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A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni”
L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani. Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence. Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile, indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“, come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni. Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia. Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“. Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini. Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato). “Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”. Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie, a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi controlli siano stati portati avanti”. A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni sono una vergogna per il nostro Paese”. 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Torturano uno squalo balena e gli tagliano le pinne mentre è ancora vivo, il video choc scatena l’indignazione: “I pescatori saranno indagati”
Torturano e macellano uno squalo balena mentre è ancora vivo. Lo scempio è accaduto in Egitto, nelle acque del Mar Rosso, ed è diventato subito virale su Instagram perché uno dei pescatori autori di questo orrendo e disumano gesto ha avuto l’idea di filmare il collega in azione. Intanto precisiamo che lo squalo balena (Rhincodon typus) è il pesce più grande del pianeta con esemplari che possono superare i 12 metri di lunghezza. Animale che non attacca l’uomo perché si alimenta con il plancton e qualche pesciolino, lo squalo balena è classificato nel mondo specie in pericolo quindi tutelato dalle autorità. I due pescatori si sono così macchiati non solo di vile disprezzo per la vita animale, ma hanno compiuto un vero e proprio gesto illegale per commerciare le preziose pinne dello squalo. La loro barbara azione di pesca, tortura e infine taglio delle pinne mentre l’animale ancora si muoveva ed era vivo è costato ai due l’arresto. Secondo quanto riferito da Egypt Today, la ministra egiziana dello Sviluppo Locale e dell’Ambiente, Manal Awad ha dichiarato che “i pescatori saranno sottoposti a procedimento legale una volta verificato il loro coinvolgimento” e che “l’azione rientra negli sforzi dell’Egitto per proteggere la biodiversità e la vita marina”. L'articolo Torturano uno squalo balena e gli tagliano le pinne mentre è ancora vivo, il video choc scatena l’indignazione: “I pescatori saranno indagati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Tutto il male del mondo”: il trailer del docufilm su Giulio Regeni a 10 anni dal suo omicidio
Dieci anni. Interminabili. Un decennio è ormai passato dal sequestro e dall’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Su Giulio, dirà la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “Tutto il male del mondo”. Ed è questo il titolo del docufilm che arriverà nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio 2026, distribuito da Fandango, dopo l’anteprima nazionale del 25 gennaio a Fiumicello Villa Vicentina, organizzata in occasione del decimo anniversario della scomparsa del ricercatore italiano. Prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti e scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” ripercorre le tappe del caso e il processo ancora in corso in Italia, con le deposizioni dei testimoni a giudizio, facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. A raccontare sono le voci degli stessi genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, che da anni insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, chiedono verità e giustizia, sfidando il regime egiziano, di fronte alla mancata collaborazione giudiziaria, l’ostruzionismo e i depistaggi. E alla parallela incapacità del nostro Paese – nella sua componente politica – di mantenere negli anni una posizione di fermezza, dato che alle iniziali richieste di collaborazione dirette dai diversi governi verso il Cairo, si è progressivamente sostituita una normalizzazione dei rapporti commerciali e politici, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik. Ora, dieci anni dopo, la speranza della famiglia e del ‘popolo giallo’, quella società civile che l’ha accompagnata in questi anni, è che possa riprendere al più presto il processo in corso di fronte alla Corte di Assise di Roma, dopo lo stop, con gli atti nuovamente inviati alla Consulta lo scorso 23 ottobre, quando ormai la parola fine sembrava vicina, prima dell’attesa requisitoria del pm Sergio Colaiocco. Quattro sono gli 007 egiziani imputati: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr). “Confidiamo – ha dichiarato la famiglia Regeni – che la diffusione di questo documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di “tutto il male del mondo” che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”. L'articolo “Tutto il male del mondo”: il trailer del docufilm su Giulio Regeni a 10 anni dal suo omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané
Una delle coppe d’Africa più bagnate della storia – impressionanti le immagini della pioggia che ha accompagnato il torneo marocchino dal 21 dicembre a oggi – entra nell’ultimo giro di pista: mercoledì 14 gennaio, le due semifinali, quella dei padroni di casa contro la Nigeria (Rabat, ore 21), preceduta alle 17 a Tangeri da Egitto-Senegal, ci consegneranno i nomi di chi, domenica, si sfiderà per portare a casa il trofeo. Il Marocco aspetta questo giorno dal 1976. L’Egitto, con sette trionfi in testa nell’albo d’oro, è a secco dal 2010. La Nigeria dal 2018. Il Senegal dal 2021. Nel 2023 trionfò la Costa d’Avorio, spazzata via nei quarti dall’Egitto. Marocco-Nigeria fermerà il paese per due ore. Trentotto milioni seguiranno con tutti i mezzi possibili la sfida di Rabat. L’ultima semifinale con i Leoni dell’Atlanta in campo risale a 22 anni fa. Il Marocco ha la miglior difesa (appena 1 gol subito, realizzato dal Mali nella fase a gironi), ma la Nigeria replica con il miglior attacco (14 reti). La nazionale di casa schiera il bomber del torneo: il “madridista” Brahim Diaz, a quota 5. I nigeriani Osimhen e Lookman, nostre conoscenze, hanno realizzato rispettivamente 4 e 3 gol. Il Marocco è trascinato dal paese e da un governo che ha investito notevoli risorse per costruire e ristrutturare gli stadi, sottraendo denaro importante ad altri settori vitali, come ad esempio quello della sanità. La Nigeria, come spesso accaduto in passato, ha regalato titoli per i consueti litigi tra squadra e federazione, argomento – pure qui solita storia – i premi in denaro. Ma stavolta c’è stato qualcosa in più a tormentare le giornate delle Super Aquile, fuori dal mondiale 2026: il plateale litigio in campo che ha avuto per protagonisti Osimhen e Lookman. Argomento di discussione: un – presunto – eccesso di egoismo da parte dell’atalantino, sottolineato dall’ex napoletano con la frase “il calcio è un gioco di squadra”. Marocco e Nigeria si sono affrontate otto volte, con i Leoni dell’Atlante in leggero vantaggio (cinque vittorie a tre). In Coppa d’Africa, questa semifinale è un remake della lontana sfida del 1980, vinta dalla Nigeria 1-0 a Lagos. Il panorama dei giocatori importanti si allarga sul fronte marocchino con Hakimi e il portiere Bounou, mentre, sull’altro versante, il capitano Ndidi (Besiktas), Iwobi (Fulham), l’ex milanista Chukwueze (Fulham) e Adams (Siviglia) sono le altre pedine importanti. Tra gli “italiani” della banda di Augustin Eguaoven, il laziale Dele-Bashiru e il pisano Akinsanmiro. Il difensore Calvin Bansey è nato ad Aosta, ma quando era bambino i genitori si trasferirono in Inghilterra ed è cresciuto nel settore giovanile del Leicester. La partita vale molto per il Marocco e moltissimo per il ct, Walid Regragui. Un ko potrebbe mettere in discussione la sua posizione: “La Nigeria ha buoni giocatori e una panchina profonda, ma la cosa importante è che dobbiamo essere mentalmente forti per non permettere al nostro avversario di respirare. Noi siamo cresciuti di partita in partita e questo mi rassicura. Vogliamo la finale per regalare una gioia al nostro popolo”. Senegal–Egitto vive soprattutto sulla sfida a distanza di illustri ex compagni di squadra di Liverpool, Sadio Mané e Mo Salah. I due attaccanti non ebbero uno splendido rapporto. Gelosie, capricci e accuse di egoismo a Salah da parte di Mané. L’egiziano è in caduta libera a Liverpool. È entrato in rotta di collisione con il tecnico olandese Arne Slot e la sua polemica ha regalato materiale in abbondanza ai giornali. In Coppa d’Africa si è ritrovato, firmando quattro gol. “Per me forse è l’ultima occasione per vincere finalmente questo torneo”. Mo, 33 anni, ha segnato un totale di 11 reti nella fase finale della Coppa d’Africa ed è a quota 4 nel torneo attuale. Mané, 34 anni ad aprile, dopo l’esperienza al Bayern Monaco si è accasato in Arabia Saudita, all’Al Nassr. Non ha brillato in Marocco, ma resta una figura chiave del Senegal. Non dimentica il passato con Salah. “Penso che Mo sia un ragazzo molto simpatico, anche se in campo a volte mi passava la palla e a volte no. Ricordo ancora