Il Senegal abbandona il campo dopo un rigore assegnato al Marocco all’ultimo
secondo, 23 minuti di recupero nei tempi regolamentari, tempo totale di quasi
tre ore, poi il ribaltone “a tavolino“ dopo due mesi. E no, la finale di Coppa
d’Africa 2025 non è ancora finita. Perché dopo la vittoria a tavolino del
Marocco – comunicata dalla Caf ieri sera, che ha accolto il reclamo della
nazionale marocchina – il Senegal ha dichiarato che presenterà ricorso contro la
decisione della Commissione d’appello della Confederazione africana. Ad
annunciarlo è stato Abdoulaye Seydou Sow, segretario generale della Federcalcio
senegalese: “Non ci tireremo indietro. La legge è dalla nostra parte”, ha detto
Sow all’emittente pubblica Radiodiffusion Télévision Sénégalaise, definendo la
sentenza una “vergogna per l’Africa“. “Questa decisione è una farsa che non
poggia su alcuna base giuridica. Abbiamo avuto l’impressione che la commissione
non fosse lì per applicare la legge, ma per eseguire un ordine“, ha aggiunto il
segretario generale della Federcalcio senegalese.
Una delle vie possibili per presentare ricorso – che è anche quella che il
Senegal con molta probabilità percorrerà – è il Tribunale Arbitrale dello Sport
(Tas), un organismo indipendente con sede a Losanna, in Svizzera, che risolve le
controversie sportive attraverso l’arbitrato o la mediazione. Questa via
richiede però in genere circa un anno per giungere a un verdetto, molto tempo
dopo che entrambe le squadre avranno disputato i Mondiali del 2026, ospitati
congiuntamente da Stati Uniti, Canada e Messico. E proprio il Tas potrebbe
rigettare la sentenza della Caf e riconsegnare la coppa al Senegal. Insomma, una
questione tutt’altro che finita.
Intanto anche qualche calciatore del Senegal si è esposto sui social dopo la
decisione della Confederazione africana. Tra questi, il difensore Moussa
Niakhaté, che ha pubblicato su Instagram una foto con in mano il trofeo,
accompagnata dal messaggio: “Venite a prenderlo! Sono pazzi!“. In un post
simile, il terzino sinistro El Hadj Malick Diouf ha aggiunto: “Non è quello che
mi aspettavo… questa cosa non porta da nessuna parte“. La Caf ha citato
l’articolo 82 del regolamento del torneo per giustificare il verdetto applicato
in appello e non in prima istanza. L’articolo recita: “Se, per qualsiasi motivo,
una squadra si ritira dalla competizione o non si presenta a una partita, o
rifiuta di giocare o lascia il campo prima della fine regolare della partita
senza l’autorizzazione dell’arbitro, sarà considerata perdente e sarà eliminata
definitivamente dalla competizione in corso”.
L'articolo La Coppa d’Africa non è ancora finita. Il Senegal annuncia un
controricorso: “Una farsa, eseguito un ordine”. Cosa può succedere ora proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Senegal
Prima campioni per due mesi. Poi sconfitti a tavolino per 3-0. Il pallonetto (o
meglio, il tentativo maldestro) di Brahim Diaz è allucinazione collettiva. E il
gol ai supplementari di Pape Gueye perde completamente di valore. La Federazione
calcistica africana (CAF) cambia clamorosamente la storia: accoglie il ricorso
del Marocco e gli assegna la Coppa d’Africa vinta a gennaio dal Senegal. Dopo
l’1-0 in finale “sul campo” per Hakimi e compagni arriva il successo d’ufficio
ribaltato in secondo grado dalla Commissione d’Appello. “In merito al ricorso
presentato dalla FRMF sull’applicazione degli articoli 82 e 84 del Regolamento
della Coppa d’Africa CAF (AFCON), il Comitato d’Appello della Confédération
Africaine de Football (“CAF”) ha deciso oggi che, in applicazione dell’articolo
84 del Regolamento della Coppa d’Africa, la Nazionale del Senegal è dichiarata
sconfitta a tavolino nella finale della TotalEnergies CAF Africa Cup of Nations
(AFCON) Marocco 2025 (“la Partita”), con il risultato registrato come 3-0 a
favore della Fédération Royale Marocaine de Football (FRMF)”. Il ritiro per
polemiche fa la differenza e innesca un effetto domino. Anche a distanza di
settimane. Ma andiamo con ordine.
Brahim sbaglia il rigore tra le proteste, il Senegal torna in campo e vince ai
supplementari: cos’era successo
Era il 18 gennaio. Il caos si scatena nei minuti finali creando un precedente
unico nel suo genere. Sullo 0-0, in pieno recupero, l’arbitro assegna al Marocco
un calcio di rigore. Giudicato più che dubbio dal Senegal, senza nessun
permesso, la nazionale abbandona il campo in segno di protesta.
