Secondo testimonianze raccolte da Amnesty International, dalla fine di dicembre
2025 agenti di polizia in borghese egiziani hanno effettuato rastrellamenti
arbitrari di cittadini siriani, sudanesi, sud-sudanesi e di altri stati
dell’Africa subsahariana, fermandoli per controlli d’identità nelle strade o nei
luoghi di lavoro in diverse città. Le persone trovate prive di un permesso di
soggiorno valido sono state portate via su furgoni senza contrassegni, anche
quando erano state in grado di esibire la tessera dell’agenzia Onu per i
rifugiati (Unhcr).
L’organizzazione per i diritti umani ha documentato dettagliatamente l’arresto
arbitrario da parte delle forze di sicurezza egiziane di 22 persone rifugiate e
richiedenti asilo, tra cui un minorenne e due donne, prelevate dalle loro
abitazioni, fermate in strada o ai posti di controllo tra la fine di dicembre
del 2025 e il 5 febbraio 2026 nelle province del Cairo, Giza, al-Qalyubia e
Alessandria. Le persone arrestate e poste in detenute provenivano da Sudan,
Siria e Sud Sudan; 15 di loro erano registrate presso l’Unhcr.
Di questo gruppo, le forze di sicurezza hanno espulso un richiedente asilo
siriano registrato presso l’Unhcr. Le altre 21 persone restano a rischio di
espulsione, poiché le autorità hanno già avviato le procedure nonostante il
pubblico ministero avesse disposto la scarcerazione di 19 di loro, mentre tre
avevano appuntamenti già fissati per il rinnovo del permesso di soggiorno.
Non sono disponibili statistiche ufficiali sulle espulsioni di cittadini
siriani, ma intorno alla metà di gennaio organizzazioni non governative egiziane
hanno lanciato l’allarme sull’aumento delle espulsioni illegali verso la Siria.
Il 17 gennaio l’ambasciata siriana al Cairo ha dichiarato di aver ricevuto
informazioni dalle autorità egiziane circa “campagne periodiche di verifica dei
permessi di soggiorno”, invitando i cittadini siriani a portare sempre con sé un
permesso valido.
Il 31 gennaio, in una conferenza stampa, l’ambasciatore sudanese al Cairo ha
affermato che 207 cittadini sudanesi erano rientrati dall’Egitto nel dicembre
del 2025 e altri 371 nel gennaio del 2026, senza chiarire se si trattasse di
espulsioni effettuate dalle forze di sicurezza o di rientri avvenuti nell’ambito
di programmi coordinati tra l’ambasciata sudanese e le autorità egiziane per
evitare la detenzione a tempo indeterminato o il rischio di arresto. Il
diplomatico ha inoltre dichiarato che in quel periodo circa 400 cittadini
sudanesi erano detenuti in Egitto, senza precisarne i motivi.
Dallo scoppio del conflitto armato in Sudan nel 2023, le autorità egiziane hanno
periodicamente intensificato i controlli d’identità nei confronti di cittadini
stranieri, arrestando coloro che risultavano privi di documentazione e
procedendo successivamente alla loro espulsione. Il governo egiziano non
pubblica dati ufficiali sulle espulsioni. Nel gennaio del 2026 risultavano
registrate presso l’Unhcr 1.099.024 persone rifugiate e richiedenti asilo. Molte
delle persone arrestate dalla fine di dicembre del 2025 avevano appuntamenti
fissati presso il dipartimento generale Passaporti, immigrazione e nazionalità
del ministero dell’Interno per il rinnovo del permesso di soggiorno. Tali
appuntamenti subiscono regolarmente ritardi a causa dell’arretrato di pratiche
amministrative: alcune persone hanno riferito di aver atteso fino a tre anni.
Gli arresti arbitrari sono avvenuti anche quando persone rifugiate e richiedenti
asilo erano in grado di esibire la tessera dell’Unhcr. La madre di un bambino
sudsudanese di 10 anni, titolare di un permesso di soggiorno valido, ha
raccontato ad Amnesty International di aver scelto di tenerlo a casa dopo aver
appreso che agenti di polizia avevano confiscato documenti validi appartenenti a
persone rifugiate.
I suoi timori si sono rivelati fondati. Amnesty International ha documentato il
caso di Eisa, un rifugiato eritreo di 20 anni registrato presso l’Unhcr e in
possesso di un permesso di soggiorno egiziano valido. La madre ha riferito che
agenti di polizia hanno confiscato la sua tessera Unhcr e il permesso di
soggiorno, avvertendolo: “La prossima volta ti fermeremo senza documenti e sarai
detenuto ed espulso”.
