La vicenda dei bombardamenti italiani su Barcellona durante la Guerra Civile
Spagnola (1936-1939) è uno dei capitoli più oscuri della storia europea del
Novecento. Non solo per la violenza militare esercitata contro la popolazione,
ma per la lunga battaglia civile e giudiziaria condotta, decenni dopo, per
ottenere verità, giustizia e riconoscimento. Dopo oltre dieci anni di iniziative
legali, raccolta di testimonianze e mobilitazione pubblica, la denuncia per
crimini di guerra contro l’Aviazione Legionaria italiana è stata archiviata
definitivamente nel gennaio 2026 dai tribunali spagnoli.
La causa era stata avviata nel 2011 da un gruppo di antifascisti italiani
residenti a Barcellona — tra cui l’associazione AltraItalia — insieme ad alcune
vittime ancora in vita. L’obiettivo era chiamare a rispondere dei bombardamenti
aerei che tra il 1937 e il 1939 colpirono sistematicamente Barcellona e numerose
località catalane e valenciane, provocando migliaia di morti tra i civili. Le
operazioni, condotte dai trimotori Savoia-Marchetti dell’Aviazione Legionaria di
Mussolini, si inserirono nella strategia militare congiunta di fascismo italiano
e nazismo tedesco a sostegno delle truppe franchiste. I raid indiscriminati su
quartieri residenziali, mercati e infrastrutture civili — come quelli del marzo
1938 — anticiparono pratiche di guerra aerea che sarebbero poi state replicate
su vasta scala nella Seconda Guerra Mondiale.
Per decenni, tuttavia, non vi fu alcuna risposta giudiziaria. Il franchismo
prima e la transizione democratica poi consolidarono quello che è stato definito
pacto del olvido, un patto di silenzio volto a evitare il confronto con i
crimini della guerra e quelli della dittatura. È in questo vuoto che si inserì
l’iniziativa dei collettivi italo-catalani, che tentarono di ottenere il
riconoscimento dei bombardamenti come crimini di guerra e crimini contro
l’umanità, imprescrittibili secondo il diritto internazionale.
La denuncia, presentata a Madrid e poi trasferita al Tribunale di Barcellona, fu
sostenuta da testimonianze dirette dei sopravvissuti e da un lungo lavoro di
ricerca negli archivi militari italiani e spagnoli. Parallelamente si sviluppò
la campagna Bombes d’Impunitat (Bombe di impunità), volta a rivendicare la
responsabilità storica e politica degli Stati coinvolti e un risarcimento almeno
simbolico per le vittime. Proprio in questi giorni è arrivata la sentenza di
archiviazione della causa penale.
L’archiviazione non ha colto di sorpresa i promotori. Per Rolando D’Alessandro,
portavoce di Bombes d’Impunitat, l’esito era prevedibile: “Un processo penale
deve riguardare persone vive – spiega – e visto il tempo che consapevolmente è
stato fatto passare, era inevitabile arrivare a un non luogo a procedere per
assenza di colpevoli, non di delitto”. Secondo D’Alessandro, le responsabilità
sono condivise. Da un lato le autorità italiane hanno temporeggiato per oltre
dodici anni; dall’altro quelle spagnole non hanno mostrato maggiore
determinazione. Le commissioni rogatorie inviate all’Italia hanno prodotto una
lunga sequenza di risposte negative, i “non risulta”, nonostante molti piloti
fossero inquadrati nell’esercito franchista, decorati e con ogni probabilità
pensionati dal regime.
La querela iniziale indicava 21 presunti responsabili. Dopo anni di richieste
formali e l’intervento di Eurojust, la magistratura italiana è riuscita a
identificarne con certezza solo quattro, tutti deceduti: Guglielmo Di Luise,
Riccardo Emo Seidil, Paolo Moci e Gennaro Giordano. Per gli altri nominativi è
stata dichiarata l’impossibilità di una identificazione certa a causa di
omonimie compatibili con il periodo bellico.
