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Qualità dell’aria, le città in base alla nuova Direttiva Ue (non recepita dall’Italia): male Milano e Torino, meglio Roma
I progressi ci sono, ma limitati e infatti le nostre città sono ancora pesantemente inquinate. Nonostante questo, è concreto il rischio che il governo decida di chiedere una proroga rispetto all’entrata in vigore della Direttiva europea sulla qualità dell’aria (2881/2024). Con conseguente aumento della mortalità per patologie respiratorie acute e patologie croniche, non solo respiratorie. La conferma dei rischi che corriamo semplicemente respirando arriva da un rapporto che, analizzando in modo sistematico i dati ufficiali delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa, ha classificato le città italiane una per una in base al tipo di inquinante – Pm10, Pm 2,5, NO2 ovvero biossido di azoto, ma anche ozono – mettendole al tempo stesso in relazione a tre diversi tipi di normativa: quella attuale (D.Lgs.155/2010), la Direttiva Europea 2881/2024, infine le più stringenti direttive dell’Oms (Linee Guida 2021). In particolare, il riferimento di “Cambiamo aria. Salute e inquinamento atmosferico nelle città italiane”, promosso da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, è proprio la Direttiva Europea: i limiti entreranno in vigore dal gennaio 2030, ma gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre per recepirla. A dare una prima sintesi del rapporto è il prof. Paolo Bortolotti, coordinatore del gruppo di lavoro Isde su inquinamento atmosferico. “L’aria rispetto a dieci anni fa è migliorata – ma non come nel nord Europa, siamo gli ultimi nel nostro continente – e i limiti della normativa di dieci anni fa sono rispettati. Il problema è che i nuovi limiti europei sono circa la metà rispetto agli attuali e su questi ultimi siamo indietro in maniera allarmante”. “La normativa europea inoltre”, continua, “introduce il massimo degli sforamenti giornalieri, che nei limiti attuali non c’è, perché si calcola solo la media annua. D’estate però la situazione migliora, quindi la media annuale si abbassa, ma bisogna tener conto dei picchi di inquinamento, che causano un maggiore accesso al pronto soccorso per anziani e bambini”. In generale, per quanto riguarda le polveri sottili, la situazione peggiore è quella del nord Italia e della pianura padana. Tuttavia, per il biossido di azoto le città più colpite sono quelle portuali, come Palermo, Napoli, Catania, a causa del trasporto navale. COME VANNO LE CITTÀ? MALE MILANO E TORINO, MEGLIO ROMA Ma quali sono le città più inquinate, in base ai nuovi parametri? Un primo criterio di analisi è quello dei valori medi annui. Una delle metropoli che non fa bene è senza dubbio il capoluogo lombardo, Milano: la media annua del Pm10 si attesta a 35 μg/m3. Non solo il dato non è inferiore agli anni passati (nel 2019 e 2018 era sempre 35 μg/m3), ed è addirittura superiore al 2024 e 2023 (33 μg/m3 e 32 μg/m3). Nonostante sia sotto le soglie della normativa attuale (40 μg/m3), supera quelle della direttiva Ue (20 μg/m3) e le linee Oms (15 μg/m3). Rispetto al Pm 2,5 la media del 2025 si attesta su 22 μg/m3, superiore di poco ai 21 μg/m3 dei due anni precedenti, ed è di poco inferiore ai limiti della normativa attuale (25μg/m3), ma superiore ai limiti della Direttiva Ue (10 μg/m3) e ai 5 μg/m3 suggeriti dall’Oms. Rispetto al biossido di azoto, invece, il valore 2025 è 37 μg/m3, in calo lineare rispetto agli anni passati, sotto i 40 μg/m3 della normativa attuale, ma sempre sopra i 20 μg/m3 della direttiva Ue e i 10 μg/m3 delle linee guida Oms. Anche Torino, però, è in una situazione più che critica: la media annua del Pm10 si attesta a 70 μg/m3, in aumento rispetto ai due anni precedenti, ed è di gran lunga sopra l’attuale normativa e quindi Direttiva Ue e linee guida Oms. Un po’ più bassa la media annua del Pm2,5, 20 μg/m3 negli ultimi tre anni, di poco sotto la normativa attuale ma sopra Direttiva Ue e Oms. Per il biossido di azoto, la media è di 39 μg/m3, praticamente sul limite della normativa attuale ma sopra direttiva Ue e Oms. Va un po’ meglio la Capitale. Rispetto al Pm10, Roma nel 2025 si attesta su una media annua di 20 μg/m3, sotto il limite stabilito dalla normativa annuale, inferiore alla direttiva Ue e alle linee guida Oms. Rispetto al Pm10 Roma migliora negli anni dal 2013 (30 μg/m3) con un scalaggio quasi lineare. Per quanto riguarda il Pm 2,5, nel 2025 il dato media annuale è di 14 μg/ m3, inferiore alla normativa attuale ma non alla normativa UE e alle linee guida Oms. Rispetto al 2013 (20 μg/m3) c’è una diminuzione anche se non del tutto lineare. Rispetto al biossido di azoto, nel 2025 Roma si attesta a 18 μg/m3, sotto la normativa attuale, sotto la Direttiva UE 20, ma non sotto le linee guida OMS 10. GLI SFORAMENTI GIORNALIERI Scendendo a Sud, non sempre la situazione migliora per le grandi città: la media annuale a Napoli delle PM10 è 40 μg/m3, peggio degli anni precedenti ad eccezione del 2024, pari alla normativa attuale, sopra la direttiva Ue e sopra le indicazioni Oms. Rispetto al Pm 2,5, la media è di 16 μg/m3, inferiore agli anni passati, sotto la normativa attuale, ma sopra la Direttiva Ue e indicazioni Oms. Infine per il biossido di azoto si attesa a 51 μg/m3 (sempre media annuale), sopra la normativa attuale, e quindi sopra i valori della direttiva Ue e Oms. Non benissimo anche Palermo: la media annuale del Pm10 è 41 μg/m3, quindi quasi sui limiti della normativa attuale, ma è il doppio dei limiti della direttiva Ue e ancora più rispetto alle linee guida Oms; la media del Pm2,5 è di 11 μg/m3: sotto i limiti previsti dalla normativa attuale, ma poco sopra le indicazioni Ue E