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Dipendente Pam licenziata per un detersivo da 3 euro. Filcams Cgil: “Sproporzionato, è un messaggio a tutti i lavoratori”
Licenziata, dopo trent’anni di lavoro, per meno di 3 euro. Ancora una volta l’azienda protagonista è la Pam Panorama. Dopo i licenziamenti per il “test del carrello” e la sospensione senza stipendio di decine di lavoratori ritenuti non più adatti a svolgere le loro mansioni, è emersa una nuova vicenda che coinvolge l’azienda della grande distribuzione organizzata. Ancora una volta in Toscana, a Grosseto. I fatti risalgono ai primi giorni di settembre e ora sono all’attenzione del giudice del lavoro del tribunale di Grosseto. La dipendente ha appena concluso il turno nel suo supermercato e decide di fare la spesa prima di tornare a casa. Dopo aver pagato, uscendo dal punto vendita, le si rompe una busta e un flacone di detersivo cade a terra, rompendosi. Rientra, scambia qualche battuta con i colleghi e con il responsabile, avvertendo della pozza scivolosa che si è creata sul pavimento, e dopo aver preso un nuovo flacone esce. Nessuno le chiede di pagare di nuovo, o tenta di fermarla. Nessuno le contesta nulla sul momento. Poche settimane dopo arriva la lettera dell’azienda: licenziamento per giusta causa, per aver sottratto della merce. Sarà la magistratura a dire se il licenziamento è stato legittimo, ma intanto la vicenda alimenta una domanda: fino a che punto il controllo e la repressione possono sostituire il rapporto fiduciario con lavoratori che, da anni, garantiscono il funzionamento quotidiano dei supermercati? “Si tratta di un provvedimento del tutto sproporzionato che si inserisce in una lunga lista di comportamenti illegittimi messi in atto dall’azienda”, commenta a ilfattoquotidiano.it Roberto Brambilla della Filcams Cgil. “La lavoratrice ha agito alla luce del sole, in buona fede, mettendo a conoscenza i colleghi, e il responsabile, della sostituzione dell’articolo. Non c’era l’intento fraudolento”. Tanto che non risulta alcuna denuncia penale a carico della donna. Per una violazione di questo tipo è configurabile un richiamo. Eventualmente una multa, nel caso in cui l’azienda voglia fare la voce grossa. “Invece è stata scelta la sanzione massima nei confronti di una dipendente con trent’anni di servizio e nessun precedente disciplinare. È un messaggio per tutti gli altri lavoratori. Un misura esemplare”. Brambilla, che spera ancora in un passo indietro da parte di Pam, sottolinea che la vertenza di Grosseto è legata a doppio filo ad altri episodi, avvenuti in Toscana e nel Lazio. “In questi territori ci sono i punti vendita più storici, al cui interno lavorano i dipendenti con più anzianità. Non è un caso. Sono comportamenti discriminatori di un’azienda che sta cercando di mettere fuori dalla porta questa tipologia di lavoratori. Sono escamotage per tagliare i costi”. E aggiunge: “Pam continua a negarsi ai tavoli di confronto. Accetti di sedersi con noi e ci smentisca”. Quello di Grosseto non è un caso isolato. Negli ultimi mesi Pam Panorama è stata più volte al centro delle cronache sindacali, soprattutto in Toscana. A dicembre, a Siena e Livorno, due lavoratori sono stati licenziati dopo non aver superato il cosiddetto “test del carrello”: un finto cliente nasconde prodotti nel carrello per verificare l’attenzione del personale di cassa. In un altro caso, una cassiera con 36 anni di esperienza è stata sospesa per non aver notato un mascara nascosto in una busta di castagne. E ancora: decine di dipendenti over 50 – alcuni inquadrati come lavoratori fragili o appartenenti alle categorie protette – sospesi senza stipendio, dopo che l’azienda aveva reso più stringenti i parametri di idoneità fisica. All’improvviso non erano più adatti a svolgere le loro mansioni, né ricollocabili. Se per Pam si è trattata di una misura necessaria per la sicurezza, per i sindacati è stato solo un modo per aggirare le tutele contro i licenziamenti collettivi. Tra i dipendenti non c’è molta voglia di esporsi. Anche chi ha subito le decisioni dell’azienda spesso preferisce non parlare. L’aria è pesante e condiziona anche la solidarietà tra gli stessi colleghi. Tra i lavoratori c’è diffidenza e paura. “Al di là del caso locale, quello che traspare è il