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“È un lusso per i ragazzi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente. Gli stipendi sono fermi e per uscire dalla povertà ci vogliono 5 generazioni”: così nayt
Zitto zitto nayt ha portato a casa il sesto posto al Festival di Sanremo 2026 grazie alla sua performance e le parole di “Prima che”. Ora l’artista romano, che ha una delle penne più interessanti del mondo rap, è tornato con il nuovo album “io Individuo”, il decimo della carriera che contiene 13 brani inediti. Nessuno sconto, parole come lame sulla collettività, l’industria discografica e gli individui, come recita il titolo del progetto discografico. Tra le chicche contenute: “Ci nasci, ci muori” con la citazione di “In Italia” di Fabri Fibra, mentre “Briciole” di Noemi è in “Astronauta” e poi “Stupido pensiero” feat. Elisa. La cover dell’album è un quadro acrilico su tela 120x120cm dipinto a mano dall’artista Ozy e ispirato dalla fotografia “De Schimmel” (1992), scattata dall’iconico fotografo tedesco Hannes Wallrafen. A novembre 2026 nayt sarà protagonista di Noi Individui Tour, il nuovo tour che lo vedrà protagonista nei palasport delle principali città italiane. Perché “in Italia è difficile restare, ma in Italia è difficile anche andarsene”? Perché l’Italia ha delle cose bellissime, perché a casa, per noi, è difficile andarsene. È difficile restare per tutte le difficoltà che però comporta restare a casa oggi, dove le cose non vanno bene sotto determinati punti di vista. Insomma è un Paese incredibile allo stesso tempo che diventa sempre più ostile per certi versi difficile. Diventa sempre più un lusso per i ragazzi di oggi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente e dignitosamente. In un altro pezzo parlo del fatto che gli stipendi in Italia non crescono da non si sa quanti anni, che la statistica per uscire fuori dalla povertà è di cinque generazioni. Quindi ci sono dei contrasti importanti. Come mai “nessuna azienda investe nella cultura, nessuno Stato, né un partito, nessun padre”? Non è effettivamente proprio così, ma sembra che ci sia molto questa tendenza, soprattutto dove non dovrebbe esserci, o dove non dovrebbe ma potrebbe non esserci. Allora sembra che la cultura sia in mano agli artisti, ma soprattutto che è anche una roba fisiologica, nel senso anche normale che lo sia, ma sembra che non ci sia nessuna struttura e che quindi poi gli artisti vengano eletti ed ‘eletti’ a ‘salvatori’ o educatori nella nostra società, cosa che mi sembra un po’ assurda. Chi sono i protagonisti dei tuoi interludi nel disco? Nel primo interludio c’è mia madre, nel secondo interludio c’è una persona per me molto importante che è un mentore col quale ho tanti scambi di questo tipo anche dove parliamo di tante cose e in quell’interludio in particolare si parla di devozione, si parla di contraddizioni, si parla del culto dell’idolo. Sottolineo un po’ delle contraddizioni che fanno parte di noi come individui, della nostra società, della nostra collettività. e anche di me in quanto artista e personaggio pubblico esposto. Com’è nata la collaborazione con Elisa? Ho proposto il pezzo e ci siamo visti in studio una mattina presto, siamo rimasti fino alle tre di notte, lavorando a questo pezzo completamente da zero ed è uscito quello che è uscito. È stata un’esperienza incredibile, sono molto felice. Per me Elisa è una maestra di vita, di musica. Il disco è generazionale, quale messaggio vorresti che arrivasse? La mia generazione, la mia in particolare che ho 31 anni, ha una grande potenzialità per fare da ponte tra queste nuovissime generazioni che ci sono, che nascono con il telefono in mano, e i nostri genitori e chi prima di loro, che invece si sono ritrovati ad un certo punto in questo mondo del digitale. Ma a prescindere dai social e dalla tecnologia, parlo proprio di linguaggio, dei tempi, degli spazi, dei ritmi diversi. E noi siamo un po’ in questa metà. Che bambino sei stato? A dieci anni passavo i pomeriggi in camera di mia madre con il suo stereo, i cd che aveva…C’era proprio un procedimento diverso di fruizione della musica, c’era una complessità diversa. Ora questo è sulla musica, ma potremmo traslarlo in tantissimi altri contesti. Quindi credo che abbiamo questa possibilità di fare da ponte tra queste macro generazioni, però ovviamente siamo anche in questa confusione… Di cosa si tratta? Come fai a scegliere come fai a capire chi sei? È veramente difficile. L'articolo “È un lusso per i ragazzi restare in Italia e riuscire a vivere decentemente. Gli stipendi sono fermi e per uscire dalla povertà ci vogliono 5 generazioni”: così nayt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Gli artisti? Sono un po’ rompic**oni e grandi esperti di ristoranti. La mia droga è l’abitudinarietà, ma provo a sconfiggerla uscendo fuori dal mio guscio. Volevo vincere Sanremo, anche se…”: così Fulminacci
