Tag - Sudan

La guerra dei droni, il reportage esclusivo di Rainews nel Sud Kordofan dove si combatte il conflitto sudanese: l’anticipazione
Un viaggio nel cuore del conflitto sudanese, dove la guerra colpisce i civili e costringe migliaia di persone alla fuga. Lunedì 12 gennaio alle 22.30, Spotlight, il programma di inchiesta di RaiNews, trasmette il reportage di Valerio Cataldi e Thomas Ndirangu. La sede di corrispondenza Rai di Nairobi ha avuto accesso esclusivo al Kordofan meridionale, una delle aree più isolate e pericolose del Sudan, oggi al centro dei combattimenti. La Rai, unico network internazionale in Kordofan, ha documentato crimini di guerra, attacchi con droni contro obiettivi civili, campi profughi sovraffollati e la paura di un nuovo massacro come quello di El Fasher in Darfur. Il racconto parte dall’ospedale di Gidel, dove il dottor Tom Catena opera decine di feriti ogni giorno, e prosegue tra villaggi colpiti, cliniche distrutte e famiglie in fuga dalla città assediata di Kadugli. Le testimonianze di rifugiati, medici, religiosi e comandanti locali mostrano l’impatto devastante della guerra sulla popolazione civile, mentre i droni tornano a colpire con una violenza mai vista prima. Un’inchiesta che porta gli spettatori dentro il nuovo fronte del conflitto sudanese dimenticato dal pianeta, tra nuove alleanze, armi incendiarie e un appello disperato alla pace. video Raiplay L'articolo La guerra dei droni, il reportage esclusivo di Rainews nel Sud Kordofan dove si combatte il conflitto sudanese: l’anticipazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Rai
Sudan
“Ho seguito 40 guerre ma non ho mai visto nulla come il 2025”: l’inviato della Bbc riassume i conflitti globali
Ha provato a riassumere quello che secondo diversi report è apparso come l’anno nero per la pace. Oltre cinquanta conflitti, a diversa intensità, sono stati registrati nei quattro angoli del globo. John Simpson, tra i più noti inviati di guerra e oggi a capo degli Affari Globali della Bbc, ha condensato in un editoriale tutte le guerre in corso, arrivando a una conclusione drammatica alla luce della sua esperienza: “Ho seguito circa 40 guerre ma non ho mai visto nulla come il 2025”. Dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, dal Sudan al Sud-Est Asiatico fino ai Caraibi, a parlare quest’anno sono state innanzitutto le armi. E il 2026 potrebbe non essere meglio. Ci sono fronti già caldi o a rischio detonazione, come il Venezuela o come lo Stretto di Taiwan. Il mondo potrebbe non smettere di essere una polveriera. Per avere una panoramica, sebbene non esauriente, di quanto è avvenuto negli ultimi 365 giorni occorre guardare innanzitutto l’Acled (Armed Conflict Location & Event Data) Index, che tramuta in cifre i teatri di guerra sulla Terra. Dal 1 dicembre del 2024 al 28 novembre del 2025 sono stati 204.605 gli eventi di conflitto registrati. Le vittime – stimate per difetto – sono state oltre 240mila. Una persona su 4, nel mondo, è stata in qualche modo sfiorata da un conflitto. Nel giugno scorso il numero di conflitti ha raggiunto quota 56, il più alto numero dalla Seconda guerra mondiale. “Negli ultimi anni i conflitti sono aumentati in tutto il mondo, aumentando l’instabilità ed evidenziando le debolezze del sistema internazionale. Questa tendenza è proseguita nel 2025, con guerre irrisolvibili e di lunga durata in corso in molte parti del mondo”, scrive Foreign Policy in un lungo articolo. Esistono conflitti locali, nazionali, regionali. Ma nel 2025 sono state innanzitutto tre le guerre che hanno colorato l’anno di nero: quella in Ucraina, quella a Gaza, quella in Sudan. La guerra che ha coinvolto la Striscia e anche la