo, i clienti reali oggi sono i governi, che acquistano energia all’ingrosso e servizi digitali per sanità, educazione, amministrazione; e poi le grandi imprese multinazionali che operano in logistica, estrattivo, agro-industria, telecomunicazioni. Il ritorno per Abu Dhabi, dunque, è multiplo: profitti industriali e finanziari, accesso privilegiato a risorse, influenza geopolitica e possibilità di orientare standard tecnologici e regolatori. L’elemento decisivo è la natura delle infrastrutture in gioco. Reti elettriche e data center non sono semplici impianti industriali: sono le ossa, i nervi e il cervello di una moderna economia. Chi li progetta, finanzia e gestisce può esercitare un’influenza profonda sulle priorità di sviluppo di un paese e, nei contratti riservati, questo potere passa attraverso concessioni pluridecennali in società miste dove l’investitore mantiene spesso quote e diritti speciali. Il rischio è soprattutto negli Stati dove le reti nazionali sono deboli, poco organizzate, inefficienti o addirittura quasi inesistenti: Liberia, Sierra Leone, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Guinea-Bissau. In questi contesti, l’investitore straniero non solo costruisce l’infrastruttura, ma può di fatto dettare tempi, tariffe e condizioni. Il quadro però non è uniforme. Esistono Stati africani che possiedono strutture pubbliche autonome e relativamente solide, con buone capacità tecniche e manageriali: Sudafrica, Marocco, Egitto, Tunisia, Algeria, Kenya, Ghana, Etiopia. Il problema è di scala: per gestire in autonomia moderni sistemi elettrici e le future piattaforme IA servirebbero ovunque migliaia di tecnici, ingegneri, data scientist, regolatori ben formati. Oggi la formazione scolastica di base in gran parte dell’Africa subsahariana è scarsa, le università Stem (facoltà di ingegneria, fisica, chimica, informatica, matematica) sono sottodimensionate e sottofinanziate. La traiettoria verso l’autonomia è quindi possibile, ma tutt’altro che garantita. La questione non è tanto “se” l’Africa avrà più energia e più IA – questo, con capitali del Golfo, cinesi, europei o americani, è molto probabile – quanto “chi” controllerà le leve e “come” verranno distribuiti benefici e potere. L'articolo Gli Emirati investono un miliardo di dollari per l’intelligenza artificiale sull’Africa: una svolta strategica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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