Tornati negli spogliatoi per non far battere gli arbitri dal dischetto, dopo
oltre 10 minuti Manè convince i suoi compagni a ripresentarsi davanti a tutti.
Diaz sbaglia (e non di poco); nei tempi supplementari il Senegal vince e alza la
coppa.
Cosa dice il regolamento
Ma torniamo al comunicato aggiornato. Perché secondo la Caf il Senegal ha
violato gli articoli 82 e 84 del regolamento ufficiale. Il primo dice che “se,
per qualsiasi motivo, una squadra lascia il campo prima della fine regolare
della partita senza l’autorizzazione dell’arbitro, sarà considerata perdente e
sarà eliminata definitivamente dalla competizione in corso”. Nell’articolo 84,
invece, viene detto che “la squadra che non rispetta gli articoli 82 e 83 sarà
eliminata definitivamente dalla competizione e perderà la partita per 3-0“. La
parziale uscita di scena è il perfetto pretesto per far scattare il ricorso
della nazionale marocchina dopo la sconfitta di gennaio. Da lì un susseguirsi di
controlli e riunioni prima della decisione definitiva.
Le altre sanzioni
Tra multe ridotte e squalifiche dimezzate, anche le altre “nuove” sanzioni
sorridono al Marocco. Tra queste c’è anche il caso dei raccattapalle (che
avevano cercato di rubare l’asciugamano al portiere Mendy del Senegal per
distrarlo): “Il ricorso presentato in relazione all’incidente dei raccattapalle
è parzialmente accolto. La Commissione d’Appello della Caf conferma la
conclusione secondo cui la Federazione del Marocco è responsabile della condotta
dei raccattapalle durante la partita in questione. La multa inflitta in
relazione all’incidente è però ridotta a 50mila dollari”.
La precisazione del Marocco
Per completezza la nazionale marocchina ha annunciato di aver agito “non per
contestare la prestazione sportiva, ma per chiedere l’applicazione del
regolamento”. E non finisce qui. O così sembra. Perché se da una parte è tempo
di festeggiare con due mesi di ritardo, dall’altra (ovviamente) il Senegal
starebbe valutando un nuovo ricorso agli organi di giustizia sportiva
internazionale. TAS di Losanna compreso.
L'articolo Clamoroso in Coppa d’Africa: dopo 2 mesi il Marocco è campione a
tavolino, beffa per il Senegal. Le motivazioni dietro la decisione proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il parlamento senegalese ha approvato una legge che inasprisce le pene per
l’omosessualità. D’ora in poi la pena potrà essere da un minimo di cinque a un
massimo di dieci anni di reclusione. La legge era stata presentata al parlamento
il mese scorso dal primo ministro Ousmane Sonko (alla guida di un governo
sedicente di sinistra). Il provvedimento è passato con 135 voti favorevoli e
solo 3 astensioni. Non ci sono stati voti contrari.
La nuova legge approvata dal parlamento prevede anche maggiori pene per chi
“promuove” o “finanzia” l’omosessualità, nel tentativo di colpire associazioni,
Ong e movimenti a favore della difesa dei diritti della comunità Lgbtq+: pene da
tre a sette anni per chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone
dello stesso sesso. Aumentate anche le sanzioni, che saranno portate fino a un
massimo di circa 15mila euro. I ministri, nel corso della sessione parlamentare,
hanno sostenuto che la precedente legge del 1966 era troppo indulgente. La legge
dovrà essere ora firmata e promulgata dal presidente Bassirou Diomaye Faye per
entrare in vigore.
Come ha spiegato qualche giorno fa in un blog sul Fattoquotidiano.it Stefano
Pancera, esperto delle questioni africane, la decisione del governo è tutta
politica poiché il premier ha costruito la sua figura su un “nazionalismo
sociale radicale, anti-neocoloniale e anti-élite, presentandosi come difensore
dei valori religiosi e culturali senegalesi contro l’ingerenza occidentale. Già
in passato il suo partito, il Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno
dei suoi punti di forza. “Oggi – spiega Pancera – ha esplicitamente collegato la
pressione per il riconoscimento dei diritti LGBTQ+ alle ‘influenze straniere‘
che ‘dividono’ il Paese, chiamando tutte le forze politiche a schierarsi in nome
della sovranità e della morale”.
