La Tapi, divisione dei principi attivi del gruppo farmaceutico Teva, ha
annunciato un piano globale di contenimento dei costi che – avvisano i sindacati
– minaccia direttamente la tenuta occupazionale in Italia. L’azienda ha quattro
stabilimenti nel nostro Paese: Villanterio, nel Padovano, Caronno Petrusella
(Varese), Santhià, nel Vicentino, e Rho (Milano). La direzione aziendale ha
incontrato Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil che hanno definito “allarmante”
l’informativa.
L’azienda “ha rimandato a fine aprile la presentazione del piano industriale
definitivo, che scioglierà le riserve sul mantenimento dei siti produttivi”,
spiegano le sigle. A preoccupare i sindacati ci sono l’annunciato contenimento
dei costi che arriva in un momento in cui c’è un “calo di commesse produttive”
per le fabbriche italiane. L’allarme è legato soprattutto al sito di Villanterio
che “ha avuto un crollo degli ordinativi del 40% e le attuali commesse avranno
un’autonomia lavorativa stimata solo fino a luglio”, senza che vi sia “nessuna
prospettiva successiva”. Per i sindacati la situazione è “critica” anche a
Santhià (10% di produzione) e Rho (20%).
“Siamo di fronte all’ennesimo tentativo di smantellamento industriale da parte
di una multinazionale che, dal 2017 a oggi, ha già chiuso 4 siti in Italia
coinvolgendo 1.000 lavoratori”, avvisano i sindacati riferendosi all’addio della
produzione – da ultimi – a Nerviano e Bulciago. “Il sospetto è che si voglia
‘snellire’ l’organizzazione per rendere la divisione Tapi più attraente per una
vendita, scaricando i costi dell’operazione sulla pelle dei lavoratori per non
intaccare i dividendi degli azionisti”, sottolineano i sindacati.
Alla luce dello scenario tratteggiato da Tapi, i sindacati hanno rifiutato di
discutere il rinnovo dell’accordo integrativo limitatamente alla parte
normativa: “Iniziare un confronto senza garanzie economiche e occupazionali è
inaccettabile e inutile”, affermano. I sindacati hanno già fissato un nuovo
incontro per la fine di aprile per discutere il piano industriale, chiedendo
investimenti per il rilancio dei siti e il blocco totale di ogni ipotesi di
licenziamento. Nel frattempo, verranno attivate le assemblee dei lavoratori e
verranno interessate le istituzioni locali e nazionali per prevenire quella che
si preannuncia come una nuova, grave crisi occupazionale nel settore
chimico-farmaceutico italiano.
L'articolo Allarme per le fabbriche del gruppo Teva: “Piano globale di taglio
dei costi. Villanterio a rischio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Industria
“A livello europeo stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione
dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche. Si tratta di un
provvedimento che serve subito, almeno fino a quando i prezzi globali delle
fonti energetiche fossili non torneranno sui livelli precedenti alla crisi in
Medio Oriente“. Con il decreto accise slittato perché per tamponare i rincari
dei carburanti servirebbero coperture che il governo non trova e quello sulle
bollette invecchiato malissimo, Giorgia Meloni spera che a toglierla d’impaccio
ci pensi Bruxelles. L’Italia da settimane preme perché il Consiglio Ue del 18 e
19 marzo si pronunci per uno stop temporaneo del sistema europeo per lo scambio
delle quote di emissione, il meccanismo che punta a ridurre i gas a effetto
serra facendo pagare chi inquina.
La richiesta è molto precedente rispetto agli attacchi all’Iran e ha scarsissimo
sostegno tra i partner Ue. Per questo ora la premier fa leva sull’aumento dei
prezzi del petrolio che si è registrato dal 2 marzo per sostenere che
l’intervento è indispensabile. Eppure solo martedì 102 aziende europee, tra cui
cementieri come Heidelberg Cement e gruppi siderurgici come Outokumpu,
Salzgitter, SSAB e Tata Steel, hanno scritto ai capi di Stato e di governo per
difendere l’Ets, scelto – accusano – come capro espiatorio “invece di
concentrarsi sulle cause strutturali dell’erosione economica” a partire da
“prezzi dell’energia più elevati determinati dai combustibili fossili“.
L’ITALIA NON USA I PROVENTI DELLE ASTE PER SOSTENERE LE IMPRESE
“Una parte dell’industria ha scommesso sulla decarbonizzazione e in caso di
sospensione del sistema vedrebbe sfumare il ritorno sugli investimenti che si
attendeva”, commenta Marta Lovisolo, senior policy advisor sulle Politiche
europee del think tank ECCO. “Quindi vuole che resti in campo”. Insomma,
cambiare le regole in corsa sarebbe tutt’altro che un vantaggio per le imprese
del Vecchio continente. Almeno quelle più all’avanguardia e in grado di
competere sui mercati globali. Perché allora l’industria italiana sostiene che
il sistema “grava sulla capacità competitiva”? Confindustria in parte si è
risposta da sola: nella lettera in cui metteva nel mirino l’Ets il presidente
Emanuele Orsini ha ricordato en passant che gli Stati membri non utilizzano a
sufficienza i ricavi delle aste dei “diritti a inquinare” per sostenere la
decarbonizzazione industriale.
È tutt’altro che un dettaglio, spiega Lovisolo: “Dall’1 gennaio 2025 i Paesi
membri dovrebbero reinvestire il 100% dei proventi per finanziare la
transizione. Ma l’Italia non ha mai recepito la novità: continua a destinare il
50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico e finora ha impiegato per le
politiche climatiche solo 1,5 miliardi a fronte dei 18,2 ricavati dalle aste tra
2012 e 2024“. Se il governo vuol sostenere le aziende, insomma, non ha che da
destinare loro i miliardi incassati invece che utilizzarli per far quadrare i
conti.
SVANTAGGIO COMPETITIVO? PAGHERANNO ANCHE I CONCORRENTI STRANIERI
La tesi della maggioranza italiana che l’Ets sia uno svantaggio competitivo
perché i concorrenti extra Ue non pagano le quote è tanto più infondata se si
tiene conto che da gennaio è partita la sperimentazione del Carbon border
adjustment mechanism (Cbam), una tassa sui beni importati in Europa da Paesi che
non hanno sistemi di tassazione delle emissioni. L’obiettivo è proprio rendere
del tutto equa la concorrenza transfrontaliera ed evitare il rischio di
delocalizzazione della produzione fuori dai confini del Vecchio Continente.
Rischio che oggi è comunque scongiurato attraverso l’assegnazione gratuita di
quote di Co2 ai comparti più inquinanti, destinata a calare progressivamente
mano a mano che il Cbam va a regime fino ad azzerarsi nel 2034. Il varo del
meccanismo ha innescato un virtuoso effetto imitazione: la Cina sta rendendo più
severo il suo sistema di scambio di quote di emissione, India, Brasile, Turchia
e Vietnam hanno adottato ex novo un Ets, Australia e Regno Unito (che già
applicavano) valutano sistemi tipo il Cbam.
