di Giuseppe Leocata, medico del lavoro
Delle possibilità di lavoro per le persone con disabilità si parla e si discute
e si concorda, quando si riesce, nei Contratti Nazionali; questi possono essere
definiti come accordi stipulati liberamente tra due o una pluralità di soggetti
(Stato, Amministrazioni Pubbliche e Sindacati) al fine di collaborare su
progetti comuni e per raggiungere obiettivi condivisi; questi Contratti nascono
dall’accordo volontario delle parti, non da una legge imposta, creano obblighi
giuridici specifici per le parti contraenti, stabiliscono norme e obblighi
specifici per regolare un determinato rapporto, a differenza delle norme
stabilite dalla legge.
La legislazione in materia si è evoluta nel tempo, passando dal collocamento
obbligatorio all’avviamento mirato, un’opportunità per le parti in gioco come
contributo alla costruzione di una società fatta di tanti puzzle che si
incastrano per costruire una ‘casa comune’. Eppure, ancora oggi e in diverse
situazioni, le persone con disabilità vengono vissute come portatori di
complessità.
Visione a 360 gradi
La problematica delle persone con disabilità è ampia, trasversale, a 360 gradi e
riguarda la vita quotidiana nel suo complesso, quella lavorativa e quella extra,
con il coinvolgimento delle famiglie, di eventuali caregivers o centri di
accoglienza. In occasione ‘dell’avviamento lavorativo mirato’ e del mantenimento
in una specifica attività lavorativa, non è possibile attuare un metodo
deterministico: la persona umana non è un robot ma un essere complesso e
variegato il cui percorso non può essere stereotipato.
Design for all, barriere e accomodamenti ragionevoli
Nei luoghi di lavoro – percorso che dovrebbe essere seguito anche nella vita
quotidiana in casa e fuori – è opportuno mettere in atto il ‘design for all’ e
gli opportuni ‘accomodamenti ragionevoli’ al fine di abbattere le eventuali
‘barriere’ presenti. Tale approccio va riferito ad alcune categorie di persone:
– sane che si ammalano/infortunano e vogliono rimanere a lavoro o trovarne un
altro,
– sane che diventano invalide e che vanno mantenute/ricollocate a lavoro,
– con disabilità civili magari dalla nascita da avviare al lavoro,
– categorie diverse da prendere in considerazione a seconda della loro
specificità.
Quello che bisogna cercare – per coloro tra questi che sono ancora in grado di
svolgere una attività lavorativa, nonostante la disabilità, e che lo vogliono –
è una strada che percorra delle soluzioni di base; a queste dovrebbero essere
indirizzati i lavoratori con una disabilità tale da non impedire loro di trovare
una occupazione dignitosa, rispettosa del loro essere e produttiva per l’impresa
ospitante e per la società (si fa riferimento non soltanto alla disabilità
fisica e sensoriale ma anche e soprattutto a quella intellettiva e mentale, a
cui afferiscono le cosiddette fasce deboli tra i deboli).
Nel caso dell’avviamento mirato e del mantenimento a lavoro di persone con
disabilità, bisogna ampliare l’ottica con cui si affronta e si gestisce la
problematica. Questa va affrontata in un’ottica culturale, sociale, condivisa e
solidale che va oltre le pure utili e avanzate normative; se la società non si
fa carico di queste problematiche e non ci si confronta e non si opera di
conseguenza, i cosiddetti ‘obblighi’ cambiano poco la realtà delle cose.
Il discorso, inoltre, non può essere ridotto alla pur positiva compartecipazione
tra lavoratore e datore di lavoro; in azienda vanno coinvolte tutte le figure in
gioco, quelle della prevenzione (Rspp, medico competente e Rrlls), quelle delle
decisioni (oltre il datore di lavoro, anche i dirigenti e i preposti) e – non
ultimi – tutti i lavoratori affinché comprendano la problematica e non isolino i
colleghi con disabilità “meno o diversamente produttivi”.
In ambito aziendale, si può senz’altro pensare alla relazione tra ambiente di
lavoro e risultati ottenibili con una sua corretta gestione, anche in termini
di: profitto, efficienza, creatività, rinnovamento e benessere lavorativo; ciò
tenendo conto anche delle necessità di tutti i lavoratori (non soltanto quelli
con disabilità) nel luogo di lavoro, in relazione alle loro esigenze fisiche
(comfort antropometrico e spaziale e comfort ambientale) e alle loro esigenze
psico-sociali (supporto cognitivo e motivazionale, supporto sociale e qualità
estetiche).
In conclusione e in termini trasversali, questo percorso deve condurre a
modifiche e adattamenti necessari e appropriati per garantire a tutte le persone
con disabilità – nel luogo di lavoro, in famiglia e nella società – il godimento
e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e
delle libertà fondamentali.