Le scelte del primo ministro Sonko rientrano in un contesto, come quello
senegalese, fortemente omofobo e conservatore. Afrobarometer evidenzia che il
97% degli intervistati del paese “non vorrebbe avere persone omosessuali come
vicini di casa”. In questa frattura si inseriscono le rivendicazioni religiose
che associano l’omosessualità a un decadimento religioso e culturale. Sullo
sfondo, poi, la volontà di orientare il dibattito pubblico su questo tema
distogliendo l’attenzione da disoccupazione giovanile e costo della vita.
L'articolo Il Senegal inasprisce le pene per l’omosessualità: fino a 10 anni di
carcere. La nuova legge colpisce anche associazioni e ong proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A Dakar, nelle ultime settimane, l’aria è cambiata. In Senegal è in corso una
campagna politica contro le persone Lgbtq+, e il progetto di legge approvato dal
governo e trasmesso al Parlamento che inasprisce le pene per gli atti
omosessuali non è una semplice modifica tecnica del codice penale. È lo
strumento centrale di una strategia.
Fino a oggi l’articolo 319 del codice penale puniva gli “atti innaturali con
persone dello stesso sesso” con pene da uno a cinque anni di carcere, con il
massimo applicato quando una delle persone coinvolte aveva meno di ventuno anni.
Il governo ha approvato un progetto di legge che porta la pena massima a dieci
anni.
La stretta non si ferma qui. Il testo introduce pene da tre a sette anni per
chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone dello stesso sesso — una
formulazione abbastanza ampia da inglobare Ong, associazioni, media, contenuti
culturali, post sui social. Allo stesso tempo, prevede sanzioni per chi accusa
qualcuno di essere omosessuale “senza prove”: una risposta formale alla
proliferazione di campagne di outing e delazione che negli ultimi mesi hanno
invaso Facebook, WhatsApp e X.
Non è la prima volta. Nel 2022, sotto il governo di Macky Sall, un primo
tentativo di inasprimento — con pene fino a 10-15 anni — era stato bloccato in
Parlamento. Ma la mobilitazione religiosa non si è mai fermata.
Oggi il Senegal, considerato una delle democrazie più solide dell’Africa
occidentale, passa da una criminalizzazione già esistente a un inasprimento su
tutta la linea. La legge arriva al culmine di una pressione che non nasce oggi.
Da anni il collettivo And Samm Djikko Yi — “Insieme per proteggere i valori” —
che raggruppa oltre cento associazioni religiose, spinge per pene più dure e per
la criminalizzazione della “promozione dell’omosessualità”, soprattutto sui
media e sulle piattaforme digitali.
Perché allora il primo ministro Ousmane Sonko decide di accelerare proprio
adesso? La risposta è semplice: non c’è nessuna accelerazione. Siamo noi che
eravamo distratti. La scelta è politica e viene da lontano. Sonko ha costruito
la sua immagine su un nazionalismo sociale radicale, anti-neocoloniale e
anti-élite, presentandosi come difensore dei valori religiosi e culturali
senegalesi contro l'”ingerenza occidentale”. Già in passato il suo partito, il
Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno dei suoi punti di forza.
Oggi ha esplicitamente collegato la pressione per il riconoscimento dei diritti
Lgbtq+ alle influenze straniere che “dividono” il Paese, chiamando tutte le
forze politiche a schierarsi in nome della sovranità e della morale.
Irrigidire la legge, in questo quadro, non è solo una concessione ai movimenti
religiosi conservatori. È un modo per occupare l’intero campo del
conservatorismo morale, togliendo spazio a oppositori che spesso si sono
legittimati sulla stessa agenda.
La stretta sui diritti delle minoranze sessuali diventa così una potente risorsa
simbolica. In un contesto di forte pressione sociale — disoccupazione giovanile,
costo della vita, attese altissime verso il nuovo corso politico — il governo
offre all’opinione pubblica un bersaglio immediato, capace di polarizzare e
ricompattare. Il corpo gay come luogo su cui scrivere l’identità nazionale.
Questo disegno di legge diventa la prova che chi governa “ascolta il popolo” e
difende la tradizione. Per chi critica Sonko da posizioni più radicali sul piano
islamista, è il segnale che il governo non ha paura di misurarsi sul terreno dei
costumi.
La scelta del governo è il manifesto di una stagione politica in cui la
vulnerabilità delle minoranze diventa materia per costruire consenso, definire
il nemico e riscrivere il patto tra potere, religione e società. Sotto processo
non c’è solo l’amore tra persone dello stesso sesso. C’è il principio che nessun
parlamento possa decidere chi meriti dignità e chi no.
L'articolo Stretta anti Lgbt in Senegal: il consenso politico si gioca sulla
vulnerabilità delle minoranze proviene da Il Fatto Quotidiano.
