Mentre a Niscemi gli edifici continuano a crollare, con oltre 1.300 sfollati
senza casa, in uno scenario catastrofico che vede Sicilia, Calabria e Sardegna
contare oltre 2,5 miliardi di euro di danni, appare sempre più evidente come la
problematica nazionale cesserà di esistere quando il clamore mediatico
terminerà. Dopodiché, la questione verrà declassificata come ‘meridionale’ e,
quindi, da ristorare coi fondi già destinati ai cittadini del Sud. In altre
parole, se il cataclisma fosse avvenuto al Nord, si sarebbero attivati ben altri
meccanismi emergenziali e, come già avvenuto, sarebbe stato lo Stato a risarcire
i danni.
Senza andare troppo indietro nel tempo, per far fronte all’alluvione in
Emilia-Romagna, nel 2023, sono stati stanziati oltre 2,5 miliardi di euro per le
zone colpite, prevedendo misure straordinarie pur di far cassa. Addirittura s’è
autorizzata l’Agenzia delle dogane e dei monopoli ad effettuare estrazioni
straordinarie del Lotto e del Superenalotto. E, ancora, s’è introdotto un
sovrapprezzo di un euro per l’accesso ai musei statali così come si sono venduti
i beni mobili oggetto di confisca amministrativa dell’agenzia delle Dogane.
Insomma, per questa catastrofe sono stati tutti gli italiani a mettere mano al
portafoglio, com’è giusto che sia. Un po’ come avvenne a seguito dell’alluvione
della Valtellina, nel 1987, quando furono stanziati 2.400 miliardi di lire, pari
a 1,2 miliardi di euro, un importo con pochi precedenti nella storia.
E per i territori colpiti dal ciclone Harry che ha flagellato Sicilia, Sardegna
e Calabria? Al momento risultano pervenuti sui tavoli regionali appena 100
milioni, un venticinquesimo dei danni calcolati. Ma non vi preoccupate, perché
il governo ha già in mente altre soluzioni, e cioè di risarcire i meridionali
coi loro stessi soldi. Un po’ come il gioco delle tre carte.
Che significa? Che mentre per l’Emilia Romagna lo Stato è arrivato ad aumentare
il prezzo dei biglietti dei musei pur di far cassa, per il cataclisma che ha
attanagliato negli ultimi giorni il Sud, con una frana più imponente di quella
del Vajont, il governo sembra intenzionato ad utilizzare le risorse del Fondo
per lo Sviluppo e la Coesione. Almeno questo è ciò che ha dichiarato in
un’intervista al Corriere della Sera, il presidente della Regione Siciliana
Renato Schifani: “Per reperire ulteriori risorse, raccogliendo l’appello della
premier, stiamo valutando anche il disimpegno di alcuni fondi Fsc che non hanno
rispettato il cronoprogramma”.
Per chi non lo sapesse, il fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC) rappresenta
uno strumento cardine della cornice di politica di coesione che sorregge, in
particolare per il Mezzogiorno, un percorso di sviluppo economico, sociale e
territoriale che mira a ridurre le disparità storiche tra le diverse aree del
paese. Tra l’altro, il suo utilizzo è già vincolato, per l’80%, alle regioni
meridionali. Il che significa che l’Esecutivo, anziché utilizzare risorse
nazionali per ristorare i danni, vuole far cassa attraverso una dotazione
straordinaria (l’FSC) che dovrebbe essere utilizzata per altri scopi, ovvero per
ridurre i divari territoriali, e non certo per pagare i danni post-cataclismi.
Il quesito è: perché a ristorare l’alluvione dell’Emilia sono stati tutti gli
italiani mentre i danni dell’uragano Harry devono essere rimborsati con una
dotazione che, per l’80%, è già prevista per il Mezzogiorno e, per di più,
destinata a ben altro, ovvero ad assottigliare il gap Nord-Sud?
