L’intelligenza artificiale viene raccontata come una tecnologia capace di
democratizzare l’accesso alla conoscenza e moltiplicare le opportunità. Ma
dietro la narrazione dell’innovazione si apre un conflitto su dati, potere e
controllo. A margine dell’AI Festival, Cosmano Lombardo — fondatore di Search On
Media Group — riflette su regolamentazione, Big Tech, lavoro e formazione,
mettendo in guardia dal rischio che l’AI, senza regole, diventi solo un
meccanismo di estrazione di valore.
Tu organizzi eventi che mettono insieme Big Tech, istituzioni e imprese. Non c’è
il rischio che l’Intelligenza Artificiale venga raccontata solo da chi ha
interesse a venderla?
Sicuramente nei nostri eventi ci sono Big Tech, aziende e istituzioni che hanno
interesse a vendere l’AI, però proviamo a portare tutti i punti di vista.
Abbiamo docenti universitari e giovani che si stanno approcciando ora: magari
non hanno ancora la visione dell’auto-business, ma stanno cercando di capire
come utilizzarla nel migliore dei modi, anche dal punto di vista dell’impatto
sociale. Quindi è giusto portare all’attenzione il punto di vista di chi vuole
fare business, ma dall’altro lato proviamo anche a indagare i vari impatti,
compresi quelli sociali.
Le grandi piattaforme dicono che l’AI democratizza l’accesso alla conoscenza,
eppure i modelli sono proprietari, opachi e controllati da pochi soggetti. Dov’è
questa democrazia?
Questo è il punto dolente, non solo della parte tecnologica. C’era un grande
sogno, anche con i social media, che tutto fosse reso più accessibile; in parte
è accaduto, ma lato AI la situazione è più complessa. Oggi esiste una forte
disparità tra cittadini e istituzioni, e anche tra diverse aree geografiche come
Asia, Europa e Stati Uniti. Io credo che i cittadini dovrebbero essere i
proprietari delle applicazioni, ma al momento vari Paesi e varie aziende stanno
lottando per il controllo. Ci sarà probabilmente una “messa a terra” che renderà
l’accesso più diffuso, ma la competizione tra le aziende aumenterà. È un nodo
molto complesso.
A proposito di questo, l’Europa prova a regolamentare con l’AI Act, mentre Stati
Uniti e Cina corrono. Rischiamo di restare schiacciati tra iper-regolazione e
dipendenza tecnologica?
Bisogna chiarire un punto: l’Italia e l’Europa vengono spesso additate come
quelle che regolamentano troppo, ma se guardiamo i dati gli Stati Uniti sono tra
i Paesi che applicano maggiormente la regolamentazione. Il fatto che altri
stiano accelerando non dipende dalla nostra regolamentazione: non è abbassando
le regole che si aumenta l’adozione. Il vero problema è un gap di budget e un
ritardo storico nell’implementazione delle soluzioni tecnologiche, che va
colmato. La regolamentazione resta fondamentale, soprattutto se confrontata con
l’assenza di regole in gran parte dell’Asia. La visione europea è corretta, ma
dobbiamo imparare dagli altri come accedere ai capitali necessari per
implementare davvero le tecnologie.
L’AI promette nuovi mestieri, ma intanto automatizza quelli esistenti. Non
stiamo assistendo a una rimozione del problema sociale?
No, è un processo evolutivo, come è successo con la rivoluzione industriale o
con quella digitale. Alcune professionalità vengono innovate, alcune spariranno
e altre verranno create. Oggi, paradossalmente, le aziende non riescono a
trovare i professionisti AI e tech di cui avrebbero bisogno per accelerare. C’è
quindi un enorme tema di formazione. Quello che allarma di più non è tanto
l’impatto immediato sul lavoro — su cui è necessario fare upskilling e
reskilling — quanto il lato scolastico. Bisogna concentrarsi su come formare una
classe docente, a partire dalle scuole primarie, capace di implementare
correttamente l’AI.
C’è anche la questione dei dati. L’AI si nutre di contenuti prodotti da milioni
di persone, spesso senza consenso né compenso. È innovazione o estrazione di
valore?
