Quattordici ore di volo trasformate in un incubo logistico e umano. Un decesso
improvviso subito dopo il decollo, la fredda applicazione dei protocolli aerei
che sconsigliano l’atterraggio di emergenza per un passeggero già deceduto e,
infine, un grave errore di valutazione: aver posizionato la salma in un’area
dell’aereo dotata di pavimento riscaldato. È la sintesi di quanto accaduto lo
scorso 15 marzo a bordo del volo BA32 della British Airways, operato con un
Airbus A350-1000 e decollato da Hong Kong con destinazione Londra Heathrow. Una
vicenda che ha lasciato sotto choc i 331 passeggeri a bordo e lo stesso
personale della compagnia britannica.
IL MALORE E LA DECISIONE DI NON DEVIARE IL VOLO
Il dramma si è consumato a circa un’ora dal decollo, quando una donna sulla
sessantina, in viaggio con i propri familiari, è deceduta improvvisamente.
Constatato il decesso, l’equipaggio si è trovato a dover gestire l’emergenza in
un volo a lungo raggio appena iniziato. Come ha spiegato una fonte interna
citata dal tabloid britannico The Sun, la decisione dei piloti è stata quella di
proseguire verso il Regno Unito per le restanti 13 ore. “Ovviamente, la famiglia
della donna era distrutta, così come l’equipaggio. Molti volevano tornare a Hong
Kong”, ha rivelato la fonte. “Ma, per dirla senza mezzi termini, se un
passeggero è già morto, la situazione non è più considerata un’emergenza”.
IL NODO DELLA SALMA: IL RIFIUTO DELLA TOILETTE E IL PAVIMENTO RISCALDATO
La gestione del corpo ha innescato un acceso dibattito a bordo. In base alle
linee guida della International Air Transport Association (IATA), quando una
persona viene dichiarata morta in volo, la salma dovrebbe essere spostata in un
posto isolato, ricollocata nel proprio sedile originario o, “a discrezione
dell’equipaggio, in un’altra area che non ostruisca un corridoio o un’uscita”.
“C’è stata una discussione su cosa fare con il corpo“, ha riferito la fonte al
Sun. “La richiesta della cabina di pilotaggio di rinchiuderlo in una toilette è
stata respinta dall’equipaggio. Quindi hanno dovuto isolare la salma, avvolgerla
in appositi materiali e spostarla in una galley [l’area cucina/servizio, ndr]
nella parte posteriore dell’aereo”.
È in questo frangente che si è consumato l’errore che ha aggravato la
situazione: la galley scelta disponeva di un sistema di riscaldamento a
pavimento. “Un dettaglio trascurato da alcuni membri dell’equipaggio”, ha
precisato la fonte. La prolungata esposizione al calore per oltre 12 ore ha
avuto conseguenze inevitabili: “Verso la fine del volo ci sono state lamentele
per la presenza di un cattivo odore in quella regione del velivolo. La puzza era
irrespirabile“. Lo choc è stato tale che, secondo le indiscrezioni, alcuni
passeggeri avrebbero dovuto prendere giorni di permesso dal lavoro per
riprendersi dallo stress psicologico del viaggio.
L’ARRIVO A LONDRA E LA POSIZIONE DELLA COMPAGNIA
L’Airbus ha toccato la pista di Heathrow alle 4:52 del mattino. Ad attendere il
volo BA32 c’era la polizia britannica: ai passeggeri è stato chiesto di rimanere
seduti ai propri posti per circa 45 minuti, il tempo necessario agli agenti per
salire a bordo e completare i primi accertamenti legali sul decesso. Nonostante
il forte disagio riportato, British Airways ha confermato di non aver ricevuto
denunce formali da parte dei passeggeri. La compagnia ha rilasciato una
dichiarazione ufficiale per chiarire la propria posizione e difendere l’operato
del personale: “Un cliente purtroppo è deceduto a bordo e i nostri pensieri
vanno alla sua famiglia e ai suoi amici in questo momento difficile. Stiamo
supportando il nostro equipaggio e tutte le procedure sono state seguite
correttamente”.
L'articolo “C’era una puzza irrespirabile, c’è stata una discussione su cosa
fare con il corpo”: passeggera muore a bordo, il cadavere lasciato per 13 ore su
un pavimento riscaldato. Incubo sul volo British Airways proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Aerei
Le venti maggiori compagnie aeree quotate in borsa a livello mondiale hanno
perso circa 53 miliardi di dollari di valore dall’inizio della guerra di Stati
Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio. Lo scrive il Financial
Times, confermando che il settore aereo sta attraversando la peggiore crisi
dalla pandemia. Le compagnie sono anche preoccupate per una possibile carenza di
carburante. Il costo del propellente per aerei è raddoppiato dall’inizio del
conflitto e sono in preparazione piani di emergenza.