una partita in cui ero davvero, davvero arrabbiato perché lui non mi passò quasi mai il pallone”, ha detto nel podcast Rio Ferdinand Presents. L’Egitto ha un conto in sospeso con il Senegal. Nel 2021, i Faraoni persero ai rigori la finale della Coppa d’Africa e nel marzo 2022, furono ancora superati al dischetto nello spareggio per la qualificazione al mondiale in Qatar. Il penalty decisivo fu realizzato da Mané, mentre Salah fece cilecca. In rosa, nel Senegal, il quasi ex laziale Dia, mentre, nell’Egitto, spiccano Marmoush, attaccante del Manchester City e Mahmoud Trézéguet, bomber dell’Al Ahly. L'articolo Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Voli cancellati per un guasto, bloccati in Egitto circa 600 italiani. I primi ritorni attesi stanotte
Circa 600 cittadini italiani sono bloccati a Sharm El-Sheik a seguito della cancellazione – disposta nella giornata di ieri – di tre voli di linea diretti a Milano. In un comunicato la Farnesina spiega che la situazione si deve alla “sospensione del traffico aereo dalla Grecia per un guasto tecnico alle comunicazioni”. Il traffico aereo sopra la penisola greca è stato interrotto ieri per un problema tecnico alla Regione informazioni volo di Atene (Fir). Secondo il quotidiano Kathimerini il guasto sarebbe legato ai sistemi di radiofrequenza centrali dei Centri di controllo di Atene e Macedonia, necessari per mantenere il contatto con i voli (nazionali e internazionali) che orbitano sopra il territorio greco. I rapporti preliminari hanno indicato un guasto del circuito, del quale la causa precisa è ancora da chiarire. Stando al comunicato del ministero, i primi cittadini a fare ritorno “dovrebbero rientrare con un volo straordinario Neos, previsto partire a mezzanotte di stasera. Sullo stesso volo, rientreranno altri connazionali con il coordinamento dell’Ambasciata d’Italia al Cairo, che ha inviato due funzionari sul posto”. La Farnesina si dice in stretto raccordo con l’Ambasciata che “sta inoltre prestando la massima assistenza ai connazionali rimasti a terra per assicurare che siano alloggiati in strutture adeguate e” – chiude il comunicato “per identificare nuovi voli che permettano il loro rientro in Italia nel più breve tempo possibile”. L'articolo Voli cancellati per un guasto, bloccati in Egitto circa 600 italiani. I primi ritorni attesi stanotte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si mette in posa per scattare una foto nel “Bagno di Cleopatra” e viene travolta da un’onda che la trascina in mare aperto: turista salva per miracolo
Una donna si è messa in posa per la fotografia perfetta e ha rischiato la morte. Il fatto è accaduto a Marsa Matrouh, una località balneare dell’Egitto famosa per la acque cristalline le formazioni rocciose. La signora, una turista cinese, si è seduta all’interno del cosiddetto “Matrouh Eye”, anche conosciuto come “Bagno di Cleopatra”. Si tratta di una cavità naturale dove le onde si infrangono violentemente. Nonostante le condizioni agitate del mare, la turista ha deciso di farsi scattare una foto a bordo della roccia. Da lì, la tragedia. Un’onda ha colpito il “Matrouh Eye” e la donna seduta sullo scoglio, travolgendola e trascinandola verso il mare aperto. Alcuni testimoni sono intervenuti per salvare la signora. Tra questi un uomo che si è sporto dalle rocce per afferrare la turista, salvandole la vita. Secondo quanto riportato dal New York Post, la donna non ha riportato incredibilmente lesioni ma lievi escoriazioni. I SELFIE ESTREMI Dopo l’incidente accaduto a Marsa Matrouh, le autorità egiziane hanno richiamato i turisti a evitare gesti estremi per scattare il selfie perfetto. Gli organi competenti hanno ricordato la pericolosità del “Matrouh Eye”, una tappa tanto bella da vedere quanto pericolosa nei giorni di mare mosso. > ???? A monster wave wipes out a woman who was posing on a cliff. > https://t.co/Nn3iDCjOmQ > > ????: newsX pic.twitter.com/krtEG3lvmX > > — TMZ (@TMZ) December 22, 2025 L'articolo Si mette in posa per scattare una foto nel “Bagno di Cleopatra” e viene travolta da un’onda che la trascina in mare aperto: turista salva per miracolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontro tra due navi sul Nilo, la vittima italiana è una donna abruzzese di 47 anni