Questo tema è strettamente legato alla regolamentazione. L’Europa interviene
proprio per tutelare aspetti come la proprietà intellettuale. Serve trovare un
equilibrio che permetta di innovare mantenendo queste tutele. Se non si
regolamenta in modo corretto, allora sì, diventa un’estrazione di valore. È un
po’ come il codice della strada: serve per guidare in modo corretto. Credo che
l’Europa si stia muovendo bene per proteggere le persone e i dati delle aziende,
ma ora bisogna spostare l’attenzione su ciò che serve per accelerare davvero.
Se dovessi indicare una “linea rossa” da non superare nello sviluppo dell’AI,
quale sarebbe?
Il nesso tra robotica, biotecnologie e intelligenza artificiale. Già il digitale
ha modificato profondamente le modalità di relazione tra gli esseri umani;
l’innesto tra AI, robotica e nanotecnologie rischia di cambiare l’asset dei
nostri valori umani. Questa, per me, è la vera linea rossa da non oltrepassare.
Oggi l’AI rende il cittadino più libero o più controllabile?
Dipende dal livello di regolamentazione. In Cina il cittadino è molto più
controllabile; in Italia, almeno per ora, non siamo a quel livello. La
differenza la fa la formazione: se non utilizziamo l’AI in modo corretto,
rischiamo di mettere i nostri dati alla mercé di chiunque. In alcuni contesti
l’AI ci rende più liberi, in altri molto più controllati.
—
Cosmano Lombardo è un imprenditore seriale del mondo digitale, fondatore e CEO
di Search On Media Group. È l’ideatore e il volto del WMF (We Make Future), la
fiera internazionale sull’innovazione che ogni anno riunisce decine di migliaia
di persone per discutere di tecnologia, diritti e futuro.
Da oltre quindici anni è impegnato nella divulgazione dell’innovazione
tecnologica e sociale, con l’obiettivo di rendere il digitale uno strumento di
impatto positivo per la collettività. È inoltre fondatore di diversi
tech-festival tematici, tra cui l’AI Festival, e autore per testate di settore
sui temi della trasformazione digitale e delle nuove sfide poste
dall’intelligenza artificiale.
L'articolo “Se l’AI non viene regolamentata è solo estrazione di valore”. Il
conflitto su dati e controllo dell’Intelligenza artificiale – Intervista
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Mercato del Lavoro
C’è chi da Sulmona, in Abruzzo, rischia di essere spostato a Matera, quasi 400
chilometri di distanza. Altri potrebbero essere trasferiti da Campobasso a
Napoli. Sempre nella città dei Sassi potrebbe finire un gruppo di lavoratori che
oggi è in servizio a Potenza, quasi 100 chilometri più lontano dall’attuale
sede, anche se l’intenzione iniziale era portarli a Bari. Da quando Enel ha
bandito il nuovo appalto per le attività di call center e back office, è partita
un’operazione – da parte dell’aggiudicataria Accenture – che potremmo definire
un caso di ingegneria dell’esubero: una serie di trasferimenti che sembrano più
orientati a un licenziamento di fatto che a una riorganizzazione delle sedi di
lavoro. Anche perché è del tutto implausibile che le persone coinvolte – per il
momento 400, ma potrebbero diventare migliaia – accettino di stravolgere la
propria vita e il proprio equilibrio famigliare per mantenere un posto che non
prevede certo salari particolarmente ricchi.
LEGGI – Enel, domani sciopero nazionale call center
Per il momento, la manovra è stata fermata dalle proteste dei sindacati. Il 9
gennaio ci sarà uno sciopero dei call center Enel organizzato dalle tre sigle
delle telecomunicazioni: Slc Cgil, Fistel Cisl e UilCom. Gli interessati sono
gli operatori che svolgono attività di customer care per conto di Enel, colosso
dell’energia partecipato dal ministero dell’Economia. E, come al solito, non è
sufficiente la proprietà pubblica della committenza per assicurare del tutto le
tutele ai lavoratori in appalto. Parliamo, va ricordato, di un settore in
profonda crisi e trasformazione, per via dello sviluppo dell’intelligenza
artificiale, con i chatbot che sostituiscono sempre più gli addetti umani in
alcune delle attività richieste. Il bando prevedeva già di base esuberi per
1.500 lavoratori; tuttavia, la clausola premiava l’impresa che proponeva un
piano di ricollocamento di questi lavoratori all’interno del perimetro
aziendale, magari assegnandoli ad altre commesse.