I lacrimogeni entrano prima nei viali, poi nei padiglioni. La polizia senegalese
irrompe nel campus dell’Università Cheikh Anta Diop di Dakar il 9 febbraio
scorso, con l’ordine ufficiale di “proteggere le infrastrutture”. Ma i video
girati con i telefoni dagli studenti — verificati da testate internazionali —
mostrano un’altra scena: agenti che entrano nel campus sociale, lacrimogeni
sparati vicino alle residenze, manganellate su ragazzi disarmati. In quelle ore,
tra il fumo acre e le urla, muore Abdoulaye Ba, 21 anni, iscritto al secondo
anno. L’autopsia recente parla di gravi e ripetute ferite alla testa.
Abdoulaye Ba non è morto per caso. È morto alla fine di settimane di proteste
per una ragione semplice e concreta: le borse di studio universitarie non
vengono pagate da quasi due anni. Per migliaia di studenti senegalesi, quella
borsa mensile di 40.000 franchi Cfa — circa 60 euro — non è un bonus o un aiuto
extra. È tutto. Affitto della stanza in dormitorio o fuori campus, pasti alla
mensa, trasporti, i libri e qualche birra, quando possibile. Se quella borsa
salta, o arriva con mesi di ritardo, non ci sono grandi alternative. E in
Senegal i ritardi nel pagamento accumulati arrivano fino a tredici mesi. In un
contesto di inflazione crescente, quei pochi soldi diventano una questione di
sopravvivenza materiale. Lo Stato dice ai giovani “studiate, sarete il futuro
del Paese”, ma poi li lascia senza mezzi per farlo.
Il collettivo degli studenti dell’università accusa apertamente la polizia:
“Hanno sparato contro di noi”, dicono, e denunciano Abdoulaye come “brutalmente
torturato a morte”. Il sindacato dei docenti universitari usa parole più
istituzionali ma ugualmente nette: l’uso della forza è stato “sproporzionato”.
Lo Stato senegalese risponde con la linea ufficiale della “protezione delle
infrastrutture”, ma quella morte ha incrinato qualcosa di profondo.
Come si è arrivati a questo punto? Il Senegal è considerato uno degli Stati più
maturi e democratici del continente africano. Gli scontri di febbraio non sono
un fulmine a ciel sereno: sono l’esplosione di una frattura che da anni si
allarga tra studenti e Stato, con le borse di studio al centro e la crisi
economica sullo sfondo.
Il nuovo presidente Bassirou Diomaye Faye, eletto nel 2024 a soli 44 anni, era
in carcere fino a pochi giorni prima delle elezioni. Ma le promesse e la buona
fede del “ragazzo presidente” si sono scontrate con una realtà più dura: un
debito pubblico più pesante del previsto, margini di bilancio strettissimi,
pressioni dei partner finanziari internazionali. Un audit sui conti pubblici ha
messo in luce quasi 7 miliardi di dollari non dichiarati, accumulati dai
precedenti governi di Macky Sall. Un buco nero nei bilanci che riduce
drasticamente lo spazio per la spesa sociale.
Risultato: meno risorse per stipendi pubblici, sovvenzioni, welfare
universitario. Tagli dove è “più facile” politicamente, anche se non
necessariamente più giusto. E così le borse di studio restano sospese.
Fondata nel 1957, l’Università Cheikh Anta Diop di Dakar è il principale ateneo
del Senegal, con oltre 90.000 iscritti, molti provenienti da tutta l’Africa
francofona. Per il momento, resta chiusa. Centinaia di studenti fuorisede hanno
dovuto sgomberare le stanze in poche ore, tornando alle loro famiglie o trovando
sistemazioni di fortuna a Dakar. Come se non bastasse, tutte le associazioni
studentesche sono state sospese “a titolo precauzionale”. Un passo ulteriore
verso l’incomprensione di quella Generazione Z che ha sempre rappresentato la
forza e la speranza del Senegal.
Il dramma di Abdoulaye Ba incrina lo stato di grazia del nuovo potere uscito
dalle urne del 2024. Un governo che si era presentato come “di rottura” si
ritrova a gestire l’università con gli stessi strumenti contestati all’era Macky
Sall. Tra i lacrimogeni e aule vuote la domanda che attraversa Dakar è brutale e
semplice: come può un potere nato dalle piazze arrivare a reprimere le stesse
piazze che lo hanno portato al governo?
L'articolo Proteste in università in Senegal, la polizia irrompe e uccide uno
studente: come si è arrivati a questo punto? proviene da Il Fatto Quotidiano.