L'articolo Come favorire l’inclusione delle persone disabili nel mondo del
lavoro, oltre le barriere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Diritti dei Lavoratori
Starsene al lavoro per dodici ore al freddo, in montagna, di notte, così da
garantire il servizio di vigilanza nell’Area Rossa delle venues olimpiche.
Dormire in una ex canonica di Longarone dentro un sacco a pelo, da volontari
della Protezione Civile, dopo essersi occupati durante il giorno di viabilità,
traffico e controllo delle strade. Sobbarcarsi lunghe trasferte per raggiungere
le sedi ove prestare gratuitamente il proprio lavoro, per consentire il grande
show del Circo Bianco. Trovare alloggio in un convento in Valtellina, con il
riscaldamento al minimo, il cibo non propriamente invitante e perfino le coperte
supplementari a pagamento, al termine di un turno da medico o infermiere nelle
strutture sanitarie realizzate per atleti e spettatori.
I Codici etici sono bellissimi, poi c’è la realtà. Nei documenti le parole sono
perfette, gli aggettivi collocati al posto giusto, gli impegni solenni vengono
assunti davanti al mondo. Prendete Fondazione Milano Cortina 2026, il Comitato
organizzatore dei Giochi Invernali. Dalla filiera delle buone intenzioni, che
trova la sua origine nelle carte approvate dal Comitato Olimpico Internazionale,
è scaturito il codice che porta la data del 21 luglio 2020, aggiornato quattro
anni dopo, il 30 gennaio 2024. L’articolo 1 spiega che esso esprime “i nostri
valori, principi e standard di condotta fondamentali” ed è stato “elaborato in
conformità e in continuità con la Carta Olimpica, il Codice etico del Cio e
relative norme di implementazione, nonché con le Raccomandazioni dell’Agenda
2020 e l’Agenda 2020+5 adottate dal Comitato Olimpico internazionale”.
L’applicazione non interessa solo l’attività di Fondazione MiCo in senso
stretto, ma anche “ogni relazione con gli stakeholders”, il cui elenco è
lunghissimo: soci fondatori, componenti degli organi statutari, dipendenti,
collaboratori esterni, partner, sponsor, fornitori, clienti, appartenenti alla
collettività, comunità locali, portatori di interessi diffusi e collettivi,
mass-media, autorità pubbliche… Praticamente, tutti.
L’articolo 8 si occupa della gestione del “Capitale umano”, promettendo una
specie di Eden tra le montagne innevate, sia che si tratti di un’esperienza a
pagamento o di un semplice impegno senza paga. “Crediamo che un ambiente di
lavoro sano sia indispensabile per consentire a tutti di esprimere al massimo il
proprio contributo personale, attitudinale e umano e ci impegniamo ad adottare
condizioni di sicurezza, benessere e salute atte a promuovere l’equilibrio
psico-fisico dei nostri dipendenti e collaboratori, nel rispetto dei migliori
standard, anche internazionali”. Non c’è una sbavatura. “Ci impegniamo a
diffondere e a promuovere la cultura della sicurezza sul posto di lavoro
sviluppando la consapevolezza dei lavoratori relativamente ai rischi.
Promuoviamo pertanto comportamenti responsabili da parte di tutto il personale.
Operiamo inoltre per tutelare, soprattutto con azioni preventive, la salute e la
sicurezza dei lavoratori”.
Dopo le parole ci sono i fatti. Alla redazione del Fatto sono arrivate parecchie
segnalazioni che hanno acceso numerose spie d’allarme. Le situazioni riportate
all’inizio costituiscono una sintesi di casi non generici, ma circostanziati,
raccontati in prima persona. Un vigilante si è licenziato perché doveva lavorare
84 ore alla settimana (in una ditta che ha vinto un appalto di Fondazione),
dalle 19 alle 7 del mattino, invece delle 40 ore previste dal contratto. Non
poteva riposare nemmeno un giorno e gli straordinari non gli venivano pagati.
Non è un caso isolato, ma si ripete tra le società che hanno ottenuto gli
incarichi per il periodo olimpico, da Milano ad Anterselva. A dicembre un
vigilante, colto da malore, era morto mentre faceva la guardia nel nuovo
Palaghiaccio di Cortina, con temperature che arrivavano fino a 10 gradi sotto lo
zero. E i sindacati avevano manifestato chiedendo regole certe e rispetto per i
lavoratori.
La sfida olimpica non consiste solo nelle gare e nelle medaglie da esibire come
simboli del successo. È anche fatta della gestione delle 60 mila persone
impiegate in una organizzazione molto complessa e situazioni diverse. In totale
gli accreditati (con atleti, tecnici, famiglia olimpica e giornalisti) sono
oltre 87 mila, ma il 70 per cento è rappresentato dalla workforce. In questa
voce troviamo lo staff di Fondazione MiCo (indicato complessivamente in circa 6
mila persone), i 18 mila volontari (che devono essere autosufficienti per
alloggio e viaggio fino alle sedi di gara) e i 35mila contractors o service
providers, ovvero il personale che garantisce tutti i servizi legati allo
svolgimento delle gare e al supporto dato ad atleti, tecnici, giornalisti,
famiglia olimpica.
