I progressi ci sono, ma limitati e infatti le nostre città sono ancora
pesantemente inquinate. Nonostante questo, è concreto il rischio che il governo
decida di chiedere una proroga rispetto all’entrata in vigore della Direttiva
europea sulla qualità dell’aria (2881/2024). Con conseguente aumento della
mortalità per patologie respiratorie acute e patologie croniche, non solo
respiratorie. La conferma dei rischi che corriamo semplicemente respirando
arriva da un rapporto che, analizzando in modo sistematico i dati ufficiali
delle reti regionali di monitoraggio delle Arpa/Appa, ha classificato le città
italiane una per una in base al tipo di inquinante – Pm10, Pm 2,5, NO2 ovvero
biossido di azoto, ma anche ozono – mettendole al tempo stesso in relazione a
tre diversi tipi di normativa: quella attuale (D.Lgs.155/2010), la Direttiva
Europea 2881/2024, infine le più stringenti direttive dell’Oms (Linee Guida
2021). In particolare, il riferimento di “Cambiamo aria. Salute e inquinamento
atmosferico nelle città italiane”, promosso da Isde Italia in collaborazione
con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities
Campaign, è proprio la Direttiva Europea: i limiti entreranno in vigore dal
gennaio 2030, ma gli Stati membri hanno tempo fino a dicembre per recepirla.
A dare una prima sintesi del rapporto è il prof. Paolo Bortolotti, coordinatore
del gruppo di lavoro Isde su inquinamento atmosferico. “L’aria rispetto a dieci
anni fa è migliorata – ma non come nel nord Europa, siamo gli ultimi nel nostro
continente – e i limiti della normativa di dieci anni fa sono rispettati. Il
problema è che i nuovi limiti europei sono circa la metà rispetto agli attuali e
su questi ultimi siamo indietro in maniera allarmante”. “La normativa europea
inoltre”, continua, “introduce il massimo degli sforamenti giornalieri, che nei
limiti attuali non c’è, perché si calcola solo la media annua. D’estate però la
situazione migliora, quindi la media annuale si abbassa, ma bisogna tener conto
dei picchi di inquinamento, che causano un maggiore accesso al pronto soccorso
per anziani e bambini”. In generale, per quanto riguarda le polveri sottili, la
situazione peggiore è quella del nord Italia e della pianura padana. Tuttavia,
per il biossido di azoto le città più colpite sono quelle portuali, come
Palermo, Napoli, Catania, a causa del trasporto navale.
COME VANNO LE CITTÀ? MALE MILANO E TORINO, MEGLIO ROMA
Ma quali sono le città più inquinate, in base ai nuovi parametri? Un primo
criterio di analisi è quello dei valori medi annui. Una delle metropoli che non
fa bene è senza dubbio il capoluogo lombardo, Milano: la media annua del Pm10 si
attesta a 35 μg/m3. Non solo il dato non è inferiore agli anni passati (nel 2019
e 2018 era sempre 35 μg/m3), ed è addirittura superiore al 2024 e 2023 (33 μg/m3
e 32 μg/m3). Nonostante sia sotto le soglie della normativa attuale (40 μg/m3),
supera quelle della direttiva Ue (20 μg/m3) e le linee Oms (15 μg/m3). Rispetto
al Pm 2,5 la media del 2025 si attesta su 22 μg/m3, superiore di poco ai 21
μg/m3 dei due anni precedenti, ed è di poco inferiore ai limiti della normativa
attuale (25μg/m3), ma superiore ai limiti della Direttiva Ue (10 μg/m3) e ai 5
μg/m3 suggeriti dall’Oms. Rispetto al biossido di azoto, invece, il valore 2025
è 37 μg/m3, in calo lineare rispetto agli anni passati, sotto i 40 μg/m3 della
normativa attuale, ma sempre sopra i 20 μg/m3 della direttiva Ue e i 10 μg/m3
delle linee guida Oms.
Anche Torino, però, è in una situazione più che critica: la media annua del Pm10
si attesta a 70 μg/m3, in aumento rispetto ai due anni precedenti, ed è di gran
lunga sopra l’attuale normativa e quindi Direttiva Ue e linee guida Oms. Un po’
più bassa la media annua del Pm2,5, 20 μg/m3 negli ultimi tre anni, di poco
sotto la normativa attuale ma sopra Direttiva Ue e Oms. Per il biossido di
azoto, la media è di 39 μg/m3, praticamente sul limite della normativa attuale
ma sopra direttiva Ue e Oms.
Va un po’ meglio la Capitale. Rispetto al Pm10, Roma nel 2025 si attesta su una
media annua di 20 μg/m3, sotto il limite stabilito dalla normativa annuale,
inferiore alla direttiva Ue e alle linee guida Oms. Rispetto al Pm10 Roma
migliora negli anni dal 2013 (30 μg/m3) con un scalaggio quasi lineare. Per
quanto riguarda il Pm 2,5, nel 2025 il dato media annuale è di 14 μg/ m3,
inferiore alla normativa attuale ma non alla normativa UE e alle linee guida
Oms. Rispetto al 2013 (20 μg/m3) c’è una diminuzione anche se non del tutto
lineare. Rispetto al biossido di azoto, nel 2025 Roma si attesta a 18 μg/m3,
sotto la normativa attuale, sotto la Direttiva UE 20, ma non sotto le linee
guida OMS 10.
GLI SFORAMENTI GIORNALIERI
Scendendo a Sud, non sempre la situazione migliora per le grandi città: la media
annuale a Napoli delle PM10 è 40 μg/m3, peggio degli anni precedenti ad
eccezione del 2024, pari alla normativa attuale, sopra la direttiva Ue e sopra
le indicazioni Oms. Rispetto al Pm 2,5, la media è di 16 μg/m3, inferiore agli
anni passati, sotto la normativa attuale, ma sopra la Direttiva Ue e indicazioni
Oms. Infine per il biossido di azoto si attesa a 51 μg/m3 (sempre media
annuale), sopra la normativa attuale, e quindi sopra i valori della direttiva Ue
e Oms.
