Licenziata, dopo trent’anni di lavoro, per meno di 3 euro. Ancora una volta
l’azienda protagonista è la Pam Panorama. Dopo i licenziamenti per il “test del
carrello” e la sospensione senza stipendio di decine di lavoratori ritenuti non
più adatti a svolgere le loro mansioni, è emersa una nuova vicenda che coinvolge
l’azienda della grande distribuzione organizzata. Ancora una volta in Toscana, a
Grosseto. I fatti risalgono ai primi giorni di settembre e ora sono
all’attenzione del giudice del lavoro del tribunale di Grosseto.
La dipendente ha appena concluso il turno nel suo supermercato e decide di fare
la spesa prima di tornare a casa. Dopo aver pagato, uscendo dal punto vendita,
le si rompe una busta e un flacone di detersivo cade a terra, rompendosi.
Rientra, scambia qualche battuta con i colleghi e con il responsabile,
avvertendo della pozza scivolosa che si è creata sul pavimento, e dopo aver
preso un nuovo flacone esce. Nessuno le chiede di pagare di nuovo, o tenta di
fermarla. Nessuno le contesta nulla sul momento. Poche settimane dopo arriva la
lettera dell’azienda: licenziamento per giusta causa, per aver sottratto della
merce.
Sarà la magistratura a dire se il licenziamento è stato legittimo, ma intanto la
vicenda alimenta una domanda: fino a che punto il controllo e la repressione
possono sostituire il rapporto fiduciario con lavoratori che, da anni,
garantiscono il funzionamento quotidiano dei supermercati? “Si tratta di un
provvedimento del tutto sproporzionato che si inserisce in una lunga lista di
comportamenti illegittimi messi in atto dall’azienda”, commenta a
ilfattoquotidiano.it Roberto Brambilla della Filcams Cgil. “La lavoratrice ha
agito alla luce del sole, in buona fede, mettendo a conoscenza i colleghi, e il
responsabile, della sostituzione dell’articolo. Non c’era l’intento
fraudolento”. Tanto che non risulta alcuna denuncia penale a carico della donna.
Per una violazione di questo tipo è configurabile un richiamo. Eventualmente una
multa, nel caso in cui l’azienda voglia fare la voce grossa. “Invece è stata
scelta la sanzione massima nei confronti di una dipendente con trent’anni di
servizio e nessun precedente disciplinare. È un messaggio per tutti gli altri
lavoratori. Un misura esemplare”. Brambilla, che spera ancora in un passo
indietro da parte di Pam, sottolinea che la vertenza di Grosseto è legata a
doppio filo ad altri episodi, avvenuti in Toscana e nel Lazio. “In questi
territori ci sono i punti vendita più storici, al cui interno lavorano i
dipendenti con più anzianità. Non è un caso. Sono comportamenti discriminatori
di un’azienda che sta cercando di mettere fuori dalla porta questa tipologia di
lavoratori. Sono escamotage per tagliare i costi”. E aggiunge: “Pam continua a
negarsi ai tavoli di confronto. Accetti di sedersi con noi e ci smentisca”.
Quello di Grosseto non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Pam Panorama è stata
più volte al centro delle cronache sindacali, soprattutto in Toscana. A
dicembre, a Siena e Livorno, due lavoratori sono stati licenziati dopo non aver
superato il cosiddetto “test del carrello”: un finto cliente nasconde prodotti
nel carrello per verificare l’attenzione del personale di cassa. In un altro
caso, una cassiera con 36 anni di esperienza è stata sospesa per non aver notato
un mascara nascosto in una busta di castagne. E ancora: decine di dipendenti
over 50 – alcuni inquadrati come lavoratori fragili o appartenenti alle
categorie protette – sospesi senza stipendio, dopo che l’azienda aveva reso più
stringenti i parametri di idoneità fisica. All’improvviso non erano più adatti a
svolgere le loro mansioni, né ricollocabili. Se per Pam si è trattata di una
misura necessaria per la sicurezza, per i sindacati è stato solo un modo per
aggirare le tutele contro i licenziamenti collettivi.