Ecco però dove si nascondeva il problema: Accenture ha sì proposto nuove
collocazioni agli addetti in esubero, ma lo ha fatto prospettando degli
spostamenti di fatto improponibili. Inizialmente si è parlato di una proposta di
trasferimento da Potenza a Bari. Dopo le proteste dei sindacati, la proposta ha
ristretto un po’ la distanza, quindi si è optato per portarli dal capoluogo
lucano alla più “vicina” Matera. Si fa per dire, perché si tratta di un’ora e
mezza di auto. Ancora più surreale la proposta di andare dalla provincia
dell’Aquila fino a Matera, o dal capoluogo molisano a quello campano. Secondo i
sindacati questa “è una deroga inaccettabile ai principi cardine della stessa
clausola sociale e un chiaro tentativo di eluderla, scaricando sulle persone il
prezzo dei processi di automazione dovuti anche all’introduzione
dell’intelligenza artificiale“.
Le sigle infatti fanno notare che la clausola sociale non imponeva solo di
mantenere i lavoratori nella stessa azienda, ma anche di rispettare il criterio
della territorialità, quindi a mantenerli vicino casa e non a centinaia di
chilometri di distanza. “Un atteggiamento irresponsabile – proseguono – per una
committenza quale Enel, che vede nel ministero dell’Economia il suo maggiore
azionista. Oggi il problema riguarda 1500 addetti (complessivamente) operanti
nelle attività back-office e quality, ma se il principio fosse esteso alle
prossime gare in scadenza sul front-end, potrebbe riguardare oltre 6 mila
addetti che da anni svolgono attività di assistenza alla clientela per le varie
attività legate all’ex monopolista energetico”.
Le trattative sono iniziate con i lavoratori di Potenza. Annarita Rosa è una
lavoratrice di SmartPaper, azienda che ha perso l’appalto, e rappresentante
sindacale della Cgil: “SmartPaper impiega circa 800 lavoratori a Potenza –
racconta –, il 70% è formato da donne. Ci lavoro da 17 anni e non avevamo mai
perso una gara. Ci troviamo in una situazione nuova. La gara è stata vinta da
Accenture con un’altra società. Dopo i primi incontri c’è stata posta la
necessità di spostare la sede a Bari, con una certa indifferenza da parte di
Enel. Abbiamo subito fatto presente che Bari era improponibile”.
Significherebbe “spostarsi a tanti chilometri da casa e trascorrere la giornata
in macchina, oppure cambiare residenza, ma è impossibile se si ha famiglia.
Questo braccio di ferro con l’azienda sta destabilizzando le famiglie; molte
donne qui hanno i mariti che lavorano nell’area industriale di Melfi, anche
quella in difficoltà”. Poi, la controproposta di Matera: “Ma anche qui sono 100
chilometri di distanza”, ricorda la lavoratrice. A poco è servita la proposta di
svolgere buona parte delle giornate da remoto, perché i lavoratori non si
fidano: “Lo smart working è frutto di un accordo individuale e può essere
revocato”, conclude l’addetta.
La situazione è questa: oltre 350 lavoratori, con età media tra i 45 e i 50
anni, devono decidere se spostarsi di almeno 100 chilometri o perdere il posto
di lavoro, in un territorio con una complessa situazione occupazionale. Lo
sviluppo dell’intelligenza artificiale potrebbe assorbire almeno una parte delle
loro mansioni, e questa transizione sta avvenendo proprio nella galassia di una
società partecipata dallo Stato. Le imprese vincitrici delle gare erano state
invitate a non avviare altre operazioni di trasferimento, in attesa di definire
la situazione di Potenza, invece sono arrivate le notizie di Sulmona e
Campobasso, persino più problematiche di quella lucana.
L'articolo Call center di Enel, le storie di chi deve scegliere se trasferirsi a
400 km di distanza o perdere il lavoro. Domani lo sciopero proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mercato del lavoro in flessione a novembre 2025. I dati provvisori diffusi
dall’Istat mostrano che nel mese sono diminuiti sia gli occupati (-34mila) sia
le persone in cerca di lavoro (-30mila) e in parallelo sono aumentati di 72mila
gli inattivi, cioè le persone che hanno smesso di cercare un posto. Il tasso di
occupazione generale è sceso di conseguenza al 62,6%, con una riduzione di 0,1
punti. Stessa lieve discesa per il tasso di disoccupazione che si attesta al
5,7%, il livello più basso dall’inizio delle serie storiche nel 2004, mentre
quella giovanile cala al 18,8% (-0,8 punti).
