La finale di Coppa d’Africa è infinita. Durata circa tre ore sul campo (tra maxi
recupero e supplementari), la sfida tra Marocco e Senegal continua anche a
distanza di più di 24 ore dal fischio finale. La federcalcio marocchina ha
infatti annunciato ricorso contro gli avversari alla confederazione Africana di
Calcio (CAF) e la FIFA “per pronunciarsi sul ritiro della nazionale senegalese
dal campo durante la finale contro la nazionale marocchina, nonché sugli eventi
che hanno portato a questa decisione, a seguito dell’assegnazione da parte
dell’arbitro di un rigore ritenuto corretto da tutti gli esperti”, si legge
nella nota. “Questa situazione ha avuto un impatto significativo sul normale
svolgimento della partita e sulla prestazione dei giocatori”, conclude la
federcalcio marocchina.
Tutto inizia quando al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per un fallo il
gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione discutibile,
perché il contatto era davvero stato minimo. Poi qualche minuto dopo un rigore
assegnato altrettanto dubbio e lì scoppia il caos. L’allenatore Pape Thiaw
ordina ai suoi giocatori di rientrare negli spogliatoi, loro eseguono e
rimangono un quarto d’ora circa nel tunnel. L’unico a restare in campo è Sadio
Mané (decisivo in tal senso per non perdere il match a tavolino), che poi chiede
ai compagni di rientrare.
La sfida riprende e Brahim Diaz sbaglia il rigore con un cucchiaio, con Mendy
che rimane in piedi e blocca il tiro. Ai supplementari vince il Senegal con un
gol di Pape Gueye: Mané e compagni festeggiano, ma il giorno dopo la telenovela
è proseguita. Prima le scuse dell’allenatore del Senegal, poi il rimprovero
tardivo di Infantino – che in campo tra abbracci e sorrisi aveva premiato i
vincitori -, adesso il ricorso annunciato. Insomma, un match che non è ancora
finito a distanza di giorni. Da capire adesso se il ricorso possa in qualche
modo avere effetto. Difficile, ma dal campo adesso si passa in tribunale.
L'articolo Coppa d’Africa, il Marocco fa ricorso: “Rigore ritenuto corretto
dagli esperti”. La finale vinta dal Senegal non è ancora finita proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Marocco
Gol annullati, rigori dubbi, il Senegal che abbandona il campo, Brahim Diaz che
fa un cucchiaio “folle” e sbaglia il rigore decisivo. Poi il teatrino delle
scuse. Pensavate di aver visto di tutto nella finale di Coppa d’Africa tra
Marocco e Senegal? Invece no, perché c’è stato un episodio meno “pubblicizzato”
in diretta tv ma parecchio curioso: la “guerra dell’asciugamano“. Nel corso di
questa Coppa d’Africa infatti il Marocco ha sviluppato una strana abitudine:
mandare i raccattapalle dietro la porta avversaria per rubare l’asciugamano che
i portieri tengono solitamente appese alla rete o vicino al palo.
Il motivo? In primis per creare un disagio generale al portiere stesso, in
secondo luogo si parla di magia e riti voodoo, ma soprattutto perché ieri –
durante la finale – pioveva fortissimo ed Edouard Mendy, portiere del Senegal,
usava spesso l’asciugamano per tenere asciutti i guanti o il pallone, per avere
più aderenza sui tiri o sui cross. Obiettivo che a un certo punto del match i
giovani raccattapalle hanno preso sul serio, al punto che Yehvan Diouf – secondo
portiere della nazionale senegalese, zero minuti in Coppa d’Africa – è diventato
un bodyguard improvvisato.
Il secondo portiere senegalese è andato dietro la porta difesa da Mendy per
proteggere l’asciugamano ed evitare che i raccattapalle o gli avversari (sì,
perché anche Hakimi e Aguerd a un certo punto hanno lanciato il telo del
portiere oltre i cartelloni pubblicitari) disturbassero in questo modo il
compagno di squadra. E nonostante ciò i giovani ragazzi dietro la porta non
hanno mollato, tanto da provare a scippare l’asciugamano dalle mani di Diouf,
arrivando anche al contatto fisico. Ma non solo: in un video diventato virale
sul web si vede Saibari – calciatore del Marocco – ostacolare Diouf mentre lo
passa a Mendy.
Già in semifinale contro la Nigeria erano spariti tre asciugamani del portiere
nigeriano. Oltre al discorso pioggia, c’è appunto anche quello della
scaramanzia: c’è chi addirittura sostiene che Mendy avesse scritto appunti sui
rigoristi sull’asciugamano. I portieri ricorrono spesso a metodi alternativi per
appuntarsi note sui rigoristi, ma magari sui parastinchi o sulle borracce. Meno
comune la “stampa” su un asciugamano. E quindi l’eroe nascosto della finale
farsa tra Marocco e Senegal è diventato Yehvan Diouf, secondo portiere del
Senegal che ha lottato con i denti contro i raccattapalle. A fine partita si è
anche concesso un selfie con la coppa e appunto l’asciugamano “difeso“.
> Une scène invraisemblable, le joueur du Maroc, Ismael Saibari, essaie de voler
> la serviette du gardien sénégalais Mendy, heureusement qu’il y’avait un joueur
> du Sénégal pour la garder ! Ils ont tout fait et ils ont échoué. Bravo Sénégal
> ???????? ❤️ pic.twitter.com/pYq8Dtm0id
>
> — FARID BOUSSALEM (@faridmca1921) January 18, 2026
L'articolo La guerra dell’asciugamano in Marocco-Senegal: perché i raccattapalle
e Saibari hanno quasi aggredito il secondo portiere Diouf proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Ho sbagliato a dire i miei giocatori di lasciare il campo. Chiedo scusa al
mondo del calcio”. Così Pape Thiaw – allenatore del Senegal – a mente serena
dopo la vittoria della sua nazionale in finale di Coppa d’Africa contro il
Marocco grazie al gol di Pape Gueye ai supplementari. Perché le scene viste sono
obiettivamente inaccettabili: al 92esimo a Mané e compagni viene annullato per
un fallo il gol che probabilmente sarebbe valso la vittoria. Una decisione
discutibile, penso ci siano pochi dubbi. Poi qualche minuto dopo un rigore
assegnato altrettanto discutibile e lì scoppia il caos.
Perché l’arbitro sicuramente qualche errore ha commesso, ma la reazione del
Senegal non ha senso. Tutti negli spogliatoi per protesta prima che si calciasse
il rigore, un quarto d’ora circa d’interruzione e poi Mané – l’unico a rimanere
in campo – a richiamare i compagni e invitarli a rientrare. “Gli errori di un
arbitro si devono accettare, ma sul momento non ho riflettuto e li ho fatti
rientrare. A volte si può reagire nel modo sbagliato nella foga del momento”, ha
dichiarato Thiaw.
Anche perché da quel momento lì chiunque si è quasi sentito in diritto a fare di
tutto: disordini sugli spalti, gente che ha cercato l’invasione, risse e
discussioni in campo. Insomma, non uno spot bellissimo per il calcio africano.
Tutto sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino, che in un primo
momento ha minimizzato tutto: ha premiato i vincitori tra mille sorrisi, ha
consolato Brahim Diaz, come se non fosse accaduto nulla. A distanza di ore – con
una nota – ha poi attaccato il Senegal.
“Purtroppo abbiamo assistito a scene inaccettabili sul campo e sugli spalti:
condanniamo fermamente il comportamento di alcuni ‘tifosi’, nonché di alcuni
giocatori senegalesi e membri dello staff tecnico. È inaccettabile abbandonare
il campo di gioco in questo modo e – allo stesso modo – la violenza non può
essere tollerata nel nostro sport, semplicemente non è giusto”, ha dichiarato
Infantino.
“Dobbiamo sempre rispettare le decisioni prese dagli arbitri dentro e fuori dal
campo di gioco. Le squadre devono competere sul campo e nel rispetto delle
regole del gioco, perché qualsiasi comportamento contrario mette a rischio
l’essenza stessa del calcio”, ha spiegato Infantino.
È stato un peccato, perché il livello tecnico e agonistico visto in questa Coppa
d’Africa è stato altissimo. Rispetto a diversi anni fa le nazionali africane
hanno acquisito maggior credibilità a livello internazionale grazie a un lavoro
incessante su vari fronti, che ha portato vari paesi ad avere giocatori di
caratura internazionale, a esprimere un bel calcio e a dire la sua anche ai
Mondiali: “È anche responsabilità delle squadre e dei giocatori agire in modo
responsabile e dare il buon esempio ai tifosi negli stadi e ai milioni di
spettatori in tutto il mondo – ha concluso Infantino -. Le brutte scene a cui
abbiamo assistito oggi devono essere condannate e non devono mai più ripetersi.