Tra i dipendenti non c’è molta voglia di esporsi. Anche chi ha subito le
decisioni dell’azienda spesso preferisce non parlare. L’aria è pesante e
condiziona anche la solidarietà tra gli stessi colleghi. Tra i lavoratori c’è
diffidenza e paura. “Al di là del caso locale, quello che traspare è il clima
aziendale. Basta il minimo episodio per rompere il rapporto di fiducia tra
datore e dipendente”, commenta Brambilla. Secondo il sindacalista, una
situazione del genere difficilmente può far bene all’azienda, visto che i
lavoratori dei supermercati sono il primo filtro con i clienti. “È chiaro che il
settore sta vivendo un arretramento, per via dei tanti competitor che si stanno
affacciando al mercato. Ma Pam potrebbe implementare altre forme di business per
rilanciarsi, al posto di ridurre la forza lavoro”, conclude Brambilla.
L'articolo Dipendente Pam licenziata per un detersivo da 3 euro. Filcams Cgil:
“Sproporzionato, è un messaggio a tutti i lavoratori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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Dopo una carriera di oltre dieci anni come metalmeccanico, era stato licenziato
per il resto di un caffè. E adesso, a più di un anno di distanza, la giustizia
gli ha dato ragione e ha condannato l’azienda a restituirgli ben diciotto
mensilità. La vicenda risale al giugno 2024, in una ditta del Bresciano: il
protagonista non aveva ricevuto il resto dalla macchinetta del caffè, e il
giorno successivo aveva discusso con un collega che lo aveva visto prendere
delle monete all’arrivo del tecnico del distributore.
Il tecnico, però, aveva negato di aver acconsentito tale gesto. Così, il
lavoratore aveva restituito la somma di un euro e sessanta centesimi, ma due
settimane dopo era stato licenziato dall’azienda poiché quest’ultima non era
sicura del consenso dell’addetto. Le accuse contestate? Appropriazione indebita
e minacce nei confronti di un collega.
L’uomo, che non aveva precedenti disciplinari in azienda, aveva presentato un
ricorso per la sproporzionalità tra l’episodio contestatogli e la punizione
inflitta. Il provvedimento è stato impugnato e il Tribunale di Brescia ha
avvalorato la versione del dipendente, condannando l’azienda a corrispondere al
ricorrente un indennizzo pari a 18 mensilità senza però il suo reintegro in
azienda.
La giudice del lavoro Natalia Pala ha smontato le accuse e ritenuto le minacce
generiche: il lavoratore poteva essere considerato al limite sgarbato. Per
quanto riguarda le monete recuperate, non è stato ritenuto possibile giungere
alla verità della questione, ma ciò è comunque irrilevante per l’azienda e il
licenziamento è “obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della
condotta”, soprattutto considerando gli oltre 14 anni di rapporto lavorativo.
L'articolo Licenziato per il resto di una macchinetta del caffè: l’azienda
condannata a restituirgli 18 mensilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Contratto non rinnovato”. Il messaggio Whatsapp è arrivato il 31 dicembre alla
stragrande maggioranza dei lavoratori interinali del magazzino AFS-BRT di
Madonna dell’Acqua, in provincia di Pisa. I dipendenti coinvolti, che avevano
partecipato allo sciopero del 18 novembre, hanno ricevuto la comunicazione che
quello sarebbe stato il loro ultimo giorno di contratto. Al loro posto,
l’azienda ha inserito nuovi lavoratori interinali per svolgere le stesse
identiche mansioni. Proprio per questo, la mattina dell’8 gennaio, è ripartita
la mobilitazione con uno sciopero di un’ora e un presidio davanti ai cancelli
della struttura.
“Nonostante gli impegni presi dall’azienda, i lavoratori interinali che hanno
partecipato allo sciopero del 18 novembre non hanno ottenuto il rinnovo del
contratto oltre il 31 dicembre. Al loro posto sono stati inseriti nuovi
lavoratori interinali, utilizzati per svolgere le stesse identiche mansioni”,
denuncia il sindacato Multi in una nota. A mobilitarsi, in solidarietà dei
lavoratori esclusi, sono stati anche i loro colleghi. Per Diritti in Comune si
tratta di una “decisione che colpisce volutamente chi, nelle scorse settimane,
si era mobilitato per difendere i propri diritti e pretendere condizioni di
lavoro dignitose”. Il gruppo politico definisce l’episodio “gravissimo” e parla
apertamente di “vera e propria ritorsione nei confronti di chi ha denunciato una
forma di sfruttamento e si è organizzato attraverso la lotta sindacale”.
