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L’Egitto rastrella ed espelle richiedenti asilo e rifugiati: le conseguenze per le famiglie sono devastanti
Secondo testimonianze raccolte da Amnesty International, dalla fine di dicembre 2025 agenti di polizia in borghese egiziani hanno effettuato rastrellamenti arbitrari di cittadini siriani, sudanesi, sud-sudanesi e di altri stati dell’Africa subsahariana, fermandoli per controlli d’identità nelle strade o nei luoghi di lavoro in diverse città. Le persone trovate prive di un permesso di soggiorno valido sono state portate via su furgoni senza contrassegni, anche quando erano state in grado di esibire la tessera dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). L’organizzazione per i diritti umani ha documentato dettagliatamente l’arresto arbitrario da parte delle forze di sicurezza egiziane di 22 persone rifugiate e richiedenti asilo, tra cui un minorenne e due donne, prelevate dalle loro abitazioni, fermate in strada o ai posti di controllo tra la fine di dicembre del 2025 e il 5 febbraio 2026 nelle province del Cairo, Giza, al-Qalyubia e Alessandria. Le persone arrestate e poste in detenute provenivano da Sudan, Siria e Sud Sudan; 15 di loro erano registrate presso l’Unhcr. Di questo gruppo, le forze di sicurezza hanno espulso un richiedente asilo siriano registrato presso l’Unhcr. Le altre 21 persone restano a rischio di espulsione, poiché le autorità hanno già avviato le procedure nonostante il pubblico ministero avesse disposto la scarcerazione di 19 di loro, mentre tre avevano appuntamenti già fissati per il rinnovo del permesso di soggiorno. Non sono disponibili statistiche ufficiali sulle espulsioni di cittadini siriani, ma intorno alla metà di gennaio organizzazioni non governative egiziane hanno lanciato l’allarme sull’aumento delle espulsioni illegali verso la Siria. Il 17 gennaio l’ambasciata siriana al Cairo ha dichiarato di aver ricevuto informazioni dalle autorità egiziane circa “campagne periodiche di verifica dei permessi di soggiorno”, invitando i cittadini siriani a portare sempre con sé un permesso valido. Il 31 gennaio, in una conferenza stampa, l’ambasciatore sudanese al Cairo ha affermato che 207 cittadini sudanesi erano rientrati dall’Egitto nel dicembre del 2025 e altri 371 nel gennaio del 2026, senza chiarire se si trattasse di espulsioni effettuate dalle forze di sicurezza o di rientri avvenuti nell’ambito di programmi coordinati tra l’ambasciata sudanese e le autorità egiziane per evitare la detenzione a tempo indeterminato o il rischio di arresto. Il diplomatico ha inoltre dichiarato che in quel periodo circa 400 cittadini sudanesi erano detenuti in Egitto, senza precisarne i motivi. Dallo scoppio del conflitto armato in Sudan nel 2023, le autorità egiziane hanno periodicamente intensificato i controlli d’identità nei confronti di cittadini stranieri, arrestando coloro che risultavano privi di documentazione e procedendo successivamente alla loro espulsione. Il governo egiziano non pubblica dati ufficiali sulle espulsioni. Nel gennaio del 2026 risultavano registrate presso l’Unhcr 1.099.024 persone rifugiate e richiedenti asilo. Molte delle persone arrestate dalla fine di dicembre del 2025 avevano appuntamenti fissati presso il dipartimento generale Passaporti, immigrazione e nazionalità del ministero dell’Interno per il rinnovo del permesso di soggiorno. Tali appuntamenti subiscono regolarmente ritardi a causa dell’arretrato di pratiche amministrative: alcune persone hanno riferito di aver atteso fino a tre anni. Gli arresti arbitrari sono avvenuti anche quando persone rifugiate e richiedenti asilo erano in grado di esibire la tessera dell’Unhcr. La madre di un bambino sudsudanese di 10 anni, titolare di un permesso di soggiorno valido, ha raccontato ad Amnesty International di aver scelto di tenerlo a casa dopo aver appreso che agenti di polizia avevano confiscato documenti validi appartenenti a persone rifugiate. I suoi timori si sono rivelati fondati. Amnesty International ha documentato il caso di Eisa, un rifugiato eritreo di 20 anni registrato presso l’Unhcr e in possesso di un permesso di soggiorno egiziano valido. La madre ha riferito che agenti di polizia hanno confiscato la sua tessera Unhcr e il permesso di soggiorno, avvertendolo: “La prossima volta ti fermeremo senza documenti e sarai detenuto ed espulso”. Il 23 gennaio agenti di polizia hanno arrestato Ahmed, un richiedente asilo siriano di 40 anni registrato presso l’Unhcr, fermandolo