Ribadisco che non hanno posto nel calcio”.
L'articolo Coppa d’Africa, Infantino prima premia il Senegal e poi lo attacca:
“Assistito a scene inaccettabili”. Il teatrino delle scuse dopo la farsa
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Senegal ha vinto la seconda Coppa d’Africa della sua storia con una
spettacolare botta all’incrocio del centrocampista Pape Gueye, che al 4’ del
primo tempo supplementare ha regalato una notte di dolore al Marocco intero, ma
di questa finale si ricorderà ben altro: il rigore discutibile concesso ai
padroni di casa al 98’ per una caduta in area di Brahim Diaz dopo una sbracciata
di Diouf, l’annullamento altrettanto discutibile al 92’ del gol firmato da Sarr
per un presunto fallo di Seck su Hakimi, i sedici minuti di interruzione del
match con il plateale rientro negli spogliatoi dei futuri campioni su ordine
dell’allenatore Pape Thiaw, il ritorno in campo grazie all’intervento di Sadio
Mané – l’ex Liverpool ha evitato l’esclusione disciplinare dal prossimo mondiale
– e, a completare il romanzone, il rigore assurdo di Brahim Diaz, che dopo tutta
questa sarabanda ha avuto la bella pensata di fare il cucchiaio e ha invece
consegnato il pallone al portiere Mendy.
Tutto questo nel caos totale, con una serie di minirisse, un centinaio di
persone nelle due aree tecniche a spintonarsi e urlare, la confusione generale e
l’arbitro della Repubblica Democratica del Congo, Jean Jacques Ngambo Ndala, che
girava comicamente per il campo alla ricerca di un giocatore da ammonire. Una
farsa che non ha fatto bene al calcio africano ed è un peccato, perché il
livello tecnico negli ultimi vent’anni è decisamente migliorato, ma quando entra
in scena il torneo continentale esce fuori il peggio.
La gazzarra si è consumata sotto gli occhi del presidente Fifa Gianni Infantino.
Impegnatissimo negli ultimi mesi a fare da sponda al presidente Trump, con tanto
di premio per la pace a un signore che sta mettendo a soqquadro il mondo,
Infantino ha perso di vista la sua vera ragione di essere: il governo,
possibilmente senza ombre, del calcio mondiale. Un certo imbarazzo da parte di
Infantino è trapelato all’inizio della premiazione, perché questa finale,
seguitissima da oltre tre miliardi di persone – collegati Cina, Brasile e
Giappone, buona parte dell’Europa, l’Africa intera e un pezzo consistente di
Asia –, non è stata in quei sedici minuti di follia uno spot edificante, ma poi
è tornato Infantino: abbracci e una buona parola per tutti, “volemose bene” e
arrivederci alla prossima. In fondo l’Africa è un serbatoio di 54 voti, un
quarto dell’universo Fifa.
Oltre il caos, ha vinto la squadra migliore. Il Marocco ha pagato quanto si
temeva alla vigilia: la pressione asfissiante di una nazione di 38 milioni di
persone, l’ossessione per un successo che manca dal 1976, la responsabilità di
dare un senso a investimenti economici imponenti che hanno sottratto risorse ad
altri settori vitali. Il Senegal, vincitore dell’edizione 2021, ha tenuto bene
il campo. Il copione dei Leoni della Teranga è collaudato: 4-3-3, grande
prestanza atletica, uomini importanti in ogni reparto, dal portiere Mendy ai due
Gueye – Idrissa e Pape – a centrocampo, il trio Mané, Jackson e Ndiaye in
attacco. Il Marocco non ha mai dato l’idea di poter imporre il suo gioco. Il
Senegal è stato più lineare e più agile. Ha avuto tre occasioni importanti prima
del gol annullato a Sarr e del caos generale.
Il rigore fallito da Diaz, uscito al 98esimo per la disperazione dal campo e
fischiato al momento delle premiazioni – lui capocannoniere con cinque gol, il
connazionale Bounou miglior portiere e Mané miglior giocatore del torneo -, ha
dato la svolta al match. Nel primo tempo supplementare, trovato il gol di Pape
Gueye su azione avviata da un pallone perso dal romanista El Ayanoui – con la
fasciatura in testa dopo uno scontro aereo che gli aveva fatto perdere molto
sangue -, il Senegal ha sfiorato il bis con un’azione spettacolare del
diciassettenne Mbaye, ma ancora più clamoroso è stato il 2-0 mancato da Cherif
Ndiaye, complice un miracolo del portiere Bounou.
Il Marocco ha sfiorato il pareggio colpendo la traversa con una capocciata di
Aguerd, ma lentamente la squadra di casa si è spenta. Gli ultimi minuti sono
scivolati attorno alla bandierina del calcio d’angolo, con i senegalesi
abilissimi a ottenere sempre la rimessa laterale, fino al triplice fischio che
ha consegnato ai Leoni della Teranga il titolo di campioni d’Africa. Dal 2013 il
torneo non veniva assegnato dal dischetto ed è un ulteriore punto a favore del
Senegal, ma di questa serata si ricorderanno quei sedici minuti di follia e il
rigore più lungo della storia del calcio, in cui hanno perso tutti, anche i
vincitori.
L'articolo Senegal campione nella finale farsa contro il Marocco: con il rigore
più lungo della storia ha perso tutto il calcio africano proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Marocco dicono grazie ai bisnonni di Brahim Diaz: è merito della loro storia
di emigrazione se il bisnipote, giocatore del Real Madrid e capocannoniere della
Coppa d’Africa con 5 reti, indossa la maglia dei Leoni dell’Atlante. Diaz è nato
a Malaga, parla solo spagnolo e non mastica né arabo, né francese, le due
principali lingue del Marocco. Conosce poco anche del paese, scelto nel calcio
dopo essere stato snobbato dalla Roja. Ma in Marocco badano al sodo e sono pazzi
di lui: è la grande speranza di rivedere la nazionale campione d’Africa 50 anni
dopo l’unico successo nel torneo continentale, nel lontano 1976. La
realizzazione del sogno e la giustificazione di investimenti pesanti, che hanno
privato di risorse importanti altri settori vitali, passano attraverso la finale
di oggi (Rabat, ore 20) contro il Senegal. Un ultimo atto di assoluto livello:
il ranking Fifa certifica che si tratta delle migliori nazionali africane. Il
Marocco è 8°, il Senegal 14°.
Tremila chilometri la distanza via auto, tra le rispettive capitali, Rabat e
Dakar. Bisogna attraversare tutto il Marocco fino all’estremità meridionale, poi
il Sahara Occidentale – conteso tra Marocco e la popolazione locale dei Saharawi
-, poi ancora la Mauritania. È un passaggio simbolico tra una nazione che guarda
all’Europa e il paese più occidentale del continente, uno dei più stabili nella
tormentata realtà africana. Due nazioni in cui il calcio scorre nelle vene della
cultura moderna. Quella senegalese è stata la prima nazionale a raggiungere i
quarti mondiali, nel 2002. Quella marocchina, nel 2022, la prima ad approdare in
semifinale.
Diaz e l’ex Liverpool Sadio Mané, decisivo con il gol rifilato all’Egitto nella
semifinale del 14 gennaio, sono gli uomini copertina. Mancherà una vecchia
conoscenza del nostro calcio, l’ex difensore napoletano Koulibaly, squalificato
e uscito per infortunio nel match contro i Faraoni. Non è l’unica assenza
pesante del Senegal: fuori, sempre per squalifica, anche il capitano, Habib
Diarra. I sostituti dovrebbero essere il centrale Mamadou Sarr dello Strasburgo
e Lamine Camara del Monaco. Il Marocco non ha problemi di formazione e la
crescita di forma di Hakimi, tornato a pieno regime dopo l’infortunio in
Champions, è un valore aggiunto a una squadra che fa dell’equilibrio complessivo
e della solidità difensiva i suoi punti di forza.