Il 23 gennaio agenti di polizia hanno arrestato Ahmed, un richiedente asilo
siriano di 40 anni registrato presso l’Unhcr, fermandolo in strada a 6th of
October City sei giorni prima dell’appuntamento per il rinnovo del permesso di
soggiorno. Il giorno seguente il pubblico ministero ne ha disposto la
scarcerazione in attesa di indagini per soggiorno irregolare in Egitto e il
rinvio all’“autorità amministrativa competente”, ossia il ministero
dell’Interno. Nonostante ciò, la polizia ha rifiutato di scarcerarlo e lo ha
portato via all’Agenzia per la sicurezza nazionale, agli uffici per
l’immigrazione e all’ambasciata siriana per verificarne l’identità, nell’ambito
delle procedure di espulsione. All’inizio di febbraio, la polizia ha informato
l’avvocato di Ahmed che, se la famiglia non avesse acquistato un biglietto aereo
per la Siria, sarebbe rimasto detenuto a tempo indeterminato. La famiglia ha
pagato il biglietto e le autorità lo hanno espulso, nonostante vivesse in Egitto
da 12 anni dopo essere fuggito dal conflitto armato in Siria, senza effettuare
una valutazione individuale dei rischi al rientro e malgrado l’ordine di
scarcerazione del pubblico ministero.
In linea con quanto avvenuto nel caso di Ahmed, il ministero dell’Interno ha già
iniziato ad accompagnare tutte le persone detenute presso varie autorità e
rappresentanze diplomatiche dei rispettivi paesi di origine nell’ambito delle
procedure di espulsione.
Il principio di non-respingimento vieta agli stati di trasferire una persona
verso un luogo in cui correrebbe un rischio concreto di gravi violazioni dei
diritti umani. Anche la legge sull’asilo egiziana, pur con le sue criticità,
vieta l’estradizione delle persone “riconosciute come rifugiate” verso il paese
di origine, sebbene altre disposizioni consentano implicitamente eccezioni sulla
base di generiche ragioni di “sicurezza nazionale e ordine pubblico”, in assenza
di adeguate garanzie procedurali.
La situazione sin qui descritta ha conseguenze devastanti per le famiglie
rifugiate, in particolare sul diritto all’istruzione e al lavoro. Tre famiglie,
tutte registrate presso l’Unhcr, hanno riferito ad Amnesty International di aver
smesso di mandare i figli a scuola o all’università per il timore che venissero
arrestati, poiché prive di un permesso di soggiorno valido.
Una famiglia ha dichiarato di non aver potuto ottenere un appuntamento per
rinnovare il permesso scaduto, poiché non è riuscita a contattare l’Unhcr – che
fissa gli appuntamenti per conto delle autorità egiziane – né recandosi presso
l’unico ufficio nel paese, a causa delle lunghe file, né tramite la linea
telefonica dedicata. Un’altra famiglia ha riferito che l’appuntamento del figlio
è stato fissato per il 2027.
Alcune persone rifugiate e richiedenti asilo hanno interrotto o limitato le
proprie attività lavorative per ridurre il rischio di arresto. Ahmed, un
richiedente asilo sudanese di 26 anni registrato presso l’Unhcr, lavorava come
insegnante in tre scuole. Si è dimesso da due e ora lavora solo in un istituto
vicino alla sua abitazione per limitare gli spostamenti, poiché il suo permesso
di soggiorno è scaduto e l’appuntamento per il rinnovo è fissato al 2028.
Amina, una rifugiata sudanese di 49 anni, madre single e registrata presso
l’Unhcr, ha raccontato ad Amnesty International di essere stata costretta a
chiedere l’elemosina per strada per mantenere le due figlie dopo aver perso la
principale fonte di reddito della famiglia, il figlio Moaatz. Questi,
richiedente asilo registrato presso l’Unhcr, è stato arrestato il 28 gennaio
mentre vendeva prodotti in strada al Cairo, per mancanza di un permesso di
soggiorno valido. L’appuntamento per il rinnovo era stato fissato al 2027.