clima aziendale. Basta il minimo episodio per rompere il rapporto di fiducia tra datore e dipendente”, commenta Brambilla. Secondo il sindacalista, una situazione del genere difficilmente può far bene all’azienda, visto che i lavoratori dei supermercati sono il primo filtro con i clienti. “È chiaro che il settore sta vivendo un arretramento, per via dei tanti competitor che si stanno affacciando al mercato. Ma Pam potrebbe implementare altre forme di business per rilanciarsi, al posto di ridurre la forza lavoro”, conclude Brambilla. L'articolo Dipendente Pam licenziata per un detersivo da 3 euro. Filcams Cgil: “Sproporzionato, è un messaggio a tutti i lavoratori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Licenziato per il resto di una macchinetta del caffè: l’azienda condannata a restituirgli 18 mensilità
Dopo una carriera di oltre dieci anni come metalmeccanico, era stato licenziato per il resto di un caffè. E adesso, a più di un anno di distanza, la giustizia gli ha dato ragione e ha condannato l’azienda a restituirgli ben diciotto mensilità. La vicenda risale al giugno 2024, in una ditta del Bresciano: il protagonista non aveva ricevuto il resto dalla macchinetta del caffè, e il giorno successivo aveva discusso con un collega che lo aveva visto prendere delle monete all’arrivo del tecnico del distributore. Il tecnico, però, aveva negato di aver acconsentito tale gesto. Così, il lavoratore aveva restituito la somma di un euro e sessanta centesimi, ma due settimane dopo era stato licenziato dall’azienda poiché quest’ultima non era sicura del consenso dell’addetto. Le accuse contestate? Appropriazione indebita e minacce nei confronti di un collega. L’uomo, che non aveva precedenti disciplinari in azienda, aveva presentato un ricorso per la sproporzionalità tra l’episodio contestatogli e la punizione inflitta. Il provvedimento è stato impugnato e il Tribunale di Brescia ha avvalorato la versione del dipendente, condannando l’azienda a corrispondere al ricorrente un indennizzo pari a 18 mensilità senza però il suo reintegro in azienda. La giudice del lavoro Natalia Pala ha smontato le accuse e ritenuto le minacce generiche: il lavoratore poteva essere considerato al limite sgarbato. Per quanto riguarda le monete recuperate, non è stato ritenuto possibile giungere alla verità della questione, ma ciò è comunque irrilevante per l’azienda e il licenziamento è “obiettivamente sproporzionato rispetto alla gravità della condotta”, soprattutto considerando gli oltre 14 anni di rapporto lavorativo. L'articolo Licenziato per il resto di una macchinetta del caffè: l’azienda condannata a restituirgli 18 mensilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lasciati a casa con un messaggio Whatsapp per aver scioperato. Nuova protesta alla Brt di Pisa per i dipendenti interinali non confermati
“Contratto non rinnovato”. Il messaggio Whatsapp è arrivato il 31 dicembre alla stragrande maggioranza dei lavoratori interinali del magazzino AFS-BRT di Madonna dell’Acqua, in provincia di Pisa. I dipendenti coinvolti, che avevano partecipato allo sciopero del 18 novembre, hanno ricevuto la comunicazione che quello sarebbe stato il loro ultimo giorno di contratto. Al loro posto, l’azienda ha inserito nuovi lavoratori interinali per svolgere le stesse identiche mansioni. Proprio per questo, la mattina dell’8 gennaio, è ripartita la mobilitazione con uno sciopero di un’ora e un presidio davanti ai cancelli della struttura. “Nonostante gli impegni presi dall’azienda, i lavoratori interinali che hanno partecipato allo sciopero del 18 novembre non hanno ottenuto il rinnovo del contratto oltre il 31 dicembre. Al loro posto sono stati inseriti nuovi lavoratori interinali, utilizzati per svolgere le stesse identiche mansioni”, denuncia il sindacato Multi in una nota. A mobilitarsi, in solidarietà dei lavoratori esclusi, sono stati anche i loro colleghi. Per Diritti in Comune si tratta di una “decisione che colpisce volutamente chi, nelle scorse settimane, si era mobilitato per difendere i propri diritti e pretendere condizioni di lavoro dignitose”. Il gruppo politico definisce l’episodio “gravissimo” e parla apertamente di “vera e propria ritorsione nei confronti di chi ha denunciato una forma di sfruttamento e si è organizzato attraverso