Dario Cassini, uno dei protagonisti del “Grande Fratello Vip“, è finito
nell’occhio del ciclone per una presunta battuta. L’attore si è trovato davanti
l’ex protagonista di “Ex on the beach” e content creator Renato Biancardi, che
si è avvicinato in cucina, sentendo l’odore delle mele al forno. Mentre Cassini
stava impiantando la frutta si è rivolto a Biancardi: “Sono mele ricchione…”.
Biancardi che si è reso conto della frase ha cercato di ‘aiutare’ il
coinquilino, visto che qualsiasi cosa dicano sono inquadrati dalle telecamere di
Mediaset Extra 24 ore al giorno. “Pittore, Pittore?”, ha detto Biancardi.
Cassini che ha capito subito di aver fatto una battuta infelice ha replicato:
“Ho detto riccone perché si vede che c’hai un sacco di soldi si vede”. Immediata
la reazione del content creator: “Me ne vado…”. In Rete i commenti sono già
infuocati e c’è ci chiede anche la squalifica per il commento omofobo.
CHI È DARIO CASSINI
Dario Cassini, 58 anni, è nato a Napoli il 18.06.67, dove si diploma
all’Accademia di Arte Drammatica del Teatro La scaletta. Dario debutta nel 1989
su Italia 1 con Il principe azzurro condotto da Raffaella Carrà. La popolarità
arriva qualche anno dopo partecipando a Le Iene. Sarà uno dei comici di Zelig
(2001-03) e di Colorado. È nel cast di Only Fun, partecipa come concorrente a
Ballando con le stelle (2022) e a L’isola dei famosi (2024). Recita in vari
film: Ragazzi della notte (1995), Bagnomaria (1999), Ex (2009), Nessuno mi può
giudicare, Poveri ma ricchissimi (2017) e in molte serie di successo: I ragazzi
del muretto (1995), Don Matteo (2009), Ho sposato uno sbirro (2010), Rex (2015),
Imma Tataranni (2022) e Sconfort Zone (2025).
> Il “ricch*one” di Dario Cassini a Renato Biancardi, squalifica in arrivo?
> pic.twitter.com/Ea1hlODMtm
>
> — ????️ Che aria tira❔ (@cheariatira) March 22, 2026
L'articolo “Queste sono mele, ricch**one”: Dario Cassini al GFVip fulmina Renato
Biancardi. Poi fa dietrofront: “Ho detto riccone perché si vede che hai un sacco
di soldi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Omofobia
Il parlamento senegalese ha approvato una legge che inasprisce le pene per
l’omosessualità. D’ora in poi la pena potrà essere da un minimo di cinque a un
massimo di dieci anni di reclusione. La legge era stata presentata al parlamento
il mese scorso dal primo ministro Ousmane Sonko (alla guida di un governo
sedicente di sinistra). Il provvedimento è passato con 135 voti favorevoli e
solo 3 astensioni. Non ci sono stati voti contrari.
La nuova legge approvata dal parlamento prevede anche maggiori pene per chi
“promuove” o “finanzia” l’omosessualità, nel tentativo di colpire associazioni,
Ong e movimenti a favore della difesa dei diritti della comunità Lgbtq+: pene da
tre a sette anni per chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone
dello stesso sesso. Aumentate anche le sanzioni, che saranno portate fino a un
massimo di circa 15mila euro. I ministri, nel corso della sessione parlamentare,
hanno sostenuto che la precedente legge del 1966 era troppo indulgente. La legge
dovrà essere ora firmata e promulgata dal presidente Bassirou Diomaye Faye per
entrare in vigore.
Come ha spiegato qualche giorno fa in un blog sul Fattoquotidiano.it Stefano
Pancera, esperto delle questioni africane, la decisione del governo è tutta
politica poiché il premier ha costruito la sua figura su un “nazionalismo
sociale radicale, anti-neocoloniale e anti-élite, presentandosi come difensore
dei valori religiosi e culturali senegalesi contro l’ingerenza occidentale. Già
in passato il suo partito, il Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno
dei suoi punti di forza. “Oggi – spiega Pancera – ha esplicitamente collegato la
pressione per il riconoscimento dei diritti LGBTQ+ alle ‘influenze straniere‘
che ‘dividono’ il Paese, chiamando tutte le forze politiche a schierarsi in nome
della sovranità e della morale”.