Cisgiordania, secondo l’Acled Index è stata la peggiore per mortalità, diffusione, percentuale di rischio. “Da un punto di vista teorico ogni palestinese è esposto ad eventi violenti”, spiega il report di considerando la Palestina come sede del “conflitto più pericoloso al mondo”. Assieme alla Palestina, l’Ucraina e il Messico sono considerati dallo stesso rapporto come i Paesi più pericolosi del Pianeta in fatto di eventi violenti. In Ucraina, secondo le stime Onu dello scorso novembre, nel 2025 sono state registrate oltre 12mila vittime civili, con un aumento del 27% rispetto al 2024. Un incremento ancora maggiore, secondo la Bbc, ha riguardato le perdite militari russe: 350mila i soldati rimasti uccisi dall’invasione, con una drammatica crescita (+ 40%) nell’anno che sta per concludersi. Il terzo grande conflitto è quello mediaticamente meno esposto, la guerra civile in Sudan. Tra l’aprile del 2023 e il dicembre del 2025 i morti sono stati 150mila, stimati per difetto. ll numero di sfollati interni ha raggiunto 12 milioni di persone e il numero di rifugiati nei Paesi vicini ha superato i 4 milioni di persone. Cifre meno funeste, ma non per questo non drammatiche, hanno riguardato gli altri teatri di guerra del 2025: il Libano, la Siria, lo Yemen e l’Iran (colpiti dagli attacchi israeliani e, negli ultimi tre casi, anche statunitensi), il confine tra India e Pakistan e quello tra Thailandia e Cambogia, il conflitto civile nella Repubblica Democratica del Congo. La Birmania, secondo l’Acled Index Report, è teatro del conflitto più frammentato: sono oltre 1200 i gruppi armati che operano nel Paese. Il report allarga il suo raggio di analisi ai Paesi segnati dalle violenze politiche. Due su tutti, Haiti e l’Ecuador. La Nigeria, negli ultimi mesi, ha registrato un escalation degli attacchi dell’Isis, culminata nei raid statunitensi sulle postazione jihadiste nel Nord del Paese. E poi ci sono i conflitti del futuro, quelli che potrebbero rendere il 2026 ancor più nero. Donald Trump, sebbene sostenga di aver fatto finire otto guerre, ha aperto un nuovo fronte in America Latina, con i raid antidroga nel mar dei Caraibi e un obiettivo di medio termine, far cadere il regime venezuelano di Nicolas Maduro. Il fronte latinoamericano potrebbe aumentare il raggio dei conflitti mondiali. A rischio non c’è solo il Venezuela, ma anche Colombia e Ecuador. L'articolo “Ho seguito 40 guerre ma non ho mai visto nulla come il 2025”: l’inviato della Bbc riassume i conflitti globali proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gaza
Mondo
Ucraina
Sudan
Volo umanitario in partenza da Fiumicino al Sudan: 25 tonnellate di aiuti destinati ai rifugiati – Video
Operazioni, all’aeroporto di Fiumicino, per il carico del volo umanitario, in partenza la sera di mercoledì 24 dicembre e diretto in Sudan, della Cooperazione Italiana organizzato dalla Farnesina, con il sostegno logistico della Base di pronto intervento umanitario delle Nazioni Unite (WFP-UNHRD) di Brindisi. Si tratta del primo carico di aiuti, che arriverà per Natale, nell’ambito dell’operazione “Italy for Sudan”: saranno consegnati a Port Sudan aiuti alimentari, tra cui pasta, farina, zucchero, latte in polvere, legumi e altri beni di prima necessità. Il volo umanitario conterrà circa 25 tonnellate di aiuti, con 32 pallet di cibo e uno con gadget, divise sportive e palloni, destinati principalmente a ragazzi appartenenti a comunità di rifugiati di Port Sudan e alle loro famiglie. Il volo con il carico di aiuti giungerà domani mattina a Port Sudan. L'articolo Volo umanitario in partenza da Fiumicino al Sudan: 25 tonnellate di aiuti destinati ai rifugiati – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Sudan