Dopo il Festival di Sanremo, dove ha presentato il brano “Stupida sfortuna” conquistando il Premio della Critica “Mia Martini” e il Premio Assomusica Sanremo 2026 per la “Migliore Esibizione Live di un artista rivelazione”, Fulminacci pubblica il suo nuovo bell’album “Calcinacci”, venerdì 13 marzo. Una tracklist che fa godere canzone dopo canzone, da ascoltare all’aria aperta con l’arrivo della primavera perché comunica speranza, voglia di ricostruire e di rinnovarsi. Per l’occasione il cantautore sarà anche protagonista sul grande schermo con l’omonimo cortometraggio proiettato in tre date speciali questa settimana nei cinema di Roma (12 marzo), Napoli (13 marzo) e Milano (14 marzo). “Nel corto sono una persona vittima degli eventi a cui succedono una serie di cose che, – ha raccontato l’artista a FqMagazine – senza rendersene conto, mette mattoncino dopo mattoncino insieme i calcinacci delle altre persone, cioè risolvo dei problemi degli altri”. Dal 9 aprile da Roma parte Palazzacci Tour 2026. Perché in “Mitomani” hai citato “Quello che le donne non dicono”? Perché ‘Mitomani’ è una canzone dissacrante, quindi ho preso un verso di una canzone estremamente emotiva e l’ho trasformata… Racconto del grido d’aiuto di questi cuori infranti, di questi mitomani che vivono di storie assurde. Mi faceva ridere l’idea delle persone che gravitano attorno al jet-set che confessato ‘ma gli diremo ancora un altro Si’ all’artista e idolo di turno. È un tipo di disperazione di queste persone che stanno alle dipendenze di questi cantanti, attori, personaggi dello spettacolo che rompono i coglioni costantemente e che vanno accontentati. Ti metti dentro alla categoria di questi artisti “rompi…i?”? Certo! (ride, ndr) Mi sono reso conto, ad esempio, che tutti i cantanti che conosco sono esperti di ristoranti. C’è questa cosa che si va a cena, perché c’è la possibilità, ma anche il tempo di fare delle cose, perché noi abbiamo vite in cui per mesi magari non abbiamo niente da fare e per altri mesi siamo le persone più impegnate della terra. E quindi questo è un po’ una caratteristica di chi fa questo lavoro e questo li rende esperti di ristoranti. Cosa pensano di te i tuoi amici? Mi tutti ridiamo di questa cosa e comunque un po’ ne facciamo parte. Ed è una canzone che a me fa molto ridere per questo, perché racconta proprio dinamiche reali di questo mestiere. Non so quanto la gente ci si possa riconoscere, infatti questa è un po’ la scommessa… Qual è il tuo occhio critico nei confronti di questo ambiente dello spettacolo? Mi fa molto ridere raccontare questo lato del mondo dello spettacolo per farlo pure un po’ scendere dal piedistallo per dire comunque siamo persone con le nostre debolezze che fanno cose come riempire il nostro tempo. In alcuni momenti facciamo serate in giorni della settimana in cui la gente lavora. Volevo fosse un’autodenuncia, in realtà. Hai una visione quasi infantile in questo disco. È voluto? Secondo me ho un po’ la sindrome di Peter Pan o qualcosa di simile, ma non diagnosticato. In che senso? Mi va di rimanere bambino in modo patologico un po’ la sento questa cosa e alla soglia dei 30 anni comunque lo sento particolarmente cioè mi rendo conto che io voglio giocare il più possibile. A parte quando si tratta di andare alle poste, pagare le multe, le tasse, per tutto il resto del tempo io voglio giocare. E quindi questo è il mio obiettivo nella vita in realtà. Però è chiaro che questa cosa si porta dietro un po’ di frustrazione perché comunque ho i primi capelli bianchi e mi rendo conto che comunque sono un adulto, ma io mi sento esattamente identico a quando ho fatto la maturità. Quindi non so se è una cosa positiva o no. “Maledetta timidezza. Maledetta educazione”, dici di te stesso. Perché ritieni ti abbiano “frenato”? Semplicemente perché più volte nella vita mi sono trovato ad essere quello che in inglese si definisce un ‘people pleaser’, quindi con il bisogno di fare bella figura, piacere agli altri, risultare educatissimo. Non rischiare niente però questo non rischiare niente poi ti porta a non dire spesso e a limitarti a ringraziare e chiedere scusa più volte. Ho fatto questo errore. Cosa hai imparato da questi errori? Che è importante parlarsi dei fatti veri, invece, di dirci le cose educate, edulcorate che poi alla fine sono vuote. Però ciò non vuol dire che bisogna insultarsi chiaramente però bisogna dire la verità. Ultimamente mi sono un po’ di più. Ho accettato il fatto che non si deve per forza piacere, perché il fatto di dover piacere a tutti quanti poi fa di te un personaggio inesistente, perché se l’obiettivo è piacere ci riusciamo tutti, basta dire a volte delle cose che non sono vere del tutto, invece no. Ma poi pure ho imparato una cosa che quando ero più piccolo mi mettevo in difficoltà, non essere d’accordo con il mio interlocutore per me equivaleva a litigarci. Hai cambiato atteggiamento negli anni? Sì perché persone più adulte di me mi hanno spiegato ‘guarda tu puoi dire che non sei d’accordo e puoi continuare a farti volere bene da una persona’. Perché per me era ‘se io adesso ti dico che non siamo d’accordo, tu non mi vuoi più bene’. Era un binomio proprio sbagliato, una distorsione della realtà. Ho capito che si può dire ‘a me è piaciuta questa canzone, a te no. Perfetto, adesso andiamo a bere una birra insieme, lo stesso, non è che ti odio per questo’. E concretamente tutto questo, come lo hai applicato? Ho fatto tutto il Festival di Sanremo sbandierando il fatto che avrei vinto cioè onestamente mi divertiva l’idea di vincere e quindi ho detto che ti aspetti a questo festival? La vittoria perché l’ho affrontata con come un bambino. Ero sicuro della mia canzone. Questo stato d’animo mi ha portato a comunque a vivere come una vittoria perché ho vinto il Premio della critica che è una vittoria gigante però poi sono arrivato settimo nella gara. Bilancio positivo? Sento di aver