Secondo diversi dirigenti del settore, non esistono garanzie sulla disponibilità
di jet fuel oltre il breve termine e le aziende stanno già valutando scenari
alternativi, inclusi tagli ai voli, in particolare verso l’Asia, dove il
rifornimento dipende in larga parte dalle rotte energetiche del Golfo. Il timore
principale riguarda non solo l’aumento dei costi ma anche la possibilità
concreta di una riduzione dell’offerta. Alcuni aeroporti dispongono ancora di
scorte per alcune settimane, ma operatori e trader energetici avvertono che in
diverse aree del mondo le carenze potrebbero diventare inevitabili. Paesi come
il Vietnam hanno già segnalato il rischio di limitazioni ai voli. A pesare sono
soprattutto le tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il trasporto
energetico globale, e le restrizioni alle esportazioni di carburanti da parte di
alcuni Paesi asiatici.
Gli operatori di jet privati intanto si trovano a dover pagare fino a 50.000
dollari di assicurazione contro i “rischi di guerra” per atterrare in Medio
Oriente. Una cifra che a volte può raddoppiare il prezzo del noleggio di un
aereo per raggiungere la regione. In alcuni casi, secondo quanto riferito da
broker e operatori, le compagnie aeree effettuano il rifornimento di carburante
al di fuori della regione per ridurre i costi assicurativi, minimizzando il
tempo trascorso a terra nel Golfo.
L’iniziale impennata della domanda di viaggi privati dal Golfo, successiva ai
primi attacchi israelo-americani contro l’Iran e alle decine di migliaia di
cancellazioni registrate nei primi giorni di guerra, si è attenuata con la
ripresa dei voli da parte di compagnie aeree commerciali come Emirates.
Tuttavia, il traffico di voli charter nella regione rimane significativo, a
causa della limitata disponibilità di spazio aereo e del tentativo dei residenti
più facoltosi di rientrare o lasciare la zona. Secondo quanto raccolto da Ft,
noleggiare un jet di grandi dimensioni costa generalmente circa 10.000 sterline
per ogni ora di volo ma dopo l’inizio del conflitto la cifra è raddoppiata.
L'articolo Guerra in Medio Oriente, le maggiori compagnie aeree hanno perso 53
miliardi di dollari. E ora si rischia la mancanza di carburante proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nervosismo, calci e spintoni su un aereo di linea per un sedile inclinato. La
lite, avvenuta a bordo di un volo Air France, ha visto coinvolte una signora ed
una giovane ragazza, di nome Ameera Jauniaux, @ameejau su TikTok. L’accesa
discussione è stata ripresa dal cellulare di Ameera, salvo poi finire sui
social, diventando virale con 13.4 milioni di visualizzazioni.
Ameera stava viaggiando con un’amica. A volo inoltrato, la giovane, con
l’intento di riposarsi, si era portata il cappuccio della felpa sulla testa ed
aveva collegato il bluetooth delle cuffiette col proprio cellulare. Tutto, o
quasi, era pronto per concedersi un riposino. All’appello delle comodità mancava
un’ultima cosa, ovvero premere il pulsante per reclinare leggermente il sedile.
Ma quest’ultima azione ha mandato su tutte le furie la passeggera che si trovava
dietro Ameera che, in preda al fastidio ed alla frustrazione, ha ripetutamente
sbattuto le mani contro il sedile inclinato della giovane, allargando le braccia
dalla disperazione.
Il video, accompagnato dalla didascalia “Il peggior viaggio in aereo”, è stato
caricato in rete con il sottofondo di “House” di Charli xcx e John Cale. Ameera
ha poi aggiunto scherzosamente: “Penso che morirò in questa casa”, prima di
zoomare rapidamente sul volto della donna. In un altro cortometraggio, della
durata di quasi un minuto, si vedono Ameera e l’amica che chiedono, alla signora
di dietro, di smettere di continuare a spingere in avanti il sedile della
giovane creator. E gli assistenti di volo? Secondo quanto riferito da Ameera,
l’equipaggio di cabina sarebbe intervenuto ben cinque volte, con l’intento di
calmare gli animi. Ma, sfortunatamente, non c’è stato nulla da fare e la
tiritera tra le due passeggere è proseguita fino a poco prima dell’atterraggio.
Ameera non è rimasta del tutto soddisfatta del trattamento ricevuto dagli
assistenti e dalla stessa compagnia aerea. La creator, per lo spiacevole
inconveniente, ha riferito che sarebbe stato gradito offrirle o un upgrade o il
rimborso del biglietto. Il video ha scatenato un dibattito tra i commenti.
C’è chi ha condannato il comportamento esagerato della donna e chi, invece, ha
provato a comprenderne la frustrazione. Infatti, i posti a sedere delle
compagnie low cost diventano, col passare degli anni, sempre più stretti. Alla
base del ragionamento c’è, come spesso accade, una questione economica. Più i
posti a sedere sono stretti e più sedili potranno starci in un aereo. Quindi da
un lato la compagnia guadagna un po’ di più ma, dall’altro, la comodità del volo
potrebbe risultare, per alcuni viaggiatori, più complessa. E il rischio è
proprio quello di avere maggiore frustrazione a bordo.
A difendere Ameera dall’eccessivo atteggiamento della signora ci ha pensato un
utente: “Ma la gente non si rende conto che i sedili degli aerei si reclinano
solo di un paio di centimetri? Si comportano come se tu fossi sdraiato in grembo
alla persona”. Un’altra, che ha affermato di essere un membro dell’equipaggio di
cabina, ha detto: “(…) Tutti hanno il diritto di reclinare il sedile,
soprattutto se non è l’ora dei pasti!”.