La vicenda si inserisce nel quadro della lunga mobilitazione iniziata a
novembre, quando otto giorni di sciopero avevano portato a un accordo con
l’intermediazione del sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli. Ma la
protesta non riguarda solo i contratti. Il sindacato Multi denuncia anche che
“l’azienda continua a non rispettare gli accordi anche in relazione al premio di
produzione e il premio natalizio, premi che devono essere riconosciuti a tutti i
lavoratori, con calcolo basato sulle ore effettivamente lavorate, senza
discriminazioni”. Questioni che erano già state al centro della vertenza di
novembre e che, secondo i lavoratori, rimangono irrisolte. Il sistema che viene
denunciato ha radici profonde: “Da oltre un anno l’agenzia di somministrazione
Universo fornisce manodopera ad AFS, appaltatrice di BRT per il servizio di
picking, attraverso contratti a termine della durata di un solo mese, rinnovati
sistematicamente”, spiega Diritti in Comune.
Un meccanismo che produce “precarietà e ricattabilità, finalizzato a risparmiare
sul costo del lavoro e a garantire stipendi bassissimi, tra i 450 e i 600 euro
al mese”. Secondo la testata locale QuiNewsPisa.it l’azienda respingerebbe le
accuse e non riconosce il sindacato Multi come rappresentativo. Ma per i
lavoratori e i loro sostenitori, il problema va oltre il riconoscimento
sindacale. C’è una questione di fondo che riguarda l’applicazione del Piano
Galileo, il piano aziendale di rilancio che BRT aveva promesso dopo essere stata
“per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”.
Il piano prevedeva di “stabilizzare i dipendenti e risanare gli appalti”, ma non
verrebbe applicato equamente in tutti gli stabilimenti. Le richieste formulate
sono chiare: “Rinnovo e tutela dei contratti interinali; rispetto degli accordi
su premi e indennità; applicazione del Piano Galileo anche a Madonna dell’Acqua;
continuità occupazionale e dignità del lavoro”. Secondo Diritti in Comune.
“L’attacco diretto contro i lavoratori interinali che hanno protestato lancia un
messaggio gravissimo, che va respinto con forza: chi si organizza sindacalmente
deve essere marginalizzato ed espulso dallo stabilimento”.
L'articolo Lasciati a casa con un messaggio Whatsapp per aver scioperato. Nuova
protesta alla Brt di Pisa per i dipendenti interinali non confermati proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Tutti licenziati, o quasi. È questo il destino che Inalca, azienda del gruppo
Cremonini, ha in serbo per i 165 dipendenti impiegati nell’ex sito produttivo di
lavorazione carni di Reggio Emilia, distrutto dall’incendio del febbraio 2025. A
lanciare l’allarme sono i sindacati di categoria alimentare Fai Cisl, Flai Cgil
e Uila Uil. Le sigle hanno incontrato i dipendenti – in cassa integrazione fino
al 10 febbraio – per aggiornarli sulle intenzioni dell’azienda a quasi un anno
dalla notte in cui un rogo distrusse l’impianto, dove già a ottobre era scattato
l’allarme per la mancata bonifica del sito. I sindacati hanno richiesto la
convocazione immediata del tavolo di crisi in Regione Emilia-Romagna, che si
terrà venerdì.
Le sigle parlano di “stupore e rabbia” perché la discussione che si è sviluppata
in questi mesi “non ha mai riguardato il rischio di licenziamenti di massa, ma
le condizioni economiche da garantire ai lavoratori che avrebbero accettato di
ricollocarsi principalmente in altri tre stabilimenti, quelli di Inalca, Fiorani
e Castelfrigo sui territori di Piacenza, Modena e Mantova. “Le motivazioni?
Secondo l’azienda sarebbero riconducibili a una riduzione dei volumi
complessivamente lavorati per Coop Alleanza 3.0 che avrebbe ridotto di oltre il
40% le sue richieste verso Inalca puntando su altri fornitori e da altre cause
di natura congiunturale che determinerebbero un rilevante calo sul mercato delle
carni bovine”, hanno spiegato Ennio Rovatti (segretario generale Uila Uil Modena
e Reggio Emilia), Valerio Bondi (segretario generale Flai Cgil Emilia-Romagna)
Salvatore Coda (segretario generale Flai Cgil Reggio Emilia) e Daniele
Donnarumma, segretario generale Fai Cisl Emilia Centrale.