La finale di Coppa d’Africa è infinita. Durata circa tre ore sul campo (tra maxi
recupero e supplementari), la sfida tra Marocco e Senegal continua anche a
distanza di più di 24 ore dal fischio finale. La federcalcio marocchina ha
infatti annunciato ricorso contro gli avversari alla confederazione Africana di
Calcio (CAF) e la FIFA “per pronunciarsi sul ritiro della nazionale senegalese
dal campo durante la finale contro la nazionale marocchina, nonché sugli eventi
che hanno portato a questa decisione, a seguito dell’assegnazione da parte
dell’arbitro di un rigore ritenuto corretto da tutti gli esperti”, si legge
nella nota. “Questa situazione ha avuto un impatto significativo sul normale
svolgimento della partita e sulla prestazione dei giocatori”, conclude la
federcalcio marocchina.
Tutto inizia quando al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per un fallo il
gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione discutibile,
perché il contatto era davvero stato minimo. Poi qualche minuto dopo un rigore
assegnato altrettanto dubbio e lì scoppia il caos. L’allenatore Pape Thiaw
ordina ai suoi giocatori di rientrare negli spogliatoi, loro eseguono e
rimangono un quarto d’ora circa nel tunnel. L’unico a restare in campo è Sadio
Mané (decisivo in tal senso per non perdere il match a tavolino), che poi chiede
ai compagni di rientrare.
La sfida riprende e Brahim Diaz sbaglia il rigore con un cucchiaio, con Mendy
che rimane in piedi e blocca il tiro. Ai supplementari vince il Senegal con un
gol di Pape Gueye: Mané e compagni festeggiano, ma il giorno dopo la telenovela
è proseguita. Prima le scuse dell’allenatore del Senegal, poi il rimprovero
tardivo di Infantino – che in campo tra abbracci e sorrisi aveva premiato i
vincitori -, adesso il ricorso annunciato. Insomma, un match che non è ancora
finito a distanza di giorni. Da capire adesso se il ricorso possa in qualche
modo avere effetto. Difficile, ma dal campo adesso si passa in tribunale.
L'articolo Coppa d’Africa, il Marocco fa ricorso: “Rigore ritenuto corretto
dagli esperti”. La finale vinta dal Senegal non è ancora finita proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Gol annullati, rigori dubbi, il Senegal che abbandona il campo, Brahim Diaz che
fa un cucchiaio “folle” e sbaglia il rigore decisivo. Poi il teatrino delle
scuse. Pensavate di aver visto di tutto nella finale di Coppa d’Africa tra
Marocco e Senegal? Invece no, perché c’è stato un episodio meno “pubblicizzato”
in diretta tv ma parecchio curioso: la “guerra dell’asciugamano“. Nel corso di
questa Coppa d’Africa infatti il Marocco ha sviluppato una strana abitudine:
mandare i raccattapalle dietro la porta avversaria per rubare l’asciugamano che
i portieri tengono solitamente appese alla rete o vicino al palo.
Il motivo? In primis per creare un disagio generale al portiere stesso, in
secondo luogo si parla di magia e riti voodoo, ma soprattutto perché ieri –
durante la finale – pioveva fortissimo ed Edouard Mendy, portiere del Senegal,
usava spesso l’asciugamano per tenere asciutti i guanti o il pallone, per avere
più aderenza sui tiri o sui cross. Obiettivo che a un certo punto del match i
giovani raccattapalle hanno preso sul serio, al punto che Yehvan Diouf – secondo
portiere della nazionale senegalese, zero minuti in Coppa d’Africa – è diventato
un bodyguard improvvisato.
Il secondo portiere senegalese è andato dietro la porta difesa da Mendy per
proteggere l’asciugamano ed evitare che i raccattapalle o gli avversari (sì,
perché anche Hakimi e Aguerd a un certo punto hanno lanciato il telo del
portiere oltre i cartelloni pubblicitari) disturbassero in questo modo il
compagno di squadra. E nonostante ciò i giovani ragazzi dietro la porta non
hanno mollato, tanto da provare a scippare l’asciugamano dalle mani di Diouf,
arrivando anche al contatto fisico. Ma non solo: in un video diventato virale
sul web si vede Saibari – calciatore del Marocco – ostacolare Diouf mentre lo
passa a Mendy.
Già in semifinale contro la Nigeria erano spariti tre asciugamani del portiere
nigeriano. Oltre al discorso pioggia, c’è appunto anche quello della
scaramanzia: c’è chi addirittura sostiene che Mendy avesse scritto appunti sui
rigoristi sull’asciugamano. I portieri ricorrono spesso a metodi alternativi per
appuntarsi note sui rigoristi, ma magari sui parastinchi o sulle borracce. Meno
comune la “stampa” su un asciugamano. E quindi l’eroe nascosto della finale
farsa tra Marocco e Senegal è diventato Yehvan Diouf, secondo portiere del
Senegal che ha lottato con i denti contro i raccattapalle. A fine partita si è
anche concesso un selfie con la coppa e appunto l’asciugamano “difeso“.