Nel 2015 fu ascoltato l’unico sopravvissuto identificato con certezza, Luigi
Gnecchi, nato il 5 marzo 1914. Interrogato, dichiarò di aver partecipato solo a
missioni di ricognizione e non a bombardamenti. Morì senza essere mai rinviato a
giudizio. Come ricorda D’Alessandro, “l’unico aviatore chiamato in causa nel
procedimento è stato, prima della morte, citato come esempio per le nuove
generazioni dal ministro della Difesa italiano in carica”.
Una commissione rogatoria del 2019 ha inoltre attestato che negli archivi
militari italiani non compare alcun riferimento esplicito ai bombardamenti di
Barcellona, con l’eccezione del pilota Castellani Gori, per il quale non è stato
possibile escludere il coinvolgimento. Per la Marina militare risulta invece che
il 13 febbraio 1937 il comandante dell’incrociatore Eugenio di Savoia fosse
Massimiliano Vietina, morto nel 1967.
Per Bombes d’Impunitat l’archiviazione non chiude la questione. “Malgrado la
rilevanza di una causa che riguarda il primo bombardamento a tappeto su una
grande città europea – afferma D’Alessandro – non si è incrinato il muro di
impunità e di omertà costruito intorno alla guerra di Spagna, che per molti
versi può essere definita un genocidio secondo le categorie attuali”. E
aggiunge: «La Repubblica nata dalle ceneri del fascismo, che nel dopoguerra ha
riconosciuto riparazioni a tutti i Paesi aggrediti, non ha mai chiesto
formalmente nemmeno scusa ai popoli dello Stato spagnolo. Anzi, ha continuato a
incassare fino al 1967 il pagamento delle armi fornite da Mussolini a Franco».
Secondo l’avvocato Jaume Asens, che istruì la causa, oggi resterebbe aperta solo
la strada di un’azione civile in Italia. Un’ipotesi che, per essere perseguita,
dovrebbe partire da associazioni disposte a riaprire una ferita che, sul piano
giudiziario, gli Stati hanno scelto di lasciare irrisolta.
L'articolo Le bombe fasciste che colpirono Barcellona nella guerra di Spagna:
“Muro d’impunità mai incrinato, l’Italia ha temporeggiato” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Barcellona
Ancora una volta l’impegno politico e sociale di Borja Iglesias non è stato
compreso. “Spero tu muoia, fr*cio di m*rda”. E ancora: “Svergognato, vai a
casa”. Il costante supporto dell’attaccante del Celta Vigo alla comunità LGBTQ+
ha un caro prezzo da pagare se sei un calciatore. Soprattutto se giochi in
Spagna. Da anni vittima di insulti omofobi negli stadi (e sui social), contro il
Siviglia è arrivato l’ennesimo attacco gratuito nei suoi confronti. Disponibile
e sorridente all’esterno dello stadio – dopo la partita – per firmare maglie e
autografi, alcuni notano le sue unghie colorate. “Continua a dipingerti le
unghie, fr*cio”. La risposta sui social del classe ’93 è stata immediata. E
ironica. “Strano, nel calcio non succede mai”. In sua difesa e appoggio, il
Celta Vigo ha usato prima le parole. “Il rispetto non è negoziabile. L’odio non
ha posto nel calcio. Orgogliosi di Borja, dentro e fuori dal campo”. Poi, i
fatti. Contro il Rayo Vallecano, i “Carcamans Celestes”, gruppo di tifosi del
Celta Vigo, hanno organizzato un’iniziativa che ha fatto il giro del web:
“Questa domenica noi andremo allo stadio con le unghie curate e con lo smalto,
chi si unisce?”. I presenti all’Estadio Balaídos hanno risposto alla grande.