Per questo l’azienda si ritiene impossibilitata ad assorbire i dipendenti
reggiani in altri stabilimenti. Per venerdì in Regione Emilia-Romagna è stato
convocato il tavolo di crisi: “Esploreremo tutte le condizioni utili offerte
dalle vigenti normative per un’estensione della cassa integrazione straordinaria
oltre il termine di febbraio, per sei mesi fino almeno ad agosto in modo da
avere più tempo per trattare con l’azienda – concludono i sindacati – E
ribadiremo la necessità di costruire percorsi di ricollocazione dei lavoratori
tesi a ridurre significativamente il numero degli esuberi prospettati e di
implementare tutti gli strumenti utili a una gestione non traumatica e non
unilaterale degli stessi”. Al momento non sono stati proclamati né uno stato di
agitazione né scioperi negli stabilimenti del gruppo Cremonini: “Dopo l’incontro
di venerdì valuteremo il da farsi. Se l’azienda continuerà su questa linea, non
escludiamo alcuna azione”.
L'articolo Inalca (Cremonini): 165 dipendenti rischiano il licenziamento dopo
l’incendio nello stabilimento di carni proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Paolo Gallo
La notizia dei licenziamenti presso le Terme di Acqui solleva una questione
centrale sulla responsabilità sociale delle imprese e sul ruolo che il lavoro
svolge nella tenuta delle comunità locali. Non si tratta semplicemente di una
riorganizzazione interna o di una gestione aziendale: è un evento che investe la
dignità delle persone, il futuro di intere famiglie e la coesione di un
territorio.
Per comprendere pienamente il peso di questa vicenda è utile guardare alle
radici profonde di quella realtà che oggi chiamiamo Terme di Acqui. Fin
dall’antichità, l’area era conosciuta per le sue sorgenti di acqua calda e
minerale, attorno alle quali si sviluppò un insediamento stabile che fece del
termalismo un elemento centrale della propria identità. Nei secoli, queste acque
hanno continuato a rappresentare una risorsa preziosa, attraversando epoche
storiche diverse senza mai perdere il loro valore sociale ed economico.
Nel Medioevo, così come nell’età moderna, le terme rimasero un punto di
riferimento per la salute e il benessere, contribuendo alla vitalità della
città. Con l’Ottocento e l’affermarsi del termalismo moderno, Acqui si inserì
stabilmente nel circuito delle grandi località termali, diventando luogo di
lavoro, di incontro e di sviluppo. Questo lungo percorso storico non è un
dettaglio marginale: è la dimostrazione di un legame profondo tra una risorsa
naturale, il lavoro umano e la comunità che attorno a essa si è formata.
Per questo motivo, quando si parla delle Terme di Acqui non si può ridurre il
discorso a una semplice vicenda aziendale. Si parla di un patrimonio collettivo
che ha contribuito per generazioni alla crescita del territorio, creando
occupazione, competenze e identità. Interrompere bruscamente questo equilibrio,
senza un confronto preventivo e senza una chiara assunzione di responsabilità
sociale, produce una ferita che va ben oltre il perimetro dell’impresa.
Le modalità con cui sono stati comunicati i licenziamenti pongono un problema
che riguarda il modo in cui oggi si affrontano le crisi: il lavoro viene spesso
trattato come una variabile residuale, da sacrificare rapidamente, anziché come
un valore da tutelare e accompagnare nei processi di cambiamento. Ogni posto di
lavoro perso non è solo un numero in meno, ma una competenza che si disperde,
una stabilità che viene meno, una fiducia che si incrina.
In questo contesto, il ruolo della politica e delle istituzioni è decisivo. Non
basta intervenire a posteriori con dichiarazioni di solidarietà. Occorre
costruire strumenti di prevenzione, di dialogo e di mediazione capaci di
conciliare sostenibilità economica e tutela occupazionale. La difesa del lavoro
non è un ostacolo allo sviluppo: ne è una condizione imprescindibile.
Esprimere vicinanza alle lavoratrici coinvolte non è un gesto retorico né
ideologico. È il riconoscimento di un principio fondamentale: senza lavoro
dignitoso non esiste futuro condiviso, né per le persone né per i territori. Le
Terme di Acqui rappresentano un ponte tra passato e futuro; un ponte costruito
sul lavoro di generazioni che non può essere lasciato crollare
nell’indifferenza.