vinto per come l’ho affrontata proprio per come ho vissuto anche per questo fatto di dire che ‘vincerò io’ ho tolto completamente la scaramanzia e ne ho fatto anche una forma di comunicazione legata alla mia canzone. Ho combattuto la scaramanzia tutto il tempo proprio per non farla vincere contro di me perché poi nel mio caso non ha mai funzionato, mi ha sempre alimentato la paura. In “Nulla di stupefacente” si parla di richieste d’aiuto. Hai avuto difficoltà a chiedere aiuto? La canzone fa parte della colonna sonora del film ‘Strike – Figli di un’era sbagliata’ (in uscita il 26 marzo, ndr), ambientato in un cento di recupero con al centro ragazzi che si aiutano. Più volte mi è successo di non chiedere aiuto o di vedere un mio amico che aveva bisogno di aiuto e non lo chiedeva ed è anche difficile se tu vuoi dare aiuto a chi non lo chiede e ne ha bisogno. Succede quando si è piccoli, a 18 anni, al liceo, quando vedi persone in difficoltà e non capisci che cosa gli devi dire, perché comunque sono persone ancora non formate, che non ti chiedono nulla, ma che in realtà stanno gridando dentro. Oggi come vanno le cose? Pago dei professionisti per farmi aiutare. Vivo meglio la vita sicuramente con meno paura, così come vivo molto meglio la dimensione live della performance, come è accaduto in questo Sanremo perché non mi sono fatto frenare dall’ansia, dalla prestazione, dalla paura che sono cose terribili che fanno solo male. Ora io mi concentro solo sul collezionare dei ricordi, anche perché faccio un lavoro che è una benedizione e quindi non collezionare ricordi positivi è bruttissimo. Nelle canzoni si parla di macerie, di essere single con nell’ombra una storia importante conclusa. Hai sofferto molto? Sì c’è stata una rottura importante della mia vita dopo sette anni e quindi mi sono ritrovato da solo a ricostruirmi, questo disco è pure il frutto di questo percorso. Ho conosciuto persone, ho nuove amicizie, ho capito cosa vuol dire essere ‘scomodo’. E cosa vuol dire? Ho capito che stare scomodo è la chiave per avere soddisfazioni nuove perché io sono sempre stato molto fedele alla mia routine. Mi ha sempre molto messo in crisi il viaggio, la scoperta, il cambiare persone, il cambiare luoghi. Però poi ho capito che, a un certo punto, tutto questo era una trappola, perché è come chi si droga, cioè si ritorna sempre lì, perché c’è un porto sicuro, una stampella, però che poi non ti fa vivere. Ed è un po’ la mia droga, la mia dipendenza era un po’ questa: l’abitudinarietà. Cosa hai fatto? Ho riempito il disco di tante collaborazioni, ho fatto cose diverse, sono andato al concerto di Paul McCartney a Manchester che era il mio più grande sogno e ce l’ho fatta. Ho fatto tante cose in quest’anno e quindi sono stato molto più ‘scomodo’. Ho fatto colazione a casa mia, meno volte di quanto sperassi però proprio per questo è successo qualcosa. Ne è nato un disco che a me piace e che non vedo l’ora di suonare live ma soprattutto per capire cos’è che piace di più o non piace agli altri. L'articolo “Gli artisti? Sono un po’ rompic**oni e grandi esperti di ristoranti. La mia droga è l’abitudinarietà, ma provo a sconfiggerla uscendo fuori dal mio guscio. Volevo vincere Sanremo, anche se…”: così Fulminacci proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A Sanremo 2026 torno con timidezza, ma se voglio una cosa me la prendo con determinazione. Come sopravvivere? Non facendosi travolgere dal tempo”: così Mara Sattei
“Le cose che non sai di me” è il titolo del brano in gara a Festival di Sanremo 2026 di Mara Sattei. La canzone farà parte del disco “Che me ne faccio del tempo” da venerdì 27 febbraio anche nel formato fisico con l’aggiunta di nuove tracce, tra cui il brano sanremese. Nel disco le collaborazioni di Noemi, thasup e Mecna. Quest’ultimo accompagnerà Mara Sattei anche durante la serata cover del Festival di Sanremo, venerdì 27 febbraio, con “L’ultimo bacio” di Carmen Consoli. Un momento speciale del progetto è la collaborazione con Elisa, presente soltanto nel formato fisico. “Ci sono sicuramente tante sfaccettature di una persona che non emergono subito,- ci racconta Mara Sattei in occasione della sua partecipazione al Festival – però magari nonostante io sia una persona molto timida ed è una cosa che va benissimo, però sono anche tanto decisa, tanto determinata quando voglio una cosa, me la prendo e basta”. Per la serata delle cover “ho scelto ‘L’ultima bacio’ perché è uno dei miei brani preferiti e volevo portare omaggio a una grande cantautrice come Carmen Consoli”. Sul disco Sattei ha detto: “Che me ne faccio del tempo è un titolo che è nato scrivendo un brano di getto e mi è piaciuto subito e l’ho tenuto come titolo. Da lì ho costruito tutto tutto intorno e alla fine ha rappresentato al 100% quello che volevo comunicare cioè l’importanza di non farsi travolgere dal tempo ma di viverlo e di ‘abitarlo’. Ci sono tante cose sicuramente diverse come Mecna, di cui sono fan da quando ero molto piccola e mi colpisce tanto la sua penna, perché è una penna bellissima”. E ancora: “Noemi. Con lei siamo amiche e abbiamo anche già condiviso il palco di Sanremo insieme. Quando ho scritto questo brano ho pensato proprio fosse giusto per lei. Con mio fratello (thasup., ndr) invece ‘Everest’ rappresenta un qualcosa di diverso rispetto a tutto quello che abbiamo fatto uscire fino ad adesso quindi aggiungiamo sempre qualcosa di nuovo anche nelle nostre collaborazioni”. Thasup sbarcherà mai al Festival? “Beh io credo che ogni artista abbia il proprio tempo e mio fratello è un artista, come io sono un artista, quindi ognuno fa le proprie scelte. Magari arriverà il momento in cui vorrà a farlo, magari no, ma sarà la sua scelta”. L'articolo “A Sanremo 2026 torno con timidezza, ma se voglio una cosa me la prendo con determinazione. Come sopravvivere? Non facendosi travolgere dal tempo”: così Mara Sattei proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ci ucciderà la fretta di arrivare, il bisogno di essere subito performanti. Vogliamo diventare come l’IA? Non credo”: il debutto di Tredici Pietro a Sanremo 2026