LE BOLLETTE PIÙ ALTE? COLPA DELLA DIPENDENZA DAL GAS
Resta il tema dell’impatto sulle bollette: chiedere ai produttori di energia da
fonti fossili di pagare per le loro emissioni, dice il governo, alza il prezzo
finale dell’elettricità a danno di imprese e famiglie. Di qui la decisione di
prevedere, nel decreto bollette, un sussidio alle aziende pagato dai
consumatori, cosa che dovrebbe ridurre il prezzo finale compensandoli per il
balzello. Ma è stato lo stesso ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin
ad ammettere che tutto dipende dal “mix energetico che ci contraddistingue”.
Mentre “impatta meno su Francia e Spagna che hanno operato scelte diverse dalle
nostre”. Ancora l’anno scorso il 42% della domanda è stato coperto dal gas,
contro il 41% da rinnovabili. Il risultato è che “per più del 60% delle ore del
giorno il prezzo finale” – che dipende dal costo dell’ultima centrale che
soddisfa la domanda in quel momento – “è determinato dal gas“, più costoso.
“Quindi se aumentassimo la quota prodotta da rinnovabili il prezzo sarebbe
strutturalmente più basso”, traduce Lovisolo. “Come in Spagna, appunto, dove il
costo medio è di 30 euro/megawattora rispetto ai 100/120 dell’Italia”.
Nonostante l’Ets. E con tutti i vantaggi che ne derivano quando i sommovimenti
geopolitici, come in questi giorni, mettono alle strette chi dipende dall’import
di gas.
Cancellare le quote di emissione, che sul prezzo finale dell’elettricità
incidono per il 10-20%, sarebbe insomma un palliativo che lascia irrisolto il
nodo di fondo. Italiano ma non solo, come denunciano le aziende che in vista del
Consiglio europeo hanno scritto ai leader spiegando che per un’economia “più
competitiva e resiliente” un Ets robusto è fondamentale e occorre invece ridurre
la dipendenza dai combustibili fossili importati e valorizzare l’energia pulita.
MELONI USCIRÀ SCONFITTA: NIENTE STOP
Una revisione del sistema Ets è già prevista dalle norme in vigore: la
Commissione dovrà presentare entro luglio una proposta di aggiornamento, anche
in vista dell’introduzione del nuovo Ets 2 per l’edilizia e i trasporti prevista
per il 2028. Gran parte degli Stati membri concorda sulla necessità di un
tagliando, che potrebbe riguardare il tasso annuale di riduzione delle quote
disponibili sul mercato (più si abbassa il tetto massimo più i prezzi salgono) e
il ritmo di riduzione delle quote gratuite, visto che la lobby dell’industria
chimica sta spingendo per un ulteriore rinvio. Ma un consenso unanime sulla
proposta di sospensione arrivata dall’Italia è fuori discussione: solo
Repubblica ceca, Slovenia e Polonia la appoggiano. “Possiamo miglioralo, ma
bolirlo sarebbe un errore enorme”, ha chiuso la vicepresidente della Commissione
Teresa Ribera. “Senza l’Ets oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas
in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti. Abbiamo quindi bisogno
dell’Ets”, ha confermato Ursula von der Leyen alla plenaria dell’Europarlamento,
anche se “dobbiamo modernizzarlo”. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che
era sembrato incolpare i costi del carbonio per la deindustrializzazione
europea, dopo il vertice Ue informale di Alden Biesen ha precisato di “non
condividere le critiche” perché l’Ets “ha garantito che in Europa disponiamo di
uno strumento efficace che consente la crescita senza ulteriori emissioni di
Co2”. Emissioni che “sono diminuite di quasi il 40% mentre l’industria è
cresciuta di circa il 70% dall’introduzione del sistema”. A riprova che il costo
del carbonio non la sta affossando.
L'articolo Meloni approfitta della guerra in Iran per chiedere all’Ue lo stop
del sistema delle quote di emissione. Che però non c’entra con l’aumento dei
costi dell’energia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuovo terreno di confronto fra istituzioni europee e industria dell’automotive,
una filiera che oggi garantisce circa 13 milioni di posti di lavoro in tutto il
continente: ora in discussione c’è l’Industrial Accelerator Act, il nuovo
pacchetto di misure presentato da Bruxelles il 4 marzo scorso, volto a
proteggere e rilanciare la filiera dell’auto continentale, frenando al contempo
l’avanzata dei costruttori asiatici.
L’Industrial Accelerator Act stabilisce che per accedere a incentivi, sussidi e
appalti pubblici, i veicoli (elettrici, ibridi plug-in e a idrogeno) devono
essere obbligatoriamente assemblati all’interno dell’Unione Europea; che,
esclusa la batteria, almeno il 70% del valore dei componenti (calcolato sul
prezzo franco fabbrica) deve essere di origine UE; e che per motori elettrici,
sistemi Lidar, radar, telecamere, centraline e sistemi di infotainment, la
soglia minima di componenti prodotti in UE è fissata al 50%.
La batteria, invece, segue un percorso specifico basato sul numero di componenti
chiave prodotti nell’Unione: la proposta definitiva richiede che almeno 3
componenti principali (tra cui obbligatoriamente le celle) siano di origine UE.
Per le piccole auto a zero emissioni è previsto un bonus nel calcolo delle
emissioni (peso 1,3 anziché 1). Per ottenerlo, oltre all’assemblaggio UE, l’auto
deve rispettare o il limite del 70% di componenti locali o il requisito dei 3
componenti chiave della batteria. Sono considerati di “origine UE” anche i
componenti provenienti da paesi con cui l’Unione ha accordi di libero scambio,
con la Commissione che punta a portare il peso della manifattura sul PIL europeo
dal 14,3% (2024) al 20% entro il 2035.
L’Industrial Accelerator Act ha sollevato forti critiche da parte dell’industria
automobilistica, nonostante l’obiettivo dichiarato di rilanciare la manifattura
europea. Stellantis, pur avendo inizialmente sostenuto la necessità di
rafforzare il “Made in Europe”, boccia l’attuale formulazione definendola
eccessivamente complessa e priva di quella chiarezza necessaria per compensare
l’aumento dei costi produttivi continentali, legati soprattutto al prezzo
dell’energia (che potrebbe impennarsi col proseguire della guerra in Iran). Il
gruppo sottolinea come la proposta manchi di semplicità e rischi di trasformarsi
in una forma di neo-protezionismo che non risolve le dipendenze strategiche
dell’Unione. Anche l’Acea (l’associazione continentale dei costruttori) esprime
dubbi significativi, temendo che i nuovi vincoli possano generare costi
aggiuntivi per i costruttori, provocando un aumento dei prezzi dei veicoli e,
come boomerang, una conseguente contrazione del mercato complessivo.
Le divisioni tra i produttori emergono pure sulla definizione delle soglie di
origine: mentre la Commissione ha fissato al 70% la quota di componenti europei
(escludendo la batteria), le posizioni dei singoli marchi erano divergenti, con
Renault favorevole a una soglia del 60% inclusiva degli accumulatori e
Stellantis orientata verso l’80% esclusa la batteria. Altri costruttori come
Ford e Jaguar Land Rover, insieme alla tedesca VDA, temono che queste misure
inneschino ritorsioni commerciali da parte di partner internazionali,
specialmente dalla Cina. Permangono inoltre incertezze sulle relazioni con paesi
terzi come il Regno Unito e la Turchia, nonostante le parziali aperture di
Bruxelles volte a non escludere i partner legati da accordi commerciali
esistenti.
