Trentasette persone licenziate e sostituite dall’intelligenza artificiale. I
dipendenti dell’americana InvestCloud vanno tutti a casa: la multinazionale ha
deciso di accelerare la corsa stravolgendo il suo modello di business e così ha
comunicato di tagliare l’intero organico italiano. Così i sindacati che
rappresentano i 37 dipendenti della sede di Marghera, alle porte di Venezia, si
sono ritrovati in mano, lo scorso 9 marzo, una lettera che annuncia la procedura
collettiva.
“Il modello storico ‘su misura’, organizzato in team dislocati su più
giurisdizioni e impegnati in adattamenti locali, ha determinato duplicazioni
operative, economie di scala ridotte, tempi di sviluppo più lunghi e una
valorizzazione solo parziale dei benefici in termini di produttività e
automazione derivanti dall’intelligenza artificiale”, scrive l’azienda che, a
livello globale, offre piattaforme digitali per la gestione del patrimonio e
soluzioni software alle istituzioni finanziarie.
Nello specifico, la società italiana è attiva nel business Digital Wealth,
completamente travolto dall’arrivo dell’intelligenza artificiale. In particolare
nell’ultimo anno e mezzo, segnato da “una significativa accelerazione dei
cambiamenti tecnologici, con un crescente livello di integrazione di soluzioni
basate sull’intelligenza artificiale nei modelli di servizio per la gestione del
patrimonio”. Da lì l’esigenza di un “riallineamento strutturale”, come lo
definisce InvestCloud.
In pratica per il gruppo americano le soluzioni personalizzate in base al Paese
della clientela hanno fatto il loro tempo e le strutture nazionali saranno
progressivamente eliminate. Al loro posto si punterà su pochi centri di
eccellenza globali, con una strategia basata su una “accelerazione degli
investimenti in soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e un
rafforzamento dell’attenzione all’innovazione replicabile e scalabile”. E così
la soluzione resta una sola: la chiusura della società locale e il licenziamento
di 37 persone.
L'articolo InvestCloud chiude in Italia: 37 dipendenti sostituiti
dall’intelligenza artificiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Licenziamenti
Il gruppo Citynews ha licenziato improvvisamente 4 giornalisti e interrotto o
rimodulato 16 collaborazioni. Tutto via pec. Subito si sono schierati a difesa
dei giornalisti coinvolti sia il Comitato di redazione che il sindacato dei
giornalisti Figec. Il Cdr di Citynews, che edita sotto la sigla “Today” numero
siti di informazione locale, e il sindacato giornalisti Figec ha denunciato i
tagli al personale che l’azienda sta perpetrando in questi ultimi giorni: “Senza
preavviso, nel giro di poche ore, sono state inviate pec a molti giornalisti del
Gruppo per l’interruzione immediata di collaborazioni e rapporti di lavoro a
tempo indeterminato – si legge in una nota – Tempi e modalità dell’azione
lasciano sconcertati. Giornalisti anche con oltre 10 anni di appartenenza si
sono visti arrivare la comunicazione via mail, sono stati immediatamente rimossi
dal gestionale e i loro profili cancellati”.
Tra i licenziati ci sono due giornalisti assunti nella redazione di
PalermoToday. “Il tutto – denunciano Cdr e Figece – succede dopo che in un
incontro con l’azienda, lo scorso 24 febbraio, la stessa aveva comunicato al Cdr
che il piano di risparmio in corso, legato a questioni di bilancio e alla multa
Inps, non prevedeva riduzioni del corpo giornalisti”. La scelta dell’azienda è
giunta ” senza chiedere il parere preventivo del cdr, cosa che è garantita dal
Contratto nazionale di riferimento (Figec-Cisal)”.