Oms. Alto il biossido di azoto, 49 μg/m3, sopra normativa attuale, la Direttiva Ue e l’Oms. La medie, però, non bastano a dare conto del problema inquinamento. Bisogna anche monitorare i picchi, ovvero gli sforamenti giornalieri. Tra le città con maggiori sforamenti rispetto alla Direttiva Europea abbiamo Milano: 96 giorni per il Pm10, 133 per il Pm2,5, 60 per il NO2 e 58 per l’ozono, calcolato da giugno a settembre. Napoli sfora di 86 giorni per il Pm10, 32 per il Pm 2,5, ben 197 per il biossido di azoto e 23 per l’ozono. Torino 59 giorni per il Pm10, ben 106 per il Pm2,5, 78 per il NO2 e 51 per l’ozono. Palermo va molto male per il Pm10 (100 giorni di sforamento), molto meglio per il Pm2,5 (4 giorni), male per il NO2 (173 giorni) e 51 giorni per l’ozono. Le città del nord, insieme a Terni, hanno circa 50 giorni di sforamento all’anno per il Pm10. Più alto, circa 60 giorni all’anno, lo sforamento di queste città per il Pm 2,5. Invece Venezia, ma soprattutto Genova (100 giorni), Messina (82) e Catania (65), hanno valori elevati per il biossido di azoto. Infine l’ozono è alto a Bergamo (67 giorni di sforamento), Parma, Bologna, Firenze. NON SOLO RISCHI POLMONARI: IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E DEMENZA Il rapporto ribadisce il legame tra inquinamento atmosferico e patologie anche inaspettate. Infatti, se il Pm10, passando per il naso, è in grado di raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato respiratorio), il Pm2,5 è composto da particelle più piccole che possono invece arrivare in profondità nei polmoni e passare nel circolo sanguigno, ma anche penetrare la barriera emato-encefalica. L’esposizione a sostanze inquinanti, come il Pm2,5, può alterare le connessioni tra i neuroni, influenzando l’attenzione e altre funzioni cognitive. “È ormai dimostrato che l’aria ha un effetto importante sulla salute e la mortalità della gente”, spiega sempre Bortolotti. “Si pensa inoltre che il problema dell’aria sia un problema polmonare. In realtà, soprattutto le polveri sottili non si fermano ai polmoni. Ci sono ormai studi che le legano al Parkinson, alla demenza, al calo del quoziente intellettivo. E non possiamo colpevolizzare i singoli che non possono non respirare, è un fattore comune per tutti”. Rispetto a questo quadro, cosa occorre fare? Isde Italia e Kyoto Club hanno richieste specifiche per governo, regioni e amministrazioni locali. Al governo italiano chiedono di recepire la Direttiva Ue 2881/2024 al più presto e impegnarsi ad attuarla in ogni sua parte senza chiedere deroghe o rinvii. “Chiedere una deroga di dieci anni vuol dire di aumentare di ‘n’ numero le persone che moriranno e che stanno male”, nota Bortolotti. Serve invece, si legge sempre nel documento, aggiornare il Piano Nazionale Aria tenendo conto dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel 2030, stanziando risorse economiche adeguate per finanziare le azioni necessarie. LE RICHIESTE A GOVERNO, REGIONI, COMUNI Per il trasporto pubblico locale, le richieste sono quelle di incrementare di 3 miliardi il Fondo Nazionale Trasporti; incrementare le risorse per lo sviluppo delle infrastrutture del trasporto rapido di massa, aumentando la dotazione del Fondo unico istituito dal decreto-legge 30 giugno 2025, n. 95; investire significativamente nella elettrificazione degli autobus; per la mobilità attiva, rifinanziare il fondo per la ciclabilità urbana con almeno 500 milioni all’anno per i prossimi sette anni in modo da permettere nei prossimi anni la realizzazione 15.000 chilometri di piste ciclabile nelle aree urbane; favorire l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi ad emissioni zero; definire e finanziare una strategia per la riqualificazione del patrimonio edilizio residenziale e pubblico; riconvertire gli allevamenti intensivi. Alle Regioni si chiede invece di aggiornare i Piani Regionali Aria tenendo conto dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel 2030. Alle Arpa/Appa si chiede di accelerare la realizzazione del portale unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria in modo facilmente comprensibile; la pubblicazione delle medie giornaliere del biossido di azoto e l’indicazione, oltre ai limiti normativi attuali, anche di quelli previsti dalla direttiva UE 2881/2024 e dalle Linee Guida Oms 2021. Alle amministrazioni comunali si domanda invece di promuovere tutte le iniziative volte a una riduzione decisa del traffico motorizzato privato, con l’introduzione di zone a basse emissioni, zone 30 km/h, il potenziamento del trasporto pubblico locale, lo sviluppo della mobilità condivisa con mezzi non inquinanti, l’utilizzo di veicoli privati a zero emissioni, l’elettrificazione delle banchine dei porti, interventi strutturali sul riscaldamento degli edifici, il potenziamento del verde urbano. Infine, agli Ordini dei Medici e alle Società scientifiche mediche viene chiesto di promuovere iniziative volte a sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari su queste tematiche. “Quello fatto da Isde e Kyoto Club è un lavoro fantastico, perché per la prima volta si paragonano i dati con la nuova Direttiva e non con i livelli normativi attuali”, commenta e conclude Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. “È triste però che mentre ci troviamo dentro questa sfida, rientrare nei limiti della nuova direttiva, il nostro governo sceglie di togliere i fondi per la qualità dell’aria nella Pianura Padana, oppure azzera scelte per la mobilità sostenibile come le zone 30. Eppure rispettare i nuovi limiti significa tutelare la salute umana, quella dei polmoni, del cuore, ma anche di tutti gli altri organi, in particolare il cervello”. 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Napoli record 2025 per sforamenti di biossidi d’azoto: così diventa la città più inquinata d’Italia