Probabilmente, perché lo Stato non è nemmeno in grado di utilizzare i fondi FSC
come dovrebbe. Basti pensare che, analizzando i dati della Programmazione FSC
2021-2027 (aggiornati al 30 giugno 2025), si desume che “rispetto al totale di
risorse programmate nell’ambito degli accordi per la coesione, a valere sulla
programmazione Fsc 2021-2027 e sul Fondo di Rotazione pari complessivamente a
circa 30 miliardi di euro, l’avanzamento in termini di impegni presi ammonta al
12,6%. Analogamente, i pagamenti effettivamente messi in campo sfiorano appena
il 3,8%”. E quindi, dato che questa dotazione si usa poco e male, allora è
lecito utilizzarla come bancomat di disastri naturali al Sud. Insomma, è
evidente che esistono sismi e alluvioni di serie A e di serie B, secondo la
latitudine in cui si verificano.
L'articolo Ciclone Harry, il governo ha la soluzione: risarcire i meridionali
coi loro stessi soldi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sud
di Massimiliano Di Fede
Mentre le luci di Davos si spengono e i jet privati lasciano la Svizzera, il Sud
Italia resta immerso nel fango e nel silenzio. Il Ciclone Harry ha sventrato
Sicilia, Sardegna e Calabria, ma per il governo Meloni il Mezzogiorno è stato
solo un fastidioso rumore di fondo, soffocato dai proclami bellici di Volodymyr
Zelensky. Un leader che, tra i ghiacci svizzeri, ha trovato il tempo di accusare
l’Europa di non essere “incisiva”, dopo aver già incassato 90 miliardi di euro
dalle tasche dei contribuenti europei.
È lo stesso Zelensky che ha guardato l’Europa scivolare in recessione dopo il
sabotaggio del Nord Stream 2 (attribuito da un tribunale tedesco agli ucraini),
un attentato energetico che i cittadini italiani stanno pagando a caro prezzo su
bollette mostruose. Sono proprio quelle famiglie del Sud, oggi colpite dal
ciclone, a finanziare una guerra infinita mentre l’entourage di Kiev viene
pizzicato con le mani nella marmellata tra mazzette e water d’oro nei bunker del
potere.
Il contrasto è stomachevole. Abbiamo ancora tutti negli occhi l’immagine di
Giorgia Meloni in Emilia-Romagna: un’esibizione muscolare di solidarietà a
favore di flash. In quell’occasione, la Premier non perse un secondo per
infilarsi gli stivali di gomma e farsi fotografare nel fango, recitando la parte
della “madre della nazione”. Era lo show perfetto, la messinscena di un
populismo che si nutre di tragedie per costruire consenso.
Oggi, per le strade devastate dei comuni del sud Italia, quegli stivali non si
vedono. Dov’è finita la leader “del popolo”? Evidentemente, se non c’è un
ritorno d’immagine garantito, l’empatia della Premier resta chiusa nel cassetto.
L’insulto finale resta quel volo panoramico tra le nuvole del maggio scorso. Per
l’Emilia-Romagna, la Meloni fece decollare l’elicottero per portare Ursula von
der Leyen a sorvolare i danni. Una mossa diplomatica plateale per assicurarsi i
riflettori del mondo.
Per il Sud travolto da Harry, l’elicottero non è mai decollato. Non ci sono
stati inviti per i vertici Ue, non ci sono state dirette social, né tour della
disperazione ad alta quota. Il Mezzogiorno è stato declassato a emergenza di
serie B, mentre i nostri soldi finiscono in armamenti o nei forzieri ucraini.
Mentre a Davos si brindava al futuro, migliaia di meridionali venivano
abbandonati al proprio destino. Hanno usato il Sud come serbatoio di voti e ora
gli voltano le spalle, preferendo finanziare conflitti esteri e foraggiare élite
ingrate piuttosto che ricostruire le strade di casa nostra.
Il fango del Sud non brilla sotto i riflettori internazionali, e per questo
governo, ciò che non fa scena non merita né elicotteri, né stivali, né rispetto.