La flessione degli occupati riguarda soprattutto le donne (-30mila quelle al
lavoro) e si concentra tra i dipendenti a termine (-30mila). Il calo è stato
forte per i 35-49enni (-63mila) seguiti dalla fascia 15-24 anni (-13mila),
mentre in quella intermedia dei 25-34enni si è registrato un progresso.
Il quadro cambia se si guarda all’andamento trimestrale. Nel confronto tra
settembre-novembre 2025 e il trimestre precedente (giugno-agosto), il numero di
occupati risulta in crescita dello 0,3%, pari a 66mila unità. Nello stesso
periodo diminuiscono le persone in cerca di lavoro (-3,1%, -48mila), mentre gli
inattivi tra i 15 e i 64 anni restano sostanzialmente stabili. Un segnale che
indica come il dato negativo di novembre si inserisca in una fase ancora
complessivamente espansiva, ma con un rallentamento nell’ultimo mese.
Su base annua, infine, l’occupazione continua ad aumentare. A novembre 2025 gli
occupati sono 179mila in più rispetto allo stesso mese del 2024 (+0,7%). La
crescita riguarda sia uomini sia donne, i 25-34enni e soprattutto gli over 50.
Le tabelle confermano infatti che la crescita dell’occupazione continua a
poggiare in larga parte sulla fascia più anziana della popolazione. Nel
confronto con novembre 2024, gli occupati tra i 50 e i 64 anni aumentano del
3,3%, una dinamica che resta positiva anche al netto dell’effetto demografico:
depurando i dati dall’invecchiamento della popolazione, l’incremento tendenziale
degli occupati in questa fascia è pari al +2,5%. Nello stesso gruppo d’età
calano in modo marcato sia i disoccupati (-7,4%, che diventa -8,2% al netto
della demografia) sia gli inattivi (-3,6%, -4,4% al netto della componente
demografica).
Il tasso di occupazione sale di 0,3 punti percentuali in un anno. Rispetto a
novembre 2024 calano anche le persone in cerca di lavoro (-6,7%, -106mila unità)
e gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -35mila), confermando un
miglioramento tendenziale della partecipazione che però, nel breve periodo,
mostra segnali di indebolimento.
L'articolo A novembre 34mila occupati in meno (soprattutto donne) e salgono gli
inattivi. L’aumento anno su anno resta appeso agli over 50 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mercato del lavoro “torna a correre insieme alla nostra Italia”. E “i
progressi più rilevanti riguardano proprio le famiglie più fragili“. Numeri che
“parlano chiaro e smentiscono la retorica di una sinistra che continua a muovere
critiche pretestuose“. Dopo la pubblicazione del focus dell’Istat su Mercato del
lavoro e redditi, mercoledì, Fratelli d’Italia si è affrettata a rivendicare il
successo delle ricette dell’esecutivo nel tentativo di ribaltare la narrazione
dopo che lo stesso istituto ha spiegato come l’85% delle risorse del taglio
Irpef previsto per il 2026 andrà ai più ricchi. Il vicepresidente della Camera
Fabio Rampelli ha parlato di “rapporto incoraggiante” perché “la crescita degli
occupati si registra soprattutto nella fascia medio-bassa delle classi di
reddito” e la deputata Elisabetta Lancellotta ha esultato perché le politiche
adottate “riducono le disuguaglianze“. Ma il quadro delineato dall’istituto di
statistica è ben diverso, se ci si prende la briga di leggere tutte le 20 pagine
dell'”analisi integrata”. È vero che nel primo anno pieno di governo Meloni
l’occupazione è cresciuta più velocemente tra i più poveri, ma solo perché
partivano da tassi drammaticamente bassi. E chi ha trovato lavoro ha dovuto
accontentarsi di posti mal retribuiti, stagionali e discontinui.