E record fu! I dati complessivi per l’anno 2025 raccolti ed elaborati da Isde Medici Ambiente Nazionale all’interno del Progetto Aria di Isde Nazionale (Prof Bortolotto, Talluri, Romizi) confermano per la città di Napoli il record di sforamenti complessivi tra pm10 + pm2.5 + NO2 per l’intero anno 2025: Napoli 295 sforamenti durante l’intero 2025; Milano 265; Palermo 248. Il dato record è rappresentato dall’eccezionale numero di sforamenti dei soli biossidi di azoto che a Napoli raggiunge il record di 197, contro i 173 di Palermo e i soli 60 di Milano. Grazie al Progetto Aria di Isde Nazionale che elabora i dati ufficiali delle Arpa delle principali città italiane risulta evidente che Napoli, Palermo e Messina mostrano degli eccessi di biossidi di azoto che risultano perfettamente correlabili alle attività portuali piuttosto che a tutte le altre fonti possibili. In particolare, avendo esaminato anche i dati di picco giornalieri, risultano ben correlabili alla presenza in porto dei traghetti da e per la Sicilia che evidentemente non solo restano a motori diesel sempre accesi per la assenza di elettrificazione delle banchine, ma soprattutto evidentemente utilizzano combustibile di pessima qualità vietato dalle leggi vigenti né controllato dalle autorità portuali responsabili, sia a Napoli che a Palermo. Come Presidente di Isde Medici Ambiente Napoli ma soprattutto come specialista in Farmacologa (indirizzo tossicologia) credo sia giunta l’ora che tutte le autorità responsabili (dalle autorità portuali, ai Sindaci, ai Prefetti , alle Procure) si rendano conto che registrare tali eccessi di biossidi di azoto, a fonti ben individuabili al di fuori delle auto diesel private, da un punto di vista sanitario rendono assolutamente comprensibili i gravissimi dati sanitari che caratterizzano in particolare la città di Napoli ormai da molti decenni. Sono certamente uno dei principali co-fattori patogenetici non solo degli eccessi di cancro, ma soprattutto degli eccessi di tutti gli eventi cardiovascolari acuti, ictus, infarti, oltre che di patologie gravemente invalidanti come morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson, asma e autismo nei bambini che stanno letteralmente massacrando la metropoli della Regione più giovane di Italia. L’overtourism non controllato e reso sostenibile uccide. E questi dati sanitari con evidenti correlazioni patogenetiche da inquinamento gravissimo e non da scorretti stili di vita individuali, come invece continuano a tentare di farci credere, si aggiungono a quelli irrisolti legati al gravissimo inquinamento ancora in atto del fenomeno Terra dei Fuochi campano. Tentare di risolverli solo incrementando la Prevenzione Secondaria (screening e diagnosi precoce) senza minimamente intervenire sulle cause (Prevenzione Primaria) aggrava soltanto i costi insostenibili ormai per il Ssn pubblico. Il Ssn salta, gli studi dei medici di medicina generale esplodono, i nostri pronto soccorso degli ospedali esplodono, e di certo non risolviamo soltanto incrementando, con ulteriori costi, le sole vaccinazioni. Nessuno evidenzia che l’eccesso di biossidi di azoto aggrava anche influenza e polmoniti perché è un potente irritante delle vie respiratorie, che causa infiammazione, riduce le difese polmonari e aumenta la suscettibilità alle infezioni, peggiorando sintomi come tosse e respiro affannoso e incrementando il rischio di complicanze come edema polmonare – specialmente nei bambini, anziani e persone con patologie preesistenti – soprattutto a concentrazioni elevate come quelle rilevate nelle centraline nei dintorni del porto di Napoli, e contribuire a riacutizzazioni di asma e bronchite. NO2 compromette le difese immunitarie: l’esposizione cronica o acuta rende le cellule polmonari più vulnerabili agli agenti patogeni (virus, batteri) e può inibire la risposta immunitaria, aumentando il rischio di infezioni e la loro gravità. Essendo un gas irritante, si somma all’infiammazione causata dal virus, portando a un peggioramento di tosse, respiro sibilante, affanno e difficoltà respiratorie. I gruppi più vulnerabili sono bambini, anziani e fragili ammalati di cancro, asmatici, persone con disturbi cardiaci o respiratori cronici. In base ai dati raccolti dalla letteratura scientifica e da molti anni, l’esposizione prolungata al biossido di azoto si associa a un aumento della mortalità per ogni causa, e per cause cardiovascolari e per patologie respiratorie. I dati raccolti dal Progetto Aria di Isde Italia che sono la rielaborazione dei dati ufficiali provenienti da Arpac certificano Napoli per l’intero 2025 come la città metropolitana più inquinata di Italia con un eccesso in particolare dei biossidi di azoto, provenienti più dal porto e dall’aeroporto intracittadini – sviluppatisi in modo mostruoso e senza alcun controllo – che da tutte le altri fonti conosciute come le auto diesel private. Che nessuno faccia più finta di non saperlo! L'articolo Napoli record 2025 per sforamenti di biossidi d’azoto: così diventa la città più inquinata d’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il Comune a trazione leghista riapre 7 cave di marmo. Rabbia degli ambientalisti: “Invitiamo i turisti nella natura? Pare di essere nel cantiere Tav”