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L'articolo Per il ciclone Harry Meloni non si infila gli stivali. Dov’è finita
la leader “del popolo”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Forte ondata di maltempo al Centro-Sud, soprattutto in Calabria e nelle isole.
L’arrivo del “ciclone Harry” sta portando venti di scirocco fortissimi,- fino a
sessanta nodi – nubifragi e onde addirittura a sei metri di altezza. In numerose
città chiuse le scuole e le università in via precauzionale. Per lo stesso
motivo attivati i Centri operativi comunali. Attese anche in alcune zone leggere
nevicate, anche a bassa quota. I plessi scolastici sono stati chiusi in numerose
città, tra cui: Crotone, Catanzaro, Messina, Catania, Agrigento e Cagliari.
L’allerta rossa è stata diramata in Sardegna, quella gialla in Calabria e in
Sicilia. Il capo del Dipartimento della Protezione Civile Fabio Ciciliano ha
presieduto a Roma la riunione dell’unità di crisi in collaborazione con le
strutture operative delle regioni interessate. La situazione è costantemente
monitorata e sono già state attuate le tradizionali misure precauzionali, mentre
Anas ha annunciato il potenziamento della sorveglianza lungo la rete stradale
delle tre regioni, soprattutto nelle aree costiere e in quelle più esposte al
rischio idrogeologico.
Dalle previsioni degli esperti, il maltempo sarebbe legato a una circolazione
depressionaria proveniente dal Nord Africa che porterebbe verso l’Italia delle
correnti umide di Scirocco. Sono attese delle precipitazioni da record nelle
zone interessate dal maltempo. Tra lunedì 19 e sabato 20 le raffiche di vento
raggiungeranno un picco di 100 km/h, soprattutto sui versanti orientali. In
alcune aree del sud-est sardo, della Calabria ionica e della Sicilia orientale
(Catania, Messina, Siracusa, Ragusa) sono attese piogge ad oltre 200 millimetri
in poche ore. Per questo motivo, la Protezione civile siciliana ha già diramato
la pre-allerta. Nelle Eolie alcuni traghetti sono stati annullati e molti
stabilimenti balneari – come i lidi di Taormina e Giardini Naxos – hanno
realizzato delle barriere di sabbia a protezione delle strutture. Il sindaco di
Lipari Riccardo Gullo ha disposto la chiusura delle scuole per due giorni e la
chiusura di alcune strade litoranee.
In Sardegna l’allerta rossa entrerà in vigore dalle 21 di oggi 19 gennaio e
durerà tutta la giornata di domani. Nel comune di Quartu Sant’Elena è stato
redatto il piano di prevenzione alla presenza del sindaco, dei dirigenti
comunali e delle associazioni di Protezione Civile territoriali. A seguito
dell’incontro sono stati chiusi tutti i plessi scolastici – di qualsiasi grado,
sia pubblici e privati – e tutte le aree all’aperto. Raccomandate, invece, le
sospensioni delle attività di cantiere e la messa in sicurezza dei mezzi e dei
materiali in vista delle bufere. Si invita, inoltre, la cittadinanza a limitare
gli spostamenti il più possibile. Anche qui l’attenzione è rivolta soprattutto
alle zone costiere, dove il rischio mareggiate rimane alto.
In Calabria l’allerta arancione interessa il crotonese e la zona di Catanzaro.
Il bollettino diffuso dalla Protezione Civile e dall’Arpacal parla di “intensa
attività elettrica. Venti di burrasca con rinforzi fino a burrasca forte o
tempesta a prevalente componente orientale. Mareggiate lungo le coste esposte”.
Per oggi sono previste nei settori ionici delle forti mareggiate con onde alte
fino ai 3,2 metri.
