“Quando ero più giovane, non sapevo come gestire la situazione. Ci sono stati
momenti in cui ero davvero triste e chiedevo a mia madre se non avrei più potuto
giocare a calcio”. Alisha Lehmann si sfoga e lo fa alla Bbc Sport nel corso di
una lunga intervista. L’atleta svizzera – ex di Douglas Luiz – è una calciatrice
ma anche influencer, visto che vanta quasi 16 milioni di follower su Instagram e
altri 11,8 milioni su TikTok. Motivo per cui a volte la sua carriera da
calciatrice – spiega Lehmann – viene quasi “fraintesa”.
“Il calcio è la cosa che amo di più e a cui ho dedicato più tempo. Mi riposo
benissimo, dormo tutti i pomeriggi e non farei mai nulla prima di un allenamento
o di una partita che possa influenzare la mia prestazione. Ci tengo tantissimo“,
spiega Lehmann che poi precisa: “La gente non ha idea di quanto impegno ci metta
quando dice ‘Oh, lei non è una calciatrice’. A volte è frustrante”, ha
dichiarato a BBC Sport. “La gente non vede tutto l’impegno che ci metto. Pensano
che mi alleni e poi torni a casa a fare video su TikTok, ma non è vero”.
Alisha Lehmann ha giocato in Italia prima con la Juventus – proprio quando il
suo ex fidanzato Douglas Luiz è stato acquistato dalla Juventus – e poi con il
Como l’anno successivo. Oggi gioca con il Leicester: “Sono molto professionale.
Do sempre il massimo in campo e voglio essere il migliore. Se, controllando i
dati dopo l’allenamento, non ho dato il massimo, faccio degli allenamenti extra
per cercare di migliorare. La gente può pensare quello che vuole, ma tutto ciò
che faccio è finalizzato a diventare il miglior giocatore possibile“. In
conclusione un pensiero sulla sua ultima esperienza al Como, in Italia: “Ho
firmato un contratto a lungo termine a Como, ma dopo un mese ho capito che non
mi piaceva e volevo tornare in Inghilterra”, spiega. “Mi trovo benissimo qui, il
calcio è migliore e l’Inghilterra mi sembra casa”, ha concluso la calciatrice
svizzera.
L'articolo “Quando ero più giovane, non sapevo come gestire la situazione.
Chiedevo a mia madre se avrei ancora potuto giocare a calcio”: lo sfogo di
Alisha Lehmann proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Como
Manita del Como di Cesc Fabregas al Pisa: un netto 5-0 dei lariani che volano a
57 punti, soli al quarto posto a +3 sulla Juventus. Da bel sogno, la Champions
League si sta trasformando in un obiettivo concreto. Anche perché questo Como
sembra inarrestabile: Diao e Douvikas firmano le due reti nel primo tempo, poi
la squadra di Fabregas dilaga nella ripresa con i gol al 48′ di Baturina, al 75′
di Nico Paz e all’81′ di Perrone. La dedica è per Michael Hartono, uno dei
proprietari del club scomparso in settimana: “Oggi mandiamo un grande abbraccio
alla famiglia Hartono, è grazie a loro se possiamo vivere tutto questo”, ha
ricordato Fabregas nel post-partita.
È vero. Ma oltre agli investimenti, questo Como che vola è anche merito di un
progetto e di una visione. E Fabregas stesso ai microfoni di Dazn lo vuole
ricordare: “La nostra Champions è quella del valore, del lavorare con una
visione del futuro in una società seria”. In città, con il Como quarto in
classifica, “si respira un’aria molto bella, la gente è soddisfatta poi tutti
vogliamo di più ma si sta godendo il percorso. 6-7 anni fa eravamo una squadra
provinciale in Serie D, adesso si stanno facendo passi avanti”, esulta il
tecnico spagnolo.
Che poi rivendica: “È difficile non innamorarsi di questi ragazzi così giovani,
stiamo realizzando quello che avevamo programmato di fare due anni fa, sappiamo
dove vogliamo arrivare e come lo vogliamo fare che per me è fondamentale”. Il
progetto di Fabregas e la favola del Como continuano: mancano ancora 8 giornate
per raggiungere una storica qualificazione Champions.