Un destino migliore per queste persone ci sarebbe: l’Unione europea potrebbe
ampliare le opportunità di reinsediamento e creare percorsi sicuri e regolari
per le persone che necessitano di protezione internazionale. Ma l’Egitto è stato
appena dichiarato “paese sicuro”…
L'articolo L’Egitto rastrella ed espelle richiedenti asilo e rifugiati: le
conseguenze per le famiglie sono devastanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Egitto
Chi ha l’estate nel cuore è proprio l’estate che va sempre ricercando, in ogni
angolo di mondo, sfidando le stagioni e i calendari, anche quando l’agenda dice
febbraio e le città del Nord si muovono in scala di grigi. Ed è seguendo questa
bussola interiore che ci ritroviamo in Egitto, più precisamente a Marsa Alam, in
un paradosso temporale meraviglioso. Il viaggio inizia molto prima
dell’atterraggio, quando si prepara la valigia scavando nell’armadio alla
ricerca dei vestiti leggeri e la mente già fantastica. Si parte presto, quando i
piazzali dell’aeroporto di Malpensa sono ancora bagnati e l’aria ha
quell’umidità che ti entra dentro. Il cielo è basso, grigio, con una nebbia
sottile che impasta le luci e una pioggerellina intermittente, più fastidiosa
che scenografica. Nella sala d’attesa si incrociano giacche impermeabili e
cappucci, mentre sul tabellone la destinazione sembra quasi una promessa. Il
contrasto con quello che ci aspetta è parte del viaggio. Si parte con il freddo
nelle ossa e il desiderio di luce negli occhi; si decolla lasciando sotto nuvole
e asfalto lucido, e si atterra con il cielo infuocato dal tramonto. Cinque ore
di volo, un battito di ciglia sopra le nuvole, e il mondo si capovolge.
Quando il portellone dell’aereo si apre all’aeroporto internazionale di Marsa
Alam, si viene letteralmente avvolti nell’abbraccio secco e speziato
dell’Egitto, un “phon” naturale che asciuga l’umidità padana e scioglie le
tensioni accumulate in mesi di ufficio. Si può – anzi, si deve – partire
leggeri. Via i maglioni, via le sciarpe: qui il bagaglio ideale è fatto di lino,
costumi da bagno e occhiali da sole. È il più vicino dei paesi lontani, una
porta dimensionale che in mezza giornata (o poco più) ti trasporta dall’inverno
pieno alla primavera inoltrata. E non serve neanche il passaporto, basta la
carta d’identità.
LE COORDINATE DI VIAGGIO
Marsa Alam non è Sharm El Sheikh. E lo diciamo come un complimento assoluto. Se
Sharm è la movida, la folla e la frenesia, Marsa Alam è il respiro profondo, il
silenzio del vento, la natura che domina sull’uomo. Questa località, oggi una
delle mete più ambite del turismo internazionale, ha saputo mantenere intatta la
sua anima. Fino a pochi decenni fa, questo era solo un sonnolento villaggio di
pescatori e un centro logistico per le miniere dell’entroterra. Sì, perché prima
che il tesoro fosse il turismo, qui si cercavano oro e smeraldi. Oggi la
ricchezza è cambiata, è diventata la biodiversità, la pace, la possibilità di
disconnettersi dal mondo, ma quell’identità di frontiera, un po’ selvaggia e
defilata, è rimasta intatta.
La strada dall’aeroporto verso il resort è una di quelle sequenze che restano
nella memoria perché sembrano un quadro. Incollati al finestrino del transfer,
guardiamo scorrere un panorama che sembra dipinto da un artista ossessionato
dalle fasce cromatiche. Non c’è nulla di superfluo, solo l’essenziale bellezza
della natura. Sulla destra scorre il giallo dorato del deserto, roccioso e
fiero, che brilla sotto il sole in modo quasi abbagliante, punteggiato da
sfumature ocra e terra bruciata. Poi, lo sguardo scivola verso sinistra e
incontra il primo strato di mare: un verde cristallino, quasi smeraldo, che
tradisce la presenza della vita sottomarina e della barriera corallina a pelo
d’acqua. Subito dopo, il verde cede il passo al blu profondo, cobalto, intenso
del Mar Rosso, che si estende fino all’orizzonte dove si fonde con l’azzurro
limpido e terso del cielo. Bastano pochi chilometri su questa lingua di asfalto
sospesa tra sabbia e acqua per sentire il corpo reagire: è il pieno di vitamina
D che entra in circolo, le batterie che si ricaricano istantaneamente. Qui la
luce non è solo un fenomeno atmosferico, è una terapia.