Se un’Olimpiade risulti riuscita ed organizzata bene non lo dice il medagliere,
che pure passa agli annali, ma lo testimoniano il modo con cui vengono trattati
i ragazzi e i lavoratori che contribuiscono a uno spettacolo gigantesco, il cui
costo globale è di 2 miliardi di euro.
L'articolo La dura realtà dei lavoratori dei Giochi. Altro che ‘codice etico’
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Febbraio 2026. Vanno in scena le Olimpiadi invernali Milano-Cortina. Un gruppo
di tifosi israeliani entra in uno degli store ufficiali del grande evento
sportivo. Sventola la bandiera di Israele. Di fronte a questa scena, Ali Mohamed
Hassan, uno dei dipendenti, risponde con un semplice “Free Palestine”. Per
qualcuno, però, un messaggio di sostegno all’autodeterminazione di un popolo
sottoposto da due anni al dramma di un genocidio non deve poter esistere.
Malgrado l’articolo 1 della legge 30/1970, vale a dire dello Statuto dei
Lavoratori, statuisca che “i lavoratori […] hanno diritto, nei luoghi dove
prestano la loro opera, di manifestare liberamente il proprio pensiero”, si
scatena una campagna contro il lavoratore. Viene immediatamente accusato di
antisemitismo (per dire “Free Palestine”: ma davvero facciamo?), identificato e,
secondo alcune fonti, licenziato. Per fortuna, fuori dai media ufficiali e dalla
politica istituzionale, l’onda di solidarietà con Ali Mohamed Hassan sta
crescendo rapidamente.
Facciamo ora un passo indietro nel tempo.
Torniamo al 4 maggio 2025: siamo al Teatro alla Scala di Milano. A non troppa
distanza dalle Olimpiadi in corso. C’è una riunione della Asian Development
Bank. In programma un concerto privato, alla presenza della presidente del
Consiglio, Giorgia Meloni. Prima che l’evento abbia inizio, il silenzio viene
rotto da un grido: “Palestina Libera”. A urlarlo è una lavoratrice a tempo
determinato, una maschera del Teatro.
Diventa subito un “caso”. Il Teatro, senza pensarci su due volte, la licenzia.
Per “giusta causa”, sostiene, perché si sarebbe rotto il vincolo di fiducia e
perché quel “Palestina Libera” costituirebbe un “danno d’immagine”. La
lavoratrice non ci sta. Sostenuta dal sindacato Cub, impugna il licenziamento.
Saltiamo alla fine di novembre 2025. Sono trascorsi sei mesi dall’episodio. Il
Tribunale del Lavoro di Milano emette la sentenza: condanna il Teatro alla Scala
per licenziamento illegittimo e gli intima di risarcire la lavoratrice di tutte
le mensilità arretrate, dal giorno del licenziamento fino alla scadenza del
contratto a termine.
Se con questa sentenza si chiude – almeno per il momento – la vicenda
individuale della lavoratrice della Scala, prosegue invece quella collettiva.
Perché questi due episodi ci dimostrano che quello che succede a Gaza non ha a
che fare “solo” con la Palestina. Riguarda tutti noi. È qui, a casa nostra, che
stanno provando a restringere la nostra libertà di espressione. Sui posti di
lavoro, come succede ad Ali Mohamed Hassan. Com’è accaduto meno di un anno fa
alla lavoratrice alla Scala.
Come succede a Francesca Albanese, sottoposta a sanzioni Usa per aver osato fare
i nomi e cognomi di chi dal genocidio israeliano ci guadagna e oggi vittima di
una campagna di manipolazione e killeraggio professionale da parte di diversi
Paesi europei, tra cui quello di cui è cittadina, l’Italia. La sua “nazione”.
Nel corpo della società tutta, con i progetti di legge della Lega per permettere
di vietare le manifestazioni per la Palestina. Con i disegni di legge
sull’antisemitismo, presentati tanto dalle destre quanto da pezzi del
centrosinistra (vedi ddl Delrio), con cui vogliono mettere il bavaglio a ogni
critica mossa a Israele.
Ad Ali Mohamed Hassan andrebbe consegnata una medaglia. Perché con il coraggio
che ha mostrato, con la determinazione a ripetere quel “Free Palestine” di
fronte all’arroganza di chi, provocatoriamente, gli intimava “say it again”
(“dillo di nuovo”), tiene alto l’onore del nostro Paese, della nostra Patria
(come preferirebbe dire qualcuno), che, invece, le istituzioni politiche,
economiche e mediatiche hanno posto dal lato del genocidio di Tel Aviv.