Si chiamava Denise Ruggeri e aveva 47 anni la donna che nella serata di domenica è deceduta in Egitto dopo lo scontro tra due navi da crociera sul Nilo, a circa 30 chilometri da Luxor. La vittima era abruzzese, originaria de L’Aquila, per la precisione del piccolo comune di Cagnano Amiterno, e si trovava in vacanza nel Paese nordafricano insieme al marito, anche lui presente sul battello al momento della collisione. Intorno alle 19, come hanno riportato i quotidiani locali, le due navi si sono scontrate. Sul mezzo che trasportava anche la donna, insegnante in una scuola di Pizzoli, viaggiavano circa 70-80 italiani. La collisione ha provocato importanti danni all’imbarcazione e ad alcune cabine, con la donna che è rimasta ferita. Nonostante i soccorsi, è poi deceduta. La console d’Italia al Cairo, Giulia De Nardis, si è diretta a Luxor per seguire da vicino la situazione degli italiani rimasti coinvolti nella collisione. Sul posto subito dopo l’incidente era andato il console onorario a Luxor. Intanto, il governatore della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, ha espresso la propria vicinanza alla famiglia della vittima: “A nome personale e dell’intera Giunta regionale, esprimo profondo cordoglio per la tragica scomparsa di Denise Ruggeri, deceduta in Egitto in seguito alla collisione tra due imbarcazioni sul Nilo. In un momento di così grande dolore, il pensiero va innanzitutto ai familiari e alle persone care, colpite da una perdita improvvisa e ingiusta, ai quali giungano la vicinanza e l’abbraccio dell’intera comunità abruzzese. La Regione Abruzzo si stringe attorno alla famiglia Ruggeri e si unisce al cordoglio di quanti in queste ore ricordano Denise e ne piangono la scomparsa”. L'articolo Scontro tra due navi sul Nilo, la vittima italiana è una donna abruzzese di 47 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Egitto, scontro tra due navi da crociera sul Nilo: morta una donna italiana
Una donna italiana è morta in un incidente tra due imbarcazioni da crociera sul Nilo, nella zona di Luxor, in Egitto. La notizia è stata diffusa con una nota del Ministero degli Esteri in cui si precisa che i funzionari del Consolato d’Italia sono “in contatto il coniuge della vittima e con i tour operator che hanno seguito gli altri cittadini italiani presenti sulla imbarcazione coinvolta”. Da quanto si apprende dai media locali, la collisione è avvenuta a circa 30 chilometri da Luxor intorno alle 19 locali. La vittima si trovava insieme al marito sulla Royal Beau Rivage, con circa 70-80 connazionali a bordo. Secondo le prime ricostruzioni, la collisione avrebbe distrutto almeno quattro cabine e la signora è stata ferita nell’impatto. In corso verifiche sugli altri italiani a bordo. L'articolo Egitto, scontro tra due navi da crociera sul Nilo: morta una donna italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così l’Egitto controlla e reprime i gruppi della società civile
Anche dopo la chiusura del famoso “caso 173” contro le organizzazioni non governative locali – un’indagine durata 13 anni e archiviata un anno fa – le autorità egiziane continuano ad accanirsi contro i gruppi della società civile. Attraverso interviste con esponenti di 12 ong e l’analisi di documenti ufficiali, Amnesty International ha reso noti una serie di casi in cui, servendosi della legge 149 del 2019 sulle associazioni, il governo del Cairo continua a imporre un controllo pressoché totale sulle organizzazioni della società civile. L’Unità per le associazioni e il lavoro civile del ministero della Solidarietà sociale, responsabile della regolamentazione e del controllo delle organizzazioni non governative, impone un processo preventivo di registrazione completamente arbitrario: può ritardarla o rifiutarla se ritiene che i fini statutari violino le leggi (il che vuol dire tutto e nulla), fare ispezioni senza preavviso, bloccare i finanziamenti e interferire nella composizione degli organi direttivi al punto da obbligare alle dimissioni i loro componenti. Questo organismo può anche sciogliere le associazioni o confinarle nell’ambito del cosiddetto “sviluppo sociale”, impedendo loro di svolgere attività in favore dei diritti umani. Questo bavaglio è reso più stretto dall’azione dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (i famigerati servizi segreti interni), che minaccia le attiviste e gli attivisti delle associazioni attraverso telefonate, convocazioni illegali e pesanti interrogatori ma che spesso usa metodi più pesanti, come le sparizioni forzate e le torture. Un emendamento dell’anno scorso alla legge del 2019 consente di avviare procedimenti penali nei confronti di coloro che ricevono finanziamenti dall’estero per “atti ostili contro l’Egitto”: è prevista addirittura la pena di morte. L’effetto di tutto questo è raggelante: i centri congressi rifiutano di ospitare eventi senza l’autorizzazione delle autorità competenti e anche quando questi si svolgono sono pesantemente presidiati da agenti in borghese. Ogni contenuto audiovisivo che s’intende mostrare dev’essere prima visionato e approvato. Le banche rifiutano di lavorare sui conti correnti delle associazioni senza l’ok dalle autorità: ci sono stati casi in cui l’attesa è durata fino a 15 mesi, impedendo così alle associazioni di svolgere attività e pagare gli stipendi ai loro dipendenti. L'articolo Così l’Egitto controlla e reprime i gruppi della società civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La procura di Torino aveva archiviato l’indagine sull’imam Shahin che Piantedosi vuole espellere