In questo contesto di rinascita turistica si inserisce la nostra “casa” per
questi giorni: il Veraclub Vita Resort. Situato a circa 40 km dall’aeroporto,
all’interno del complesso “Portofino“, il resort è la novità di punta del 2026
di Veratour ed è un’esclusiva per il mercato italiano. Appena varcata la soglia,
si capisce perché questa struttura sia destinata a diventare un punto di
riferimento. La posizione è strategica: sorge su uno dei punti mare più
suggestivi della costa, abbracciato da una collina rocciosa che crea un
anfiteatro naturale, proteggendo la baia dai venti che spesso spazzano il Mar
Rosso. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, ha grandi risvolti pratici: qui
il mare è quasi sempre una tavola, accogliente anche quando altrove le bandiere
rosse sventolano sulle spiagge. Il villaggio è un inno al comfort italiano in
terra egiziana. La mattina ci si sveglia con i raggi del sole che sorge che
filtrano dalle tende della stanza e quando si spalanca la finestra si viene
inebriati dal profumo del mare che si staglia a pochi passi. Gli spazi sono
ampi, i giardini curatissimi sono oasi verdi che contrastano con l’arido
circostante. Per chi non riesce a stare fermo nemmeno in vacanza, c’è
l’imbarazzo della scelta: due campi da padel (lo sport del momento è arrivato
anche qui), tennis, beach volley, spa, una palestra attrezzata e persino una
pista da running che circonda il perimetro del resort. Ma è l’acqua l’elemento
dominante: numerose piscine, di cui due riscaldate (fondamentali nei mesi
invernali) e un parco acquatico che fa la gioia dei più piccoli. E poi c’è il
fattore umano, quel “Made in Italy” immateriale che Veratour esporta con
successo: l’assistenza con il personale che parla italiano, l’animazione mai
invadente ma sempre presente, e una cucina che sa mescolare i sapori speziati
locali con la rassicurante tradizione della pasta, preparata come si deve.
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SOTTO LA SUPERFICIE: L’ACQUARIO DI ALLAH
Ma il vero spettacolo, quello per cui si affronta il viaggio, inizia dove
finisce la sabbia corallina della spiaggia del resort. Grazie a un comodo
pontile che permette di superare il reef piatto, ci si tuffa direttamente nel
cuore della barriera corallina. Marsa Alam è considerata, a ragione, il paradiso
dei sub e degli amanti dello snorkeling. Basta mettere la testa sott’acqua per
capire che i confronti con Maldive o Caraibi non sono azzardati. È un universo
parallelo, un caleidoscopio in movimento. Nuvole di Anthias arancioni danzano
intorno ai coralli molli, pesci angelo dalle livree gialle e blu ti osservano
curiosi, mentre pesci scoiattolo rossi si nascondono negli anfratti. Per chi
vuole osare di più, la zona offre escursioni leggendarie. Con maschera e
boccaglio entri in un acquario naturale dove la vita è soprattutto movimento:
piccoli banchi che cambiano direzione all’unisono, pesci più grandi che passano
lenti come se avessero tempo, coralli che sembrano architetture. Non serve
essere sub: lo snorkeling, qui, è un’esperienza accessibile e ripetibile, che
puoi fare anche solo per mezz’ora e poi tornare al sole. L’impressione più forte
non è “vedere cose rare”, ma misurare la densità della vita sottomarina in un
ambiente che, visto da sopra, sembrava solo blu.
L’ALTRO MARE: QUELLO DI SABBIA E ROCCIA
Sarebbe un errore, però, vivere Marsa Alam solo guardando verso il mare. Basta
voltare le spalle all’acqua per trovarsi di fronte a un altro oceano, quello di
sabbia e roccia del Deserto Orientale. Il Vita Resort è il punto di partenza
perfetto per esplorare anche l’entroterra desertico. Le escursioni in quad e 4×4
non sono solo adrenalina e polvere: sono un viaggio nella geologia e nella
storia. Ci si addentra nei wadi, gli antichi letti dei fiumi ormai prosciugati,
canyon naturali scavati nella roccia metamorfica punteggiati solo da qualche
albero di acacia piegato dalla forza del vento. Qui, tra le acacie solitarie che
sfidano la siccità, vive la comunità beduina degli Ababda. Seminomadi, custodi
di un tempo che sembra essersi fermato, si orientano ancora con le stelle e i
ritmi della luna. Fermarsi a bere un tè speziato sotto la loro tenda, mentre il
silenzio assoluto del deserto ti avvolge, è un esercizio di meditazione. Queste
tribù custodiscono segreti millenari, come quelli delle spezie e degli oli con
cui ricavano prodotti naturali che fanno conoscere a chi fa loro visita. Non
lontano si trovano le antiche miniere di smeraldi di Wadi Sikait e Wadi Gimal,
note fin dai tempi di Cleopatra, o le miniere d’oro di Wadi Barramiya. E per chi
ama la storia con la S maiuscola, la posizione di Marsa Alam permette di
raggiungere in giornata Edfu, per ammirare il tempio di Horus. Costruito tra il
237 e il 57 a.C., è uno dei templi meglio conservati d’Egitto. Per chi cerca
invece la dimensione storica, l’idea di una gita verso siti archeologici
dell’Alto Egitto resta un’opzione che completa la vacanza balneare: Marsa Alam,
da questo punto di vista, è una porta laterale sulla terra dei faraoni,
raggiungibile con 5-6 ore di viaggio in auto.