Il Cdr e Figec hanno sottolineato di comprendere la difficile situazione in cui
versa Citynews e “riconoscono l’impegno dimostrato dall’azienda che, negli
ultimi anni, ha migliorato le condizioni dei lavoratori e stabilizzato decine di
ex precari, tuttavia non è possibile accettare le modalità di azione
dell’azienda”. Il Cdr ha richiesto all’azienda di tornare sui propri passi,
“sospendendo subito il piano di riorganizzazione e attivando una concertazione
in merito, ritirando i licenziamenti”. Infine il Cdr e Figec hanno dichiarato:
“In attesa di una risposta, il comitato di Redazione anticiperà l’assemblea
generale prevista per il 17 marzo e si riserva di intraprendere, insieme alla
platea di giornalisti, altre iniziative di mobilitazione”. Sulla vicenda è
intervenuto anche il sindacato Assostampa, che ha espresso piena solidarietà ai
due giornalisti di PalermoToday licenziati dal gruppo Citynews e chiesto al
gruppo di “rivedere le proprie decisioni e di mettere in campo tutte le azioni
necessarie per garantire i livelli occupazionali”.
L'articolo Il Gruppo Citynews licenzia 4 redattori e interrompe 16
collaborazioni via mail. I sindacati: “Sconcertati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Prima pedinata, poi licenziata. La protagonista di questa storia è una commessa,
madre separata, alla quale per anni sono stati imposti turni di lavoro quasi
sempre inconciliabili con l’esigenza di accudire la figlia di otto anni. Il
marchio di moda Karl Lagerfeld – brand internazionale di “lusso accessibile” per
cui lavorava nell’outlet di Castel Romano – l’ha fatta seguire durante le
giornate di malattia e poi l’ha licenziata. L’investigatore l’ha vista
accompagnare a scuola la bambina e fare due volte la spesa nelle ore di
reperibilità per le visite fiscali; una volta dal fornaio e un’altra volta al
supermercato. Episodi che, sommati ad altre due assenze – motivate con un guasto
all’auto alla quale però Lagerfeld non ha creduto – sono costati il posto di
lavoro alla donna. La lavoratrice, assistita dalla Filcams Cgil, ha quindi
presentato ricorso presso il Tribunale di Roma: accusa l’azienda di moda di
averla discriminata poiché per anni aveva chiesto orari fissi, in modo da poter
organizzare con l’ex marito i tempi da passare con la figlia, ma le sono stati
assegnati turni che cambiavano ogni due settimane.
Le carte del processo in corso permettono di ricostruire i fatti. L’addetta è
stata assunta a fine 2017, pochi mesi dopo essere diventata madre. Contratto
part time da 30 ore settimanali, che prevede turnazione fissa solo in teoria
perché a questa si aggiunge la “clausola di flessibilità”. In pratica, l’azienda
può modificare i turni a seconda delle esigenze produttive, e così ha fatto
poiché – dice il ricorso – non è mai stata rispettata quella tabella iniziale.
Nel 2020 è arrivata la separazione dal marito e il giudice ha previsto per la
piccola un classico affidamento alternato: un week end con la madre e uno con il
padre.
Di conseguenza, la commessa ha chiesto turni compatibili con questo schema ma
l’azienda non ha accettato. Proprio nelle memorie dell’azienda, redatte dallo
studio B&C Legal and Compliance, la richiesta della lavoratrice viene definita
incompatibile con le esigenze aziendali. Impossibile, secondo Lagerfeld,
concedere di stare a casa per due weekend al mese, perché proprio il fine
settimana è il momento di maggiore afflusso di clienti. Così come viene definito
impossibile garantire così tanti turni mattutini; per una madre sono una
salvezza, dato che coincidono con l’orario scolastico, ma l’azienda ha bisogno
di lavoro soprattutto nel pomeriggio. Insomma, ha prevalso la ragione di
impresa. Sempre la memoria difensiva aggiunge che nei negozi la maggior parte
dell’organico è composto da donne, che ci sono altre madri di minori e che
accontentarla sarebbe stato un ingiusto vantaggio rispetto alle altre e che in
generale Lagerfeld è un’azienda inclusiva e non opera distinzioni.
Soprattutto a partire dal 2025, scaduti i congedi, la lavoratrice ha iniziato a
chiedere molti giorni di malattia. Atteggiamento che, secondo Lagerfeld, è
“sospetto”, tuttavia gli unici episodi oggettivamente contestati si riferiscono
a quei due giorni, uno di dicembre 2025 e uno di gennaio 2026. Come detto, la
donna è stata vista fuori dalla scuola della figlia e poi intenta a comprare
pane e fare la spesa. Tra l’altro, i congedi non retribuiti sono molto
penalizzanti, perché riducono le ore di lavoro, quindi gli stipendi e anche i
“premi” sulle vendite. Parliamo di una addetta con uno stipendio di circa mille
euro netti.
