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Servizi aggiuntivi di musei e siti archeologici statali: il business miliardario che sfugge al Sud
I siti culturali più importanti al mondo si trovano nel Mezzogiorno, eppure i meridionali hanno deciso di rinunziare ai frutti di questo patrimonio, ignorandone il vero business: quello dei servizi aggiuntivi dei musei e delle aree archeologiche statali (biglietteria, visite, bookshop, caffetteria etc). Dovete sapere che nel ’93 la Legge Ronchey aprì ai privati il mercato di questi servizi, inaugurando un regime oligopolistico dominato da appena otto società, prevalentemente settentrionali, che gestiscono (spesso in regime di proroga perpetua) oltre il 90% dei servizi museali. Parliamo di fatturati miliardari! Le cifre, aggiornate al 2024, si annidano nelle tabelle pubblicate dall’Ufficio Statistica del Ministero della Cultura. Vi porto l’esempio di Pompei: in un anno, la società che gestisce la vendita di gadget e libri ha incassato 1,4 milioni ma ha erogato alla soprintendenza appena 118mila euro. Dovete sapere che questa quota, definita all’interno della convenzione di concessione, dovrebbe essere usata per valorizzare il sito culturale. Quindi, più basso è l’importo riconosciuto alla soprintendenza, più esigua è la dotazione che rimane sul territorio. Vediamo gli altri servizi aggiuntivi: la caffetteria ha incassato 1,9 milioni, a fronte di appena 11mila euro erogati alla soprintendenza. Dalle prevendite, gli introiti ammontano a 36mila euro, con poco più di mille euro riconosciuti alla soprintendenza. E sul fronte ristorazione? Sono stati battuti scontrini per 9.700 euro mentre la soprintendenza non ha ricevuto nulla! Stesso trend sul fronte delle visite guidate: sono state registrati appena 4884 clienti in un anno (la media di 13 visite al giorno registrate, abbastanza poche, tra l’altro) che hanno fatto incassare 22.660 euro, di cui appena 5.438 alla soprintendenza. La domanda sorge spontanea: quale società gestisce i servizi aggiuntivi pompeiani? Il Gruppo Opera Laboratori Fiorentini, la stessa presente nella Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Facciamo, dunque, un po’ di conti anche per quest’altro sito: a fronte di 122mila euro incassati dalla vendita di audioguide, la soprintendenza ha ottenuto circa 18mila euro. L’area bookshop? 131mila euro incassati e 18mila euro erogati alla soprintendenza. La caffetteria ha battuto scontrini per oltre mezzo milione d’euro ma l’importo erogato alla soprintendenza si ferma a 65mila euro. Per quanto concerne le prevendite, invece, a fronte di 36mila euro di incassi, non è stato erogato nulla alla soprintendenza. Le visite guidate, infine, sono state 48.148 (dieci volte più di Pompei!), generando un introito di 167mila euro e appena 25mila euro finiti nelle casse della soprintendenza. Oltre alle cifre esigue riconosciute al Ministero della Cultura, c’è anche un altro aspetto da considerare: Opera Laboratori Fiorentini ha sede legale a Firenze. Quindi, il gettito fiscale maturato dai servizi erogati non rimane al Sud ma va dritto in Toscana, dove la società ha sede legale. Quindi, le tasse pagate da questa società per la gestione delle attività svolte (sia chiaro, lecitamente) in Campania non incrementano le casse della Regione Campania ma della Toscana, che potrà offrire ai propri cittadini più servizi. Ma allora perché Pompei non gestisce autonomamente i propri servizi aggiuntivi? Eppure, il Codice dei Beni Culturali, all’articolo 115, dispone che l’Amministrazione deve prioritariamente gestire i servizi in proprio, pertanto l’esternalizzazione degli stessi a società private non deve rappresentare la regola bensì l’eccezione, percorribile soltanto qualora questa opzione garantisca un più elevato livello di valorizzazione di tali siti culturali. A sostenere questa tesi è la sentenza 2259 del 16 marzo 2021 del Consiglio di Stato, secondo cui nell’ambito della valorizzazione del patrimonio museale, la gestione diretta da parte dell’amministrazione rappresenta il modello di riferimento, mentre l’esternalizzazione deve essere considerata l’eccezione. Che significa tutto questo? Delle tre l’una. O i meridionali dovrebbero spingere i propri decisori politici ad aggiornare il quadro normativo, prevedendo un canale privilegiato per l’affidamento dei servizi aggiuntivi a società del proprio territorio. O si dovrebbe favorire un’internalizzazione dei servizi aggiuntivi. Oppure, ipotesi più concreta, andrebbero aggiornati i canoni di concessione e innalzate le tariffe, diminuendo i margini di profitto dei privati. L'articolo Servizi aggiuntivi di musei e siti archeologici statali: il business miliardario che sfugge al Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La vicenda del piccolo Domenico non deve diventare nuovo motivo di confronto tra Nord e Sud