C’è anche chi difende la signora. “A dire il vero, sono dalla parte della
signora. Odio sedermi dietro a qualcuno che reclina il sedile. Mi dà meno
spazio, non posso usare il tavolino e non riesco a dormire. Non reclinerò mai un
sedile di un aereo”, ha scritto un utente. E ancora: “Opinione impopolare: i
sedili non dovrebbero reclinarsi in classe economica. È già una scatola di
latta. Perdere spazio perché qualcuno davanti a te ha reclinato il sedile è
davvero la cosa peggiore”. C’è anche chi ha cercato di comprendere le ragioni di
entrambe le passeggere. “Detesto assolutamente quando le persone si reclinano.
Siamo già stipati come sardine, non peggioriamo la situazione! Detto questo, la
reazione di questa signora è stata fuori controllo – ha specificato l’utente -.
Non si può prendere a calci e pugni il sedile davanti. Si può chiedere
gentilmente di riportarlo in posizione verticale e, se non lo fa, allora finisce
lì”.
> @ameejau Worst plane ride #fyp #trending #plane #travel ♬ original sound –
> unicornsprinklerz
L'articolo “Anche se si è stipati come sardine in aereo non si può prendere a
calci e pugni il sedile davanti”: la lite tra due passeggeri scatena un
dibattito sul Web proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lavorare da casa, evitare i viaggi in aereo e diminuire di 10 chilometri orari i
limiti di velocità in autostrada. Sono tre delle regole contenute nel decalogo
dell’Agenzia internazionale dell’Energia pensate per alleviare la pressione dei
prezzi del petrolio sui consumatori in risposta alle interruzioni delle
forniture in Medio Oriente, innescate dalla guerra in Iran.
Il rapporto dell’Iea è stato pubblicato sull’onda del moltiplicarsi delle
previsioni negative sulle scorte nei prossimi mesi e sul conseguente aumento dei
prezzi per tutte le tipologie di carburanti con un impatto diretto sia al
distributore di benzina che, prossimamente, nel costo delle bollette.
Le misure – spiega l’Agenzia – sono a sostegno della domanda a disposizione di
governi, imprese e famiglie e riguardano i trasporti, sia su strada che aereo,
la cottura dei cibi e l’industria, in un contesto di tensioni nei mercati del
diesel, del carburante per aerei e del Gpl. La perdita dei flussi attraverso lo
Stretto di Hormuz, ricorda l’Iea, ha “ristretto significativamente i mercati,
spingendo i prezzi del petrolio greggio oltre i 100 dollari al barile e
provocando aumenti ancora più marcati dei prodotti raffinati come gasolio,
carburante per aerei e gas di petrolio liquefatto”.
Tuttavia, finora, i governi sono intervenuti esclusivamente sul lato
dell’offerta e queste misure, secondo l’Agenzia, “non possono compensare
completamente” l’entità dell’interruzione: “Affrontare la domanda è uno
strumento fondamentale e immediato per ridurre la pressione sui consumatori,
migliorando l’accessibilità economica e sostenendo la sicurezza energetica”,
viene spiegato.
Le misure contenute nel rapporto “possono essere implementate rapidamente da
governi, imprese e famiglie” e “si concentrano principalmente sul trasporto su
strada, che rappresenta circa il 45% della domanda globale di petrolio”.
Un’adozione diffusa “ne amplificherebbe l’impatto globale e contribuirebbe ad
attutire lo shock”, rimarca l’Agenzia internazionale per l’Energia.
“In assenza di una rapida risoluzione, l’impatto sui mercati energetici e sulle
economie è destinato a diventare sempre più grave”, ha dichiarato il direttore
esecutivo Fatih Birol. Da qui, la decisione di indicare un decalogo di
comportamenti che può alleviare la situazione. Innanzitutto, l’Iea chiede di
incentivare il lavoro da casa quando possibile, poiché “riduce il consumo di
petrolio dovuto agli spostamenti casa-lavoro, soprattutto laddove le mansioni si
prestano al lavoro a distanza”.
Quindi chiede di ridurre i limiti di velocità in autostrada di almeno 10
chilometri orari poiché “velocità inferiori riducono il consumo di carburante
per autovetture, furgoni e camion”. Al punto 3 viene proposta un’incentivazione
al trasporto pubblico perché “può ridurre rapidamente la domanda”. Un’altra idea
è quella della circolazione a targhe alterne nelle grandi città, in modo da
“ridurre la congestione” del traffico e una tipologia di guida che consuma molto
carburante.
L’Iea propone tra le soluzioni anche il car sharing e l’adozione di pratiche di
guida efficienti, soprattutto per i veicoli commerciali e consegna merci
chiedendo anche di prestare attenzione alla “manutenzione dei veicoli” e alla
“ottimizzazione del carico”, riducendo così il consumo di gasolio. L’invito è
anche rivolto a chi ha un’auto alimentata a Gpl, passando alla benzina così da
“preservare il Gpl per la cottura e altre necessità essenziali”.