Non benissimo anche Palermo: la media annuale del Pm10 è 41 μg/m3, quindi quasi
sui limiti della normativa attuale, ma è il doppio dei limiti della direttiva Ue
e ancora più rispetto alle linee guida Oms; la media del Pm2,5 è di 11 μg/m3:
sotto i limiti previsti dalla normativa attuale, ma poco sopra le indicazioni Ue
E Oms. Alto il biossido di azoto, 49 μg/m3, sopra normativa attuale, la
Direttiva Ue e l’Oms.
La medie, però, non bastano a dare conto del problema inquinamento. Bisogna
anche monitorare i picchi, ovvero gli sforamenti giornalieri. Tra le città con
maggiori sforamenti rispetto alla Direttiva Europea abbiamo Milano: 96 giorni
per il Pm10, 133 per il Pm2,5, 60 per il NO2 e 58 per l’ozono, calcolato da
giugno a settembre. Napoli sfora di 86 giorni per il Pm10, 32 per il Pm 2,5, ben
197 per il biossido di azoto e 23 per l’ozono. Torino 59 giorni per il Pm10, ben
106 per il Pm2,5, 78 per il NO2 e 51 per l’ozono. Palermo va molto male per il
Pm10 (100 giorni di sforamento), molto meglio per il Pm2,5 (4 giorni), male per
il NO2 (173 giorni) e 51 giorni per l’ozono. Le città del nord, insieme a Terni,
hanno circa 50 giorni di sforamento all’anno per il Pm10. Più alto, circa 60
giorni all’anno, lo sforamento di queste città per il Pm 2,5. Invece Venezia, ma
soprattutto Genova (100 giorni), Messina (82) e Catania (65), hanno valori
elevati per il biossido di azoto. Infine l’ozono è alto a Bergamo (67 giorni di
sforamento), Parma, Bologna, Firenze.
NON SOLO RISCHI POLMONARI: IL LEGAME TRA INQUINAMENTO E DEMENZA
Il rapporto ribadisce il legame tra inquinamento atmosferico e patologie anche
inaspettate. Infatti, se il Pm10, passando per il naso, è in grado di
raggiungere la gola e la trachea (localizzate nel primo tratto dell’apparato
respiratorio), il Pm2,5 è composto da particelle più piccole che possono
invece arrivare in profondità nei polmoni e passare nel circolo sanguigno, ma
anche penetrare la barriera emato-encefalica. L’esposizione a sostanze
inquinanti, come il Pm2,5, può alterare le connessioni tra i neuroni,
influenzando l’attenzione e altre funzioni cognitive. “È ormai dimostrato che
l’aria ha un effetto importante sulla salute e la mortalità della gente”, spiega
sempre Bortolotti. “Si pensa inoltre che il problema dell’aria sia un problema
polmonare. In realtà, soprattutto le polveri sottili non si fermano ai polmoni.
Ci sono ormai studi che le legano al Parkinson, alla demenza, al calo del
quoziente intellettivo. E non possiamo colpevolizzare i singoli che non possono
non respirare, è un fattore comune per tutti”.
Rispetto a questo quadro, cosa occorre fare? Isde Italia e Kyoto Club hanno
richieste specifiche per governo, regioni e amministrazioni locali. Al governo
italiano chiedono di recepire la Direttiva Ue 2881/2024 al più presto e
impegnarsi ad attuarla in ogni sua parte senza chiedere deroghe o rinvii.
“Chiedere una deroga di dieci anni vuol dire di aumentare di ‘n’ numero le
persone che moriranno e che stanno male”, nota Bortolotti. Serve invece, si
legge sempre nel documento, aggiornare il Piano Nazionale Aria tenendo conto dei
nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli nel
2030, stanziando risorse economiche adeguate per finanziare le azioni
necessarie.
LE RICHIESTE A GOVERNO, REGIONI, COMUNI
Per il trasporto pubblico locale, le richieste sono quelle di incrementare di 3
miliardi il Fondo Nazionale Trasporti; incrementare le risorse per lo sviluppo
delle infrastrutture del trasporto rapido di massa, aumentando la dotazione del
Fondo unico istituito dal decreto-legge 30 giugno 2025, n. 95; investire
significativamente nella elettrificazione degli autobus; per la mobilità
attiva, rifinanziare il fondo per la ciclabilità urbana con almeno 500 milioni
all’anno per i prossimi sette anni in modo da permettere nei prossimi anni la
realizzazione 15.000 chilometri di piste ciclabile nelle aree urbane; favorire
l’aggiornamento del parco veicolare privato verso mezzi ad emissioni zero;
definire e finanziare una strategia per la riqualificazione del patrimonio
edilizio residenziale e pubblico; riconvertire gli allevamenti intensivi.
Alle Regioni si chiede invece di aggiornare i Piani Regionali Aria tenendo conto
dei nuovi limiti previsti e stabilendo un percorso che permetta di rispettarli
nel 2030. Alle Arpa/Appa si chiede di accelerare la realizzazione del portale
unico per la pubblicazione dei dati del monitoraggio della qualità dell’aria in
modo facilmente comprensibile; la pubblicazione delle medie giornaliere del
biossido di azoto e l’indicazione, oltre ai limiti normativi attuali, anche di
quelli previsti dalla direttiva UE 2881/2024 e dalle Linee Guida Oms 2021. Alle
amministrazioni comunali si domanda invece di promuovere tutte le iniziative
volte a una riduzione decisa del traffico motorizzato privato, con
l’introduzione di zone a basse emissioni, zone 30 km/h, il potenziamento del
trasporto pubblico locale, lo sviluppo della mobilità condivisa con mezzi non
inquinanti, l’utilizzo di veicoli privati a zero emissioni, l’elettrificazione
delle banchine dei porti, interventi strutturali sul riscaldamento degli
edifici, il potenziamento del verde urbano. Infine, agli Ordini dei Medici e
alle Società scientifiche mediche viene chiesto di promuovere iniziative volte
a sensibilizzare e responsabilizzare gli operatori sanitari su queste tematiche.