La vigilia è stata segnata dai timori del Senegal sul versante della sicurezza,
espressi dalla federazione di Dakar. I giocatori sono arrivati in treno a Rabat
e sono stati assaliti dai tifosi per i selfie, senza il filtro di un cordone di
polizia. “Quello che è accaduto non è normale. I miei giocatori avrebbero potuto
essere in pericolo. Queste cose non dovrebbero accadere tra due paesi fratelli”,
le parole del commissario tecnico del Senegal, Pape Thiaw. La FSF si è lamentata
anche dell’hotel, del numero di biglietti riservati ai propri tifosi e del campo
di allenamento. L’altro tema caldo in casa Senegal, campione d’Africa nel 2021,
è il futuro di Mané. L’attaccante ha annunciato l’addio al torneo continentale
dopo l’1-0 sull’Egitto in semifinale. Mané, con 52 gol in 123 gare, è il miglior
bomber all time della nazionale di Dakar. “Penso che abbia preso questa
decisione a caldo, ma il Senegal non è d’accordo. Anche io, come responsabile
della nazionale, non lo sono – ha detto Thiaw -. La decisione non spetta solo a
Sadio. C’è un intero popolo dietro di lui e vorrebbe vederlo continuare”.
Il suo collega marocchino, Walid Regragui, ha messo in guardia i suoi: “IL
Senegal ha giocato quattro finali di Coppa d’Africa e ha un’enorme esperienza in
questo tipo di partite. Sarà una sfida bellissima e speriamo di essere
all’altezza del compito. Dobbiamo essere bravi a reggere la pressione perché
giochiamo in casa, affrontiamo una squadra fortissima e abbiamo alle spalle una
nazione che reclama questa vittoria”.
I cancelli dello stadio Principe Moulay Abdellah di Rabat apriranno cinque ore
prima il calcio d’inizio per favorire l’afflusso dei tifosi ed evitare
pericolosi assembramenti. Un sicuro trionfatore del torneo è il business: ha
generato il più elevato numero di profitti della storia del calcio africano. La
Confederazione Africana di Calcio (CAF) ha spiegato che la performance è stata
prodotta da una serie di fattori chiave: aumento degli sponsor, crescita dei
ricavi derivanti dai diritti di trasmissione televisiva e apertura a nuovi
mercati. A livello tv, il torneo ha riscosso successo in Cina, Giappone e
Brasile: una platea di 1,752 miliardi di spettatori. Sul fronte degli sponsor,
dai 17 dell’edizione 2023 si è saliti a quota 23. Le tasche del calcio
continuano a ingrossarsi, anche in Africa.
L'articolo Coppa d’Africa, il Marocco sogna con Diaz: oggi contro il Senegal una
finalissima di livello mondiale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una delle coppe d’Africa più bagnate della storia – impressionanti le immagini
della pioggia che ha accompagnato il torneo marocchino dal 21 dicembre a oggi –
entra nell’ultimo giro di pista: mercoledì 14 gennaio, le due semifinali, quella
dei padroni di casa contro la Nigeria (Rabat, ore 21), preceduta alle 17 a
Tangeri da Egitto-Senegal, ci consegneranno i nomi di chi, domenica, si sfiderà
per portare a casa il trofeo. Il Marocco aspetta questo giorno dal 1976.
L’Egitto, con sette trionfi in testa nell’albo d’oro, è a secco dal 2010. La
Nigeria dal 2018. Il Senegal dal 2021. Nel 2023 trionfò la Costa d’Avorio,
spazzata via nei quarti dall’Egitto.
Marocco-Nigeria fermerà il paese per due ore. Trentotto milioni seguiranno con
tutti i mezzi possibili la sfida di Rabat. L’ultima semifinale con i Leoni
dell’Atlanta in campo risale a 22 anni fa. Il Marocco ha la miglior difesa
(appena 1 gol subito, realizzato dal Mali nella fase a gironi), ma la Nigeria
replica con il miglior attacco (14 reti). La nazionale di casa schiera il bomber
del torneo: il “madridista” Brahim Diaz, a quota 5. I nigeriani Osimhen e
Lookman, nostre conoscenze, hanno realizzato rispettivamente 4 e 3 gol. Il
Marocco è trascinato dal paese e da un governo che ha investito notevoli risorse
per costruire e ristrutturare gli stadi, sottraendo denaro importante ad altri
settori vitali, come ad esempio quello della sanità.
La Nigeria, come spesso accaduto in passato, ha regalato titoli per i consueti
litigi tra squadra e federazione, argomento – pure qui solita storia – i premi
in denaro. Ma stavolta c’è stato qualcosa in più a tormentare le giornate delle
Super Aquile, fuori dal mondiale 2026: il plateale litigio in campo che ha avuto
per protagonisti Osimhen e Lookman. Argomento di discussione: un – presunto –
eccesso di egoismo da parte dell’atalantino, sottolineato dall’ex napoletano con
la frase “il calcio è un gioco di squadra”.
Marocco e Nigeria si sono affrontate otto volte, con i Leoni dell’Atlante in
leggero vantaggio (cinque vittorie a tre). In Coppa d’Africa, questa semifinale
è un remake della lontana sfida del 1980, vinta dalla Nigeria 1-0 a Lagos. Il
panorama dei giocatori importanti si allarga sul fronte marocchino con Hakimi e
il portiere Bounou, mentre, sull’altro versante, il capitano Ndidi (Besiktas),
Iwobi (Fulham), l’ex milanista Chukwueze (Fulham) e Adams (Siviglia) sono le
altre pedine importanti. Tra gli “italiani” della banda di Augustin Eguaoven, il
laziale Dele-Bashiru e il pisano Akinsanmiro. Il difensore Calvin Bansey è nato
ad Aosta, ma quando era bambino i genitori si trasferirono in Inghilterra ed è
cresciuto nel settore giovanile del Leicester.
La partita vale molto per il Marocco e moltissimo per il ct, Walid Regragui. Un
ko potrebbe mettere in discussione la sua posizione: “La Nigeria ha buoni
giocatori e una panchina profonda, ma la cosa importante è che dobbiamo essere
mentalmente forti per non permettere al nostro avversario di respirare. Noi
siamo cresciuti di partita in partita e questo mi rassicura. Vogliamo la finale
per regalare una gioia al nostro popolo”.
Senegal–Egitto vive soprattutto sulla sfida a distanza di illustri ex compagni
di squadra di Liverpool, Sadio Mané e Mo Salah. I due attaccanti non ebbero uno
splendido rapporto. Gelosie, capricci e accuse di egoismo a Salah da parte di
Mané. L’egiziano è in caduta libera a Liverpool. È entrato in rotta di
collisione con il tecnico olandese Arne Slot e la sua polemica ha regalato
materiale in abbondanza ai giornali. In Coppa d’Africa si è ritrovato, firmando
quattro gol. “Per me forse è l’ultima occasione per vincere finalmente questo
torneo”. Mo, 33 anni, ha segnato un totale di 11 reti nella fase finale della
Coppa d’Africa ed è a quota 4 nel torneo attuale.
Mané, 34 anni ad aprile, dopo l’esperienza al Bayern Monaco si è accasato in
Arabia Saudita, all’Al Nassr. Non ha brillato in Marocco, ma resta una figura
chiave del Senegal. Non dimentica il passato con Salah. “Penso che Mo sia un
ragazzo molto simpatico, anche se in campo a volte mi passava la palla e a volte
no. Ricordo ancora una partita in cui ero davvero, davvero arrabbiato perché lui
non mi passò quasi mai il pallone”, ha detto nel podcast Rio Ferdinand Presents.
L’Egitto ha un conto in sospeso con il Senegal. Nel 2021, i Faraoni persero ai
rigori la finale della Coppa d’Africa e nel marzo 2022, furono ancora superati
al dischetto nello spareggio per la qualificazione al mondiale in Qatar. Il
penalty decisivo fu realizzato da Mané, mentre Salah fece cilecca. In rosa, nel
Senegal, il quasi ex laziale Dia, mentre, nell’Egitto, spiccano Marmoush,
attaccante del Manchester City e Mahmoud Trézéguet, bomber dell’Al Ahly.
L'articolo Coppa d’Africa, è il giorno delle semifinali: tutto il Marocco si
ferma per la sfida alla Nigeria, Salah ritrova Mané proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La legge dei grandi numeri – l’unico successo nella manifestazione risale al
1976 -, l’undicesimo posto nel ranking Fifa, la miglior generazione di giocatori
di sempre, il ruolo di paese organizzatore, gli investimenti economici, la
passione popolare: il Marocco è il super favorito della 35esima edizione della
Coppa d’Africa, al via domenica 21 dicembre con la sfida dei padroni di casa
contro la nazionale delle Comore. Anche l’agenzia Opta attribuisce ai Leoni
dell’Atlante il maggior numero di probabilità di successo (19,1%): della serie,
ora o mai più.