Facciamo fatica a parlare lucidamente di quanto accaduto al piccolo Domenico, perché vedere la faccina sorridente di un bimbo di due anni, che nella vita non ci ha ancora nemmeno appoggiato tutto il piede, e dover accettare l’idea che se ne sia andato a causa di un errore o di una catena di errori umani, è molto complesso da metabolizzare. Ma, mentre siamo qui in attesa di conoscere le reali responsabilità che hanno causato la sua morte, mentre esigiamo di conoscere tutti i punti deboli della catena trapiantologica che avrebbe dovuto garantirgli il corretto impianto di un piccolo cuore nuovo, c’è una cosa che non dobbiamo fare a nessun costo e di cui purtroppo già si respira il rischio: la divisione geografica, l’ennesimo round di Nord contro Sud. Sappiamo che il destino di Domenico era in carico all’ospedale Monaldi di Napoli, dove il bimbo era in cura fin da quando aveva quattro mesi. Sappiamo che proprio lì si stanno concentrando le indagini per capire se ci sia stato un errore di valutazione clinica, se il cuore di Domenico sia stato espiantato troppo presto, prima di verificare l’idoneitá del cuore nuovo, se ci siano state delle omissioni (pare che manchi il diario di perfusione, ovvero il tracciato della circolazione extracorporea che dimostrerebbe il momento esatto in cui è stato rimosso il cuore), se il contenitore per il trasporto dell’organo fosse adeguato. All’ospedale San Maurizio di Bolzano (dove al momento non ci sono indagati), nel quale è avvenuto l’espianto del cuore donato, invece, si sta verificando l’operato del personale coinvolto nel prelievo e nella conservazione dell’organo (qualcuno ha messo del ghiaccio secco nel contenitore di plastica, danneggiando il cuore). Inevitabilmente è partito un quasi scontato rimpallo di responsabilità. Ma è il Monaldi, in quanto ospedale che aveva in carico il paziente ricevente, come prevedono i protocolli, ad essere immediatamente finito sotto la lente d’ingrandimento. Solo che se dal punto di vista giudiziario questo modus operandi è doveroso, sono le ripercussioni nella discussione pubblica ad aver preso in breve una connotazione sbagliata. Come per un irresistibile riflesso pavloviano che accompagna l’Italia da sempre, la questione ha subito cominciato a spostarsi sulla solita presunta inadeguatezza del Sud, contrapposta all’altrettanto presunta perenne efficienza del Nord. La sanità oltretutto è per eccellenza il campo di battaglia in cui viene inscenato questo conflitto. E un’occasione come questa, in cui l’intera vicenda si consuma sull’asse Napoli-Bolzano, è troppo ghiotta per non indulgere al solito tic. Il fatto è che questa vicenda nasce proprio da una premessa contraria: la famiglia di Moritz, un bimbo di 4 anni annegato in una piscina comunale di Bolzano, sceglie con un coraggio ed enorme generosità di donare il cuore del suo piccolo a Domenico, un bimbo di due anni di Nola, in provincia di Napoli, che ne ha urgentemente bisogno. Queste due famiglie hanno tentato di rendere plasticamente possibile quel sogno che ci portiamo dentro da decenni: quello che il cuore dell’Italia possa battere all’unisono. Ignorare questo enorme dono che hanno tentato di farci, il cui valore simbolico è realmente inestimabile, ricadendo subito nei più triti cliché che ci vedono da sempre deboli e divisi, è il più grande torto che possiamo fare al loro altruismo e al loro dolore. L'articolo La vicenda del piccolo Domenico non deve diventare nuovo motivo di confronto tra Nord e Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Campobasso senza treni da sei anni, M5s e Pd lanciano una petizione: “Non possiamo aspettare fino al 2028”
Il Molise si prepara a sbarcare a Sanremo con uno spazio promozionale nel cuore del Festival, per attirare visitatori e rilanciare l’immagine turistica della regione. Però c’è un problema: i turisti non sanno che nel capoluogo di Regione non passano i treni. Pochi giorni fa è stata organizzata una mobilitazione permanente ed è stata lanciata una petizione per chiedere la riapertura della stazione di Campobasso e il ripristino del servizio ferroviario, fermato sei anni fa per consentire i lavori di ammodernamento ed elettrificazione. Nel 2019, infatti, era stato firmato un accordo di programma tra Comune, Rete ferroviaria italiana e Regione per il rifacimento della stazione e l’eliminazione dei passaggi a livello. Da allora la tratta tra il capoluogo e Bojano è