Tredici Pietro è per la prima volta in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Uomo che cade”, scritto da Tredici Pietro insieme ad Antonino Dimartino. La musica è di Antonino Dimartino e Marco Spaggiari. È prodotto da Vanegas; la produzione aggiuntiva è di Giovanni Pallotti, Fudasca, Sedd e Montesacro. Venerdì 27 febbraio esce “Non guardare + giù”, l’album, pubblicato lo scorso aprile, nella nuova versione deluxe che include, oltre alle tracce originali, il brano “La Fretta” e il brano sanremese. “MI SONO SENTITO SUPERATO E DI NON SERVIRE ALLA MUSICA” “Uomo che cade penso che sia uno dei brani che ho scritto in quest’ultimo anno, che mi rappresenta di più, sia sotto ‘aspetto lirico che sonoro. Ha la statura giusta per essere su quel palco. Ci sono stati tanti anni in cui mi sono sentito superato e di non servire alla musica in qualche modo. Ci sono stati degli anni in cui magari le cose non andavano bene come adesso, chiaramente si pensa al peggio: ‘non riuscirò a realizzare i sogni della mia vita’. Questa cosa terrorizza. Il mio invito è quello di non smettere di crederci. Quando pensi che stai toccando il fondo, è lì che stai risalendo. È importante fare e avere la giusta capacità reattiva nei confronti della vita. Non è una cosa che possono fare tutti, però è un sogno”. IL RICORDO DI LUCIO DALLA: “LUI CHIAMAVA MIO PADRE PSYCHO” Nella serata delle cover Tredici Pietro canterà – accompagnato da Galeffi, Fudasca & band – “Vita”, portata al successo nel 1988 dal padre Gianni Morandi e da Lucio Dalla: “Lucio è stato un grande musicista e cantante. Uno dei più grandi che l’Italia abbia avuto. Quello che so è che chiamava Lucio chiamava mio padre “psycho”, perché registrava troppe volte. Era troppo minuzioso nelle registrazioni delle canzoni, delle voci. Invece Dalle era uno da ‘buona la prima’, uno molto intenso e capace di racchiudere tutte le emotività, le capacità interpretativa immediata” “CI UCCIDERÀ LA FRETTA DI ARRIVARE” “C’è anche un altro inedito che si intitola “La Fretta: “Oggi vedo tanta rinuncia, tanta incapacità nel prendere un percorso e portarlo avanti per anni e definirlo come strada di vita, da parte nostra, della nostra generazione. Ho tantissimi amici che purtroppo non riescono a trovare una strada, magari, fanno un lavoro dopo sei mesi che fanno tanti lavori per sei mesi… Noi oggi, con tutti questi input /output che riceviamo, abbiamo quasi l’imbarazzo della scelta da una parte e dall’altra. Quindi è così difficile prendere una strada e perseguirla senza guardare giù. Io dico che ci ucciderà la fretta di arrivare. Questo spasmodico bisogno di dover arrivare domani per non dire adesso, questo bisogno di essere subito performanti. Andando invece avanti per la propria strada, magari qualcosa di buono arriva, ma soprattutto cercandolo. Di mezzo c’è un impedimento economico, secondo me. La lontananza che c’è tra voler fare le cose e accedervi. Realmente. Però in mezzo c’è un altro grande spettro, quello dell‘immobilità, non avere il coraggio di fare, che può essere “non provarci con una ragazza”, perché tanto c’è il telefonino e le si scrive quando si è a casa, una cosa da cretino, sei solo un babbo (ride, ndr). Al non cercare di dire la propria in una sala per paura di essere giudicati e di conseguenza non mostrare se stessi. È molto difficile, perché c ‘è tanto giudizio, la privacy sembra non avere avere riposo, non esistono momenti in cui siamo costantemente non passibili di privacy. Dalla persona più sconosciuta alla più conosciuta, potenzialmente ci si potrebbe ritrovare nel video viralissimo in cui fa la figura “peggiore del mondo” e questa cosa nella testa della gente gira. L’unica cosa importante è che dobbiamo avere dei tempi di defaticamento, dei tempi in cui stiamo fermi e veniamo superati dalla vita, è inevitabile”. “SOLO L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NON SI FERMA MAI” “La Borsa si ferma, tutti si fermano nel weekend solo l’Intelligenza Artificiale non si ferma. Vogliamo davvero seguire il processo delle IA? Eseguire i ritmi di un robot? I robot non avranno bisogno di andare in vacanza con loro famiglia. I robot non avranno bisogno di la domenica di pausa. Siamo sicuri di voler diventare un robot o comunque seguire quel ritmo lì e di doverci adattare a quello? No, non è così. Non voglio arrivare a questo, vorrei che il mondo fosse più fallibile e che fosse celebrata la fallibilità. L’uomo che cade alla fine celebra la figuraccia, il fallimento e il cadere perché il cadere è figlio dell’aver provato almeno per una volta a risalire per avvicinarsi alla vetta”. L'articolo “Ci ucciderà la fretta di arrivare, il bisogno di essere subito performanti. Vogliamo diventare come l’IA? Non credo”: il debutto di Tredici Pietro a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Porto con me a Sanremo 2026 Francesca Fagnani, quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto di avere molte affinità. Del mio passato mi manca essere bimbo”: così Fulminacci