Oggi, più di ieri, gridiamo anche noi Free Palestine. E ribadiamo che urlarlo,
come aveva già stabilito il Tribunale del Lavoro di Milano, non è reato. Anzi: è
un grido di dignità e libertà. Quella del popolo palestinese, ma anche la
nostra.
L'articolo Richiamato per aver detto ‘Free Palestine’: la libertà di espressione
ai tempi del genocidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Consiglio dei ministri ha dato il via al nuovo decreto Pnrr. Salta però,
secondo diverse fonti, lo scudo per gli imprenditori sui lavoratori sottopagati.
La norma, come anticipato dal Fatto Quotidiano, compariva in diverse bozze e
prevedeva che i lavoratori sottopagati perdessero il diritto di recuperare gli
arretrati.
La norma non sarebbe neanche arrivata in Cdm. Un dietrofront dovuto, secondo
ambienti parlamentari della maggioranza, anche all’interlocuzione con gli uffici
del Quirinale che avrebbero espresso dubbi tecnici sulla norma.
“Giustizia è fatta”, hanno commentato i parlamentari del Movimento 5 stelle
nelle commissioni Lavoro di Camera e Senato, esultando per lo stralcio della
norma. “Sarebbe stato un colpo durissimo allo Stato di diritto e un premio
all’illegalità – sottolineano – che il M5S ha contrastato fin dal primo momento,
alzando le barricate. Per la terza volta, grazie alla nostra determinazione, il
Governo è stato costretto a fare retromarcia”.
Non era infatti la prima volta che il governo provava a inserire la norma: si
trattava del terzo tentativo in sei mesi. L’articolo, che a luglio era stato
presentato come l’emendamento Pogliese, dal nome del senatore di Fratelli
d’Italia primo proponente, avrebbe penalizzato molto i lavoratori: se
un’impresa, pur applicando il giusto contratto, veniva condanna perché paga
stipendi inferiori alla soglia di povertà, il giudice poteva condannarla a
pagare le differenze retributive solo per il periodo successivo alla lettera di
diffida del lavoratore.
L'articolo Lavoratori sottopagati, salta dal decreto Pnrr lo scudo agli
imprenditori: “Dubbi dagli uffici del Quirinale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’intelligenza artificiale viene raccontata come una tecnologia capace di
democratizzare l’accesso alla conoscenza e moltiplicare le opportunità. Ma
dietro la narrazione dell’innovazione si apre un conflitto su dati, potere e
controllo. A margine dell’AI Festival, Cosmano Lombardo — fondatore di Search On
Media Group — riflette su regolamentazione, Big Tech, lavoro e formazione,
mettendo in guardia dal rischio che l’AI, senza regole, diventi solo un
meccanismo di estrazione di valore.
Tu organizzi eventi che mettono insieme Big Tech, istituzioni e imprese. Non c’è
il rischio che l’Intelligenza Artificiale venga raccontata solo da chi ha
interesse a venderla?
Sicuramente nei nostri eventi ci sono Big Tech, aziende e istituzioni che hanno
interesse a vendere l’AI, però proviamo a portare tutti i punti di vista.
Abbiamo docenti universitari e giovani che si stanno approcciando ora: magari
non hanno ancora la visione dell’auto-business, ma stanno cercando di capire
come utilizzarla nel migliore dei modi, anche dal punto di vista dell’impatto
sociale. Quindi è giusto portare all’attenzione il punto di vista di chi vuole
fare business, ma dall’altro lato proviamo anche a indagare i vari impatti,
compresi quelli sociali.
Le grandi piattaforme dicono che l’AI democratizza l’accesso alla conoscenza,
eppure i modelli sono proprietari, opachi e controllati da pochi soggetti. Dov’è
questa democrazia?
Questo è il punto dolente, non solo della parte tecnologica. C’era un grande
sogno, anche con i social media, che tutto fosse reso più accessibile; in parte
è accaduto, ma lato AI la situazione è più complessa. Oggi esiste una forte
disparità tra cittadini e istituzioni, e anche tra diverse aree geografiche come
Asia, Europa e Stati Uniti. Io credo che i cittadini dovrebbero essere i
proprietari delle applicazioni, ma al momento vari Paesi e varie aziende stanno
lottando per il controllo. Ci sarà probabilmente una “messa a terra” che renderà
l’accesso più diffuso, ma la competizione tra le aziende aumenterà. È un nodo
molto complesso.
A proposito di questo, l’Europa prova a regolamentare con l’AI Act, mentre Stati
Uniti e Cina corrono. Rischiamo di restare schiacciati tra iper-regolazione e
dipendenza tecnologica?