chiusa, rendendo impossibile raggiungere in treno grandi città come Roma e Napoli. L’iniziativa della petizione è stata presentata davanti alla stazione del capoluogo molisano dalla sindaca civica Marialuisa Forte e da un gruppo di consiglieri regionali: Alessandra Salvatore, Vittorio Facciolla e Micaela Fanelli del Partito democratico insieme a Roberto Gravina e Angelo Primiani del Movimento 5 stelle. Obiettivo: sollecitare il completamento dei lavori e riportare i treni in città molto prima dell’ennesima scadenza annunciata. Il problema, denunciano i promotori, è soprattutto la durata dei cantieri. “Nell’ultima seduta ci è stato detto che i treni torneranno a partire da Campobasso, in base alle previsioni, nel 2028”, ha evidenziato Salvatore, capogruppo del Pd in Consiglio regionale. “Questo per noi è inaccettabile, pretendiamo degli interventi decisi, perché si può lavorare per lotti funzionali in più parti del percorso”, ha ribadito la prima promotrice. Nel frattempo i costi dell’opera sono lievitati in modo significativo, passando dai 120 milioni inizialmente previsti agli attuali 400 milioni. Sui ritardi pesano anche criticità tecniche. Il consigliere regionale ed ex sindaco di Campobasso Roberto Gravina ha sottolineato “i tanti punti interrogativi che pesano sui lavori e sugli imprevisti legati al crollo in una galleria”. E ha aggiunto che “c’è una interrogazione in Parlamento con la quale chiediamo di conoscere i dettagli di quanto accaduto e capire se c’è stata superficialità nella progettazione”. Per questo è nata la petizione online su Change.org, sostenuta dal centrosinistra locale e dal “Presidio per non morire”, rappresentato da Filippo Poleggi del Movimento Consumatori Molise. Il testo della petizione – che ha raccolto mille firme nelle prime 24 ore – denuncia la situazione e le sue conseguenze come gli enormi danni all’economia del posto e l’impatto sulla vite dei pendolari. Secondo i firmatari, l’assenza di collegamenti su rotaie “aumenta le difficoltà nei collegamenti interregionali e penalizza ulteriormente una regione già svantaggiata dal punto di vista infrastrutturale”. Il Consiglio regionale del Molise ha già approvato una mozione per chiedere al Ministero dei Trasporti e a Rfi di completare i lavori entro il 2026, ma, si legge ancora nella petizione, “i lavori procedono ancora a rilento e la città e tutto il Molise centrale continuano a soffrire”. Da qui la richiesta di accelerare: “Chiediamo che vengano effettuati sforzi straordinari per accelerare il processo di ammodernamento, con l’obiettivo di ristabilire il servizio ferroviario a Campobasso entro e non oltre il 2026”. I promotori chiedono anche risorse aggiuntive, una migliore pianificazione e una comunicazione più efficace tra le parti coinvolte. La mobilità, sottolineano le opposizioni, è “un diritto fondamentale e costituzionale al pari della sanità e dell’istruzione”. “Facciamo sentire la nostra voce per porre fine a queste inaccettabili tempistiche di attesa e lavoriamo insieme per un futuro in cui il trasporto ferroviario a Campobasso torni ad essere una realtà”, si legge nell’appello. Una battaglia che, dopo anni di cantieri e ritardi, si allarga a mobilitazioni e iniziative rivolte direttamente alla cittadinanza. Proprio come quelle per la sanità regionale, con il sindaco d’Isernia che da fine dicembre dorme in tenda davanti all’ospedale contro i tagli al servizio pubblico e una fiaccolata che ha fatto scendere in strada migliaia di persone. Tutti segnali di protesta contro la marginalità della Regione. L'articolo Campobasso senza treni da sei anni, M5s e Pd lanciano una petizione: “Non possiamo aspettare fino al 2028” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal Sud partono anche i nonni: raddoppiati gli over 75 che seguono figli e nipoti. In vent’anni emigrati 350mila giovani laureati
Non partono più solo i figli e i nipoti. Ora partono anche i nonni. Sono oltre 184mila gli over 75 residenti formalmente nel Mezzogiorno ma che vivono stabilmente al Centro-Nord, quasi il doppio rispetto ai circa 96mila del 2002. Una migrazione silenziosa, spesso invisibile nelle statistiche ufficiali, fatta di anziani che lasciano le proprie case per ricongiungersi con le famiglie emigrate o per avere accesso a servizi sanitari migliori. A dirlo è il rapporto di Svimez e Save the Children “Un Paese, due emigrazioni. Freedom to move, right to stay”. Secondo le stime del report, la crescita dei cosiddetti “nonni con la valigia” riflette due dinamiche intrecciate: il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati e la difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, dove