Le scelte del primo ministro Sonko rientrano in un contesto, come quello
senegalese, fortemente omofobo e conservatore. Afrobarometer evidenzia che il
97% degli intervistati del paese “non vorrebbe avere persone omosessuali come
vicini di casa”. In questa frattura si inseriscono le rivendicazioni religiose
che associano l’omosessualità a un decadimento religioso e culturale. Sullo
sfondo, poi, la volontà di orientare il dibattito pubblico su questo tema
distogliendo l’attenzione da disoccupazione giovanile e costo della vita.
L'articolo Il Senegal inasprisce le pene per l’omosessualità: fino a 10 anni di
carcere. La nuova legge colpisce anche associazioni e ong proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non accennano a diminuire le polemiche su certe “tifoserie” che si sono
scatenate sull’onda del grande successo della serie HBO “Heated Rivalry“, con al
centro amore e passione tra due giocatori di hockey Shane Hollander (Hudson
Williams) e Ilya Rozanov (Connor Storrie). A spiegare bene la questione è lo
stesso Hudson Williams furibondo sui social che ha mandato un messaggio forte e
chiaro: “Non chiamatevi fan se condividete commenti razzisti, omofobi, bifobici,
misogini, ageisti, abilisti, parasociali o di qualsiasi altra natura
discriminatoria. Nessuno di noi ha bisogno del vostro ‘amore’ pieno di odio. Ci
rispettiamo, ci sosteniamo e ci vogliamo bene tutti: siamo dalla stessa parte.
Se non riuscite ad accettarlo, andatevene”.
La collega e attrice di set Ksenia Daniela Kharlamova, che interpreta Svetlana,
ha condiviso il messaggio, aggiungendo: “Per favore, non trasformate qualcosa
che su Internet parla di amore in odio. In questo progetto è stato messo
tantissimo amore e tutti noi nutriamo un sincero rispetto per ogni persona
coinvolta nella sua realizzazione”.
E ancora: “Non siamo personaggi e nemmeno lo sono i nostri veri amici, partner o
familiari: creare false narrazioni su di noi non è ‘amore’. Da questa serie sono
nate così tante cose belle, quindi continuiamo su questa strada. Condividiamo
l’amore, l’arte, le feste danzanti, le amicizie che sono nate e tutta la
positività”.
Hudson Williams è sempre stato restio a commentare l’ossessione di certo fandom
tossico, ma stavolta sembra che il limite sia stato superato. Tace, invece, al
momento il collega di set Connor Storrie che dopo l’exploit della serie sembra
essersi tenuto ben lontano dai riflettori, per evitare di essere travolto
mentalmente non solo dalla popolarità, ma anche dalla rovescia della medaglia
fatta di insulti social.
L'articolo “Non chiamatevi fan se condividete commenti razzisti e omofobi. Non
vogliamo questo ‘amore’ pieno di odio”: Shane Hollander di “Heated Rivalry”
furibondo proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Dopo i vent’anni ho iniziato a farmi delle domande e, quando mi è stato tutto
più chiaro, non sapevo bene come gestire la cosa perché l’ambiente del nuoto
all’epoca non era dei più accoglienti“. A parlare è Alex Di Giorgio, che dalle
pagine di “Vanity Fair” racconta il processo che lo ha portato a fare chiarezza
dentro di sé dal punto di vista emotivo e sentimentale. “Se mi fossi mosso in
una cornice più tollerante e aperta probabilmente mi sarei risparmiato un sacco
di energie buttate a pensare a come fare o non fare. All’epoca tendevo a
nascondermi, ed era sbagliato”.
LE PRESE IN GIRO NEGLI SPOGLIATOI
L’ex nuotatore, che nel 2022 è arrivato quarto a “Ballando con le stelle”,
riferisce gli episodi di scherno subiti dopo essersi confidato con una persona
del giro che ha ‘spifferato’ il suo segreto, tradendone la fiducia. “È stato un
trauma, mi sono sentito molto solo. Avevo 24 anni” spiega. “All’epoca non ero
abbastanza forte: ogni volta che facevo le gare era come se avessi uno zaino
pesantissimo addosso carico di battutine sgradevoli e martellanti. Ricordo un
episodio in particolare. Una volta che avevo finito un allenamento sentii negli
spogliatoi che alcuni compagni stavano parlando di me dicendo cose orribili,
battute abbastanza squallide. Mi sono incazzato e ho detto: basta. Da lì ho
deciso di cambiare aria e di andare via da Roma”.