L'articolo Il Como vola al quarto posto, Fabregas svela: “Stiamo realizzando
quello che avevamo programmato di fare due anni fa” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È morto Michael Bambang Hartono, imprenditore del Gruppo Djarum e proprietario
della società inglese Sent Entertainment che controlla il Como Calcio. Aveva 86
anni. Hartono era uno degli uomini d’affari più influenti dell’Indonesia, con
interessi nei settori bancario e del tabacco. La sua morte è stata confermata da
Ossy Indra Wardhani, direttore degli affari aziendali di GDP Venture, il ramo di
venture capital del Gruppo Djarum, la società di punta di Michael e di suo
fratello Robert Budi Hartono.
Martin Hartono, figlio di Robert, è il fondatore e CEO di GDP Venture, che
annovera tra le sue società in portafoglio l’azienda indonesiana di e-commerce
Blibli. Con un patrimonio netto complessivo di 43,8 miliardi di dollari, i
fratelli Hartono sono i più ricchi dell’Indonesia, secondo la classifica dei 50
più ricchi del Paese pubblicata a dicembre da Forbes Asia. Michael Hartono si è
impegnato anche in attività filantropiche attraverso la Fondazione Djarum, che
sostiene l’istruzione, lo sport e l’ambiente.
È stato inoltre un giocatore professionista di bridge e si è a lungo battuto per
l’inclusione di questo gioco nei Giochi Asiatici. La sua squadra ha vinto la
medaglia di bronzo ai Giochi Asiatici del 2018. Il padre di Michael e Robert,
Oei Wie Gwan, acquistò un’azienda di sigarette fallita nel 1950 e la ribattezzò
Djarum, come la puntina di un grammofono. Da allora, l’azienda è diventata uno
dei maggiori produttori di sigarette al chiodo di garofano in Indonesia. Dal
2019 gli Hartono sono anche proprietari del Como 1907, che hanno riportato in
Serie A e da domenica scorsa in zona Champions grazie alla gestione tecnica di
Cesc Fabregas.
L'articolo È morto Michael Hartono: era uno dei proprietari del Como Calcio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Altra settimana, altre polemiche arbitrali, alimentate ulteriormente da “Open
Var“, trasmissione su Dazn in cui gli arbitri spiegano le scelte del weekend. E
se per Inter–Atalanta le dichiarazioni seguono la narrazione di questi giorni
(“Dumfries si lascia cadere, giusto lasciar proseguire. Frattesi è rigore”), lo
stesso non è accaduto per Como–Roma, dove a far discutere è stata la doppia
ammonizione di Wesley per fallo su Diao.
Un contatto che ha da subito lasciato più di qualche dubbio e l’immagine
frontale conferma tutto: quella di Diao è una simulazione, esattamente un mese
dopo quella di Bastoni in Inter–Juventus. Con una differenza: nell’ultima
puntata di “Open Var”, Dino Tommasi, componente della Can, a proposito di ciò ha
spiegato: “Nel momento stesso in cui l’arbitro fischia sì, è giusto perché è
automatico. Se si considera l’azione fallosa, è una SPA quindi è corretto. Da
campo, per dinamica, è sostenibile”. Un giro di parole, un’arrampicarsi sugli
specchi ma senza ammettere che quella di Diao è una simulazione. Tra le gambe
non c’è nessun contatto e Wesley non commette alcun fallo.
In questa circostanza il Var era intervenuto per un possibile scambio
d’identità: come già spiegato in Inter–Juventus, il Var non può intervenire per
doppio giallo. Nel caso specifico, c’è stato un check per verificare se il fallo
fosse di Wesley o Rensch. “Var e Avar cercano subito di verificare la
possibilità di una mistaken identity (ovvero uno scambio di persona per
verificare che il fallo non fosse commesso dall’altro difendente)”, dice
Tommasi. E fin qui la spiegazione non fa una piega. Ma alla domanda se quello di
Wesley fosse fallo, Tommasi risponde che “Da campo, per dinamica, è
sostenibile”. Come nel caso di Bastoni. In effetti in diretta è difficile vedere
la simulazione in entrambi i casi.