l’offerta sanitaria e assistenziale resta più debole rispetto al resto del Paese. Una mobilità “sommersa”, che segue la grande fuga dei giovani laureati e ne rappresenta una conseguenza diretta. Dal 2002 al 2024, quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord, con una perdita netta di circa 270mila giovani qualificati. A questi si aggiungono oltre 63mila laureati meridionali emigrati all’estero, per una perdita netta di altri 45mila talenti. Complessivamente, quasi un milione di giovani under 35 ha trasferito la residenza dal Sud al Centro-Nord nello stesso periodo, con una perdita netta di oltre 500mila residenti nella fascia 25-34 anni, di cui circa 270mila laureati. Il fenomeno si intensifica nel tempo. La quota di laureati tra i migranti meridionali è triplicata: dal 20% nel 2002 a quasi il 60% nel 2024. Nel solo ultimo anno analizzato, circa 23mila giovani laureati hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord e oltre 8mila hanno scelto l’estero. Secondo la Svimez, il titolo di studio avanzato è diventato “un potente fattore propulsivo” della mobilità, alimentando “una dinamica di progressivo svuotamento selettivo del capitale umano più qualificato”, che compromette le prospettive di sviluppo del Mezzogiorno. La fuga è sempre più femminile e qualificata. Dal 2002 al 2024, 195mila laureate hanno lasciato il Sud per il Centro-Nord, 42mila in più rispetto agli uomini. Oggi quasi il 70% delle giovani donne meridionali che emigrano verso il Centro-Nord ha una laurea, contro il 50,7% degli uomini. La mobilità femminile, sottolinea il report, è “sempre più concentrata sui profili a elevata istruzione”, rafforzando il carattere selettivo della perdita di capitale umano. PER IL CENTRO-NORD SALDO NETTO POSITIVO DI 270MILA LAUREATI Il Centro-Nord continua ad attrarre giovani qualificati dal Mezzogiorno, registrando un saldo netto positivo di circa 270mila laureati. Ma allo stesso tempo perde i propri talenti verso l’estero. Tra il 2002 e il 2024, 154mila laureati hanno lasciato il Centro-Nord per trasferirsi fuori dall’Italia, con un saldo negativo di oltre 95mila giovani altamente qualificati. Nel solo 2024, quasi 38mila giovani under 35 centro-settentrionali si sono trasferiti all’estero, di cui circa 21mila laureati. La mobilità non aspetta più la laurea. Nell’anno accademico 2024-2025, sono 70mila i giovani del Sud che studiano in un ateneo del Centro-Nord, oltre il 13% del totale. La percentuale sale al 21% nelle discipline STEM. Una scelta che spesso diventa definitiva. A tre anni dalla laurea, l’88,5% dei laureati negli atenei del Centro-Nord lavora nella stessa area, mentre tra chi si laurea al Sud meno del 70% trova lavoro nel territorio di origine. “L’immatricolazione in un ateneo del Centro-Nord diventa il primo passo di una traiettoria di mobilità di medio-lungo periodo”, evidenzia il report. FATTORE ECONOMICO DETERMINANTE Il fattore economico resta determinante. I laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti al mese in più rispetto a chi resta in Italia. Anche restando nel Paese, il divario territoriale è evidente: nel Mezzogiorno la retribuzione media è di 1.579 euro netti mensili, contro i 1.735 euro del Nord-Ovest. Il divario aumenta ulteriormente considerando il genere: una laureata del Sud guadagna in media 1.487 euro al mese, contro i 1.862 euro di un laureato del Nord-Ovest. La fuga dei laureati comporta anche una perdita economica enorme. La Svimez stima in circa 6,8 miliardi di euro l’anno il costo dell’emigrazione interna dei giovani laureati dal Mezzogiorno, a cui si aggiungono 1,1 miliardi annui persi per le migrazioni estere. “Questo meccanismo trasferisce ogni anno una quota rilevante dell’investimento pubblico dal Mezzogiorno verso le aree più forti del Paese”, sottolinea il report. La migrazione è ormai parte delle aspettative di vita. Oltre un terzo degli adolescenti meridionali considera importante trasferirsi in futuro in un’altra città e il 38,2% valuta positivamente l’idea di vivere all’estero. Secondo la Svimez, le migrazioni dei giovani laureati “rappresentano sempre più spesso una risposta obbligata alla carenza di opportunità economiche, occupazionali e sociali nei territori di origine”. Così, mentre i giovani partono per costruirsi un futuro, i nonni li seguono. E la fuga dal Sud non è più solo una questione di lavoro, ma di intere famiglie che si spostano, lasciando dietro di sé territori sempre più svuotati. L'articolo Dal Sud partono anche i nonni: raddoppiati gli over 75 che seguono figli e nipoti. In vent’anni emigrati 350mila giovani laureati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel silenzio generale si consuma lo scippo di risorse al Sud più corposo degli ultimi anni
