Gli Emirati Arabi Uniti al primo posto, Hong Kong al secondo, l’Australia chiude
il podio. E l’Italia? AirlineRating.com ha stilato la classifica delle 10
compagnie aeree più sicure al mondo. Il sito ha analizzato un campione di 320
aziende, basandosi su un ampio ventaglio di fattori: dal tasso di incidenti alla
trasparenza nei confronti dei clienti. Al primo posto c’è l’Etihad Airways,
compagnia emiratina che occupa per la prima volta la vetta della speciale
classifica. A premiarla sono stati la flotta giovane, l’attenzione alla gestione
delle turbolenze e il più basso tasso di incidenti per volo. Al secondo posto si
posiziona la Cathay Pacific, compagnia di Hong Kong. Sul gradino più basso del
podio si posiziona una compagnia australiana: Qantas. Appena fuori dalla top 3
si trova la Qatar Airways, con sede a Doha, in Qatar. Al quinto post l’Emirates,
mentre al sesto c’è l’Air New Zealand. Chiudono la classifica delle 10 migliori
compagnie aeree Singapore Airlines, Eva Air (Taiwan), Virgin Australia e la
Korean Air.
AirlineRating.com ha stilato anche la classifica delle 10 migliori compagnie low
cost del 2025. In cima alla classifica c’è Hk Express, compagnia aerea di Hong
Kong che si è aggiudicata il premio per il secondo anno consecutivo. Alle spalle
degli asiatici c’è l’australiana Jestar Airways, mentre Scoot, compagnia di
Singapore, si è classificata al terzo posto. ItaAirwyas, l’unica compagnia aerea
italiana, non è rientrata in nessuna delle due top 10.
L'articolo La top 10 delle compagnie aeree più sicure al mondo: vince Etihad
Airways, al secondo posto c’è Hong Kong, chiude il podio una sorpresa. E
l’Italia? La classifica completa proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Emirati Arabi Uniti
Un gruppo di circa quattrocento turisti, tra cui 86 italiani, è bloccato da
giorni a Socotra, arcipelago di quattro isole nell’oceano Indiano. La chiusura
dello spazio aereo, legata alle tensioni regionali che coinvolgono Yemen,
Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, ha portato alla cancellazione di tutti i
voli di rientro, lasciando i visitatori su un’isola estremamente difficile da
raggiungere. L’Unità di crisi, in raccordo con la Farnesina, ha fatto sapere che
lavora con i vari tour operator e con l’ambasciata a Riad, che è competente per
lo Yemen, per cercare una soluzione per il rientro.
L’unico collegamento aereo disponibile, operato dalla compagnia Air Arabia con
partenza da Abu Dhabi, risulta sospeso a tempo indeterminato. Nonostante
l’incertezza, le persone bloccate riferiscono di essere al sicuro: la
preoccupazione principale riguarda l’assenza di indicazioni ufficiali sui tempi
di ripartenza, una situazione già vissuta da altri connazionali recatisi lì nel
maggio del 2024. La scarsità di strutture ricettive e i limiti al prelievo di
dollari in contanti stanno creando disagi a chi aveva pianificato un breve
soggiorno sull’isola.
Sebbene appartenga formalmente allo Yemen dal 1967, l’arcipelago è da anni
oggetto di interessi militari regionali. Attualmente è di fatto amministrata dal
Consiglio di transizione del Sud, organizzazione secessionista yemenita
sostenuta dagli Emirati Arabi.
Il vicegovernatore Yehya ben Afrar ha parlato di più di 400 visitatori, mentre
un rappresentante del governo ha precisato che sono 416, tra cui oltre 60
cittadini russi. Insieme a loro ci sono italiani, polacchi, lituani, tedeschi e
cinesi. Al momento, l’unica ipotesi per lasciare l’isola sarebbe l’imbarco su
una nave cargo diretta verso l’Oman, Paese non coinvolto nelle attuali tensioni
regionali: una soluzione complessa e difficilmente praticabile.
L'articolo Yemen, centinaia di turisti bloccati sull’isola di Socotra: ci sono
anche 86 italiani proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il recente annuncio di Abu Dhabi di investire un miliardo di dollari nello
sviluppo di infrastrutture di intelligenza artificiale in Africa non è un
episodio isolato, ma segna una svolta strategica per la trasformazione digitale
continentale, ultima tappa di una lunga strategia di penetrazione economica ed
energetica del Golfo nel continente.