in strada a 6th of October City sei giorni prima dell’appuntamento per il rinnovo del permesso di soggiorno. Il giorno seguente il pubblico ministero ne ha disposto la scarcerazione in attesa di indagini per soggiorno irregolare in Egitto e il rinvio all’“autorità amministrativa competente”, ossia il ministero dell’Interno. Nonostante ciò, la polizia ha rifiutato di scarcerarlo e lo ha portato via all’Agenzia per la sicurezza nazionale, agli uffici per l’immigrazione e all’ambasciata siriana per verificarne l’identità, nell’ambito delle procedure di espulsione. All’inizio di febbraio, la polizia ha informato l’avvocato di Ahmed che, se la famiglia non avesse acquistato un biglietto aereo per la Siria, sarebbe rimasto detenuto a tempo indeterminato. La famiglia ha pagato il biglietto e le autorità lo hanno espulso, nonostante vivesse in Egitto da 12 anni dopo essere fuggito dal conflitto armato in Siria, senza effettuare una valutazione individuale dei rischi al rientro e malgrado l’ordine di scarcerazione del pubblico ministero. In linea con quanto avvenuto nel caso di Ahmed, il ministero dell’Interno ha già iniziato ad accompagnare tutte le persone detenute presso varie autorità e rappresentanze diplomatiche dei rispettivi paesi di origine nell’ambito delle procedure di espulsione. Il principio di non-respingimento vieta agli stati di trasferire una persona verso un luogo in cui correrebbe un rischio concreto di gravi violazioni dei diritti umani. Anche la legge sull’asilo egiziana, pur con le sue criticità, vieta l’estradizione delle persone “riconosciute come rifugiate” verso il paese di origine, sebbene altre disposizioni consentano implicitamente eccezioni sulla base di generiche ragioni di “sicurezza nazionale e ordine pubblico”, in assenza di adeguate garanzie procedurali. La situazione sin qui descritta ha conseguenze devastanti per le famiglie rifugiate, in particolare sul diritto all’istruzione e al lavoro. Tre famiglie, tutte registrate presso l’Unhcr, hanno riferito ad Amnesty International di aver smesso di mandare i figli a scuola o all’università per il timore che venissero arrestati, poiché prive di un permesso di soggiorno valido. Una famiglia ha dichiarato di non aver potuto ottenere un appuntamento per rinnovare il permesso scaduto, poiché non è riuscita a contattare l’Unhcr – che fissa gli appuntamenti per conto delle autorità egiziane – né recandosi presso l’unico ufficio nel paese, a causa delle lunghe file, né tramite la linea telefonica dedicata. Un’altra famiglia ha riferito che l’appuntamento del figlio è stato fissato per il 2027. Alcune persone rifugiate e richiedenti asilo hanno interrotto o limitato le proprie attività lavorative per ridurre il rischio di arresto. Ahmed, un richiedente asilo sudanese di 26 anni registrato presso l’Unhcr, lavorava come insegnante in tre scuole. Si è dimesso da due e ora lavora solo in un istituto vicino alla sua abitazione per limitare gli spostamenti, poiché il suo permesso di soggiorno è scaduto e l’appuntamento per il rinnovo è fissato al 2028. Amina, una rifugiata sudanese di 49 anni, madre single e registrata presso l’Unhcr, ha raccontato ad Amnesty International di essere stata costretta a chiedere l’elemosina per strada per mantenere le due figlie dopo aver perso la principale fonte di reddito della famiglia, il figlio Moaatz. Questi, richiedente asilo registrato presso l’Unhcr, è stato arrestato il 28 gennaio mentre vendeva prodotti in strada al Cairo, per mancanza di un permesso di soggiorno valido. L’appuntamento per il rinnovo era stato fissato al 2027. Un destino migliore per queste persone ci sarebbe: l’Unione europea potrebbe ampliare le opportunità di reinsediamento e creare percorsi sicuri e regolari per le persone che necessitano di protezione internazionale. Ma l’Egitto è stato appena dichiarato “paese sicuro”… L'articolo L’Egitto rastrella ed espelle richiedenti asilo e rifugiati: le conseguenze per le famiglie sono devastanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’estate nel cuore dell’inverno: fuga a Marsa Alam, dove il deserto si tuffa nel blu della barriera corallina
