Il 31 dicembre 2025 la proroga per il trasporto individuale dei disabili a Roma
è scaduta. Da tempo se ne parlava ma nessuno credeva che davvero si potessero
svuotare così tanti diritti tutti insieme. In particolare un servizio di
trasporto programmato su disabilità gravissime e piani settimanali non può
essere neanche paragonato al servizio che offre una semplice compagnia di taxi.
Il semplice chiamare il taxi è già di per sé un problema. Sono giorni che
combatto e le mie figlie con me. E la rete famiglia costruita nel “Durante noi”
si allarma.
Di seguito la lettera che mia figlia Diana ha scritto al Garante delle persone
con disabilità. Che io pubblico qui con la premessa che voi ci avete tolto la
libertà ma la giustizia esiste e sarà fatta per tutti i giovani che meritano un
mondo migliore di quello che il sindaco Gualtieri e tutto il seguito stanno
calpestando, senza salvare nessuno. Neanche se stessi.
***
Buonasera,
Scrivo la seguente a seguito della grave e disumana condizione nella quale versa
mia sorella a causa del comune di Roma.
Mi chiamo Diana Gini, ho 21 anni e sono sorella di Diletta Gini, ragazza di 26
anni affetta da una celebrolesione a causa di un errore di un medico al momento
del parto. Mia sorella è da sempre in carrozzina, ha una grave rotoscoliosi, ed
è spastica, distonica ed epilettica.
Il comune di Roma ha deciso che dal 1 Gennaio 2026 il servizio della mobilità
per le persone invalide sia delegato e gestito direttamente dai Taxi e non più
della società consortile Medicoop che gestiva il sistema con dei pulmini
appositi. Ora, come è facile immaginare per chi ha anche solo mai conosciuto una
persona che versa in una condizione di disabilità, questo è pressoché
catastrofico. La conseguenza è che i taxi non vanno a prendere gli utenti a
casa, che quindi rimangono segregati nelle loro abitazioni (come se dovessero
scontare la pena di essere nati con una condizione di disabilità).
Vorrei sottolineare che mediante questo sistema i tassisti vengono retribuiti
dal Comune soltanto nel momento in cui caricano l’utente sul veicolo fino alla
destinazione, e non nel momento in cui iniziano la corsa fino a casa
dell’individuo. Ne consegue che chiaramente i tassisti hanno ancor meno
interesse a svolgere tale servizio, oltre al fatto che i taxi accessibili sono
veramente pochi in proporzione alle persone in carrozzina su tutto il territorio
romano. Questo nuovo “servizio” non è funzionale neppure per gli utenti che
vivono al centro di Roma, figuriamoci per coloro i quali che vivono in zone più
periferiche.
Nel caso di specie, mia sorella vive a Tragliatella, per cui in una zona
decentrata. Il Comune di Roma le ha fornito un budget di 250 euro mensili, con i
quali riduce le sue uscite al minimo. Ma si potrebbe parlare di riduzione nel
caso ipotetico in cui i taxi effettivamente venissero. La situazione attuale è
che sono giorni che mia madre, come amministratrice di sostegno di mia sorella,
prenota questi taxi, i quali non sono mai arrivati.
Oggi, dopo 5 taxi prenotati e che non si sono presentati, ne è venuto uno che ha
chiesto alla mia famiglia dei soldi aggiuntivi (dato che il servizio del comune
non copre il tragitto verso casa).
Prendendo atto di quanto sopra scritto, a me appare evidente che ci sia una
violazione, oltre che del diritto alla mobilità, delle libertà costituzionali
fondamentali e primarie di mia sorella e di tutti gli utenti che in questo
momento versano nella medesima situazione. A causa di questa inefficienza, mia
sorella (e tutte le altre persone che usufruiscono del servizio) avrà gravi
ripercussioni sulla salute, dato che le si sta togliendo una delle poche cose
che garantiscono loro una vita ‘normale’.
È evidente anche una disparità nell’accesso a tale servizio, creando una
disparità di trattamento tra chi vive in zone centrali e chi no. Per una persona
in condizione di disabilità è essenziale uscire ed intrattenere delle relazioni
all’esterno.
Non è giusto che a causa di tale disservizio, cosi tante persone siano segregate
in casa scontando una pena che non meritano.
Sono giorni che ricevo messaggi di caregiver che sono costretti ad uscire prima
dal lavoro per accompagnare i rispettivi familiari, a terapia, al bar o in
qualunque altro posto dato che questo servizio non funziona. Si sta privando non
soltanto l’utente della sua autonomia, dignità e autodeterminazione, ma anche il
caregiver del suo diritto fondamentale al lavoro.
In particolare mi preme anche sottolineare che questo “privilegio” (ed è folle
doverlo definire tale in uno Stato di Diritto) di poter uscire prima dal lavoro
per accompagnare autonomamente i propri familiari non è comunque per tutti. Come
sopra detto, mia sorella ha una grave rotoscoliosi e la sua carrozzina è
postulata proprio in relazione alla grave condizione fisica di mia sorella e di
conseguenza è piuttosto ingombrante. Non è una carrozzina che si può chiudere, e
ne tantomeno che entra nel bagagliaio di una macchina.
Presupponendo anche di riuscire a far salire mia sorella in una macchina (e per
tale operazione servirebbero almeno 3 operatori, considerando il peso della
persona, la spasticità, la distonia, gli spazi ristetti di un automobile) senza
farle venire un attacco epilettico per il contesto che le verrebbe imposto, la
carrozzina dove dovrei metterla?