I difensori della commessa, gli avvocati Flaminia Agostinelli e Carlo de
Marchis, fanno notare nel ricorso i frequenti turni serali e nel fine settimana,
sempre diversi dalla tabella prevista dal contratto, sono inconciliabili con i
tempi di affidamento della figlia, e sostengono che sono discriminatori, perché
questa condizione “impedisce una pianificazione famigliare e una alternanza
virtuosa del tempo di lavoro e di cura familiare”.
IlFattoQuotidiano.it ha provato a contattare l’azienda per ricevere la sua
versione dei fatti: “La questione – spiegano da Lagerfeld – riguarda un
procedimento legale in corso. Pertanto, per rispetto della privacy delle persone
coinvolte, non siamo in condizione di commentare i dettagli del caso”. “Ci
impegniamo a mantenere un ambiente di lavoro equo, rispettoso e inclusivo per
tutti i nostri dipendenti. – aggiunge l’azienda – Prendiamo molto seriamente i
nostri obblighi legali ed etici e affrontiamo le questioni relative al lavoro in
conformità con le leggi applicabili e le politiche interne. Dato che il caso è
al momento pendente presso il Tribunale del Lavoro di Roma, non sarebbe
opportuno fornire ulteriori dettagli in questa fase”.
Karl Lagerfeld Italy è controllata dall’omonima società di diritto olandese.
Paris Hilton è una testimonial del brand che in Italia ha sei negozi e una
cinquantina di dipendenti. Il fondatore, lo stilista tedesco Karl Lagerfeld,
morto nel 2019, aveva scatenato alcuni anni fa le polemiche per alcune sue
dichiarazioni sul fenomeno del #metoo, e in particolare sull’ondata di denunce
di molestie sessuali raccontate da donne famose: “Ne sono proprio stufo del
metoo – disse nel 2018 – Ciò che mi sconvolge di più in tutto questo sono le
starlettes che hanno impiegato 20 anni per ricordare cosa gli era successo. Per
non parlare del fatto che non ci sono testimoni delle accuse. Detto questo, non
sopporto il signor Weinstein”.
L'articolo Commessa licenziata dalla Lagerfeld presenta ricorso: accusa
l’azienda di averla discriminata con turni inconciliabili con la famiglia
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo le polemiche seguite ai 300 licenziamenti al prestigioso quotidiano di
proprietà di Jeff Bezos, il ceo del Washington Post, Will Lewis, ha rassegnato
le dimissioni. Lewis ha affermato di aver preso questa difficile decisione “per
garantire un futuro sostenibile” al giornale. Era stato assunto da Bezos,
all’inizio del 2024, con l’obiettivo di trasformare la testata e porre fine ad
anni di perdite finanziarie e calo di lettori. Si è dimesso pochi giorni dopo
che l’azienda ha ridotto del 30% il personale, scatenando critiche da parte di
dipendenti ed ex dipendenti del Post. Marty Baron, l’acclamato ex direttore del
Post, l’ha definita una delle “giornate più buie nella storia di una delle più
grandi testate giornalistiche del mondo”. Lewis sarà sostituito da Jeff
D’Onofrio, ex direttore finanziario del giornale.
Lewis ha annunciato le sue dimissioni in una e-mail indirizzata allo staff del
giornale, affermando che dopo due anni di trasformazione, “ora è il momento
giusto per me di farmi da parte“. Sebbene previsti, i tagli sono stati più
profondi del previsto, con la conseguente chiusura della rinomata sezione
sportiva del Post, l’eliminazione del personale addetto alla fotografia e forti
riduzioni del personale responsabile della copertura dell’area metropolitana di
Washington e dell’estero. Nella nota in cui annuncia le sue dimissioni Lewis ha
aggiunto che “l’istituzione non avrebbe potuto avere un proprietario migliore“,
elogiando Jeff Bezos. “Durante il mio mandato, sono state prese decisioni
difficili per garantire il futuro sostenibile del Post, affinché possa
continuare a pubblicare per molti anni a venire notizie di alta qualità e
imparziali a milioni di clienti ogni giorno”, ha aggiunto. Di origine
britannica, Lewis era un ex dirigente del Wall Street Journal prima di assumere
la direzione del Post nel gennaio 2024. Il suo mandato è stato travagliato fin
dall’inizio, segnato da licenziamenti e da un piano di riorganizzazione fallito
che ha portato alle dimissioni dell’ex caporedattrice Sally Buzbee.