LA STORIA CON TOMMASO ZORZI
L’atleta ha poi dovuto fare i conti con l’outing fattogli dal suo primo ragazzo,
“una violazione terribile” commenta Alex Di Giorgio, “perché ognuno dovrebbe
essere in grado di decidere quando è giusto farlo. Da lì, alcuni colleghi si
sono avvicinati in punta di piedi mentre altri sono spariti”. Da qualche tempo
si vocifera di una relazione con Tommaso Zorzi, ma su questo punto Di Giorgio
non si concede: “Le cose preferisco vivermele dentro le quattro mura di casa che
fuori”, conclude.
L'articolo “Ho nascosto per anni di essere gay, poi negli spogliatoi ho sentito
battute squallide su di me. È stato un trauma”: lo rivela Alex Di Giorgio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un insulto omofobo rivolto ad un avversario è costato sei giornate di squalifica
e una multa di 1500 sterline al centrocampista del Manchester United Jack
Fletcher. Il giocatore, 19enne figlio della leggenda dello United Darren
Fletcher, era stato espulso al 62esimo minuto della partita poi persa per 5-2
contro il Barnsley in Efl Trophy, un torneo riservato alle squadre inglesi di
terza e quarta divisione e rappresentative giovanili dei club di Premier League,
disputato lo scorso ottobre.
All’epoca non era chiaro il motivo per cui il figlio d’arte avesse subito una
squalifica così pesante, ma ora la Bbc ha reso noto che la Federcalcio inglese
ha spiegato che Fletcher è stato sanzionato per aver chiamato un avversario
“ragazzo gay“. Nel corso del procedimento disciplinare, il giovane ha detto di
essersi scusato con l’avversario dopo la partita per “la parola offensiva usata
nella foga del momento”, sostenendo di aver reagito ad un fallo e di non avere
avuto “alcuna intenzione di usare il termine come insulto omofobo“. La
commissione ha comunque inflitto la squalifica a Fletcher con anche una multa:
il calciatore dovrà anche frequentare un programma educativo obbligatorio in
presenza.
“Mi dispiace davvero per la parola offensiva che ho usato in un momento di
foga”, ha detto Fletcher. “Capisco perfettamente che un linguaggio del genere
sia inaccettabile e mi sono scusato immediatamente dopo la partita, ma questo
singolo episodio non riflette assolutamente le mie convinzioni o i miei valori“,
ha concluso il centrocampista del Manchester United. Il gruppo ufficiale di
tifosi LGBTQ+ dello United, i Rainbow Devils, ha dichiarato di aver accettato le
scuse di Fletcher e che “il linguaggio omofobo non ha posto nel calcio o nella
società, indipendentemente dalle intenzioni o dalle connotazioni“.
L'articolo “Ragazzo gay”: il figlio di Fletcher squalificato per sei giornate
dopo l’insulto omofobo. Poi le scuse proviene da Il Fatto Quotidiano.
Svolta nelle indagini sul violento pestaggio a sfondo omofobo avvenuto la notte
del 14 settembre 2025 nel centro di Roma. I carabinieri hanno eseguito
un’ordinanza applicativa della misura cautelare della permanenza in casa nei
confronti di tre diciassettenni, gravemente indiziati di aver aggredito un
giovane di 25 anni mentre rientrava a casa. Secondo la ricostruzione degli
inquirenti, il venticinquenne sarebbe stato accerchiato dal gruppo.
L’aggressione sarebbe iniziata con un gesto simbolicamente umiliante: uno dei
minori gli avrebbe strappato dalle mani un ventaglio, spezzandolo, per poi
sputargli in faccia. Subito dopo, la violenza sarebbe degenerata in un
pestaggio: pugni al volto, alle costole e alla nuca. Quando la vittima è caduta
a terra, sanguinante, gli aggressori avrebbero continuato a infierire,
accompagnando i colpi con insulti e minacce di matrice omofoba, per poi
allontanarsi.
Il quadro clinico refertato parlava di un trauma cranio-facciale complicato,
frattura delle ossa nasali e contusioni costali, con una prognosi iniziale di 20
giorni. Successivamente è stato diagnosticato anche un disturbo post-traumatico
da stress, che ha comportato ulteriori 30 giorni di prognosi. Nell’ordinanza, il
giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni sottolinea la
particolare gravità delle condotte, ritenute espressione di finalità di “mera
sopraffazione e umiliazione della vittima”. Il gip evidenzia inoltre profili di
pericolosità sociale e descrive gli indagati come soggetti con una personalità
“caratterizzata da evidente omofobia e incline al delitto”, già gravati da
carichi pendenti per altri reati.