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I NUMERI: PERCHÉ L’EGITTO PIACE (E QUANDO SI VIAGGIA)
Il ritorno di attenzione sull’Egitto non è solo un’impressione. Secondo dati
diffusi da Veratour nel corso dell’edizione 2026 della sua convention annuale,
il 2025 si è chiuso con una crescita della destinazione del +32,77% rispetto al
2024 e il Paese rappresenta una quota rilevante del fatturato complessivo del
tour operator. Nel 2026, sempre secondo le indicazioni riportate, l’ordinato
risulta in aumento e l’Egitto continua a correre nelle prime settimane
dell’anno. In parallelo, la fotografia più ampia del comportamento degli
italiani racconta una forte propensione al viaggio: l’Holiday Barometer di Europ
Assistance realizzato con Ipsos segnala che l’86% degli italiani pianifica
almeno una vacanza e che cresce la tendenza a spostarsi anche nei mesi di
spalla, con una quota significativa che preferisce settembre e giugno. È un dato
che aiuta a capire perché un “colpo di sole” invernale sul Mar Rosso sia
diventato una scelta ricorrente: destagionalizzare non è più una nicchia. Quanto
agli operatori, Veratour si conferma il secondo tour operator italiano con un
fatturato di 265 milioni di euro nel 2025 e rivendica un dato di fidelizzazione
alto: il 43% di clienti “repeaters”, cioè persone che tornano a prenotare. È
un’informazione utile non come slogan, ma come indicatore: chi torna, spesso, lo
fa perché cerca prevedibilità logistica e qualità “senza sorprese”, soprattutto
quando l’obiettivo del viaggio è riposare.
L'articolo L’estate nel cuore dell’inverno: fuga a Marsa Alam, dove il deserto
si tuffa nel blu della barriera corallina proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro,
dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel
cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a
quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di
cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani.
Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia
di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del
presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal
Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già
sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti
umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso
Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far
passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare
le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence.
Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in
sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile,
indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“,
come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei
diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale
ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata
collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare
nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale
nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di
normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al
Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro
dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato
con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo
strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e
responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni.
Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di
passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia.
Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del
Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“.
Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su
Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce
nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro
dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi
complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un
paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che
stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che
ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva
ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini.
Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così
è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a
rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at
the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro
internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del
Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in
collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario
della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la
professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni
europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha
rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di
Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini
portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti
dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa
e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole
che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica
su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a
parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede
imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i
colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati
del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono
contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di
concorso in omicidio aggravato).
“Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di
fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una
volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo
segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre
presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il
suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”.
Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie,
a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human
Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi
parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del
progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti
umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il
programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i
contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati
all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla
soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è
prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di
monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi
pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se
vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi
che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che
magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle
loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi
controlli siano stati portati avanti”.
A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di
sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni,
ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha
già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs
che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong
Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni
sono una vergogna per il nostro Paese”.
L'articolo A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con
la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Torturano e macellano uno squalo balena mentre è ancora vivo. Lo scempio è
accaduto in Egitto, nelle acque del Mar Rosso, ed è diventato subito virale su
Instagram perché uno dei pescatori autori di questo orrendo e disumano gesto ha
avuto l’idea di filmare il collega in azione. Intanto precisiamo che lo squalo
balena (Rhincodon typus) è il pesce più grande del pianeta con esemplari che
possono superare i 12 metri di lunghezza.
Animale che non attacca l’uomo perché si alimenta con il plancton e qualche
pesciolino, lo squalo balena è classificato nel mondo specie in pericolo quindi
tutelato dalle autorità. I due pescatori si sono così macchiati non solo di vile
disprezzo per la vita animale, ma hanno compiuto un vero e proprio gesto
illegale per commerciare le preziose pinne dello squalo.
La loro barbara azione di pesca, tortura e infine taglio delle pinne mentre
l’animale ancora si muoveva ed era vivo è costato ai due l’arresto. Secondo
quanto riferito da Egypt Today, la ministra egiziana dello Sviluppo Locale e
dell’Ambiente, Manal Awad ha dichiarato che “i pescatori saranno sottoposti a
procedimento legale una volta verificato il loro coinvolgimento” e che “l’azione
rientra negli sforzi dell’Egitto per proteggere la biodiversità e la vita
marina”.
L'articolo Torturano uno squalo balena e gli tagliano le pinne mentre è ancora
vivo, il video choc scatena l’indignazione: “I pescatori saranno indagati”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dieci anni. Interminabili. Un decennio è ormai passato dal sequestro e
dall’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto il
25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3
febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Su Giulio, dirà
la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “Tutto il male del mondo”. Ed è questo
il titolo del docufilm che arriverà nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4
febbraio 2026, distribuito da Fandango, dopo l’anteprima nazionale del 25
gennaio a Fiumicello Villa Vicentina, organizzata in occasione del decimo
anniversario della scomparsa del ricercatore italiano.
Prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti e scritto con Emanuele
Cava e Matteo Billi, “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” ripercorre le
tappe del caso e il processo ancora in corso in Italia, con le deposizioni dei
testimoni a giudizio, facendo emergere responsabilità, omissioni e verità
negate. A raccontare sono le voci degli stessi genitori di Giulio, Claudio
Regeni e Paola Deffendi, che da anni insieme all’avvocata Alessandra Ballerini,
chiedono verità e giustizia, sfidando il regime egiziano, di fronte alla mancata
collaborazione giudiziaria, l’ostruzionismo e i depistaggi. E alla parallela
incapacità del nostro Paese – nella sua componente politica – di mantenere
negli anni una posizione di fermezza, dato che alle iniziali richieste di
collaborazione dirette dai diversi governi verso il Cairo, si è progressivamente
sostituita una normalizzazione dei rapporti commerciali e politici, nel nome
degli affari, della politica estera, della realpolitik.
Ora, dieci anni dopo, la speranza della famiglia e del ‘popolo giallo’, quella
società civile che l’ha accompagnata in questi anni, è che possa riprendere al
più presto il processo in corso di fronte alla Corte di Assise di Roma, dopo lo
stop, con gli atti nuovamente inviati alla Consulta lo scorso 23 ottobre, quando
ormai la parola fine sembrava vicina, prima dell’attesa requisitoria del pm
Sergio Colaiocco. Quattro sono gli 007 egiziani imputati: Usham Helmi, il
generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim
Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato
(mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni
personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr).
“Confidiamo – ha dichiarato la famiglia Regeni – che la diffusione di questo
documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità
e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare
e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di “tutto
il male del mondo” che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più
difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso
nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”.
L'articolo “Tutto il male del mondo”: il trailer del docufilm su Giulio Regeni a
10 anni dal suo omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una delle coppe d’Africa più bagnate della storia – impressionanti le immagini
della pioggia che ha accompagnato il torneo marocchino dal 21 dicembre a oggi –
entra nell’ultimo giro di pista: mercoledì 14 gennaio, le due semifinali, quella
dei padroni di casa contro la Nigeria (Rabat, ore 21), preceduta alle 17 a
Tangeri da Egitto-Senegal, ci consegneranno i nomi di chi, domenica, si sfiderà
per portare a casa il trofeo. Il Marocco aspetta questo giorno dal 1976.
L’Egitto, con sette trionfi in testa nell’albo d’oro, è a secco dal 2010. La
Nigeria dal 2018. Il Senegal dal 2021. Nel 2023 trionfò la Costa d’Avorio,
spazzata via nei quarti dall’Egitto.
Marocco-Nigeria fermerà il paese per due ore. Trentotto milioni seguiranno con
tutti i mezzi possibili la sfida di Rabat. L’ultima semifinale con i Leoni
dell’Atlanta in campo risale a 22 anni fa. Il Marocco ha la miglior difesa
(appena 1 gol subito, realizzato dal Mali nella fase a gironi), ma la Nigeria
replica con il miglior attacco (14 reti). La nazionale di casa schiera il bomber
del torneo: il “madridista” Brahim Diaz, a quota 5. I nigeriani Osimhen e
Lookman, nostre conoscenze, hanno realizzato rispettivamente 4 e 3 gol. Il
Marocco è trascinato dal paese e da un governo che ha investito notevoli risorse
per costruire e ristrutturare gli stadi, sottraendo denaro importante ad altri
settori vitali, come ad esempio quello della sanità.
La Nigeria, come spesso accaduto in passato, ha regalato titoli per i consueti
litigi tra squadra e federazione, argomento – pure qui solita storia – i premi
in denaro. Ma stavolta c’è stato qualcosa in più a tormentare le giornate delle
Super Aquile, fuori dal mondiale 2026: il plateale litigio in campo che ha avuto
per protagonisti Osimhen e Lookman. Argomento di discussione: un – presunto –
eccesso di egoismo da parte dell’atalantino, sottolineato dall’ex napoletano con
la frase “il calcio è un gioco di squadra”.