Lewis non si è fatto amare dai giornalisti del Washington Post con i suoi
commenti schietti sul loro lavoro, arrivando a dire in una riunione del
personale che dovevano cambiare perché non c’era abbastanza gente che leggeva i
loro articoli. Il Washington Post Guild, il sindacato che rappresenta i membri
dello staff, ha definito le sue dimissioni come attese da tempo: “La sua eredità
sarà il tentativo di distruggere una grande istituzione giornalistica
americana”, ha affermato il Guild in una nota, sottolineando che “non è troppo
tardi per salvare il Post”. Il sindacato si rivolge così a Bezos chiedendo di
“revocare immediatamente questi licenziamenti o vendere il giornale a qualcuno
disposto a investire nel suo futuro”.
Il proprietario di Amazon, dal canto suo, ha rilasciato una dichiarazione in cui
afferma che Jeff D’Onofrio e il suo team sono pronti a guidare il Post verso “un
nuovo capitolo entusiasmante e fiorente”. “Il Post ha una missione giornalistica
essenziale e un’opportunità straordinaria”, ha affermato Bezos, “ogni giorno i
nostri lettori ci forniscono una tabella di marcia per il successo. I dati ci
dicono cosa è prezioso e su cosa concentrarci”. In una nota al personale,
invece, D’Onofrio ha dichiarato che “stiamo concludendo una settimana difficile
di cambiamenti con ulteriori cambiamenti”. “Questo è un momento difficile per
tutte le organizzazioni mediatiche e il Post purtroppo non fa eccezione”, ha
scritto: “Ho avuto il privilegio di aiutare a tracciare la rotta sia dei
rivoluzionari che dei pilastri della cultura. Tutti hanno affrontato difficoltà
economiche in un panorama industriale in evoluzione e noi siamo stati
all’altezza della situazione. Non ho alcun dubbio che lo faremo anche questa
volta, insieme”, ha concluso.
L'articolo Dopo i licenziamenti voluti da Bezos si dimette il ceo del Washington
Post proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quello appena finito è stato il gennaio peggiore dal 2009 per numero di
licenziamenti negli Stati Uniti. È quanto emerge dal rapporto pubblicato dalla
società globale di ricollocamento e coaching esecutivo Challenger, Gray
&Christmas, che registra l’annuncio di 108.435 licenziamenti da parte dei datori
di lavoro statunitensi: un aumento del 205% rispetto ai 35.553 tagli annunciati
a dicembre. Il totale di gennaio è il più alto per il mese dal 2009, quando
furono annunciati 241.749 tagli di posti di lavoro. Si tratta del totale mensile
più alto dall’ottobre 2025, quando furono registrati 153.074 tagli.
“In genere, nel primo trimestre si registra un numero elevato di licenziamenti,
ma questo è un totale elevato per gennaio. Ciò significa che la maggior parte di
questi piani è stata definita alla fine del 2025, il che indica che i datori di
lavoro sono poco ottimisti sulle prospettive per il 2026”, ha commentato Andy
Challenger, esperto di ambiente di lavoro e chief revenue officer di Challenger,
Gray &Christmas.
L'articolo A gennaio negli Usa oltre 100mila licenziamenti: mai così male dal
2009 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Licenziata, dopo trent’anni di lavoro, per meno di 3 euro. Ancora una volta
l’azienda protagonista è la Pam Panorama. Dopo i licenziamenti per il “test del
carrello” e la sospensione senza stipendio di decine di lavoratori ritenuti non
più adatti a svolgere le loro mansioni, è emersa una nuova vicenda che coinvolge
l’azienda della grande distribuzione organizzata. Ancora una volta in Toscana, a
Grosseto. I fatti risalgono ai primi giorni di settembre e ora sono
all’attenzione del giudice del lavoro del tribunale di Grosseto.
La dipendente ha appena concluso il turno nel suo supermercato e decide di fare
la spesa prima di tornare a casa. Dopo aver pagato, uscendo dal punto vendita,
le si rompe una busta e un flacone di detersivo cade a terra, rompendosi.