Sarebbero da evitare anche i viaggi aerei “laddove esistano alternative”.
Tradotto: “Ridurre i voli d’affari può alleviare rapidamente la pressione sui
mercati del carburante per aerei”. I consigli entrano anche nel campo della vita
domestica, con la richiesta di “passare ad altre soluzioni di cottura moderne” e
“incoraggiare la cottura elettrica”. Viene poi richiesto alle industrie di
“sfruttare la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e implementare
misure di efficienza e manutenzione a breve termine”, così da “liberare” il Gpl
per “usi essenziali, riducendo al contempo il consumo di petrolio attraverso
rapidi miglioramenti operativi”.
L'articolo “Lavorare da casa ed evitare i viaggi in aereo”: il decalogo
dell’Agenzia per l’Energia per alleviare il caro benzina proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Le vacanze e i viaggi di Pasqua potrebbero non essere immuni da ripercussioni
legate alla guerra in Iran. A partire dal mese prossimo, infatti, le compagnie
aeree potrebbero trovarsi ad affrontare carenze di carburante per aerei a causa
della chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo The Times, sarebbero a rischio
in particolare i voli a lungo raggio. Senza contare che gli operatori del
settore hanno lanciato un avvertimento legato al caro biglietti in arrivo:
l’associazione Airlines for Europe, che raggruppa le principali compagnie, ha
avvisato che l’impennata dei prezzi del petrolio porterà a possibile aumento
delle tariffe nel breve periodo.
Stando a un articolo del quotidiano britannico, le compagnie aeree sono già
state avvertire che da aprile dovranno affrontare carenze di carburante che
potrebbero innescare cancellazioni di voli verso le destinazioni più lontane,
anche nel periodo delle vacanze pasquali. A incidere sulla situazione è la
sostanziale chiusura dello Stretto di Hormuz che impedisce il passaggio delle
navi petroliere: uno stallo che sta portando all’esaurimento delle riserve che
non vengono reintegrate.
Tra i primi Paesi a lanciare l’allarme c’è stato il Vietnam, dipendente
dall’import del carburante per aerei da Cina e Thailandia: quest’ultimi due
Paesi hanno infatti tagliato l’esportazione per preservare le proprie riserve.
La previsione degli esperti del settore è che altri Paesi seguano questa linea,
portando rapidamente le compagnie aeree a dover scegliere se interrompere i voli
verso alcune destinazioni poiché non avrebbero modo di rifornirsi di carburante
per affrontare il viaggio di ritorno.
Al problema – sostiene The Times – non è immune anche la Gran Bretagna: sarebbe
vulnerabile a causa di un massiccio import da Kuwait, Arabia Saudita ed Emirati
Arabi Uniti, tre Paesi del Golfo che in questo momento sono oggetto delle
rappresaglie dell’Iran agli attacchi di Israele e Usa. La penuria di carburante,
avvisano le compagnie aeree europee, avrà un effetto sui voli interni, anche
europei, perché i prezzi sono schizzati alle stelle, raddoppiando in Europa e
aumentando di quasi l’80% in Asia: questo porterà a un rincaro dei biglietti,
avvertono le compagnie aeree europee riunite a Bruxelles nell’associazione
Airlines for Europe. Air France-Klm, Sas e Finnair hanno già segnalato possibili
aumenti delle tariffe.
L'articolo Guerra in Iran, da aprile carenze di carburante per aerei: “A rischio
i voli a lungo a raggio”. Caro biglietti in arrivo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Se l’errore del pilota di Airbus A320neo di Scandinavian Airlines lo scorso 5
febbraio a Bruxelles non si è trasformato in tragedia, è solo grazie alla
prontezza del primo ufficiale che si è accorto in tempo che il volo diretto a
Copenhagen stava decollando dalla pista sbagliata. A un mese e dieci giorni
dall’incidente sfiorato, l’inchiesta aperta ha svelato tutti i dettagli e la
sequenza di clamorosi errori che hanno portato il pilota ad imboccare una via di
rullaggio, per poi interrompere la corsa a pochi metri da un deposito di
carburante dopo aver raggiunto una velocità di circa 220 chilometri orari.
IL DISASTRO AEREO DI BRUXELLES EVITATO SOLO GRAZIE AL COPILOTA
Chissà se la sera del 5 febbraio scorso i 152 passeggeri a bordo del volo SK2590
diretto a Copenaghen si sono accorti che invece di immettersi sulla pista di
decollo, ha virato sulla taxiway E1, cioè una via di rullaggio. La domanda è
chiaramente retorica, visto che il comandante – un “56enne con 15.089 ore di
volo alle spalle”, come riporta il Corriere della Sera – ha compreso tardi che
qualcosa non andava. Il pilota nota “che la visuale frontale appare sempre più
ristretta, ma non reagisce immediatamente”, hanno scritto gli investigatori. E
nemmeno la torre di controllo ha capito che il velivolo aveva imboccato la pista
sbagliata e rischiava di schiantarsi contro un deposito di carburante. La
tragedia viene evitata solo grazie al primo ufficiale che capisce quanto lo
spazio stia diventando troppo ristretto per poter decollare in tranquillità, poi
si volta verso destra e nota che la pista di decollo è un’altra. A quel punto
comincia a urlare: “No, questo non va bene. Stop! Stop! Stop! Stop!”. L’aereo è
a 235 chilometri l’ora ma in quattordici secondi si blocca grazie ad una frenata
tempestiva, fermandosi a 65 metri dalla recinzione e dal deposito.