Bisogna chiarire un punto: l’Italia e l’Europa vengono spesso additate come
quelle che regolamentano troppo, ma se guardiamo i dati gli Stati Uniti sono tra
i Paesi che applicano maggiormente la regolamentazione. Il fatto che altri
stiano accelerando non dipende dalla nostra regolamentazione: non è abbassando
le regole che si aumenta l’adozione. Il vero problema è un gap di budget e un
ritardo storico nell’implementazione delle soluzioni tecnologiche, che va
colmato. La regolamentazione resta fondamentale, soprattutto se confrontata con
l’assenza di regole in gran parte dell’Asia. La visione europea è corretta, ma
dobbiamo imparare dagli altri come accedere ai capitali necessari per
implementare davvero le tecnologie.
L’AI promette nuovi mestieri, ma intanto automatizza quelli esistenti. Non
stiamo assistendo a una rimozione del problema sociale?
No, è un processo evolutivo, come è successo con la rivoluzione industriale o
con quella digitale. Alcune professionalità vengono innovate, alcune spariranno
e altre verranno create. Oggi, paradossalmente, le aziende non riescono a
trovare i professionisti AI e tech di cui avrebbero bisogno per accelerare. C’è
quindi un enorme tema di formazione. Quello che allarma di più non è tanto
l’impatto immediato sul lavoro — su cui è necessario fare upskilling e
reskilling — quanto il lato scolastico. Bisogna concentrarsi su come formare una
classe docente, a partire dalle scuole primarie, capace di implementare
correttamente l’AI.
C’è anche la questione dei dati. L’AI si nutre di contenuti prodotti da milioni
di persone, spesso senza consenso né compenso. È innovazione o estrazione di
valore?
Questo tema è strettamente legato alla regolamentazione. L’Europa interviene
proprio per tutelare aspetti come la proprietà intellettuale. Serve trovare un
equilibrio che permetta di innovare mantenendo queste tutele. Se non si
regolamenta in modo corretto, allora sì, diventa un’estrazione di valore. È un
po’ come il codice della strada: serve per guidare in modo corretto. Credo che
l’Europa si stia muovendo bene per proteggere le persone e i dati delle aziende,
ma ora bisogna spostare l’attenzione su ciò che serve per accelerare davvero.
Se dovessi indicare una “linea rossa” da non superare nello sviluppo dell’AI,
quale sarebbe?
Il nesso tra robotica, biotecnologie e intelligenza artificiale. Già il digitale
ha modificato profondamente le modalità di relazione tra gli esseri umani;
l’innesto tra AI, robotica e nanotecnologie rischia di cambiare l’asset dei
nostri valori umani. Questa, per me, è la vera linea rossa da non oltrepassare.
Oggi l’AI rende il cittadino più libero o più controllabile?
Dipende dal livello di regolamentazione. In Cina il cittadino è molto più
controllabile; in Italia, almeno per ora, non siamo a quel livello. La
differenza la fa la formazione: se non utilizziamo l’AI in modo corretto,
rischiamo di mettere i nostri dati alla mercé di chiunque. In alcuni contesti
l’AI ci rende più liberi, in altri molto più controllati.
—
Cosmano Lombardo è un imprenditore seriale del mondo digitale, fondatore e CEO
di Search On Media Group. È l’ideatore e il volto del WMF (We Make Future), la
fiera internazionale sull’innovazione che ogni anno riunisce decine di migliaia
di persone per discutere di tecnologia, diritti e futuro.
Da oltre quindici anni è impegnato nella divulgazione dell’innovazione
tecnologica e sociale, con l’obiettivo di rendere il digitale uno strumento di
impatto positivo per la collettività. È inoltre fondatore di diversi
tech-festival tematici, tra cui l’AI Festival, e autore per testate di settore
sui temi della trasformazione digitale e delle nuove sfide poste
dall’intelligenza artificiale.
L'articolo “Se l’AI non viene regolamentata è solo estrazione di valore”. Il
conflitto su dati e controllo dell’Intelligenza artificiale – Intervista
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tutti contro l’emendamento Pogliese, che promette di cancellare gli stipendi
arretrati dovuti ai lavoratori sottopagati. La norma entrata nelle legge di
Bilancio, dopo il tentativo fallito di inserirla nel decreto Ilva, fa infuriare
la Cgil. La segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli parla di “un nuovo e
grave attacco ai diritti dei lavoratori da parte del governo” con cui, “senza
alcun confronto con le organizzazioni sindacali, si tenta di rendere più
difficile la tutela dei salari e il recupero dei crediti retributivi”
Il segretario generale, Maurizio Landini, parlando con Repubblica aveva definito
la norma “ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli
arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa.
Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di
incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato”.