I campioni in carica della Costa d’Avorio, Senegal, Algeria, Egitto e Repubblica
Democratica del Congo sono gli altri protagonisti annunciati di un’edizione
record, nella quale è già stata superata la soglia del milione di biglietti
venduti. Nigeria e Camerun cercheranno di rifarsi dopo la mancata qualificazione
al mondiale 2026. Ghana e Capo Verde, approdate al torneo iridato della prossima
estate, sono gli illustri assenti. Le 52 gare si giocheranno in sei città e nove
stadi, quattro dei quali nella capitale, Rabat. Chi trionferà, incasserà un
premio da 4,5 milioni di dollari.
I GIRONI DELLA COPPA D’AFRICA 2025
Si parte con 24 squadre divise in sei gironi: approderanno agli ottavi le prime
due di ciascun gruppo, più le quattro migliori terze.
Girone A: Marocco, Mali, Zambia e Comore.
Girone B: Egitto, Sudafrica, Angola, Zambia.
Girone C: Nigeria, Tunisia, Uganda, Tanzania.
Girone D: Senegal, RD Congo, Benin, Botswana
Girone E: Algeria, Burkina Faso, Guinea Equatoriale, Sudan.
Girone F: Costa d’Avorio, Camerun, Gabon, Mozambico.
DA SALAH A BANGAL, 30ENNE DEL MESTRE
La Ligue 1 è il campionato europeo più salassato, con 51 giocatori convocati, a
seguire la Premier con 32. Il Sunderland, con 6 giocatori consegnati al torneo,
è il club più penalizzato. Le star della Premier sono Salah (Liverpool), Mbeumo
e Diallo (Man Utd), Marmoush (Manchester City), Wan-Bissaka (West Ham), Sarr
(Crystal Palace). La Serie A ha 21 elementi già a disposizione dei vari ct: il
Lecce, con 3 convocati (Banda, Gaspar e Lassana Coulibaly), è la squadra più
coinvolta. Tra i grandi nomi, spiccano quelli dell’atalantino Lookman e del
romanista Ndicka, mentre tra i meno celebri c’è il mozambicano Faisal Bangal, 30
anni, attaccante del Mestre, Serie D.
Cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta, Bangal si trasferì in Italia
all’età di 9 anni per andare a vivere a Cene, comune bergamasco di 4mila
abitanti. Il calcio lo aiutò a inserirsi in una realtà non facile, in un paese
amministrato da un ventennio della Lega Nord. Nel settore giovanile
dell’Atalanta ebbe, nella Berretti, un allenatore di prestigio: Beppe Bergomi.
La carriera si è sviluppata tra C e D: Ascoli, San Marino, Tuttocuoio,
Caravaggio, Scanzorosciate, Alcione Milano, Luparense e, dal 2024, Mestre. In
nazionale, dove esordì nel 2014, Bangal ha un curriculum di 13 presenze e 3 gol,
l’ultimo al Botswana lo scorso settembre delle qualificazioni mondiali. Tra i 24
ct, c’è un italiano, Stefano Cusin, coach delle Comore, mentre, tra le vecchie
conoscenze del nostro calcio, l’ex laziale Petkovic (Algeria).
Il bello della Coppa d’Africa è nei suoi contrasti: oppone star di prima
grandezza come Salah, alla ricerca di rivincita dopo i problemi al Liverpool, a
un giocatore di Serie D come Bangal. E poi c’è il resto: i colori e la musica
del tifo, i soprannomi che accompagnano le squadre. Gli Elefanti (Costa
d’Avorio), le Volpi del Deserto (Algeria), i Faraoni (Egitto), i Leoni
Indomabili (Camerun), i Leopardi (RD Congo), le Pantere (Gabon), le Super Aquile
(Nigeria), le Zebre (Botswana). La parte più oscura riguarda la sete di denaro
dei dirigenti e le battaglie sui premi tra giocatori e federazioni. Il money
tiene banco, ma questa non è una sorpresa.
L'articolo Guida alla Coppa d’Africa 2025, il torneo dei contrasti: da Salah e
Lookman fino alla storia di Bangal, 30enne del Mestre proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 27 e il 28 settembre 2025 il Marocco viene scosso da manifestazioni di
protesta, le più partecipate dai tempi della Primavera Araba del periodo
2011-2012: Rabat, Casablanca e Marrakech sono i centri della rivolta. Il 29, la
gente scende in piazza anche ad Agadir e qui il dissenso acquista un forte
valore simbolico: otto donne sono infatti morte di parto in un ospedale pubblico
nelle settimane precedenti, mettendo a nudo i gravi problemi del servizio
sanitario nazionale. Una delle novità, rispetto alla Primavera Araba, è
rappresentata da uno dei temi della protesta: vengono contestate al governo di
Rabat le spese enormi sostenute per la costruzione e la ristrutturazione degli
stadi, in vista della Coppa d’Africa 2025 e del mondiale 2030, in cui il Marocco
sarà uno dei paesi organizzatori, insieme a Spagna e Portogallo. Le risorse per
il calcio “mangiano” quelle che dovrebbero essere destinate alla costruzione e
ristrutturazione degli ospedali: di fronte alle otto donne morte a Agadir, non
si può restare in silenzio. L’altra novità è l’anima della ribellione: la
generazione Z, ovvero gli under 25, simbolo di un paese in cui la popolazione
giovanile rispecchia il boom della natalità, ma è flagellata dalla
disoccupazione. Le cifre ufficiali indicano il 35,8% dei non occupati.
La protesta non riguarda solo il problema della mancanza di lavoro e la gestione
discutibile delle risorse economiche: corruzione, sperpero di denaro e
disuguaglianza sociale sono gli altri temi forti. I giovani reclamano una svolta
epocale anche nelle scuole: l’insegnamento della lingua inglese al posto del
francese. I padri del dissenso sfruttano i social per mobilitarsi: il server
Discord GenZ 212 – il numero riprende il prefisso telefonico del Marocco -,
lanciato da quattro utenti il 18 settembre, dopo venti giorni raggiungerà quota
250mila membri. Discord è stato scelto per la sua natura decentralizzata e per
la scarsa dimestichezza della polizia marocchina a interagire con questa
piattaforma. I leader GenZ 212 spiegano: “Il diritto alla salute,
all’istruzione, al lavoro e a una vita dignitosa non è uno slogan vuoto, ma una
richiesta seria”.
Gli organizzatori della protesta si rivolgono al re, Mohammed VI, per fare
pressioni sul governo. Esortano chi scende per strada a non commettere atti
vandalici. Criticano “la repressione delle autorità e della polizia”. Le linee
guida, altra novità, non sono ispirate da modelli occidentali, ma da forme
analoghe di dissenso che hanno scosso Nepal, Madagascar e Perù. Le
manifestazioni, nonostante gli appelli dei leader, in alcuni casi degenerano:
inevitabili gli scontri con le forze dell’ordine. La polizia reprime, anche in
modo brutale. Il re cerca di mediare, ma la protesta continua. A ottobre e
novembre, anche a Fez e Tangeri la piazza rumoreggia. Le organizzazioni dei
diritti umani segnalano arresti indiscriminati, detenzioni arbitrarie, uso della
forza, divieti di assembramenti. Il governo, nel timore che la situazione possa
diventare incontrollabile, annuncia misure d’urgenza, come quella di stanziare
nella legge finanziaria 2026 un pacchetto di nuove norme: un investimento di 15
miliardi per sanità e istruzione, la ristrutturazione di 90 ospedali, la
costruzione di strutture sanitarie, la formazione di nuovi insegnanti, il
miglioramento dell’istruzione prescolare.
Il Marocco ha la quinta economia del continente. È un mix straordinario di
cultura araba, berbera, europea e africana. Dall’indipendenza del 1956, ha
compiuto innegabili passi in avanti, ma è attraversato da profonde inquietudini,
figlie della disuguaglianza sociale e dei ritardi in settori vitali. In questo
quadro, il calcio vive una realtà appartata. Il movimento è in crescita. Al
mondiale 2022, il Marocco ha raggiunto le semifinali, prima nazione africana a
centrare questo traguardo. La Coppa d’Africa 2025 e il mondiale 2030
rappresentano una doppia opportunità: per sostenere il boom sportivo – il
Marocco è 11esimo nel ranking Fifa, l’Italia 13esima – e per investire una
montagna di denaro nelle infrastrutture.