Sul fronte della filiera, i fornitori rappresentati dal Clepa vedono invece con
favore l’introduzione di soglie minime di contenuto locale per contrastare la
concorrenza sleale, pur chiedendo al Parlamento e al Consiglio UE di blindare le
regole per evitare elusioni. Anche l’Anfia (l’associazione nazionale della
filiera automobilistica) accoglie il provvedimento come un primo passo per
preservare il tessuto industriale, auspicando però che l’applicazione rimanga
circoscritta all’Unione e al massimo al Regno Unito. In generale, il malcontento
si estende oltre il settore auto: BusinessEurope (la Confindustria europea )
avverte che il piano, se non bilanciato, potrebbe creare più problemi di quanti
ne risolva, specialmente riguardo alle autorizzazioni industriali e alle misure
per attrarre investimenti esteri.
L'articolo Auto, l’Accelerator Act di Bruxelles divide i costruttori sul made in
Europe proviene da Il Fatto Quotidiano.
I 730 dipendenti della modenese Cpc, da 60 anni specializzata in plastica
rinforzata con fibra di carbonio per le auto, è finita nelle mani della
giapponese Mitsubishi Chemical Group. Mentre Piaggio Aerospace è ora della turca
Baykar Makina insieme ai suoi 630 lavoratori. La Omb Saleri è stata venduta a un
fondo statunitense. E così via, fino a 255 aziende italiane ora controllate da
investitori stranieri. Minimo comun denominatore? La cessione è avvenuta dopo il
novembre 2022, quando si è insediato il governo Meloni, quello che ha voluto
esplicitamente citare il “made in Italy” nel nome del ministero delle Imprese.
Senza contare gli ingressi con quote di minoranza, che sono altre 60 e come nel
caso della Cpc aprono spesso le porte a una vendita totale. Nel conto, tra
l’altro, non rientra il ramo civile di Iveco Group, 13mila dipendenti in Italia,
la cui proprietà passerà dalla holding Exor della famiglia Agnelli-Elkann agli
indiani di Tata Motors.
Lo spaccato desolante emerge dal report sullo stato e le tendenze dell’industria
metalmeccanica italiana, presentato dall’Ufficio studio della Fiom-Cgil guidato
da Matteo Gaddi. Una sorta di autopsia della crisi: “Di made in Italy ormai sono
rimasti lavoratrici e lavoratori”, avvisa il segretario generale Michele De
Palma avvertendo che è in atto “un processo di perdita di sovranità industriale,
anche nelle piccole e medie imprese”, senza che dal fenomeno si salvino le
eccellenze della struttura industriale italiana. “In questo momento piccolo non
è bello, ma è un problema: significa – spiega – non avere forza per investimenti
né fare economia di scala. La politica industriale del governo dovrebbe avere
come priorità l’incentivazione di processi di strutturazione e crescita
dimensionale”.
Anche perché la tendenza appare chiara dal report: dal 2008, ultimo anno in cui
si contavano oltre 2 milioni di occupati nei comparti della metalmeccanica, si
sono persi 103.775 posti di lavoro. Avrebbero potuto essere molti di più se solo
nel 2025 non fossero state autorizzate oltre 300 milioni di ore di cassa
integrazione. Uno strumento che, secondo i calcoli della Cgil, ha
sostanzialmente salvato 148mila lavoratori negli ultimi 12 mesi. “E la
situazione geopolitica di questi giorni rischia di assestare un altro colpo: i
costi dell’energia potrebbero avere un effetto domino, da un lato mettendo in
difficoltà le imprese e dall’altro innescando una spirale inflattiva che
colpirebbe doppiamente i lavoratori. Lo scenario da evitare è quello di una
deindustrializzazione rapida”, ragiona De Palma. Anche perché, come dimostra il
rapporto tra investimenti su macchinari e Pil, calato di 6 punti negli ultimi
due decenni, le risorse pubbliche messe a disposizione dal Pnrr non hanno
arrestato la discesa: “E ora non ci saranno più acceleratori”, sottolinea De
Palma.
Le imprese metalmeccaniche in Italia, fa notare la Fiom, hanno una dimensione
minore rispetto a quasi tutti i competitor europei, a iniziare dalla Germania.
“Questo aspetto dà maggiore solidità alle aziende tedesche – spiega Gaddi –
Anche se, come si nota dai dati, in Italia le imprese sono più fragili ma
riescono comunque a macinare utili. Tra il 2014 e il 2023, il valore aggiunto
generato si è riversato per il +74% nei profitti e solo in minima parte sulle
retribuzioni”. E gli investimenti sono rimasti stagnanti”. A influire sullo
scenario fosco dipinto dalle tute blu della Cgil influisce anche la crisi
dell’Ilva: dal 2011, anno in cui è deflagrato lo scandalo ambientale, l’Italia
ha perso il 34% di tonnellate di acciaio prodotto passando da 27 a 18 milioni.
Una decrescita che crea dipendenze in tutte le filiere: oggi il 50% dell’acciaio
utilizzato dalle aziende italiane ha origine straniera. I prodotti piani vengono
importati in larga parte da Paesi extra Ue, ma anche da Germania e Francia;
mentre i prodotti lunghi arrivano quasi esclusivamente da altri Stati europei.
Nel frattempo, rimarca lo studio, si producono sempre meno elettrodomestici e
automobili, con Stellantis in fuga dall’Italia. Due settori cruciali, un tempo
volano dell’industria: “Ma il governo continua a incentivare gli acquisti con i
bonus che non spostano di un centimetro i problemi occupazionali, finendo in
larga parte nelle tasche delle proprietà estere”. Per De Palma, invece, rendere
autonoma la struttura industriale oggi vuol dire tutt’altro: “Significa
intervenire sull’energia, a maggior ragione con la guerra in Iran,
disaccoppiando il costo delle rinnovabili e delle non rinnovabili. Così si
proteggono famiglie e imprese in una fase di instabilità – dice – Il governo
metta in campo aiuti pubblici legati agli investimenti e al mantenimento dei
posti di lavoro”.
L'articolo Sotto il governo Meloni 255 aziende metalmeccaniche italiane vendute
a società estere: il report della Fiom proviene da Il Fatto Quotidiano.
A rapporto dalla grande industria europea. Per rendere conto dei risultati
portati finora nell’ambito del Clean industrial deal presentato un anno fa –
“semplificazioni” e deregolamentazioni che hanno depotenziato la legislazione
ambientale e gli obblighi di rendicontazione – e raccogliere nuove richieste.
Ursula von der Leyen, concludendo il suo intervento al summit Ue sull’industria
di Anversa a cui hanno partecipato anche Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, si è
messa a disposizione: il vertice, ha detto la presidente della Commissione, è
servito “ad ascoltare le vostre priorità e le vostre proposte. E domani, alla
riunione informale del Consiglio Europeo, discuterò con i leader su come
adeguare il ritmo a quello di cui avete bisogno”. La sua agenda per la
competitività sembra del resto dettata parola per parola dalla lobby dei settori
pesanti (e inquinanti), dalla chimica alle raffinerie passando per cemento e
siderurgia, che hanno organizzato l’incontro. Gli stessi che due anni fa hanno
firmato la dichiarazione di Anversa, elenco di desiderata che von der Leyen sta
puntualmente traducendo in pratica. Dando priorità a una “roadmap ombra di
deregolamentazione guidata dall’industria rispetto alle garanzie democratiche e
ambientali“, accusa un gruppo di organizzazioni della società civile tra cui
Corporate Europe Observatory, EPSU (Federazione Europea dei Sindacati dei
Servizi Pubblici), The Good Lobby, Friends of the Earth Europe e Transparency
International EU.