Dal Partito democratico, la vicepresidente Chiara Gribaudo attacca: “Non solo
non vogliono il salario minimo e aumentano senza ammetterlo l’età pensionabile,
ma privano anche i lavoratori e le lavoratrici delle retribuzioni dovute,
cercando di far passare emendamenti nella Manovra che, invece di aumentare
tutele e diritti, ne tolgono”.
Il leader M5s Giuseppe Conte in un post su Facebook accusa la maggioranza di
aver “infilato nella manovra, col favore delle tenebre e la confusione dei
litigi interni alla maggioranza, una norma vergognosa che calpesta e penalizza i
lavoratori sottopagati, che avevamo già stoppato in estate”. E ancora: “Sono gli
stessi del no al salario minimo legale e a tutte le nostre proposte per
aumentare gli stipendi dei lavoratori e aiutare i cassintegrati davanti al
crollo del potere d’acquisto. Sono gli stessi che aumentano i rimborsi a
ministri e sottosegretari. Il mondo al contrario. Ci batteremo ancora contro
questo ennesimo scempio”.
Per Nicola Fratoianni di Avs questa “è la più grave e sottovalutata” tra le
tante “norme, blitz e regalini ai potenti di turno che la destra ha offerto in
questi giorni per la legge di bilancio”: “Se paghi poco un lavoratore, anche se
un giudice dice che stai violando la Costituzione, comunque non dovrai
restituire un euro ai lavoratori. Tradotto? Potranno violare la Costituzione –
leggasi all’articolo 36, che regola la retribuzione proporzionata – e poi
rifugiarsi dietro un contratto collettivo firmato da sindacati fantasma che non
rappresentano i lavoratori. Stiamo parlando di soldi DOVUTI ai lavoratori che
verrebbero condonati per legge e di fatto regalati ai datori di lavoro”.
L'articolo Sindacati e opposizioni contro la “norma Pogliese”. Landini:
“Cattiveria contro i lavoratori”. Conte: “Infilata col favore delle tenebre”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un prezzo medio di oltre 100 euro a notte, ma il personale non riceve lo
stipendio. Ecco perché le lavoratrici e i lavoratori del Rome Marriot Park Hotel
hanno indetto uno sciopero: la mobilitazione è cominciata nel primo mattino di
venerdì 19 dicembre per chiedere il pagamento immediato degli stipendi, il
rispetto dei contratti lavorativi e l’apertura di un confronto sindacale. Da
diversi mesi, lo staff dell’hotel riceve gli stipendi in ritardo e sono anche
mancati i pagamenti delle mensilità aggiuntive: come il ritardo nel pagamento
della quattordicesima, avvenuto solo a settembre inoltrato.
Hotel Revolution, la società che gestisce la struttura, nella serata di giovedì
18 dicembre ha mandato un comunicato al personale del Marriot per avvisarli che
il pagamento della tredicesima fosse slittato da dicembre a gennaio: una
decisione che viola la legge e il contratto di lavoro. In che modo l’azienda ha
giustificato il ritardo? Con le “esigenze di cash flow“, una formulazione vaga
che scarica le difficoltà gestionali sul personale.
Non si tratta di un caso isolato, secondo i sindacati: “È l’ennesima
dimostrazione di una condizione strutturale che colpisce i lavoratori del
turismo a Roma: grandi catene alberghiere e marchi internazionali continuano a
produrre profitti, mentre chi garantisce ogni giorno il funzionamento delle
strutture non riceve nemmeno lo stipendio nei tempi dovuti”. Mentre il personale
sciopera, l’account Facebook dell’hotel pubblica la foto di una ricca colazione
con cornetto, muffin, muesli e spremuta d’arancia. “Luce del mattino, profumo di
dolcezza e un momento che sa di calma. Al Rome Marriott Park Hotel, la giornata
inizia con gusto e armonia”.
L'articolo Sciopero del personale al Marriot Park Hotel di Roma: stipendi e
tredicesima in ritardo proviene da Il Fatto Quotidiano.
I contratti pirata – ovvero quelli firmati da sindacati poco rappresentativi –
continuano a generare nel terziario un ampio danno economico e sociale. A
quantificare le perdite e lanciare l’allarme è Confesercenti. Un sondaggio Ipsos
commissionato dalla confederazione ha quantificato gli effetti del dumping
salariale. Solo per i servizi, al 30 giugno di quest’anno erano registrati al
Cnel 210 contratti. Di questi, 200 erano a “minore tutela” e solo 10 siglati dai
confederali Cisl, Uil e Cgil. I contratti a bassa tutela coinvolgerebbero dai
160mila ai 180mila lavoratori del comparto, ma sono stime molto conservative.