> Une scène invraisemblable, le joueur du Maroc, Ismael Saibari, essaie de voler
> la serviette du gardien sénégalais Mendy, heureusement qu’il y’avait un joueur
> du Sénégal pour la garder ! Ils ont tout fait et ils ont échoué. Bravo Sénégal
> ???????? ❤️ pic.twitter.com/pYq8Dtm0id
>
> — FARID BOUSSALEM (@faridmca1921) January 18, 2026
L'articolo La guerra dell’asciugamano in Marocco-Senegal: perché i raccattapalle
e Saibari hanno quasi aggredito il secondo portiere Diouf proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ho sbagliato a dire i miei giocatori di lasciare il campo. Chiedo scusa al
mondo del calcio”. Così Pape Thiaw – allenatore del Senegal – a mente serena
dopo la vittoria della sua nazionale in finale di Coppa d’Africa contro il
Marocco grazie al gol di Pape Gueye ai supplementari. Perché le scene viste sono
obiettivamente inaccettabili: al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per
un fallo il gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione
discutibile, penso ci siano pochi dubbi. Poi qualche minuto dopo un rigore
assegnato altrettanto discutibile e lì scoppia il caos.
Perché l’arbitro sicuramente qualche errore ha commesso, ma la reazione del
Senegal non ha senso. Tutti negli spogliatoi per protesta prima che si calciasse
il rigore, un quarto d’ora circa d’interruzione e poi Mané – l’unico a rimanere
in campo – a richiamare i compagni e invitarli a rientrare. “Gli errori di un
arbitro si devono accettare, ma sul momento non ho riflettuto e li ho fatti
rientrare. A volte si può reagire nel modo sbagliato nella foga del momento”, ha
dichiarato Thiaw.
Anche perché da quel momento lì chiunque si è quasi sentito in diritto a fare di
tutto: disordini sugli spalti, gente che ha cercato l’invasione, risse e
discussioni in campo. Insomma, non uno spot bellissimo per il calcio africano.
Tutto sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino, che in un primo
momento ha minimizzato tutto: ha premiato i vincitori tra mille sorrisi, ha
consolato Brahim Diaz, come se non fosse accaduto nulla. A distanza di ore – con
una nota – ha poi attaccato il Senegal.
“Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti:
condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni
giocatori senegalesi e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare
il campo di gioco in questo modo e – allo stesso modo – la violenza non può
essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto”, ha dichiarato
Infantino.
“Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal
campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle
regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio
l’essenza stessa del calcio”, ha spiegato Infantino.
È stato un peccato, perché il livello tecnico e agonistico visto in questa Coppa
d’Africa è stato altissimo. Rispetto a diversi anni fa le nazionali africane
hanno acquisito maggior credibilità a livello internazionale grazie a un lavoro
incessante su vari fronti, che ha portato vari paesi ad avere giocatori di
caratura internazionale, a esprimere un bel calcio e a dire la sua anche ai
Mondiali: “È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo
responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di
spettatori in tutto il mondo – ha concluso Infantino -. Le brutte scene a cui
abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi.
Ribadisco che non hanno posto nel calcio”.
L'articolo Coppa d’Africa, Infantino prima premia il Senegal e poi lo attacca:
“Assistito a scene inaccettabili”. Il teatrino delle scuse dopo la farsa
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Senegal ha vinto la seconda Coppa d’Africa della sua storia con una
spettacolare botta all’incrocio del centrocampista Pape Gueye, che al 4’ del
primo tempo supplementare ha regalato una notte di dolore al Marocco intero, ma
di questa finale si ricorderà ben altro: il rigore discutibile concesso ai
padroni di casa al 98’ per una caduta in area di Brahim Diaz dopo una sbracciata
di Diouf, l’annullamento altrettanto discutibile al 92’ del gol firmato da Sarr
per un presunto fallo di Seck su Hakimi, i sedici minuti di interruzione del
match con il plateale rientro negli spogliatoi dei futuri campioni su ordine
dell’allenatore Pape Thiaw, il ritorno in campo grazie all’intervento di Sadio
Mané – l’ex Liverpool ha evitato l’esclusione disciplinare dal prossimo mondiale
– e, a completare il romanzone, il rigore assurdo di Brahim Diaz, che dopo tutta
questa sarabanda ha avuto la bella pensata di fare il cucchiaio e ha invece
consegnato il pallone al portiere Mendy.