UNA CATENA DI ERRORI CLAMOROSI
Ma cos’ha portato a questo incidente sfiorato? Intanto il ritardo accumulato.
L’aereo era atterrato oltre un’ora dopo rispetto al previsto, poi le procedure
di imbarco erano state rallentate dai viaggiatori con “notevoli quantità di
bagaglio a mano”. A quel punto l’equipaggio è sotto pressione, vanno rispettate
le tempistiche di assegnazione, intanto la pioggia rende la visibilità più
complicata: così, quando “il controllo del traffico aereo propone all’equipaggio
una partenza dalla pista 7 destra, passando dall’intersezione C6 per guadagnare
tempo”, i piloti accettano. A quel punto iniziano le procedure di decollo ma in
“un incrocio complesso” viene commesso un errore: “I piloti del volo Sas non
attraversano l’intersezione C6 — che conduce alla pista assegnata — ma virano a
sinistra e imboccano la via di rullaggio E1, che corre parallela. Al controllore
però comunicano di essere nel posto designato”. Colpa di un “hot spot”, una zona
nota per possibili confusioni di navigazione a terra dove “una delle insegne
luminose che indica la via di rullaggio E1 non funziona”. Come se non bastasse,
“l’aereo non era dotato di strumenti che avvisano i piloti quando un decollo
avviene da una pista sbagliata. Il sistema di allarme aeroportuale non ha
segnalato l’errore perché il monitoraggio automatico dei movimenti è progettato
per individuare le partenze da piste sbagliate, ma non da una via di rullaggio”.
L’intuizione del primo ufficiale ha evitato il disastro, ma solo per un soffio.
“Scandinavian?”, domandano dalla torre di controllo vedendo il velivolo fermo.
“Stiamo bene, ma qualcosa è andato davvero storto”, ha risposto il primo
ufficiale. Ora Sas ha annunciato “l’introduzione di mappe digitali che mostrano
la posizione dell’aereo in tempo reale sulle carte aeroportuali”. Meglio tardi
che mai.
L'articolo “Stop! Stop! È la pista sbagliata, frena!”, il primo ufficiale evita
il disastro aereo: “Una sequenza di errori clamorosi ha portato il pilota a
imboccare la via sbagliata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sono oltre 7,5 milioni le persone che hanno visto i propri voli cancellati
dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, a seguito della chiusura dei tre più
importanti hub del Golfo: Doha, Dubai e Abu Dhabi. Ad essere colpiti
maggiormente i cinque principali vettori dell’area, con un danno stimato di
almeno 1,6 miliardi di dollari solo per i mancati ricavi dei biglietti già
emessi.
A riportare le stime, sulla base dei dati di settore, è il Corriere della Sera,
che spiega come il bilancio non sia definitivo, a causa sia della prosecuzione
del conflitto, ma anche della progressiva riduzione delle ripercussioni sulle
operazioni di volo. A peggiorare l’impatto economico sui vettori coinvolti, sono
anche le spese aggiuntive sostenute dalle compagnie come l’emissione di nuovi
biglietti per i passeggeri coinvolti, le sistemazioni negli hotel, i pasti, i
trasferimenti da e per l’aeroporto, oltre ai mancati ricavi del cargo
trasportato nelle stive degli aerei. Tra il 28 febbraio, data di inizio delle
ostilità con Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra, e il
pomeriggio del 10 marzo nel Golfo Persico, sono stati più di 43mila i voli
cancellati, tra partenze e arrivi, secondo i dati forniti dalla piattaforma
specializzata Cirium. Non è stato effettuato, secondo le stime, il 55% dei
viaggi programmati da tutti i vettori, locali e internazionali.
Le principali compagnie aeree coinvolte nell’area sono Emirates, Qatar Airways,
Etihad Airways, flydubai e Air Arabia: nel periodo analizzato, i vettori hanno
cancellato complessivamente almeno 16.500 mila voli, coinvolgendo direttamente
circa 3,7 milioni di passeggeri. Tra questi, almeno 2 milioni di passeggeri
avevano prenotato voli delle compagnie Emirates e Qatar Airways, quest’ultima
con quasi il 94% dei voli cancellati. Circa mezzo milione risultavano invece i
passeggeri già con biglietti emessi da Etihad. Secondo i dati forniti da
Flightradar24 — la principale piattaforma di monitoraggio dei movimenti aerei —
Emirates ed Etihad hanno ripreso alcuni servizi di linea dalle rispettive basi
di Dubai e Abu Dhabi, dopo una settimana che è stata caratterizzata dalle
migliaia di cancellazioni. Doha, hub di Qatar Airways, dopo un blocco totale
dello spazio aereo, ha iniziato a consentire gradualmente alcuni voli.
L’impatto economico subito dai principali vettori dell’area rimane comunque
sostenibile: si tratta infatti di compagnie dotate di una significativa
liquidità e con alle spalle i fondi sovrani da centinaia di miliardi di dollari.