Il modo in cui sapremo affrontare questa vicenda dirà molto non solo del destino
di una realtà storica, ma anche della capacità del nostro Paese di riconoscere
nel lavoro non un costo da comprimere, bensì il fondamento stesso della propria
civiltà.
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L'articolo Per me i licenziamenti senza preavviso alle Terme di Acqui
interrompono un importante legame col territorio proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Regalo” di Natale amaro per i dipendenti della Freudenberg, multinazionale
tedesca con sito produttivo a Rho. È stato infatti siglato l’accordo economico
di definizione del piano di incentivi e ammortizzatori sociali che accompagna la
chiusura definitiva dell’attività con il conseguente licenziamento collettivo.
Inutile il mese di proteste e di scioperi dei lavoratori, arrivati anche alla
sede centrale di Weinheim, in Germania: il Gruppo ha confermato la volontà di
delocalizzare, spostando in Slovacchia e negli Stati Uniti la produzione.
Diretti, interinali e a termine sono stati tutti licenziati e i loro nomi si
aggiungono alla lista delle vittime delle delocalizzazioni che da anni
interessano il nostro paese. Dietro la scelta della multinazionale leader nella
produzione di filtri industriali c’è, secondo la Cgil, la volontà di “mantenere
i margini di profitto fortemente ridotti dopo l’introduzione dei dazi da parte
di Trump”.
Il piano di incentivi, riporta la Repubblica, è stato giudicato “soddisfacente”
dai sindacati. Prevista una cassa integrazione per 12 mesi, per tutto il 2026, e
l’accesso alla Naspi per i lavoratori che lasceranno l’azienda. Gli incentivi,
però, riguarderanno solo i 25 lavoratori diretti dello stabilimento che, in
totale, avrà 42 esuberi.
La Freudenberg, si legge in una nota dei sindacati, non ha voluto aprire la
strada neanche a un possibile compratore, un imprenditore che aveva presentato
un’offerta formale di subentro alla Regione Lombardia.
L'articolo Il “regalo” di Natale di Freudenberg: confermati la chiusura di Rho e
i 42 licenziamenti. Accordo sugli incentivi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La decisione di spostare a Torino 139 lavoratori di Woolrich attualmente
impiegati a Milano e Bologna è un “licenziamento collettivo mascherato”. È
questa l’accusa dei sindacati Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil a
BasicNet, proprietà del marchio e di Kappa, Robe di Kappa, K-Way, Superga,
Sebago e Briko.
L’azienda ha motivato la decisione del maxi-trasferimento a Torino con un calo
del fatturato di Woolrich del 30% e al tavolo, hanno spiegato i sindacati, ha
parlato della necessità di creare una “sinergia intellettuale” senza fornire
ulteriori dettagli tecnici. Di fronte a tutto ciò, Filcams Fisascat e Uiltucs
hanno proclamato lo stato di agitazione.
“Nessuna risposta concreta alle nostre domande, nessun elemento che giustifichi
una scelta dall’impatto occupazionale devastante sui territori – affermano i
rappresentanti dei lavoratori – Non si comprende come un trasferimento di massa
possa invertire questa tendenza, se non in un modo: un ‘licenziamento collettivo
mascherato’ che rischia di distruggere 139 famiglie”.
A giudizio delle tre sigle, inoltre appare “inaccettabile anche la posizione del
ramo emiliano di Confindustria: nessun tentativo di portare l’azienda verso una
posizione ragionevole – attaccano – ma solo una certificazione delle posizioni
aziendali, in barba a protocolli regionali funzionali ad evitare crisi di tale
portata”. Pertanto, le organizzazioni sindacali hanno chiesto all’azienda di
“ritirare immediatamente la procedura”.
L'articolo Woolrich vuole spostare 139 lavoratori a Torino, i sindacati:
“Licenziamenti mascherati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Rischiano il posto in 29 su circa 115 dipendenti della divisione. E l’azienda
non sembra avere alcuna intenzione di ammorbidire gli esuberi ricorrendo a
soluzioni alternative, come agli ammortizzatori sociali. Per questo, i sindacati
hanno dichiarato lo stato di agitazione in Dsquared2, l’azienda di moda fondata
dai gemelli Caten. La possibilità dei licenziamenti tiene banco da diversi mesi.
Inizialmente ne erano previsti una trentina, poi il numero è stato fissato a 29.