la lotta sindacale”. La vicenda si inserisce nel quadro della lunga mobilitazione iniziata a novembre, quando otto giorni di sciopero avevano portato a un accordo con l’intermediazione del sindaco di San Giuliano Terme, Matteo Cecchelli. Ma la protesta non riguarda solo i contratti. Il sindacato Multi denuncia anche che “l’azienda continua a non rispettare gli accordi anche in relazione al premio di produzione e il premio natalizio, premi che devono essere riconosciuti a tutti i lavoratori, con calcolo basato sulle ore effettivamente lavorate, senza discriminazioni”. Questioni che erano già state al centro della vertenza di novembre e che, secondo i lavoratori, rimangono irrisolte. Il sistema che viene denunciato ha radici profonde: “Da oltre un anno l’agenzia di somministrazione Universo fornisce manodopera ad AFS, appaltatrice di BRT per il servizio di picking, attraverso contratti a termine della durata di un solo mese, rinnovati sistematicamente”, spiega Diritti in Comune. Un meccanismo che produce “precarietà e ricattabilità, finalizzato a risparmiare sul costo del lavoro e a garantire stipendi bassissimi, tra i 450 e i 600 euro al mese”. Secondo la testata locale QuiNewsPisa.it l’azienda respingerebbe le accuse e non riconosce il sindacato Multi come rappresentativo. Ma per i lavoratori e i loro sostenitori, il problema va oltre il riconoscimento sindacale. C’è una questione di fondo che riguarda l’applicazione del Piano Galileo, il piano aziendale di rilancio che BRT aveva promesso dopo essere stata “per anni sotto amministrazione giudiziaria per caporalato e frode”. Il piano prevedeva di “stabilizzare i dipendenti e risanare gli appalti”, ma non verrebbe applicato equamente in tutti gli stabilimenti. Le richieste formulate sono chiare: “Rinnovo e tutela dei contratti interinali; rispetto degli accordi su premi e indennità; applicazione del Piano Galileo anche a Madonna dell’Acqua; continuità occupazionale e dignità del lavoro”. Secondo Diritti in Comune. “L’attacco diretto contro i lavoratori interinali che hanno protestato lancia un messaggio gravissimo, che va respinto con forza: chi si organizza sindacalmente deve essere marginalizzato ed espulso dallo stabilimento”. L'articolo Lasciati a casa con un messaggio Whatsapp per aver scioperato. Nuova protesta alla Brt di Pisa per i dipendenti interinali non confermati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inalca (Cremonini): 165 dipendenti rischiano il licenziamento dopo l’incendio nello stabilimento di carni
Tutti licenziati, o quasi. È questo il destino che Inalca, azienda del gruppo Cremonini, ha in serbo per i 165 dipendenti impiegati nell’ex sito produttivo di lavorazione carni di Reggio Emilia, distrutto dall’incendio del febbraio 2025. A lanciare l’allarme sono i sindacati di categoria alimentare Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil. Le sigle hanno incontrato i dipendenti – in cassa integrazione fino al 10 febbraio – per aggiornarli sulle intenzioni dell’azienda a quasi un anno dalla notte in cui un rogo distrusse l’impianto, dove già a ottobre era scattato l’allarme per la mancata bonifica del sito. I sindacati hanno richiesto la convocazione immediata del tavolo di crisi in Regione Emilia-Romagna, che si terrà venerdì. Le sigle parlano di “stupore e rabbia” perché la discussione che si è sviluppata in questi mesi “non ha mai riguardato il rischio di licenziamenti di massa, ma le condizioni economiche da garantire ai lavoratori che avrebbero accettato di ricollocarsi principalmente in altri tre stabilimenti, quelli di Inalca, Fiorani e Castelfrigo sui territori di Piacenza, Modena e Mantova. “Le motivazioni? Secondo l’azienda sarebbero riconducibili a una riduzione dei volumi complessivamente lavorati per Coop Alleanza 3.0 che avrebbe ridotto di oltre il 40% le sue richieste verso Inalca puntando su altri fornitori e da altre cause di natura congiunturale che determinerebbero un rilevante calo sul mercato delle carni bovine”, hanno spiegato Ennio Rovatti (segretario generale Uila Uil Modena e Reggio Emilia), Valerio Bondi (segretario generale Flai Cgil Emilia-Romagna) Salvatore Coda (segretario generale Flai Cgil Reggio Emilia) e Daniele Donnarumma, segretario generale Fai Cisl Emilia Centrale. Per questo l’azienda si ritiene