Chi ha l’estate nel cuore è proprio l’estate che va sempre ricercando, in ogni angolo di mondo, sfidando le stagioni e i calendari, anche quando l’agenda dice febbraio e le città del Nord si muovono in scala di grigi. Ed è seguendo questa bussola interiore che ci ritroviamo in Egitto, più precisamente a Marsa Alam, in un paradosso temporale meraviglioso. Il viaggio inizia molto prima dell’atterraggio, quando si prepara la valigia scavando nell’armadio alla ricerca dei vestiti leggeri e la mente già fantastica. Si parte presto, quando i piazzali dell’aeroporto di Malpensa sono ancora bagnati e l’aria ha quell’umidità che ti entra dentro. Il cielo è basso, grigio, con una nebbia sottile che impasta le luci e una pioggerellina intermittente, più fastidiosa che scenografica. Nella sala d’attesa si incrociano giacche impermeabili e cappucci, mentre sul tabellone la destinazione sembra quasi una promessa. Il contrasto con quello che ci aspetta è parte del viaggio. Si parte con il freddo nelle ossa e il desiderio di luce negli occhi; si decolla lasciando sotto nuvole e asfalto lucido, e si atterra con il cielo infuocato dal tramonto. Cinque ore di volo, un battito di ciglia sopra le nuvole, e il mondo si capovolge. Quando il portellone dell’aereo si apre all’aeroporto internazionale di Marsa Alam, si viene letteralmente avvolti nell’abbraccio secco e speziato dell’Egitto, un “phon” naturale che asciuga l’umidità padana e scioglie le tensioni accumulate in mesi di ufficio. Si può – anzi, si deve – partire leggeri. Via i maglioni, via le sciarpe: qui il bagaglio ideale è fatto di lino, costumi da bagno e occhiali da sole. È il più vicino dei paesi lontani, una porta dimensionale che in mezza giornata (o poco più) ti trasporta dall’inverno pieno alla primavera inoltrata. E non serve neanche il passaporto, basta la carta d’identità. LE COORDINATE DI VIAGGIO Marsa Alam non è Sharm El Sheikh. E lo diciamo come un complimento assoluto. Se Sharm è la movida, la folla e la frenesia, Marsa Alam è il respiro profondo, il silenzio del vento, la natura che domina sull’uomo. Questa località, oggi una delle mete più ambite del turismo internazionale, ha saputo mantenere intatta la sua anima. Fino a pochi decenni fa, questo era solo un sonnolento villaggio di pescatori e un centro logistico per le miniere dell’entroterra. Sì, perché prima che il tesoro fosse il turismo, qui si cercavano oro e smeraldi. Oggi la ricchezza è cambiata, è diventata la biodiversità, la pace, la possibilità di disconnettersi dal mondo, ma quell’identità di frontiera, un po’ selvaggia e defilata, è rimasta intatta. La strada dall’aeroporto verso il resort è una di quelle sequenze che restano nella memoria perché sembrano un quadro. Incollati al finestrino del transfer, guardiamo scorrere un panorama che sembra dipinto da un artista ossessionato dalle fasce cromatiche. Non c’è nulla di superfluo, solo l’essenziale bellezza della natura. Sulla destra scorre il giallo dorato del deserto, roccioso e fiero, che brilla sotto il sole in modo quasi abbagliante, punteggiato da sfumature ocra e terra bruciata. Poi, lo sguardo scivola verso sinistra e incontra il primo strato di mare: un verde cristallino, quasi smeraldo, che tradisce la presenza della vita sottomarina e della barriera corallina a pelo d’acqua. Subito dopo, il verde cede il passo al blu profondo, cobalto, intenso del Mar Rosso, che si estende fino all’orizzonte dove si fonde con l’azzurro limpido e terso del cielo. Bastano pochi chilometri su questa lingua di asfalto sospesa tra sabbia e acqua per sentire il corpo reagire: è il pieno di vitamina D che entra in circolo, le batterie che si ricaricano istantaneamente. Qui la luce non è solo un fenomeno atmosferico, è una terapia. In questo contesto di rinascita turistica si inserisce la nostra “casa” per questi giorni: il Veraclub Vita Resort. Situato a circa 40 km dall’aeroporto, all’interno del complesso “Portofino“, il resort è la novità di punta del 2026 di Veratour ed è un’esclusiva per il mercato italiano. Appena varcata la soglia, si capisce perché questa struttura sia destinata a diventare un punto di riferimento. La posizione è strategica: sorge su uno dei punti mare più suggestivi della costa, abbracciato da una collina rocciosa che crea un anfiteatro naturale, proteggendo la baia dai venti che spesso spazzano il Mar Rosso. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, ha grandi risvolti pratici: qui il mare è quasi sempre una tavola, accogliente anche quando altrove le bandiere rosse sventolano sulle spiagge. Il villaggio è un inno al comfort italiano in terra egiziana. La mattina ci si sveglia con i raggi del sole che sorge che filtrano dalle tende della stanza e quando si spalanca la finestra si viene inebriati dal profumo del mare che si staglia a pochi passi. Gli spazi sono ampi, i giardini curatissimi sono oasi verdi che contrastano con l’arido circostante. Per chi non riesce a stare fermo nemmeno in vacanza, c’è l’imbarazzo della scelta: due campi da padel (lo sport del momento è arrivato anche qui), tennis, beach volley, spa, una palestra attrezzata e persino una pista da running che circonda il perimetro del resort. Ma è l’acqua l’elemento dominante: numerose piscine, di cui due riscaldate (fondamentali nei mesi invernali) e un parco acquatico che fa la gioia dei più piccoli. E poi c’è il fattore umano, quel “Made in Italy” immateriale che Veratour esporta con successo: l’assistenza con il personale che parla italiano, l’animazione mai invadente ma sempre presente, e una cucina che sa mescolare i sapori speziati locali con la rassicurante tradizione della pasta, preparata come si deve. ‹ › 1 / 5 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.48 ‹ › 2 / 5 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.50 ‹ › 3 / 5 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.47 ‹ › 4 / 5 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.46 ‹ › 5 / 5 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.50 (1) SOTTO LA SUPERFICIE: L’ACQUARIO DI ALLAH Ma il vero spettacolo, quello per cui si affronta il viaggio, inizia dove finisce la sabbia corallina della spiaggia del resort. Grazie a un comodo pontile che permette di superare il reef piatto, ci si tuffa direttamente nel cuore della barriera corallina. Marsa Alam è considerata, a ragione, il paradiso dei sub e degli amanti dello snorkeling. Basta mettere la testa sott’acqua per capire che i confronti con Maldive o Caraibi non sono azzardati. È un universo parallelo, un caleidoscopio in movimento. Nuvole di Anthias arancioni danzano intorno ai coralli molli, pesci angelo dalle livree gialle e blu ti osservano curiosi, mentre pesci scoiattolo rossi si nascondono negli anfratti. Per chi vuole osare di più, la zona offre escursioni leggendarie. Con maschera e boccaglio entri in un acquario naturale dove la vita è soprattutto movimento: piccoli banchi che cambiano direzione all’unisono, pesci più grandi che passano lenti come se avessero tempo, coralli che sembrano architetture. Non serve essere sub: lo snorkeling, qui, è un’esperienza accessibile e ripetibile, che puoi fare anche solo per mezz’ora e poi tornare al sole. L’impressione più forte non è “vedere cose rare”, ma misurare la densità della vita sottomarina in un ambiente che, visto da sopra, sembrava solo blu. L’ALTRO MARE: QUELLO DI SABBIA E ROCCIA Sarebbe un errore, però, vivere Marsa Alam solo guardando verso il mare. Basta voltare le spalle all’acqua per trovarsi di fronte a un altro oceano, quello di sabbia e roccia del Deserto Orientale. Il Vita Resort è il punto di partenza perfetto per esplorare anche l’entroterra desertico. Le escursioni in quad e 4×4 non sono solo adrenalina e polvere: sono un viaggio nella geologia e nella storia. Ci si addentra nei wadi, gli antichi letti dei fiumi ormai prosciugati, canyon naturali scavati nella roccia metamorfica punteggiati solo da qualche albero di acacia piegato dalla forza del vento. Qui, tra le acacie solitarie che sfidano la siccità, vive la comunità beduina degli Ababda. Seminomadi, custodi di un tempo che sembra essersi fermato, si orientano ancora con le stelle e i ritmi della luna. Fermarsi a bere un tè speziato sotto la loro tenda, mentre il silenzio assoluto del deserto ti avvolge, è un esercizio di meditazione. Queste tribù custodiscono segreti millenari, come quelli delle spezie e degli oli con cui ricavano prodotti naturali che fanno conoscere a chi fa loro visita. Non lontano si trovano le antiche miniere di smeraldi di Wadi Sikait e Wadi Gimal, note fin dai tempi di Cleopatra, o le miniere d’oro di Wadi Barramiya. E per chi ama la storia con la S maiuscola, la posizione di Marsa Alam permette di raggiungere in giornata Edfu, per ammirare il tempio di Horus. Costruito tra il 237 e il 57 a.C., è uno dei templi meglio conservati d’Egitto. Per chi cerca invece la dimensione storica, l’idea di una gita verso siti archeologici dell’Alto Egitto resta un’opzione che completa la vacanza balneare: Marsa Alam, da questo punto di vista, è una porta laterale sulla terra dei faraoni, raggiungibile con 5-6 ore di viaggio in auto. ‹ › 1 / 4 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.50 (2) ‹ › 2 / 4 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.50 (3) ‹ › 3 / 4 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.51 ‹ › 4 / 4 WHATSAPP IMAGE 2026-02-15 AT 18.12.51 (1) I NUMERI: PERCHÉ L’EGITTO