Tutti a Milano. Si tratta solo ed esclusivamente di figure di ufficio, non sono
in ballo tagli nella rete retail per la quale – apprende Ilfattoquotidiano.it –
è prevista la fusione in un’unica società, mentre attualmente i negozi
appartengono a una controllata.
“Le misure che hanno proposto per riassorbire gli esuberi non sono state molte
né idonee. In alcuni casi hanno detto di voler concedere forme contrattuali
diverse, tipo partita iva. Parliamo di sforzi limitati”, dice Stefania Ricci
della Filcams Cgil Milano. Da parte di Dsquared2, aggiunge, “c’è stata chiusura
totale sugli ammortizzatori sociali, come sempre nel settore della moda di
lusso, probabilmente per ragioni di immagine”.
Zero possibilità anche di ricorrere a scivoli e prepensionamenti, poiché sono
coinvolti quasi esclusivamente under 50. Il tempo stringe. La procedura
sindacale dovrebbe chiudersi il 15 gennaio, ma verrà probabilmente prorogata e
dopo si aprirà la fase amministrativa con la convocazione da parte della Regione
Lombardia. Filcams, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno firmato una nota congiunta con
la quale dichiarato lo stato di agitazione e continuano a chiedere, oltre
all’azzeramento dei licenziamenti, il “sostegno concreto al reddito” dei
lavoratori, un “piano industriale rispettoso” e “vere soluzioni interne di
ricollocazione”. Avvisa Ricci: “I dipendenti sono compatti e arrabbiati. Si
stanno valutando in maniera determinata iniziative di lotta”.
L'articolo Dsquared2, 29 dipendenti a rischio licenziamento a Milano: sindacati
sul piede di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’intelligenza artificiale ci sta già rubando il lavoro? L’ondata di
licenziamenti annunciati negli ultimi mesi negli Stati Uniti da grandi gruppi di
settori che vanno dalla tecnologia al retail rende la domanda inevitabile. Ma
dietro i massicci piani di ridimensionamento del personale ci sono quasi sempre
ragioni più banali rispetto all’adozione di chatbot in grado di sostituire i
colletti bianchi. Vedi preoccupazioni per l’andamento dell’economia complici i
dazi voluti da Donald Trump, vendite in calo causa pressione sui prezzi (vero
tallone d’Achille dell’amministrazione del tycoon) e consumi stagnanti, errori
gestionali a cui occorre rimediare. E la vecchia tentazione di tagliare i costi
per migliorare i margini e così compiacere gli investitori. Basti dire che nei
primi undici mesi dell’anno, se si considerano anche la pubblica amministrazione
e l’industria manifatturiera, oltreoceano sono stati ufficializzati oltre 1,1
milione di esuberi, di cui 153mila solo a ottobre: è il livello più alto dal
2020. Ma, secondo una ricognizione della società di outplacement Challenger,
Gray & Christmas solo in 55mila casi l’AI è stata citata come esplicita
“giustificazione” della riduzione della forza lavoro. Le motivazioni prevalenti
sono invece legate a condizioni di mercato, chiusure e ristrutturazioni. Seguite
dall’impatto dei licenziamenti collettivi targati Doge.
OBIETTIVO “SNELLIMENTO” PER COMPIACERE GLI AZIONISTI
Tra le Big tech, Amazon è il caso più eclatante. A cavallo della pandemia ha più
che raddoppiato la forza lavoro in scia al boom dell’e-commerce. A fine ottobre
è arrivato il primo brusco dietrofront, con l’annuncio di 14.000 tagli nella
divisione corporate. Parte, secondo Reuters, di un più ampio piano che potrebbe
prevedere in tutto fino a 30mila esuberi. Se è vero che una parte dei posti
eliminati saranno sostituiti da nuove mansioni legate all’AI, i tagli puntano
soprattutto a snellire l’organizzazione per convincere Wall Street che il
gruppo, a fronte dei 125 miliardi investiti quest’anno in infrastrutture cloud e
data center per la stessa intelligenza artificiale, resta attento all’efficienza
e a salvaguardare i margini di profitto.