impossibilitata ad assorbire i dipendenti reggiani in altri stabilimenti. Per venerdì in Regione Emilia-Romagna è stato convocato il tavolo di crisi: “Esploreremo tutte le condizioni utili offerte dalle vigenti normative per un’estensione della cassa integrazione straordinaria oltre il termine di febbraio, per sei mesi fino almeno ad agosto in modo da avere più tempo per trattare con l’azienda – concludono i sindacati – E ribadiremo la necessità di costruire percorsi di ricollocazione dei lavoratori tesi a ridurre significativamente il numero degli esuberi prospettati e di implementare tutti gli strumenti utili a una gestione non traumatica e non unilaterale degli stessi”. Al momento non sono stati proclamati né uno stato di agitazione né scioperi negli stabilimenti del gruppo Cremonini: “Dopo l’incontro di venerdì valuteremo il da farsi. Se l’azienda continuerà su questa linea, non escludiamo alcuna azione”. L'articolo Inalca (Cremonini): 165 dipendenti rischiano il licenziamento dopo l’incendio nello stabilimento di carni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per me i licenziamenti senza preavviso alle Terme di Acqui interrompono un importante legame col territorio
di Paolo Gallo La notizia dei licenziamenti presso le Terme di Acqui solleva una questione centrale sulla responsabilità sociale delle imprese e sul ruolo che il lavoro svolge nella tenuta delle comunità locali. Non si tratta semplicemente di una riorganizzazione interna o di una gestione aziendale: è un evento che investe la dignità delle persone, il futuro di intere famiglie e la coesione di un territorio. Per comprendere pienamente il peso di questa vicenda è utile guardare alle radici profonde di quella realtà che oggi chiamiamo Terme di Acqui. Fin dall’antichità, l’area era conosciuta per le sue sorgenti di acqua calda e minerale, attorno alle quali si sviluppò un insediamento stabile che fece del termalismo un elemento centrale della propria identità. Nei secoli, queste acque hanno continuato a rappresentare una risorsa preziosa, attraversando epoche storiche diverse senza mai perdere il loro valore sociale ed economico. Nel Medioevo, così come nell’età moderna, le terme rimasero un punto di riferimento per la salute e il benessere, contribuendo alla vitalità della città. Con l’Ottocento e l’affermarsi del termalismo moderno, Acqui si inserì stabilmente nel circuito delle grandi località termali, diventando luogo di lavoro, di incontro e di sviluppo. Questo lungo percorso storico non è un dettaglio marginale: è la dimostrazione di un legame profondo tra una risorsa naturale, il lavoro umano e la comunità che attorno a essa si è formata. Per questo motivo, quando si parla delle Terme di Acqui non si può ridurre il discorso a una semplice vicenda aziendale. Si parla di un patrimonio collettivo che ha contribuito per generazioni alla crescita del territorio, creando occupazione, competenze e identità. Interrompere bruscamente questo equilibrio, senza un confronto preventivo e senza una chiara assunzione di responsabilità sociale, produce una ferita che va ben oltre il perimetro dell’impresa. Le modalità con cui sono stati comunicati i licenziamenti pongono un problema che riguarda il modo in cui oggi si affrontano le crisi: il lavoro viene spesso trattato come una variabile residuale, da sacrificare rapidamente, anziché come un valore da tutelare e accompagnare nei processi di cambiamento. Ogni posto di lavoro perso non è solo un numero in meno, ma una competenza che si disperde, una stabilità che viene meno, una fiducia che si incrina. In questo contesto, il ruolo della politica e delle istituzioni è decisivo. Non basta intervenire a posteriori con dichiarazioni di solidarietà. Occorre costruire strumenti di prevenzione, di dialogo e di mediazione capaci di conciliare sostenibilità economica e tutela occupazionale. La difesa del lavoro non è un ostacolo allo sviluppo: ne è una condizione imprescindibile. Esprimere vicinanza alle lavoratrici coinvolte non è un gesto retorico né ideologico. È il riconoscimento di un principio fondamentale: senza lavoro dignitoso non esiste futuro condiviso, né per le persone né per i territori. Le Terme di Acqui rappresentano un ponte tra passato e futuro; un ponte costruito sul lavoro di generazioni che non può essere lasciato crollare nell’indifferenza. Il modo in cui sapremo affrontare questa vicenda dirà molto non solo del destino di una realtà storica, ma anche della capacità del nostro Paese di riconoscere nel lavoro non un costo da comprimere, bensì il fondamento stesso della propria civiltà. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Per me i licenziamenti senza preavviso alle Terme di Acqui interrompono un importante legame col territorio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il “regalo” di Natale di Freudenberg: confermati la chiusura di Rho e i 42 licenziamenti. Accordo sugli incentivi