L’iniziativa “AI for Development”, presentata al G20 di Johannesburg – dove gli
Emirati sono stati invitati alla riunione come ospiti dal presidente sudafricano
Cyril Ramaphosa – promette di estendere capacità di calcolo, data center e
applicazioni IA in settori come sanità, educazione e adattamento climatico,
affiancandosi a progetti già esistenti nel campo dell’energia e delle grandi
infrastrutture.
Dietro la retorica dello sviluppo inclusivo, la domanda è: chi controllerà
domani i “rubinetti” dell’energia e i “cervelli” digitali africani? Per Abu
Dhabi, la strategia ha una logica economica piuttosto semplice. L’Africa è il
continente dove la popolazione cresce più velocemente al mondo, le città si
espandono a ritmi vertiginosi e la domanda di energia è enorme ma largamente
insoddisfatta: più di 600 milioni di africani ancora oggi non hanno accesso
regolare alla corrente elettrica. Gli investimenti dichiarati si concentrano
sulle infrastrutture di intelligenza artificiale, ma per loro natura richiedono
necessariamente nuova capacità energetica (incluse le rinnovabili) e il
potenziamento delle reti elettriche. Questo serve a permettere ai paesi africani
di reggere il carico digitale e colmare il deficit energetico complessivo. Da un
lato le infrastrutture di intelligenza artificiale, dall’altro le fonti di
energia necessarie per alimentarle.
Investire oggi in reti, data center e infrastrutture IA significa posizionarsi
in anticipo su un mercato che, nelle previsioni, fra vent’anni avrà una classe
media più ampia, maggiore capacità di spesa e anche una domanda strutturale di
servizi elettrici e digitali. Nel frattempo, i clienti reali oggi sono i
governi, che acquistano energia all’ingrosso e servizi digitali per sanità,
educazione, amministrazione; e poi le grandi imprese multinazionali che operano
in logistica, estrattivo, agro-industria, telecomunicazioni.
Il ritorno per Abu Dhabi, dunque, è multiplo: profitti industriali e finanziari,
accesso privilegiato a risorse, influenza geopolitica e possibilità di orientare
standard tecnologici e regolatori. L’elemento decisivo è la natura delle
infrastrutture in gioco. Reti elettriche e data center non sono semplici
impianti industriali: sono le ossa, i nervi e il cervello di una moderna
economia. Chi li progetta, finanzia e gestisce può esercitare un’influenza
profonda sulle priorità di sviluppo di un paese e, nei contratti riservati,
questo potere passa attraverso concessioni pluridecennali in società miste dove
l’investitore mantiene spesso quote e diritti speciali.
Il rischio è soprattutto negli Stati dove le reti nazionali sono deboli, poco
organizzate, inefficienti o addirittura quasi inesistenti: Liberia, Sierra
Leone, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Guinea-Bissau. In questi contesti,
l’investitore straniero non solo costruisce l’infrastruttura, ma può di fatto
dettare tempi, tariffe e condizioni.
Il quadro però non è uniforme. Esistono Stati africani che possiedono strutture
pubbliche autonome e relativamente solide, con buone capacità tecniche e
manageriali: Sudafrica, Marocco, Egitto, Tunisia, Algeria, Kenya, Ghana,
Etiopia. Il problema è di scala: per gestire in autonomia moderni sistemi
elettrici e le future piattaforme IA servirebbero ovunque migliaia di tecnici,
ingegneri, data scientist, regolatori ben formati.
Oggi la formazione scolastica di base in gran parte dell’Africa subsahariana è
scarsa, le università Stem (facoltà di ingegneria, fisica, chimica, informatica,
matematica) sono sottodimensionate e sottofinanziate. La traiettoria verso
l’autonomia è quindi possibile, ma tutt’altro che garantita. La questione non è
tanto “se” l’Africa avrà più energia e più IA – questo, con capitali del Golfo,
cinesi, europei o americani, è molto probabile – quanto “chi” controllerà le
leve e “come” verranno distribuiti benefici e potere.
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artificiale sull’Africa: una svolta strategica proviene da Il Fatto Quotidiano.