Fulminacci è tra i Big della 76esima edizione del Festival di Sanremo, dove è in gara con il brano “Stupida sfortuna”. Il cantautore torna all’Ariston con uno spirito diverso rispetto all’esordio del 2021 con “Santa Marinella”. “C’era il Covid, con i palloncini al posto del pubblico, che tra l’altro sono la mia più grande paura. È stato tremendo”, ha commentato. Per la serata delle cover, la sua scelta è ricaduta su Francesca Fagnani per reinterpretare “Parole parole” di Mina. La partecipazione al Festival anticipa l’uscita il 13 marzo del suo nuovo album, “Calcinacci”. Un titolo che nasce da un momento di svolta personale: “Ho concluso una relazione molto importante e mi trovo in mezzo alle macerie. I calcinacci sono dove si è distrutto e dove si ricostruisce sono i cantieri. Questo disco è proprio questo: sono io che ricostruisco, che guardo cosa è successo, con tutti i sassi per terra, e cerco di ricostruire”, spiega. Ad aprile 2026 la prima volta nei palasport con il “Palazzacci Tour 2026” che partirà il 9 aprile da Roma (Palazzo dello Sport), per poi toccare Napoli (11 aprile, Palapartenope), Milano (15 aprile, Unipol Forum) e Firenze (18 aprile, Nelson Mandela Forum). “Stupida sfortuna” parla anche di ostacoli da superare, quali sono per te? Gli ostacoli sono quelli della vita, sono gli errori che si possono fare, le cose che si sono dette quando ti mangi le mani perché dici perché ‘ho detto questa cosa!’ e magari non riesci a dormire. Parla dei rapporti umani, degli errori che si fanno nei rapporti umani, ma anche del fatto che forse è inevitabile farli ed è proprio qui che risiede il fatto di essere umani. Ci sono anche i pensieri legati al passato e speranza per il futuro. Cosa ti manca del tuo passato e invece cosa ti auguri per il futuro del nostro Paese? Del mio passato mi manca il fatto di essere bambino e quindi di non avere nessuna responsabilità che è una cosa molto comoda però devo dire che grazie al lavoro che faccio continuo a giocare come fossi un bambino e questo lo farò per sempre. Per il futuro del mio Paese mi auguro…Che mi devo augurare? Che vada meglio di come va. Nel corso della serata delle cover sarai con Francesca Fagnani su “Parole parole” di Mina. Conoscevi già Francesca? Come gliel’hai proposto? Con Francesca ci eravamo incontrati un anno fa e in un contesto proprio legato alla nostra vita privata, c ‘era un pranzo. Però ci siamo conosciuti meglio successivamente. Io l’ho chiamata, le ho chiesto se le andasse di fare questa cosa e lei ha detto di sì con grande entusiasmo fin da subito. Sono stato contento perché non era scontato che un personaggio come lei si abbandonassi a un’emozione così istintiva, come quella dell’entusiasmo di partecipare. È una cosa del tutto leggera, basata solo sulla voglia di omaggiare un grande brano musicale degli Anni 70 con amore. Quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto di avere molte affinità, lei è una persona estremamente ironica, estremamente simpatica mi ci trovo davvero bene, quindi ho trovato anche una amica oltre che una collaboratrice. Perché hai scelto proprio questo capolavoro di Mina? Penso che sia una canzone con delle caratteristiche da hit, però allo stesso tempo è un brano degli Anni 70, è una canzone che abbiamo un po’ tutti noi italiani nel nostro DNA. Forse i miei coetanei non l’hanno mai sentita veramente cantata da Mina e Alberto Lupo, ma ‘abbiamo sempre canticchiata un po’ così, per tradizione orale. Come se fosse un detto popolare. Così era giusto che questa canzone ritrovasse uno spazio e un omaggio televisivo. Paura dei confronti? Chiaramente non ho nessuna intenzione di misurarmi con la voce di Mina, ma questo penso sia ovvio e voglio solamente fare un simpatico omaggio. Ad aprile 2026 partirà il primo tour nei palasport, il Palazzacci Tour 2026, cosa dobbiamo aspettarci? Ci vedremo a Roma, Milano, Napoli e Firenze. Non vedo l’ora perché sarà un concerto lungo, denso, pieno di canzoni. Ora ormai ho quattro dischi quindi dovrò anche togliere delle canzoni che magari per qualcuno sono importanti, ma questo è obbligatorio.. Ho già la scusa in anticipo: devo fare così perché sennò non ci stiamo quei tempi. Ci saranno varie fasi del show e sarà strutturato in modo tale da non annoiare mai che per me è la prima cosa sempre e ci divertiremo ci saranno vari momenti diversi. “Calcinacci” invece è il titolo del tuo disco, qual è il messaggio? Parla di macerie e di ricostruzione, parla di tutto quello che ho vissuto durante questo anno in cui l’ho scritto e ci sono molte cose della mia vita. Ci sono ci sono anche degli elementi, invece, più narrativi e immaginari, ma anche questo fa parte della vita immaginarsi qualcosa che non c’è. È un disco che ha una sua marcata coerenza tra brano a brano, secondo me, ha anche molta identità li velo di suono, di contenuto per forza, perché appunto io sono filo conduttore che unisce i brani e quindi l ‘unica cosa che mi resta da dirvi è ascoltatevelo e ditemi che ne pensate. L'articolo “Porto con me a Sanremo 2026 Francesca Fagnani, quando ci siamo conosciuti abbiamo scoperto di avere molte affinità. Del mio passato mi manca essere bimbo”: così Fulminacci proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sono Gennaro Amatore, nato a Mugnano di Napoli, alto 1.82 metri più o meno, single, occhi verdi circa, felice, solare, gasato tanto”: Samurai Jay debutta a Sanremo 2026