PIACE (E QUANDO SI VIAGGIA) Il ritorno di attenzione sull’Egitto non è solo un’impressione. Secondo dati diffusi da Veratour nel corso dell’edizione 2026 della sua convention annuale, il 2025 si è chiuso con una crescita della destinazione del +32,77% rispetto al 2024 e il Paese rappresenta una quota rilevante del fatturato complessivo del tour operator. Nel 2026, sempre secondo le indicazioni riportate, l’ordinato risulta in aumento e l’Egitto continua a correre nelle prime settimane dell’anno. In parallelo, la fotografia più ampia del comportamento degli italiani racconta una forte propensione al viaggio: l’Holiday Barometer di Europ Assistance realizzato con Ipsos segnala che l’86% degli italiani pianifica almeno una vacanza e che cresce la tendenza a spostarsi anche nei mesi di spalla, con una quota significativa che preferisce settembre e giugno. È un dato che aiuta a capire perché un “colpo di sole” invernale sul Mar Rosso sia diventato una scelta ricorrente: destagionalizzare non è più una nicchia. Quanto agli operatori, Veratour si conferma il secondo tour operator italiano con un fatturato di 265 milioni di euro nel 2025 e rivendica un dato di fidelizzazione alto: il 43% di clienti “repeaters”, cioè persone che tornano a prenotare. È un’informazione utile non come slogan, ma come indicatore: chi torna, spesso, lo fa perché cerca prevedibilità logistica e qualità “senza sorprese”, soprattutto quando l’obiettivo del viaggio è riposare. L'articolo L’estate nel cuore dell’inverno: fuga a Marsa Alam, dove il deserto si tuffa nel blu della barriera corallina proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni”
L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani. Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence. Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile, indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“, come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni. Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia. Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“. Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini. Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato). “Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”. Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie, a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi controlli siano stati portati avanti”. A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni sono una vergogna per il nostro Paese”. 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Torturano uno squalo balena e gli tagliano le pinne mentre è ancora vivo, il video choc scatena l’indignazione: “I pescatori saranno indagati”
Torturano e macellano uno squalo balena mentre è ancora vivo. Lo scempio è accaduto in Egitto, nelle acque del Mar Rosso, ed è diventato subito virale su Instagram perché uno dei pescatori autori di questo orrendo e disumano gesto ha avuto l’idea di filmare il collega in azione. Intanto precisiamo che lo squalo balena (Rhincodon typus) è il pesce più grande del pianeta con esemplari che possono superare i 12 metri di lunghezza. Animale che non attacca l’uomo perché si alimenta con il plancton e qualche pesciolino, lo squalo balena è classificato nel mondo specie in pericolo quindi tutelato dalle autorità. I due pescatori si sono così macchiati non solo di vile disprezzo per la vita animale, ma hanno compiuto un vero e proprio gesto illegale per commerciare le preziose pinne dello squalo. La loro barbara azione di pesca, tortura e infine taglio delle pinne mentre l’animale ancora si muoveva ed era vivo è costato ai due l’arresto. Secondo quanto riferito da Egypt Today, la ministra egiziana dello Sviluppo Locale e dell’Ambiente, Manal Awad ha dichiarato che “i pescatori saranno sottoposti a procedimento legale una volta verificato il loro coinvolgimento” e che “l’azione rientra negli sforzi dell’Egitto per proteggere la biodiversità e la vita marina”. L'articolo Torturano uno squalo balena e gli tagliano le pinne mentre è ancora vivo, il video choc scatena l’indignazione: “I pescatori saranno indagati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Tutto il male del mondo”: il trailer del docufilm su Giulio Regeni a 10 anni dal suo omicidio