“Quello fatto da Isde e Kyoto Club è un lavoro fantastico, perché per la prima
volta si paragonano i dati con la nuova Direttiva e non con i livelli normativi
attuali”, commenta e conclude Anna Gerometta, presidente di Cittadini per
l’Aria. “È triste però che mentre ci troviamo dentro questa sfida, rientrare nei
limiti della nuova direttiva, il nostro governo sceglie di togliere i fondi per
la qualità dell’aria nella Pianura Padana, oppure azzera scelte per la mobilità
sostenibile come le zone 30. Eppure rispettare i nuovi limiti significa tutelare
la salute umana, quella dei polmoni, del cuore, ma anche di tutti gli altri
organi, in particolare il cervello”.
L'articolo Qualità dell’aria, le città in base alla nuova Direttiva Ue (non
recepita dall’Italia): male Milano e Torino, meglio Roma proviene da Il Fatto
Quotidiano.
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E record fu! I dati complessivi per l’anno 2025 raccolti ed elaborati da Isde
Medici Ambiente Nazionale all’interno del Progetto Aria di Isde Nazionale (Prof
Bortolotto, Talluri, Romizi) confermano per la città di Napoli il record di
sforamenti complessivi tra pm10 + pm2.5 + NO2 per l’intero anno 2025: Napoli 295
sforamenti durante l’intero 2025; Milano 265; Palermo 248.
Il dato record è rappresentato dall’eccezionale numero di sforamenti dei soli
biossidi di azoto che a Napoli raggiunge il record di 197, contro i 173 di
Palermo e i soli 60 di Milano. Grazie al Progetto Aria di Isde Nazionale che
elabora i dati ufficiali delle Arpa delle principali città italiane risulta
evidente che Napoli, Palermo e Messina mostrano degli eccessi di biossidi di
azoto che risultano perfettamente correlabili alle attività portuali piuttosto
che a tutte le altre fonti possibili.
In particolare, avendo esaminato anche i dati di picco giornalieri, risultano
ben correlabili alla presenza in porto dei traghetti da e per la Sicilia che
evidentemente non solo restano a motori diesel sempre accesi per la assenza di
elettrificazione delle banchine, ma soprattutto evidentemente utilizzano
combustibile di pessima qualità vietato dalle leggi vigenti né controllato dalle
autorità portuali responsabili, sia a Napoli che a Palermo.
Come Presidente di Isde Medici Ambiente Napoli ma soprattutto come specialista
in Farmacologa (indirizzo tossicologia) credo sia giunta l’ora che tutte le
autorità responsabili (dalle autorità portuali, ai Sindaci, ai Prefetti , alle
Procure) si rendano conto che registrare tali eccessi di biossidi di azoto, a
fonti ben individuabili al di fuori delle auto diesel private, da un punto di
vista sanitario rendono assolutamente comprensibili i gravissimi dati sanitari
che caratterizzano in particolare la città di Napoli ormai da molti decenni.
Sono certamente uno dei principali co-fattori patogenetici non solo degli
eccessi di cancro, ma soprattutto degli eccessi di tutti gli eventi
cardiovascolari acuti, ictus, infarti, oltre che di patologie gravemente
invalidanti come morbo di Alzheimer, morbo di Parkinson, asma e autismo nei
bambini che stanno letteralmente massacrando la metropoli della Regione più
giovane di Italia.
L’overtourism non controllato e reso sostenibile uccide. E questi dati sanitari
con evidenti correlazioni patogenetiche da inquinamento gravissimo e non da
scorretti stili di vita individuali, come invece continuano a tentare di farci
credere, si aggiungono a quelli irrisolti legati al gravissimo inquinamento
ancora in atto del fenomeno Terra dei Fuochi campano.
Tentare di risolverli solo incrementando la Prevenzione Secondaria (screening e
diagnosi precoce) senza minimamente intervenire sulle cause (Prevenzione
Primaria) aggrava soltanto i costi insostenibili ormai per il Ssn pubblico. Il
Ssn salta, gli studi dei medici di medicina generale esplodono, i nostri pronto
soccorso degli ospedali esplodono, e di certo non risolviamo soltanto
incrementando, con ulteriori costi, le sole vaccinazioni.
Nessuno evidenzia che l’eccesso di biossidi di azoto aggrava anche influenza e
polmoniti perché è un potente irritante delle vie respiratorie, che causa
infiammazione, riduce le difese polmonari e aumenta la suscettibilità alle
infezioni, peggiorando sintomi come tosse e respiro affannoso e incrementando il
rischio di complicanze come edema polmonare – specialmente nei bambini, anziani
e persone con patologie preesistenti – soprattutto a concentrazioni elevate come
quelle rilevate nelle centraline nei dintorni del porto di Napoli, e contribuire
a riacutizzazioni di asma e bronchite.
NO2 compromette le difese immunitarie: l’esposizione cronica o acuta rende le
cellule polmonari più vulnerabili agli agenti patogeni (virus, batteri) e può
inibire la risposta immunitaria, aumentando il rischio di infezioni e la loro
gravità. Essendo un gas irritante, si somma all’infiammazione causata dal virus,
portando a un peggioramento di tosse, respiro sibilante, affanno e difficoltà
respiratorie. I gruppi più vulnerabili sono bambini, anziani e fragili ammalati
di cancro, asmatici, persone con disturbi cardiaci o respiratori cronici.
In base ai dati raccolti dalla letteratura scientifica e da molti anni,
l’esposizione prolungata al biossido di azoto si associa a un aumento della
mortalità per ogni causa, e per cause cardiovascolari e per patologie
respiratorie.
I dati raccolti dal Progetto Aria di Isde Italia che sono la rielaborazione dei
dati ufficiali provenienti da Arpac certificano Napoli per l’intero 2025 come la
città metropolitana più inquinata di Italia con un eccesso in particolare dei
biossidi di azoto, provenienti più dal porto e dall’aeroporto intracittadini –
sviluppatisi in modo mostruoso e senza alcun controllo – che da tutte le altri
fonti conosciute come le auto diesel private. Che nessuno faccia più finta di
non saperlo!