Nel silenzio generale si è consumato lo scippo di risorse al Sud più corposo degli ultimi anni: oltre 2 miliardi! A sostenere questa tesi non sono le forze di opposizione né i movimenti meridionalisti, bensì la Corte dei Conti che, con la delibera n. 22/SEZAUT/2025/FRG, ha attentamente analizzato l’effettivo stato di attuazione del Pnrr. Il documento è stato pubblicato lo scorso 12 gennaio 2026, eppure non si è sollevato alcun polverone politico e mediatico, probabilmente perché troppo tecnico o poco immediato. L’analisi della magistratura contabile è stata effettuata scandagliando i dati presenti nella piattaforma ReGiS e quelli resi noti dalle Sezioni regionali della Corte, un lavoro che consente di analizzare gli aspetti legati alla gestione finanziaria, all’evoluzione della spesa e alla rendicontazione dei progetti. Il risultato di questo report ci consente di toccare con mano una spaventosa rimodulazione al ribasso dei finanziamenti concessi al Mezzogiorno. Come si evince, l’area meridionale risulta quella maggiormente interessata dai tagli del Pnrr, con un importo pari a 1,28 miliardi di euro, corrispondente al 28,4% del totale. Inoltre, Sicilia e Sardegna registrano definanziamenti pari a 753,5 mln (16,6%). Pertanto, aggregando i dati di Sud e isole, questa macroarea registra una sforbiciata complessiva di oltre 2 miliardi di euro. Secondo il report della Corte dei Conti, questi “maggiori definanziamenti registrati nell’area Sud, pur a fronte della quota prioritaria di risorse assegnate dal Pnrr, sono riconducibili principalmente alla maggiore complessità tecnica e procedurale degli interventi previsti in tale area. In particolare, si sono riscontrati ritardi attuativi, difficoltà nella progettazione”. Tradotto in parole povere: nel Mezzogiorno si fatica a portare a casa i progetti perché gli uffici tecnici dei comuni riescono a stento a rilasciare le carte d’identità. La colpa è dei meridionali, lombrosianamente inferiori? No, semplicemente manca la forza lavoro e non si assumono i tecnici negli enti locali. Il motivo? Il governo, da oltre un anno, tiene bloccato lo scorrimento delle graduatorie del concorso ‘Coesione Sud’, che avrebbe garantito il reclutamento nel Mezzogiorno di circa 2200 tecnici, specializzati nell’attività di progettazione e con competenze specifiche in materia di politiche di coesione. Queste assunzioni avrebbero consentito di rafforzare le amministrazioni locali portando delle competenze tecniche necessarie per l’efficace attuazione sul territorio degli interventi finanziati con risorse dell’Unione europea, incluse le misure del Pnrr. Invece, questa paralisi totale ha contribuito a generare il mancato rispetto dei cronoprogrammi dei progetti Pnrr, registrandosi così corposi tagli in tutto il Paese e, in particolare, al Sud. Ovviamente al definanziamento registrato al Sud, corrisponde il rifinanziamento di un’altra parte del Paese. E, allora, vuoi vedere che c’è il dolo? Come era solito ripetere Giulio Andreotti: “A pensare male degli altri si fa peccato, ma spesso si indovina”. L'articolo Nel silenzio generale si consuma lo scippo di risorse al Sud più corposo degli ultimi anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bollette sospese per le aree colpite dal Ciclone Harry: sto anche alle procedure di distacco per morosità
Il governo aveva già dichiarato lo stato d’emergenza per i danni causati dal maltempo. Adesso, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente ha approvato un provvedimento d’urgenza che sospende per sei mesi il pagamento di luce, gas, acqua e rifiuti alle persone che vivono nei territori più colpiti dal Ciclone Harry. La decisione sugli avvisi di pagamento è stata comunicata con una nota e riguarda Calabria, Sardegna e Sicilia, compreso il comune di Niscemi dove una frana ha portato via un intero pezzo della cittadina in provincia di Caltanissetta. I comuni interessati sono quelli che sono stati individuati nell’ordinanza 1180 del 30 gennaio emessa dal capo di dipartimento della Protezione civile. Si tratta di un intervento per “garantire la continuità dei servizi essenziali e offrire un primo sostegno concreto alle popolazioni colpite”, ha dichiarato l’autorità. Nello specifico, la misura si applica a tutte le fatture emesse o da emettere con la scadenza a partire dal 18 gennaio 2026, compresi i costi di allacciamento, attivazione, disattivazione, voltura e subentro. Sospese anche le procedure di distacco per morosità, incluse quelle precedenti al ciclone