LE RICHIESTE DELL’INDUSTRIA NELLA “DICHIARAZIONE DI ANVERSA” DEL 2024
“La politica europea è plasmata dai suoi 450 milioni di cittadini o dalle più
grandi lobby industriali del continente?”, si sono chieste in un comunicato
diffuso prima del meeting. Domanda retorica: basta confrontare i progetti
presentati dall’ex ministra tedesca della difesa con i 10 pilastri indicati nel
febbraio 2024 da 1.300 aziende e associazioni industriali tra cui Business
Europe, Cement Europe, Eurofer, Eurometaux, Euromines e Fuels Europe. Vedi la
messa a punto di un Industrial deal su cui imperniare l’agenda strategica
europea 2024-2029, l’indicazione di un commissario responsabile per la sua
attuazione, lo snellimento della legislazione, una cornice semplificata per gli
aiuti di Stato e la facilitazione degli investimenti in progetti di
decarbonizzazione, sforzi per rendere la Ue meno dipendente dall’estero
nell’approvvigionamento di materie prime critiche, il rafforzamento del mercato
unico, una strategia per ridurre i costi dell’energia anche espandendo la
produzione da fonti green e da nucleare. Ma in concreto cosa è stato fatto? In
un report di monitoraggio ad hoc commissionato a Deloitte e coordinato dal
Cefic, che rappresenta l’industria chimica, le aziende hanno giudicato l’operato
della Commissione rinnovata a fine 2024 passando in rassegna i passi avanti
fatti finora sui vari fronti, con tanto di valutazione degli indicatori chiave
di prestazione (kpi).
PER VON DER LEYEN ARRIVA LA PAGELLA
Von der Leyen incassa una promozione sul Clean industrial deal, messo al centro
dell’azione dell’esecutivo Ue proprio come richiesto, e sulla nomina di ben tre
responsabili per la sua attuazione, la vicepresidente Teresa Ribera e i
commissari Stéphane Séjourné e Wopke Hoekstra. Voto positivo – grazie alla
Single Market Strategy presentata a maggio – anche sulle azioni per rafforzare
il mercato unico. Su tutto il resto, buone le intenzioni ma dovrà impegnarsi di
più. Per cui finisce rimandata a settembre sul finanziamento dei progetti
industriali focalizzati sul clima (per il raggiungimento degli obiettivi
climatici al 2030 resta un gap di 406-450 miliardi di euro) e sul costo
dell’energia (nonostante l’aumento della capacità installata e dei contatti di
acquisto comunitari), sulle infrastrutture (“particolarmente preoccupante” viene
considerata la limitata capacità di cattura e stoccaggio del carbonio) e sulla
sicurezza delle materie prime (la capacità produttiva interna resta
insufficiente). Idem per la spinta alla domanda di prodotti net-zero e
circolari, la promozione di innovazione e digitalizzazione e per il capitolo
regolamentazione. L’industria ha molto apprezzato la “Better regulation agenda”
varata lo scorso anno e i 6 pacchetti omnibus modellati sulla richiesta di
eliminare “lacci e lacciuoli“, a partire dal discusso Omnibus I che annacqua le
direttive su rendicontazione di sostenibilità aziendale e due diligence, ma
lamenta che le imprese “continuano ad affrontare un elevato onere normativo” e
“una crescente percentuale di aziende percepisce la regolamentazione aziendale
come un ostacolo agli investimenti” il che “influenza negativamente la
competitività dell’industria manifatturiera dell’Ue”.
AVVERTIMENTI E PROMESSE
La conclusione è un chiaro avvertimento a Bruxelles: visto che “l’83% degli
indicatori chiave di competitività mostra stagnazione o declino, mentre la
deindustrializzazione accelera”, il gruppo “monitorerà i progressi valutando se
gli investimenti si tradurranno in capacità operative, se la semplificazione
normativa ridurrà gli oneri, se il coordinamento tra gli Stati membri rafforzerà
il Mercato Unico, se il gap dei costi energetici si ridurrà e se la sicurezza
delle materie prime migliorerà”. Von der Leyen è ansiosa di rispondere
all’appello: “Voi chiedete un vero cambiamento più rapido. L’Europa sta
cambiando, ma deve accelerare ulteriormente”, ha detto. Poi una serie di
promesse: la Commissione lavora con i governi “per ridurre il carico fiscale e
abbassare i prezzi” dell’energia, introdurrà requisiti che privilegeranno le
produzioni europee negli appalti pubblici in determinati “settori strategici”
(richiesta di Emmanuel Macron che altri grandi Paesi temono), accelererà sulla
“pulizia regolatoria” e sull’eliminazione delle barriere interne al mercato
unico.
ANCHE IL PIANO DI BERLINO E ROMA RICALCA LE RICHIESTE DELL’INDUSTRIA
Priorità preoccupanti per la società civile, secondo cui vedere le regole come
ostacoli alla crescita “alimenta una pericolosa corsa al ribasso, in cui le
industrie più dannose vengono premiate con norme più deboli e maggiori
finanziamenti pubblici, mentre le persone affrontano austerità e tutele in
calo”. Rischi che non preoccupano i governi dei maggiori Paesi dell’Unione. Gli
stessi pilastri sono infatti anche al centro del piano italo-tedesco per la
competitività preparato in vista del vertice Ue informale di giovedì nel
castello di Alden Biesen. Nel testo firmato anche dal Belgio – il cui primo
ministro Bart De Wever durante il vertice ha detto che la situazione
dell’industria è “semplicemente drammatica” – si chiede tra il resto “un
meccanismo di freno di emergenza” che consenta di “fermare gli oneri eccessivi
che emergono durante il processo legislativo, ad esempio per intervenire su
richiesta di uno Stato membro”. Oltre all’adozione entro fine anno del
cosiddetto “ventottesimo regime” giuridico per superare la frammentazione dei
sistemi nazionali, si invita poi la Commissione a presentare un omnibus
intersettoriale sul rilascio delle autorizzazioni “facendo ampio ricorso a
meccanismi di approvazione tacita” e a spingere sul rafforzamento delle
infrastrutture energetiche transfrontaliere e sul “consolidamento di catene del
valore resilienti, sicure e sostenibili per le materie prime critiche”.
Ciliegina sulla torta: “Il pacchetto automobilistico, così come la revisione del
Cbam (la tassa sul carbonio alle frontiere, ndr) e la futura revisione dell’Ets
(il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione di gas serra, ndr),
dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per
l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica“.
Musica per le orecchie dell’industria inquinante, che non intende rinunciare al
sostegno pubblico e cerca scappatoie per sfuggire al principio del “chi inquina
paga”. La Confindustria italiana per esempio ha appena chiesto la “sospensione”
dell’Ets. Che von der Leyen, va detto, ad Anversa ha difeso, ricordando che
dall’introduzione dell’Ets “le emissioni sono diminuite del 39%, mentre il giro
d’affari nei settori coperti è cresciuto del 71%”.