L'articolo Napoli record 2025 per sforamenti di biossidi d’azoto: così diventa
la città più inquinata d’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
I Comuni apuani continuano a riaprire cave dismesse da decenni, ormai
rinaturalizzate, a favore del comparto estrattivo del marmo e a danno delle
economie di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e naturalistico del
Parco delle Alpi Apuane e delle aree attigue. Dopo il caso Seravezza, dove la
riapertura di alcune cave chiuse e la conciliazione pro-privato di
un’escavazione abusiva sul Monte Altissimo ha attivato la protesta della
comunità locale, il nuovo terreno di scontro tra visioni di sviluppo
territoriale è passato a Massa. Il Comune apuano guidato dalla giunta Persiani
(Lega) ha infatti stabilito la riapertura di sette cave dismesse tramite una
pianificazione urbanistica – i Piani Attuattivi dei Bacini Estrattivi (PABE) –
che è riuscita a garantire ai concessionari dell’estrazione 3,3 milioni di metri
cubi di nuova escavazione pur indicando nelle sue premesse l’obiettivo di
innalzare “la qualità del territorio e dell’ambiente” e il “contrasto di consumo
di nuovo suolo”.
Simbolo della lotta tra interessi contrapposti: la “Cresta degli Amari”, cava
chiusa dal 1980, oggi pendio rinaturalizzato del Parco delle Alpi Apuane nei cui
pressi si sviluppa un’ambita meta di arrampicata sportiva – la falesia
“Campaccio” – che raccoglie ogni anno appassionati da ogni parte d’Italia. Il
Comune di Massa ha deliberato il suo ritorno ad area di escavazione, negando
legittimità alle osservazioni avanzate da chi da anni ha creato economia sulla
tutela e valorizzazione dell’area nel complesso limitrofo Pian della Fioba. Tra
questi l’associazione Aquilegia guidata da Andrea Ribolini che proprio a Pian
della Fioba gestisce l’Orto Botanico della Alpi Apuane “Pellegrini-Ansaldi”,
patrimonio di biodiversità a un chilometro in linea d’aria dalla Cresta degli
Amari, divenuto meta prediletta di studenti e neoleureati da tutta Italia dei
corsi di Scienze della Vita.
“La scelta di riaprire la Cresta degli Amari danneggia undici anni di lavoro di
valorizzazione di Pian della Fioba in ottica turistica. Lavoro portato avanti da
noi, dal rifugio Città di Massa e dalle guide” spiega a ilfattoquotidiano.it
Ribolini che sottolinea come intorno a questa oasi di pace e natura insistano
già altre cinque cave attive. “Mentre invitiamo i turisti a godere del silenzio
del bosco – precisa Ribolini – ci sono momenti che sembra di essere nel cantiere
del Tav per il rumore. Con la riapertura della Cresta degli Amari sarà ancora
peggio e ce la riaprono di fronte”. Quando il sindaco di Massa passò da queste
parti nel 2023, durante la campagna elettorale per il secondo mandato, promise
“lo stralcio della riapertura della cava” ricorda a ilfattoquotidiano.it il
presidente di Aquilegia: “Ora ci sentiamo traditi”, precisa, perché al momento
della delibera finale, Persiani e la sua maggioranza hanno confermato la
riattivazione. Il sindaco di Massa, interpellato da Ilfattoquotidiano.it al
riguardo, non ha risposto alle nostre domande dopo due settimane di rinvii.
La riapertura delle sette cave ripropone inoltre il problema dell’impatto
dell’escavazione sulle sorgenti d’acqua. Ogni riapertura di cava equivale
infatti a un aumento degli sversamenti nei corsi d’acqua dello scarto più
inquinante dell’escavazione del marmo, la marmettola: una fanghiglia biancastra
con metalli pesanti che si deposita negli alvei dei corsi d’acqua, annichilisce
la vita fluviale togliendovi ossigeno e produce effetti nefasti in circostanze
alluvionali. Lo stesso Comune di Massa, nella scheda dedicata alla riapertura
della cava Cresta degli Amari, precisa che l’escavazione autorizzata sia in
“interferenza con le sorgenti d’acqua” di una frazione abitata, quindi
potenziale inquinante di questa, con marmettola. “Arpat ha chiarito da tempo che
il sistema è inquinante – spiega a ilfattoquotidiano.it Nicola Cavazzuti di
Rifondazione Comunista, qui alleata del Movimento 5 Stelle nel Polo Progressista
-, la questione è politica: quanto si vuole continuare a far inquinare per il
profitto di pochi e con un ritorno in termini di occupazione che è crollato del
35% dalla metà degli anni novanta al 2020”.
Nella zona infatti il marmo occupa circa duemila persone, tra escavazione e
lavorazione. Pochi se si considera che il comparto viaggia su utili sul
fatturato intorno al 50%, unici nel panorama manifatturiero. “Si sono persi 800
posti di lavoro a valle e circa 100 a monte negli ultimi 25 anni” chiarisce
Cavazzuti, “mentre il profitto resta ai concessionari: chi lavora otto ore in
cava, lavora le prime due per il proprio salario e le restanti sei per il
profitto dell’azienda che li paga”. Questo nonostante il prodotto venduto sia
quantitativamente sempre meno pregiato: secondo dati Legambiente, il 77%
dell’escavato non sono infatti blocchi di marmo funzionali alla produzione
artistica ed ornamentale, ma ghiaie e detriti, come quelli usati da riempitivo
per la nuova Diga di Genova che erano sulla draga Guang Rong finita contro il
pontile della città di Massa e lì rimasta dal 28 gennaio 2025 a pochi giorni fa.