Compresi i compagni di squadra e la presidente Marián Mouriño Terrazo (che sulle
proprie unghie ha anche fatto disegnare un panda, ovvero il soprannome di
Iglesias sin dalle giovanili). La notizia più bella? Ovviamente non la vittoria
per 3-0, ma il messaggio veicolato. Lo striscione “Un calcio all’omofobia” ne è
la conferma.
IGLESIAS VITTIMA DI INSULTI OMOFOBI: NON È LA PRIMA VOLTA
Eterosessuale, fidanzato da tempo con una influencer ma comunque bersagliato da
numerose offese. Un altro spiacevole episodio risale allo scorso aprile.
Iglesias segna una tripletta contro il Barcellona, ma l’attenzione si sposta su
quello che fa fuori dal campo. “Continuiamo a vivere in una società in cui il
rispetto per gli altri è ancora un concetto lontano. Non sorprende che ci siano
insulti razzisti e omofobi sui campi da calcio”. Esposto pubblicamente sul tema
dell’omofobia, i primi insulti arrivano quando l’attaccante decise di dipingersi
le proprie unghie con i colori della bandiera LGBT+. “È questione di tempo. Man
mano che la situazione si normalizzerà, la gente capirà che non succede nulla.
Indipendentemente dal fatto che ti piaccia un uomo o una donna, il tuo lavoro
puoi farlo ugualmente bene. È importante che a poco a poco creiamo quello spazio
più sicuro affinché le persone possano essere ciò che vogliono essere”.
Iglesias, però, non si è mai preoccupato dell’odio nei suoi confronti: “A me non
interessa, ma se qualcuno soffre perché non ha uno spazio, perché si sente
giudicato o trattato male… Cavolo, allora abbiamo un problema serio. La cosa
normale sarebbe che, qualunque sia il tuo modo di essere, tutti ti rispettino,
ma a volte non è così”, aveva dichiarato a El Pais.
DAL SOSTEGNO DEL MOVIMENTO BLM ALLE PROTESTE PRO-PAL DURANTE LA VUELTA
Dichiaratamente di sinistra, nel 2020 si era messo lo smalto nero in sostegno al
movimento Black Lives Matter. “È un modo per sensibilizzare e combattere il
razzismo dalla mia posizione, ma credo che sia utile anche contro l’omofobia.
Inoltre, devo ammettere che mi piacciono”. Sostegno sociale e politico. Contro
il razzismo, l’omofobia e la questione palestinese. Le proteste pro-pal che
hanno bloccato la Vuelta sono state il pretesto per condividere il suo pensiero:
“Mi sorprende che diamo più importanza alla sospensione di un evento sportivo
che a un genocidio. È un qualcosa che non riesco a capire bene. Dobbiamo essere
consapevoli della situazione che stiamo vivendo e, a volte, alzarci in piedi per
rivendicare i diritti umani e il rispetto. Ogni occasione è buona per farlo e
prendere coscienza delle ingiustizie che esistono nel mondo”. Insomma, sarà
anche un calciatore. Ma Iglesias non è mai banale. Soprattutto contro chi “vive
ancora nella preistoria: mando un grande incoraggiamento. Deve essere molto
difficile non evolversi e continuare a condizionarsi invece di godersi quanto
sia preziosa la vita”.
L'articolo Borja Iglesias vittima di insulti omofobi: tifosi e giocatori del
Celta Vigo si dipingono le unghie di celeste in segno di solidarietà proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il deragliamento di un treno nel sud della Spagna, seguito a breve distanza da
un nuovo incidente sulla rete di Rodalies nell’area metropolitana di Barcellona,
ha riportato al centro del dibattito pubblico una questione che va ben oltre la
cronaca. Due episodi geograficamente lontani ma legati da un filo comune: la
crisi strutturale del trasporto ferroviario regionale e suburbano spagnolo,
schiacciato da anni tra carenze infrastrutturali, scelte politiche discutibili e
un modello di investimento fortemente sbilanciato. In Andalusia, il
deragliamento ha riacceso i dubbi sulla sicurezza e sulla manutenzione. In
Catalogna, l’incidente su Rodalies si inserisce invece in un contesto già
fortemente conflittuale. La rete che serve quotidianamente centinaia di migliaia
di pendolari è da tempo sinonimo di ritardi cronici, cancellazioni improvvise,
guasti al segnalamento e interruzioni di servizio che incidono direttamente
sulla vita economica e sociale della regione.