E pensare che proprio un mese fa Rocchi disse: “La Penna è mortificato e gli
siamo vicini, ma devo dirvi la verità che non è l’unico ad aver sbagliato:
perché ieri c’è stata una simulazione chiara. L’ultima di una lunga serie in un
campionato in cui cercano in tutti modi di fregarci“. La Roma ha presentato
anche un ricorso per errore tecnico dopo il secondo giallo a Wesley in Como-Roma
per un possibile scambio di persona di Massa nell’occasione, intorno al
ventesimo del secondo tempo. Il Giudice Sportivo ha deciso di respingerlo,
procedendo invece all’omologazione del risultato di 2-1 in favore dei padroni di
casa.
L'articolo Dopo il caso Bastoni, gli arbitri giustificano la simulazione di
Diao: “Da campo, per dinamica, quello di Wesley è un giallo sostenibile”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ma quale favola: con i soldi son bravi tutti a fare calcio! Uno degli argomenti
più sentiti e inflazionati sul Como, che tende a sminuire lo straordinario
campionato della squadra di Fabregas, fa capire quanto sia retrogrado e stantio
il dibattito calcistico italiano, refrattario ad ogni novità, invidioso delle
buone idee. Perché la storia del Como dimostra che anche nel calcio i soldi non
fanno la felicità. Poi, certo, aiutano.
Se la stagione finisse oggi, i lariani sarebbero in Champions League. Al momento
occupano la quarta posizione, hanno un punto di vantaggio sulla Juventus, tre
sulla Roma che soltanto un paio di giornate fa si giocava il match point e dopo
quell’errore come previsto è scivolata indietro, le altre praticamente sono
tagliate fuori. Incredibile se consideriamo che questa squadra soltanto due anni
fa era in Serie B, cinque anni fa addirittura in C, e mancava nella massima
serie da oltre due decenni.
Ok, il Come non si può definire in senso stretto una favola: parliamo di un club
che ha come presidente uno degli uomini più ricchi al mondo. La famiglia Hartono
ha investito oltre 300 milioni nella società, con un passivo superiore ai 100
soltanto nell’ultimo bilancio. Senza una proprietà bilionaria e una
disponibilità quasi illimitata nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile. Però
poi questo Como è anche tanto altro.
Il termine migliore per definirlo è progetto. Dietro l’ascesa repentina ci sono
idee tattiche precise, scouting, un metodo di calcio moderno e innovativo
insomma. Fabregas è stato sminuito, a tratti persino sbeffeggiato per la sua
natura “giochista”, però ha costruito una squadra in grado di fare un calcio
divertente e soprattutto efficace: ha battuto Roma, Juve, Napoli, fermato il
Milan (e certo non si può dire che abbia una rosa dello stesso livello);
rifilato lezioni severe a Allegri, Spalletti, Gasperini, quelli che consideriamo
i mamma santissima della panchina italiana. La sua impronta è evidente, dentro e
fuori dal campo.
Si è parlato dei soldi spesi sul mercato, che sono tanti per carità, però il
Como non ha mai pagato 40 o 50 milioni per un calciatore, come fatto in anni
recenti dalle varie big del campionato: senza considerare la stella Nico Paz e
il difensore Ramon arrivati a condizioni particolari grazie al canale
privilegiato col Real Madrid, l’acquisto più caro è stato Jesus Rodriguez, 22
milioni dal Siviglia, Kuhn (per altro fin qui poco impiegato), Baturina, Perrone
sotto costati meno di 20. Talenti che a quelle cifre erano alla portata di
almeno 6-7 squadre in Serie A. Potevano prenderli quasi tutti, invece li hanno
presi loro. E poi l’ossatura della squadra è fatta anche dai vari Butez (2
milioni), Smolcic (1,5), Da Cunha (appena 400mila euro); capitan Vojvoda era uno
scarto del Torino prima di rinascere alla corte di Fabregas.
