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Piazza Italia in amministrazione giudiziaria: “Capi prodotti da terzisti che sfruttavano”
Il Tribunale di Prevenzione di Firenze ha emesso, su richiesta della Procura di Prato un provvedimento di applicazione della misura di prevenzione dell’Amministrazione giudiziaria nei confronti di Piazza Italia Spa, società per azioni, con sede legale a Nola (in provincia di Napoli), molto nota nel mercato, con punti vendita presenti in tutto il territorio nazionale. ESTERNALIZZAVA A TERZISTI CHE SFRUTTAVANO Dal 2022 a oggi, secondo la Procura di prato, Piazza Italia ha esternalizzato una parte significativa della propria produzione di capi di abbigliamento, avvalendosi dell’attività svolta da due imprese radicate in Prato, (Infinity Design di Tang Xiyan e Chic Girl s.r.l. ) gestite nel tempo dai medesimi imprenditori cinesi, indagati per il delitto di intermediazione illecita e di sfruttamento del lavoro. Un sistema della produzione – secondo la Procura – basato sulla logica della massimizzazione del profitto, che ha consentito ampi margini di guadagno, quantificati in circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione. LE ISPEZIONI ALLA BASE DELL’INCHIESTA Nel decreto del Tribunale che dispone l’amministrazione giudiziaria di Piazza Italia si descrivono le due fasi delle indagini svolte a Prato nei confronti delle due imprese terziste. All’origine di tutto c’è stato il “controllo ispettivo dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro di Treviso-Belluno in data 19 giugno 2023 presso la ditta Infinity Design di Tang Xiyan con sede a Prato in via Galcianese”. Poi ci sono state due informative della Polizia municipale di Prato e del Nucleo della Guardia di Finanza di Prato datate 26 giugno 2024 e 22 maggio 2025. I LAVORATORI SENZA CONTRATTO E IRREGOLARI Il controllo dell’Ispettorato di Treviso del giugno 2023 “svolto nell’ambito del progetto di vigilanza ALT Caporalato D.U.E.” riscontrava che ben 5 dei 15 lavoratori identificati ossia F.B. (nato in Senegal il …1999) E.C. (nata in Cina il …1965 ) X.H. (nata in Cina il …1979), S. W. (nato in Mali il …1966) e Y.C. (nato in Cina …1969) risultavano operare ancorché non regolarmente assunti, inoltre i i primi 3 erano anche irregolari sul territorio nazionali in quanto sprovvisti di permesso di soggiorno”. IL TESTIMONE: “35 EURO AL GIORNO PER 12 ORE” La Procura guidata da Luca Tescaroli prosegue le sue indagini grazie alla collaborazione di un operaio irregolare del Mali che parla agli inquirenti: “il lavoratore in nero S.W, a precise domande rispondeva asserendo che la sua paga giornaliera era pari a 35 euro a fronte di un impegno lavorativo pari a 12 ore di lavoro/die 7giorni su 7, intervallato da 2 pause di pochi minuti ciascuna restituendo così una paga oraria ben inferiore a 4 euro”. Un altro lavoratore africano viene raggiunto dagli operatori sociali del Progetto Soleil e prende coraggio. Testimonia anche lui il 3 febbraio 2024 e fornisce “dettagli che confermavano il narrato già reso da S.W.”. LE PERQUSIZIONI E LE INTERCETTAZIONI Si entra così nella seconda fase dell’indagine: perquisizioni e video-intercettazioni. “Al fine di rilevare i volumi di affari dellIa Infinity design nonché i principali soggetti committenti, l’AUSL acquisiva dalla Guardia di Finanza le relative fatture, la cui analisi – scrivono i pm di Prato – conferma importante rapporti di interessi con svariate imprese tra le quali anche il noto marchio Piazza Italia spa”. I RAPPORTI COMMERCIALI CON PIAZZA ITALIA La ricostruzione dei fatti della Procura di Prato prosegue così: “L’attività di perquisizione inoltre, consentiva la cristallizzazione dei rapporti commerciali sussistenti tra gli indagati e Piazza Italia Spa”, marchio molto noto nella fascia medio-bassa della clientela. Va sottolineato che Piazza Italia Spa e i suoi amministratori, non sono indagati. La società è comunque soggetta alla misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria per i suoi rapporti con le società dei soggetti indagati che producevano i capi poi venduti al grande gruppo campano. L’amministrazione giudiziaria è un istituto giuridico definito di “prevenzione mite” che può essere adottato quando vi sono “sufficienti indizi” per ritenere che le attività economiche possano agevolare l’attività di soggetti già sottoposti a procedimenti penali per intermediazione illecita o sfruttamento del lavoro. “AGEVOLAZIONE PER COLPEVOLE INERZIA” Nel decreto di applicazione della misura di prevenzione dell’amministrazione giudiziaria si legge “ritiene il Tribunale che possa dirsi comprovata una agevolazione (per colpevole inerzia e mancata vigilanza) da parte di Piazza Italia s.p.a., dei soggetti indagati nel procedimento penale n. 5065/23 RGNR PM Prato, ovvero di Qu Guojie, Dai Xlaoqun, Qi Jiajun e Li Xiaojle (quali amministratori di fatto di Infinity Design di Tang Xlyan e Chic Girl s.r.l.) In relazione al reato di cui all’art. 603 bis 1 comma, n.2 c.p. oggetto di indagine”. LA SOCIETÀ IN AMMINISTRAZIONE PER UN ANNO Il Tribunale dunque ritiene Piazza Italia Spa “terza rispetto ai soggetti agevolati e al sistema di imprese a questi riferibile”. Quindi si ricorre alla misura di prevenzione ‘mite’ dell’amministrazione perché “vi sono elementi per formulare una prognosi positiva in ordine alla sanabilità della società attraverso l’amministrazione giudiziaria”. La durata dell’amministrazione giudiziaria di Piazza Italia Spa stabilita dal Tribunale è di un anno, salve successive proroghe. Il giudice delegato alla procedura dal Tribunale è Alessio Innocenti. Mentre l’amministratore giudiziario scelto è l’avvocato Marcella Vulcano. FARO SU FORNITORI E FILIERA L’avvocato Vulcano dovrà ora esaminare tutti i contratti con i fornitori, verificare la filiera in una logica tesa a evitare i comportamenti vietati dall’articolo 603 bis. Dovrà rivedere i contratti a partire da quelli con le società al centro delle indagini, cioé Infinity Design di Tang Xiyan e Chic Girl Srl, e infine presentare una relazione particolareggiata al giudice. Per il Tribunale di Prevenzione di Firenze, Piazza Italia Spa ha colposamente agevolato l’attività di sfruttamento lavorativo, posto in essere da imprenditori cinesi delle due imprese che si sono succedute nel tempo all’interno del medesimo sito produttivo di Prato nel mirino degli investigatori. “PIAZZA ITALIA NON CONTROLLAVA IL LAVORO” La “colpevole inerzia e la mancata vigilanza” secondo il comunicato diffuso dal procuratore di Prato consisterebbe nel “non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste, alle quali aveva affidato parte significativa della sua produzione che sono risultate impiegare anche maestranze in nero, in stato di clandestinità, costrette a subire i classici atteggiamenti di sfruttamento in termini di orario, retribuzione e condizioni di sicurezza e alloggiative degradanti”. IL VANTAGGIO SUI PREZZI Il sistema illegale ha consentito all’impresa Piazza Italia Spa di poter praticare prezzi anticoncorrenziali e di affermarsi nel mercato, sempre secondo i magistrati. Nel comunicato, come sempre, la Procura di Prato sottolinea la presunzione di non colpevolezza a maggior ragione in questo caso dove la misura ha durata di un anno e “funzione terapeutica”. Spiega Tescaroli che “l’obiettivo è consentire all’impresa di operare senza soluzione di continuità e al contempo emendare tramite il controllo giudiziario le criticità riscontrate in modo da consentire ove possibile il ripristino della legalità”. Fermo restando che “le responsabilità dei soggetti imprenditoriali cinesi indagati dovranno essere vagliate nelle successive fasi dei procedimenti” e “potranno considerarsi colpevoli solo sulla base di una sentenza passata in giudicato”. PRIMO PROVVEDIMENTO SIMILE IN TOSCANA Il provvedimento di amministrazione giudiziaria nato su input della Procura guidata