L'articolo Von der Leyen a rapporto dai big dell’industria Ue che hanno scritto
la sua agenda per la competitività. “Porterò ai leader le vostre priorità”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nasce, anche, come risposta al Libro Bianco “Made In Italy 2030”, presentato dal
ministero delle Imprese e del Made in Italy nel gennaio scorso. Dove non si
parla quasi per nulla di transizione ecologica e molto di nucleare, spazio,
sicurezza e di una vaga “economia blu”. Il Libro Bianco per un “Clean Industrial
Deal Made in Italy”, redatto da Legambiente dopo un lungo confronto con le
aziende e i territori, ha invece un’impostazione opposta. “Abbiamo dato voce
alle imprese più innovative, quelle che già la transizione la praticano – si
pensi che ben 9 aziende su 10 già mettono in atto misure per ridurre le
emissioni – e che dunque hanno più titolarità a dire la loro”, spiega il
presidente di Legambiente Stefano Ciafani. “Ne sono uscite 30 proposte che
abbiamo presentato al ministro Urso e che presenteremo ai vari parlamentari che
incontreremo per provare a reindustrializzare l’Italia. L’obiettivo infatti è
diventare trainanti rispetto alle nuove tecnologie. Le aziende hanno bisogno di
meno incertezza, meno burocrazia e soprattutto costi dell’energia più bassi”.
ENERGIA: PIÙ AREE IDONEE E PREZZI ZONALI
Uno dei temi centrali del Libro Bianco è senz’altro quello dell’energia.
Rispetto alle cosiddette aree idonee, serve accelerare su quelle già
compromesse, antropizzate o dove ci sono già impianti, introducendo, anche, la
Solar Belt accanto ai tracciati ferroviari e le aree industriali e riducendo i 3
km di distanza previsti per la realizzazione di impianti eolici, così come
occorre togliere alcune cautele eccessive sullo sviluppo del fotovoltaico in
agricoltura. In questo senso, l’organizzazione chiede di rivedere il Decreto
Agricoltura, dando la possibilità di realizzare impianti su terreni agricoli
improduttivi per diversi motivi. Infine, tema cruciale, rispetto ai prezzi, il
documento chiede l’accelerazione del passaggio dal prezzo unico nazionale (PUN)
ai prezzi zonali, che premiano le regioni con maggior impianti rinnovabili. A
questo va aggiunto lo scorporo nel prezzo finale tra gas e rinnovabili.
Sempre sul fronte energetico, il Libro Bianco chiede di facilitare la
sostituzione dei vecchi impianti eolici con quelli tecnologicamente più
avanzati, rendere obbligatoria l’installazione di impianti fotovoltaici nei
grandi parcheggi (come già previsto in Francia), completare i percorsi avviati
con gli accordi tra GSE (Gestore Servizi Energetici) e i principali settori
energivori per concretizzare il decreto sull’energy Release. “In pratica”,
spiega Ciafani, “con questo decreto si prevede che le aziende possano pagare
l’energia elettrica a un prezzo più basso se si impegnano negli anni successivi
a realizzare impianti a fonti rinnovabili. Un ottimo strumento per far pagare
meno le imprese ma rendere responsabili nella costruzione di nuovi impianti.
Questo processo va velocizzato”.
ECONOMIA CIRCOLARE: UNA TASSA PER SMALTIRE MEGLIO GLI ABITI
L’Europa ha varato la Strategia per la Bioeconomia, che prevede che l’economia
europea sia meno dipendente dalle fossili e utilizzi materie prime rinnovabili
nell’industria, dalla chimica alle costruzioni: l’Italia, però, nota
Legambiente, deve ancora adottarla, rendendola coerente con il quadro esistente.
Sempre sul fronte della bioeconomia, l’organizzazione invita a valorizzare le
nostre produzioni forestali, preservando la biomassa di qualità per le
costruzioni e trasformare la biomassa in bioenergia come ultima opzione.
Altro fronte, l’economia circolare. Qui serve, nota Legambiente, velocizzare gli
iter di autorizzazione e realizzazione degli interventi previsti dal Pnrr
rispetto agli impianti di riciclo: “Se le regioni tardano ad autorizzarli,
rischiamo che non si facciano”, nota Ciafani. Occorre semplificare l’iter di
approvazione dei decreti End Of Waste e approvare il sistema EPR per il tessile.
Che significa? “Il sistema prevede che si paghi una quota per riciclare gli
imballaggi che acquistiamo, ma questo non accade per i vestiti, per il cui
corrette smaltimento non paghiamo nulla. Introdurre una piccola quota
responsabilizza il produttore”, nota il presidente.
Altri due punti importanti sull’economia circolare sono il rispetto dei Criteri
ambientali Minimi (CAM) e il Green Public Procurement (GPP) alla Pubblica
Amministrazione, così come rendere sempre più trasparente e tracciabile il
percorso dei rifiuti da demolizione nell’edilizia, con obiettivi precisi e
ambiziosi di recupero dei materiali.
Oltre alla richiesta di rafforzare il personale negli uffici regionali e
comunali coinvolti nell’autorizzazione degli impianti, il Libro Bianco chiede di
migliorare l’efficienza idrica grazie a un quadro normativo stabile e
implementare la Direttiva quadro acque e Direttiva alluvioni, uscendo dalle
logiche emergenziali dei Piani. Rispetto a inquinamento e pesticidi, si chiede
invece un’ambiziosa revisione del regolamento europeo REACH. “Occorre una messa
al bando universale sui Pfas”, afferma Ciafani, “e nel frattempo bisogna che a
pagare il trattamento delle acque reflue sia chi ha inquinato”.
LOTTA AL GLIFOSATO E AI REATI AGROALIMENTARI
Sul fronte dell’agroecologia, Legambiente chiede un programma di sviluppo chiaro
dell’agrivoltaico, e di approvare il disegno di legge contro i reati
agroalimentari introducendo il nuovo delitto di “produzione e commercio di
prodotti fitosanitari illeciti”. Serve inoltre attuare il Piano d’Azione
Nazionale sui pesticidi (scaduto nel 2014), avviare un percorso di uscita dal
glifosato, favorendo le alternative sostenibili, e approvare una norma più
severa sul multiresiduo, ovvero la presenza simultanea di più pesticidi nello
stesso alimento.
Gli ultimi punti riguardano un piano nazionale di lotta all’abusivismo
nell’edilizia dando il potere ai Prefetti per le ordinanze non eseguite dai
Comuni. “Gli abbattimenti dovrebbero farli i Comuni”, spiega Ciafani, ma spesso
hanno timore per motivi elettorali, mentre i prefetti non hanno conflitti”.
Oltre a potenziare i controlli ambientali, Legambiente chiede infine di
rimuovere la clausola dell’invarianza dei costi sui controlli, prevista dalla
legge 132 del 2016, perché impedisce appunto i controlli necessari che sforano i
costi previsti.