“Regalo” di Natale amaro per i dipendenti della Freudenberg, multinazionale tedesca con sito produttivo a Rho. È stato infatti siglato l’accordo economico di definizione del piano di incentivi e ammortizzatori sociali che accompagna la chiusura definitiva dell’attività con il conseguente licenziamento collettivo. Inutile il mese di proteste e di scioperi dei lavoratori, arrivati anche alla sede centrale di Weinheim, in Germania: il Gruppo ha confermato la volontà di delocalizzare, spostando in Slovacchia e negli Stati Uniti la produzione. Diretti, interinali e a termine sono stati tutti licenziati e i loro nomi si aggiungono alla lista delle vittime delle delocalizzazioni che da anni interessano il nostro paese. Dietro la scelta della multinazionale leader nella produzione di filtri industriali c’è, secondo la Cgil, la volontà di “mantenere i margini di profitto fortemente ridotti dopo l’introduzione dei dazi da parte di Trump”. Il piano di incentivi, riporta la Repubblica, è stato giudicato “soddisfacente” dai sindacati. Prevista una cassa integrazione per 12 mesi, per tutto il 2026, e l’accesso alla Naspi per i lavoratori che lasceranno l’azienda. Gli incentivi, però, riguarderanno solo i 25 lavoratori diretti dello stabilimento che, in totale, avrà 42 esuberi. La Freudenberg, si legge in una nota dei sindacati, non ha voluto aprire la strada neanche a un possibile compratore, un imprenditore che aveva presentato un’offerta formale di subentro alla Regione Lombardia. L'articolo Il “regalo” di Natale di Freudenberg: confermati la chiusura di Rho e i 42 licenziamenti. Accordo sugli incentivi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Woolrich vuole spostare 139 lavoratori a Torino, i sindacati: “Licenziamenti mascherati”
La decisione di spostare a Torino 139 lavoratori di Woolrich attualmente impiegati a Milano e Bologna è un “licenziamento collettivo mascherato”. È questa l’accusa dei sindacati Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil a BasicNet, proprietà del marchio e di Kappa, Robe di Kappa, K-Way, Superga, Sebago e Briko. L’azienda ha motivato la decisione del maxi-trasferimento a Torino con un calo del fatturato di Woolrich del 30% e al tavolo, hanno spiegato i sindacati, ha parlato della necessità di creare una “sinergia intellettuale” senza fornire ulteriori dettagli tecnici. Di fronte a tutto ciò, Filcams Fisascat e Uiltucs hanno proclamato lo stato di agitazione. “Nessuna risposta concreta alle nostre domande, nessun elemento che giustifichi una scelta dall’impatto occupazionale devastante sui territori – affermano i rappresentanti dei lavoratori – Non si comprende come un trasferimento di massa possa invertire questa tendenza, se non in un modo: un ‘licenziamento collettivo mascherato’ che rischia di distruggere 139 famiglie”. A giudizio delle tre sigle, inoltre appare “inaccettabile anche la posizione del ramo emiliano di Confindustria: nessun tentativo di portare l’azienda verso una posizione ragionevole – attaccano – ma solo una certificazione delle posizioni aziendali, in barba a protocolli regionali funzionali ad evitare crisi di tale portata”. Pertanto, le organizzazioni sindacali hanno chiesto all’azienda di “ritirare immediatamente la procedura”. L'articolo Woolrich vuole spostare 139 lavoratori a Torino, i sindacati: “Licenziamenti mascherati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dsquared2, 29 dipendenti a rischio licenziamento a Milano: sindacati sul piede di guerra