Obiettivo “dimagrimento” anche per Microsoft, che nonostante ottimi risultati di
bilancio sta portando avanti un piano da 15mila esuberi mirato a “ridurre i
livelli gestionali”, le procedure e i ruoli interni. Sul modello di Google, che
nell’ultimo anno – mentre destinava 85 miliardi di spese in conto capitale agli
impianti necessari per alimentare nuovi servizi di intelligenza artificiale – ha
silenziosamente eliminato un terzo dei manager che gestivano piccoli team e
offerto buonuscite agli impiegati di una decina di divisioni.
A sua volta Oracle, prima del maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI
per la vendita di potenza di calcolo e dell’annuncio di corposi investimenti per
rispondere alla “crescente domanda di servizi AI”, ha deciso di compensare il
boom dei costi con una ristrutturazione senza precedenti. Previsti almeno 3mila
licenziamenti tra Usa, Canada, India e Filippine nelle business unit dedicate a
cloud e servizi finanziari, ma gli analisti prevedono che il numero potrebbe
salire a 10mila.
TAGLI COME REAZIONE A UNA CRISI
Poi c’è chi taglia per salvare i bilanci a fronte di un business in calo, o dopo
errori di valutazione e crisi reputazionali. Intel ridurrà la forza lavoro di
oltre il 20% (più di 20mila persone) rispetto a fine 2024 per salvare il
salvabile dopo aver perso il treno del boom dei chip per AI, comparto dominato
da Nvidia e AMD, e investito troppo in progetti che non hanno portato i ritorni
sperati. Meta, le cui spese in infrastrutture per l’AI hanno superato i 70
miliardi, secondo il Wall Street Journal si prepara a ridurre dal 10 al 30% il
personale della divisione dedicata al metaverso, che dal 2020 ha bruciato oltre
60 miliardi di dollari non ha mai generato i risultati attesi.
Dal canto suo UPS, che quest’anno ha ridotto del 50% il volume delle consegne
effettuate per Amazon perché poco redditizie, ha eliminato 48.000 posizioni tra
impiegati e addetti operativi: licenziamenti che dipendono per la maggior parte
dalla chiusura di un centinaio di magazzini e dalla riduzione dei volumi nel
tentativo di difendere i profitti minacciati dalla politica tariffaria di Trump.
Hanno tutta l’aria di tagli vecchio stile, per tagliare i costi a fronte di
risultati finanziari non brillanti, anche quelli di big come Target e Starbucks.
A fine ottobre Michael Fiddelke, nuovo ad della catena di grandi magazzini
dell’abbigliamento, ha annunciato come primo atto il taglio di 1.800 ruoli
corporate – circa l’8% del personale che lavora nella sede centrale – per
“semplificare la struttura” e alleggerire i costi fissi proteggendo i margini.
La multinazionale del caffè, alle prese con un business in rallentamento, ha
reagito a sua volta con chiusure e due round di licenziamenti tra i colletti
bianchi, per un totale di 2mila persone. Da questo lato dell’Atlantico pure il
colosso del cibo confezionato Nestlé, reduce dallo scandalo del licenziamento
dell’amministratore delegato causa relazioni improprie con un subordinato,
progetta di uscire dall’angolo e spingere ulteriormente profitti già elevati con
una cura da cavallo a base di maggiore “efficienza” somministrata dal nuovo
numero uno Philipp Navratil, che lascerà a casa 16mila dipendenti.
QUANDO L’AI SOSTITUISCE COMPITI RIPETITIVI
Molto più circoscritti i casi in cui l’AI viene davvero già utilizzata per
sostituire forza lavoro umana. ServiceNow, piattaforma di servizi cloud per le
aziende che hanno necessità di gestire flussi di lavoro digitali, utilizza
agenti AI per gestire 24 ore al giorno compiti ripetitivi nell’Information
technology, nel customer service, nello sviluppo software e negli acquisti.
Salesforce (servizi di gestione delle relazioni con i clienti) a settembre ha
deciso di ridurre di 4mila unità i lavoratori dedicati al supporto ai clienti
perché secondo l’ad Marc Benioff “servono meno teste”: oltre il 50% del lavoro è
già stato automatizzato. Mentre il colosso tecnologico Hp a fine novembre ha
ufficializzato tra 4mila e 6mila tagli (circa il 10% della forza lavoro)
nell’ambito di un piano per “snellire” la struttura e incorporare nei suoi
processi l’intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti
e gestire il supporto ai clienti. E ancora: nel settore legale, come ha
raccontato il Financial Times, grandi studi come Clifford Chance e Bryan Cave
Leighton Paisner hanno ridotto rispettivamente del 10 e dell’8% le posizioni nei
servizi di staff, citando come motivazione anche una maggiore adozione di
strumenti di intelligenza artificiale.