Droni colpiscono un asilo in Sudan: almeno 50 morti, tra cui 33 bimbi
Un nuovo, devastante capitolo della guerra in Sudan si è consumato giovedì nella città di Kalogi, nello Stato del Kordofan, dove un attacco con droni ha colpito un asilo nido uccidendo almeno 50 persone, tra cui 33 bambini. Lo riporta la BBC, citando l’organizzazione Rete dei Medici Sudanesi e l’esercito sudanese, secondo i quali a compiere l’attacco sarebbero state le Forze di Supporto Rapido (RSF), il potente gruppo paramilitare in conflitto con le forze armate regolari dal 2023. Le comunicazioni nella zona sono state interrotte per ore, rendendo difficile ricostruire con precisione la dinamica e il bilancio delle vittime. L’episodio si inserisce in una fase di intensificazione degli scontri, sempre più concentrati nelle regioni petrolifere del Kordofan, dove entrambe le parti cercano di ottenere vantaggi strategici. Le RSF, da parte loro, respingono ogni responsabilità e accusano l’esercito sudanese di aver compiuto un attacco simile il giorno successivo, colpendo un mercato e un deposito di carburante nella regione del Darfur, nei pressi del valico di frontiera di Adre con il Ciad. Anche in questo caso non è ancora chiaro il numero delle vittime. Mentre le accuse tra le due forze armate si moltiplicano, Amnesty International nei giorni scorso ha pubblicato un nuovo rapporto da cui emerge la gravità delle violenze commesse nel Paese. Secondo l’organizzazione, le RSF si sarebbero rese responsabili di crimini di guerra durante l’attacco al campo per sfollati di Zamzam, nel Darfur settentrionale, avvenuto ad aprile. L’assalto, durato diversi giorni, ha comportato l’uccisione di civili, prese di ostaggi e la distruzione sistematica di moschee, scuole, cliniche e abitazioni. Il campo di Zamzam era uno dei più grandi del Sudan, con una popolazione di fino a 500.000 sfollati. L’attacco lo ha quasi completamente svuotato. Secondo Amnesty, tra le vittime vi erano almeno 47 persone uccise mentre si nascondevano nelle loro case, in cliniche o in moschee. Testimoni e sopravvissuti hanno raccontato episodi di omicidi, torture, violenze sessuali e saccheggi diffusi. La crisi umanitaria in Sudan continua così a peggiorare, con milioni di persone in fuga, infrastrutture civili sistematicamente prese di mira e nessuna prospettiva concreta di cessate il fuoco tra le parti. L’attacco all’asilo di Kalogi rappresenta soltanto l’ultimo di una serie di episodi che confermano come il conflitto stia precipitando verso una spirale di violenze sempre più indiscriminate. L'articolo Droni colpiscono un asilo in Sudan: almeno 50 morti, tra cui 33 bimbi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mondo
Amnesty International
Sudan
Kalid Abaker e la guerra silenziosa in Sudan: “Con Support Survivors of African War portiamo aiuti dove i riflettori sono spenti”
Ha raccontato la sua storia e il suo percorso migratorio insieme ad Alessandro Baldini, nel libro Dalla terra del dio serpente al C.A.R.A Milano. Kalid Abaker è arrivato in Italia dal Sudan nel 2017 e oggi vive a Vigevano con la moglie e una figlia di quattro anni. Laureato in statistica, ha 37 anni, lavora e studia Data Science all’Università Bicocca di Milano. Dal Sudan, dove era impiegato con l’Unicef, è dovuto fuggire per motivi politici, perché perseguitato dal regime. Il primo viaggio, nel 2013, è finito in un carcere libico, da dove è fuggito, dopo quattro mesi, per tornare di nuovo nel suo Paese. Dopo aver lavorato lì due anni ha provato di nuovo, sempre passando per la Libia e poi con un barcone fino in Italia. Oggi, oltre a lavorare e studiare, Kalid Abaker è direttore per l’Italia di