I Comuni apuani continuano a riaprire cave dismesse da decenni, ormai rinaturalizzate, a favore del comparto estrattivo del marmo e a danno delle economie di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e naturalistico del Parco delle Alpi Apuane e delle aree attigue. Dopo il caso Seravezza, dove la riapertura di alcune cave chiuse e la conciliazione pro-privato di un’escavazione abusiva sul Monte Altissimo ha attivato la protesta della comunità locale, il nuovo terreno di scontro tra visioni di sviluppo territoriale è passato a Massa. Il Comune apuano guidato dalla giunta Persiani (Lega) ha infatti stabilito la riapertura di sette cave dismesse tramite una pianificazione urbanistica – i Piani Attuattivi dei Bacini Estrattivi (PABE) – che è riuscita a garantire ai concessionari dell’estrazione 3,3 milioni di metri cubi di nuova escavazione pur indicando nelle sue premesse l’obiettivo di innalzare “la qualità del territorio e dell’ambiente” e il “contrasto di consumo di nuovo suolo”. Simbolo della lotta tra interessi contrapposti: la “Cresta degli Amari”, cava chiusa dal 1980, oggi pendio rinaturalizzato del Parco delle Alpi Apuane nei cui pressi si sviluppa un’ambita meta di arrampicata sportiva – la falesia “Campaccio” – che raccoglie ogni anno appassionati da ogni parte d’Italia. Il Comune di Massa ha deliberato il suo ritorno ad area di escavazione, negando legittimità alle osservazioni avanzate da chi da anni ha creato economia sulla tutela e valorizzazione dell’area nel complesso limitrofo Pian della Fioba. Tra questi l’associazione Aquilegia guidata da Andrea Ribolini che proprio a Pian della Fioba gestisce l’Orto Botanico della Alpi Apuane “Pellegrini-Ansaldi”, patrimonio di biodiversità a un chilometro in linea d’aria dalla Cresta degli Amari, divenuto meta prediletta di studenti e neoleureati da tutta Italia dei corsi di Scienze della Vita. “La scelta di riaprire la Cresta degli Amari danneggia undici anni di lavoro di valorizzazione di Pian della Fioba in ottica turistica. Lavoro portato avanti da noi, dal rifugio Città di Massa e dalle guide” spiega a ilfattoquotidiano.it Ribolini che sottolinea come intorno a questa oasi di pace e natura insistano già altre cinque cave attive. “Mentre invitiamo i turisti a godere del silenzio del bosco – precisa Ribolini – ci sono momenti che sembra di essere nel cantiere del Tav per il rumore. Con la riapertura della Cresta degli Amari sarà ancora peggio e ce la riaprono di fronte”. Quando il sindaco di Massa passò da queste parti nel 2023, durante la campagna elettorale per il secondo mandato, promise “lo stralcio della riapertura della cava” ricorda a ilfattoquotidiano.it il presidente di Aquilegia: “Ora ci sentiamo traditi”, precisa, perché al momento della delibera finale, Persiani e la sua maggioranza hanno confermato la riattivazione. Il sindaco di Massa, interpellato da Ilfattoquotidiano.it al riguardo, non ha risposto alle nostre domande dopo due settimane di rinvii. La riapertura delle sette cave ripropone inoltre il problema dell’impatto dell’escavazione sulle sorgenti d’acqua. Ogni riapertura di cava equivale infatti a un aumento degli sversamenti nei corsi d’acqua dello scarto più inquinante dell’escavazione del marmo, la marmettola: una fanghiglia biancastra con metalli pesanti che si deposita negli alvei dei corsi d’acqua, annichilisce la vita fluviale togliendovi ossigeno e produce effetti nefasti in circostanze alluvionali. Lo stesso Comune di Massa, nella scheda dedicata alla riapertura della cava Cresta degli Amari, precisa che l’escavazione autorizzata sia in “interferenza con le sorgenti d’acqua” di una frazione abitata, quindi potenziale inquinante di questa, con marmettola. “Arpat ha chiarito da tempo che il sistema è inquinante – spiega a ilfattoquotidiano.it Nicola Cavazzuti di Rifondazione Comunista, qui alleata del Movimento 5 Stelle nel Polo Progressista -, la questione è politica: quanto si vuole continuare a far inquinare per il profitto di pochi e con un ritorno in termini di occupazione che è crollato del 35% dalla metà degli anni novanta al 2020”. Nella zona infatti il marmo occupa circa duemila persone, tra escavazione e lavorazione. Pochi se si considera che il comparto viaggia su utili sul fatturato intorno al 50%, unici nel panorama manifatturiero. “Si sono persi 800 posti di lavoro a valle e circa 100 a monte negli ultimi 25 anni” chiarisce Cavazzuti, “mentre il profitto resta ai concessionari: chi lavora otto ore in cava, lavora le prime due per il proprio salario e le restanti sei per il profitto dell’azienda che li paga”. Questo nonostante il prodotto venduto sia quantitativamente sempre meno pregiato: secondo dati Legambiente, il 77% dell’escavato non sono infatti blocchi di marmo funzionali alla produzione artistica ed ornamentale, ma ghiaie e detriti, come quelli usati da riempitivo per la nuova Diga di Genova che erano sulla draga Guang Rong finita contro il pontile della città di Massa e lì rimasta dal 28 gennaio 2025 a pochi giorni fa. L'articolo Il Comune a trazione leghista riapre 7 cave di marmo. Rabbia degli ambientalisti: “Invitiamo i turisti nella natura? 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Luci, alberi, cibo e microplastiche: a Natale s’inquina molto di più. Ecco i consigli per celebrare le feste rispettando il Pianeta
