Il Molise si prepara a sbarcare a Sanremo con uno spazio promozionale nel cuore
del Festival, per attirare visitatori e rilanciare l’immagine turistica della
regione. Però c’è un problema: i turisti non sanno che nel capoluogo di Regione
non passano i treni. Pochi giorni fa è stata organizzata una mobilitazione
permanente ed è stata lanciata una petizione per chiedere la riapertura della
stazione di Campobasso e il ripristino del servizio ferroviario, fermato sei
anni fa per consentire i lavori di ammodernamento ed elettrificazione. Nel 2019,
infatti, era stato firmato un accordo di programma tra Comune, Rete ferroviaria
italiana e Regione per il rifacimento della stazione e l’eliminazione dei
passaggi a livello. Da allora la tratta tra il capoluogo e Bojano è chiusa,
rendendo impossibile raggiungere in treno grandi città come Roma e Napoli.
L’iniziativa della petizione è stata presentata davanti alla stazione del
capoluogo molisano dalla sindaca civica Marialuisa Forte e da un gruppo di
consiglieri regionali: Alessandra Salvatore, Vittorio Facciolla e Micaela
Fanelli del Partito democratico insieme a Roberto Gravina e Angelo Primiani del
Movimento 5 stelle. Obiettivo: sollecitare il completamento dei lavori e
riportare i treni in città molto prima dell’ennesima scadenza annunciata. Il
problema, denunciano i promotori, è soprattutto la durata dei cantieri.
“Nell’ultima seduta ci è stato detto che i treni torneranno a partire da
Campobasso, in base alle previsioni, nel 2028”, ha evidenziato Salvatore,
capogruppo del Pd in Consiglio regionale.
“Questo per noi è inaccettabile, pretendiamo degli interventi decisi, perché si
può lavorare per lotti funzionali in più parti del percorso”, ha ribadito la
prima promotrice. Nel frattempo i costi dell’opera sono lievitati in modo
significativo, passando dai 120 milioni inizialmente previsti agli attuali 400
milioni. Sui ritardi pesano anche criticità tecniche. Il consigliere regionale
ed ex sindaco di Campobasso Roberto Gravina ha sottolineato “i tanti punti
interrogativi che pesano sui lavori e sugli imprevisti legati al crollo in una
galleria”. E ha aggiunto che “c’è una interrogazione in Parlamento con la quale
chiediamo di conoscere i dettagli di quanto accaduto e capire se c’è stata
superficialità nella progettazione”.
Per questo è nata la petizione online su Change.org, sostenuta dal
centrosinistra locale e dal “Presidio per non morire”, rappresentato da Filippo
Poleggi del Movimento Consumatori Molise. Il testo della petizione – che ha
raccolto mille firme nelle prime 24 ore – denuncia la situazione e le sue
conseguenze come gli enormi danni all’economia del posto e l’impatto sulla vite
dei pendolari. Secondo i firmatari, l’assenza di collegamenti su rotaie “aumenta
le difficoltà nei collegamenti interregionali e penalizza ulteriormente una
regione già svantaggiata dal punto di vista infrastrutturale”.
Il Consiglio regionale del Molise ha già approvato una mozione per chiedere al
Ministero dei Trasporti e a Rfi di completare i lavori entro il 2026, ma, si
legge ancora nella petizione, “i lavori procedono ancora a rilento e la città e
tutto il Molise centrale continuano a soffrire”. Da qui la richiesta di
accelerare: “Chiediamo che vengano effettuati sforzi straordinari per accelerare
il processo di ammodernamento, con l’obiettivo di ristabilire il servizio
ferroviario a Campobasso entro e non oltre il 2026”. I promotori chiedono anche
risorse aggiuntive, una migliore pianificazione e una comunicazione più efficace
tra le parti coinvolte. La mobilità, sottolineano le opposizioni, è “un diritto
fondamentale e costituzionale al pari della sanità e dell’istruzione”.