Rischiano il posto in 29 su circa 115 dipendenti della divisione. E l’azienda non sembra avere alcuna intenzione di ammorbidire gli esuberi ricorrendo a soluzioni alternative, come agli ammortizzatori sociali. Per questo, i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione in Dsquared2, l’azienda di moda fondata dai gemelli Caten. La possibilità dei licenziamenti tiene banco da diversi mesi. Inizialmente ne erano previsti una trentina, poi il numero è stato fissato a 29. Tutti a Milano. Si tratta solo ed esclusivamente di figure di ufficio, non sono in ballo tagli nella rete retail per la quale – apprende Ilfattoquotidiano.it – è prevista la fusione in un’unica società, mentre attualmente i negozi appartengono a una controllata. “Le misure che hanno proposto per riassorbire gli esuberi non sono state molte né idonee. In alcuni casi hanno detto di voler concedere forme contrattuali diverse, tipo partita iva. Parliamo di sforzi limitati”, dice Stefania Ricci della Filcams Cgil Milano. Da parte di Dsquared2, aggiunge, “c’è stata chiusura totale sugli ammortizzatori sociali, come sempre nel settore della moda di lusso, probabilmente per ragioni di immagine”. Zero possibilità anche di ricorrere a scivoli e prepensionamenti, poiché sono coinvolti quasi esclusivamente under 50. Il tempo stringe. La procedura sindacale dovrebbe chiudersi il 15 gennaio, ma verrà probabilmente prorogata e dopo si aprirà la fase amministrativa con la convocazione da parte della Regione Lombardia. Filcams, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno firmato una nota congiunta con la quale dichiarato lo stato di agitazione e continuano a chiedere, oltre all’azzeramento dei licenziamenti, il “sostegno concreto al reddito” dei lavoratori, un “piano industriale rispettoso” e “vere soluzioni interne di ricollocazione”. Avvisa Ricci: “I dipendenti sono compatti e arrabbiati. Si stanno valutando in maniera determinata iniziative di lotta”. L'articolo Dsquared2, 29 dipendenti a rischio licenziamento a Milano: sindacati sul piede di guerra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto
L’intelligenza artificiale ci sta già rubando il lavoro? L’ondata di licenziamenti annunciati negli ultimi mesi negli Stati Uniti da grandi gruppi di settori che vanno dalla tecnologia al retail rende la domanda inevitabile. Ma dietro i massicci piani di ridimensionamento del personale ci sono quasi sempre ragioni più banali rispetto all’adozione di chatbot in grado di sostituire i colletti bianchi. Vedi preoccupazioni per l’andamento dell’economia complici i dazi voluti da Donald Trump, vendite in calo causa pressione sui prezzi (vero tallone d’Achille dell’amministrazione del tycoon) e consumi stagnanti, errori gestionali a cui occorre rimediare. E la vecchia tentazione di tagliare i costi per migliorare i margini e così compiacere gli investitori. Basti dire che nei primi undici mesi dell’anno, se si considerano anche la pubblica amministrazione e l’industria manifatturiera, oltreoceano sono stati ufficializzati oltre 1,1 milione di esuberi, di cui 153mila solo a ottobre: è il livello più alto dal 2020. Ma, secondo una ricognizione della società di outplacement Challenger, Gray & Christmas solo in 55mila casi l’AI è stata citata come esplicita “giustificazione” della riduzione della forza lavoro. Le motivazioni prevalenti sono invece legate a condizioni di mercato, chiusure e ristrutturazioni. Seguite dall’impatto dei licenziamenti collettivi targati Doge. OBIETTIVO “SNELLIMENTO” PER COMPIACERE GLI AZIONISTI Tra le Big tech, Amazon è il caso più eclatante. A cavallo della pandemia ha più che raddoppiato la forza lavoro in scia al boom dell’e-commerce. A fine ottobre è arrivato il primo brusco dietrofront, con l’annuncio di 14.000 tagli nella divisione corporate. Parte, secondo Reuters, di un più ampio piano che potrebbe prevedere in tutto fino a 30mila esuberi. Se è vero che una parte dei posti eliminati saranno sostituiti da nuove mansioni legate all’AI, i tagli puntano soprattutto a snellire l’organizzazione per convincere Wall Street che il gruppo, a fronte dei 125 miliardi investiti quest’anno in infrastrutture cloud e data center per la stessa intelligenza artificiale, resta attento all’efficienza e a salvaguardare i margini di profitto. Obiettivo “dimagrimento” anche per Microsoft, che nonostante ottimi risultati di bilancio sta portando avanti un piano da 15mila esuberi mirato a “ridurre i livelli gestionali”, le