L'articolo Il Comune a trazione leghista riapre 7 cave di marmo. Rabbia degli
ambientalisti: “Invitiamo i turisti nella natura? Pare di essere nel cantiere
Tav” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sembrano innocue e piacevoli e fanno tanto atmosfera natalizia. Ma secondo la
Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), l’invasione di fili luminosi e
lampadine durante le feste determina un aumento dei consumi energetici di ben il
30% rispetto al resto dell’anno. “Parliamo di 46.400 MWh di energia (equivalente
al consumo di 17.000 famiglie per un anno o di 3-4 fabbriche, ndr) solo tra l’8
e il 6 gennaio”, spiega il presidente Alessandro Miani. Energia che corrisponde
a 650 tonnellate di CO2 immesse ogni giorno in atmosfera, tra le 18.000 e le
20.000 per il periodo delle festività. Per dare un’idea, per assorbirle tutte ci
vorrebbero 1.000.000 di alberi per un anno intero. Non solo in Italia: le luci
di Natale eccedono in tutto il mondo. In particolare, negli Stati Uniti, dove il
consumo di elettricità dovuto alle luci natalizie supera quello annuale di Paesi
interi, come l’Etiopia, El Salvador, la Tanzania.
AMMORTIZZARE UN ALBERO? SERVONO VENT’ANNI
A produrre emissioni pro-capite – che per le feste di Natale ammontano a ben 513
kg di CO2 (come un volo aereo di circa 2.000 km) – non sono solo le luci, ma
anche regali – soprattutto quelli elettronici – cibo, bevande, viaggi. Sempre
secondo Alessandro Miani, “gli spostamenti privati, uniti all’incremento delle
attività logistiche connesse al commercio e alla spedizione delle merci,
producono un aumento delle emissioni inquinanti fino al 130% rispetto ad altri
periodi dell’anno”. Il dato fa riferimento a uno studio di Transport
Environment, che ha calcolato l’inquinamento da aumento di camion legato al
Natale (“Christmas truck pollution”), in relazione alle categorie merceologiche
legate alle feste riferite a un periodo che inizia alcune settimane prima di
Natale.
Quanto a inquinamento, un discorso a parte va fatto per gli alberi di Natale, in
particolare quelli artificiali: un albero artificiale di 1,90 metri di altezza è
responsabile di circa 40 kg di CO2 (come un volo aereo a corto raggio), che
derivano sia dalla plastica con cui è realizzato, che dai processi produttivi
che dal viaggio fatto per arrivare. Secondo uno studio condotto dall’Università
Unitelma-La Sapienza, gli alberi artificiali abbandonati in discarica impiegano
circa 200 anni a degradarsi contribuendo anche al pericoloso fenomeno
dell’inquinamento da microplastiche. Per essere minimamente sostenibile,
l’albero dovrebbe essere riutilizzato almeno per 10-20 anni.
Un dato curioso, ma allarmante riguarda anche la moda sempre più diffusa dei
maglioni natalizi: il 95% è realizzato con fibre sintetiche che, a ogni
lavaggio, rilasciano microplastiche negli oceani.
E poi ci sono i rifiuti: in Italia si producono, avverte sempre SIMA, 80.000
tonnellate di carta e cartone durante le feste, mentre 500mila tonnellate di
cibo finiscono nella spazzatura. Poi c’è il dramma delle batterie e dei
dispositivi elettrici da smaltire (RAEE), che ancora troppo spesso finiscono
nell’indifferenziata invece che nella raccolta dedicata (secondo il consorzio
nazionale senza fini di lucro Ecolight, nonostante un lieve incremento del 2024
sul 2023, rimaniamo ancora a circa il 30%, ampiamente sotto l’obiettivo europeo
del 65%).
DAI FUOCHI D’ARTIFICIO A INCENSI E CANDELE: INQUINAMENTO A GOGO
Un impatto ambientale molto pesante e meno conosciuto lo rivestono anche i
fuochi d’artificio. Secondo una ricerca pubblicata su “Environmental Science &
Technology” l’uso di fuochi d’artificio durante le festività incrementa le
emissioni di metalli pesanti e gas tossici. Oltre ai perclorati, aumentano le
particelle fini (PM2.5, PM10), l’anidride solforosa, gli ossidi di azoto, il
monossido di carbonio e gli idrocarburi aromatici policiclici (PAH). Ci sono poi
gli effetti sulla biodiversità: si stima che ogni anno in Italia almeno 5.000
animali perdano la vita a causa dei botti di fine anno e circa l’80% di questi
siano animali selvatici. Il rumore degli scoppi ravvicinati genera terrore e
disorientamento, anche tra gli animali domestici.
Un altro inquinamento poco noto, che si intensifica durante il Natale, è quello
derivante da incensi e candele, anche quelli all’interno delle chiese durante i
riti religiosi in generale e in particolare delle feste. Proprio su questi è
uscito un recente studio, che ha valutato la qualità dell’aria interna in una
chiesa ventilata naturalmente durante le celebrazioni liturgiche con combustione
dell’incenso. Le indagini condotte hanno evidenziato un incremento significativo
delle concentrazioni di PM10, PM2.5, PM1, TVOC e benzene, superiori ai limiti
stabiliti, durante le celebrazioni liturgiche e in corrispondenza dell’uso
dell’incenso.
Natale significa anche un massiccio utilizzo di prodotti di pulizia. Questi
ultimi sono ormai sotto accusa da tempo rispetto alle fragranze e i profumi che
contengono. Si tratta di sostanze – presenti per la verità, oltre a detersivi,
anche in cosmetici, trucchi, prodotti per l’igiene personale, disinfettanti –
che rilasciano composti organici volatili che respiriamo. Donatella Stocchi,
esperta oltre che affetta da sensibilità chimica multipla, ne ha scritto nel
libro uscito da poco Fragranze, aromi e salute. Una guida pratica per la tutela
della salute. “Le sostanze chimiche utilizzate per creare i composti delle
fragranze possono sono particolarmente dannose, in base agli studi della prof.
Anne Steinemann, per asmatici, cefalalgici, allergici, persone con disturbo
dello spettro autistico, individui affetti da sensibilità chimiche multiple”,
spiega. “In generale, inoltre possono risultare asmogene, cancerogene,
interferiscono con il sistema endocrino, neurotossiche e obesogene. Queste
sostanze chimiche abbassano l’immunità e possono irritare gli occhi, i polmoni,
le vie nasali e l’intero apparato respiratorio, aumentando la sensibilità ad
altri allergeni”.