Rientra, scambia qualche battuta con i colleghi e con il responsabile,
avvertendo della pozza scivolosa che si è creata sul pavimento, e dopo aver
preso un nuovo flacone esce. Nessuno le chiede di pagare di nuovo, o tenta di
fermarla. Nessuno le contesta nulla sul momento. Poche settimane dopo arriva la
lettera dell’azienda: licenziamento per giusta causa, per aver sottratto della
merce.
Sarà la magistratura a dire se il licenziamento è stato legittimo, ma intanto la
vicenda alimenta una domanda: fino a che punto il controllo e la repressione
possono sostituire il rapporto fiduciario con lavoratori che, da anni,
garantiscono il funzionamento quotidiano dei supermercati? “Si tratta di un
provvedimento del tutto sproporzionato che si inserisce in una lunga lista di
comportamenti illegittimi messi in atto dall’azienda”, commenta a
ilfattoquotidiano.it Roberto Brambilla della Filcams Cgil. “La lavoratrice ha
agito alla luce del sole, in buona fede, mettendo a conoscenza i colleghi, e il
responsabile, della sostituzione dell’articolo. Non c’era l’intento
fraudolento”. Tanto che non risulta alcuna denuncia penale a carico della donna.
Per una violazione di questo tipo è configurabile un richiamo. Eventualmente una
multa, nel caso in cui l’azienda voglia fare la voce grossa. “Invece è stata
scelta la sanzione massima nei confronti di una dipendente con trent’anni di
servizio e nessun precedente disciplinare. È un messaggio per tutti gli altri
lavoratori. Un misura esemplare”. Brambilla, che spera ancora in un passo
indietro da parte di Pam, sottolinea che la vertenza di Grosseto è legata a
doppio filo ad altri episodi, avvenuti in Toscana e nel Lazio. “In questi
territori ci sono i punti vendita più storici, al cui interno lavorano i
dipendenti con più anzianità. Non è un caso. Sono comportamenti discriminatori
di un’azienda che sta cercando di mettere fuori dalla porta questa tipologia di
lavoratori. Sono escamotage per tagliare i costi”. E aggiunge: “Pam continua a
negarsi ai tavoli di confronto. Accetti di sedersi con noi e ci smentisca”.
Quello di Grosseto non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Pam Panorama è stata
più volte al centro delle cronache sindacali, soprattutto in Toscana. A
dicembre, a Siena e Livorno, due lavoratori sono stati licenziati dopo non aver
superato il cosiddetto “test del carrello”: un finto cliente nasconde prodotti
nel carrello per verificare l’attenzione del personale di cassa. In un altro
caso, una cassiera con 36 anni di esperienza è stata sospesa per non aver notato
un mascara nascosto in una busta di castagne. E ancora: decine di dipendenti
over 50 – alcuni inquadrati come lavoratori fragili o appartenenti alle
categorie protette – sospesi senza stipendio, dopo che l’azienda aveva reso più
stringenti i parametri di idoneità fisica. All’improvviso non erano più adatti a
svolgere le loro mansioni, né ricollocabili. Se per Pam si è trattata di una
misura necessaria per la sicurezza, per i sindacati è stato solo un modo per
aggirare le tutele contro i licenziamenti collettivi.
Tra i dipendenti non c’è molta voglia di esporsi. Anche chi ha subito le
decisioni dell’azienda spesso preferisce non parlare. L’aria è pesante e
condiziona anche la solidarietà tra gli stessi colleghi. Tra i lavoratori c’è
diffidenza e paura. “Al di là del caso locale, quello che traspare è il clima
aziendale. Basta il minimo episodio per rompere il rapporto di fiducia tra
datore e dipendente”, commenta Brambilla. Secondo il sindacalista, una
situazione del genere difficilmente può far bene all’azienda, visto che i
lavoratori dei supermercati sono il primo filtro con i clienti. “È chiaro che il
settore sta vivendo un arretramento, per via dei tanti competitor che si stanno
affacciando al mercato. Ma Pam potrebbe implementare altre forme di business per
rilanciarsi, al posto di ridurre la forza lavoro”, conclude Brambilla.