L'articolo Allerta rossa al Centro-Sud: il ciclone Harry su Calabria, Sicilia e
Sardegna. Scuole chiuse, possibili nevicate proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo provvedimento ammazza-Sud del ministro Calderoli segna l’ennesimo colpo
basso sferrato a milioni di meridionali, la maggior parte ignari che la legge n.
131/2025 sia nata con l’unico scopo di sottrarre risorse alle comunità più
marginali. Così, nell’assordante silenzio mediatico, sta montando sempre più la
protesta di moltissimi sindaci periferici, che stanno lottando per far compiere
un passo indietro al governo.
Mi riferisco a un provvedimento che, dietro la presunta intenzione di
valorizzare le comunità montane, decreta incentivi fiscali e sociali con una
duplice metrica: in soldoni, se l’amministrazione è del nord, avrà di più, se è
meridionale probabilmente non avrà più nulla. Infatti, l’Esecutivo ha deciso di
introdurre criteri più restrittivi per definire i comuni montani, puntando a
ridurne il numero da 4200 a 2800. Quindi, da ora in avanti, si considererà
‘montano’ il comune che ha almeno il 25% del proprio territorio sopra i 600
metri di quota e, su almeno il 30% della superficie, una pendenza di almeno il
20%, a fronte di una altimetria media che deve essere comunque superiore ai 500
metri.
Come si traduce tutto ciò? Così: a 1400 amministrazioni verranno tagliati
risorse e finanziamenti, e parliamo di realtà che, in molti casi, vede
l’ospedale più vicino distare anche 100 chilometri. Inutile dire che i nuovi
parametri tagliano fuori quasi tutti i comuni meridionali, eccezion fatta per
quelli siciliani (casualmente una regione di centrodestra). Più specificamente,
per la Valle d’Aosta e il Trentino-Alto Adige la perdita sarà prossima allo
zero, così come per l’80% dei comuni alpini, mentre nulla cambierà per il 90%
dei comuni veneti. Altro discorso per i territori centro-meridionali, dove molte
regioni (come la Puglia) conosceranno perdite che si attestano tra il 45% e il
65%.
E i comuni (soprattutto alpini) che invece rientrano nei parametri di Calderoli?
Beneficeranno di ulteriori finanziamenti, addirittura. Parliamo di 600 milioni
in più, un credito d’imposta fino al 75% per l’acquisto di una prima casa,
punteggi aggiuntivi nelle graduatorie, sgravi contributivi per le imprese che
adottano lo smartworking, crediti d’imposta per giovani imprenditori e
agricoltori e forestali e misure per favorire la natalità e la permanenza di
famiglie e professionisti. Così, i sindaci degli Appennini stanno alzando la
voce, chiedendo l’intervento delle proprie associazioni di rappresentanza e dei
governatori.
Un vero paradosso è, ad esempio, la vicenda denunziata da Antonio Vella, sindaco
di Monteverde, il più isolato della provincia di Avellino con il centro abitato
più vicino distante circa 19 km e il primo ospedale a 70 km. Questo territorio,
situato a 740 metri di altezza, è stato escluso dall’elenco dei comuni montani
solo per l’applicazione meccanica del criterio altimetrico medio, alterato dalla
presenza di una limitata porzione di territorio comunale posta a confine con la
Regione Puglia, caratterizzata da quote più basse. Così, righello, metro e
compasso alla mano, questo ente non solo non avrà accesso a tutte le nuove
premialità e al fondo di oltre mezzo miliardo, ma perderà anche tutti i
finanziamenti pregressi. E come Monteverde, anche centinaia di altri comuni che
scontano tassi di povertà e disoccupazione anche peggiori di alcune regioni
africane.
Sul punto, il vicepresidente della Commissione Sanità e Lavoro, il senatore
5stelle Orfeo Mazzella, ha già annunciato un’interrogazione parlamentare, ma
permane l’urgenza di rivedere tutti i criteri delineati, prendendo in
considerazione non solo criteri altimetrici ma anche socio-economici (come il
Pil e il tasso di disoccupazione), nonché la presenza dei servizi essenziali. In
caso contrario, saremmo di fronte all’ennesimo provvedimento nato solo ed
esclusivamente per acutizzare ancor di più la Questione meridionale.