Non mancano però i casi in cui il tentativo di rimpiazzare lavoratori con
chatbot finisce con un buco nell’acqua: la fintech Klarna, nota per i pagamenti
rateizzati (“Buy now, pay later”), contava di sostituire 800 impiegati full-time
del customer service, ma la scorsa primavera ha dovuto fare marcia indietro
perché la qualità del servizio si è rivelata troppo bassa. Speculare la parabola
di Ibm, che due anni fa aveva congelato 7.800 assunzioni per ruoli di back
office da sostituire con assistenti virtuali: ha ottenuto risparmi per 4,5
miliardi e nel frattempo ha aumentato la forza lavoro in settori come
l’ingegneria del software, il marketing e le vendite, in cui l’interazione tra
esseri umani è premiante. Bicchiere mezzo pieno per il gruppo. Non per gli
impiegati – “circa 200” nelle risorse umane, secondo il ceo Arvind Krishna – il
cui lavoro viene ora svolto da agenti AI.
Il fatto che AI e automazione non siano ancora la ragione principale dei
licenziamenti non significa ovviamente che nel medio periodo l’impatto non si
vedrà. Goldman Sachs prevede nei prossimi tre anni una potenziale riduzione
della forza lavoro dell’11% da parte delle aziende Usa, soprattutto nei servizi
ai clienti.
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licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i
margini di profitto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il rischio è che i licenziamenti scattino proprio a Natale, colpendo oltre
duecento persone tra Milano e San Giovanni in Marignano. Per questo arriva il
grido di “forte preoccupazione” della Filctem Cgil sulla vertenza del Gruppo
Aeffe, che controlla gli storici marchi della moda Moschino e Alberta Ferretti.
L’azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a ottobre 2025,
la seconda nel giro di un anno, e riguarda 221 dipendenti sui 540 della società.
L’azienda è in crisi: il bilancio semestrale 2025 registra ricavi per circa 100
milioni di euro, con un ulteriore -27,8% rispetto al 2024, che già si era chiuso
con un calo del 21%. Sulla vicenda è in piedi un tavolo con il Mimit e il
ministero del Lavoro, vista la natura strutturale della crisi che ha investito
il gruppo negli ultimi due anni. I ministeri hanno manifestato la disponibilità
a mettere in campo soluzioni che azzerino i licenziamenti concedendo
ammortizzatori sociali in deroga (la cassa attuale terminerà il 12 gennaio) e
supportando la ricerca di partner industriali, oltre ad aprire al Fondo di
salvaguardia. Ma al momento non si è smosso nulla.
Ora la Filtcem Cgil Milano, quella sotto la quale ricade il maggior impatto dei
licenziamenti con 120 dipendenti interessati nelle sedi di via San Gregorio e
via Donizetti, dove ci sono gli showroom e gli uffici delle funzioni creative e
commerciali del gruppo, lancia un nuovo grido d’allarme chiedendo una “maggiore
assunzione di responsabilità” da parte del Gruppo Aeffe, affinché “si evitino
licenziamenti a ridosso delle festività natalizie”. La “priorità – sottolinea il
sindacato – è la salvaguardia dei posti di lavoro e la difesa di due marchi
simbolo del made in Italy, inseriti in un settore già duramente colpito da
ripetute crisi”.
Il prossimo appuntamento al tavolo di crisi del Mimit, fissato per il 21
gennaio, sarà decisivo. Anche se il Gruppo Aeffe è intenzionata a procedere per
la sua strada: “L’azienda – insiste la Filtcem -dovrà presentare un piano
concreto di risanamento e rilancio, aprendo a percorsi negoziali che
garantiscano le massime tutele per chi lavora: sia per chi resterà, sia per chi
dovesse essere coinvolto in eventuali uscite”. Sindacati e ministero sono anche
in attesa dell’esito – previsto entro fine dicembre – dell’analisi dell’esperto
indipendente Riccardo Ranalli, nominato dalla Camera di Commercio della Romagna
per il piano di risanamento nell’ambito della composizione negoziata della
crisi.
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persone: “Rischio che perdano il lavoro a Natale” proviene da Il Fatto
Quotidiano.