La Procura aveva richiesto una misura più afflittiva, ossia il collocamento in
comunità. Il giudice ha invece optato per la permanenza in casa, ritenendo
necessario bilanciare le esigenze cautelari – in particolare il pericolo di
reiterazione del reato – con quelle educative proprie del circuito minorile.
Secondo il Tribunale, allo stato, il contesto familiare dei tre indagati sarebbe
idoneo ad assicurare il rispetto delle prescrizioni. I ragazzi sono stati
affidati ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia. Il
provvedimento contiene tuttavia un severo monito: in caso di violazioni gravi o
reiterate dell’obbligo di permanenza domiciliare, o di allontanamenti
ingiustificati, potrà essere immediatamente disposto il collocamento in
comunità.
L'articolo “Volevano sopraffare e umiliare la vittima per omofobia”, obbligo di
permanenza in casa per tre 17enni che pestarono un 25enne proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Shia LaBeouf rompe il silenzio dopo l’arresto a New Orleans in seguito a una
rissa in un bar durante il Mardi Gras. Sabato 28 febbraio il 39enne è apparso in
un’intervista con Andrew Callaghan su Channel 5, dove ha rilasciato diverse
dichiarazioni che hanno fatto rumore. Tra queste, quella di essersi sentito
“spaventato” quando è stato avvicinato da tre uomini gay la sera dell’arresto, e
da lì sarebbe nata la baruffa. “I gay grandi e grossi mi fanno paura”, ha detto
chiaramente LeBeouf. “Quando sono da solo e tre gay sono accanto a me e mi
toccano la gamba, mi spavento. Mi dispiace. Se questo è essere omofobo, allora
lo sono anch’io”.
SHIA LABEOUF E LA SINDROME DELL’UOMO BASSO
E ancora: “Il mio comportamento… devo farci i conti. Significa che devo andare
di nuovo in riabilitazione? Semplicemente non mi va, amico”, ha detto l’attore
di “Transformers”. “Non credo che le mie risposte siano lì. Se lo pensassi
davvero, ci andrei. Non credo di avere un problema con l’alcol“. Piuttosto,
pensa di avere il complesso di Napoleone: “Credo di avere la sindrome dell’uomo
basso. Penso che sia qualcosa che ha a che fare con la rabbia e l’ego più che
con il bere, ma è a questo punto del mio percorso che mi trovo ora, e sto
cercando di gestirlo. Troverò una soluzione”, ha concluso Shia, che però così
basso non sarebbe, dal momento che è alto 1,76 metri.
L'articolo “Non ho problemi con l’alcol, ho la sindrome dell’uomo basso”: Shia
LaBeouf rompe il silenzio dopo l’arresto proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Dakar, nelle ultime settimane, l’aria è cambiata. In Senegal è in corso una
campagna politica contro le persone Lgbtq+, e il progetto di legge approvato dal
governo e trasmesso al Parlamento che inasprisce le pene per gli atti
omosessuali non è una semplice modifica tecnica del codice penale. È lo
strumento centrale di una strategia.
Fino a oggi l’articolo 319 del codice penale puniva gli “atti innaturali con
persone dello stesso sesso” con pene da uno a cinque anni di carcere, con il
massimo applicato quando una delle persone coinvolte aveva meno di ventuno anni.
Il governo ha approvato un progetto di legge che porta la pena massima a dieci
anni.
La stretta non si ferma qui. Il testo introduce pene da tre a sette anni per
chiunque “promuova” o “faciliti” relazioni tra persone dello stesso sesso — una
formulazione abbastanza ampia da inglobare Ong, associazioni, media, contenuti
culturali, post sui social. Allo stesso tempo, prevede sanzioni per chi accusa
qualcuno di essere omosessuale “senza prove”: una risposta formale alla
proliferazione di campagne di outing e delazione che negli ultimi mesi hanno
invaso Facebook, WhatsApp e X.
Non è la prima volta. Nel 2022, sotto il governo di Macky Sall, un primo
tentativo di inasprimento — con pene fino a 10-15 anni — era stato bloccato in
Parlamento. Ma la mobilitazione religiosa non si è mai fermata.