Questo servizio sta togliendo definitivamente la dignità a delle persone che già
quotidianamente lottano per il diritto ad una vita dignitosa. Sono una
studentessa di giurisprudenza, e ad oggi prendo atto di quanto la giustizia sia
qualcosa di pleonastico.
Non è affatto vero che ‘la legge è uguale per tutti’. La legge è valevole
soltanto per chi sta bene, per chi ha la possibilità economica e per chi non è
vulnerabile.
Ciò che chiedo, e che mi sembra folle di dover chiedere, è che venga
ripristinato immediatamente un servizio consono, capace di essere definito tale.
In alternativa, che vengano fornite delle macchine adattate alle famiglie dal
comune di Roma. Chiedo di prendere i provvedimenti opportuni sulla vicenda, con
i poteri che vi sono conferiti dalla ‘legge’.
Indubbiamente questa situazione verrà portata in tribunale, perché ancora una
volta lo Stato italiano non è in grado di garantire il diritto ad una vita
dignitosa alle persone con disabilità.
Cordialmente,
Diana Gini
L'articolo “Mia sorella segregata in casa perché Roma ha eliminato il trasporto
disabili”- La lettera di mia figlia Diana proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Comune di Roma
Il Comune di Roma deve risarcire i danni da rumore e da smog provocati dal
traffico ai residenti in prossimità di via del Foro Italico in Roma, nel tratto
della tangenziale est. Lo ha stabilito la terza sezione della Cassazione civile
con una sentenza (n. 29798) pubblicata pochi giorni fa, il 12 novembre 2025,
affermando che è dovere del Comune osservare, per le strade cittadine, le regole
tecniche e i canoni di diligenza e prudenza idonei ad evitare che il traffico
della zona provochi rumori intollerabili e smog oltre i limiti in danno degli
abitanti.
Tanto più che una prima sentenza aveva già condannato, con riferimento al
rumore, il Comune di Roma a “predisporre idonee misure affinché – nel tratto
stradale ove insistono le abitazioni degli attori/appellanti e interessato pure
dall’immissione di polveri sottili – sia collocato un limite di velocità
veicolare di 30 km/h, oltre che a provvedere a proprie cure e spese
all’eliminazione delle immissioni sonore nocive attraverso la collocazione di
pannelli fonoassorbenti”.
In particolare, la Cassazione ha respinto con decisione l’argomento principale
(peraltro di grande attualità, in vista del prossimo referendum) avanzato
dall’amministrazione capitolina, secondo cui solo il Comune può stabilire i
limiti di velocità sulle strade, osservando che non si tratta di comportamenti
discrezionali della pubblica amministrazione ma di “un’attività soggetta al
principio del neminem laedere”; per cui, “in presenza di immissioni
intollerabili, dipendenti dal contegno della pubblica amministrazione“
proprietaria delle strade, non può esservi alcuna discrezionalità in quanto è in
gioco la salute dei cittadini. E pertanto, non vi è alcuna invasione di campo da
parte della magistratura e l’amministrazione “può essere condannata al
risarcimento del danno, così come al facere necessario a ricondurre le dette
immissioni al di sotto della soglia della normale tollerabilità”.
Conclusione della Suprema Corte: il ricorso deve essere respinto e il Comune di
Roma deve corrispondere a ciascuno dei proprietari-abitanti cittadini che hanno
fatto causa un risarcimento di 10.000 euro ciascuno.
Trattasi, come è evidente, di una sentenza, a dir poco, della massima rilevanza
in quanto apre la porta a migliaia di ricorsi da parte di chi è costretto a
vivere in una città con alto tasso di inquinamento per smog e rumore. Con
milioni di euro che questi Comuni dovrebbero pagare per danni ai cittadini che
vivono nelle zone più inquinate. Situazione che non riguarda solo Roma ma anche
molte altre città italiane, fra cui spiccano Napoli, Palermo, Genova, Messina,
Torino e Milano.
Tanto più che non si tratta di una sentenza isolata. Pochi mesi fa, su
iniziativa di Greenpeace e altri, il nostro massimo organo giurisdizionale, la
Cassazione a sezioni unite, con una pronuncia rivoluzionaria (n. 20381 del 21
luglio 2025), ribaltando la sua precedente giurisprudenza, aveva infatti già
affermato la competenza dei giudici italiani a decidere per cause intentate al
fine di ottenere il risarcimento dei danni provocati dal mancato rispetto di
misure relative al cambiamento climatico come quelle per la limitazione delle
emissioni; aggiungendo che, parallelamente al dovere degli Stati e delle aziende
inquinanti di agire per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti a livello
comunitario, esiste un diritto dei cittadini a ottenere il risarcimento dei
danni provocati da questo comportamento che lede il loro “diritto alla vita e al
rispetto della vita privata e famigliare”, tutelato dalla Convenzione europea
per i diritti dell’uomo.
E proprio per questo, in totale consonanza con la nostra Costituzione e con la
giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte
internazionale di giustizia, aveva respinto anche in quel caso tutte le
obiezioni secondo cui non si possono sindacare la libertà di impresa sancita
dalla Costituzione, né misure che presuppongono valutazioni di natura
politico-legislativa di competenza di organi politici.
L'articolo Il comune di Roma deve 10mila euro di risarcimento ai cittadini che
vivono in zone inquinate: una sentenza storica proviene da Il Fatto Quotidiano.