Sembrano innocue e piacevoli e fanno tanto atmosfera natalizia. Ma secondo la Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), l’invasione di fili luminosi e lampadine durante le feste determina un aumento dei consumi energetici di ben il 30% rispetto al resto dell’anno. “Parliamo di 46.400 MWh di energia (equivalente al consumo di 17.000 famiglie per un anno o di 3-4 fabbriche, ndr) solo tra l’8 e il 6 gennaio”, spiega il presidente Alessandro Miani. Energia che corrisponde a 650 tonnellate di CO2 immesse ogni giorno in atmosfera, tra le 18.000 e le 20.000 per il periodo delle festività. Per dare un’idea, per assorbirle tutte ci vorrebbero 1.000.000 di alberi per un anno intero. Non solo in Italia: le luci di Natale eccedono in tutto il mondo. In particolare, negli Stati Uniti, dove il consumo di elettricità dovuto alle luci natalizie supera quello annuale di Paesi interi, come l’Etiopia, El Salvador, la Tanzania. AMMORTIZZARE UN ALBERO? SERVONO VENT’ANNI A produrre emissioni pro-capite – che per le feste di Natale ammontano a ben 513 kg di CO2 (come un volo aereo di circa 2.000 km) – non sono solo le luci, ma anche regali – soprattutto quelli elettronici – cibo, bevande, viaggi. Sempre secondo Alessandro Miani, “gli spostamenti privati, uniti all’incremento delle attività logistiche connesse al commercio e alla spedizione delle merci, producono un aumento delle emissioni inquinanti fino al 130% rispetto ad altri periodi dell’anno”. Il dato fa riferimento a uno studio di Transport Environment, che ha calcolato l’inquinamento da aumento di camion legato al Natale (“Christmas truck pollution”), in relazione alle categorie merceologiche legate alle feste riferite a un periodo che inizia alcune settimane prima di Natale. Quanto a inquinamento, un discorso a parte va fatto per gli alberi di Natale, in particolare quelli artificiali: un albero artificiale di 1,90 metri di altezza è responsabile di circa 40 kg di CO2 (come un volo aereo a corto raggio), che derivano sia dalla plastica con cui è realizzato, che dai processi produttivi che dal viaggio fatto per arrivare. Secondo uno studio condotto dall’Università Unitelma-La Sapienza, gli alberi artificiali abbandonati in discarica impiegano circa 200 anni a degradarsi contribuendo anche al pericoloso fenomeno dell’inquinamento da microplastiche. Per essere minimamente sostenibile, l’albero dovrebbe essere riutilizzato almeno per 10-20 anni. Un dato curioso, ma allarmante riguarda anche la moda sempre più diffusa dei maglioni natalizi: il 95% è realizzato con fibre sintetiche che, a ogni lavaggio, rilasciano microplastiche negli oceani. E poi ci sono i rifiuti: in Italia si producono, avverte sempre SIMA, 80.000 tonnellate di carta e cartone durante le feste, mentre 500mila tonnellate di cibo finiscono nella spazzatura. Poi c’è il dramma delle batterie e dei dispositivi elettrici da smaltire (RAEE), che ancora troppo spesso finiscono nell’indifferenziata invece che nella raccolta dedicata (secondo il consorzio nazionale senza fini di lucro Ecolight, nonostante un lieve incremento del 2024 sul 2023, rimaniamo ancora a circa il 30%, ampiamente sotto l’obiettivo europeo del 65%). DAI FUOCHI D’ARTIFICIO A INCENSI E CANDELE: INQUINAMENTO A GOGO Un impatto ambientale molto pesante e meno conosciuto lo rivestono anche i fuochi d’artificio. Secondo una ricerca pubblicata su “Environmental Science & Technology” l’uso di fuochi d’artificio durante le festività incrementa le emissioni di metalli pesanti e gas tossici. Oltre ai perclorati, aumentano le particelle fini (PM2.5, PM10), l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto, il monossido di carbonio e gli idrocarburi aromatici policiclici (PAH). Ci sono poi gli effetti sulla biodiversità: si stima che ogni anno in Italia almeno 5.000 animali perdano la vita a causa dei botti di fine anno e circa l’80% di questi siano animali selvatici. Il rumore degli scoppi ravvicinati genera terrore e disorientamento, anche tra gli animali domestici. Un altro inquinamento poco noto, che si intensifica durante il Natale, è quello derivante da incensi e candele, anche quelli all’interno delle chiese durante i riti religiosi in generale e in particolare delle feste. Proprio su questi è uscito un recente studio, che ha valutato la qualità dell’aria interna in una chiesa ventilata naturalmente durante le celebrazioni liturgiche con combustione dell’incenso. Le indagini condotte hanno evidenziato un incremento significativo delle concentrazioni di PM10, PM2.5, PM1, TVOC e benzene, superiori ai limiti stabiliti, durante le celebrazioni liturgiche e in corrispondenza dell’uso dell’incenso. Natale significa anche un massiccio utilizzo di prodotti di pulizia. Questi ultimi sono ormai sotto accusa da tempo rispetto alle fragranze e i profumi che contengono. Si tratta di sostanze – presenti per la verità, oltre a detersivi, anche in cosmetici, trucchi, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti – che rilasciano composti organici volatili che respiriamo. Donatella Stocchi, esperta oltre che affetta da sensibilità chimica multipla, ne ha scritto nel libro uscito da poco Fragranze, aromi e salute. Una guida pratica per la tutela della salute. “Le sostanze chimiche utilizzate per creare i composti delle fragranze possono sono particolarmente dannose, in base agli studi della prof. Anne Steinemann, per asmatici, cefalalgici, allergici, persone con disturbo dello spettro autistico, individui affetti da sensibilità chimiche multiple”, spiega. “In generale, inoltre possono risultare asmogene, cancerogene, interferiscono con il sistema endocrino, neurotossiche e obesogene. Queste sostanze chimiche abbassano l’immunità e possono irritare gli occhi, i polmoni, le vie nasali e l’intero apparato respiratorio, aumentando la sensibilità ad altri allergeni”. NATALE ECOLOGICO, NON PER FORZA UN OSSIMORO Insomma, il Natale sembra essere un concentrato di inquinanti, che incidono sui mesi a venire. Qualcosa però è possibile fare e infatti anche quest’anno il Wwf nell’ambito della campagna Our Future, ha pubblicato il Decalbero, suggerendo dieci azioni per un Natale sostenibile. Tra queste c’è il riutilizzo di un albero già posseduto, o l’acquisto di uno artificiale di seconda mano o di un albero vero di specie nostrane come abete rosso, ginepro o alloro. L’organizzazione suggerisce di regalare oggetti immateriali come lezioni, corsi, giornate, di evitare come la peste carte plastificate