Una denuncia presto archiviata dai pm perché non c’era nessun reato. La Digos della Questura di Torino aveva trasmesso alla procura un’annotazione sulle frasi pronunciate durante una manifestazione pro-Palestina il 9 ottobre da Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario che aveva affermato di non ritenere gli attacchi di Hamas una violenza. Nelle sue frasi, per le quali la deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli ha di fatto chiesto e ottenuto dal ministro Matteo Piantedosi l’espulsione del religioso, la procura non ha trovato alcun elemento per ipotizzare una violazione del codice penale, neanche un’istigazione a delinquere. Era quindi stato aperto un fascicolo “modello 45” per “fatti non costituenti notizie di reato”, poi archiviato. E così, quando il Viminale ha chiesto all’autorità giudiziaria se ci fossero ragioni contrarie all’espulsione, come l’esistenza di importanti procedimenti a suo carico, l’autorità giudiziaria torinese ha risposto con un nulla osta. Non un’autorizzazione – precisano dagli uffici –, ma la risposta a una precisa domanda del ministero. Shahin, egiziano di 46 anni, da oltre venti anni in Italia, si trova ancora rinchiuso nel Centro di permanenza per il rimpatrio a Caltanissetta, lontano centinaia di chilometri dalla moglie, una mediatrice culturale, dai due figli e dai suoi avvocati, Fairus Ahmed Jamas e Gianluca Vitale. Venerdì la Corte d’appello di Torino ha convalidato il suo trattenimento nel Cpr siciliano. Il giorno prima, nel corso dell’udienza, collegato in videoconferenza con la giudice Maria Cristina Pagano, Shahin aveva affermato: “Non sono un sostenitore di Hamas e non sono una persona che incita alla violenza”, aggiungendo di ritenere che “anche il popolo palestinese dovrebbe avere una propria sovranità”. Alla giudice, l’imam ha affermato che un rimpatrio in Egitto metterebbe a rischio la sua incolumità per via delle sue posizioni contrarie al regime di Abdel Fattah Al-Sisi e che alcuni parenti sono stati arrestati per questo motivo. Sempre nel corso dell’udienza, sono emersi due elementi che hanno portato il ministero a ritenerlo pericoloso per lo Stato italiano. In sostanza, a Shahin vengono contestati due contatti. Il primo è quello con Gabriele Ibrahim Delnevo, un 23enne genovese morto da foreign fighter in Siria. I due erano stati fermati nel marzo 2012 per un controllo occasionale a Imperia. L’imam ha spiegato di non aver conosciuto bene Delnevo. Il secondo riguarda invece Elmadhi Halili, un giovane condannato per aver propagandato materiali dell’Isis in lingua italiana. Alla base, ci sarebbe un’intercettazione messa agli atti dell’ultima inchiesta su Halili, una conversazione nella quale diceva a un suo contatto di andare alla moschea di via Saluzzo. Alla giudice, Shahin ha spiegato di averlo visto in alcune occasioni frequentare il centro di preghiera, nulla di più. Nessun coinvolgimento maggiore nelle attività dei due, ma dei contatti sporadici sono bastati al ministero per decretarne l’espulsione. Venerdì, oltre al verdetto della Corte d’appello che conferma la permanenza nel Cpr, è arrivata anche quella della commissione territoriale della prefettura di Siracusa, che ha rigettato la domanda di protezione internazionale fatta lunedì, al momento del trattenimento di Shahin. Ora gli avvocati Vitale e Ahmed Jamas sono al lavoro per ricorrere contro tutte le decisioni prese finora dall’autorità contro Shahin: un ricorso in Cassazione contro il trattenimento, un ricorso al Tribunale civile di Siracusa contro il rigetto della domanda di protezione internazionale, uno al Tar del Piemonte contro l’annullamento del permesso di soggiorno e, infine, al Tar del Lazio contro il decreto firmato da Piantedosi in persona. L'articolo La procura di Torino aveva archiviato l’indagine sull’imam Shahin che Piantedosi vuole espellere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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