Il simbolo del gigantismo calcistico è il Grand Stade Hassan II° di Casablanca.
Sarà pronto per il mondiale 2030 e sarà il più grande del mondo, con 115mila
posti. Progettato dagli studi di architettura Populous e Oualalou + Choi, in
un’area di 100 ettari, sarà arricchito da giardini botanici e spazi verdi.
L’impianto sarà dotato di cinque livelli di posti a sedere, tra cui un palco
reale e diverse tribune VIP, in grado di ospitare 12mila persone. Realizzato a
38 km di distanza dal centro di Casablanca, sarà accessibile attraverso
l’autostrada A1 e, in alternativa, utilizzando la linea ferroviaria, collegata
con l’aeroporto e con la capitale, Rabat. Le autorità lo hanno presentato come
“punto di riferimento culturale e simbolo di orgoglio nazionale, capace di
generare migliaia di posti di lavoro”. L’inaugurazione è prevista nel 2028.
Il fermento legato agli stadi non si esaurisce qui: a Rabat, Fez, Marrakech,
Tangeri e Agadir sono state programmate colossali ristrutturazioni degli
impianti preesistenti. Nel rispetto della sostenibilità ambientale, tutti gli
stadi saranno dotati di energia solare e di sistemi di riciclo idrico. Uno
sforzo enorme, che coinvolgerà anche i trasporti, dall’alta velocità ferroviaria
agli aeroporti, ma che sta divorando risorse consistenti in un paese dove
mancano le scuole, c’è carenza di ospedali e dove una fetta di popolazione vive
ai margini. Un Marocco lanciato verso il futuro in nome del calcio, ma dove otto
donne sono morte di parto alla vigilia della Coppa d’Africa.
L'articolo Otto donne morte di parto in ospedali fatiscenti mentre nascono stadi
sempre più grandi: il calcio che spacca il Marocco proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sale il numero delle vittime a Safi, in Marocco, dopo l’alluvione di domenica
sera. Salgono a 37 i morti secondo la stima, ancora provvisoria, diffusa dal
ministero dell’Interno. Le forti piogge e le inondazioni che da domenica
pomeriggio hanno colpito il centro sull’oceano atlantico, tra Essaouira e
Casablanca hanno sommerso buona parte della città, distruggendo circa 70
abitazioni e travolgendo veicoli e pedoni. In 14 sono ricoverati nell’ospedale
cittadino, con ferite di varia gravità. Il traffico nel centro storico è
bloccato e sono ancora interrotte numerose vie di collegamento, per entrare in
città. Il Comune di Safi ha decretato 3 giorni di chiusura per le scuole,
intanto protezione civile e forze dell’ordine, e l’intera comunità cittadina,
continuano a lavorare per liberare la città dai detriti e cercare sopravvissuti.
La Procura ha avviato un’indagine tramite la polizia giudiziaria per determinare
se vi sia responsabilità umana per questo tragico incidente.
L'articolo Piogge torrenziali e inondazioni in Marocco: almeno 37 morti. Si
cercano ancora i dispersi proviene da Il Fatto Quotidiano.
S i nasce tutti figli. Si cresce promiscui nello stanzone claustrofobico
dell’infanzia. Si trova un fratello e ci si identifica, fino a lasciarsi
penetrare. Poi lo si tradisce: se si ha cara la pelle, bisogna diventare
ladruncoli e puttane. Nascondersi, ingannare e partire: solo allora, si comincia
finalmente a scrivere.
Abdellah Taïa nasce nella biblioteca pubblica di Rabat. Imbastardendo
neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della grande littérature
française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di autofiction, romanzi
autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un giovane marocchino
alle prese con il diventare uomo, dall’infanzia esaurita a Hay Salam nella casa
familiare fino all’arrivo in Europa, il dottorato alla Sorbonne e un’ascesa
letteraria che lo porta a essere tra i punti di riferimento della world
literature contemporanea.
Quando ce lo si trova di fronte (mette le mani avanti: “I never present myself
as a writer”), col suo accento francese, un accenno di baffetti e lo sguardo
disponibile e appuntito (“especially in France: they say ohlalà!”), sembra un
po’ un simpatico cantore (“It’s like Victor Hugo is in front of them!”) del
Marocco più povero, autentico e tradizionale: la stessa impressione che ha
portato uno come Edmund White a definire i libri di Taïa “pieni di amore” e il
suo alter ego “fiero, sveglio e flessibile”, “almost feminine in his desire to
please, boyish in his enthusiasm and trusting nature”. Poi, però, si scorge un
profilo un po’ meno pacificato, un’ombra: una fulminazione che fa di lui quasi
un miracolato.
Nel 2006, il magazine marocchino TelQuel chiede a Taïa di parlare della sua
sessualità: le reazioni del pubblico sono forti – sorprendenti, considerando che
il suo primo bestseller in Marocco, la raccolta autobiografica Le rouge du
tarbouche (2004), tutto faceva tranne mistero sull’omosessualità del
protagonista. Non musulmano, infedele, prostituta: insulti, scandalo e minacce
di morte, nel silenzio dell’intellighenzia locale. Taïa persevera in risposta a
una stretta del governo sulla pubblica moralità, nel 2009 pubblica un editoriale
sempre su TelQuel intitolato L’omosessualità spiegata a mia madre, una lettera
sincera e non apologetica in cui auspica una rivoluzione culturale del Paese
contro l’ipocrita e complice tradizionalismo della classe dirigente.
> Non sopporto più l’ipocrisia e le sue devastazioni in Marocco. Non sopporto
> più che venga data di noi un’immagine stereotipata, “folklorizzata” allo scopo
> di attirare turisti. Non sopporto più che non si veda la reale ricchezza di
> questo paese: l’immaginario, le storie, il mistero. LA GIOVINEZZA.
Nello stesso anno, coordina l’opera collettiva Lettres à un jeune marocain, una
denuncia e un auspicato argine contro la demoralizzazione e la disillusione
giovanile, che molti aveva spinto verso l’estremismo islamico. Con la
collaborazione dell’imprenditore e filantropo Pierre Bergé, fa distribuire
gratis in Marocco cinquantamila copie in francese e quarantamila in arabo.
> Imbastardendo neocolonizzazione, mondo queer e la crème de la crème della
> grande littérature française, Taïa scrive e riscrive, in una dozzina di
> autofiction, romanzi autobiografici e simili incroci, la storia infedele di un
> giovane marocchino alle prese con il diventare uomo.
Anche questo è Abdellah Taïa, il primo scrittore arabo apertamente gay. Tanto
amore nelle sue opere, ed entusiasmo prepuberale, ma anche il segno di chi da
solo si è trovato (“I had to find solutions…”) a crescere e sopravvivere come
ragazzo (o meglio, bambino) effeminato e gay in un quartiere povero del Marocco
più tradizionalista degli anni Settanta (“…not to be killed or raped”).
Il racconto di questo viaggio tocca tutti i suoi libri, ma soprattutto il
romanzo breve L’esercito della salvezza, pubblicato in Francia da Seuil nel
2006, poi esportato negli Stati Uniti da Semiotext(e) e in Italia da Isbn
edizioni. Allontanandosi dai resoconti di emancipazione e liberazione più
canonici, il libro intreccia sesso, linguaggio e letteratura postcoloniale per
raccontare in uno stile apparentemente semplice e ritmato (scandito sulla fièvre
dello scrivere, come la chiama Taïa) quell’affastellarsi non definitivo e
irrisolto di coming out, coming of age e profuso cumming che è l’adolescenza. Lo
spazio incestuoso della famiglia, la fusione con il fratello amatissimo e i
primi incontri con altri uomini, fino al difficile arrivo a Ginevra e alla
scoperta di un altro sé: questo è il percorso verso la reinvenzione dall’interno
di ciò che significa devenir un homme, e in particolare un homme arabe et
marocaine; questa, in altre parole, è la rotta di Abdellah verso la creazione di
un proprio esercito della salvezza.