Sono tutti giocatori che gli altri evidentemente non sanno cercare. E
probabilmente non sarebbero nemmeno in grado di aspettare e far crescere. Perché
se Inter, Milan o Juve prendessero nomi del calibro di Diao o Douvikas, la
piazza storcerebbe il naso. E se i nuovi acquisti passassero mesi in panchina
per una fase di adattamento fisiologica per un giovane arrivato da una realtà
completamente diversa – com’è successo ad esempio a Baturina che oggi invece è
uno dei protagonisti -, verrebbero già bollati come bidoni e rispediti al
mittente. Prendere i giocatori giusti, funzionali al progetto, coltivare il
talento e inserirli in un meccanismo che funziona a memoria, in cui si
preferisce l’attacco alla difesa, il talento alla rendita, il ritmo al
posizionamento. Questo è esattamente il modello verso cui il calcio italiano
dovrebbe andare, che ha permesso di spendere bene i soldi (tanti) a
disposizione. Cosa che non vale per tante altre società di Serie A.
La prossima sfida per i lariani è l’Europa, intesa innanzitutto come
qualificazione: guardando il calendario, e considerando l’attitudine a giocare
sotto pressione, Juventus e Roma rimangono favorite per il quarto posto. E poi
anche proprio come partecipazione: per il doppio impegno che una eventuale coppa
porterebbe, ma anche per i paletti del fair-play finanziario della Uefa che la
proprietà, fin qui abituata a spendere senza freni, sarebbe costretta a
rispettare. Paradossalmente, proprio il salto diretto in Champions risolverebbe
il problema, perché i ricavi raddoppierebbero il fatturato (oggi di soli 55
milioni), rendendo sostenibile il bilancio. Ma comunque, dal nuovo stadio al
player trading, ci sono altri strumenti a disposizione: Fabregas &C. non si
faranno trovare impreparati. Perché quello è un progetto. Poi se alla fine il
Como dovesse davvero arrivare davanti a corazzate come Juventus e Roma, allora
sarebbe pure una favola.
X: @lVendemiale
L'articolo I soldi aiutano ma non fanno la felicità: perché il Como in Champions
sarebbe davvero una favola proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un nuovo capitolo nelle rivalità tra allenatori: Cesc Fabregas contro Gian
Piero Gasperini, e viceversa. Lo scontro è esploso nel post-partita di
Como–Rona, scontro diretto cruciale nella lotta per il quarto posto Champions,
finita 2 a 1 per i lariani. Il match lancia il Como a quota 54 punti, davanti
alla Juventus e con tre lunghezze in più sui giallorossi. Che però protestano
con forza per il secondo giallo sventolato dall’arbitro Massa a Wesley:
l’impressione è che Diao simuli un contatto e che quindi l’espulsione sia
ingiusta. Gasperini a fine partita era furioso e ha lasciato il campo senza
salutare il collega Fabregas. Che non l’ha presa per niente bene, denunciando il
tutto ai microfoni. Così è nato lo scontro,
Il tecnico del Como è stato chiaro: “L’ho trovata una cosa antisportiva“. Senza
Fabregas, l’allenatore della Roma gli ha mancato di rispetto: “Io sia quando
sono arrabbiato che quando vengo espulso o anche quando penso che l’arbitro mi
abbia fatto un torto, alla fine della partita vado a stringere la mano
all’avversario. È una questione di rispetto e di sportività e sono rimasto
dispiaciuto da quello che è accaduto”. Fabregas ha spiegato cosa è successo: “Io
sono andato a salutarlo come sempre e l’ho visto andare via“. Poi ha concluso:
“Recentemente anche io ho fatto cose delle quali sono sono orgoglioso però penso
che noi dobbiamo dare l’esempio, ricordiamoci sempre che ci guardano i ragazzi”.
Venuto a conoscenza delle parole del tecnico del Como, Gasperini ha scelto di
replicare con una dichiarazione all’Ansa: “Il Como è una squadra forte, ma non
stimo i loro comportamenti, in campo e in panchina”. Frase breve, ma
inequivocabile. Il tecnico romanista d’altronde dopo la partita ha sottolineato
più volte come a suo parere l’espulsione di Wesley abbia condizionato tutta la
partita. Commentando l’episodio, ha evidenziato anche le responsabilità
dell’attaccante del Como, che ha esasperato il lieve contatto: “Wesley non
commette fallo, si vede chiaramente. Si sposta addirittura per non prendere
Diao, non è la prima volta che il Como ha queste situazioni. Sono anche
situazioni cercate, un po’ troppo. Questo è diventato il calcio, oggi siamo
coinvolti e non entro nel merito ma non mi piace e lo sapete”.