“Quello che vogliamo sottolineare”, conclude Ciafani, “è che servono adeguate
politiche industriali per le aziende – che sono le prime a chiederle –
soprattutto per i costi energetici. Se in Europa, nel 2025, è stata prodotta per
la prima volta nella storia più energetica elettrica da rinnovabili (30%) che da
combustibili fossili (29%), il nostro Paese è ancora troppo dipendente dalle
importazioni di risorse energetiche. E il paradosso è che per liberarci dalle
importazioni di gas russo, ci siamo legati sempre più attraverso le navi gasiere
dagli Usa, non proprio un partner semplice nell’attuare scenario”. Eppure il
traguardo non è lontanissimo. Sono 7,2 i GW realizzati nel 2025 in Italia e per
raggiungere gli 80GW entro il 2030 previsti dal Pniec bisognerebbe arrivare a 11
all’anno. “Non una sfida impossibile, con le politiche industriali giuste”, nota
Legambiente. Politiche che non passano in alcun modo per il nucleare, inutile e
costoso eppure considerato dal Libro Bianco governativo come soluzione alle
criticità strutturali del sistema produttivo.
L'articolo Il Libro bianco di Legambiente: dall’economia circolare ai prezzi
zonali, ecco come reindustrializzare l’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuovo debito comune per finanziare difesa e tecnologia e “preferenza europea”
nei settori strategici per rilanciare l’industria del Vecchio continente.
Intervistato da un gruppo di quotidiani europei, Emmanuel Macron ribadisce le
sue priorità per il futuro di un’Europa che non lo vedrà più protagonista – il
suo mandato scade l’anno prossimo e non potrà candidarsi alle prossime
presidenziali – e che già oggi lo vede ai margini. Mentre a dare la linea in
vista del vertice europeo informale sulla competitività di giovedì in Belgio e
del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo è ormai il nuovo asse Giorgia
Meloni-Friedrich Merz. Che anche per non turbare il delicato equilibrio con gli
Usa di Donald Trump non intende procedere sulla strada dell’emissione di
eurobond e sul buy European.
“L’Europa deve decidere se diventare una potenza. Se dovessimo rimanere un
mercato aperto ai quattro venti saremo spazzati via. La domanda è se siamo
capaci di diventare una potenza, sul piano economico, finanziario, militare e
anche a livello democratico. È giunto il momento del risveglio europeo, siamo
alle prese con uno stato di emergenza che impone una reazione massiccia”, è la
chiamata alle armi del presidente francese, che parla però da una posizione di
estrema debolezza visto che i conti pubblici del Paese sono in condizioni
pessime (il governo di Sébastien Lecornu è riuscito per un pelo, solo a inizio
febbraio, a farsi approvare la legge di bilancio), l’import è strutturalmente
superiore all’export e la manifattura sempre meno competitiva. Macron tenta di
rispondere attaccando e il primo obiettivo è Washington, come evidente quando
quando parla di “promuovere l’internazionalizzazione del ruolo dell’euro,
introducendo tra le altre cose l’euro digitale o sviluppare stablecoins in
euro”, e di interrompere la dipendenza nei servizi di pagamento da Visa e
Mastercard. Non a caso il leader di Renaissance è stato tra i pochi leader Ue a
invocare esplicitamente l’uso del cosiddetto “strumento anti coercizione”, da
ultimo per rispondere alla minaccia (poi rientrata) dei dazi nei confronti dei
Paesi che hanno inviato militari in Groenlandia. Ma Germania e Italia sono con
tutta evidenza assai meno propense, anche per motivi legati alla difesa
dell’Ucraina, ad adottare una postura muscolare nei confronti della Casa Bianca.
Per quanto riguarda il futuro del manifatturiero Berlino e Roma, che crescono
ben poco e devono affrontare enormi problemi strutturali ma restano esportatori
netti, temono che premere l’acceleratore sul made in Europe – attraverso il buy
European o la ‘preferenza europea’ per appalti pubblici e incentivi statali –
equivalga a “chiudersi” riducendo l’attrattività della Ue come destinazione di
investimenti stranieri. Per non parlare dell’effetto boomerang per industrie,
come quella dell’auto, che hanno già spostato parti importanti della produzione
fuori dai confini continentali. La preferenza va quindi al rafforzamento del
mercato unico con l’eliminazione delle barriere interne residue (differenze
normative, regole sugli appalti ecc) e all’allargamento degli accordi
commerciali.
Difficile che abbia vita facile la proposta di Industrial Accelerator Act che il
commissario all’Industria Stéphane Séjourné, sodale ed ex ministro di Macron,
presenterà ufficialmente il 25 febbraio: nella bozza si prevede tra il resto che
appalti, incentivi e schemi di sostegno pubblici debbano orientarsi verso
prodotti fabbricati nell’Unione, soprattutto nei settori più esposti alla
concorrenza. Per Berlino e Roma, come da documento politico congiunto approvato
a fine gennaio, le priorità sono altre: catene di approvvigionamento “più solide
e diversificate”, riduzione della burocrazia con ulteriori pacchetti omnibus
come quelli molto discussi già varati dalla Commissione come previsto dalla
Bussola per la competitività presentata un anno fa, rilancio del mercato
interno, politica commerciale ambiziosa.
Infine il capitolo eurobond. Parlando a diversi giornali europei, tra cui Le
Monde e Il Sole 24 Ore, l’inquilino dell’Eliseo spiega che “alla luce delle
costrizioni di cui sono oggetto i bilanci nazionali” – e il primo che viene alla
mente è quello francese, con un deficit ancora sopra il 5% del pil – “è il
momento giusto, come abbiamo fatto per gli aiuti all’Ucraina lo scorso dicembre,
per avviare una capacità comune di indebitamento per queste spese future (…)
Peraltro, i mercati mondiali richiedono attivi sicuri e liquidi e chiedono
debito europeo”. “Si tratta in ultima analisi”, conclude Macron citando come
esempi la necessità di investire di più nell’intelligenza artificiale e nella
ricerca quantica per non essere “spazzati via”, di “finanziare insieme grandi
programmi europei” come previsto anche dal rapporto Draghi sul futuro della
competitività presentato due anni fa dall’ex numero uno della Bce su richiesta
della presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Ma il governo Merz ha
ribadito anche martedì – un funzionario vicino al cancelliere ha parlato a
Politico – che la Germania è contraria perché “distrae dall’argomento
principale, ovvero il problema della produttività“. Meloni non è affatto
pregiudizialmente contraria ma al momento ne ha meno bisogno, avendo sistemato i
conti anche grazie al fiscal drag e ottenuto la clausola di salvaguardia che
dopo l’uscita dalla procedura di infrazione consentirà all’Italia di fare debito
per aumentare la spesa in difesa senza che questo pesi sui vincoli del Patto di
stabilità.
I pesi specifici dei due schieramenti si misureranno giovedì, giorno del vertice
informale nel castello di Alden Biesen, presenti anche Draghi ed Enrico Letta.
Di sicuro c’è che al pre-summit a trazione Meloni-Merz parteciperanno “oltre
venti partecipanti“, secondo fonti del governo tedesco, tra cui lo stesso
Macron. E che von der Leyen ieri – oltre ad esprimersi a favore della preferenza
europea – ha aperto a un maggiore ricorso, anche in vista dell’adozione di
misure per la competitività, alle “possibilità previste dai trattati in materia
di cooperazione rafforzata“: è il concetto di Europa a più velocità, in cui un
gruppo di Paesi può andare avanti anche se gli altri non sono d’accordo. Ogni
decisione è comunque rinviata al Consiglio di marzo, quando la presidente della
Commissione proporrà che, “insieme al Parlamento e al Consiglio, approviamo una
tabella di marcia comune sul mercato unico”.