o glitterate o metallizzate, optando per iuta, giornali, fumetti, sacchetti vecchi e stoffe. Suggerisce di privilegiare acquisti in negozi locali o e-commerce che usano imballaggi ecologici e trasporti a basso impatto come bici cargo o furgoni elettrici e di scegliere il treno per i propri viaggi. Infine il menu: meglio biologico (anche il vino), con prodotti locali, di stagione e con poca carne. Se si vuole scegliere il pesce che sia sostenibile e per capirlo si può andare sul “semaforo del mare” (un esempio: no pesce spada, gamberi, triglia, cernia, sì a molluschi come cozze e vongole). Infine, sempre WWF suggerisce inoltre di fare serate senza elettricità, magari a lume di candela (naturali, però), e soprattutto “unplugged”, “disconnesse”. E per pulire via le feste? Purtroppo non c’è nessun regolamento che richieda la completa divulgazione in etichetta di tutte le sostanze che compongono una fragranza. I consumatori possono però solo controllare se compaiono parole come Profumo, Fragranza, Aroma. E scegliere di non comprarli per chiudere in bellezza, e purezza, le feste. L'articolo Luci, alberi, cibo e microplastiche: a Natale s’inquina molto di più. Ecco i consigli per celebrare le feste rispettando il Pianeta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’inchiesta sulla maxi discarica abusiva a Brescello e i timori degli abitanti che chiedono chiarimenti: ma a rassicurarli è uno dei tecnici indagati
Dice un cartello ormai logoro e sbiadito, davanti alla recinzione dell’immensa area di Brescello destinata, nell’ambizione dei proprietari, ad un grande polo provinciale della logistica intermodale: “Costruire il domani”. Ma il domani è un incubo per i cittadini della zona che si sono svegliati con la notizia del sequestro e delle perquisizioni disposti dalla Procura di Reggio Emilia. Nella spianata che si affaccia su via Peppone e Don Camillo (oltre 250mila metri quadri di suolo) già sono visibili lo scheletro in cemento e la copertura dei grandi capannoni che i proprietari della Dugara SpA, Franca Soncini e il figlio Claudio Bacchi, sognano di rendere operativi almeno dal gennaio 2012, quando iniziarono i lavori di urbanizzazione, mai conclusi correttamente, secondo la procura. n E sono ben visibili, gettando lo sguardo a terra, anche le scorie di acciaieria e di fusione con cui è stata pavimentata l’area. Scorie e materiali che secondo i magistrati Calogero Gaetano Paci (Procuratore) e Giulia Galfano (Sostituta Procuratrice) sarebbero il frutto di uno smaltimento illecito. Più di 910mila tonnellate di rifiuti, seppelliti sull’intera area e in parte ancora a cielo aperto, con una conformazione granulare simile alle piccole pietre laviche. “Se ci vai con una calamita – dice al ilfattoquotidiano.it un esperto – vedrai quante se ne attaccano!”. È però sotto terra che si sarebbero prodotti i danni maggiori, perché le indagini effettuate dai Carabinieri dei Nuclei Radiomobile e Ambientale hanno documentato concentrazioni di ferro e arsenico superiori “in modo rilevante” ai limiti di legge. Non solo una discarica abusiva dunque, ma anche un significativo inquinamento. Le acque sotterranee sono “compromesse e deteriorate” secondo quando reso noto dalla Procura reggiana. A che profondità ciò avvenga è la domanda fondamentale per la sicurezza dei cittadini e delle attività nella zona. Il grande rettangolo di proprietà della famiglia Bacchi è affiancato a est dalla sede brescellese di un consorzio agricolo che vende frutta e verdura. A ovest, a duecento metri di distanza, un gruppo di abitazioni con diverse famiglie non ha allacciamenti idrici con la rete provinciale e l’acqua nelle tubature arriva da pozzi artesiani. La preoccupazione è legittima e una famiglia in prossimità della linea ferroviaria Parma Suzzara, oltre la quale si apre la spianata della Dugara SpA, ha raccontato a ilfattoquotidiano.it di avere telefonato giovedì 11 dicembre al presidio territoriale di Arpae, l’ente pubblico della regione Emilia Romagna che ha compiti di vigilanza, prevenzione e controllo sull’ambiente. Volevano informazioni e hanno ottenuto rassicurazioni dal responsabile di zona (Novellare – Re) sul fatto che l’acqua alle profondità in cui pescano i pozzi artesiani non risulterebbe contaminata. Peccano che a darle, queste rassicurazioni, sia stato uno dei cinque tecnici dell’Agenzia indagati dalla Procura. Dipendenti pubblici che avrebbero attestato il falso nei rapporti conclusivi dei controlli effettuati sulle acque sotterranee, scrivendo che i superamenti dei livelli ammessi per ferro e arsenico, anche di rilevante entità, erano di origine naturale, legati alle caratteristiche geochimiche del terreno e non alla discarica abusiva. I cinque tecnici della sezione di Reggio Emilia sono accusati di falso ideologico in atti pubblici, del concorso e della continuità nel reato, con l’aggravante della violazione di norme a tutela dell’ambiente. Dovranno rispondere anche di inquinamento ambientale assieme al professionista incaricato dalla Dugara SpA di predisporre i piani di monitoraggio delle acque sotterranee. L’altro tecnico indagato è l’architetto Fabrizio Bo, coordinatore della progettazione del polo logistico nel 2012, incaricato da Claudio Bacchi e dalla madre di scrivere gli atti da presentare al comune di Brescello per le opportune concessioni. L’attuale sindaco Carlo Fiumicino prende decisamente le distanze dal progetto del polo logistico sostenendo che la sua Amministrazione comunale ha sempre espresso parere contrario perché il centro intermodale “sarebbe stato la pietra tombale per il Comune, con infrastrutture stradali collassate di tir e salute dei cittadini compromessa”. Non la pensavano così amministratori del passato e di