L'articolo Che scontro tra Fabregas e Gasperini: “Ha fatto una cosa
antisportiva”. “Il Como è forte, ma non stimo i loro comportamenti” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Seconda trasferta italiana dopo Inter–Juventus e seconda partita piena di fischi
dai tifosi avversari dopo Lecce-Inter per Alessandro Bastoni. Il difensore
nerazzurro è stato bersaglio dei tifosi del Como anche durante la semifinale
d’andata di Coppa Italia tra Como e Inter, giocata al “Sinigaglia” nella serata
di martedì 3 febbraio e terminata 0-0, con la gara di ritorno che si disputerà a
fine aprile a San Siro. Bastoni – nonostante le scuse di un paio di giorni dopo
– paga ancora la simulazione in Inter–Juventus del 14 febbraio (quasi un mese
fa), quando fece discutere tantissimo per la reazione dopo l’espulsione di
Kalulu.
Fu una settimana piena di polemiche, ma ancora oggi Bastoni non si è scrollato
di dosso quel match, a giudicare dalla reazione dei tifosi avversari. Sul tema
sono intervenuti sia Christian Panucci – ex calciatore e oggi opinionista tv –
sia Cesc Fabregas, allenatore del Como rivale dei nerazzurri. “Anche io ho
simulato in carriera, il problema è stata l’esultanza. Ora però basta: è un
patrimonio della Nazionale. Il problema è che oggi ci sono i social e tutti
fanno i fenomeni…”, ha dichiarato Panucci, schierandosi affianco a Bastoni.
Netta la posizione anche di Cesc Fabregas, che nel post gara ha dichiarato:
“Perché succede? Perché gioca nella squadra più forte d’Italia. Quando tutti
alzano la voce contro una persona si va contro questa. Non lo conosco, ho
studiato molto l’Inter negli ultimi anni e per me lui è un giocatore top. Un
grandissimo ragazzo, penso siano cose da tifoseria. Lo dobbiamo proteggere“. Poi
l’allenatore è tornato sull’episodio con Kalulu e sulle polemiche del 14
febbraio: “Ha sbagliato quel giorno? Sicuramente sì. Una cosa che si fa, può
succedere, anche io ho sbagliato quando ho fatto quel che ho fatto a San Siro
(in riferimento alla trattenuta a Saelemaekers in Milan-Como, ndr). Si chiede
scusa, loro sono ragazzi giovani. Si può sempre imparare, lui ne uscirà”.
L'articolo Bastoni fischiato anche a Como, Fabregas: “Succede perché gioca nella
squadra più forte d’Italia. È un grandissimo ragazzo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Inter e Como giocano una partita senza gol e casca il mondo. Niente elogi alle
difese, nessun plauso al pragmatismo in stile Allegri. No, quando si tratta di
Cesc Fabregas e Cristian Chivu, devono vincere e anche giocare bene, altrimenti
piovono critiche ovunque. Dopo lo 0 a 0 della semifinale di andata di Coppa
Italia giocata al Sinigaglia, l’attacco più duro è arrivato sulle pagine della
Gazzetta dello Sport da Arrigo Sacchi. “Una prestazione scialba”, scrive l’ex
ct, che accusa: “Mi aspettavo di più. Molto di più. Sia dal Como di Fabregas sia
dall’Inter di Chivu”. Per poi aggiungere: “Il calcio è aggressione, fame,
sacrificio, continua ricerca del gol, e invece…”.