L'articolo Dipendente Pam licenziata per un detersivo da 3 euro. Filcams Cgil:
“Sproporzionato, è un messaggio a tutti i lavoratori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo una carriera di oltre dieci anni come metalmeccanico, era stato licenziato
per il resto di un caffè. E adesso, a più di un anno di distanza, la giustizia
gli ha dato ragione e ha condannato l’azienda a restituirgli ben diciotto
mensilità. La vicenda risale al giugno 2024, in una ditta del Bresciano: il
protagonista non aveva ricevuto il resto dalla macchinetta del caffè, e il
giorno successivo aveva discusso con un collega che lo aveva visto prendere
delle monete all’arrivo del tecnico del distributore.
Il tecnico, però, aveva negato di aver acconsentito tale gesto. Così, il
lavoratore aveva restituito la somma di un euro e sessanta centesimi, ma due
settimane dopo era stato licenziato dall’azienda poiché quest’ultima non era
sicura del consenso dell’addetto. Le accuse contestate? Appropriazione indebita
e minacce nei confronti di un collega.
L’uomo, che non aveva precedenti disciplinari in azienda, aveva presentato un
ricorso per la sproporzionalità tra l’episodio contestatogli e la punizione
inflitta. Il provvedimento è stato impugnato e il Tribunale di Brescia ha
avvalorato la versione del dipendente, condannando l’azienda a corrispondere al
ricorrente un indennizzo pari a 18 mensilità senza però il suo reintegro in
azienda.
La giudice del lavoro Natalia Pala ha smontato le accuse e ritenuto le minacce
generiche: il lavoratore poteva essere considerato al limite sgarbato. Per
quanto riguarda le monete recuperate, non è stato ritenuto possibile giungere
alla verità della questione, ma ciò è comunque irrilevante per l’azienda e il
licenziamento è “obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della
condotta”, soprattutto considerando gli oltre 14 anni di rapporto lavorativo.
L'articolo Licenziato per il resto di una macchinetta del caffè: l’azienda
condannata a restituirgli 18 mensilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Contratto non rinnovato”. Il messaggio Whatsapp è arrivato il 31 dicembre alla
stragrande maggioranza dei lavoratori interinali del magazzino AFS-BRT di
Madonna dell’Acqua, in provincia di Pisa. I dipendenti coinvolti, che avevano
partecipato allo sciopero del 18 novembre, hanno ricevuto la comunicazione che
quello sarebbe stato il loro ultimo giorno di contratto. Al loro posto,
l’azienda ha inserito nuovi lavoratori interinali per svolgere le stesse
identiche mansioni. Proprio per questo, la mattina dell’8 gennaio, è ripartita
la mobilitazione con uno sciopero di un’ora e un presidio davanti ai cancelli
della struttura.
“Nonostante gli impegni presi dall’azienda, i lavoratori interinali che hanno
partecipato allo sciopero del 18 novembre non hanno ottenuto il rinnovo del
contratto oltre il 31 dicembre. Al loro posto sono stati inseriti nuovi
lavoratori interinali, utilizzati per svolgere le stesse identiche mansioni”,
denuncia il sindacato Multi in una nota. A mobilitarsi, in solidarietà dei
lavoratori esclusi, sono stati anche i loro colleghi. Per Diritti in Comune si
tratta di una “decisione che colpisce volutamente chi, nelle scorse settimane,
si era mobilitato per difendere i propri diritti e pretendere condizioni di
lavoro dignitose”. Il gruppo politico definisce l’episodio “gravissimo” e parla
apertamente di “vera e propria ritorsione nei confronti di chi ha denunciato una
forma di sfruttamento e si è organizzato attraverso la lotta sindacale”.
La vicenda si inserisce nel quadro della lunga mobilitazione iniziata a
novembre, quando otto giorni di sciopero avevano portato a un accordo con
l’intermediazione del sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli. Ma la
protesta non riguarda solo i contratti. Il sindacato Multi denuncia anche che
“l’azienda continua a non rispettare gli accordi anche in relazione al premio di
produzione e il premio natalizio, premi che devono essere riconosciuti a tutti i
lavoratori, con calcolo basato sulle ore effettivamente lavorate, senza
discriminazioni”. Questioni che erano già state al centro della vertenza di
novembre e che, secondo i lavoratori, rimangono irrisolte. Il sistema che viene
denunciato ha radici profonde: “Da oltre un anno l’agenzia di somministrazione
Universo fornisce manodopera ad AFS, appaltatrice di BRT per il servizio di
picking, attraverso contratti a termine della durata di un solo mese, rinnovati
sistematicamente”, spiega Diritti in Comune.