NATALE ECOLOGICO, NON PER FORZA UN OSSIMORO
Insomma, il Natale sembra essere un concentrato di inquinanti, che incidono sui
mesi a venire. Qualcosa però è possibile fare e infatti anche quest’anno il Wwf
nell’ambito della campagna Our Future, ha pubblicato il Decalbero, suggerendo
dieci azioni per un Natale sostenibile. Tra queste c’è il riutilizzo di un
albero già posseduto, o l’acquisto di uno artificiale di seconda mano o di un
albero vero di specie nostrane come abete rosso, ginepro o alloro.
L’organizzazione suggerisce di regalare oggetti immateriali come lezioni, corsi,
giornate, di evitare come la peste carte plastificate o glitterate o
metallizzate, optando per iuta, giornali, fumetti, sacchetti vecchi e stoffe.
Suggerisce di privilegiare acquisti in negozi locali o e-commerce che usano
imballaggi ecologici e trasporti a basso impatto come bici cargo o furgoni
elettrici e di scegliere il treno per i propri viaggi. Infine il menu: meglio
biologico (anche il vino), con prodotti locali, di stagione e con poca carne. Se
si vuole scegliere il pesce che sia sostenibile e per capirlo si può andare sul
“semaforo del mare” (un esempio: no pesce spada, gamberi, triglia, cernia, sì a
molluschi come cozze e vongole). Infine, sempre WWF suggerisce inoltre di fare
serate senza elettricità, magari a lume di candela (naturali, però), e
soprattutto “unplugged”, “disconnesse”. E per pulire via le feste? Purtroppo non
c’è nessun regolamento che richieda la completa divulgazione in etichetta di
tutte le sostanze che compongono una fragranza. I consumatori possono però solo
controllare se compaiono parole come Profumo, Fragranza, Aroma. E scegliere di
non comprarli per chiudere in bellezza, e purezza, le feste.
L'articolo Luci, alberi, cibo e microplastiche: a Natale s’inquina molto di più.
Ecco i consigli per celebrare le feste rispettando il Pianeta proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Dice un cartello ormai logoro e sbiadito, davanti alla recinzione dell’immensa
area di Brescello destinata, nell’ambizione dei proprietari, ad un grande polo
provinciale della logistica intermodale: “Costruire il domani”. Ma il domani è
un incubo per i cittadini della zona che si sono svegliati con la notizia del
sequestro e delle perquisizioni disposti dalla Procura di Reggio Emilia. Nella
spianata che si affaccia su via Peppone e Don Camillo (oltre 250mila metri
quadri di suolo) già sono visibili lo scheletro in cemento e la copertura dei
grandi capannoni che i proprietari della Dugara SpA, Franca Soncini e il figlio
Claudio Bacchi, sognano di rendere operativi almeno dal gennaio 2012, quando
iniziarono i lavori di urbanizzazione, mai conclusi correttamente, secondo la
procura.
n
E sono ben visibili, gettando lo sguardo a terra, anche le scorie di acciaieria
e di fusione con cui è stata pavimentata l’area. Scorie e materiali che secondo
i magistrati Calogero Gaetano Paci (Procuratore) e Giulia Galfano (Sostituta
Procuratrice) sarebbero il frutto di uno smaltimento illecito. Più di 910mila
tonnellate di rifiuti, seppelliti sull’intera area e in parte ancora a cielo
aperto, con una conformazione granulare simile alle piccole pietre laviche. “Se
ci vai con una calamita – dice al ilfattoquotidiano.it un esperto – vedrai
quante se ne attaccano!”.
È però sotto terra che si sarebbero prodotti i danni maggiori, perché le
indagini effettuate dai Carabinieri dei Nuclei Radiomobile e Ambientale hanno
documentato concentrazioni di ferro e arsenico superiori “in modo rilevante” ai
limiti di legge. Non solo una discarica abusiva dunque, ma anche un
significativo inquinamento. Le acque sotterranee sono “compromesse e
deteriorate” secondo quando reso noto dalla Procura reggiana. A che profondità
ciò avvenga è la domanda fondamentale per la sicurezza dei cittadini e delle
attività nella zona. Il grande rettangolo di proprietà della famiglia Bacchi è
affiancato a est dalla sede brescellese di un consorzio agricolo che vende
frutta e verdura. A ovest, a duecento metri di distanza, un gruppo di abitazioni
con diverse famiglie non ha allacciamenti idrici con la rete provinciale e
l’acqua nelle tubature arriva da pozzi artesiani.
La preoccupazione è legittima e una famiglia in prossimità della linea
ferroviaria Parma Suzzara, oltre la quale si apre la spianata della Dugara SpA,
ha raccontato a ilfattoquotidiano.it di avere telefonato giovedì 11 dicembre al
presidio territoriale di Arpae, l’ente pubblico della regione Emilia Romagna che
ha compiti di vigilanza, prevenzione e controllo sull’ambiente. Volevano
informazioni e hanno ottenuto rassicurazioni dal responsabile di zona (Novellare
– Re) sul fatto che l’acqua alle profondità in cui pescano i pozzi artesiani non
risulterebbe contaminata. Peccano che a darle, queste rassicurazioni, sia stato
uno dei cinque tecnici dell’Agenzia indagati dalla Procura. Dipendenti pubblici
che avrebbero attestato il falso nei rapporti conclusivi dei controlli
effettuati sulle acque sotterranee, scrivendo che i superamenti dei livelli
ammessi per ferro e arsenico, anche di rilevante entità, erano di origine
naturale, legati alle caratteristiche geochimiche del terreno e non alla
discarica abusiva. I cinque tecnici della sezione di Reggio Emilia sono accusati
di falso ideologico in atti pubblici, del concorso e della continuità nel reato,
con l’aggravante della violazione di norme a tutela dell’ambiente. Dovranno
rispondere anche di inquinamento ambientale assieme al professionista incaricato
dalla Dugara SpA di predisporre i piani di monitoraggio delle acque sotterranee.