L'articolo Comuni montani, così i criteri più stringenti della legge Calderoli
colpiranno soprattutto il Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Natalia Carpanzano
C’è un punto oltre il quale l’inerzia non è più una semplice inefficienza, ma
diventa una responsabilità grave verso una comunità intera. Quanto accaduto nel
Comune di Pozzallo sembra collocarsi esattamente oltre quel confine.
Negli ultimi anni Pozzallo, un comune situato all’estremo lembo meridionale
della Sicilia e nel bel mezzo di un dissesto finanziario, ha perso quasi 8
milioni di euro di finanziamenti pubblici, tra fondi Pnrr e risorse regionali
già decretate, già assegnate, già disponibili. Non si tratta di bandi mancati o
di progetti mai intercettati: parliamo di finanziamenti ottenuti e poi lasciati
cadere, per mancata progettazione, per gare non avviate, per affidamenti mai
perfezionati. Una sequenza di omissioni che, lette una dopo l’altra, assumono i
contorni di un vero e proprio disastro amministrativo.
Le opere svanite non erano marginali: si parla di una passerella ciclopedonale
capace di ricucire il tessuto urbano; due asili nido pubblici in una città che
all’epoca non ne possiede neppure uno; un centro di riuso dei materiali per
ridurre i rifiuti e sostenere le famiglie fragili; un centro diurno per minori
disabili e minori stranieri non accompagnati, in un territorio di frontiera; un
centro comunale di raccolta rifiuti, assente in modo paradossale in uno dei
pochi Comuni della provincia a non averlo. Tutto questo mentre la città continua
a lamentare carenze strutturali, costi elevati dei servizi, fragilità sociali
crescenti.
La giustificazione addotta dal sindaco – la mancanza di personale negli uffici –
non regge. Non regge sul piano tecnico, perché esistono strumenti di supporto,
assistenza, centrali di committenza, progettazioni esterne previste proprio per
i Comuni in difficoltà. E non regge sul piano politico, perché la macchina
comunale sembra funzionare regolarmente quando si tratta di eventi,
manifestazioni, promozione e visibilità.
Ancora più inquietante è il cortocircuito narrativo: progetti sbandierati in
campagna elettorale, utilizzati come leva di consenso, e poi abbandonati una
volta ottenuta la rielezione. Fino ad arrivare a dichiarazioni pubbliche che
rasentano la rimozione della realtà, come sostenere che Pozzallo “non ha bisogno
di nuovi asili nido”, quando non ne aveva nemmeno uno pubblico.
Il punto non è solo Pozzallo. Pozzallo è un caso emblematico di un problema più
ampio: una parte della classe amministrativa del Sud Italia non è stata
all’altezza della sfida del Pnrr. Non per cattiva sorte, ma per mediocrità
gestionale, mancanza di visione, incapacità di programmare e di assumersi
responsabilità. E qui nasce una domanda legittima, che molti cittadini iniziano
a porsi: perché un Comune che chiede continuamente contributi straordinari “a
pioggia” per gestire l’emergenza sbarchi non riesce (o non vuole?) utilizzare
fondi strutturali, pianificati, vincolati a servizi essenziali e sviluppo
duraturo? Perché l’emergenza conviene, mentre la programmazione espone alle
responsabilità? Non è “pensare male”: è pretendere chiarezza.
Ancora più grave forse è l’assenza di interventi sostitutivi. L’articolo 12 del
D.L. 77/2021 consente il commissariamento degli enti inadempienti sul Pnrr.
Eppure, nonostante segnalazioni, Pec, interlocuzioni con la Prefettura e persino
incontri diretti, nessun potere sostitutivo è stato attivato. Nessun
commissario. Nessuna assunzione di responsabilità.