Prima parte. Si comincia da una casa e tre camere: una per il padre Mohamed; una
per Abdelkébir, il fratello maggiore; una, infine, per tutti gli altri:
Abdellah, la madre M’Barka, il fratello minore e le sette sorelle. Zero letti,
solo tre panchine e la naturale vivacità di uno spazio in cui si consuma la vita
di undici persone (e, per inciso, l’infanzia e l’adolescenza del piccolo
Abdellah). M’Barka, una presenza ingombrante, “sempre in mezzo a noi”,
trasversalmente definita in ogni articolo e libro come fiera, straordinaria
dittatrice (“Mia madre è dappertutto”, rivela Taïa in un incontro ad Amsterdam,
“Era più gay e queer di me: ha dominato mio padre, ha programmato mio fratello
per portarci soldi, per salvarci dalla povertà”). Un’assenza: il padre,
diseredato dal fratello, guidato dalla sorella nella scelta matrimoniale,
testimone impotente delle avances del cugino verso la moglie. Mohamed sembra
incapace di agire: anche nelle sere in cui M’Barka non gli accorda il suo corpo,
lui alza la cintura ma non colpisce, al massimo si sfoga staccando la corrente
alla casa: “faceva solo finta, sapeva di esserne incapace”. E infine Abdellah,
felicemente inglobato nell’organismo familiare.
Questa sezione del libro descrive la prima delle tre fasi che il filosofo Paul
Ricouer formula nella costruzione di un’identità narrativa, ovvero la
prefigurazione: “imitare o rappresentare l’azione significa innanzitutto
pre-comprendere cos’è l’agire umano, nella sua semantica, nel suo sistema
simbolico, nella sua temporalità”. L’esperienza non formalizzata dei codici del
vivere tocca Abdellah come parte di un tutto indifferenziato, di cui comincia a
capire le regole ma, per ora, più di tanto non si distingue.
Taïa rappresenta (ma sarebbe meglio dire: Abdellah vive) la forte prossimità dei
corpi e la pubblica intimità negli spazi angusti della casa attraverso un
immaginario vivacemente incestuoso. Nella camera di Mohamed, i genitori fanno
spesso l’amore: “lo sapevamo. In quella casa sapevamo tutto di tutti”. (Dal
romanzo Colui che è degno di essere amato: “sentivamo tutto e anche di più”. Da
La vita lenta: “Il problema era l’intero palazzo. si sentiva tutto”. Da Mon
Maroc: “In Marocco nessuno viene mai lasciato solo, la privacy è inesistente”).
Il giovane protagonista sogna “mio padre dentro mia madre. Il sesso duro e
grande (non poteva non essere grande!) di mio padre penetrava la vagina enorme
di mia madre”. La realtà della famiglia ha un “forte gusto sessuale, come se
tutti ci mescolassimo incessantemente, senza alcun senso di colpa” e Abdellah si
dice pronto “a dare una mano, eccitato, felice e ansimante con loro”.
Nel quadretto familiare rientra anche la zia Fatéma, che allattando al posto di
M’Barka il piccolo Abdelkébir diventa per lui una “seconda madre”. Quando un
giorno Abdellah, che ormai ha compiuto otto anni, viene picchiato da una banda
di ragazzi, Fatéma “estrasse il seno destro e me lo mise in bocca. Mi rivedo
poppare come un bebè, il latte di Fatéma, dal sapore intenso, mi invade la
bocca, il palato, la gola, lo stomaco, gli intestini. Adoravo quel contatto e
quel liquido; ho ancora il suo latte dentro di me; la chiamavo mamma”. Un tema
tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio l’assoluta
mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati in
un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente se
madri e figli). Nessun senso di colpa a riguardo, al massimo la delusione quando
l’unione effettiva non si compie. Per ora, si è detto, l’io è un tutto
indistinto.
> Un tema tipico della scrittura di Taïa, qui come in altri romanzi, è proprio
> l’assoluta mancanza di confini tra amanti, figli, fratelli e nipoti, mischiati
> in un’orgiastica unione e fusione di nomi, personaggi, persone (specialmente
> se madri e figli).
Seconda parte: Abdelkébir. Il fratello maggiore di Abdellah è il primogenito, un
maschio, “il simbolo della famiglia, il loro nome per anni e anni a venire”. È
un uomo vero: il suo silenzio è profetico, il suo corpo grande, le spalle forti.
Abdellah sente di non valere nulla rispetto al fratello, che si prende in carico
le sue responsabilità “come un uomo”, che si sposerà “come un uomo” (di certo
non con un uomo), che si comporta da uomo, “dittatore com’è, in questo simile a
mia madre”. Il primo istinto che prova è quello di scomparire (“Non sono più
io”), obbedire (“esisto per lui”), restare per sempre sotto le sue cure (“sono
suo”). In linea con il protagonista di Colui che è degno di essere amato: “Di
fronte a questo fratello maggiore, noi non esistevamo affatto. Con Abdelkébir mi
sarei arreso ovunque, persino tra gli infedeli”.
La dichiarazione di amore per il fratello è riservata a quattro lucidissime e
tenerissime pagine di L’esercito della salvezza, in cui il desiderio sessuale,
l’affetto e il bisogno di protezione si mescolano indissolubilmente. Fin
dall’incipit del capitolo, ritmo, febbre e ripetizione: “È mio fratello! Sì, mio
fratello, mio fratello grande. È mio. Io ho un fratello grande… un fratello
davvero grande! Si chiama Abdelkébir. È grande. È più di un fratello. Abbiamo lo
stesso padre, la stessa madre. È il primo maschio, io sono il secondo”. Nuclei,
accenti e variazioni: “mi ha fatto conoscere i libri, i suoi libri, e la musica,
la sua musica. Il piccolo letto, il nostro letto”. Mosse a tempo di valzer:
“conoscevo la pelle del suo viso, delle sue orecchie, delle sue mani. Libri,
libri, libri. Lo toccavo, lo analizzavo, lo fiutavo. Avevo voglia di chinarmi.
Avevo voglia di allungare la mano. Avevo voglia di un’infinità di cose”.
In questo stile paratattico, semplice e un po’ funkeggiante, Taïa riproduce il
gioioso desiderio di fusione di Abdellah con il fratello, maschio di riferimento
e suo doppio potenziato. Nelle occasionali incursioni clandestine nella camera
di Abdelkébir, il piccolo Abdellah osserva le mutande macchiate di sperma, le
sniffa, assaggia il suo sperma: “quello sperma veniva da lui. Era lui”.
In questa descrizione si esprime il secret gaze tipicamente gay di Abdellah, che
con Abdelkébir si muove sempre e soltanto sul piano del desiderio
irraggiungibile; guardare, ma da una distanza incolmabile, mai potendo toccare
l’oggetto delle proprie fantasie. I due partono per una vacanza insieme a
Tangeri. “Ho l’abitudine di osservarlo con discrezione”. Guardarlo dormire,
rimanere ipnotizzato, nuotare tutto il pomeriggio tra i peli neri della sua
schiena, fino a rivedere nel suo culo nudo la forma delle natiche della madre.
C’è un abisso di desiderio e distanza nei verba volendi che costellano la
seconda parte dell’Esercito della salvezza, nel voler toccare, palpare e vedere
delle chiappe fraterne. “Non che siano belle, ma appartengono ad Abdelkébir”.
Sempre come un voyeur, rubando – si può agire solo “discretamente, venerando di
nascosto con gli occhi”, come Abdellah fa con l’amico Ali in Le rouge du
tarbouche.
Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è
questa: entrer dans la peau de l’autre”. In L’esercito della salvezza, l’insieme
di amore, violenza e tenerezza si nasconde sotto uno stile apparentemente piano,
giocato tra mutande sporche e nomi propri. In un capitolo di Melanconia araba
(2020) troviamo qualcosa di simile quando Abdellah si trova a scrutare il
ragazzino a capo del branco che lo sta stuprando (“puttana, piccola, dammi il
tuo culo”). Cercando in lui delle tracce di affetto e di tenerezza, Abdellah
prima gli dà un nome, quello del cugino Chouaib; poi si arrabbia quando si sente
chiamare con il nomignolo falso, violento e impositivo di Laila. In un altro
romanzo, Colui che è degno di essere amato, il protagonista Ahmed si masturba
insieme a un nuovo amante pronunciando “ana enta”, io sono te, ripetendo a
pappagallo le due parole in arabo, pronto a esplodere di piacere nella sua
lingua di origine. I nomi, insieme al sesso, sono il punto centrale nella
ricerca di una simbiosi amorosa.
> Taïa è ossessionato dall’idea di fondersi con l’altro: “La mia idea di amore è
> questa: entrer dans la peau de l’autre”.