“Facciamo sentire la nostra voce per porre fine a queste inaccettabili
tempistiche di attesa e lavoriamo insieme per un futuro in cui il trasporto
ferroviario a Campobasso torni ad essere una realtà”, si legge nell’appello. Una
battaglia che, dopo anni di cantieri e ritardi, si allarga a mobilitazioni e
iniziative rivolte direttamente alla cittadinanza. Proprio come quelle per la
sanità regionale, con il sindaco d’Isernia che da fine dicembre dorme in tenda
davanti all’ospedale contro i tagli al servizio pubblico e una fiaccolata che ha
fatto scendere in strada migliaia di persone. Tutti segnali di protesta contro
la marginalità della Regione.
L'articolo Campobasso senza treni da sei anni, M5s e Pd lanciano una petizione:
“Non possiamo aspettare fino al 2028” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Massimo Peccianti è segretario di Anaao Assomed Molise, associazione
rappresentativa di dirigenti medici e sanitari. Da molti anni è presente ai
tavoli istituzionali per la sanità molisana, commissariata da circa un
ventennio. Nelle scorse settimane, la questione ha ricevuto rilevanza mediatica
grazie al presidio in tenda del sindaco d’Isernia Piero Castrataro e la
fiaccolata per le vie cittadine, una mobilitazione che ha fatto scendere in
strada più di 7mila persone.
Cosa significa curarsi in Molise?
E’ una lotteria. Se non hai un bisogno estremo puoi anche seguire le vie normali
e magari aspetti molto tempo. Se invece il bisogno è più urgente, si finisce per
cercare un medico privato o un convenzionato a cui sia stata data la possibilità
di effettuare quella specifica visita. Tuttavia, non tutti i convenzionati
possono fare tutto: alcuni hanno l’autorizzazione per determinate prestazioni,
altri no.
In casi urgenti cosa si può fare?
L’unica opzione è il Pronto soccorso, quello c’è sempre. Naturalmente bisogna
mettere in conto l’attesa di un’intera giornata. Molti pazienti sono scoraggiati
perché sanno che si entra un giorno e si esce quello successivo. Però in caso di
necessità non c’è alternativa: è l’unico sistema rimasto. Secondo me, il Pronto
soccorso andrebbe potenziato prima di ogni altra cosa.
Tra tutti qual è il problema più grave?
La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del
Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un
bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta
l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono
ancora in servizio, e poi ci sono i “gettonisti” che coprono i turni in
Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia.
In quali reparti si avverte di più questa carenza?
In Pronto soccorso mancano soprattutto medici e al Cardarelli i turni sono
spesso scoperti. Anche le visite specialistiche sono in difficoltà: il servizio
non è sempre garantito, specialmente nel fine settimana quando il medico deve
essere chiamato in urgenza. Mancano i letti per l’Osservazione breve intensiva
e, soprattutto, pesano le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti.
Anche il 118 e la guardia medica stanno soffrendo: molti professionisti sono
passati alla medicina generale e diverse postazioni sul territorio sono state
chiuse, privando i cittadini di un presidio fondamentale.
Cosa vuol dire oggi prenotare delle visite mediche in Molise?
Sul territorio le liste sono lunghissime, specialmente per le ecografie e la
prevenzione del tumore alla mammella. In endocrinologia gli appuntamenti vengono
fissati anche a un anno di distanza. A questo si aggiunge una disfunzione
cronica del sistema di prenotazione: negli ultimi anni la gestione
amministrativa è cambiata quattro volte, segno di un meccanismo che non
funziona.
Sono state proposte soluzioni negli ultimi anni?
Le Case di comunità dovrebbero essere un pilastro, ma presentano criticità
profonde. Sono stati usati i fondi per ristrutturare i vecchi poliambulatori, ma
spesso accorpando gli spazi e dimezzando gli ambulatori degli specialisti,
creando disagi a chi ci lavora. Il problema resta la mancanza di personale: i
medici di famiglia più anziani non sono tenuti a trasferirvisi e gli altri
oppongono resistenza. Senza specialisti e senza integrazione, rischiano di
restare cattedrali nel deserto.