L'articolo Macron rilancia su debito comune e “buy European” per resuscitare
l’industria Ue. Ma l’asse franco-italiano non ci sta proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Un presidio, l’incontro con gli europarlamentari e il rinnovo di richieste per
salvare l’industria continentale. C’erano anche Fiom e Uilm a Bruxelles per la
giornata di mobilitazione europea, organizzata da IndustriAll Europe, per
chiedere all’Unione Europea politiche mirate a favorire investimenti pubblici e
privati nell’industria e nell’innovazione, per difendere posti di lavoro e lo
sviluppo di nuova buona occupazione e per tutelare i diritti degli operai. I
sindacati sono tornati davanti – e dentro – le istituzioni europee per chiedere
una scossa di fronte ai rischi legati alla transizione e al momento geopolitico,
tra dazi e avanzata della Cina.
“Le politiche della Commissione Ue stanno distruggendo di fatto l’industria
europea. C’è una complicità dei governi: non ci sono investimenti per la
transizione e la garanzia occupazionale. Dall’automotive alla siderurgia – ha
attaccato il segretario generale della Fiom, Michele De Palma – sono settori
cruciali per la sovranità europea e in questo momento soffrono processi di
ristrutturazione. Bisogna cambiare direzione: serve investire, ma non nel riarmo
bensì nei settori civili”.
Rocco Palombella, leader della Uilm, si è concentrato sulle vicende Ilva e
Stellantis: “Sono in crisi insieme all’elettrodomestico e altri settori. Cosa
aspettiamo? L’Europa continua a fare politiche che dividono gli Stati. Manca la
sensibilità necessaria, mentre i lavoratori attendono una risposta. E la
risposta non può essere trasformare le fabbriche di auto in fabbriche di armi.
Il lavoro fa termine i conflitti, non il contrario. Chiediamo una politica
industriale vera, una forte azioni europea che tenga conto di quali sono i veri
problemi”.
Al termine del flash mob in Place du Luxembourg, i sindacati hanno incontrato i
parlamentari italiani eletti al Parlamento Ue dei gruppi di AVS (Benedetta
Scuderi e Leoluca Orlando), del PD (Alessandra Moretti, Brando Benifei, Giorgio
Gori, Annalisa Corrado e Giuseppe Lupo) e del M5S (Pasquale Tridico Mario
Furore, Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle). Presente
anche Michele Picaro di Fratelli D’Italia. “Assenti, seppur invitati, gli
altri”, fa notare la Fiom.
La richiesta dei sindacati è quella di intervenire nei settori chiave per
scongiurare un processo di deindustrializzazione, oltre che delocalizzazioni e
acquisizioni da parte di società straniere e, soprattutto, fondi finanziari
speculativi. Viene anche chiesto di regolare il local content, definendo che un
prodotto deve essere realizzato in Europa per almeno l’80% delle ore di lavoro
richieste. È stata inoltre ribadire la necessità di attribuire i fondi solo con
condizionalità sociali vincolanti e aprire alla possibilità che lo Stato, oltre
che finanziare progetti, possa partecipare direttamente al capitale sociale
delle aziende.
L'articolo Fiom e Uilm a Bruxelles contro le politiche della Commissione:
“Risorse per la transizione, non per il riarmo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Se passa il principio che Trump decide dall’altra parte del mondo e qui le
aziende chiudono e se ne vanno, rischia di essere seguito a ruota da altre
imprese”. Davanti ai cancelli della Freudenberg di Rho la rabbia è ancora tanta
dopo la decisione dell’azienda (che produce filtri industriali) di chiudere lo
stabilimento lasciando a casa 42 persone. Una scelta che secondo la
ricostruzione dei sindacati sarebbe stata motivata proprio dai “dazi di Trump”.
E così nelle assemblee di ieri e oggi, i lavoratori hanno optato per altre otto
ore di sciopero previsto per il 15 dicembre per “contestare la decisione del
gruppo di chiudere e delocalizzare la produzione negli Stati Uniti e in
Slovacchia”. E proprio in quella giornata i lavoratori si recheranno in
Germania, a Weinheim, per protestare davanti alla sede centrale del Gruppo
Freudenberg e chiedere la disponibilità a un tavolo con un soggetto che sarebbe
interessato al subentro. Intanto davanti ai cancelli dello stabilimento di Rho,
oggi una delegazione del Movimento 5 Stelle guidata dalla deputata Chiara
Appendino e dall’eurodeputato Gaetano Pedullà oltre ai consiglieri regionali di
Pd e Avs ha incontrato i lavoratori criticando gli effetti della politica dei
dazi di Trump: “Per il governo erano un’opportunità – attacca Appendino – ma
sono un’opportunità i 42 licenziamenti?”.
L'articolo L’azienda di Rho lascia 42 lavoratori a casa. “Colpa dei dazi di
Trump. Il rischio è che lo facciano anche altre imprese” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Su diciotto settori industriali, in Europa uno solo è in crescita: l’aerospazio.
Tutti gli altri diciassette sono fermi se non addirittura in preoccupante calo,
in particolare l’automotive e l’acciaio che interessano da vicino l’Italia, alle
prese con la produzione ai minimi di Stellantis e la morte annunciata dell’Ilva.
Persino il comparto della difesa, che pure sta ricevendo la spinta dei piani di
riarmo, sconta la difficoltà di essere troppo permeato dagli Stati Uniti. A
Bruxelles è stato presentato il report realizzato da Syndex per IndustriAll, il
sindacato europeo dei metalmeccanici. Il documento ha un titolo che non si serve
di giri di parole: Ending european naivety, ovvero “finiamola con l’ingenuità
europea”. Scatta una drammatica fotografia dello stato della manifattura nei
Paesi Ue e chiede alle istituzioni di intervenire con una cura choc per evitare
il tracollo, visto che al momento ci sono oltre 4 milioni di lavoratori
interessati da ammortizzatori sociali.
PROBLEMI IN TUTTI I REPARTI
Volendo prendere in prestito la metafora calcistica, l’industria europea può
essere descritta come una squadra che ha problemi in tutti i reparti.
Innanzitutto in attacco, perché l’austerità fiscale blocca gli investimenti e
comprime i consumi interni. Poi in difesa, perché ci sono pochi e inefficaci
strumenti per proteggere le nostre fabbriche dalla concorrenza cinese e
americana, dal dumping salariale e dalla eccessiva dipendenza energetica.
Infine, è del tutto carente quello che potremmo definire il settore giovanile:
gli investimenti in ricerca, sviluppo e formazione sono troppo bassi, l’età
media della forza lavoro è elevata e si fa fatica a favorire il ricambio
generazionale.
UE A RISCHIO DESERTIFICAZIONE
Insomma, senza un drastico cambio di rotta si rischia una perenne
desertificazione industriale. Sorride solo l’aerospazio, che va meglio dei suoi
competitori statunitensi e molto meglio di quelli cinesi. L’industria del solare
è stata annientata dalla Cina, così come Pechino domina quella delle componenti
per le telecomunicazioni. E ancora, la farmaceutica è sotto pressione da parte
degli Stati Uniti, oltre che dipendente da Cina e India. Questa situazione è
definita dal sindacato “una precisa scelta politica”, dettata soprattutto dal
patto di stabilità che pone un freno agli investimenti e alla domanda interna.