Tutto questo nel caos totale, con una serie di minirisse, un centinaio di
persone nelle due aree tecniche a spintonarsi e urlare, la confusione generale e
l’arbitro della Repubblica Democratica del Congo, Jean Jacques Ngambo Ndala, che
girava comicamente per il campo alla ricerca di un giocatore da ammonire. Una
farsa che non ha fatto bene al calcio africano ed è un peccato, perché il
livello tecnico negli ultimi vent’anni è decisamente migliorato, ma quando entra
in scena il torneo continentale esce fuori il peggio.
La gazzarra si è consumata sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino.
Impegnatissimo negli ultimi mesi a fare da sponda al presidente Trump, con tanto
di premio per la pace a un signore che sta mettendo a soqquadro il mondo,
Infantino ha perso di vista la sua vera ragione di essere: il governo,
possibilmente senza ombre, del calcio mondiale. Un certo imbarazzo da parte di
Infantino è trapelato all’inizio della premiazione, perché questa finale,
seguitissima da oltre tre miliardi di persone – collegati Cina, Brasile e
Giappone, buona parte dell’Europa, l’Africa intera e un pezzo consistente di
Asia –, non è stata in quei sedici minuti di follia uno spot edificante, ma poi
è tornato Infantino: abbracci e una buona parola per tutti, “volemose bene” e
arrivederci alla prossima. In fondo l’Africa è un serbatoio di 54 voti, un
quarto dell’universo Fifa.
Oltre il caos, ha vinto la squadra migliore. Il Marocco ha pagato quanto si
temeva alla vigilia: la pressione asfissiante di una nazione di 38 milioni di
persone, l’ossessione per un successo che manca dal 1976, la responsabilità di
dare un senso a investimenti economici imponenti che hanno sottratto risorse ad
altri settori vitali. Il Senegal, vincitore dell’edizione 2021, ha tenuto bene
il campo. Il copione dei Leoni della Teranga è collaudato: 4-3-3, grande
prestanza atletica, uomini importanti in ogni reparto, dal portiere Mendy ai due
Gueye – Idrissa e Pape – a centrocampo, il trio Mané, Jackson e Ndiaye in
attacco. Il Marocco non ha mai dato l’idea di poter imporre il suo gioco. Il
Senegal è stato più lineare e più agile. Ha avuto tre occasioni importanti prima
del gol annullato a Sarr e del caos generale.
Il rigore fallito da Diaz, uscito al 98esimo per la disperazione dal campo e
fischiato al momento delle premiazioni – lui capocannoniere con cinque gol, il
connazionale Bounou miglior portiere e Mané miglior giocatore del torneo -, ha
dato la svolta al match. Nel primo tempo supplementare, trovato il gol di Pape
Gueye su azione avviata da un pallone perso dal romanista El Ayanoui – con la
fasciatura in testa dopo uno scontro aereo che gli aveva fatto perdere molto
sangue -, il Senegal ha sfiorato il bis con un’azione spettacolare del
diciassettenne Mbaye, ma ancora più clamoroso è stato il 2-0 mancato da Cherif
Ndiaye, complice un miracolo del portiere Bounou.
Il Marocco ha sfiorato il pareggio colpendo la traversa con una capocciata di
Aguerd, ma lentamente la squadra di casa si è spenta. Gli ultimi minuti sono
scivolati attorno alla bandierina del calcio d’angolo, con i senegalesi
abilissimi a ottenere sempre la rimessa laterale, fino al triplice fischio che
ha consegnato ai Leoni della Teranga il titolo di campioni d’Africa. Dal 2013 il
torneo non veniva assegnato dal dischetto ed è un ulteriore punto a favore del
Senegal, ma di questa serata si ricorderanno quei sedici minuti di follia e il
rigore più lungo della storia del calcio, in cui hanno perso tutti, anche i
vincitori.
L'articolo Senegal campione nella finale farsa contro il Marocco: con il rigore
più lungo della storia ha perso tutto il calcio africano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Marocco dicono grazie ai bisnonni di Brahim Diaz: è merito della loro storia
di emigrazione se il bisnipote, giocatore del Real Madrid e capocannoniere della
Coppa d’Africa con 5 reti, indossa la maglia dei Leoni dell’Atlante. Diaz è nato
a Malaga, parla solo spagnolo e non mastica né arabo, né francese, le due
principali lingue del Marocco. Conosce poco anche del paese, scelto nel calcio
dopo essere stato snobbato dalla Roja. Ma in Marocco badano al sodo e sono pazzi
di lui: è la grande speranza di rivedere la nazionale campione d’Africa 50 anni
dopo l’unico successo nel torneo continentale, nel lontano 1976. La
realizzazione del sogno e la giustificazione di investimenti pesanti, che hanno
privato di risorse importanti altri settori vitali, passano attraverso la finale
di oggi (Rabat, ore 20) contro il Senegal. Un ultimo atto di assoluto livello:
il ranking Fifa certifica che si tratta delle migliori nazionali africane. Il
Marocco è 8°, il Senegal 14°.