Harry. Accantonati anche i pagamenti per la gestione dei rifiuti. Inoltre, i titolari delle utenze e delle forniture potranno accedere a delle agevolazioni fiscali presentando una richiesta al proprio fornitore entro il 30 aprile 2026, con il modulo allegato al provvedimento che l’operatore dovrà mettere a disposizione sul proprio sito internet, o altro format purché contenente le stesse informazioni. Al termine di questo periodo eccezionale, gli importi sospesi dovranno essere rateizzati su un periodo minimo di un anno, senza discriminazione e senza interessi a carico dei cittadini, in modo da ridurre l’impatto economico sulle famiglie e agevolare il ritorno alla normalità. “Siamo lieti che Arera abbia accolto le nostre richieste e abbia dato seguito a un provvedimento necessario e tempestivo” ha dichiarato Giovanni Riccobono, direttore generale di Consumerismo No Profit e delegato per la Sicilia dell’associazione. “In contesti di emergenza, la sospensione delle bollette e dei distacchi non è un’agevolazione, ma una misura di giustizia sociale, indispensabile per garantire la continuità dei servizi essenziali e tutelare cittadini già duramente colpiti”. Consumerismo “continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione e a farsi portavoce delle esigenze dei territori colpiti, affinché alla fase emergenziale seguano interventi strutturali capaci di rafforzare la tutela dei consumatori anche nel medio e lungo periodo”. L'articolo Bollette sospese per le aree colpite dal Ciclone Harry: sto anche alle procedure di distacco per morosità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi
Mentre a Niscemi gli edifici continuano a crollare, con oltre 1.300 sfollati senza casa, in uno scenario catastrofico che vede Sicilia, Calabria e Sardegna contare oltre 2,5 miliardi di euro di danni, appare sempre più evidente come la problematica nazionale cesserà di esistere quando il clamore mediatico terminerà. Dopodiché, la questione verrà declassificata come ‘meridionale’ e, quindi, da ristorare coi fondi già destinati ai cittadini del Sud. In altre parole, se il cataclisma fosse avvenuto al Nord, si sarebbero attivati ben altri meccanismi emergenziali e, come già avvenuto, sarebbe stato lo Stato a risarcire i danni. Senza andare troppo indietro nel tempo, per far fronte all’alluvione in Emilia-Romagna, nel 2023, sono stati stanziati oltre 2,5 miliardi di euro per le zone colpite, prevedendo misure straordinarie pur di far cassa. Addirittura s’è autorizzata l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni straordinarie del Lotto e del Superenalotto. E, ancora, s’è introdotto un sovrapprezzo di un euro per l’accesso ai musei statali così come si sono venduti i beni mobili oggetto di confisca amministrativa dell’agenzia delle Dogane. Insomma, per questa catastrofe sono stati tutti gli italiani a mettere mano al portafoglio, com’è giusto che sia. Un po’ come avvenne a seguito dell’alluvione della Valtellina, nel 1987, quando furono stanziati 2.400 miliardi di lire, pari a 1,2 miliardi di euro, un importo con pochi precedenti nella storia. E per i territori colpiti dal ciclone Harry che ha flagellato Sicilia, Sardegna e Calabria? Al momento risultano pervenuti sui tavoli regionali appena 100 milioni, un venticinquesimo dei danni calcolati. Ma non vi preoccupate, perché il governo ha già in mente altre soluzioni, e cioè di risarcire i meridionali coi loro stessi soldi. Un po’ come il gioco delle tre carte. Che significa? Che mentre per l’Emilia Romagna lo Stato è arrivato ad aumentare il prezzo dei biglietti dei musei pur di far cassa, per il cataclisma che ha attanagliato negli ultimi giorni il Sud, con una frana più imponente di quella del Vajont, il governo sembra intenzionato ad utilizzare le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione. Almeno questo è ciò che ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani: “Per reperire ulteriori risorse, raccogliendo l’appello della premier, stiamo valutando anche il disimpegno di alcuni fondi Fsc che non hanno rispettato il cronoprogramma”. Per chi non lo sapesse, il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) rappresenta uno strumento cardine della cornice di politica di coesione che sorregge, in particolare per il Mezzogiorno, un percorso di sviluppo economico, sociale e territoriale che mira a ridurre le disparità storiche tra le diverse aree del paese. Tra l’altro, il suo utilizzo è già vincolato, per l’80%, alle regioni meridionali. Il che significa che l’Esecutivo, anziché utilizzare risorse nazionali per ristorare i danni, vuole far cassa attraverso una dotazione