Oggi il Senegal, considerato una delle democrazie più solide dell’Africa
occidentale, passa da una criminalizzazione già esistente a un inasprimento su
tutta la linea. La legge arriva al culmine di una pressione che non nasce oggi.
Da anni il collettivo And Samm Djikko Yi — “Insieme per proteggere i valori” —
che raggruppa oltre cento associazioni religiose, spinge per pene più dure e per
la criminalizzazione della “promozione dell’omosessualità”, soprattutto sui
media e sulle piattaforme digitali.
Perché allora il primo ministro Ousmane Sonko decide di accelerare proprio
adesso? La risposta è semplice: non c’è nessuna accelerazione. Siamo noi che
eravamo distratti. La scelta è politica e viene da lontano. Sonko ha costruito
la sua immagine su un nazionalismo sociale radicale, anti-neocoloniale e
anti-élite, presentandosi come difensore dei valori religiosi e culturali
senegalesi contro l'”ingerenza occidentale”. Già in passato il suo partito, il
Pastef, aveva fatto della campagna anti-gay uno dei suoi punti di forza.
Oggi ha esplicitamente collegato la pressione per il riconoscimento dei diritti
Lgbtq+ alle influenze straniere che “dividono” il Paese, chiamando tutte le
forze politiche a schierarsi in nome della sovranità e della morale.
Irrigidire la legge, in questo quadro, non è solo una concessione ai movimenti
religiosi conservatori. È un modo per occupare l’intero campo del
conservatorismo morale, togliendo spazio a oppositori che spesso si sono
legittimati sulla stessa agenda.
La stretta sui diritti delle minoranze sessuali diventa così una potente risorsa
simbolica. In un contesto di forte pressione sociale — disoccupazione giovanile,
costo della vita, attese altissime verso il nuovo corso politico — il governo
offre all’opinione pubblica un bersaglio immediato, capace di polarizzare e
ricompattare. Il corpo gay come luogo su cui scrivere l’identità nazionale.
Questo disegno di legge diventa la prova che chi governa “ascolta il popolo” e
difende la tradizione. Per chi critica Sonko da posizioni più radicali sul piano
islamista, è il segnale che il governo non ha paura di misurarsi sul terreno dei
costumi.
La scelta del governo è il manifesto di una stagione politica in cui la
vulnerabilità delle minoranze diventa materia per costruire consenso, definire
il nemico e riscrivere il patto tra potere, religione e società. Sotto processo
non c’è solo l’amore tra persone dello stesso sesso. C’è il principio che nessun
parlamento possa decidere chi meriti dignità e chi no.
L'articolo Stretta anti Lgbt in Senegal: il consenso politico si gioca sulla
vulnerabilità delle minoranze proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’arbitro amatoriale Pascal Kaiser è stato vittima di una violenta aggressione
sotto la propria abitazione. Tre uomini gli avrebbero teso un agguato nel suo
giardino, colpendolo violentemente al volto. L’arbitro, solo pochi giorni fa,
aveva chiesto al proprio compagno Moritz di sposarlo. La proposta, che aveva
fatto il giro del web, era stata fatta a Colonia, davanti a 50.000 spettatori,
in occasione della partita di Bundesliga tra Colonia e Wolfsburg.
Le immagini del gesto dell’arbitro Kaiser avevano fatto il giro del mondo,
diventato simbolo della lotta all’omofobia nel calcio. A una settimana di
distanza, però, la notizia della violenza subita. Secondo le ricostruzioni,
Kaiser aveva già allertato la polizia per delle minacce ricevute il giorno prima
dell’aggressione, ma era stato rassicurato dalle autorità, che per il suo caso
non vedevano alcun “pericolo immediato”. Kaiser non ha dubbi: è stata
un’aggressione omofoba, una punizione per quel gesto d’amore pubblico, che aveva
conquistato la Germania e il mondo intero.