altri comuni emiliani e mantovani a ridosso del fiume Po. I Bacchi e la storica azienda fondata da Aladino (marito di Franca Soncini, deceduto nel 2015 a 99 anni) hanno fatto il bello e il cattivo tempo lungo le rive del fiume scavando sabbia dal suo alveo, nonostante le tantissime vicende giudiziarie contro le quali hanno inciampato. L’interdittiva antimafia del prefetto Antonella De Miro, nel 2011, impediva di fatto alla Bacchi SpA di lavorare per la costruzione della tangenziale di Novellara (Re), ma l’allora presidente della Provincia Sonia Masini, colpevole di avere emesso il provvedimento (dovuto) che recepiva quella interdittiva, subì duri attacchi politici anche all’interno del suo partito (il Pd). E sull’altra riva del Po, a Viadana, c’è un luogo tristemente noto come “Cava Caselli” dove la Bacchi SpA estraeva sabbia per la tangenziale Cispadana, prima di abbandonarlo al suo destino. Nonostante le tante denunce di un consigliere comunale, Silvio Perteghella, e l’apertura di fascicoli giudiziari e amministrativi, sono trascorsi già 26 anni senza che nessuno abbia realmente pagato per il presunto danno ambientale prodotto in quella cava. 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Il comune di Roma deve 10mila euro di risarcimento ai cittadini che vivono in zone inquinate: una sentenza storica
Il Comune di Roma deve risarcire i danni da rumore e da smog provocati dal traffico ai residenti in prossimità di via del Foro Italico in Roma, nel tratto della tangenziale est. Lo ha stabilito la terza sezione della Cassazione civile con una sentenza (n. 29798) pubblicata pochi giorni fa, il 12 novembre 2025, affermando che è dovere del Comune osservare, per le strade cittadine, le regole tecniche e i canoni di diligenza e prudenza idonei ad evitare che il traffico della zona provochi rumori intollerabili e smog oltre i limiti in danno degli abitanti. Tanto più che una prima sentenza aveva già condannato, con riferimento al rumore, il Comune di Roma a “predisporre idonee misure affinché – nel tratto stradale ove insistono le abitazioni degli attori/appellanti e interessato pure dall’immissione di polveri sottili – sia collocato un limite di velocità veicolare di 30 km/h, oltre che a provvedere a proprie cure e spese all’eliminazione delle immissioni sonore nocive attraverso la collocazione di pannelli fonoassorbenti”. In particolare, la Cassazione ha respinto con decisione l’argomento principale (peraltro di grande attualità, in vista del prossimo referendum) avanzato dall’amministrazione capitolina, secondo cui solo il Comune può stabilire i limiti di velocità sulle strade, osservando che non si tratta di comportamenti discrezionali della pubblica amministrazione ma di “un’attività soggetta al principio del neminem laedere”; per cui, “in presenza di immissioni intollerabili, dipendenti dal contegno della pubblica amministrazione“ proprietaria delle strade, non può esservi alcuna discrezionalità in quanto è in gioco la salute dei cittadini. E pertanto, non vi è alcuna invasione di campo da parte della magistratura e l’amministrazione “può essere condannata al risarcimento del danno, così come al facere necessario a ricondurre le dette immissioni al di sotto della soglia della normale tollerabilità”. Conclusione della Suprema Corte: il ricorso deve essere respinto e il Comune di Roma deve corrispondere a ciascuno dei proprietari-abitanti cittadini che hanno fatto causa un risarcimento di 10.000 euro ciascuno. Trattasi, come è evidente, di una sentenza, a dir poco, della massima rilevanza in quanto apre la porta a migliaia di ricorsi da parte di chi è costretto a vivere in una città con alto tasso di inquinamento per smog e rumore. Con milioni di euro che questi Comuni dovrebbero pagare per danni ai cittadini che vivono nelle zone più inquinate. Situazione che non riguarda solo Roma ma anche molte altre città italiane, fra cui spiccano Napoli, Palermo, Genova, Messina, Torino e Milano. Tanto più che non si tratta di una sentenza isolata. Pochi mesi fa, su iniziativa di Greenpeace e altri, il nostro massimo organo giurisdizionale, la Cassazione a sezioni unite, con una pronuncia rivoluzionaria (n. 20381 del 21 luglio 2025), ribaltando la sua precedente giurisprudenza, aveva infatti già affermato la competenza dei giudici italiani a decidere per cause intentate al fine di ottenere il risarcimento dei danni provocati dal mancato rispetto di misure relative al cambiamento climatico come quelle per la limitazione delle emissioni; aggiungendo che, parallelamente al dovere degli Stati e delle aziende inquinanti di agire per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti a livello comunitario, esiste un diritto dei cittadini a ottenere il risarcimento dei danni provocati da questo comportamento che lede il loro “diritto alla vita e al rispetto della vita privata e famigliare”, tutelato dalla Convenzione europea per i diritti dell’uomo. E proprio per questo, in totale consonanza con la nostra Costituzione e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte internazionale di giustizia, aveva respinto anche in quel caso tutte le obiezioni secondo cui non si possono sindacare la libertà di impresa sancita dalla Costituzione, né misure che presuppongono valutazioni di natura politico-legislativa di competenza di organi politici. L'articolo Il comune di Roma deve 10mila euro di risarcimento ai cittadini che vivono in zone inquinate: una sentenza storica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco: ridurlo è questione di giustizia sociale