I numeri sugli investimenti statali aiutano a comprendere le cause di questa
situazione. Nel 2022 la società pubblica Adif, responsabile dell’infrastruttura
ferroviaria, ha speso solo circa il 30% dei 2,8 miliardi di euro stanziati per
migliorare la rete ferroviaria regionale in tutta la Spagna. In alcune regioni,
come l’Andalusia, la percentuale è stata ancora più bassa: appena l’8,4% dei 655
milioni di euro assegnati è stato effettivamente utilizzato. Nel 2025 Adif ha
destinato circa 95,6 milioni di euro all’ammodernamento del segnalamento su 130
chilometri di rete andalusa, una cifra che resta modesta rispetto alle esigenze
complessive di manutenzione e rinnovo.
Questi dati riflettono un fenomeno più ampio. Gli investimenti complessivi della
Spagna in infrastrutture ferroviarie oscillano oggi tra i 2,8 e i 3,9 miliardi
di euro l’anno, lontani dai picchi superiori agli 8 miliardi registrati negli
anni di massima espansione. Una parte rilevante delle risorse continua inoltre a
concentrarsi su grandi progetti di alta velocità o corridoi merci, mentre la
rete convenzionale, utilizzata quotidianamente da pendolari e servizi regionali,
resta sottofinanziata.
L’incidente di Córdoba ha aperto un fronte delicato per il governo centrale. Sui
social network sono emerse numerose segnalazioni di utenti che, già nelle
settimane precedenti, denunciavano vibrazioni anomale e tremori lungo la linea
dell’alta velocità, lamentando di non aver ricevuto riscontri adeguati. Adif ha
tuttavia fatto sapere che sulla tratta erano stati effettuati controlli tecnici
e che appena due mesi prima l’infrastruttura aveva superato un doppio test di
sicurezza. Sul piano politico, il ministro dei Trasporti Óscar Puente si è
trovato sotto forte pressione. Puente ha difeso l’operato del ministero e delle
società pubbliche, richiamando la complessità del sistema ferroviario e la
necessità di interventi strutturali di lungo periodo. Nonostante ciò, il caso
sta offrendo spazio alle forze di destra per costruire una campagna di attacco
politico, mentre le cause dell’incidente non sono ancora state chiarite
formalmente.
E mentre questa polemica si intensifica, un nuovo incidente in Catalogna amplia
il perimetro del problema. In questo quadro, Rodalies de Catalunya rappresenta
un caso emblematico. La rete trasporta oltre 120 milioni di viaggiatori l’anno,
ma mostra livelli di criticità particolarmente elevati. Tra il 2022 e il 2024
sono stati registrati 693 incidenti gravi sulle linee Rodalies e Regionales, con
oltre 2,4 milioni di passeggeri coinvolti e più di 420mila minuti di ritardo
accumulati. Solo nella prima metà del 2025, le incidenze hanno causato quasi
1.500 ore di ritardo e colpito oltre 1,1 milioni di utenti. Un’altra analisi
segnala che tra gennaio e settembre si sono verificate 922 gravi inconvenienti,
più di tre al giorno, con oltre 12.000 treni coinvolti, 3.054 cancellazioni e
3,4 milioni di persone danneggiate in nove mesi.
Non si tratta di eventi eccezionali, ma di un malfunzionamento sistemico.