Degli intervistati, solo il 13% afferma di godere della quattordicesima. Il
dumping sottrae ai dipendenti il 26% della retribuzione, 1.150 euro di elementi
non retributivi come ferie o riposi o permessi, 1000 euro di prestazioni
sanitarie previste dalla bilateralità e 900 euro di welfare dalla bilateralità
integrativa. I danni ai lavoratori sono stimati in totale in più di 8.200 euro
annuali. “Stiamo parlando di quasi 1,5 miliardi di euro sottratti al sistema
economico ogni anno“, commenta Confesercenti, che sottolinea anche l’impatto per
le casse statali dato che “il minor gettito Irpef causato dai contratti in
dumping è di oltre 300 milioni di euro, mentre il minor gettito contributivo è
di quasi 450 milioni di euro”.
Per sopperire alle mancanze, l’associazione di categoria ha proposto di
estendere la detassazione al 5% sugli incrementi salariali, come previsto dalla
legge di Bilancio per i contratti siglati nel 2025, anche ai contratti del
commercio e del turismo firmati nel 2024 e agli aumenti previsti per il 2026.
Secondo le stime, attraverso questo provvedimento si guadagnerebbero oltre 148
milioni l’anno da poter redistribuire ai lavoratori del settore. Confesercenti
però puntualizza: “Un beneficio che deve essere riservato alle imprese che
applicano contratti di qualità, firmati da organizzazioni realmente
rappresentative, una scelta per premiare chi rispetta le regole, rafforzare la
concorrenza leale e legare tra loro crescita dei salari, legalità e sviluppo del
sistema produttivo”.
L'articolo Contratti pirata, Confesercenti: “Danni per 1,5 miliardi l’anno”. Per
ogni lavoratore 8.200 euro di minori compensi proviene da Il Fatto Quotidiano.
A cura di Aldo Andrea Presutto*
C’è un tempo nel lavoro somministrato che non si vede, ma pesa sulla vita di chi
lavora. È il tempo dell’attesa: quando il lavoratore non è ancora in missione,
non ha compiti concreti eppure deve restare pronto in vista di una eventuale
chiamata. Un tempo sospeso e imprevedibile, fuori dal suo controllo. Può durare
ore, giorni o settimane, ma in quel tempo il lavoratore non può organizzare
liberamente la propria giornata né programmare altre attività.
La legge tutela questo periodo con un diritto semplice ma fondamentale:
l’indennità di disponibilità. Si tratta di un compenso riconosciuto per il solo
fatto di essere pronto in caso di chiamata per lavorare. Riconosce il valore del
tempo dell’attesa e sottolinea che la disponibilità del lavoratore è parte
essenziale del funzionamento del sistema di somministrazione.
La sentenza del Consiglio di Stato n. 7853 del 2025 ha riportato l’istituto al
centro del dibattito, chiarendo con precisione significato e portata. Il caso
riguardava l’Agenzia Ali, che durante la pandemia aveva sospeso i rapporti di
lavoro e smesso di pagare l’indennità, puntando invece sulla cassa integrazione
in deroga. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro aveva contestato questa scelta,
sostenendo che la mancata corresponsione dell’indennità violava le norme di
tutela dei lavoratori. L’agenzia, dal canto suo, sosteneva che non esistesse un
obbligo generalizzato e che, non applicando il contratto collettivo nazionale,
fosse libera di ignorare il pagamento.
Il Consiglio di Stato ha respinto queste argomentazioni con decisione, ribadendo
che l’indennità è un diritto previsto dalla legge, indipendente da contratti
collettivi o regolamenti interni dell’azienda. Nessuna regola interna può
cancellarla. Il lavoratore ha diritto al compenso per tutto il periodo in cui
resta in attesa di una missione, non solo per i quindici giorni eventualmente
previsti da regole aziendali. La contrattazione collettiva può definire quanto
spetta, mai se spetta.
E non si tratta di un rimborso eventuale: l’indennità è parte integrante della
retribuzione, incide sui contributi e rientra pienamente nel sistema degli
istituti economici previsti per il lavoro somministrato.
La sentenza ha chiarito anche il ruolo essenziale dell’Ispettorato. Il suo
intervento non tutela solo i diritti dei singoli lavoratori, ma garantisce la
correttezza e l’equilibrio dell’intero mercato. Se un’agenzia elude l’indennità,
il danno non ricade solo su chi è in attesa, ma sulla credibilità e sul
funzionamento del sistema della somministrazione. L’Ispettorato diventa così il
presidio della legalità sostanziale: uno strumento che rende effettive le norme
di protezione e impedisce che la flessibilità si trasformi in precarietà senza
regole.
Il messaggio della Corte è chiaro: la flessibilità non può implicare vuoto di
tutele. Il lavoratore in disponibilità non è “in pausa”, è parte importante del
sistema stesso della somministrazione. Eliminare l’indennità significherebbe
trasformare l’attesa necessaria in subordinazione senza reddito, un risultato
contrario alla legge e alla logica stessa della somministrazione.