“L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco. Non è una metafora estrema, ma un’evidenza scientifica. Ogni giorno di ritardo nel ridurlo costa vite umane.” Con queste parole, Maria Neira — direttrice dell’Area Environment, Climate Change and Health dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e co-chair del Lancet Countdown — ha aperto una delle sessioni più attese del Congresso Isde Italia 2025, dedicato alla tripla crisi planetaria: clima, inquinamento e perdita di biodiversità. Nella sessione “Science and Advocacy” della terza giornata del Congresso, Paolo Bortolotti (Isde Trento) e Marco Talluri (Isdenews/ Ambientenonsolo) hanno presentato i risultati del primo anno di attività del Progetto Nazionale “Salute e Inquinamento Atmosferico nelle Città Italiane”, un monitoraggio sistematico che rappresenta oggi uno degli strumenti più avanzati e trasparenti per valutare lo stato della qualità dell’aria nelle aree urbane italiane. Un intervento che ha offerto un quadro chiaro e scientificamente fondato di come l’aria che respiriamo nelle città italiane rimanga lontana dagli standard di sicurezza fissati dall’Oms e — sempre più spesso — anche dai nuovi limiti della Direttiva europea 2881/2024. Un progetto nato per colmare un vuoto: dati omogenei, aggiornati, accessibili. Bortolotti ha spiegato che l’obiettivo del progetto è semplice ma rivoluzionario: monitorare ogni mese, con criteri uniformi, i dati delle 27 città italiane più popolose, attraverso le stazioni Arpa/Appa e il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Per il 2025 in corso, Napoli mostra i dati peggiori di inquinamento dell’aria rispetto a tutto il resto di Italia, Pianura Padana compresa, in particolare per i micidiali biossidi di azoto! Ad ottobre 2025 Napoli registra la cifra impressionante di 168 giorni oltre soglia! E’ un dato di una gravità eccezionale che determina un eccesso di cittadini napoletani uccisi ogni giorno dall’inquinamento della sola aria non inferiore a 4.5 cittadini al giorno! Questo dato è direttamente correlato non al traffico automobilistico privato ma alla presenza di uno sviluppo eccezionale e del tutto fuori controllo del Porto di Napoli e dell’aeroporto intracittadino di Capodichino. Neira ha ricordato che l’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno di oltre 8 milioni di morti premature nel mondo, con effetti sanitari che colpiscono in modo sproporzionato bambini, anziani e persone fragili. Le patologie più associate all’esposizione cronica a polveri sottili (PM2.5 e PM10), ossidi di azoto e ozono includono malattie cardiovascolari, ictus, tumori, diabete, complicanze in gravidanza e disturbi dello sviluppo cerebrale nei bambini: “L’aria inquinata attraversa la placenta e condiziona la salute dei futuri adulti fin dal grembo materno”, ha sottolineato. Napoli registra nel 2024 il record nazionale di ictus, infarti e cancri del polmone rispetto a tutta Italia con circa un terzo in più di mortalità evitabile rispetto alla pur inquinatissima Milano! Il quadro italiano, ha ricordato Neira, rimane critico. Le aree urbane — in particolare Pianura Padana, Campania e grandi città come Napoli — presentano livelli di particolato e biossido di azoto stabilmente oltre gli standard europei. “L’Italia ha capacità scientifiche straordinarie, ma resta intrappolata in un grande paradosso: conoscere benissimo il problema senza ridurre abbastanza le emissioni”, ha affermato. Il legame tra inquinamento e disuguaglianze è un altro punto chiave della sua analisi: chi vive nelle aree più povere, in case meno efficienti, vicino a strade trafficate o zone industriali, è più esposto e paga il prezzo più alto in termini di salute. Per questo, ha aggiunto, “le politiche per l’aria pulita sono anche politiche di giustizia sociale”. Napoli est Porto non riesce neanche ad avere dati per distretto dal registro tumori Asl Napoli 1. Il danno alla salute da inquinamento dell’aria è un problema prevenibile, non un destino biologico. Neira ha insistito sul parallelismo tra inquinamento e tabacco: entrambi sono rischi sanitari prevenibili, legati a scelte economiche e politiche. “Le persone non scelgono l’aria che respirano. È una forma di esposizione involontaria, che come nel fumo passivo danneggia tutti, soprattutto chi ha meno voce […] E’ fondamentale superare l’approccio fatalista e agire sulle fonti…. Ogni intervento sulla qualità dell’aria produce benefici immediati: meno infarti, meno ricoveri, meno assenze dal lavoro, meno costi sanitari”. Napoli non ha mai registrato negli ultimi decenni, che pure hanno determinato l’aspettativa di vita più bassa di Italia anche per il 2024, dati cosi gravi e cosi chiari di inquinamento dell’aria con una tale precisa indicazione delle fonti principali: Porto ed Aeroporto intracittadino. Intervenire solo sul traffico automobilistico privato che colpisce solo la già pessima qualità di vita dei cittadini ancora residenti e tra i più deprivati di Italia risulta cosi non solo del tutto inefficace per tutelare la salute dei napoletani, ma soprattutto offensivo per la loro intelligenza rispetto a dati scientifici cosi chiari e cosi gravi! Diventa un preciso dovere deontologico per tutti i Medici, non solo per i Medici dell’Ambiente, intervenire con estrema decisione a tutela della salute pubblica per migliorare immediatamente questa situazione al fine di ottenere precise garanzie per la immediata installazione delle banchine elettrificate nel Porto previste dal Progetto Pnrr entro marzo 2026, e con la immediata delocalizzazione di almeno il 50% del traffico aereo intracittadino verso l’aeroporto di Grazzanise, già pronto ma desolatamente vuoto. L'articolo L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco: ridurlo è questione di giustizia sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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