Sacchi ne ha sia per il Como che per l’Inter. “Mi ha stupito la squadra di
Fabregas che, finora, si è fatta apprezzare per la spregiudicatezza e per il
desiderio di dominare l’avversario. Niente bollicine, invece”. E sui nerazzurri:
“La solidità, specialmente in fase di non possesso si è vista, anche se il Como
un paio di volte ha spaventato il portiere Martinez, ma le verticalizzazioni
sono completamente mancate”. Nell’analisi sfugge però un aspetto cruciale:
l’Inter era una formazione completamente rimaneggiata, per via dei tanti
infortuni con cui ha dovuto fare i conti Chivu nelle ultime settimane. Tutti i
titolari – tranne Bastoni e Bisseck – avevano bisogno di rifiatare. Mentre altri
giocatori, come Calhanoglu, avevano bisogno di ritrovare minuti. Senza
dimenticare le assenze di Lautaro Martinez e Bonny in attacco.
“Avevamo alcune emergenza, ho dovuto fare qualche cambio e per la prima volta ho
messo due trequartisti sotto punta“, ha infatti sottolineato Cristian Chivu
nella sua analisi post-partita. Ecco quindi la sua versione sullo svolgimento
tattico della gara: “Siamo stati bravi a capire cosa c’era da fare. Per
l’impegno e il poco tempo avuto per prepararci sono soddisfatto. Merito dei
ragazzi che hanno capito in fretta mettendosi a disposizione e dando il massimo,
sapendo che andava accettato il possesso del Como“. Chivu quindi ha
sottolineato: “Oggi avevamo Marcus Thuram e Pio Esposito come unici attaccanti
disponibili, quindi gli ho fatto fare un po’ e un po’. Dobbiamo fare di
necessità virtù“. E non si è nascosto: “Ma non è stata una partita da Inter e
nemmeno bella da vedere“.
La verità che Chivu non può dire è che l’Inter è felicissima per il pareggio. Ha
fatto turnover a pochi giorni da un derby decisivo per il futuro del campionato
e tra un mese e mezzo, il 22 aprile, potrà giocare con un’altra serenità e un
altro stato di forma la gara di ritorno a San Siro. Per i nerazzurri al
Sinigaglia l’obiettivo era non compromettere il percorso in Coppa Italia, per
conquistare la finale ci sarà tempo. Chivu infatti punta già l’obiettivo sul
Milan: “Per il derby ci sono 4 giorni di preparazione: faremo la conta di quelli
che siamo ma ci arriveremo pronti”. E non è mancata una frecciatina del tecnico
nerazzurro: “Troppi complimenti comunque, io sono più abituato alle critiche…”.
L'articolo Sacchi contro Como-Inter: “Prestazione scialba”. La versione di
Chivu: “Siamo stati bravi a capire cosa c’era da fare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Minuto 79 di Milan-Como, recupero della 24esima giornata di Serie A. Il
punteggio è di 1-1 (poi sarà anche quello finale), la partita è tesa, nervosa ed
equilibrata. Alexis Saelemaekers perde palla accanto alla panchina del Como e
subito prova a rincorrere gli avversari nel tentativo di recuperare. A quel
punto sente tirare la sua maglia. Classico fallo tattico? Sì, ma a commetterlo è
Cesc Fabregas, che di ruolo fa l’allenatore e pochi istanti prima aveva chiesto
l’ammonizione di Saelemaekers. Un gesto sicuramente antisportivo. Ne viene fuori
un parapiglia, animi surriscaldati e Landucci – storico vice di Massimiliano
Allegri – corre verso la panchina comasca.
L’arbitro Mariani ci mette qualche minuto prima di riportare la calma e dopo
averlo fatto, espelle sia Landucci, sia Massimiliano Allegri. L’allenatore
rossonero – stupito della decisione del direttore di gara – esclama: “Ma ha
buttato fuori me? Davvero?”. Finita lì? No, perché Allegri e Fabregas hanno
continuato a litigare, con Allegri furioso per la decisione di Mariani e la
conseguente espulsione. I due si sono anche incrociati all’ingresso della sala
stampa di San Siro – nel post gara – e anche lì sono volate parole grossissime.
Secondo quanto riportato da Tuttomercatoweb, Allegri avrebbe urlato a Fabregas:
“Sei un cog***e, sei un bambino che ha appena iniziato a fare l’allenatore“. In
conferenza stampa Fabregas ha cercato di riportare la calma, dichiarando:
“Chiedo scusa perché ho fatto una cosa di cui non sono orgoglioso, ho fatto una
cosa antisportiva. Abbiamo rubato la palla, ma ho toccato un po’ per l’emozione
(Saelemaekers, ndr). Come diceva Chivu l’altro giorno: le mani a casa,
specialmente l’allenatore. Non possiamo fare questo. Una cosa che spero di non
fare mai più”.