L’altro tecnico indagato è l’architetto Fabrizio Bo, coordinatore della
progettazione del polo logistico nel 2012, incaricato da Claudio Bacchi e dalla
madre di scrivere gli atti da presentare al comune di Brescello per le opportune
concessioni. L’attuale sindaco Carlo Fiumicino prende decisamente le distanze
dal progetto del polo logistico sostenendo che la sua Amministrazione comunale
ha sempre espresso parere contrario perché il centro intermodale “sarebbe stato
la pietra tombale per il Comune, con infrastrutture stradali collassate di tir e
salute dei cittadini compromessa”.
Non la pensavano così amministratori del passato e di altri comuni emiliani e
mantovani a ridosso del fiume Po. I Bacchi e la storica azienda fondata da
Aladino (marito di Franca Soncini, deceduto nel 2015 a 99 anni) hanno fatto il
bello e il cattivo tempo lungo le rive del fiume scavando sabbia dal suo alveo,
nonostante le tantissime vicende giudiziarie contro le quali hanno inciampato.
L’interdittiva antimafia del prefetto Antonella De Miro, nel 2011, impediva di
fatto alla Bacchi SpA di lavorare per la costruzione della tangenziale di
Novellara (Re), ma l’allora presidente della Provincia Sonia Masini, colpevole
di avere emesso il provvedimento (dovuto) che recepiva quella interdittiva, subì
duri attacchi politici anche all’interno del suo partito (il Pd). E sull’altra
riva del Po, a Viadana, c’è un luogo tristemente noto come “Cava Caselli” dove
la Bacchi SpA estraeva sabbia per la tangenziale Cispadana, prima di
abbandonarlo al suo destino. Nonostante le tante denunce di un consigliere
comunale, Silvio Perteghella, e l’apertura di fascicoli giudiziari e
amministrativi, sono trascorsi già 26 anni senza che nessuno abbia realmente
pagato per il presunto danno ambientale prodotto in quella cava.
L'articolo L’inchiesta sulla maxi discarica abusiva a Brescello e i timori degli
abitanti che chiedono chiarimenti: ma a rassicurarli è uno dei tecnici indagati
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Comune di Roma deve risarcire i danni da rumore e da smog provocati dal
traffico ai residenti in prossimità di via del Foro Italico in Roma, nel tratto
della tangenziale est. Lo ha stabilito la terza sezione della Cassazione civile
con una sentenza (n. 29798) pubblicata pochi giorni fa, il 12 novembre 2025,
affermando che è dovere del Comune osservare, per le strade cittadine, le regole
tecniche e i canoni di diligenza e prudenza idonei ad evitare che il traffico
della zona provochi rumori intollerabili e smog oltre i limiti in danno degli
abitanti.
Tanto più che una prima sentenza aveva già condannato, con riferimento al
rumore, il Comune di Roma a “predisporre idonee misure affinché – nel tratto
stradale ove insistono le abitazioni degli attori/appellanti e interessato pure
dall’immissione di polveri sottili – sia collocato un limite di velocità
veicolare di 30 km/h, oltre che a provvedere a proprie cure e spese
all’eliminazione delle immissioni sonore nocive attraverso la collocazione di
pannelli fonoassorbenti”.
In particolare, la Cassazione ha respinto con decisione l’argomento principale
(peraltro di grande attualità, in vista del prossimo referendum) avanzato
dall’amministrazione capitolina, secondo cui solo il Comune può stabilire i
limiti di velocità sulle strade, osservando che non si tratta di comportamenti
discrezionali della pubblica amministrazione ma di “un’attività soggetta al
principio del neminem laedere”; per cui, “in presenza di immissioni
intollerabili, dipendenti dal contegno della pubblica amministrazione“
proprietaria delle strade, non può esservi alcuna discrezionalità in quanto è in
gioco la salute dei cittadini. E pertanto, non vi è alcuna invasione di campo da
parte della magistratura e l’amministrazione “può essere condannata al
risarcimento del danno, così come al facere necessario a ricondurre le dette
immissioni al di sotto della soglia della normale tollerabilità”.
Conclusione della Suprema Corte: il ricorso deve essere respinto e il Comune di
Roma deve corrispondere a ciascuno dei proprietari-abitanti cittadini che hanno
fatto causa un risarcimento di 10.000 euro ciascuno.
Trattasi, come è evidente, di una sentenza, a dir poco, della massima rilevanza
in quanto apre la porta a migliaia di ricorsi da parte di chi è costretto a
vivere in una città con alto tasso di inquinamento per smog e rumore. Con
milioni di euro che questi Comuni dovrebbero pagare per danni ai cittadini che
vivono nelle zone più inquinate. Situazione che non riguarda solo Roma ma anche
molte altre città italiane, fra cui spiccano Napoli, Palermo, Genova, Messina,
Torino e Milano.
Tanto più che non si tratta di una sentenza isolata. Pochi mesi fa, su
iniziativa di Greenpeace e altri, il nostro massimo organo giurisdizionale, la
Cassazione a sezioni unite, con una pronuncia rivoluzionaria (n. 20381 del 21
luglio 2025), ribaltando la sua precedente giurisprudenza, aveva infatti già
affermato la competenza dei giudici italiani a decidere per cause intentate al
fine di ottenere il risarcimento dei danni provocati dal mancato rispetto di
misure relative al cambiamento climatico come quelle per la limitazione delle
emissioni; aggiungendo che, parallelamente al dovere degli Stati e delle aziende
inquinanti di agire per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti a livello
comunitario, esiste un diritto dei cittadini a ottenere il risarcimento dei
danni provocati da questo comportamento che lede il loro “diritto alla vita e al
rispetto della vita privata e famigliare”, tutelato dalla Convenzione europea
per i diritti dell’uomo.
E proprio per questo, in totale consonanza con la nostra Costituzione e con la
giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte
internazionale di giustizia, aveva respinto anche in quel caso tutte le
obiezioni secondo cui non si possono sindacare la libertà di impresa sancita
dalla Costituzione, né misure che presuppongono valutazioni di natura
politico-legislativa di competenza di organi politici.
L'articolo Il comune di Roma deve 10mila euro di risarcimento ai cittadini che
vivono in zone inquinate: una sentenza storica proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco. Non è una metafora estrema, ma
un’evidenza scientifica. Ogni giorno di ritardo nel ridurlo costa vite umane.”