Ecco perché IndustriAll chiede di tornare a sospendere la stretta fiscale, come
fatto durante il Covid.
L’URGENZA? I COSTI DELL’ENERGIA
L’urgenza è rappresentata dal capitolo energia. I costi sono determinati dal
ristretto mercato del gas e l’Europa sta assorbendo la costosa crescita
dell’offerta americana, anche se continua a consumare gas e petrolio russi. La
transizione ecologica è una sfida fondamentale e, secondo gli autori del report,
bisognerebbe programmarla facendo sì che porti con sé nuove assunzioni. Anche da
questo punto di vista va contraddetto il luogo comune per cui una maggiore
regolamentazione rallenta lo sviluppo: anzi è “ironico” che mentre l’Europa
tenta di ridurre la regolamentazione, la Cina introduce nuovi standard di
sostenibilità.
INDUSTRIALL CHIEDE LA DIFESA DEL MERCATO INTERNO
Si diceva della carenza difensiva dell’Europa: ci sono pochi mezzi per
contrastare le importazioni da Paesi che attuano il cosiddetto dumping, per
esempio utilizzando fonti inquinanti e non riconoscendo diritti e giuste
retribuzioni a chi lavora. Ecco perché il rapporto IndustriAll chiede una
maggiore difesa del mercato interno, rendendo “non gratuito” l’ingresso di
merci. Il riferimento è alla possibilità di inasprire le tariffe per far entrare
prodotti realizzati con alto apporto di carbonio, quindi rendere ancora più
severo il Cbam (Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere) che oggi
regola la materia.
ANCHE LA RICERCA PERDE TERRENO
Anche nella ricerca l’Europa sta perdendo terreno: è messa bene per quanto
riguarda quella di base, ma non in quella cosiddetta applicata. Mentre negli
Stati Uniti l’obiettivo è stato aumentare la capacità produttiva, nel nostro
continente ci si è concentrati più sulla sostituzione. Ma soprattutto,
l’atteggiamento europeo è ancora focalizzato sulla gestione di una crisi, e non
tanto sulla pianificazione dello sviluppo. Le diverse normative nazionali sul
mercato del lavoro aggravano la carenza di manodopera competente.
LA RICHIESTA: AIUTI SOLO SE PROFITTI REINVESTITI
C’è anche un passaggio sul rapporto tra la finanza e l’industria. Il rapporto
del sindacato sostiene che in Europa i profitti non vengono reinvestiti, e che
il nostro continente è il primo per distribuzione degli utili agli azionisti.
Ecco perché l’altra proposta è creare una condizionalità negli aiuti pubblici:
non concederli a pioggia ma vincolarli a investimenti in occupazione, formazione
e ricerca.
LE REGOLE INTERNE NON FANNO BARRIERA
In definitiva, il rapporto racconta l’industria europea come un settore
stritolato da due superpotenze come Cina e Stati Uniti, interventiste e
protezioniste. Le regole interne inceppano gli investimenti e non pongono
barriere alle “minacce” esterne sul piano energetico e del dumping ambientale e
salariale. Vale la pena ricordare, al di là dello studio europeo, che il caso
italiano è emblematico: da due anni il dato sulla produzione industriale è in
calo, al netto di qualche ripresa occasionale. A pesare sono le questioni più
spinose, ex Ilva e Stellantis.
L’AUTO IN LOTTA PER LA SUA SOPRAVVIVENZA
Proprio l’automotive è uno dei settori più indagati dal report. La produzione di
veicoli è diminuita in “maniera preoccupante” nel 2024 con un calo del del 6,1%
e si prevede un’ulteriore diminuzione nel 2025, mentre i cinesi trainano i
volumi mondiali con un numero di vetture assemblate che ha superato la richiesta
del mercato interno nel 2021 e lo scorso anno era superiore del 15%. Una
tendenza che – secondo IndustriAll – non si arresterà negli anni a venire. Il
comparto è definito “sotto minaccia” dal sindacato europeo con impatti a valle
sull’intera catena: i produttori automobilistici europei stanno “lottando”, si
legge nel report, nel quale gli autori avvisano che il “picco dell’onda non è
ancora arrivato”. Il rischio è che diversi pezzi della filiera “non
sopravvivano”.
LE CINESI IN UE SÌ, LE AUTO EUROPEE LÌ NO
Anche perché in futuro, stando ai dati, si rischia un’invasione cinese. L’ascesa
dei marchi di Pechino sembra inarrestabile: IndustriAll fa notare che i
produttori automobilistici del Paese asiatico sono in crescita (6 gruppi cinesi
sono ora nella Top 20 delle immatricolazioni europee e BYD è nella Top 10),
mentre le vendite dei produttori stranieri in Cina sono in calo. Quando la quota
di elettrico aumenterà (oggi è al 17%), il trend rischia di impennarsi
definitivamente perché l’offerta di veicoli senza motori endotermici da parte
delle cinesi sta raggiungendo o superando quella dei produttori occidentali.
LA PERDITA DI KNOW HOW, UNO SCENARIO PLAUSIBILE
La conclusione è drammatica nel lungo periodo, non solo per le materie prime
legate alle batterie, ma anche perché la ricerca e sviluppo – secondo il
sindacato – è minacciata a causa dell’attrattiva crescente delle piattaforme
ideate in Cina e India, che consentono uno sviluppo più rapido a costi
inferiori. Il rischio è che vada totalmente disperso il know how. Se il settore
automobilistico europeo continuerà a ridurre le sue capacità di produzione e
progettazione e a esternalizzare gli acquisti al di fuori dell’Europa, ad avviso
degli autori, presto non avrà più i volumi necessari per essere redditizio, né
le competenze e l’esperienza richieste per la sua trasformazione.
DE PALMA: “RISCHI ENORMI, SERVE MOBILITAZIONE EUROPEA”
“L’industria europea sta correndo un rischio enorme a causa delle mancate scelte
e dei mancati investimenti privati e pubblici dalla Commissione e dell’Unione,
dei Governi ma anche alle scelte sbagliate che le multinazionali stanno facendo
in questo momento”, dice il segretario della Fiom-Cgil Michele De Palma. “Il
numero che mi ha particolarmente colpito della relazione di Judith
Kirton-Darling, segretaria generale di IndustriAll Europe, è quello dei 4,3
milioni di lavoratrici e di lavoratori in Europa che sono in questo momento
interessati da ammortizzatori sociali e quindi non pienamente al lavoro a cui si
aggiungono i lavoratori già licenziati, decine di migliaia. Questo segnala il
rischio in Europa di perdita di ulteriori posti di lavoro e di perdita quindi
della sovranità industriale europea”. Secondo De Palma è “fondamentale” che “ci
siano proposte condivise da parte dei sindacati europei dell’industria” e
“necessaria” una mobilitazione “nei confronti dei Governi e dell’Unione europea
per rimettere al centro le lavoratrici e i lavoratori dell’industria per
garantire autonomia e democrazia”.
L'articolo Sotto l’aerospazio, niente: tutti i settori industriali Ue in crisi.
“Tra costi dell’energia e interventismo di Usa e Cina si rischia il deserto”
proviene da Il Fatto Quotidiano.