Nel frattempo il danno non è astratto perché lo pagano le famiglie che non hanno
servizi per l’infanzia, lo pagano i disabili e i minori fragili, lo pagano i
cittadini con tariffe più alte e servizi peggiori, lo pagano i giovani, che
vedono nel Sud un luogo dove il futuro viene sistematicamente sprecato. Se il
Sud continua a perdere treni storici come il Pnrr non sarà per colpa di
Bruxelles, di Roma o del “destino cinico e baro”, ma per una classe dirigente
locale che tradisce il proprio mandato. E ogni euro perso oggi è un pezzo di
futuro negato domani.
Pozzallo non merita questo. E nemmeno il Sud.
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L'articolo Pozzallo perde quasi 8 milioni tra fondi Pnrr e regionali: così
l’inerzia diventa una grave responsabilità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tra i vinti, per quanto abbia ostentato la soddisfazione di chi “arriva in
vetta” dopo un “sentiero tortuoso”, c’è secondo molti il ministro dell’Economia
Giancarlo Giorgetti, costretto alla ritirata sul maxiemendamento che di fatto
aumentava l’età pensionabile oltre a penalizzare chi ha riscattato la laurea.
Mentre Matteo Salvini ne esce vincitore solo a metà, visto che le pensioni
restano comunque nel mirino, il testo finale conferma pesanti tagli alle
dotazioni del ministero delle Infrastrutture e per il suo Piano casa arriveranno
nel prossimo biennio solo 100 milioni contro i 300 previsti dall’emendamento
ritirato. Ma quello che conta per gli elettori è se la legge di Bilancio 2026,
su cui martedì 23 dicembre il Senato ha votato la fiducia, l’anno prossimo
alleggerirà o appesantirà il loro portafogli, li avvantaggerà o penalizzerà come
consumatori, lavoratori e utenti, avvicinerà o allontanerà la data della
pensione. Ecco, capitolo per capitolo, chi riceverà qualche vantaggio e chi sarà
chiamato a fare sacrifici.
L'articolo Chi vince e chi perde con la manovra. Tasse, pensioni, casa, scuole,
sanità, banche e imprese: ecco la mappa dei vantaggi e dei sacrifici proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza e i bonus edilizi hanno contribuito
in maniera decisiva a quello che può essere definito un boom di occupazione nel
Mezzogiorno negli ultimi quattro anni. A beneficiarne sono stati anche i
giovani, con 100mila nuovi occupati under 35 dalla ripresa post-Covid a oggi.
Eppure, questo non ha arrestato l’aumento dell’emigrazione, soprattutto di
giovani laureati. Così come, nell’ultimo anno, al Sud non si è fermata la
crescita del lavoro povero, spinto soprattutto dalla concentrazione di posti di
lavoro in settori a bassi salari come il turismo.
Il quadro è tracciato nel consueto rapporto annuale della Svimez, associazione
per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Il rapporto è stato illustrato
giovedì al Palazzo dei gruppi parlamentari dal direttore generale Luca Bianchi e
racconta le solite contraddizioni dell’economia meridionale, portando anche un
chiaro avvertimento: nel 2027, conclusi gli effetti del Pnrr, il Sud tornerà a
crescere più lentamente rispetto al Centro-Nord, ponendo fine alla positiva
anomalia di questi anni in cui è successo il contrario.
La grande occasione del Piano di ripresa è quindi stata sfruttata solo in parte.
A fronte di una crescita sostenuta, non sono stati risolti i problemi sociali
più sensibili, anzi in alcuni casi si sono persino aggravati. La crescita di
occupati nel Sud, tra il 2021 e il 2024, è stata dell’8%, contro il 5,4% nel
resto d’Italia. Tuttavia, dalle Regioni meridionali, sono emigrati nel triennio
ben 175.333 persone con età compresa tra i 25 e i 34 anni, in aumento rispetto
alle 167.693 andate via nei tre anni precedenti. Il Sud continua a perdere
laureati attraverso un meccanismo che favorisce il Nord: nel triennio, 23.446
persone con un titolo universitario sono emigrate dal Sud al Centro-Nord, che
quindi ha più che compensato la perdita di 10.847 laureati emigrati all’estero.