Dieci anni. Interminabili. Un decennio è ormai passato dal sequestro e dall’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016 e ritrovato senza vita, con visibili segni di tortura, il 3 febbraio seguente, lungo la strada tra il Cairo e Alessandria. Su Giulio, dirà la madre Paola Deffendi, si è abbattuto “Tutto il male del mondo”. Ed è questo il titolo del docufilm che arriverà nelle sale cinematografiche il 2, 3 e 4 febbraio 2026, distribuito da Fandango, dopo l’anteprima nazionale del 25 gennaio a Fiumicello Villa Vicentina, organizzata in occasione del decimo anniversario della scomparsa del ricercatore italiano. Prodotto da Fandango e Ganesh, diretto da Simone Manetti e scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” ripercorre le tappe del caso e il processo ancora in corso in Italia, con le deposizioni dei testimoni a giudizio, facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. A raccontare sono le voci degli stessi genitori di Giulio, Claudio Regeni e Paola Deffendi, che da anni insieme all’avvocata Alessandra Ballerini, chiedono verità e giustizia, sfidando il regime egiziano, di fronte alla mancata collaborazione giudiziaria, l’ostruzionismo e i depistaggi. E alla parallela incapacità del nostro Paese – nella sua componente politica – di mantenere negli anni una posizione di fermezza, dato che alle iniziali richieste di collaborazione dirette dai diversi governi verso il Cairo, si è progressivamente sostituita una normalizzazione dei rapporti commerciali e politici, nel nome degli affari, della politica estera, della realpolitik. Ora, dieci anni dopo, la speranza della famiglia e del ‘popolo giallo’, quella società civile che l’ha accompagnata in questi anni, è che possa riprendere al più presto il processo in corso di fronte alla Corte di Assise di Roma, dopo lo stop, con gli atti nuovamente inviati alla Consulta lo scorso 23 ottobre, quando ormai la parola fine sembrava vicina, prima dell’attesa requisitoria del pm Sergio Colaiocco. Quattro sono gli 007 egiziani imputati: Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato, ndr). “Confidiamo – ha dichiarato la famiglia Regeni – che la diffusione di questo documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di “tutto il male del mondo” che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”. L'articolo “Tutto il male del mondo”: il trailer del docufilm su Giulio Regeni a 10 anni dal suo omicidio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giulio Regeni
Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané
Una delle coppe d’Africa più bagnate della storia – impressionanti le immagini della pioggia che ha accompagnato il torneo marocchino dal 21 dicembre a oggi – entra nell’ultimo giro di pista: mercoledì 14 gennaio, le due semifinali, quella dei padroni di casa contro la Nigeria (Rabat, ore 21), preceduta alle 17 a Tangeri da Egitto-Senegal, ci consegneranno i nomi di chi, domenica, si sfiderà per portare a casa il trofeo. Il Marocco aspetta questo giorno dal 1976. L’Egitto, con sette trionfi in testa nell’albo d’oro, è a secco dal 2010. La Nigeria dal 2018. Il Senegal dal 2021. Nel 2023 trionfò la Costa d’Avorio, spazzata via nei quarti dall’Egitto. Marocco-Nigeria fermerà il paese per due ore. Trentotto milioni seguiranno con tutti i mezzi possibili la sfida di Rabat. L’ultima semifinale con i Leoni dell’Atlanta in campo risale a 22 anni fa. Il Marocco ha la miglior difesa (appena 1 gol subito, realizzato dal Mali nella fase a gironi), ma la Nigeria replica con il miglior attacco (14 reti). La nazionale di casa schiera il bomber del torneo: il “madridista” Brahim Diaz, a quota 5. I nigeriani Osimhen e Lookman, nostre conoscenze, hanno realizzato rispettivamente 4 e 3 gol. Il Marocco è trascinato dal paese e da un governo che ha investito notevoli risorse per costruire e ristrutturare gli stadi, sottraendo denaro importante ad altri settori vitali, come ad esempio quello della sanità. La Nigeria, come spesso accaduto in passato, ha regalato titoli per i consueti litigi tra squadra e federazione, argomento – pure qui solita storia – i premi in denaro. Ma stavolta c’è stato qualcosa in più a tormentare le giornate delle Super Aquile, fuori dal mondiale 2026: il plateale litigio in campo che ha avuto per protagonisti Osimhen e Lookman. Argomento di discussione: un – presunto – eccesso di egoismo da parte dell’atalantino, sottolineato dall’ex napoletano con la frase “il calcio è un gioco di squadra”. Marocco e Nigeria si sono affrontate otto volte, con i Leoni dell’Atlante in leggero vantaggio (cinque vittorie a tre). In Coppa d’Africa, questa semifinale è un remake della lontana sfida del 1980, vinta dalla Nigeria 1-0 a Lagos. Il panorama dei giocatori importanti si allarga sul fronte marocchino con Hakimi e il portiere