Un meccanismo che produce “precarietà e ricattabilità, finalizzato a risparmiare
sul costo del lavoro e a garantire stipendi bassissimi, tra i 450 e i 600 euro
al mese”. Secondo la testata locale QuiNewsPisa.it l’azienda respingerebbe le
accuse e non riconosce il sindacato Multi come rappresentativo. Ma per i
lavoratori e i loro sostenitori, il problema va oltre il riconoscimento
sindacale. C’è una questione di fondo che riguarda l’applicazione del Piano
Galileo, il piano aziendale di rilancio che BRT aveva promesso dopo essere stata
“per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”.
Il piano prevedeva di “stabilizzare i dipendenti e risanare gli appalti”, ma non
verrebbe applicato equamente in tutti gli stabilimenti. Le richieste formulate
sono chiare: “Rinnovo e tutela dei contratti interinali; rispetto degli accordi
su premi e indennità; applicazione del Piano Galileo anche a Madonna dell’Acqua;
continuità occupazionale e dignità del lavoro”. Secondo Diritti in Comune.
“L’attacco diretto contro i lavoratori interinali che hanno protestato lancia un
messaggio gravissimo, che va respinto con forza: chi si organizza sindacalmente
deve essere marginalizzato ed espulso dallo stabilimento”.
L'articolo Lasciati a casa con un messaggio Whatsapp per aver scioperato. Nuova
protesta alla Brt di Pisa per i dipendenti interinali non confermati proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tutti licenziati, o quasi. È questo il destino che Inalca, azienda del gruppo
Cremonini, ha in serbo per i 165 dipendenti impiegati nell’ex sito produttivo di
lavorazione carni di Reggio Emilia, distrutto dall’incendio del febbraio 2025. A
lanciare l’allarme sono i sindacati di categoria alimentare Fai Cisl, Flai Cgil
e Uila Uil. Le sigle hanno incontrato i dipendenti – in cassa integrazione fino
al 10 febbraio – per aggiornarli sulle intenzioni dell’azienda a quasi un anno
dalla notte in cui un rogo distrusse l’impianto, dove già a ottobre era scattato
l’allarme per la mancata bonifica del sito. I sindacati hanno richiesto la
convocazione immediata del tavolo di crisi in Regione Emilia-Romagna, che si
terrà venerdì.
Le sigle parlano di “stupore e rabbia” perché la discussione che si è sviluppata
in questi mesi “non ha mai riguardato il rischio di licenziamenti di massa, ma
le condizioni economiche da garantire ai lavoratori che avrebbero accettato di
ricollocarsi principalmente in altri tre stabilimenti, quelli di Inalca, Fiorani
e Castelfrigo sui territori di Piacenza, Modena e Mantova. “Le motivazioni?
Secondo l’azienda sarebbero riconducibili a una riduzione dei volumi
complessivamente lavorati per Coop Alleanza 3.0 che avrebbe ridotto di oltre il
40% le sue richieste verso Inalca puntando su altri fornitori e da altre cause
di natura congiunturale che determinerebbero un rilevante calo sul mercato delle
carni bovine”, hanno spiegato Ennio Rovatti (segretario generale Uila Uil Modena
e Reggio Emilia), Valerio Bondi (segretario generale Flai Cgil Emilia-Romagna)
Salvatore Coda (segretario generale Flai Cgil Reggio Emilia) e Daniele
Donnarumma, segretario generale Fai Cisl Emilia Centrale.
Per questo l’azienda si ritiene impossibilitata ad assorbire i dipendenti
reggiani in altri stabilimenti. Per venerdì in Regione Emilia-Romagna è stato
convocato il tavolo di crisi: “Esploreremo tutte le condizioni utili offerte
dalle vigenti normative per un’estensione della cassa integrazione straordinaria
oltre il termine di febbraio, per sei mesi fino almeno ad agosto in modo da
avere più tempo per trattare con l’azienda – concludono i sindacati – E
ribadiremo la necessità di costruire percorsi di ricollocazione dei lavoratori
tesi a ridurre significativamente il numero degli esuberi prospettati e di
implementare tutti gli strumenti utili a una gestione non traumatica e non
unilaterale degli stessi”. Al momento non sono stati proclamati né uno stato di
agitazione né scioperi negli stabilimenti del gruppo Cremonini: “Dopo l’incontro
di venerdì valuteremo il da farsi. Se l’azienda continuerà su questa linea, non
escludiamo alcuna azione”.