Tremila chilometri la distanza via auto, tra le rispettive capitali, Rabat e
Dakar. Bisogna attraversare tutto il Marocco fino all’estremità meridionale, poi
il Sahara Occidentale – conteso tra Marocco e la popolazione locale dei Saharawi
-, poi ancora la Mauritania. È un passaggio simbolico tra una nazione che guarda
all’Europa e il paese più occidentale del continente, uno dei più stabili nella
tormentata realtà africana. Due nazioni in cui il calcio scorre nelle vene della
cultura moderna. Quella senegalese è stata la prima nazionale a raggiungere i
quarti mondiali, nel 2002. Quella marocchina, nel 2022, la prima ad approdare in
semifinale.
Diaz e l’ex Liverpool Sadio Mané, decisivo con il gol rifilato all’Egitto nella
semifinale del 14 gennaio, sono gli uomini copertina. Mancherà una vecchia
conoscenza del nostro calcio, l’ex difensore napoletano Koulibaly, squalificato
e uscito per infortunio nel match contro i Faraoni. Non è l’unica assenza
pesante del Senegal: fuori, sempre per squalifica, anche il capitano, Habib
Diarra. I sostituti dovrebbero essere il centrale Mamadou Sarr dello Strasburgo
e Lamine Camara del Monaco. Il Marocco non ha problemi di formazione e la
crescita di forma di Hakimi, tornato a pieno regime dopo l’infortunio in
Champions, è un valore aggiunto a una squadra che fa dell’equilibrio complessivo
e della solidità difensiva i suoi punti di forza.
La vigilia è stata segnata dai timori del Senegal sul versante della sicurezza,
espressi dalla federazione di Dakar. I giocatori sono arrivati in treno a Rabat
e sono stati assaliti dai tifosi per i selfie, senza il filtro di un cordone di
polizia. “Quello che è accaduto non è normale. I miei giocatori avrebbero potuto
essere in pericolo. Queste cose non dovrebbero accadere tra due paesi fratelli”,
le parole del commissario tecnico del Senegal, Pape Thiaw. La FSF si è lamentata
anche dell’hotel, del numero di biglietti riservati ai propri tifosi e del campo
di allenamento. L’altro tema caldo in casa Senegal, campione d’Africa nel 2021,
è il futuro di Mané. L’attaccante ha annunciato l’addio al torneo continentale
dopo l’1-0 sull’Egitto in semifinale. Mané, con 52 gol in 123 gare, è il miglior
bomber all time della nazionale di Dakar. “Penso che abbia preso questa
decisione a caldo, ma il Senegal non è d’accordo. Anche io, come responsabile
della nazionale, non lo sono – ha detto Thiaw -. La decisione non spetta solo a
Sadio. C’è un intero popolo dietro di lui e vorrebbe vederlo continuare”.
Il suo collega marocchino, Walid Regragui, ha messo in guardia i suoi: “IL
Senegal ha giocato quattro finali di Coppa d’Africa e ha un’enorme esperienza in
questo tipo di partite. Sarà una sfida bellissima e speriamo di essere
all’altezza del compito. Dobbiamo essere bravi a reggere la pressione perché
giochiamo in casa, affrontiamo una squadra fortissima e abbiamo alle spalle una
nazione che reclama questa vittoria”.
I cancelli dello stadio Principe Moulay Abdellah di Rabat apriranno cinque ore
prima il calcio d’inizio per favorire l’afflusso dei tifosi ed evitare
pericolosi assembramenti. Un sicuro trionfatore del torneo è il business: ha
generato il più elevato numero di profitti della storia del calcio africano. La
Confederazione Africana di Calcio (CAF) ha spiegato che la performance è stata
prodotta da una serie di fattori chiave: aumento degli sponsor, crescita dei
ricavi derivanti dai diritti di trasmissione televisiva e apertura a nuovi
mercati. A livello tv, il torneo ha riscosso successo in Cina, Giappone e
Brasile: una platea di 1,752 miliardi di spettatori. Sul fronte degli sponsor,
dai 17 dell’edizione 2023 si è saliti a quota 23. Le tasche del calcio
continuano a ingrossarsi, anche in Africa.
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finalissima di livello mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.