Resta però da comprendere gli effetti di medio e lungo periodo, soprattutto nel
caso in cui il conflitto dovesse proseguire nelle prossime settimane. Secondo le
stime del Corriere, le perdite sono di circa 640 milioni di dollari per
Emirates, 605 milioni per Qatar Airways, 206 milioni per Etihad, e circa 110
milioni complessivi per flydubai e Air Arabia.
I tre hub, quelli di Doha, Dubai e Abu Dhabi, sono utilizzati da oltre 100 mila
passeggeri al giorno per gli spostamenti tra Europa e Asia-Oceania. Per Etihad e
Qatar Airways circa l’80% dei viaggiatori è in transito, mentre per Emirates la
quota scende al 50-55%.
L'articolo Cancellati 43mila voli a causa dell’escalation in Medio Oriente:
oltre 7,5 milioni i passeggeri rimasti a terra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Navi che risultano in navigazione sulla terraferma o che appaiono muoversi in
perfetti cerchi geometrici, così come irrealistiche rotte degli aerei e false
informazioni di altitudine del velivolo. Ecco alcuni dei nuovi rischi nell’area
del Golfo per il commercio via mare e i trasporti aerei a causa di un’altra
faccia della guerra tra Israele-Usa e Iran: l’utilizzo della sempre più diffusa
arma delle interferenze del Gps.
Per rendersi conto di quello che sta accadendo basta dare uno sguardo ai portali
di monitoraggio dei voli o del traffico marittimo (ad esempio Flightradar24 o
MarineTraffic): nell’area dei Paesi del Golfo o negli specchi d’acqua in
prossimità dell’Iran è possibile riscontrare delle “rotte impazzite” o
imbarcazioni che risultano scaraventate nell’entroterra. Ma non è solo un
intoppo marginale per gli utenti: il problema riguarda direttamente i sistemi di
navigazione a bordo delle navi e degli aerei.
Tutto questo è provocato dalle interferenze Gps: una tecnica sempre più
utilizzata nei conflitti per creare problemi alle traiettorie di droni e
missili. Grazie alle trasmissioni di segnali radio ad alta intensità nelle
stesse bande di frequenza utilizzate dagli strumenti di navigazione di missili
teleguidati e aeromobili a pilotaggio remoto si cerca in questo modo di togliere
loro precisione, ingannandoli e dirigendoli verso falsi target, facendoli
apparire in posizioni geografiche diverse da quelle reali. Questo avviene
attraverso il jamming e lo spoofing: il primo è un attacco che blocca i segnali
satellitari emettendo rumore radio, rendendo così il Gps inutilizzabile. Lo
spoofing, invece, è una tecnica più sofisticata che invia segnali falsi per
ingannare il ricevitore, facendogli credere di trovarsi in una posizione o in un
orario errati.
Ma se questa arma risulta utile per contrastare i raid, dall’altro provoca delle
rilevanti conseguenze anche alle navi commerciali nella zona e agli aerei (anche
quelli di linea) che sorvolano le aree calde del conflitto. Subito dopo i primi
attacchi, infatti, i sistemi delle navi sono impazziti, segnalando le
imbarcazioni in posizioni molto distanti da quelle effettive: alcune addirittura
in aeroporti o in una centrale nucleare e sul territorio iraniano. Solo nelle
prime 24 ore dall’inizio dei raid in Iran, l’interferenza elettronica ha
interrotto i sistemi di navigazione di oltre 1.100 navi commerciali nelle acque
degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell‘Oman e dell’Iran, secondo un rapporto
di Windward, una società di intelligence marittima.
“Quello che stiamo vedendo in questo momento nel Golfo del Medio Oriente è
estremamente pericoloso per la navigazione marittima”, ha dichiarato Michelle
Wiese Bockmann, analista senior dell’azienda, come riporta la Cnn.
L’interferenza ha costretto alcune petroliere a invertire la rotta o a fermarsi:
il Sistema di Identificazione Automatica (AIS) delle navi – che trasmette
informazioni chiave su posizione, velocità e virata dell’imbarcazione – era
infatti andato in tilt. Questo sistema ha come primo scopo quello di evitare
collisioni tra navi. Lloyd’s List Intelligence, società di analisi e dati
marittimi, ha dichiarato di aver registrato 1.735 eventi di interferenza Gps che
hanno interessato 655 imbarcazioni tra l’inizio della guerra e il 3 marzo. Oltre
al rischio di attacchi da parte delle forze iraniane, anche questo problema è
stato una delle cause che ha provocato il blocco della navigazione delle
petroliere dallo Stretto di Hormuz: un tratto di mare fondamentale, attraverso
il quale transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto a
livello mondiale.