Bounou, mentre, sull’altro versante, il capitano Ndidi (Besiktas), Iwobi (Fulham), l’ex milanista Chukwueze (Fulham) e Adams (Siviglia) sono le altre pedine importanti. Tra gli “italiani” della banda di Augustin Eguaoven, il laziale Dele-Bashiru e il pisano Akinsanmiro. Il difensore Calvin Bansey è nato ad Aosta, ma quando era bambino i genitori si trasferirono in Inghilterra ed è cresciuto nel settore giovanile del Leicester. La partita vale molto per il Marocco e moltissimo per il ct, Walid Regragui. Un ko potrebbe mettere in discussione la sua posizione: “La Nigeria ha buoni giocatori e una panchina profonda, ma la cosa importante è che dobbiamo essere mentalmente forti per non permettere al nostro avversario di respirare. Noi siamo cresciuti di partita in partita e questo mi rassicura. Vogliamo la finale per regalare una gioia al nostro popolo”. Senegal–Egitto vive soprattutto sulla sfida a distanza di illustri ex compagni di squadra di Liverpool, Sadio Mané e Mo Salah. I due attaccanti non ebbero uno splendido rapporto. Gelosie, capricci e accuse di egoismo a Salah da parte di Mané. L’egiziano è in caduta libera a Liverpool. È entrato in rotta di collisione con il tecnico olandese Arne Slot e la sua polemica ha regalato materiale in abbondanza ai giornali. In Coppa d’Africa si è ritrovato, firmando quattro gol. “Per me forse è l’ultima occasione per vincere finalmente questo torneo”. Mo, 33 anni, ha segnato un totale di 11 reti nella fase finale della Coppa d’Africa ed è a quota 4 nel torneo attuale. Mané, 34 anni ad aprile, dopo l’esperienza al Bayern Monaco si è accasato in Arabia Saudita, all’Al Nassr. Non ha brillato in Marocco, ma resta una figura chiave del Senegal. Non dimentica il passato con Salah. “Penso che Mo sia un ragazzo molto simpatico, anche se in campo a volte mi passava la palla e a volte no. Ricordo ancora una partita in cui ero davvero, davvero arrabbiato perché lui non mi passò quasi mai il pallone”, ha detto nel podcast Rio Ferdinand Presents. L’Egitto ha un conto in sospeso con il Senegal. Nel 2021, i Faraoni persero ai rigori la finale della Coppa d’Africa e nel marzo 2022, furono ancora superati al dischetto nello spareggio per la qualificazione al mondiale in Qatar. Il penalty decisivo fu realizzato da Mané, mentre Salah fece cilecca. In rosa, nel Senegal, il quasi ex laziale Dia, mentre, nell’Egitto, spiccano Marmoush, attaccante del Manchester City e Mahmoud Trézéguet, bomber dell’Al Ahly. L'articolo Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Voli cancellati per un guasto, bloccati in Egitto circa 600 italiani. I primi ritorni attesi stanotte
Circa 600 cittadini italiani sono bloccati a Sharm El-Sheik a seguito della cancellazione – disposta nella giornata di ieri – di tre voli di linea diretti a Milano. In un comunicato la Farnesina spiega che la situazione si deve alla “sospensione del traffico aereo dalla Grecia per un guasto tecnico alle comunicazioni”. Il traffico aereo sopra la penisola greca è stato interrotto ieri per un problema tecnico alla Regione informazioni volo di Atene (Fir). Secondo il quotidiano Kathimerini il guasto sarebbe legato ai sistemi di radiofrequenza centrali dei Centri di controllo di Atene e Macedonia, necessari per mantenere il contatto con i voli (nazionali e internazionali) che orbitano sopra il territorio greco. I rapporti preliminari hanno indicato un guasto del circuito, del quale la causa precisa è ancora da chiarire. Stando al comunicato del ministero, i primi cittadini a fare ritorno “dovrebbero rientrare con un volo straordinario Neos, previsto partire a mezzanotte di stasera. Sullo stesso volo, rientreranno altri connazionali con il coordinamento dell’Ambasciata d’Italia al Cairo, che ha inviato due funzionari sul posto”. La Farnesina si dice in stretto raccordo con l’Ambasciata che “sta inoltre prestando la massima assistenza ai connazionali rimasti a terra per assicurare che siano alloggiati in strutture adeguate e” – chiude il comunicato “per identificare nuovi voli che permettano il loro rientro in Italia nel più breve tempo possibile”. L'articolo Voli cancellati per un guasto, bloccati in Egitto circa 600 italiani. I primi ritorni attesi stanotte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si mette in posa per scattare una foto nel “Bagno di Cleopatra” e viene travolta da un’onda che la trascina in mare aperto: turista salva per miracolo