Ritardi superiori ai 30 minuti e cancellazioni di massa sono diventati parte
della quotidianità, in un contesto demografico segnato dalla forte
concentrazione urbana. In Catalogna, più della metà della popolazione vive
nell’area metropolitana di Barcellona, mentre a livello nazionale si parla
sempre più spesso di “España vaciada” per descrivere lo svuotamento delle aree
rurali e la pressione crescente sui grandi nodi urbani. Le associazioni di
utenti denunciano una situazione insostenibile, mentre le amministrazioni locali
parlano apertamente di collasso del servizio.
Alla base della crisi c’è un sottofinanziamento di lungo periodo. Tra il 2015 e
il 2022 in Catalogna erano previsti 6,2 miliardi di euro di investimenti
ferroviari da parte di Renfe e Adif, ma solo circa 2,2 miliardi sono stati
effettivamente spesi. Su un arco temporale più ampio, tra il 1990 e il 2018,
solo il 17% degli investimenti totali nelle Cercanías – i servizi ferroviari
suburbani attivi nelle più grandi aree metropolitane della Spagna – è stato
destinato alla Catalogna, contro il 47% riservato a Madrid. Il risultato è una
rete fragile, satura e poco resiliente, incapace di assorbire guasti o aumenti
di domanda, accentuati anche dalla crisi abitativa nei centri urbani.
Negli ultimi anni si è registrato un parziale cambio di tendenza, con nuovi
piani di investimento e interventi di rinnovo. Tuttavia, secondo molti esperti,
questi sforzi non bastano ancora a colmare il ritardo accumulato. In questo
contesto si inserisce l’accordo del 2023 tra il governo centrale e i partiti
indipendentisti per il trasferimento progressivo della gestione di Rodalies alla
Generalitat. Oggi la responsabilità politica ricade sul nuovo governo socialista
catalano, che ha ereditato una situazione fortemente compromessa e ha ammesso
che non esistono soluzioni rapide.
Il caso Rodalies, come i deragliamenti nel sud della Spagna, mostra un problema
di scala nazionale. Il trasporto ferroviario pubblico, nonostante il suo ruolo
centrale nella transizione ecologica e nella riduzione delle disuguaglianze
territoriali, continua a essere trattato come una priorità secondaria. I binari
su cui viaggiano milioni di pendolari raccontano così una crisi che va oltre gli
incidenti: quella di un modello di sviluppo che ha privilegiato l’immagine e la
velocità, trascurando la quotidianità e l’accessibilità.
L'articolo Gli incidenti scatenano il dibattito sulla crisi strutturale delle
ferrovie in Spagna proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un aereo della Turkish Airlines, partito da Istanbul e diretto a Barcellona, è
stato costretto a un atterraggio d’emergenza in seguito a un presunto allarme
bomba. Ieri, 15 gennaio, il velivolo è stato scortato fino all’aeroporto di
Barcellona El Prat alle 11.50 circa da due caccia militari, alzatisi in volo
dall’aeroporto militare di Saragoza. L’operatore aeroportuale Aena ha reso noto
che i passeggeri del volo sono sbarcati uno alla volta, come da procedura.
L’ente ha dichiarato: “Sono stati attivati i protocolli di sicurezza e le Forze
di Sicurezza stanno valutando la situazione”. Dopo approfondite verifiche
effettuate dalle forze di sicurezza, le autorità hanno accertato che a bordo
dell’aereo non erano presenti ordigni e che l’allarme bomba che ha coinvolto
l’Airbus A321 della Turkish Airlines era falso. Il panico era scaturito da un
messaggio scritto per scherzo da un passeggero. La persona seduta accanto a lui
ha sbirciato il telefono del vicino, ha letto l’sms e ha avvisato l’equipaggio.
La Protezione Civile della Catalogna ha avviato in via precauzionale il piano
Aerocat, previsto per le emergenze negli aeroporti. Il ragazzo che ha inviato il
messaggio incriminato è stato successivamente interrogato dalla Guardia Civil.