Allegri – sicuramente più diplomatico di qualche attimo prima – ha utilizzato la
tecnica dell’ironia pungente, dichiarando: “Si è scusato? Ho capito, allora se
la prossima volta parte uno lungo la linea, faccio una scivolata ed entro
anch’io. Sono andato lì per difendere Saelemaekers, il giocatore ha avuto una
reazione e in quel momento lì mi è venuto incontro uno del Como, non so chi è,
ma non è successo niente. Quando si sta in campo bisogna essere rispettosi verso
l’arbitro e verso le squadre. C’è stato uno scambio tra allenatori. È un tecnico
molto giovane. Gli auguro di vincere tanto in carriera perché ha tutte le
qualità per farlo”.
L'articolo “Sei un cog***e, sei un bambino”: lite tra Allegri e Fabregas in
Milan-Como proviene da Il Fatto Quotidiano.
LECCO – La galleria del monte Piazzo, che scivola inesorabilmente in quel ramo
del lago di Como compreso tra Lecco e Colico, costituisce una minaccia
incombente per la Valtellina. Se crollerà fino a diventare impraticabile, il
traffico lungo la statale 36 che porta da Milano e Como fino a Sondrio, e quindi
verso le montagne, verrà interrotto. Non si tratta di un’eventualità, ma ormai
di una certezza, anche se il fine vita della strada più frequentata della
Lombardia, con un traffico di 80mila veicoli al giorno, è fissato a una
quindicina di anni. Una sorte ineluttabile? La domanda è ancora più stridente se
si pensa che per le Olimpiadi invernali 2026 ci si è limitati a un maquillage,
che per quanto impegnativo e costoso è servito solo a tamponare parzialmente la
situazione per evitare guai peggiori durante il passaggio di pubblico, atleti e
tecnici. Ma non ha risolto il problema, visto che servirebbe una galleria
completamente nuova, più a monte, in modo da evitare gli effetti letali della
frana.
Il “Consolidamento della galleria ‘Monte Piazzo’” è entrato nel primo dossier
degli interventi essenziali per le Olimpiadi, contenuto nel decreto della
presidenza del consiglio dei ministri (governo Draghi) del 26 settembre 2022. In
quel documento era indicata l’Anas quale soggetto attuatore, mentre l’importo
dei lavori era fissato in 44 milioni di euro, di cui 25 milioni già stanziati e
19 milioni di “ulteriore necessità”. Un anno dopo (settembre 2023) il governo
Meloni aveva preparato l’elenco definitivo, indicando una somma complessiva già
cresciuta a 55 milioni 293 mila euro. Più ci si è avvicinati alle Olimpiadi, più
ci si è resi conto che Società Infrastrutture Milano Cortina (Simico),
controllata dal ministero delle Infrastrutture, non era in grado di far fronte a
quell’impegno.
Tra febbraio e marzo 2024 è infatti avvenuto lo spoiling system di Simico, con
l’uscita del primo amministratore delegato, l’ingegnere Luigivalerio
Sant’Andrea, e l’ingresso dell’architetto Fabio Massimo Saldini, voluto dal
ministro Matteo Salvini. In quella occasione è stato approvato un decreto,
convertito in legge il 27 marzo 2024, in base al quale la galleria di monte
Piazzo è uscita, almeno formalmente, dai radar delle opere olimpiche, entrando
nell’elenco di quelle complementari affidate direttamente ad Anas. Ed è così che
la galleria, pur unita ai destini di Milano Cortina 2026, ha seguito un suo
percorso parallelo.