Una donna si è messa in posa per la fotografia perfetta e ha rischiato la morte. Il fatto è accaduto a Marsa Matrouh, una località balneare dell’Egitto famosa per la acque cristalline le formazioni rocciose. La signora, una turista cinese, si è seduta all’interno del cosiddetto “Matrouh Eye”, anche conosciuto come “Bagno di Cleopatra”. Si tratta di una cavità naturale dove le onde si infrangono violentemente. Nonostante le condizioni agitate del mare, la turista ha deciso di farsi scattare una foto a bordo della roccia. Da lì, la tragedia. Un’onda ha colpito il “Matrouh Eye” e la donna seduta sullo scoglio, travolgendola e trascinandola verso il mare aperto. Alcuni testimoni sono intervenuti per salvare la signora. Tra questi un uomo che si è sporto dalle rocce per afferrare la turista, salvandole la vita. Secondo quanto riportato dal New York Post, la donna non ha riportato incredibilmente lesioni ma lievi escoriazioni. I SELFIE ESTREMI Dopo l’incidente accaduto a Marsa Matrouh, le autorità egiziane hanno richiamato i turisti a evitare gesti estremi per scattare il selfie perfetto. Gli organi competenti hanno ricordato la pericolosità del “Matrouh Eye”, una tappa tanto bella da vedere quanto pericolosa nei giorni di mare mosso. > ???? A monster wave wipes out a woman who was posing on a cliff. > https://t.co/Nn3iDCjOmQ > > ????: newsX pic.twitter.com/krtEG3lvmX > > — TMZ (@TMZ) December 22, 2025 L'articolo Si mette in posa per scattare una foto nel “Bagno di Cleopatra” e viene travolta da un’onda che la trascina in mare aperto: turista salva per miracolo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontro tra due navi sul Nilo, la vittima italiana è una donna abruzzese di 47 anni
Si chiamava Denise Ruggeri e aveva 47 anni la donna che nella serata di domenica è deceduta in Egitto dopo lo scontro tra due navi da crociera sul Nilo, a circa 30 chilometri da Luxor. La vittima era abruzzese, originaria de L’Aquila, per la precisione del piccolo comune di Cagnano Amiterno, e si trovava in vacanza nel Paese nordafricano insieme al marito, anche lui presente sul battello al momento della collisione. Intorno alle 19, come hanno riportato i quotidiani locali, le due navi si sono scontrate. Sul mezzo che trasportava anche la donna, insegnante in una scuola di Pizzoli, viaggiavano circa 70-80 italiani. La collisione ha provocato importanti danni all’imbarcazione e ad alcune cabine, con la donna che è rimasta ferita. Nonostante i soccorsi, è poi deceduta. La console d’Italia al Cairo, Giulia De Nardis, si è diretta a Luxor per seguire da vicino la situazione degli italiani rimasti coinvolti nella collisione. Sul posto subito dopo l’incidente era andato il console onorario a Luxor. Intanto, il governatore della Regione Abruzzo, Marco Marsilio, ha espresso la propria vicinanza alla famiglia della vittima: “A nome personale e dell’intera Giunta regionale, esprimo profondo cordoglio per la tragica scomparsa di Denise Ruggeri, deceduta in Egitto in seguito alla collisione tra due imbarcazioni sul Nilo. In un momento di così grande dolore, il pensiero va innanzitutto ai familiari e alle persone care, colpite da una perdita improvvisa e ingiusta, ai quali giungano la vicinanza e l’abbraccio dell’intera comunità abruzzese. La Regione Abruzzo si stringe attorno alla famiglia Ruggeri e si unisce al cordoglio di quanti in queste ore ricordano Denise e ne piangono la scomparsa”. L'articolo Scontro tra due navi sul Nilo, la vittima italiana è una donna abruzzese di 47 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Egitto, scontro tra due navi da crociera sul Nilo: morta una donna italiana
Una donna italiana è morta in un incidente tra due imbarcazioni da crociera sul Nilo, nella zona di Luxor, in Egitto. La notizia è stata diffusa con una nota del Ministero degli Esteri in cui si precisa che i funzionari del Consolato d’Italia sono “in contatto il coniuge della vittima e con i tour operator che hanno seguito gli altri cittadini italiani presenti sulla imbarcazione coinvolta”. Da quanto si apprende dai media locali, la collisione è avvenuta a circa 30 chilometri da Luxor intorno alle 19 locali. La vittima si trovava insieme al marito sulla Royal Beau Rivage, con circa 70-80 connazionali a bordo. Secondo le prime ricostruzioni, la collisione avrebbe distrutto almeno quattro cabine e la signora è stata ferita nell’impatto. In corso verifiche sugli altri italiani a bordo. L'articolo Egitto, scontro tra due navi da crociera sul Nilo: morta una donna italiana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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