Con queste parole, Maria Neira — direttrice dell’Area Environment, Climate
Change and Health dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e co-chair del
Lancet Countdown — ha aperto una delle sessioni più attese del Congresso Isde
Italia 2025, dedicato alla tripla crisi planetaria: clima, inquinamento e
perdita di biodiversità.
Nella sessione “Science and Advocacy” della terza giornata del Congresso, Paolo
Bortolotti (Isde Trento) e Marco Talluri (Isdenews/ Ambientenonsolo) hanno
presentato i risultati del primo anno di attività del Progetto Nazionale “Salute
e Inquinamento Atmosferico nelle Città Italiane”, un monitoraggio sistematico
che rappresenta oggi uno degli strumenti più avanzati e trasparenti per valutare
lo stato della qualità dell’aria nelle aree urbane italiane. Un intervento che
ha offerto un quadro chiaro e scientificamente fondato di come l’aria che
respiriamo nelle città italiane rimanga lontana dagli standard di sicurezza
fissati dall’Oms e — sempre più spesso — anche dai nuovi limiti della Direttiva
europea 2881/2024. Un progetto nato per colmare un vuoto: dati omogenei,
aggiornati, accessibili.
Bortolotti ha spiegato che l’obiettivo del progetto è semplice ma
rivoluzionario: monitorare ogni mese, con criteri uniformi, i dati delle 27
città italiane più popolose, attraverso le stazioni Arpa/Appa e il Sistema
Nazionale per la Protezione dell’Ambiente. Per il 2025 in corso, Napoli mostra i
dati peggiori di inquinamento dell’aria rispetto a tutto il resto di Italia,
Pianura Padana compresa, in particolare per i micidiali biossidi di azoto! Ad
ottobre 2025 Napoli registra la cifra impressionante di 168 giorni oltre soglia!
E’ un dato di una gravità eccezionale che determina un eccesso di cittadini
napoletani uccisi ogni giorno dall’inquinamento della sola aria non inferiore a
4.5 cittadini al giorno!
Questo dato è direttamente correlato non al traffico automobilistico privato ma
alla presenza di uno sviluppo eccezionale e del tutto fuori controllo del Porto
di Napoli e dell’aeroporto intracittadino di Capodichino.
Neira ha ricordato che l’inquinamento atmosferico è responsabile ogni anno di
oltre 8 milioni di morti premature nel mondo, con effetti sanitari che
colpiscono in modo sproporzionato bambini, anziani e persone fragili. Le
patologie più associate all’esposizione cronica a polveri sottili (PM2.5 e
PM10), ossidi di azoto e ozono includono malattie cardiovascolari, ictus,
tumori, diabete, complicanze in gravidanza e disturbi dello sviluppo cerebrale
nei bambini: “L’aria inquinata attraversa la placenta e condiziona la salute dei
futuri adulti fin dal grembo materno”, ha sottolineato.
Napoli registra nel 2024 il record nazionale di ictus, infarti e cancri del
polmone rispetto a tutta Italia con circa un terzo in più di mortalità evitabile
rispetto alla pur inquinatissima Milano!
Il quadro italiano, ha ricordato Neira, rimane critico. Le aree urbane — in
particolare Pianura Padana, Campania e grandi città come Napoli — presentano
livelli di particolato e biossido di azoto stabilmente oltre gli standard
europei. “L’Italia ha capacità scientifiche straordinarie, ma resta intrappolata
in un grande paradosso: conoscere benissimo il problema senza ridurre abbastanza
le emissioni”, ha affermato.
Il legame tra inquinamento e disuguaglianze è un altro punto chiave della sua
analisi: chi vive nelle aree più povere, in case meno efficienti, vicino a
strade trafficate o zone industriali, è più esposto e paga il prezzo più alto in
termini di salute. Per questo, ha aggiunto, “le politiche per l’aria pulita sono
anche politiche di giustizia sociale”. Napoli est Porto non riesce neanche ad
avere dati per distretto dal registro tumori Asl Napoli 1.
Il danno alla salute da inquinamento dell’aria è un problema prevenibile, non un
destino biologico. Neira ha insistito sul parallelismo tra inquinamento e
tabacco: entrambi sono rischi sanitari prevenibili, legati a scelte economiche e
politiche. “Le persone non scelgono l’aria che respirano. È una forma di
esposizione involontaria, che come nel fumo passivo danneggia tutti, soprattutto
chi ha meno voce […] E’ fondamentale superare l’approccio fatalista e agire
sulle fonti…. Ogni intervento sulla qualità dell’aria produce benefici
immediati: meno infarti, meno ricoveri, meno assenze dal lavoro, meno costi
sanitari”.
Napoli non ha mai registrato negli ultimi decenni, che pure hanno determinato
l’aspettativa di vita più bassa di Italia anche per il 2024, dati cosi gravi e
cosi chiari di inquinamento dell’aria con una tale precisa indicazione delle
fonti principali: Porto ed Aeroporto intracittadino. Intervenire solo sul
traffico automobilistico privato che colpisce solo la già pessima qualità di
vita dei cittadini ancora residenti e tra i più deprivati di Italia risulta cosi
non solo del tutto inefficace per tutelare la salute dei napoletani, ma
soprattutto offensivo per la loro intelligenza rispetto a dati scientifici cosi
chiari e cosi gravi!
Diventa un preciso dovere deontologico per tutti i Medici, non solo per i Medici
dell’Ambiente, intervenire con estrema decisione a tutela della salute pubblica
per migliorare immediatamente questa situazione al fine di ottenere precise
garanzie per la immediata installazione delle banchine elettrificate nel Porto
previste dal Progetto Pnrr entro marzo 2026, e con la immediata delocalizzazione
di almeno il 50% del traffico aereo intracittadino verso l’aeroporto di
Grazzanise, già pronto ma desolatamente vuoto.
L'articolo L’inquinamento atmosferico è il nuovo tabacco: ridurlo è questione di
giustizia sociale proviene da Il Fatto Quotidiano.