OCCUPAZIONE IN AUMENTO? CRESCE SOPRATTUTTO IL LAVORO POVERO
L’Istat ha rilevato come nel 2024 sia proseguito “il trend di crescita
dell’occupazione iniziato a partire dal 2021, successivamente al crollo del 2020
dovuto alla crisi pandemica“, a conferma che la tendenza è iniziata ben prima
dell’arrivo a Palazzo Chigi della leader di FdI. Nel dettaglio, il tasso di
occupazione tra il 2022 e il 2023 “aumenta soprattutto per le famiglie più
povere (+2,7 p.p. nel primo e +2,1 p.p. nel secondo e nel terzo quinto di
reddito equivalente”. Ma l’istituto spiega anche cosa c’è dietro, aspetto che la
maggioranza tace: quelle fasce sono “caratterizzate strutturalmente da tassi di
occupazione più bassi“, per cui è stato sufficiente un numero limitato di nuovi
ingressi per determinare aumenti percentuali significativi. Il 20% di
popolazione che rientra nella fascia dei più indigenti, infatti, a fine 2023 era
occupato solo nel 37,9% dei casi, mentre per il 20% più ricco il tasso sfiora
l’80%. Ulteriore tassello: mentre sul complesso degli occupati i dipendenti a
termine sono diminuiti (dall’8,1% al 7,9%), nel quinto più povero sono aumentati
notevolmente, dall’6,8% all’8,1% (+1,3 punti). La ripresa del tempo
indeterminato (+1,4 punti complessivi) si è concentrata nelle fasce centrali
della distribuzione dei redditi e non è andata affatto a vantaggio dei più
fragili.
L’aspetto più preoccupante, e indigesto per la maggioranza, è però un altro: la
nuova occupazione è tutt’altro che di alta qualità. L’Istat rileva che mentre
tra 2019 e 2023 si è allargato il numero degli occupati nei gruppi professionali
a reddito medio-alto (+28,9%) a scapito di quelli a reddito medio-basso
(-28,5%), nel solo 2023 – primo anno pieno di governo per Giorgia Meloni – il
42,7% dei nuovi occupati è finito in “professioni e attività a basso reddito” e
un altro 21,5% in posti a reddito medio-basso. Quasi due terzi insomma hanno sì
trovato lavoro, ma povero. Solo il 6,9% ha trovato una collocazione che porta
con sé un reddito alto. Il motivo? La grande maggioranza dei nuovi contratti è
nell’agricoltura, nel turismo o nei servizi alla persona: settori soggetti a
stagionalità, in cui la norma sono posti discontinui e con remunerazioni basse.
LO SVANTAGGIO DI GIOVANI E DONNE
Sia Rampelli sia Walter Rizzetto, presidente della Commissione Lavoro della
Camera, hanno sottolineato che i giovani hanno goduto di aumenti
dell’occupazione significativi. Per la fascia tra i 25 e i 34 anni si è
registrata in effetti tra 2022 e 2023 una crescita del tasso di 2 punti, che
salgono a 5 per il quinto più povero. Ma anche in questo caso la medaglia ha due
facce: il 62% dei 15-24enni e il 47% dei 25-34enni si colloca in attività a
basso reddito, a dimostrazione che i nuovi ingressi giovanili continuano a
concentrarsi nelle mansioni meno pagate.
Lo stesso vale per le donne: per loro l’incremento dell’occupazione è stato
leggermente superiore a quello degli uomini, ma un terzo ha un lavoro povero. E
nelle fasce a basso reddito la differenza di genere a favore degli uomini nei
tassi di occupazione resta molto marcata: nel secondo quinto gli uomini hanno un
tasso di occupazione del 66,2% contro il 38,7% delle donne. Al contrario, se si
guarda al 20% più ricco si trova che ad avere un lavoro è il 75,3% delle donne
contro l’83% degli uomini.
IL CALO DEI REDDITI REALI
Confermato anche che i redditi reali non hanno recuperato il potere d’acquisto
perso a causa dell’inflazione post Covid. Su questo fronte il focus Istat limita
l’analisi al 2022, ma il risultato è impietoso: in quell’anno il reddito medio
reale da lavoro si è fermato a 20.600 euro contro i 20.900 del 2018. Solo il
reddito da lavoro autonomo ha recuperato e superato i livelli pre-pandemia
(+10,4%), perché gli autonomi possono adeguare immediatamente i prezzi dei beni
e servizi offerti mentre i lavoratori dipendenti sono appesi al rinnovo dei
contratti, che arriva sempre in ritardo. Il danno è stato più marcato per i
gruppi di professioni e attività a reddito medio: nel quinquennio il gruppo a
reddito medio alto ha registrato un calo del reddito reale del 6,9% e quello a
reddito medio-basso del 5,6%.
L'articolo FdI esulta: “Il mercato del lavoro corre, progressi soprattutto per i
più fragili”. I dati Istat dicono altro: due terzi dei nuovi occupati sono a
basso reddito proviene da Il Fatto Quotidiano.