da Tescaroli è una novità giuridica: è il primo emesso nel territorio della Regione Toscana su richiesta di una procura non distrettuale, come Prato, che è procura circondariale. Un’arma in più per affermare la legalità sul lavoro nel territorio di competenza della Procura di Prato dove il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è largamente diffuso, come sottolinea il comunicato della procura “con grave pregiudizio della manodopera cinese, pakistana, bangladese e africana in dispregio della dignità del lavoratore e a detrimento degli imprenditori onesti”. La Procura di Prato si è avvalsa del supporto investigativo del Gruppo Anti Sfruttamento dell’Asi Toscana Centro (di recente rafforzato dal Presidente della Regione Toscana), del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza e dell’Unità Organizzativa della Polizia Municipale del Comune di Prato. L'articolo Piazza Italia in amministrazione giudiziaria: “Capi prodotti da terzisti che sfruttavano” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Crans Montana, “Jacques Moretti condannato in Svizzera nel 2016 per lavoro nero”
Jacques Moretti, proprietario del bar Le Constellation di Crans-Montana e ora in carcere, “è stato condannato nel 2016 in Svizzera per aver impiegato lavoratori illegalmente”. La notizia viene riportata dal quotidiano NZZ am Sonntag. Il passato di Moretti e di sua moglie da ormai due settimane viene scandagliato dai cronisti, che hanno puntato i fari sul business e sull’ascesa finanziaria della coppia. Questo episodio – riportato dal quotidiano tedesco che ha una versione svizzera – ha sollevato interrogativi sull’opportunità di concedergli un permesso per la gestione di un’attività commerciale, considerando la legge vallesana che limita tali permessi a chi ha precedenti. Tuttavia, il passato di Jacques Moretti è segnato da altri inciampi con la giustizia. Nel 2008, infatti, era stato condannato a dodici mesi di carcere in Francia per sfruttamento della prostituzione, legato a un centro massaggi a Ginevra. L’indagine, avviata dalla polizia francese dopo una segnalazione su giovani donne reclutate in Francia, aveva portato alla sua condanna. Nonostante Moretti avesse sempre respinto le accuse, sostenendo di aver gestito il locale solo per pochi mesi e di non aver costretto le lavoratrici, la pena fu sospesa grazie alla condizionale. Nel 2015, Moretti, insieme alla moglie Jessica, ha preso in gestione il bar Le Constellation, che in breve tempo è diventato uno dei punti di riferimento della vita notturna di Crans-Montana. Nel 2022, la coppia ha acquisito l’immobile del locale per oltre 1,5 milioni di franchi svizzeri, come riportato dai cronisti di insideparadeplatz.ch. Ma tra ipoteche e mancati introiti dovuti alla chiusura degli altri locali della coppia i Moretti sarebbero “senza redditi”. Tanto che, tra le polemiche, la cauzione fissata per la libertà è stata fissata in poco più di 400mila franchi svizzeri. L'articolo Crans Montana, “Jacques Moretti condannato in Svizzera nel 2016 per lavoro nero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Voi siete delle pecore”, braccianti massacrati di lavoro per 2.70 euro l’ora: tre arresti
Una giornata di lavoro nei campi durava almeno undici ore, sotto il sole cocente o sotto la pioggia, respirando anche residui di pesticidi. Lavoratori considerati come animali, braccianti stranieri, ovviamente, massacrati per 2.70 euro l’ora meno della metà della paga prevista dal contratto di lavoro ovvero 7,50. Un sistema di sfruttamento radicato, violento e strutturato come una catena di montaggio agricola forzata che avveniva nella campagne di Napoli e Caserta. Qui nel maggio del 2024 erano intervenuti i Carabinieri del comando per la Tutela del lavoro e del gruppo di Aversa, ma nulla è cambiato. E oggi, dopo le indagini, gli investigatori hanno hanno notificato le misure agli indagati che devono rispondere di caporalato e sfruttamento. La giudice per le indagini preliminari di Napoli Nord, Pia Sordetti, ha disposto i domiciliari per un imprenditore agricolo italiano, per sua moglie, cittadina albanese, e per un cittadino indiano. Obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per un secondo cittadino indiano. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata da, viene sottolineato come i braccianti – prevalentemente stranieri e spesso irregolari – erano sottoposti a condizioni di lavoro disumane, retribuzioni illegali e un regime costante di minacce e coercizione psicologica. “Voi siete delle pecore, figli di puttana…se volete lavorare è così altrimenti non venite più…” urlava il caporale al minimo cenno di protesta. I lavoratori, in tuta e stivali, venivano prelevati poco prima dell’alba a Villa Literno. In piedi o accovacciati “le pecore” -soprattutto indiani e bulgari – venivano smistate nei campi. TURNI DI 15 ORE, INSULTI E NESSUNA PROTEZIONE: IL TRATTAMENTO DEI BRACCIANTI I lavoratori, secondo gli inquirenti, venivano reclutati e trasportati all’alba su furgoni adibiti al trasporto merci, ammassati nella parte posteriore o nelle sedute anteriori, in violazione di ogni norma di sicurezza. Una volta nei campi, iniziava una giornata lavorativa di 14-15 ore, con 11 o 12 ore effettive di attività, bruciati dal sole o fradici di pioggia. Le pause si riducevano a 10 o 15 minuti, insufficienti anche solo per mangiare un panino. Lavoratori massacrati ed esposti anche rischi per la salute. L’uso di dispositivi di protezione individuale – come mascherine o guanti – era completamente assente. Chi accusava un malore veniva minacciato di essere cacciato: “Chi si allontanava veniva minacciato di non rientrare più a lavorare”, annota la giudice. La retribuzione era fissa: circa 40 euro al giorno – 45 o 50 per alcune nazionalità – per 11-12 ore di lavoro, equivalenti a una paga di circa 2,70 euro l’ora, meno della metà dei minimi previsti dal contratto agricolo. Altri venivano pagati “a cassetta”, con la pressione costante di raggiungere una quota minima per accedere al pasto o al compenso giornaliero: “Senza la quota non si mangia”. L’ambiente lavorativo era segnato da insulti continui e umiliazioni. LA RETE CRIMINALE: IL VERTICE AI CONIUGI SALZANO, LA GESTIONE AI CAPORALI Dalle carte emerge un sistema piramidale con ruoli definiti e responsabilità precise. Al vertice, secondo la procura di Napoli Nord, l’imprenditore Agostino Salzano e sua moglie Mirjeta Lusha. Il primo impartiva ordini, definiva ritmi e modalità di lavoro, gestiva i fondi e coordinava le attività; la seconda curava l’intermediazione, l’organizzazione delle “squadre”, il prelievo dei braccianti dai luoghi di residenza, la logistica quotidiana. Al livello operativo, due caporali di origine indiana: Raghuvender Singh,che si faceva chiamare Michele, figura centrale nella gestione quotidiana: reclutamento dei lavoratori, sorveglianza nei campi, organizzazione del trasporto, gestione dei pagamenti e imposizione dei ritmi. Sunil Singh, detto Piccolino, suo collaboratore diretto, incaricato di controllare e retribuire la manodopera. Secondo l’indagine, Singh Raghuvender avrebbe inoltre trattenuto una “tassa” illegale dagli stipendi dei connazionali indiani, per un totale di 73.800 euro. SFRUTTAMENTO E CAPORALATO: LE ACCUSE Agli indagati vengono contestati l’intermediazione illecita e lo sfruttamento del lavoro. L’imprenditore avrebbe anche cercato di condizionare i braccianti durante i controlli, arrivando a minacciare un dipendente di morte – “ti taglio le vene” – se avesse raccontato la verità alle forze dell’ordine. Secondo i militari dell’Arma il gruppo di lavoro variava tra i 40 e gli 80 braccianti – “cani morti e pure scemi” nelle parole dell’indagata -a fronte di otto contratti regolari. La gip ha disposto il sequestro preventivo dei beni: quasi 470mila euro a carico dei coniugi i Salzano e Lusha, considerati profitto dello sfruttamento