Dopo l’unione, però, bisogna tradire o venire traditi. Abdelkébir, da vero uomo,
deve sposarsi, si sposa, trova una moglie, “una straniera, la nemica, una
baldracca”. Salma pronuncia il nome di Abdelkébir “in modo eccessivamente
sofisticato” – Salma stesso, è inutile dirlo, è un nome che Abdellah detesta.
No, la vera sposa “di quel fratello adorato è mia madre”. Altri motivi spingono
al tradimento: la solitudine; la scoperta del cinema e della letteratura
francese, proprio grazie ad Abdelkébir; l’emergere, quindi, di un mondo che per
il protagonista de L’esercito della salvezza è nuovo. A Tangeri, dunque, si
conclude la prima battaglia di Abdellah, il primo lungo apprendistato:
l’imparare ad amare, seppur in maniera ossessiva, parziale e manchevole. Il
tradimento va consumato: Abdellah entra in un cinema e sperimenta la gioia
clandestina di un corpo più anziano che lo avvolge, lo cerca, prova a toccargli
il sesso e le natiche.
Comincia la seconda fase descritta da Ricouer nella formazione dell’identità
narrativa: la configurazione, il mettere-a-storia la propria esperienza, trovare
una mediazione tra gli eventi individuali e la storia complessiva. Abdellah
impara a manipolare le parole, a farsi spazio tra i dieci corpi che vivono
insieme a lui, a diventare qualcos’altro (ma in realtà questo processo era in
corso già da tempo). La fusione non ha funzionato: è ora di provare a diventare
uomo.
Terza parte. Abdellah si trova presto un nuovo grande fratello, un altro
dittatore: Jean, un professore svizzero in visita a Rabat, che diventa suo
amante. In lui Abdellah vede, in una prospettiva a suo modo controesotica, una
via di salvezza dalla povertà e una porta di accesso al mondo intellettuale: “un
uomo occidentale. un uomo colto, l’uomo dei sogni”. Dopo mesi di fitta
corrispondenza e una fuga romantica in Svizzera, Abdellah decide di spostarsi a
Ginevra per studiare letteratura francese, trasferendosi definitivamente da
Jean. Quando arriva in aeroporto, non trova nessuno: è stato abbandonato. La
prima esperienza dell’Europa consiste proprio nel capire di non essere a casa.
Il critico indiano Homi K. Bhabha la chiama unhomeliness: la condizione di
infamiliarità che prova chi vive delocalizzato, nel mezzo tra due mondi. Se
trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro, con
tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che questo
comporta (sto qui utilizzando le parole della studiosa queer Eve Kosofsky
Sedgwick in Epistemology of the closet, 1990), in questo gioco di identità e
domande (cosa vuol dire essere arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah
si scopre s-casato. Bhabha parla di un’iniziazione extraterritoriale e
crossculturale; Abdellah Taïa, che si trova a lavorare su un piano di urgenza
diverso, si interroga certo sulla questione, ma soprattutto si chiede dove poter
trovare da dormire e da mangiare.
> Se trovarsi un’identità significa identificarsi-con e identificarsi-contro,
> con tutto l’insieme di minaccia, di perdita, di riparazione e di rifiuto che
> questo comporta, in questo gioco di identità e domande (cosa vuol dire essere
> arabo? uomo? gay? europeo? letterato?) Abdellah si scopre s-casato.
“Cercavo un’immagine umana, un segno, mi ritrovai davanti al silenzio. Devo
crescere velocemente, molto velocemente. Essere forte, FORTE”. E a questo fine,
due figure. Prima, un tassista gli indica un ente di accoglienza sul territorio
e gli parla della storia d’amore più importante della sua vita. Seloua (“Voglio
solo ricordare il suo nome, tutto ciò che mi è rimasto”) è una che sa sfruttare
la propria bellezza, ci gioca, conosce il fascino che emana in quanto donna
araba: dopo un’intensa storia d’amore, lascia il tassista per un uomo più
vecchio e più ricco, svizzero-tedesco. Abdellah ha un’intuizione. Poi Mohamed,
un coetaneo incontrato anni prima a Tangeri, con il sogno di andare in Europa
seducendo una donna occidentale: “mostarle di cosa è capace un uomo marocchino;
in altre parole scoparla come una cagna, renderla pazza per lui, e del suo cazzo
soprattutto”. O, perché no, anche prendendolo in culo se serve, pur di salvarsi
– gli uomini, nota, erano più gentili e meno complicati. Solo con gli stranieri,
si intende: “essere scambiato per uno zamel gli avrebbe fatto orrore”. Il
feticismo arabeggiante, il turismo sessuale, l’economia della disperazione (“Non
scordarti di farti pagare bene ‒ e lavati bene il culo dopo, frocio di merda!”):
tutto questo comincia a formularsi in Abdellah nello iato tra l’incontro con
Jean e l’arrivo in Europa.
La prima soluzione è scordare chi si è, tagliarsi fuori dal mondo, diventare
un’ombra (da Melanconia araba: “Sarei stato quello che non si dice, quello che
non esiste” – cosa non molto difficile, per chi si trova in Europa senza soldi
né alloggio). Seguire l’esempio di Samira Said, l’amata cantante e danzatrice
del ventre egiziana che con lo scandalo e il suo ombelico insegnò agli uomini
arabi il fascino della trasgressione; o di Marilyn Monroe, la ragazza orfana
stuprata dal mondo ma eternamente pura. Non si sarebbe trattato di un
cambiamento improvviso: da anni Abdellah, girando per strada in Marocco, viene
chiamato quotidianamente piccolo demone, mostro, prostituta – e quello è solo il
meno. Bisogna imparare a tradire, di nuovo.
In un’espressione ormai classica degli studi postcoloniali, Abdellah comincia a
vivere nell’opacità di Glissant: “smettere, per il momento, di essere
ossessionati da cosa c’è sul fondo della natura”; lasciarsi aperte le
possibilità; essere in pace con l’idea di non capire l’altro, e arrogarsi il
diritto di non farsi capire. Nascondere la verità, anche, e imparare a lanciare
incantesimi: recedere dal mondo. “Ero curioso di stare nei panni di una
prostituta”. Abdellah abbassa la testa e fa il docile, ha compreso la lezione di
Mohamed: in ogni gioco, è necessario che qualcuno si sottometta, faccia lo
schiavo, onori l’altro come colui che ha il potere. Uscendo dalla norma,
negoziando, corteggiando; a volte anche succhiando. “Fingo di sottomettermi a
questo mondo crudele”, scrive Taïa in un articolo per The Queer Arab Glossary:
“dovrò pensare a una vendetta”.
A un certo punto, leggendo L’esercito della salvezza, si ha all’improvviso la
netta sensazione che non si tratti solo di un’operazione letteraria, di un gioco
formale di identità narrative. Certo, c’è anche questo: il libro è un sapiente
intreccio di identificazioni e disidentificazioni tramite il riciclo e il
ripensamento dei significati convenzionali di mascolinità, spiritualità,
nazione. Lo studioso queer José Munoz definisce questo processo come “il
rivelare le macchinazioni universalizzanti ed esclusorie del messaggio
codificato e dirottarle verso l’inclusione e l’emancipazione di identità
minoritarie”. Dare un nuovo significato alle grandi etichette per includere i
margini. Vero.
Ma come anticipato, L’esercito della salvezza, e tutta l’opera di Taïa, racconta
anche e soprattutto la lotta di Abdellah contro chi cerca di sputargli contro,
stuprarlo, lapidarlo. “Now he’s fourteen, he seems to be used to rape. He does
not complain. His ass in an offer. Mi hanno condannato a essere violentato ogni
giorno, ogni notte, dappertutto. A dirty effeminate moroccan, a zamel. Una
puttana”.
Non c’è spazio per piangere, o essere deboli. Un’ombra lo segue, dovunque vada.
Un ragazzino di qualche anno più grande, di nome Naim, anche lui effeminato,
anche lui zamel, anche lui cercato da corpi che non possono attendere, devono
diventare uomini, grandi, potenti. E lo fanno – lo hanno sempre fatto, sempre lo
faranno – proprio attraverso quell’ombra. Un presentimento. Poi, una
fulminazione, che fa di Abdellah un miracolato. A boy to be sacrificed. Ora ha
dieci anni, o dodici quattordici diciassette ventidue, a seconda del libro: è
l’ora di diventare un uomo, di essere grandi, di fare sul serio. “Now I am 38
years old, and I can state without fanfare: no one saved me”. Non Jean, non
M’barka, non Abdelkébir. “Sono diventato un altro, uno sconosciuto. To save my
skin, I killed myself”. In L’esercito della salvezza c’è solo l’incipit: il
processo è appena cominciato.