Questa pronuncia parla a tutti, non solo alle agenzie. Ricorda che un modello di
lavoro flessibile funziona solo se accompagnato da garanzie solide e non
negoziabili. L’indennità di disponibilità protegge chi è più vulnerabile, chi
resta pronto a partire anche quando non ha compiti immediati. È una tutela
invisibile ma indispensabile, che riconosce il valore del tempo dell’attesa e
sostiene l’equilibrio del lavoro somministrato.
*Abilitato all’esercizio della professione forense, con oltre dieci anni di
esperienza nel settore legale delle agenzie per il lavoro. Svolge attività di
consulenza e divulgazione scientifica
L'articolo Lavoro somministrato, l’indennità di disponibilità è un diritto: la
sentenza del Consiglio di Stato parla a tutti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo otto giorni di mobilitazione, i lavoratori del magazzino AFS-BRT di Madonna
dell’Acqua, in provincia di Pisa, hanno ottenuto un accordo con l’azienda.
L’annuncio è arrivato dal sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli, che
fin dall’inizio della protesta ha svolto un ruolo di mediazione tra le parti:
“Un risultato significativo che permette a tutte le persone coinvolte di tornare
al lavoro”, ha dichiarato il primo cittadino alla stampa locale, impegnandosi a
“fare da garante per l’applicazione concreta di quanto concordato”.
Lo sciopero, proclamato dal sindacato MULTI con l’adesione del 100% dei
magazzinieri e di molti autisti, era nato per denunciare condizioni di lavoro
che i dipendenti definivano inaccettabili. Secondo quanto riportato dai
manifestanti, l’azienda non riconoscerebbe le ore effettive di lavoro:
“Contratti di due ore che diventano giornate da sei o sette, con il resto pagato
come straordinario”, si legge in un comunicato. Una forma di sfruttamento che
lasciava i lavoratori nell’incertezza: “Non sai mai quanto guadagnerai e se ti
ammali non lavori e non prendi nulla”. Ma le rivendicazioni non si fermavano
alle irregolarità contrattuali. I dipendenti denunciavano anche gravi problemi
di sicurezza all’interno del magazzino, dove sarebbero presenti “fili elettrici
scoperti, con infiltrazioni d’acqua quando piove”.
A questo si aggiungevano accuse di “violenza verbale, discriminazione e
razzismo”, soprattutto nei confronti dei lavoratori migranti. Secondo la
consigliera comunale Giulia Contini di Diritti in Comune, presente al presidio,
“l’azienda risponde soltanto ‘se non ti piace, cambia lavoro’, come se chi
lavora fosse sostituibile da chi ha più fame”. La risposta dell’azienda alla
mobilitazione è stata immediata e dura: lo stesso giorno dell’inizio dello
sciopero, AFS ha inviato “contestazioni disciplinari a otto lavoratori che
avevano denunciato la mancanza di sicurezza nel magazzino, e con la sospensione
dal lavoro del nostro delegato sindacale”, come denunciato dai lavoratori
stessi. Il 21 novembre, al presidio è arrivata la Polizia. Secondo il sindacato
MULTI, l’intervento sarebbe stato richiesto dal privato con l’intento di
“sostituire i lavoratori per far passare le merci nonostante lo sciopero”.
Un episodio che Diritti in Comune ha definito “fatto gravissimo, inaudito ed
ingiustificabile”, denunciando come “decidere di inviare un reparto della celere
contro un picchetto di operai in sciopero è qualcosa di nuovo e preoccupante
nella nostra città”. Il giorno precedente, un incontro in Prefettura tra le
parti si era concluso con un nulla di fatto. Domenica 23 novembre era stata
indetta un’assemblea pubblica al presidio. L’azienda, da parte sua, aveva
respinto tutte le accuse, definendole diffamatorie e annunciando querele. Ma la
mobilitazione dei lavoratori ha avuto eco anche a livello istituzionale. Dopo un
incontro tra il sindaco, i lavoratori in sciopero e i rappresentanti
dell’azienda è stato annunciato l’accordo.
La vicenda solleva però interrogativi più ampi sul sistema degli appalti nella
logistica. Come hanno sottolineato Diritti in Comune e Rifondazione Comunista,
che hanno portato il tema in Consiglio comunale. I lavoratori in sciopero, nella
loro dichiarazione pubblica, hanno ricostruito la propria battaglia: “Da molti
anni lavoriamo in appalto per la multinazionale BRT, sia in magazzino sia su
strada come autisti”. Un riferimento particolare è andato al passato di BRT,
“per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”. Con il
piano Galileo, l’azienda “aveva promesso di stabilizzare i dipendenti e risanare
gli appalti”. La lotta di Madonna dell’Acqua si inserisce proprio in questo
quadro di richiesta di applicazione concreta di quegli impegni.
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sciopero per contratti e condizioni di lavoro: “Trovato l’accordo” proviene da
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