straordinaria (l’FSC) che dovrebbe essere utilizzata per altri scopi, ovvero per ridurre i divari territoriali, e non certo per pagare i danni post-cataclismi. Il quesito è: perché a ristorare l’alluvione dell’Emilia sono stati tutti gli italiani mentre i danni dell’uragano Harry devono essere rimborsati con una dotazione che, per l’80%, è già prevista per il Mezzogiorno e, per di più, destinata a ben altro, ovvero ad assottigliare il gap Nord-Sud? Probabilmente, perché lo Stato non è nemmeno in grado di utilizzare i fondi FSC come dovrebbe. Basti pensare che, analizzando i dati della Programmazione FSC 2021-2027 (aggiornati al 30 giugno 2025), si desume che “rispetto al totale di risorse programmate nell’ambito degli accordi per la coesione, a valere sulla programmazione Fsc 2021-2027 e sul Fondo di Rotazione pari complessivamente a circa 30 miliardi di euro, l’avanzamento in termini di impegni presi ammonta al 12,6%. Analogamente, i pagamenti effettivamente messi in campo sfiorano appena il 3,8%”. E quindi, dato che questa dotazione si usa poco e male, allora è lecito utilizzarla come bancomat di disastri naturali al Sud. Insomma, è evidente che esistono sismi e alluvioni di serie A e di serie B, secondo la latitudine in cui si verificano. L'articolo Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali coi loro stessi soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per il ciclone Harry Meloni non si infila gli stivali. Dov’è finita la leader “del popolo”?
di Massimiliano Di Fede Mentre le luci di Davos si spengono e i jet privati lasciano la Svizzera, il Sud Italia resta immerso nel fango e nel silenzio. Il Ciclone Harry ha sventrato Sicilia, Sardegna e Calabria, ma per il governo Meloni il Mezzogiorno è stato solo un fastidioso rumore di fondo, soffocato dai proclami bellici di Volodymyr Zelensky. Un leader che, tra i ghiacci svizzeri, ha trovato il tempo di accusare l’Europa di non essere “incisiva”, dopo aver già incassato 90 miliardi di euro dalle tasche dei contribuenti europei. È lo stesso Zelensky che ha guardato l’Europa scivolare in recessione dopo il sabotaggio del Nord Stream 2 (attribuito da un tribunale tedesco agli ucraini), un attentato energetico che i cittadini italiani stanno pagando a caro prezzo su bollette mostruose. Sono proprio quelle famiglie del Sud, oggi colpite dal ciclone, a finanziare una guerra infinita mentre l’entourage di Kiev viene pizzicato con le mani nella marmellata tra mazzette e water d’oro nei bunker del potere. Il contrasto è stomachevole. Abbiamo ancora tutti negli occhi l’immagine di Giorgia Meloni in Emilia-Romagna: un’esibizione muscolare di solidarietà a favore di flash. In quell’occasione, la Premier non perse un secondo per infilarsi gli stivali di gomma e farsi fotografare nel fango, recitando la parte della “madre della nazione”. Era lo show perfetto, la messinscena di un populismo che si nutre di tragedie per costruire consenso. Oggi, per le strade devastate dei comuni del sud Italia, quegli stivali non si vedono. Dov’è finita la leader “del popolo”? Evidentemente, se non c’è un ritorno d’immagine garantito, l’empatia della Premier resta chiusa nel cassetto. L’insulto finale resta quel volo panoramico tra le nuvole del maggio scorso. Per l’Emilia-Romagna, la Meloni fece decollare l’elicottero per portare Ursula von der Leyen a sorvolare i danni. Una mossa diplomatica plateale per assicurarsi i riflettori del mondo. Per il Sud travolto da Harry, l’elicottero non è mai decollato. Non ci sono stati inviti per i vertici Ue, non ci sono state dirette social, né tour della disperazione ad alta quota. Il Mezzogiorno è stato declassato a emergenza di serie B, mentre i nostri soldi finiscono in armamenti o nei forzieri ucraini. Mentre a Davos si brindava al futuro, migliaia di meridionali venivano abbandonati al proprio destino. Hanno usato il Sud come serbatoio di voti e ora gli voltano le spalle, preferendo finanziare conflitti esteri e foraggiare élite ingrate piuttosto che ricostruire le strade di casa nostra. Il fango del Sud non brilla sotto i riflettori internazionali, e per questo governo, ciò che non fa scena non merita né elicotteri, né stivali, né rispetto. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Per il ciclone Harry Meloni non si infila gli stivali. Dov’è finita la leader “del popolo”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate
Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole. L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari. L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al rischio idrogeologico. Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale (Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la chiusura di alcune strade litoranee. In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado, sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto. In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro. Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”. Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte fino ai 3,2 metri. L'articolo Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Comuni montani, così i criteri più stringenti della legge Calderoli colpiranno soprattutto il Sud
L’ultimo provvedimento ammazza-Sud del ministro Calderoli segna l’ennesimo colpo basso sferrato a milioni di meridionali, la maggior parte ignari che la legge n. 131/2025 sia nata con l’unico scopo di sottrarre risorse alle comunità più marginali. Così, nell’assordante silenzio mediatico, sta montando sempre più la protesta di moltissimi sindaci periferici, che stanno lottando per far compiere un passo indietro al governo. Mi riferisco a un provvedimento che, dietro la presunta intenzione di valorizzare le comunità montane, decreta incentivi fiscali e sociali con una duplice metrica: in soldoni, se l’amministrazione è del nord, avrà di più, se è meridionale probabilmente non avrà più nulla. Infatti, l’Esecutivo ha deciso di introdurre criteri più restrittivi per definire i comuni montani, puntando a ridurne il numero da 4200 a 2800. Quindi, da ora in avanti, si considererà ‘montano’ il comune che ha almeno il 25% del proprio territorio sopra i 600 metri di quota e, su almeno il 30% della superficie, una pendenza di almeno il 20%, a fronte di una altimetria media che deve essere comunque superiore ai 500 metri. Come si traduce tutto ciò? Così: a 1400 amministrazioni verranno tagliati risorse e finanziamenti, e parliamo di realtà che, in molti casi, vede l’ospedale più vicino distare anche 100 chilometri. Inutile dire che i nuovi parametri tagliano fuori quasi tutti i comuni meridionali, eccezion fatta per quelli siciliani (casualmente una regione di centrodestra). Più specificamente, per la Valle d’Aosta e il Trentino-Alto Adige la perdita sarà prossima allo zero, così come per l’80% dei comuni alpini, mentre nulla cambierà per il 90% dei comuni veneti. Altro discorso per i territori centro-meridionali, dove molte regioni (come la Puglia) conosceranno perdite che si attestano tra il 45% e il 65%. E i comuni (soprattutto alpini) che invece rientrano nei parametri di Calderoli? Beneficeranno di ulteriori finanziamenti, addirittura. Parliamo di 600 milioni in più, un credito d’imposta fino al 75% per l’acquisto di una prima casa, punteggi aggiuntivi nelle graduatorie, sgravi contributivi per le imprese che adottano lo smartworking, crediti d’imposta per giovani imprenditori e agricoltori e forestali e misure per favorire la natalità e la permanenza di famiglie e professionisti. Così, i sindaci degli Appennini stanno alzando la voce, chiedendo l’intervento delle proprie associazioni di rappresentanza e dei governatori. Un vero paradosso è, ad esempio, la vicenda denunziata da Antonio Vella, sindaco di Monteverde, il più isolato della provincia di Avellino con il centro abitato più vicino distante circa 19 km e il primo ospedale a 70 km. Questo territorio, situato a 740 metri di altezza, è stato escluso dall’elenco dei comuni montani solo per l’applicazione meccanica del criterio altimetrico medio, alterato dalla presenza di una limitata porzione di territorio comunale posta a confine con la Regione Puglia, caratterizzata da quote più basse. Così, righello, metro e compasso alla mano, questo ente non solo non avrà accesso a tutte le nuove premialità e al fondo di oltre mezzo miliardo, ma perderà anche tutti i finanziamenti pregressi. E come Monteverde, anche centinaia di altri comuni che scontano tassi di povertà e disoccupazione anche peggiori di alcune regioni africane. Sul punto, il vicepresidente della Commissione Sanità e Lavoro, il senatore 5stelle Orfeo Mazzella, ha già annunciato un’interrogazione parlamentare, ma permane l’urgenza di rivedere tutti i criteri delineati, prendendo in considerazione non solo criteri altimetrici ma anche socio-economici (come il Pil e il tasso di disoccupazione), nonché la presenza dei servizi essenziali. In caso contrario, saremmo di fronte all’ennesimo provvedimento nato solo ed esclusivamente per acutizzare ancor di più la Questione meridionale. L'articolo Comuni montani, così i criteri più stringenti della legge Calderoli colpiranno soprattutto il Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
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