Marocco e Nigeria si sono affrontate otto volte, con i Leoni dell’Atlante in
leggero vantaggio (cinque vittorie a tre). In Coppa d’Africa, questa semifinale
è un remake della lontana sfida del 1980, vinta dalla Nigeria 1-0 a Lagos. Il
panorama dei giocatori importanti si allarga sul fronte marocchino con Hakimi e
il portiere Bounou, mentre, sull’altro versante, il capitano Ndidi (Besiktas),
Iwobi (Fulham), l’ex milanista Chukwueze (Fulham) e Adams (Siviglia) sono le
altre pedine importanti. Tra gli “italiani” della banda di Augustin Eguaoven, il
laziale Dele-Bashiru e il pisano Akinsanmiro. Il difensore Calvin Bansey è nato
ad Aosta, ma quando era bambino i genitori si trasferirono in Inghilterra ed è
cresciuto nel settore giovanile del Leicester.
La partita vale molto per il Marocco e moltissimo per il ct, Walid Regragui. Un
ko potrebbe mettere in discussione la sua posizione: “La Nigeria ha buoni
giocatori e una panchina profonda, ma la cosa importante è che dobbiamo essere
mentalmente forti per non permettere al nostro avversario di respirare. Noi
siamo cresciuti di partita in partita e questo mi rassicura. Vogliamo la finale
per regalare una gioia al nostro popolo”.
Senegal–Egitto vive soprattutto sulla sfida a distanza di illustri ex compagni
di squadra di Liverpool, Sadio Mané e Mo Salah. I due attaccanti non ebbero uno
splendido rapporto. Gelosie, capricci e accuse di egoismo a Salah da parte di
Mané. L’egiziano è in caduta libera a Liverpool. È entrato in rotta di
collisione con il tecnico olandese Arne Slot e la sua polemica ha regalato
materiale in abbondanza ai giornali. In Coppa d’Africa si è ritrovato, firmando
quattro gol. “Per me forse è l’ultima occasione per vincere finalmente questo
torneo”. Mo, 33 anni, ha segnato un totale di 11 reti nella fase finale della
Coppa d’Africa ed è a quota 4 nel torneo attuale.
Mané, 34 anni ad aprile, dopo l’esperienza al Bayern Monaco si è accasato in
Arabia Saudita, all’Al Nassr. Non ha brillato in Marocco, ma resta una figura
chiave del Senegal. Non dimentica il passato con Salah. “Penso che Mo sia un
ragazzo molto simpatico, anche se in campo a volte mi passava la palla e a volte
no. Ricordo ancora una partita in cui ero davvero, davvero arrabbiato perché lui
non mi passò quasi mai il pallone”, ha detto nel podcast Rio Ferdinand Presents.
L’Egitto ha un conto in sospeso con il Senegal. Nel 2021, i Faraoni persero ai
rigori la finale della Coppa d’Africa e nel marzo 2022, furono ancora superati
al dischetto nello spareggio per la qualificazione al mondiale in Qatar. Il
penalty decisivo fu realizzato da Mané, mentre Salah fece cilecca. In rosa, nel
Senegal, il quasi ex laziale Dia, mentre, nell’Egitto, spiccano Marmoush,
attaccante del Manchester City e Mahmoud Trézéguet, bomber dell’Al Ahly.
L'articolo Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si
ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Circa 600 cittadini italiani sono bloccati a Sharm El-Sheik a seguito della
cancellazione – disposta nella giornata di ieri – di tre voli di linea diretti a
Milano.
In un comunicato la Farnesina spiega che la situazione si deve alla “sospensione
del traffico aereo dalla Grecia per un guasto tecnico alle comunicazioni”. Il
traffico aereo sopra la penisola greca è stato interrotto ieri per un problema
tecnico alla Regione informazioni volo di Atene (Fir). Secondo il quotidiano
Kathimerini il guasto sarebbe legato ai sistemi di radiofrequenza centrali dei
Centri di controllo di Atene e Macedonia, necessari per mantenere il contatto
con i voli (nazionali e internazionali) che orbitano sopra il territorio greco.
I rapporti preliminari hanno indicato un guasto del circuito, del quale la causa
precisa è ancora da chiarire.
Stando al comunicato del ministero, i primi cittadini a fare ritorno “dovrebbero
rientrare con un volo straordinario Neos, previsto partire a mezzanotte di
stasera. Sullo stesso volo, rientreranno altri connazionali con il coordinamento
dell’Ambasciata d’Italia al Cairo, che ha inviato due funzionari sul posto”. La
Farnesina si dice in stretto raccordo con l’Ambasciata che “sta inoltre
prestando la massima assistenza ai connazionali rimasti a terra per assicurare
che siano alloggiati in strutture adeguate e” – chiude il comunicato “per
identificare nuovi voli che permettano il loro rientro in Italia nel più breve
tempo possibile”.
L'articolo Voli cancellati per un guasto, bloccati in Egitto circa 600 italiani.
I primi ritorni attesi stanotte proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna si è messa in posa per la fotografia perfetta e ha rischiato la morte.