Il passeggero ha dichiarato: “Non pensavo che qualcuno avrebbe preso sul serio
quella frase”. L’incidente ha causato ritardi a catena in diversi aeroporti
europei. Almeno sei voli programmati da El Prat tra le 12 e le 14 sono stati
posticipati. La Turkish Airlines ha annunciato che farà una relazione interna
sull’episodio. La compagnia aerea turca ha dichiarato: “La sicurezza viene prima
di tutto, ma serve anche responsabilità da parte dei passeggeri”.
L'articolo Allarme bomba e paura a bordo di un aereo della Turkish Airlines:
atterraggio d’emergenza all’aeroporto di Barcellona per un falso allarme bomba.
La causa era un sms sospetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gerard Piqué e la sua fidanzata Clara Chía Marti sono stati pedinati a
Barcellona. I fatti risalgono a pochi giorni fa, quando l’ex calciatore e la
ragazza stavano camminando con gli amici per le strade della città catalana. Un
gruppo di persone a bordo di un’auto ha chiesto a Piqué di scattare una foto
insieme. Lo spagnolo si è rifiutato e i ragazzi hanno deciso di vendicarsi
cantando a squarciagola “Bzrp Music Session #53”, la canzone di Shakira e il
produttore Bizarrap che contiene riferimenti espliciti sulla separazione tra
l’ex giocatore del Barcellona e l’artista colombiana. Nel video postato dal
gruppo di persone si vede Gerard che non degna di attenzioni i disturbatori e
cammina a testa bassa.
Con la hit composta nel 2023 insieme al musicista e produttore argentino
Bizarrap, Shakira ha “dissato” l’ex marito. “Ti auguro buona fortuna con la mia
presunta sostituta” canta la colombiana riferendosi a Clara Chía Marti, per
proseguire con la frase diventata iconica: “Hai scambiato una Ferrari con una
Twingo, hai scambiato un Rolex con una Casio”.
> lo de una chavala en ceuta persiguiendo a piqué poniéndole la canción de
> shakira que ha sido jajajjaajajajajajaajajaa pic.twitter.com/USXOciUnBm
>
> — alba ???? (@albannieto) January 4, 2026
L'articolo Gerard Piqué e Clara Chía pedinati da un’auto: le persone a bordo gli
chiedono una foto, lui si rifiuta e loro si vendicano così proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Catalogna torna a sfidare il mercato immobiliare – e indirettamente anche il
Tribunale Costituzionale spagnolo – approvando una nuova legge che estende il
controllo dei prezzi agli affitti temporanei (di durata inferiore all’anno) e
alle stanze. Una mossa politica e sociale forte, in un contesto di emergenza
abitativa senza precedenti, che ha riportato la casa al primo posto tra le
preoccupazioni dei cittadini catalani secondo le statistiche ufficiali.
Il Parlamento catalano ha dato il via libera alla Legge sulle misure in materia
di abitazione e urbanistica, approvata con i voti dei socialisti del PSC, gli
indipendentisti di ERC e CUP, e la sinistra dei Comuns. La norma equipara gli
affitti temporanei e quelli per singole stanze agli affitti residenziali
ordinari, imponendo anche a queste tipologie il rispetto dell’indice ufficiale
dei prezzi, l’equo canone imposto per legge dal governo Sanchez. Una risposta
diretta a un fenomeno che ha progressivamente svuotato di efficacia la
regolazione: nelle grandi città, Barcellona in testa, migliaia di proprietari
hanno riconvertito i contratti ordinari in affitti di breve durata per aggirare
i tetti imposti dalla legge.