Secondo la Svimez, la perdita di queste competenze costa 7,9 miliardi di euro
all’anno al Sud.
Il boom di posti di lavoro al Sud nasconde quindi altri dettagli non positivi.
Il primo è che il principale settore che ha spinto la crescita è il turismo,
quindi un comparto a basso valore aggiunto e scarse retribuzioni, il quale
concentra un terzo dell’incremento. Più incoraggiante l’aumento del 13,6% nei
settori tecnologici (Ict) e l’8,8% nel pubblico impiego, circostanza
quest’ultima resa possibile dal potenziamento dei servizi pubblici. Al Sud, sei
su dieci dei nuovi occupati ha una laurea. Questi dati settoriali fanno pensare
che molti di loro hanno trovato opportunità che non sempre valorizzano il titolo
di studio conseguito. “Finché il principale canale di ingresso nel mercato del
lavoro continuerà a essere offerto dai settori a più basso valore aggiunto –
chiosa il sommario del rapporto – il Mezzogiorno non riuscirà a valorizzare
pienamente il proprio capitale umano”.
Ecco perché nell’ultimo anno si è verificato ancora una volta il paradosso solo
apparente dell’aumento di occupazione accompagnato da una crescita del lavoro
povero, passato dal 18,9% al 19,4%. La perdita di potere d’acquisto delle
retribuzioni ha colpito il Sud più del Centro-Nord: il calo nel Mezzogiorno è
del 10,2% rispetto all’8,8% nazionale. La performance peggiore è dovuta
soprattutto a due fattori: il primo sono le buste paga che crescono più
lentamente, il secondo è l’inflazione che ha un impatto maggiore sui bassi
redditi. Chi guadagna meno, infatti, destina una percentuale maggiore dei suoi
redditi ai beni di prima necessità. Quando i prezzi di questi prodotti crescono,
è quindi più colpito.
La spinta delle costruzioni, tra bonus e Pnrr, ha avuto effetti maggiori al Sud.
Ecco perché da anni il tasso di crescita meridionale è migliore rispetto a
quello del resto del Paese. Svimez prevede che anche nel 2026 questa dinamica
proseguirà, con Pil in salita dello 0,9% al Sud, grazie al consolidamento degli
investimenti pubblici, e 0,6% al Centro-Nord. Già dal 2027, però, la stima dice
che si invertiranno i valori in maniera perfettamente speculare. Nel biennio
appena passato, il Pnrr ha contribuito con 1,1 punti alla crescita del Pil. Nel
2025-2026 raggiungerà 1,7 punti di contributo, quote sempre maggiori rispetto al
Centro-Nord. Questo anche se l’esecuzione del Piano al Sud risulta un po’ più
lenta, come testimonia il monitoraggio avviato da Svimez con l’associazione dei
costruttori Ance. Il 16,2% dei progetti al Sud è in fase finale, quella del
collaudo, mentre al Centro-Nord arriva al 25,1%.
Un altro motivo per cui il Sud ha avuto buoni dati di occupazione è legato
all’industria, che nel Mezzogiorno è meno esposta agli choc globali. Svimez
avverte però che servono interventi per non invertire la rotta tracciata dal
Pnrr. Ecco perché l’associazione suggerisce una serie di settori che potranno
consolidare la crescita: il social housing, che permetterebbe anche di
intervenire sul crescente problema dell’emergenza abitativa, il sostegno alle
grandi imprese, il ruolo cruciale del Sud nella transizione energetica.
L'articolo Al Sud 100mila nuovi occupati under 35 grazie a Pnrr e bonus edilizi.
Ma altri 175mila sono emigrati proviene da Il Fatto Quotidiano.