Come mai le assunzioni in Molise sono così basse?
Oltre a motivi ambientali legati alle scuole di specializzazione, l’Asrem
(azienda sanitaria ndr) non tratta bene i propri medici. Non vengono conferiti
gli incarichi dirigenziali previsti dal contratto, il che scoraggia un giovane
che vuole fare carriera. Ci sono poi inadempienze economiche: stiamo ancora
aspettando il 20% dello stipendio accessorio del 2022. C’è una lentezza
amministrativa che scoraggia chiunque.
Questa incapacità gestionale travolge anche i pazienti?
Sulla gestione delle liste d’attesa l’azienda adotta da anni strategie
discutibili. Fino allo scorso anno, se a giugno le prestazioni erano sature fino
a dicembre, le prenotazioni venivano semplicemente interrotte. È una pratica
illegale, ma serviva a far risultare le liste pulite durante le verifiche
autunnali: bloccando tutto, a novembre la lista appariva virtualmente azzerata
per l’anno successivo.
Qualcuno è intervenuto?
Oggi le prenotazioni restano aperte, ma i tempi sono lunghi. Si usa quindi un
escamotage: si chiede agli specialisti di riservare ore per i controlli, ma il
sistema spesso non permette di prenotarli. Il venerdì queste ore vengono
sbloccate e usate per le prime visite anziché per i controlli. Così, ai
controlli aziendali, risulta che le visite siano state ottenute in tempi record,
ma il problema del cittadino resta irrisolto.
E questo cosa comporta?
Chi può si rivolge al privato o va fuori Regione, aumentando i costi per la
collettività. C’è uno squilibrio con le strutture convenzionate perché alcuni
servizi sono stati ceduti da tempo. Per esempio, la neurochirurgia è stata
demandata del tutto alla Neuromed- clinica neurologica con sede a Pozzilli e di
proprietà della famiglia dell’eurodeputato Aldo Patriciello.
Come si è arrivati a questo punto?
Con la legge Balduzzi si è colta l’occasione per togliere la neurochirurgia
all’ospedale di Campobasso. Il problema è che la Neuromed tratta solo il
problema neurochirurgico specifico. In caso di incidente stradale, per esempio,
un paziente ha bisogno di un approccio multidisciplinare (ortopedico, chirurgo
generale, ecc.) che la struttura privata non ha. Così iniziano i viaggi della
speranza verso altri ospedali, con costi enormi per la regione.
Quando è cominciata la crisi del pubblico?
Già prima del commissariamento, negli anni Novanta, le leggi nazionali avevano
ridotto i posti letto in rapporto agli abitanti. Il disavanzo coincide con
l’inizio degli anni Duemila, quando alla Regione erano stati imposti dei tagli
alla spesa pubblica per rientrare nel deficit. Ciò ha provocato il blocco di
assunzioni e turnover, e un’ulteriore riduzione dei posti letto. In quella fase,
l’ente regionale non è riuscito a riorganizzare l’offerta di cura sul
territorio.
Erano cambiate le logiche di spesa pubblica?
A un certo punto i servizi sanitari hanno cominciato ad avere dei livelli minimi
di popolazione. Il Molise partiva da 300mila abitanti, adesso sono 290mila e
sulla carta non dovrebbe avere niente. Già c’è una deroga su alcuni servizi e
per questo non ci sono reparti in alcuni ospedali. Lo stesso discorso vale per i
punti nascita ed Emodinamica, su cui di recente c’è stata una grande polemica a
Isernia, dove il sindaco Piero Castrataro ha cominciato a dormire in tenda. In
quel senso però non è stato ottenuto nulla.
Quale sarebbe la soluzione?
Ci vorrebbe una legge nazionale che garantisca un livello minimo di servizi per
ogni regione. Oggi questo manca, così come manca una politica capace di imporsi.