L'articolo Inalca (Cremonini): 165 dipendenti rischiano il licenziamento dopo
l’incendio nello stabilimento di carni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Paolo Gallo
La notizia dei licenziamenti presso le Terme di Acqui solleva una questione
centrale sulla responsabilità sociale delle imprese e sul ruolo che il lavoro
svolge nella tenuta delle comunità locali. Non si tratta semplicemente di una
riorganizzazione interna o di una gestione aziendale: è un evento che investe la
dignità delle persone, il futuro di intere famiglie e la coesione di un
territorio.
Per comprendere pienamente il peso di questa vicenda è utile guardare alle
radici profonde di quella realtà che oggi chiamiamo Terme di Acqui. Fin
dall’antichità, l’area era conosciuta per le sue sorgenti di acqua calda e
minerale, attorno alle quali si sviluppò un insediamento stabile che fece del
termalismo un elemento centrale della propria identità. Nei secoli, queste acque
hanno continuato a rappresentare una risorsa preziosa, attraversando epoche
storiche diverse senza mai perdere il loro valore sociale ed economico.
Nel Medioevo, così come nell’età moderna, le terme rimasero un punto di
riferimento per la salute e il benessere, contribuendo alla vitalità della
città. Con l’Ottocento e l’affermarsi del termalismo moderno, Acqui si inserì
stabilmente nel circuito delle grandi località termali, diventando luogo di
lavoro, di incontro e di sviluppo. Questo lungo percorso storico non è un
dettaglio marginale: è la dimostrazione di un legame profondo tra una risorsa
naturale, il lavoro umano e la comunità che attorno a essa si è formata.
Per questo motivo, quando si parla delle Terme di Acqui non si può ridurre il
discorso a una semplice vicenda aziendale. Si parla di un patrimonio collettivo
che ha contribuito per generazioni alla crescita del territorio, creando
occupazione, competenze e identità. Interrompere bruscamente questo equilibrio,
senza un confronto preventivo e senza una chiara assunzione di responsabilità
sociale, produce una ferita che va ben oltre il perimetro dell’impresa.
Le modalità con cui sono stati comunicati i licenziamenti pongono un problema
che riguarda il modo in cui oggi si affrontano le crisi: il lavoro viene spesso
trattato come una variabile residuale, da sacrificare rapidamente, anziché come
un valore da tutelare e accompagnare nei processi di cambiamento. Ogni posto di
lavoro perso non è solo un numero in meno, ma una competenza che si disperde,
una stabilità che viene meno, una fiducia che si incrina.
In questo contesto, il ruolo della politica e delle istituzioni è decisivo. Non
basta intervenire a posteriori con dichiarazioni di solidarietà. Occorre
costruire strumenti di prevenzione, di dialogo e di mediazione capaci di
conciliare sostenibilità economica e tutela occupazionale. La difesa del lavoro
non è un ostacolo allo sviluppo: ne è una condizione imprescindibile.
Esprimere vicinanza alle lavoratrici coinvolte non è un gesto retorico né
ideologico. È il riconoscimento di un principio fondamentale: senza lavoro
dignitoso non esiste futuro condiviso, né per le persone né per i territori. Le
Terme di Acqui rappresentano un ponte tra passato e futuro; un ponte costruito
sul lavoro di generazioni che non può essere lasciato crollare
nell’indifferenza.
Il modo in cui sapremo affrontare questa vicenda dirà molto non solo del destino
di una realtà storica, ma anche della capacità del nostro Paese di riconoscere
nel lavoro non un costo da comprimere, bensì il fondamento stesso della propria
civiltà.
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL
VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA
FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN
RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA”
POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ –
MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM
RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI!
L'articolo Per me i licenziamenti senza preavviso alle Terme di Acqui
interrompono un importante legame col territorio proviene da Il Fatto
Quotidiano.