L'articolo Picchiato sotto casa l’arbitro Kaiser: una settimana fa la proposta
di matrimonio al compagno prima della gara di Bundesliga proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ancora una volta l’impegno politico e sociale di Borja Iglesias non è stato
compreso. “Spero tu muoia, fr*cio di m*rda”. E ancora: “Svergognato, vai a
casa”. Il costante supporto dell’attaccante del Celta Vigo alla comunità LGBTQ+
ha un caro prezzo da pagare se sei un calciatore. Soprattutto se giochi in
Spagna. Da anni vittima di insulti omofobi negli stadi (e sui social), contro il
Siviglia è arrivato l’ennesimo attacco gratuito nei suoi confronti. Disponibile
e sorridente all’esterno dello stadio – dopo la partita – per firmare maglie e
autografi, alcuni notano le sue unghie colorate. “Continua a dipingerti le
unghie, fr*cio”. La risposta sui social del classe ’93 è stata immediata. E
ironica. “Strano, nel calcio non succede mai”. In sua difesa e appoggio, il
Celta Vigo ha usato prima le parole. “Il rispetto non è negoziabile. L’odio non
ha posto nel calcio. Orgogliosi di Borja, dentro e fuori dal campo”. Poi, i
fatti. Contro il Rayo Vallecano, i “Carcamans Celestes”, gruppo di tifosi del
Celta Vigo, hanno organizzato un’iniziativa che ha fatto il giro del web:
“Questa domenica noi andremo allo stadio con le unghie curate e con lo smalto,
chi si unisce?”. I presenti all’Estadio Balaídos hanno risposto alla grande.
Compresi i compagni di squadra e la presidente Marián Mouriño Terrazo (che sulle
proprie unghie ha anche fatto disegnare un panda, ovvero il soprannome di
Iglesias sin dalle giovanili). La notizia più bella? Ovviamente non la vittoria
per 3-0, ma il messaggio veicolato. Lo striscione “Un calcio all’omofobia” ne è
la conferma.
IGLESIAS VITTIMA DI INSULTI OMOFOBI: NON È LA PRIMA VOLTA
Eterosessuale, fidanzato da tempo con una influencer ma comunque bersagliato da
numerose offese. Un altro spiacevole episodio risale allo scorso aprile.
Iglesias segna una tripletta contro il Barcellona, ma l’attenzione si sposta su
quello che fa fuori dal campo. “Continuiamo a vivere in una società in cui il
rispetto per gli altri è ancora un concetto lontano. Non sorprende che ci siano
insulti razzisti e omofobi sui campi da calcio”. Esposto pubblicamente sul tema
dell’omofobia, i primi insulti arrivano quando l’attaccante decise di dipingersi
le proprie unghie con i colori della bandiera LGBT+. “È questione di tempo. Man
mano che la situazione si normalizzerà, la gente capirà che non succede nulla.
Indipendentemente dal fatto che ti piaccia un uomo o una donna, il tuo lavoro
puoi farlo ugualmente bene. È importante che a poco a poco creiamo quello spazio
più sicuro affinché le persone possano essere ciò che vogliono essere”.
Iglesias, però, non si è mai preoccupato dell’odio nei suoi confronti: “A me non
interessa, ma se qualcuno soffre perché non ha uno spazio, perché si sente
giudicato o trattato male… Cavolo, allora abbiamo un problema serio. La cosa
normale sarebbe che, qualunque sia il tuo modo di essere, tutti ti rispettino,
ma a volte non è così”, aveva dichiarato a El Pais.
DAL SOSTEGNO DEL MOVIMENTO BLM ALLE PROTESTE PRO-PAL DURANTE LA VUELTA
Dichiaratamente di sinistra, nel 2020 si era messo lo smalto nero in sostegno al
movimento Black Lives Matter. “È un modo per sensibilizzare e combattere il
razzismo dalla mia posizione, ma credo che sia utile anche contro l’omofobia.
Inoltre, devo ammettere che mi piacciono”. Sostegno sociale e politico. Contro
il razzismo, l’omofobia e la questione palestinese. Le proteste pro-pal che
hanno bloccato la Vuelta sono state il pretesto per condividere il suo pensiero:
“Mi sorprende che diamo più importanza alla sospensione di un evento sportivo
che a un genocidio. È un qualcosa che non riesco a capire bene. Dobbiamo essere
consapevoli della situazione che stiamo vivendo e, a volte, alzarci in piedi per
rivendicare i diritti umani e il rispetto. Ogni occasione è buona per farlo e
prendere coscienza delle ingiustizie che esistono nel mondo”. Insomma, sarà
anche un calciatore. Ma Iglesias non è mai banale. Soprattutto contro chi “vive
ancora nella preistoria: mando un grande incoraggiamento. Deve essere molto
difficile non evolversi e continuare a condizionarsi invece di godersi quanto
sia preziosa la vita”.
L'articolo Borja Iglesias vittima di insulti omofobi: tifosi e giocatori del
Celta Vigo si dipingono le unghie di celeste in segno di solidarietà proviene da
Il Fatto Quotidiano.