La responsabilità è divisa tra i vari governi regionali di destra e di sinistra
che si sono succeduti. Non si può sempre dare la colpa a chi c’era prima: chi
viene eletto deve trovare la strada per risolvere i problemi, perché su chi
arriva per ultimo gravano comunque le responsabilità maggiori.
L'articolo “Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema,
ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il
privato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sistema commissariato dal 2009, un disavanzo allarmante e continue riduzioni
dei servizi. La sanità pubblica in Molise arranca tra le proteste. Da oltre 40
notti il sindaco di Isernia Pietro Castrataro dorme in tenda davanti
all’ospedale: chiede che non vengano fatti ulteriori tagli. Meno di un mese fa,
oltre 7mila persone sono scese in piazza per una fiaccolata in difesa della
sanità pubblica. Ma al momento poco o niente è cambiato. Anzi, ora si è aggiunto
il parere negativo del Collegio dei revisori per il preventivo 2026 dell’Azienda
sanitaria locale: “Non è un intoppo burocratico”, ha detto il primo cittadino,
“ma l’attestamento di un fallimento gestionale sistemico“. L’ultima
decurtazione? Le guardie mediche: per decreto del commissario passano da 44 a 16
poli principali a partire dal prossimo primo aprile, con le Case della comunità
aperte per 16 ore al giorno e i poli di continuità assistenziali ridotti a 12.
“Ancora una volta i territori sono stati ignorati, ancora una volta si tagliano
servizi essenziali quando potrebbero essere colpite altre voci di spesa”, ha
detto Castrataro. Per la sindaca di Casacalenda, Sabrina Lallitto, è un
“abbandono mascherato da riforma” , veri e propri presidi “cancellati dalle
mappe”.
LA TENDA DEL SINDACO
Il 26 dicembre scorso è comparsa una tenda di fronte all’ospedale Franco
Veneziale di Isernia. Non è soltanto un mezzo di protesta, dentro ci dorme il
primo cittadino del capoluogo di provincia, tornato a casa soltanto per sei
notti.
Piero Castrataro è stato eletto sindaco alle elezioni amministrative del 2021
con il sostegno del Partito democratico e del Movimento 5 stelle. Intervistato
da ilfattoquotidiano.it, ha dichiarato che la sua “non è una protesta ma una
proposta” e ha un obiettivo: “Ricevere il Piano operativo 2026-2028 e capire se
il punto nascita e il reparto di Emodinamica verranno mantenuti sia a Isernia
che a Termoli”.
Le risposte ricevute finora non sono affatto convincenti: “Si vocifera che ci
sarà la deroga di un anno, questo però è un grosso problema per chi ci lavora:
non ci sono certezze per il futuro“. Una soluzione che sarebbe l’anticamera
della chiusura. Per metterci una toppa, il Comune di Isernia ha proposto di
introdurre indennità aggiuntive nei concorsi per il reclutamento dei medici del
Veneziale, utilizzando fondi comunali e donazioni private: “La Regione non
potrebbe farlo a causa del rientro sanitario e quindi qualsiasi somma va
destinata al recupero del debito pregresso”.
La proposta, però, è stata respinta. Il motivo? L’obbligo di non limitare le
indennità ai neoassunti di un singolo presidio, ma di estenderlo a tutto il
personale sanitario per evitare disparità di trattamento illegittime. “A questo
punto sorge il dubbio che qui qualcuno non voglia davvero risolvere il
problema”, attacca il sindaco Castrataro che ha chiesto il parere del Ministero
della salute.
“Non è una questione di parte, riguarda il futuro della sanità di 300mila
persone”, questo è il messaggio che Castrataro continua a ripetere dall’inizio
della sua battaglia. Nonostante ciò, il tema non ha smosso la classe dirigente:
alla fiaccolata non c’era nemmeno un esponente della giunta regionale di
centrodestra. “Qualcuno non vuole comprendere che o si risolve ora questo
problema oppure diventa sempre più complicato risolverlo per qualsiasi colore
politico”, chiude il primo cittadino.