Le interferenze elettroniche nei sistemi di navigazione rappresentano così una
minaccia anche per gli aerei che percorrono rotte nelle regioni interessate. E
considerando che gli aeroporti di Dubai e Doha sono degli scali fondamentali per
i collegamenti tra i diversi continenti, il problema riguarda una buona
percentuale del traffico aereo mondiale. Nelle cabine si vedono i display di
navigazione “letteralmente allontanarsi dalla realtà”, ha affermato un pilota
commerciale alla Cnn. Lui come diversi colleghi raccontano di avere riscontrato
spostamenti della mappa, anche di chilometri rispetto alla traiettoria
effettiva, ma anche false informazioni di altitudine. Queste situazioni
costringono i piloti a fare affidamento su altra strumentazione: le compagnie
aeree sottolineano comunque che gli equipaggi sono addestrati alla gestione di
questi rischi.
Secondo i dati dell’International Air Transport Association, il numero di eventi
di perdita del segnale del sistema di posizionamento globale che hanno
interessato gli aerei è aumentato del 220% tra il 2021 e il 2024. Lo scorso anno
la Iata ha affermato che l’industria aeronautica deve agire per prevenire la
minaccia. Di interferenze Gps si era parlato tanto lo scorso settembre quando il
problema riguardò un volo con a bordo la presidente della Commissione europea
Ursula von der Leyen costringendo i piloti ad atterrare in Bulgaria con l’aiuto
delle mappe cartacee. Dopo avere puntato il dito contro Mosca, la Commissione Ue
aveva fatto retromarcia escludendo “un attacco russo”. Dall’inizio della guerra
in Ucraina nel 2022 – un conflitto dove l’uso dei droni è diventato massiccio –
le tecniche di jamming e spoofing sono sempre più utilizzate. Strumenti di
navigazione alternativi che non si basano sul Gps sono in fase di sviluppo ma la
loro possibile operatività è ancora molto lontana.
L'articolo Iran, le interferenze Gps che mandano in tilt i sistemi di navi e
aerei di linea: l’altro rischio per commercio e trasporti proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si tratta della più grande interruzione mondiale del trasporto aereo dai tempi
della pandemia di Covid. La crisi iraniana – seguita all’attacco di Usa e
Israele e la risposta di Teheran contro gli Stati del Golfo – sta provocando la
cancellazione di migliaia di voli e non solo nei trafficatissimi hub di Dubai e
Doha.
CANCELLATI OLTRE 12.300 VOLI
Con l’allargarsi del conflitto aumentano le chiusure degli spazi aerei e
conseguentemente le compagnie aeree di tutto il mondo stanno sospendendo sempre
più voli da e per il Medio Oriente. Essendo gli scali del Golfo spesso
utilizzati come tappa intermedia verso destinazioni in Asia, Africa o Europa
l’interruzione sta riguardando tratte aeree che collegano tante parti del
pianeta. Le interruzioni si stanno così diffondendo, portando alla cancellazione
di oltre 12.300 voli, inclusi quelli presso i principali hub di transito.
LE COMPAGNIE AEREE
Quindi non solo turisti bloccati a Dubai o nelle altre zone a rischio. Le
conseguenze sul settore aereo sono sempre più rilevanti. Secondo quanto
riferisce Bloomberg che cita i dati del portale di monitoraggio Flightradar24,
ad esempio Klm ha sospeso il resto dei suoi voli per la stagione invernale da e
per Tel Aviv, a partire da domenica. Ha anche interrotto i voli da e per Dammam
e Riyadh, Arabia Saudita, e Dubai fino al 9 marzo. British Airways ha cancellato
i voli per Amman, Abu Dhabi, Bahrain, Dubai, Doha e Tel Aviv almeno fino a
martedì. Tutte le compagnie del gruppo Lufthansa hanno sospeso i voli per Tel
Aviv, Beirut, Amman (Giordania), Erbil (Iraq), Dammam (Arabia Saudita) e Teheran
fino all’8 marzo. Il gruppo ha anche deciso di non utilizzare lo spazio aereo
sopra Israele, Libano, Giordania, Iraq, Qatar, Kuwait, Bahrain, Dammam e Iran
fino all’8 marzo. I voli da e per Dubai sono sospesi fino al 4 marzo, e lo
spazio aereo sugli Emirati Arabi Uniti non sarà utilizzato durante lo stesso
periodo.
A MALPENSA STOP OGGI A 30 VOLI
Wizz Air, fa sapere di avere cancellato, a livello globale, un totale di 400
voli. Iberia ha esteso fino al 6 marzo la cancellazione del volo giornaliero tra
Madrid e Doha, in Qatar. Per quanto riguarda l’Italia solo oggi sono stati
cancellati 15 i voli all’aeroporto di Milano Malpensa verso le destinazioni del
Medioriente e 15 in arrivo.
LE CHIUSURE DEGLI SPAZI AEREI
Le compagnie aeree stanno così modificando le rotte o cancellando i servizi,
mentre il monitoraggio in tempo reale del traffico mostra disagi diffusi. Al
momento la chiusura totale dello spazio aereo è stata decisa Qatar, Bahrein,
Kuwait e Siria fino alla sera del 3 marzo (ma che quasi certamente verrà
prorogata). Spazio aereo chiuso in Iraq almeno fino al 4 marzo mentre quello
dell’Iranalmeno fino a 7 e quello di Israele fino al 6 marzo. Gli Emirati Arabi
hanno previso una chiusura parziale dello spazio aereo fino al 4 marzo; la
Giordania ha stabilito una chiusura dalle 15 alle 6 del mattino almeno fino al 5
marzo; mentre l’Arabia Saudita ha stabilito una chiusura parziale che interessa
l’area al confine con l’Iraq e il Golfo Persico.