procedure e i ruoli interni. Sul modello di Google, che nell’ultimo anno – mentre destinava 85 miliardi di spese in conto capitale agli impianti necessari per alimentare nuovi servizi di intelligenza artificiale – ha silenziosamente eliminato un terzo dei manager che gestivano piccoli team e offerto buonuscite agli impiegati di una decina di divisioni. A sua volta Oracle, prima del maxi accordo da 300 miliardi di dollari con OpenAI per la vendita di potenza di calcolo e dell’annuncio di corposi investimenti per rispondere alla “crescente domanda di servizi AI”, ha deciso di compensare il boom dei costi con una ristrutturazione senza precedenti. Previsti almeno 3mila licenziamenti tra Usa, Canada, India e Filippine nelle business unit dedicate a cloud e servizi finanziari, ma gli analisti prevedono che il numero potrebbe salire a 10mila. TAGLI COME REAZIONE A UNA CRISI Poi c’è chi taglia per salvare i bilanci a fronte di un business in calo, o dopo errori di valutazione e crisi reputazionali. Intel ridurrà la forza lavoro di oltre il 20% (più di 20mila persone) rispetto a fine 2024 per salvare il salvabile dopo aver perso il treno del boom dei chip per AI, comparto dominato da Nvidia e AMD, e investito troppo in progetti che non hanno portato i ritorni sperati. Meta, le cui spese in infrastrutture per l’AI hanno superato i 70 miliardi, secondo il Wall Street Journal si prepara a ridurre dal 10 al 30% il personale della divisione dedicata al metaverso, che dal 2020 ha bruciato oltre 60 miliardi di dollari non ha mai generato i risultati attesi. Dal canto suo UPS, che quest’anno ha ridotto del 50% il volume delle consegne effettuate per Amazon perché poco redditizie, ha eliminato 48.000 posizioni tra impiegati e addetti operativi: licenziamenti che dipendono per la maggior parte dalla chiusura di un centinaio di magazzini e dalla riduzione dei volumi nel tentativo di difendere i profitti minacciati dalla politica tariffaria di Trump. Hanno tutta l’aria di tagli vecchio stile, per tagliare i costi a fronte di risultati finanziari non brillanti, anche quelli di big come Target e Starbucks. A fine ottobre Michael Fiddelke, nuovo ad della catena di grandi magazzini dell’abbigliamento, ha annunciato come primo atto il taglio di 1.800 ruoli corporate – circa l’8% del personale che lavora nella sede centrale – per “semplificare la struttura” e alleggerire i costi fissi proteggendo i margini. La multinazionale del caffè, alle prese con un business in rallentamento, ha reagito a sua volta con chiusure e due round di licenziamenti tra i colletti bianchi, per un totale di 2mila persone. Da questo lato dell’Atlantico pure il colosso del cibo confezionato Nestlé, reduce dallo scandalo del licenziamento dell’amministratore delegato causa relazioni improprie con un subordinato, progetta di uscire dall’angolo e spingere ulteriormente profitti già elevati con una cura da cavallo a base di maggiore “efficienza” somministrata dal nuovo numero uno Philipp Navratil, che lascerà a casa 16mila dipendenti. QUANDO L’AI SOSTITUISCE COMPITI RIPETITIVI Molto più circoscritti i casi in cui l’AI viene davvero già utilizzata per sostituire forza lavoro umana. ServiceNow, piattaforma di servizi cloud per le aziende che hanno necessità di gestire flussi di lavoro digitali, utilizza agenti AI per gestire 24 ore al giorno compiti ripetitivi nell’Information technology, nel customer service, nello sviluppo software e negli acquisti. Salesforce (servizi di gestione delle relazioni con i clienti) a settembre ha deciso di ridurre di 4mila unità i lavoratori dedicati al supporto ai clienti perché secondo l’ad Marc Benioff “servono meno teste”: oltre il 50% del lavoro è già stato automatizzato. Mentre il colosso tecnologico Hp a fine novembre ha ufficializzato tra 4mila e 6mila tagli (circa il 10% della forza lavoro) nell’ambito di un piano per “snellire” la struttura e incorporare nei suoi processi l’intelligenza artificiale per accelerare lo sviluppo di nuovi prodotti e gestire il supporto ai clienti. E ancora: nel settore legale, come ha raccontato il Financial Times, grandi studi come Clifford Chance e Bryan Cave Leighton Paisner hanno ridotto rispettivamente del 10 e dell’8% le posizioni nei servizi di staff, citando come motivazione anche una maggiore