Quando Carlo Conti ha pronunciato il suo nome tra i Big di Sanremo 2026, quanti di voi si saranno chiesti: “Ma chi è Samurai Jay?”. Eppure chi bazzica i social e dintorni non può non conoscere “Halo”, il singolo pubblicato lo scorso 12 giugno, certificato disco d’oro, con oltre 70 milioni di stream su tutte le piattaforme. Così il cantante debutta tra i Big in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo 2026 con “Ossessione”, scritta e composta dallo stesso cantante con Luca Stocco e Vittorio Coppola, co-scritta da Salvatore Sellitti e prodotto da Vito Salamanca e Katoo. Il brano esaspera il concetto di motivazione con cui portiamo avanti le passioni che abbiamo. Venerdì 27 febbraio, durante la serata dedicata alle cover, Samurai Jay si esibirà sul palco del Teatro Ariston con il brano “Baila morena” di Zucchero e sarà accompagnato da Belén Rodríguez e dal compositore, trombettista, cantante e produttore discografico Roy Paci. “Mi presento – anticipa a FqMagazine Samurai Jay -: Sono Gennaro Amatore, nato a Mugnano di Napoli, alto 1.82 metri più o meno, single, occhi verdi circa, felice, solare, gasato tanto. Ho deciso di presentarmi con ‘Ossessione’ perché è ispirata alla vita. Ci sono relazioni travagliate, un po’ di situazioni di qua e di là, sono uno che si ispira molto a quello che succede, mi guardo molto intorno”. Il discorso si sposta sul passato: “La mia infanzia è stata molto felice, l’adolescenza un po’ meno per una serie di problemi economici della mia famiglia, che è molto umile. C’è stato un problema con lavoro di mio padre. Ora però tutto è risolto perché lavora come elettricista in un convento di suore. Ci siamo fatti forza, siamo andati avanti, grazie anche a mia madre. Devo tutto ai miei genitori perché mi hanno permesso di portare avanti il mio sogno che è fare musica. Nonostante tutti i demoni dell’adolescenza mamma si è molto battuta per me e perché portassi a compimento il mio desiderio. Ed eccoci qui”. La vita è cambiata in un attimo: “Mi sto innamorando della routine, del cercare di avere un ritmo di sonno regolare, del mangiare bene e soprattutto mi sto innamorando della vita ancora di più, perché sto scoprendo veramente la gioia delle piccole cose. Ora che le cose si stanno ‘ingrandendo’, sento molto di più la necessità di dare veramente importanza alle cose importanti, quindi la mia ossessione in questo momento sono le cose piccole della vita”. C’è molta curiosità attorno alla serata delle cover per “Baila Morena”: “È un brano che mi porto dietro dall’infanzia. Abbiamo provato a lavorare sul brano e subito l’arrangiamento ci è piaciuto molto, tanto che abbiamo deciso di coinvolgere Mr. Roy Paci. Una volta chiuso l’arrangiamento per il mood ci è venuta in mente Belen, la figura perfetta da tirare dentro. Così le abbiamo fatto la proposta e lei con gioia ha accettato”. Uno dei versi del brano dice: “Scatta un paio di foto poi mandale. Fammi vedere cosa indossi stasera”. L’elogio del sexting? “(ride, ndr) eh no non dico togli però! Ma è semplicemente raccontare di quando vogliamo riempire di complimenti una donna per quello che indossa o per come è in quel momento. Quante volte ci chiedono se apprezziamo le unghie, i capelli o un abito? Mi sembra giusto dare la giusta attenzione e rispetto”. Samurai Jay è un bravo ragazzo. L'articolo “Sono Gennaro Amatore, nato a Mugnano di Napoli, alto 1.82 metri più o meno, single, occhi verdi circa, felice, solare, gasato tanto”: Samurai Jay debutta a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Perdere mia mamma ha pesato sui miei rapporti con le donne. Mai stato libero dall’idea di abbandono dell’amore”: Francesco Renga a Sanremo 2026
Francesco Renga partecipa in gara alla 76esima edizione del Festival di Sanremo con il brano “Il meglio di me”. Il brano nasce come un’intima riflessione sul percorso di crescita personale ed è stato scritto da Stefano Tartaglino, Antonio Caputo, Simone Enrico Reo, Mattia Davì, Davide Sartore e lo stesso Renga. Nella serata di venerdì 27 febbraio dedicata alle cover, Renga insieme a Giusy Ferreri si esibirà con “Ragazzo solo, ragazza sola”, versione riadattata in italiano di “Space Oddity” di David Bowie, con un testo riscritto da Mogol e pubblicata nel 1970. In autunno è prevista la partenza di “Live Teatri 2026”. Al via da Milano il 3 ottobre al Teatro Arcimboldi. “IL MIO APPROCCIO SENTIMENTALE È CAMBIATO” “In questa canzone c’è al centro la responsabilità emotiva di un uomo e la consapevolezza di doverci lavorare, quindi di fare qualcosa per riuscire a tirare fuori il meglio – ha affermato a FqMagazine – che c’è in ognuno di noi. Questo accade senza proiettare invece l’ombra, il disagio, le paure e le criticità sugli altri. Quindi, secondo me, è un lavoro che una volta iniziato, probabilmente non si finirà mai. Però già il fatto di dire ‘ok, guarda, magari non sono preciso, non sono perfetto, non sono l’uomo che dovrei essere, però ci sto provando è un buon punto di partenza”. È cambiato anche l’approccio sentimentale, in che modo? “Diciamo che l’approccio sentimentale è cambiato perché sono cambiato anagraficamente, sono