Quarta parte. Come porto sicuro di innocenza e purezza, il sesso gay. Vagando
sperduto per Ginevra, Abdellah incontra uno sconosciuto che lo accompagna in un
bagno pubblico. Lì, una dozzina di uomini si guardano e toccano con affetto,
senza violenza, come compagni. In una scena di intensa e debordante sensualità
poetica, ognuno di loro tiene la mano destra intorno al proprio sesso, mentre
con la sinistra accarezza le natiche del vicino, in un circolo di reciprocità e
fratellanza. “Questo è l’amore”, dice la voce narrante di Colui che è degno di
essere amato, “avere la possibilità di trovare bello quello che la gente reputa
brutto e indecente. Le palle, una foresta di peli nerissimi e un cazzo”.
Scoprire l’intimità osservando un amico eiaculare latte o vedere, come in Un
pays pour mourir (2015), “due cazzi incontrarsi, toccarsi, venire insieme,
insieme tornare all’infanzia”.
Nella spanna di qualche minuto, l’uomo lo porta in un cubicolo, lo fa venire,
gli regala un’arancia: “nient’altro. Un equo scambio di piaceri”. Qualche ora
dopo, tornando alla sede dell’Esercito della salvezza che lo ha accolto,
Abdellah trova in camera un nuovo compagno di stanza, un giovane ragazzo
tunisino, che, notando la sua gracilità, osserva casualmente: “potresti passare
per il mio fratello più piccolo”. Abdellah, quella sera, divide con lui
l’arancia.
Un secondo incontro chiude il libro. Sul treno, di notte, un marocchino, un
tedesco e un polacco si conoscono in inglese sospesi tra Spagna e Francia.
Rafael, il meraviglioso amante, Mathias, suo innamorato perso, e Abdellah in
procinto di lasciare Jean, in una locomotiva in cui tutti si trovano “lontani
dalle proprie frontiere”. Nudi, insieme e sospesi, “siamo diventati fratelli di
sperma e di sangue”. Un threesome in between, in movimento tra Oriente e
Occidente, senza ancora una storia legittima alle spalle. Verso il
riconoscimento reciproco. Verso, finalmente, una fratellanza vera.
> Il francese semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della
> sottomissione all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la
> consapevolezza del potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e
> incredibilmente fredda”.
Quinta e ultima parte: la letteratura. Nel racconto di questa evoluzione, di
questo viaggio tra famiglia, doppi, opacità e amore, il rischio di diventare un
frocetto parigino settario imborghesito doc è ben presente a Taïa. Il francese
semplice della sua prosa nasce dallo scontro tra il rifiuto della sottomissione
all’académie française e dei suoi chic e dotti membri e la consapevolezza del
potere della lingua colonizzatrice, “falsamente dolce e incredibilmente fredda”.
Abdellah, l’abbiamo visto, ha rinunciato fin dall’infanzia al suo residuo
selvatico: era questione di vita e di morte. “Per me la vera felicità”, ammette
all’Universiteit van Amsterdam, “era quando a sette anni ballavo per le mie
sorelle. Le contaminavo, le rendevo gay, sia nel senso di gaie felici che gay
gay”. Ride di gusto. Si ferma: una piccola pausa. Ci pensa. Riprende. “Sono
dispiaciuto per quel piccoletto che non sono più io. Quel bambino effeminato
l’ho perso per sempre”.
La letteratura non è che vampirismo: “siamo completamenti divorati dalle parole,
dallo stile”. Non c’è salvezza o terapia nello scrivere. Ci si sacrifica nello
stesso modo in cui si è morti in vita, si perdono parti di sé, della memoria e
delle proprie tragedie. Il massimo che si può fare è fulminarsi di nuovo,
inseguire quell’ombra e raccontare il mix di violenza, amore e tenerezza che ne
è risultato. Si espone la contraddizione.
Contro i rischi di un’eccessiva intellettualizzazione, lo scrittore tiene sempre
vicino a sé le voci polifoniche dell’infanzia: il mondo invisibile degli
incantesimi e della religione di M’Barka (“your language, mother, is my
language”), le sorelle, i jinns e gli spiriti dell’oltretomba, che molto più gli
fanno scuola rispetto ai pur amati Genet, Proust o Pasolini. Queste voci, queste
identità mescolate e rimescolate, hanno permesso ad Abdellah di parlare, creando
un punto di unione tra individuo, società e mondo, mai accennando a pose
vittimistiche o narrazioni autocelebrative. Sempre scongiurando il rischio di
diventare una checca francese fatta e finita, di quelle che “si dimenticano dei
poveri quando diventano intellettuali”. “Io un intellettuale? Una puttana sì,
ufficialmente una puttana, mai un intellettuale”.
Per un progetto letterario di questo tipo, l’autofiction è la scelta di
elezione: Taïa, che ha imparato fin da bambino le strategie narrative più forti
per persuadere con le storie, nei suoi libri propone diverse configurazioni
dello stesso narratore, che viene costantemente dislocato, ricollocato,
reinventato. “Nonostante da Ho sognato il re i miei libri tecnicamente non
riguardano me, sono tutti me”. Lui la chiama group autofiction: tutti i
personaggi dei libri di Taïa sono in qualche modo momenti e riflessi diversi
dell’identità narrativa di Abdellah. Reinventare il soggetto autobiografico e
insieme il mondo, cercando di dire qualcosa di nuovo sulla realtà
extraletteraria. Dare spazio alle voci.
> Nel sottile interstizio tra urgenza materiale, costruzione autobiografica e
> polifonico altoparlante di voci e visioni sta la tensione di Abdellah Taïa,
> per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma insieme, profondo e vivace
> rivisitatore di tutte e quattro le categorie.
In questo accostamento, nell’esperienza della lettura, si esaurisce il terzo
passaggio ipotizzato da Ricoeur, la rifigurazione: l’intersezione tra il mondo
del testo e il mondo del lettore, tra il mondo della letteratura e il mondo
dell’azione reale. In questo sottile interstizio, tra urgenza materiale,
costruzione autobiografica e polifonico altoparlante di voci e visioni sta la
tensione di Abdellah Taïa, per i più primo scrittore maschio arabo gay; ma
insieme, profondo e vivace rivisitatore di tutte e quattro le categorie.
Da figli e fratelli a ladruncoli e amanti: solo allora si comincia finalmente a
scrivere. Arrivato ormai ai cinquant’anni, lo scrittore marocchino con la
passione per il silenzio non è più da tempo l’eccitante ed esotico oggetto
sessuale francese; ha smesso la ricerca della letteratura come salvezza e
riscatto sociale; ha pure sviluppato negli anni una diffidenza per la borghesità
intrinseca del romanzo, sebbene continui a pubblicare con cadenza biennale. Ora
si dedica, tra le altre cose, alla prima passione della giovinezza, quella per i
film e i blockbuster, e il loro linguaggio popolare: dopo l’adattamento di
L’esercito della salvezza, sta presentando in questi mesi un nuovo corto, Cairo
streets, a diversi festival europei. A dicembre esce il suo secondo
lungometraggio, Cabo Negro, la storia di due ragazzi LGBTQ+ marocchini in cerca
di libertà.
“Nell’avvicinarmi ai quarant’anni volevo essere visto. Il silenzio è una forma
di viltà. La solitudine è la morte”. Dopo aver perso sé stesso, essersi
invisibilizzato, avere cercato di riformulare dall’interno l’esperienza di un
giovane uomo arabo e gay spatriato in Francia, Taïa ha ora un nome, è
ufficialmente qualcuno. Ma lui lo sa, “non portiamo niente con noi nella vita
lenta”. Libertà, uguaglianza e fraternità, in qualche modo, sono state trovate,
discusse o abbandonate per sempre. Quello che rimane è la gioia di uno scrittore
che ama presentarsi come non-scrittore, la tristezza di chi sa che scrittore lo
sarà comunque per sempre, e la caparbia ostinazione di chi sullo scrivere del
perdersi e del ritrovarsi ci ha costruito una carriera. “Non serve che capisci
tutto. L’importante è continuare a muoversi”, senza mai fermarsi. “E poi un
giorno, senza saperlo, capirai”.
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