adozione di strumenti di intelligenza artificiale. Non mancano però i casi in cui il tentativo di rimpiazzare lavoratori con chatbot finisce con un buco nell’acqua: la fintech Klarna, nota per i pagamenti rateizzati (“Buy now, pay later”), contava di sostituire 800 impiegati full-time del customer service, ma la scorsa primavera ha dovuto fare marcia indietro perché la qualità del servizio si è rivelata troppo bassa. Speculare la parabola di Ibm, che due anni fa aveva congelato 7.800 assunzioni per ruoli di back office da sostituire con assistenti virtuali: ha ottenuto risparmi per 4,5 miliardi e nel frattempo ha aumentato la forza lavoro in settori come l’ingegneria del software, il marketing e le vendite, in cui l’interazione tra esseri umani è premiante. Bicchiere mezzo pieno per il gruppo. Non per gli impiegati – “circa 200” nelle risorse umane, secondo il ceo Arvind Krishna – il cui lavoro viene ora svolto da agenti AI. Il fatto che AI e automazione non siano ancora la ragione principale dei licenziamenti non significa ovviamente che nel medio periodo l’impatto non si vedrà. Goldman Sachs prevede nei prossimi tre anni una potenziale riduzione della forza lavoro dell’11% da parte delle aziende Usa, soprattutto nei servizi ai clienti. L'articolo L’AI ci sta già rubando il lavoro? Negli Usa 1,1 milioni di licenziamenti da inizio anno, ma dietro c’è soprattutto l’ossessione per i margini di profitto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il gruppo che controlla Moschino e Alberta Ferretti licenzia 221 persone: “Rischio che perdano il lavoro a Natale”
Il rischio è che i licenziamenti scattino proprio a Natale, colpendo oltre duecento persone tra Milano e San Giovanni in Marignano. Per questo arriva il grido di “forte preoccupazione” della Filctem Cgil sulla vertenza del Gruppo Aeffe, che controlla gli storici marchi della moda Moschino e Alberta Ferretti. L’azienda ha avviato una procedura di licenziamento collettivo a ottobre 2025, la seconda nel giro di un anno, e riguarda 221 dipendenti sui 540 della società. L’azienda è in crisi: il bilancio semestrale 2025 registra ricavi per circa 100 milioni di euro, con un ulteriore -27,8% rispetto al 2024, che già si era chiuso con un calo del 21%. Sulla vicenda è in piedi un tavolo con il Mimit e il ministero del Lavoro, vista la natura strutturale della crisi che ha investito il gruppo negli ultimi due anni. I ministeri hanno manifestato la disponibilità a mettere in campo soluzioni che azzerino i licenziamenti concedendo ammortizzatori sociali in deroga (la cassa attuale terminerà il 12 gennaio) e supportando la ricerca di partner industriali, oltre ad aprire al Fondo di salvaguardia. Ma al momento non si è smosso nulla. Ora la Filtcem Cgil Milano, quella sotto la quale ricade il maggior impatto dei licenziamenti con 120 dipendenti interessati nelle sedi di via San Gregorio e via Donizetti, dove ci sono gli showroom e gli uffici delle funzioni creative e commerciali del gruppo, lancia un nuovo grido d’allarme chiedendo una “maggiore assunzione di responsabilità” da parte del Gruppo Aeffe, affinché “si evitino licenziamenti a ridosso delle festività natalizie”. La “priorità – sottolinea il sindacato – è la salvaguardia dei posti di lavoro e la difesa di due marchi simbolo del made in Italy, inseriti in un settore già duramente colpito da ripetute crisi”. Il prossimo appuntamento al tavolo di crisi del Mimit, fissato per il 21 gennaio, sarà decisivo. Anche se il Gruppo Aeffe è intenzionata a procedere per la sua strada: “L’azienda – insiste la Filtcem -dovrà presentare un piano concreto di risanamento e rilancio, aprendo a percorsi negoziali che garantiscano le massime tutele per chi lavora: sia per chi resterà, sia per chi dovesse essere coinvolto in eventuali uscite”. Sindacati e ministero sono anche in attesa dell’esito – previsto entro fine dicembre – dell’analisi dell’esperto indipendente Riccardo Ranalli, nominato dalla Camera di Commercio della Romagna per il piano di risanamento nell’ambito della composizione negoziata della crisi. L'articolo Il gruppo che controlla Moschino e Alberta Ferretti licenzia 221 persone: “Rischio che perdano il lavoro a Natale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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