I numeri spiegano la portata del problema. Secondo dati ufficiali, il 26% dei
nuovi contratti firmati a Barcellona è oggi un affitto temporaneo, spesso usato
non per reali esigenze transitorie ma come strumento speculativo per aggirare la
legge nazionale. Nel caso delle stanze, la situazione è ancora più estrema: la
somma degli affitti richiesti può arrivare a triplicare il prezzo medio degli
affitti della città (attorno ai 1200 euro). Con la nuova legge, la somma dei
prezzi delle stanze non potrà superare il limite massimo previsto dall’indice
dell’equo canone nazionale.
La normativa impone inoltre maggiore trasparenza: i contratti dovranno indicare
la motivazione della temporaneità (studio o lavoro) e la residenza abituale
dell’inquilino. Restano esclusi dal controllo solo gli affitti turistici e
ricreativi. Parallelamente, il Parlamento ha prorogato la protezione delle
abitazioni VPO (edilizia residenziale pubblica) nei comuni considerati “zone di
mercato teso”. Senza questo intervento, solo a Barcellona circa 40.000 alloggi
perderebbero lo status di edilizia sociale entro il 2030.
La legge rafforza anche il sistema dei controlli, affidando a Comuni e
Generalitat nuovi strumenti di vigilanza. I proprietari saranno obbligati a
dichiarare il tipo di contratto, il canone applicato e la durata dell’affitto
nei registri ufficiali, incrociando i dati con il catasto e con il Registro dei
grandi proprietari e degli alloggi vuoti. I municipi potranno avviare ispezioni
d’ufficio per verificare che gli affitti temporanei rispettino i requisiti di
legge e che non vengano usati in modo fraudolento per eludere il blocco ai
prezzi. In caso di irregolarità sono previste sanzioni economiche progressive,
fino a multe rilevanti per i grandi proprietari recidivi, e la possibilità di
obbligare alla riconversione del contratto in affitto residenziale ordinario. Un
impianto di controllo che punta a superare l’inefficacia delle norme precedenti,
spesso vanificate dall’assenza di verifiche e dall’asimmetria di potere tra
inquilini e locatori.
La consigliera al Territorio e all’Abitazione Sílvia Paneque ha difeso
l’intervento come una scelta di coesione sociale: “La casa deve essere un
diritto, non una fonte di angoscia”. Un messaggio condiviso dai movimenti per il
diritto all’abitare, dal Sindacato degli Inquilini alla PAH, che da anni
denunciano l’impatto sociale dell’esplosione degli affitti brevi. Ma la partita
non è solo sociale: è anche giuridica e politica. Il Partito Popolare ha già
annunciato un ricorso al Tribunale Costituzionale, sostenendo che la Catalogna
non abbia competenza in materia e parlando di “espropriazione mascherata”. Una
linea già vista in passato. Nel 2020 la Catalogna aveva approvato una prima
legge pionieristica sul controllo degli affitti, che fissava tetti ai canoni
nelle aree più colpite dalla speculazione. Una norma salutata come modello in
Europa, ma smantellata nel 2022 dal Costituzionale spagnolo, che ne annullò le
parti centrali sostenendo che invadevano competenze statali.
Quella sentenza provocò un immediato aumento dei canoni e rafforzò la
convinzione, nei movimenti sociali, che senza strumenti di regolazione il
mercato non fosse in grado di garantire l’accesso alla casa. Non a caso, durante
la successiva discussione della legge statale sulla casa, gli attivisti avevano
avvertito del rischio di una fuga verso gli affitti temporanei: una previsione
che oggi trova conferma nei dati. La nuova legge catalana prova quindi a
chiudere quella falla, ampliando anche il ruolo pubblico: più fondi per
l’edilizia sociale, maggiori quote obbligatorie nei nuovi quartieri, estensione
del diritto di prelazione e creazione di registri dei grandi proprietari e delle
abitazioni vuote, con sanzioni per chi non si adegua. Resta da vedere se questa
nuova offensiva normativa resisterà all’ennesima prova del Tribunale
Costituzionale. Ma una cosa è certa: in Catalogna la questione abitativa non è
più solo una politica pubblica. È diventata un terreno di scontro istituzionale.