cambiati i rapporti, si cresce. Un conto è essere innamorati a 14 anni e un conto è essere padre e magari sposato o separato a 58 anni. C’è una maturità diversa, una consapevolezza differente, ma anche la vita ti mette davanti a occasioni che magari non hai saputo cogliere o che magari hai colto, ma hai fallito”. “PERDERE LA MADRE SEGNA IL PERCORSO DI UN UOMO” Inevitabile che la perdita di una madre possa in qualche modo incidere sul percorso umano: “La sua perdita è stata fondamentale, perché nel bene e nel male, certamente ha pesato su tutti i miei rapporti con le donne. Non sono mai stato libero da questa idea di abbandono dell’amore più grande della vita di un bambino, di un ragazzo, di un maschietto, che appunto è la madre. E questa cosa ha segnato tutto. È stato molto difficile, soprattutto per le donne che mi sono state vicine e che mi hanno amato, che mi hanno voluto bene. Per esempio mia figlia, per certi versi. Però proprio grazie a lei alla fine sono riuscito a risolvere o perlomeno sto cercando di risolvere anche questa cosa qua. In fondo nella canzone di Sanremo c’è questa cosa. È una delle tematiche fondamentali di tutta la mia poetica”. “MIA FIGLIA JOLANDA È AVANTISSIMA, MIO FIGLIO LEO È ORSO COME ME” “Mia figlia Jolanda è avanti 100 milioni di anni rispetto a me, in tutto. Mio figlio Leonardo invece purtroppo, assomiglia un po’ di più a me e ha tutte le mie criticità, quindi un po’ più orso, un po’ più introverso, molto sensibile. Sono molto diversi, in realtà, tutti e due. Però da loro, imparo, imparo sempre, imparo tutto. Anche questa canzone alla fine è figlia di un rapporto con loro, perché parla anche di questa cosa qua, di un’educazione sentimentale tra padre e figlio. Se tu sei un disastro sentimentale, non hai fatto nessun lavoro su di te, sei ancora convinto di tutto quello che ti diceva tuo papà 50 anni fa e allora diventa difficile far crescere una nuova generazione”. “Di loro invidio l’età (scherzo, ndr). Io sono curioso, ma loro sono molto più curiosi. Leo soprattutto è molto curioso. A Jolanda piace far star bene tutti, tanto che a volte le dico ‘è difficilissima questa cosa che continui a fare’. Lei si danna per fare sì che tutte le persone intorno a lei stiano bene, si preoccupa… È una cosa meravigliosa che non mi riesce fare perché non ho gli strumenti, mentre a lei viene naturale questa cosa. Leo ha la curiosità, una certa intelligenza logica che, a volte, mi sorprende, perché io non ce l’ho così. Io sono magari un po’ più artista, su certe cose non ce l’ho la logica, ma lui sulla logica è disarmante”. L'articolo “Perdere mia mamma ha pesato sui miei rapporti con le donne. Mai stato libero dall’idea di abbandono dell’amore”: Francesco Renga a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’unica cosa che manca all’AI è il dolore. La fuga di cervelli dall’Italia? Cercano di farli tornare ma ricattandoli con il voto fuori sede”: Dargen D’Amico a Sanremo 2026
Dargen D’Amico è in gara con “AI AI” alla 76esima edizione del Festival di Sanremo. “Al momento si predilige ‘algoritmo per una questione di convenienza e di pigrizia, – ha dichiarato a FqMagazine il cantautore spiegando la canzone – io sono convinto che in Italia ci siano visioni musicali che andrebbero certificate, resa e, invece, noi abbiamo sempre un po’ di paura, di timore, di non essere all’altezza del sound internazionale… Quindi tendiamo in questo momento già come fossimo delle macchine a fare quello che farà la AI tra poco e cioè a copiare quello che c ‘è già. Solo che l’AI arriva domani e lo farà molto meglio di noi. L’intelligenza artificiale è più alleato o nemico della musica? Dipende da come la utilizzi perché se il controllo è dell’essere umano, allora dovrebbe essere un alleato. Il problema è che l’intelligenza artificiale si autogenera e rigenera continuamente fino a quando non avrà più niente da chiedere all’uomo e allora li potrebbe essere un problema. Ma ci arriviamo tra poco. L’unica cosa che manca all’AI è il dolore, quindi come fai a chiedere all’intelligenza artificiale di scrivere una canzone che racconta le sofferenze degli esseri umani? “Dalla costa si vede l’Africa e lei che si tuffa” è uno dei versi della canzone. “È una vicinanza metaforica di rapporti, – ha spiegato Dargen -.In questo momento anche istituzionale, siamo andati ultimamente a lasciare i rapporti, consolidare questo legame. Certo, fa un po’ ridere andare nei Paesi dell’Africa con cui avremo rapporti commerciali e dire ‘non vi preoccupare, vi aiuteremo a far rimanere qua la popolazione locale’ quando noi per primi in Italia negli ultimi anni stiamo perdendo i nostri giovani che vanno all’estero e non tornano più. Anche se cerchiamo di farli tornare, ricattandoli, non dandogli il voto fuori sede”. Con il brano “AI AI” Dargen D’Amico ha anche ideato un progetto editoriale e visivo che estende la performance musicale in un’indagine sul presente: nasce infatti “AI AI – Short Documentary”, un documento culturale pensato per fissare un momento storico mentre sta accadendo. Lo short documentary nasce con un obiettivo preciso: osservare l’Intelligenza Artificiale nel suo stato attuale, senza mediazioni didattiche e senza semplificazioni. Dargen D’Amico dialogherà con personalità di spicco della cultura contemporanea abbracciando tre tematiche – intrattenimento, tecnologia e scienza medica – e rifletterà insieme a loro sulla trasformazione