Support Survivors of African War, un’evoluzione del progetto “Support survivors of Sudan War”, dedita al supporto dei sopravvissuti delle guerre africane, con il progetto Sudan come obiettivo primario e punto di partenza. Il progetto è concreto e mira a supportare sul territorio africano e in particolare sudanese rifugiati, donne e bambini. “Mettersi in contatto con le persone in Sudan è difficile”, spiega Kalid Abaker, “ma noi dobbiamo fisicamente sostenere le persone sfollate dalle loro case. E lo facciamo, ad esempio, mandando un container di aiuti umanitari, che includono materiali scolastici, beni e medicine. Su questo fronte ci hanno aiutato alcune associazioni, come Mediterranea e il Banco farmaceutico di Milano. Vogliamo raggiungere le persone che vivono nei campi, che sono fuggite per andare nei campi rifugiati di Abougoudam e Adaré nella città di Abashè, dove ci sono più di quattro milioni di persone. Non solo. Stiamo realizzando un ulteriore progetto più grande, basato sempre sullo studio della situazione di coloro vivono nei campi profughi e che partirà a gennaio, sempre un aiuto direttamente sul posto. Grazie a Mediterranea e Rescue Team”. L’associazione assorbe tante energie: Kalid Abaker lavora fino alle sedici, poi dopo quell’orario si dedica a tutti gli aspetti organizzativi. “Siamo un centinaio di volontari”, spiega, “la maggior parte sudanesi, ma ci sono anche italiani. Inoltre, sono anche segretario del Coordinamento italiano delle Diaspore per la Cooperazione Internazionale (CIDCI) creato due anni fa. Noi come associazione abbiamo aderito al Coordinamento in Lombardia”. Occuparsi di guerra in Sudan non è facile. L’attenzione pubblica, infatti, è soprattutto focalizzata su Gaza. “Sì, è così e infatti questo tema lo abbiamo sempre portato avanti. Abbiamo sofferto moltissimo per la guerra del Sudan, anche perché non ne parla nessuno. Per questo quando abbiamo iniziato abbiamo subito pensato di fare una cosa di advocacy, parlando di ‘guerra silenziosa’. Sono andato in giro per l’Italia a fare conferenze e incontri, ma anche in Francia e in Germania. Il problema è che si tratta di una guerra civile, non è una guerra di aggressione, non c’è un attacco da un’altra nazione, non è come l’Ucraina o la Striscia di Gaza, ma c’è lo stesso dolore, anche se la soluzione dovrebbe essere interna. Noi non chiediamo di intervenire, ma di non ignorare la sofferenza che è uguale anche se la guerra è civile. Piano piano per fortuna siamo riusciti a dare questa visione alla maggior parte degli italiani, si sa cosa sta accadendo, grazie anche alle associazioni che ci hanno aiutato”. L’idea di Kalid Abaker e di “Support Survivors of African War” è quella di far diventare il loro progetto un progetto pilota, “che possa poi aiutare Paesi africani con caratteristiche simili al Sudan in cui ci siano profughi: Egitto, Etiopia, e anche per il Congo stiamo cercando di capire come trattare, anche lì dobbiamo cercare di provare qualche strategia per aiutare i congolesi. Quello che vogliamo è avere una visione, questa è la cosa più importante, anche per coinvolgere le persone della diaspora nell’associazione, perché non dimentichino il loro Paesi di origine. Il Sudan non si conosce, Gaza sì, anche perché la situazione di conflitto c’è da tanti anni. Noi”, conclude Kalid Abaker, “cerchiamo di lavorare su questo doppio fronte. Aiuto materiale, concreto. E advocacy, perché tutti possano conoscere la situazione nel mio, nostro Paese”. L'articolo Kalid Abaker e la guerra silenziosa in Sudan: “Con Support Survivors of African War portiamo aiuti dove i riflettori sono spenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
Guerra
Volontariato
Sudan