L'articolo Spagna, la Catalogna torna a sfidare il mercato immobiliare: nuova
stretta sugli affitti turistici mascherati proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Tutto ciò non accadrà mai, mai al Wanda Metropolitano. Per nessuna tifoseria. I
gorilla non meritano una gabbia. E gli esseri umani, ancora meno. Che schifo il
Barça e che schifo Laporta”. Così un tifoso dell’Atletico Madrid ha denunciato
la vista dal settore ospiti del rinnovato Camp Nou, stadio in cui il Barcellona
è tornato a giocare soltanto diverse settimane fa. Il tifoso in questione –
presente nel settore dedicato alla tifoseria in trasferta – ha lamentato la
presenza del vetro e dei pali in ferro che ostruiscono la vista.
Il sostenitore dei Colchoneros ha pubblicato un video sui social, denunciando
l’accaduto. Video che ha subito fatto il giro del web. Stupisce soprattutto il
fatto che dopo gli ultimi lavori di ristrutturazione, il Camp Nou è stato
presentato come all’avanguardia, moderno e pronto a offrire il miglior
spettacolo possibile. Un progetto di restyling che prevedeva l’installazione di
un nuovo tetto retrattile dotato di pannelli solari, l’integrazione di nuove
tecnologie sostenibili come il riutilizzo dell’acqua piovana e la creazione di
nuove strutture commerciali, uffici e spazi per eventi attorno allo stadio.
L'articolo “Ho pagato più di 100 euro e mi sento come un gorilla in gabbia”: un
tifoso denuncia la vista nel nuovo Camp Nou – Video proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Espulso contro il Chelsea nel primo tempo, assente contro l’Alaves ufficialmente
per un “virus intestinale” e non convocato nel big match contro l’Atletico
Madrid in programma oggi, 2 dicembre. In casa Barcellona monta sempre di più il
mistero di Ronald Araujo, difensore centrale blaugrana che si è fermato a tempo
indeterminato per problemi personali.
“Ronald non è pronto, è una situazione privata e non voglio dire di più. Vi
chiedo rispetto“, ha dichiarato l’allenatore Hans Flick nel corso della
conferenza stampa pre partita contro l’Atletico Madrid. Non si sanno con
certezza i motivi, ma pare che il difensore voglia “recuperare serenità“, a
maggior ragione dopo le critiche e gli insulti spietati ricevuti in seguito
all’espulsione contro il Chelsea in Champions League.
Araujo è stato spesso criticato nel corso di questi mesi (lo fu anche dopo
l’ultima semifinale di Champions League contro l’Inter) e adesso non sta bene,
già da qualche giorno. Non è però dato sapere cosa gli sia accaduto nello
specifico: secondo quanto riportato in Spagna – soprattutto da Marca –
l’espulsione contro il Chelsea sarebbe stata soltanto la punta dell’iceberg di
un periodo complicato da un punto di vista mentale per il calciatore.
Questi ultimi sette giorni sono stati molto complessi per il difensore, rimasto
particolarmente colpito da un punto di vista emotivo dal post espulsione. I suoi
agenti si sono recati lunedì alla Ciudad Deportiva del club per parlare con i
dirigenti e affrontare tutti insieme il problema. Anche lo spogliatoio stesso ha
mostrato il suo pieno sostegno a uno dei giocatori più rappresentativi negli
ultimi anni. Sulla questione – dall’interno – continua a esserci massimo
silenzio, in attesa poi di capire se sarà lo stesso calciatore – che non si sta
ancora allenando con la squadra, nonostante sia presente al centro sportivo – a
spiegare l’accaduto.
L'articolo Roland Araujo si è dovuto fermare: il rosso contro il Chelsea è solo
la punta dell’iceberg. Il tecnico Flick: “Chiedo rispetto” proviene da Il Fatto
Quotidiano.