industriale profonda, silenziosa, già operativa, con cui l’AI sta riscrivendo il modo in cui pensiamo, creiamo, lavoriamo e comunichiamo. Dallo short doc verranno estratte pillole video brevi, pensate per una diffusione web e social. A sostegno di questa iniziativa, durante i giorni del festival verranno realizzate delle attivazioni ad hoc. “AI AI” è contenuto nel nuovo album “Doppia Mozzarella”, in uscita il 27 marzo: “Il titolo è Doppia Mozzarella perché abbiamo, io almeno, ma sono sicuro che sia così per tutti abbiamo la tendenza ad accumulare, ad esagerare, a farci convincere che abbiamo bisogno sempre di qualcosa in più. In questo modo si genera in noi un continuo conflitto e una continua insoddisfazione e insicurezza. L’unico modo per uscire da questo è pretendere di meno e dare di più”. Nella serata delle cover, prevista per venerdì 27 febbraio, Dargen D’Amico incontrerà Pupo e Fabrizio Bosso per la reinterpretazione del brano “Su di noi”: “Avevo l’idea di costruire su un brano edito una nuova versione musicale che accomunasse persone anche con visioni diverse, in questo caso della musica. Non trovavo la persona giusta e Pupo ha accettato a scatola chiusa sulla fiducia e anche Fabrizio ha accettato a scatola chiusa sulla fiducia. Li ringrazio, spero di essere all ‘altezza delle loro aspettative, ma lo scopriamo prestissimo”. L'articolo “L’unica cosa che manca all’AI è il dolore. La fuga di cervelli dall’Italia? Cercano di farli tornare ma ricattandoli con il voto fuori sede”: Dargen D’Amico a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’amore mi ha trasfigurata, ho fatto cose che non volevo fare. Ero irriconoscibile. Oggi il principe azzurro sono io e mi voglio più bene”: Arisa a Sanremo 2026
Arisa è in gara al 76esimo Festival di Sanremo con “Magica favola”, brano scritto dalla stessa Arisa con Giuseppe Anastasi, Galeffi e Mamakass, che segna il suo ritorno sul palco dell’Ariston dopo due vittorie, un secondo posto e una partecipazione come co-conduttrice. La canzone racconta il viaggio emotivo di una donna dall’infanzia all’età adulta, tra le prime scoperte dell’amore, le ferite, la stanchezza e il desiderio di pace. “Magica favola” sarà inclusa in “Foto Mosse”, il suo nuovo album in uscita in primavera a cinque anni dal suo precedente lavoro. Nella serata dei duetti del Festival, Arisa è insieme al Coro del Teatro Regio di Parma per interpretare “Quello che le donne non dicono di Fiorella Mannoia. Poi due concerti eventi: il 22 maggio a Roma al Teatro Brancaccio e il 29 maggio a Milano al Teatro Lirico. In quel personaggio delle favole ti identifichi? Biancaneve e i sette nani perché lei affronta delle difficoltà durante la sua adolescenza, però poi arrivano i 7 anni ad aiutarla nel suo fine sogno, che è quello di coltivare il suo amore per il principe. E nel mio caso io degli aiutanti che sono il mio team, che mi aiutano in questo Sanremo per far brillare la mia musica e il mio progetto. Che bambina sei stata? Rosalba è stata una bambina buonissima, tanto ingenua e molto obbediente, nonostante avesse degli sprazzi che potevano sembrare disobbedienza, in realtà era solo curiosità di scoprire le cose nuove. Di base Rosalba è stata una bambina buona che ha imparato, crescendo come il mondo cambi, ma nonostante questo lei in prima persona non è cambiata, lei ha deciso di prendere delle misure, come dire, cautelative nei confronti di quello che la circonda però c’è molto di quella bambina anche nell’adulta di oggi. Come Biancaneve anche oggi cerchi il principe azzurro o l’amore romantico? L’amore romantico è una fortuna, cioè nel senso è una magia che capita veramente in maniera molto rara ed è soprattutto il frutto di impegno, di stabilità, di ideali comuni. Io ho avuto diversi amori, tra virgolette, che alla fine in un modo o nell’altro mi hanno sempre trasfigurata. Mi hanno sempre fatto sentire meno, mi hanno sempre fatto fare, diciamo, cose che non volevo fare… Sono sempre diventata un ‘altra persona. Ora come vanno le cose? Il mio principe azzurro sono io. Mi sono accorta di essere in grado di darmi tutto. Di certo la prossima volta l’amore deve darti qualcosa in più. ma non deve essere sottrazione o sconvolgere gli equilibri. Il titolo del tuo disco è “foto mosse” cosa rappresentano per te queste foto? Le foto che mi rendono felici non sono mai mosse di base, cioè sono sempre nitide ed una cosa che ricerco sempre nella mia vita: la sicurezza, la chiarezza, il fatto di potermi sentire tranquilla in una situazione. le foto mosse sono quelle che mi lasciano sempre un po’ a disagio e sono quelle che non riesci a definire, a decodificare, con cui mi sento scomoda, Quali sono le tue foto “nitide”? Sono sicuramente quelle della mia infanzia, quelle con i miei genitori, quelle di quando ero piccola e stavo con loro e mi sentivo sicuro. Quelle mosse invece? Sono quelle che riguardano un po’ la mia vita adulta. Durante la mia vita adulta ci sono state tante foto mosse, però penso anche con tanta lavoro su noi stessi possiamo sistemare l’obbiettivo per far sì che tornino nitide. Piano piano, è un lavoro lungo ma possiamo riuscirci. L'articolo “L’amore mi ha trasfigurata, ho fatto cose che non volevo fare. Ero irriconoscibile. Oggi il principe azzurro sono io e mi voglio più bene”: Arisa a Sanremo 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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