e del risparmio sui salari e sui contributi; e i 73.800 euro a Raghuvender Singh. Sono stati sequestrati anche i mezzi utilizzati per il trasporto dei lavoratori. “I lavoratori erano sottoposti a ritmi massacranti e a condizioni di lavoro e retributive non conformi e comunque inadeguate” si legge nelle 77 pagina di ordinanza. Persone esposte senza nessun tipo di cautela a “residui di pesticidi nocivi, costretti a continuare a lavorare durante le operazioni di pompaggio di medicinali e pesticidi”. Per questo viene individuata negli indagati una “spiccata propensione a delinquere”. Indagati che “hanno continuato nell’attività di sfruttamento con sistematicità allarmante anche dopo i controlli di maggio 2024.” Il quadro delineato dal giudice descrive un sistema basato sulla sopraffazione, sulla vulnerabilità dei lavoratori stranieri “con qualsiasi mezzo”, pur di massimizzare i profitti e senza nessun tipo di pietà Nell’ordinanza viene citato il caso di un cittadino albanese chiamato Eddi, bracciante e autista, che è costretto a “medicare” una giornata di risposo per poter portare il figlio piccolo a una visita specialistica per un intervento. Il caporale deve essere implorato e rassicurato: “Sì, sì, lo so serve solo per oggi, ma per altra data posso farlo solo per un appuntamento di operazione di bambino piccolino” dice il lavoratore che aggiunge che quel giorno, quel permesso che sarebbe garantito dal contratto, non gli dovrà essere pagato. 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Nuovo blitz della procura di Milano sul caporalato nella moda: chiesta la consegna di atti a tredici big
Il mondo del lusso e della moda di nuovo nel mirino della procura di Milano che prosegue con il filone dell’inchieste sullo sfruttamento di lavoratori, l’ultimo dei quali è stato Tod’s. Sono 13 i marchi attenzionati nelle inchieste del pm Paolo Storari: da Versace a Gucci, da Prada a Dolce&Gabbana. I carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno notificato 13 ordini di consegna documenti ad altrettante case di moda spuntate nei fascicoli sugli opifici cinesi clandestini nel ruolo di committenti che affidano la produzione ad appaltatori e subappaltatori che operano violando le leggi sul lavoro e la sicurezza. E ci sono anche Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia, Off-White Operating. In ogni atto la Procura indica i fornitori critici che sono già stati individuati dai militari nella filiera del brand, il numero di lavoratori rilevati in condizioni di sfruttamento e stato di bisogno e quali articoli del marchio siano stati trovati stoccati negli opifici, pronti per tornare alla casa madre ed essere immessi sul mercato. Allo stesso tempo gli inquirenti chiedono che siano le società di moda a fornire, per il momento spontaneamente, i propri modelli organizzativi di prevenzione e gli audit interni o commissionati ad advisor e consulenti e necessari, almeno sulla carta, a impedire la commissione dei reati. Una formula ‘light’ per concedere il tempo ai marchi di eliminare i caporali dalle linee di produzione e ristrutturare appalti e subappalti senza incorrere nelle pesanti richieste di amministrazione giudiziaria, come avvenuto dal marzo 2024 in poi per Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab, Loro Piana di Louis Vuitton, non indagate ma con l’ipotesi di aver agevolato colposamente e inconsapevolmente lo sfruttamento o, nelle ultime settimane, per Tod’s spa nell’inchiesta che la vede indagata con l’accusa di aver agito invece nella piena consapevolezza propria e dei propri manager che certificano le linee di produzione degli appaltatori. Un percorso di indagine meno aggressivo dopo le polemiche delle scorse settimane con Tod’s e Diego Della Valle. L'articolo Nuovo blitz della procura di Milano sul caporalato nella moda: chiesta la consegna di atti a tredici big proviene da Il Fatto Quotidiano.
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