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interruzione del trasporto aereo dai tempi del Covid proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È in corso la più grande interruzione mondiale del trasporto aereo, dai tempi
della pandemia di Covid. Sono migliaia i voli delle principali compagnie aeree
di Medio Oriente, Europa, Asia-Pacifico e Stati Uniti ritardati o cancellati, a
seguito degli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran, con chiusure dello
spazio aereo in Iran, Iraq, Israele, Siria, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Tra
le compagnie aeree che hanno cancellato i voli, ci sono Emirates, Etihad, Air
France, British Airways, Air India, Turkish Airlines, Lufthansa.
Molti viaggiatori sono rimasti bloccati o dirottati verso altri aeroporti.
Secondo la società di analisi del settore aeronautico Cirium, dei circa 4.218
voli in arrivo nei paesi del Medio Oriente sabato, 966 (il 22,9%) sono stati
cancellati, cifra che supera i 1.800 se si includono anche i voli di andata;
oggi, domenica 1 marzo, 716 voli su 4.329 previsti per il Medio Oriente sono
stati cancellati. Secondo il sito web di monitoraggio dei voli FlightAware,
oltre 19.000 voli sono stati ritardati a livello globale e più di 2.600
cancellati alle 02:30 Gmt. Lufthansa, che comprende Ita Airways, oltre a Swiss,
ha cancellato i voli da e per Tel Aviv, Beirut, Amman, Erbil e Teheran fino al 7
marzo. Nello specifico, Ita Airways ha comunicato che i voli da e per Tel Aviv
sono sospesi fino al 7 marzo (incluso il volo AZ809 dell’8 marzo) e “i seguenti
spazi aerei non saranno utilizzati fino al 7 marzo: Israele, Libano, Giordania,
Iraq e Iran. Inoltre, per ragioni operative sono sospesi i voli da e per Dubai
fino al 1 marzo”.
Per rimanere in Europa, Air France ha cancellato, ieri e oggi, i voli per Dubai,
Riyadh e Beirut e Tel Aviv, riservandosi di comunicare il programma di volo dei
prossimi giorni; British Airways ha sospeso i voli per Tel Aviv e Bahrein fino
al 4 marzo e ieri ha cancellato i voli per Amman; Swiss International Air Lines
ha sospeso i voli da e per Tel Aviv fino al 7 marzo e ha cancellato i voli da
Zurigo a Dubai e Abu Dhabi previsti nel fine settimana. L’autorità russa per il
trasporto aereo Rosaviatsia ha cancellato tutti i voli commerciali per Israele e
Iran sono “fino a nuovo avviso”. Turkish Airlines ha cancellato i voli per
Libano, Siria, Iraq, Iran e Giordania fino al 2 marzo.
Per quanto riguarda le compagnie aeree del Medio Oriente e del Nord Africa,
Emirates ed Etihad hanno cancellato rispettivamente il 38% e il 30% dei voli;
Qatar Airways ha sospeso tutti i voli da Doha e cancellato il 41% dei voli
totali (fonte Cirium); Syria Air ha cancellato tutti i voli fino a nuovo avviso;
EgyptAir ha sospeso i voli verso diverse città del Medio Oriente, tra cui Dubai,
Doha, Manama, Abu Dhabi, Beirut e Baghdad. Per quanto riguarda le compagnie
aeree del Nord America, Delta Air Lines ha sospeso i voli New York-Tel Aviv fino
a domenica; American Airlines ha “temporaneamente sospeso” i voli
Doha-Filadelfia; i voli United per Tel Aviv sono cancellati fino a lunedì,
quelli per Dubai fino a domenica; Air Canada ha cancellato i voli dal Canada a
Israele fino all’8 marzo e a Dubai fino al 3 marzo.
Coinvolte anche le compagnie aeree dell’Asia-Pacifico: IndiGo e Air India hanno
sospeso i voli verso tutte le destinazioni in Medio Oriente; Pakistan
International Airlines ha sospeso i voli per Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Doha
e Kuwait; Cathay Pacific di Hong Kong ha sospeso i voli per Dubai e Riyadh;
Garuda Indonesia ha temporaneamente sospeso i voli da e per Doha “fino a nuovo
avviso”; Singapore Airlines e Scoot hanno cancellato sei rotte aeree nella
regione fino a domenica; i voli della Philippine Airlines da Manila a Doha, da
Riyadh a Manila e da Dubai a Manila sono stati cancellati nella giornata di
ieri, così come un volo Doha-Manila oggi. Altre importanti compagnie aeree, tra
cui l’australiana Qantas e la giapponese All Nippon Airways, non hanno
annunciato alcuna cancellazione di volo. Infine, per quanto riguarda le
compagnie aeree africane, Ethiopian Airlines ha cancellato i suoi voli per
Amman, Tel Aviv, Dammam e Beirut; Kenya Airways ha sospeso i voli per Dubai e
Sharjah fino a nuovo avviso.
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il più grande stop dal Covid proviene da Il Fatto Quotidiano.