A indicare il termine dei 15 anni di vita era stato, nel dicembre 2024,
l’ingegnere Nicola Prisco, numero uno di Anas Lombardia: “La galleria si trova
su un cono di frana, un difetto che non può essere eliminato completamente con
nessun intervento. Anche una volta consolidata, la galleria avrà una vita
massima di circa una quindicina d’anni”. Parole allarmanti. La situazione
strutturale era aggravata dal fatto che quando venne costruita su una
paleofrana, cinquant’anni fa, non fu realizzato un sistema di
impermeabilizzazione e nemmeno l’arco rovescio, tecniche che non erano previste
fino agli inizi degli anni Ottanta.
Oltre ai rappezzamenti, un primo significativo intervento nella galleria lunga
2.525 metri, a due canne, è stato realizzato una dozzina di anni fa. Poi è
arrivato l’appalto olimpico da 55 milioni di euro per il rafforzamento delle
strutture, a cui si sono aggiunti altri 22 milioni per interventi tecnologici.
“I lavori prevedono la realizzazione di un nuovo rivestimento in cemento armato
prefabbricato e interventi di drenaggio per limitare la pressione delle acque
ipogee sulle strutture oltre alla realizzazione dei nuovi impianti tecnologici
di illuminazione, ventilazione e sicurezza”, spiega Anas, interpellata da
ilfattoquotidiano.it.
La suddivisione per fasi è stata decisa per garantire la circolazione almeno su
una canna e limitare i disagi dovuti alla cantierizzazione. Una prima fase, con
consegna nel marzo 2024, ha riguardato la canna sud, con il completamento
avvenuto prima dei lavori dell’avvio dei Giochi Olimpici. La seconda fase (canna
nord) verrà conclusa entro il 2026. Anche in questo caso, quindi, come è
avvenuto per la maggioranza delle opere olimpiche, non si è riusciti a
rispettare gli impegni indicati nel piano degli interventi. Durante il periodo
dei Giochi entrambe le canne della galleria sono percorribili senza limitazioni,
visto che i lavori riprenderanno al termine delle gare a Bormio e Livigno.
Non si poteva pensare che le Olimpiadi avrebbero risolto la questione alla
radice, eppure permane il rischio di isolamento della Valtellina. A fine 2024
l’assessore regionale Massimo Sertori aveva detto: “Non possiamo aspettare di
arrivare al punto di non ritorno”. Infatti, la galleria Monte Piazzo è come un
malato terminale, in un contesto di fragilità idrogeologica e rischio di eventi
naturali, con la rete ferroviaria soggetta a guasti, interruzioni e ritardi.
Anche se Regione Lombardia e Anas hanno effettuato investimenti sostanziosi
sulla statale 36, le cure non sembrano risolutive.
La conferma viene da Anas, visto che le condizioni funzionali e strutturali
della galleria sono oggetto di un monitoraggio continuo. “Il principio della
piena sicurezza degli utenti e dei cittadini resta per noi inderogabile e
irrinunciabile”. Ma si può affermare che la galleria di Monte Piazzo è una
infrastruttura a perdere? “Sul tema della vita utile, precisiamo che il
riferimento ai ‘15 anni’ non rappresenta in alcun modo una scadenza o una durata
residua dell’infrastruttura. Tale valore corrisponde esclusivamente alla vita
nominale prevista in progetto e definita in coerenza con le Norme Tecniche
Nazionali quale parametro tecnico per il dimensionamento strutturale e per la
pianificazione manutentiva”. Cosa significa? “Gli importanti lavori attualmente
in corso hanno l’obiettivo di incrementare la durabilità e l’affidabilità
strutturale dell’opera. Allo scadere dell’orizzonte temporale considerato, gli
eventuali interventi previsti saranno verosimilmente di natura manutentiva e di
entità significativamente inferiore rispetto ai rilevanti lavori strutturali
oggi realizzati”. La risposta è affidata a uno studio di fattibilità. “Sarà
completato entro il 2026 e consentirà di valutare eventuali alternative di
tracciato all’attuale tunnel. Le loro fattibilità saranno esaminate in coerenza
con la pianificazione tecnica ed economica degli interventi”. Solo allora
sapremo se la strada per la Valtellina, tra quindici anni, si fermerà a Lecco.
L'articolo La galleria che scivola nel lago e rischia di isolare la Valtellina:
i lavori finiranno dopo le Olimpiadi, ma non saranno risolutivi proviene da Il
Fatto Quotidiano.