Il fatto è accaduto a Marsa Matrouh, una località balneare dell’Egitto famosa
per la acque cristalline le formazioni rocciose. La signora, una turista cinese,
si è seduta all’interno del cosiddetto “Matrouh Eye”, anche conosciuto come
“Bagno di Cleopatra”. Si tratta di una cavità naturale dove le onde si
infrangono violentemente. Nonostante le condizioni agitate del mare, la turista
ha deciso di farsi scattare una foto a bordo della roccia. Da lì, la tragedia.
Un’onda ha colpito il “Matrouh Eye” e la donna seduta sullo scoglio,
travolgendola e trascinandola verso il mare aperto. Alcuni testimoni sono
intervenuti per salvare la signora. Tra questi un uomo che si è sporto dalle
rocce per afferrare la turista, salvandole la vita. Secondo quanto riportato dal
New York Post, la donna non ha riportato incredibilmente lesioni ma lievi
escoriazioni.
I SELFIE ESTREMI
Dopo l’incidente accaduto a Marsa Matrouh, le autorità egiziane hanno richiamato
i turisti a evitare gesti estremi per scattare il selfie perfetto. Gli organi
competenti hanno ricordato la pericolosità del “Matrouh Eye”, una tappa tanto
bella da vedere quanto pericolosa nei giorni di mare mosso.
> ???? A monster wave wipes out a woman who was posing on a cliff.
> https://t.co/Nn3iDCjOmQ
>
> ????: newsX pic.twitter.com/krtEG3lvmX
>
> — TMZ (@TMZ) December 22, 2025
L'articolo Si mette in posa per scattare una foto nel “Bagno di Cleopatra” e
viene travolta da un’onda che la trascina in mare aperto: turista salva per
miracolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si chiamava Denise Ruggeri e aveva 47 anni la donna che nella serata di domenica
è deceduta in Egitto dopo lo scontro tra due navi da crociera sul Nilo, a circa
30 chilometri da Luxor. La vittima era abruzzese, originaria de L’Aquila, per la
precisione del piccolo comune di Cagnano Amiterno, e si trovava in vacanza nel
Paese nordafricano insieme al marito, anche lui presente sul battello al momento
della collisione.
Intorno alle 19, come hanno riportato i quotidiani locali, le due navi si sono
scontrate. Sul mezzo che trasportava anche la donna, insegnante in una scuola di
Pizzoli, viaggiavano circa 70-80 italiani. La collisione ha provocato importanti
danni all’imbarcazione e ad alcune cabine, con la donna che è rimasta ferita.
Nonostante i soccorsi, è poi deceduta.
La console d’Italia al Cairo, Giulia De Nardis, si è diretta a Luxor per seguire
da vicino la situazione degli italiani rimasti coinvolti nella collisione. Sul
posto subito dopo l’incidente era andato il console onorario a Luxor. Intanto,
il governatore della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, ha espresso la propria
vicinanza alla famiglia della vittima: “A nome personale e dell’intera Giunta
regionale, esprimo profondo cordoglio per la tragica scomparsa di Denise
Ruggeri, deceduta in Egitto in seguito alla collisione tra due imbarcazioni sul
Nilo. In un momento di così grande dolore, il pensiero va innanzitutto ai
familiari e alle persone care, colpite da una perdita improvvisa e ingiusta, ai
quali giungano la vicinanza e l’abbraccio dell’intera comunità abruzzese. La
Regione Abruzzo si stringe attorno alla famiglia Ruggeri e si unisce al
cordoglio di quanti in queste ore ricordano Denise e ne piangono la scomparsa”.
L'articolo Scontro tra due navi sul Nilo, la vittima italiana è una donna
abruzzese di 47 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna italiana è morta in un incidente tra due imbarcazioni da crociera sul
Nilo, nella zona di Luxor, in Egitto. La notizia è stata diffusa con una nota
del Ministero degli Esteri in cui si precisa che i funzionari del Consolato
d’Italia sono “in contatto il coniuge della vittima e con i tour operator che
hanno seguito gli altri cittadini italiani presenti sulla imbarcazione
coinvolta”.
Da quanto si apprende dai media locali, la collisione è avvenuta a circa 30
chilometri da Luxor intorno alle 19 locali. La vittima si trovava insieme al
marito sulla Royal Beau Rivage, con circa 70-80 connazionali a bordo. Secondo le
prime ricostruzioni, la collisione avrebbe distrutto almeno quattro cabine e la
signora è stata ferita nell’impatto. In corso verifiche sugli altri italiani a
bordo.
L'articolo Egitto, scontro tra due navi da crociera sul Nilo: morta una donna
italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.