LE CARENZE DELLA SANITÀ PUBBLICA
Il Molise si ritrova con una sanità pubblica in situazione “critica”, come l’ha
definita Nino Cartabellotta. L’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe sul
Servizio sanitario nazionale fotografa una regione con forti squilibri.
Innanzitutto, il Molise riceve uno dei finanziamenti pubblici più alti d’Italia:
una spesa pari a 2.235 euro pro-capite, subito dopo i 2.246 della Liguria.
Nonostante ciò, non riesce comunque a raggiungere i livelli essenziali di
assistenza, classificandosi signficativamente sotto la media e registrando un
punteggio di 193 su 300, di cui: 58 per l’area prevenzione- con gravi carenze in
programmi di screening, vaccinazioni e prevenzione, 73 per l’area distrettuale e
62 per quella ospedaliera- poco al di sopra della sufficienza.
Sul fronte del personale sanitario, il Molise presenta dati contrastanti. Per
esempio, la mancanza di medici ospedalieri: sono 1,45 ogni 1000 abitanti, il
peggior dato nazionale. Allo stesso tempo, il rapporto di pazienti per ogni
medico di base è tra i più bassi d’Italia: il numero di assistiti è di 1.100
contro una media italiana di 1.374. Per quanto riguarda gli infermieri, il
Molise ne accusa la carenza e si colloca al di sotto della media nazionale: sono
4,6 ogni 1000 abitanti. Recentemente, l’Azienda sanitaria regionale (Asrem) ha
stipulato delle convenzioni con medici da fuori perché i bandi per nuove
assunzioni sono più volte andati deserti, e ha esteso la ricerca a chi possiede
titoli di studio conseguiti all’estero per copire i reparti a corto di camici.
IL PESO DELLA SANITÀ PRIVATA
Come supplire a queste mancanze? Alcune Regioni hanno fatto ricorso alle
prestazioni “a gettone”, una toppa che non riguarda il Molise: con una spesa di
circa 400mila euro, è l’ente regionale che ha speso di meno in medici e
infermieri gettonisti dal 2019 al 2023. La stessa parsimonia non si riscontra
nel finanziamento della sanità privata che, sempre secondo il report Gimbe, è
secondo solo a quello del Lazio: nel 2023, il 28,7% della spesa sanitaria è
servito a rimborsare le prestazioni erogate dalle aziende convenzionate– una
percentuale che nel 2014 si fermava a 26,4%.
Il 16 gennaio scorso, durante il convegno “Il grande malato” all’Unimol di
Termoli, il presidente della Provincia di Campobasso, Pino Puchetti, ha
sollevato la questione: “In Molise dobbiamo decidere che cosa vogliamo fare e
dire la verità ai cittadini: vogliamo sostenere la sanità pubblica o aiutare
solo il privato?”. In Molise, nel 2024 il tetto di spesa per i privati
accreditati ammontava a oltre 100 milioni di euro: la prima struttura più
finanziata è il Responsible Research Hospital, seconda Neuromed della famiglia
dell’eurodeputato leghista Aldo Patriciello. La sede principale è l’Istituto
neurologico di Pozzilli, in provincia di Isernia. Considerata un centro
d’eccellenza, la struttura attrae pazienti da fuori Regione, e non è l’unica a
farlo: nel 2022, il Molise risulta ai vertici della classifica nazionale per la
mobilità sanitaria interregionale, con il 90,6% dei servizi erogati dalle
strutture private accreditate.
Ciò ha generato un paradosso: “Il Molise è un caso unico in Italia – ha
dichiarato Cartabellotta – è primo sia per mobilità attiva sanitaria che per
mobilità passiva pro capite”.
IL DISAVANZO
La sanità molisana è sotto commissariamento dal 2009. Nella relazione della
Corte dei conti al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali
2023-2024, si indica che il disavanzo ha superato i 120 milioni di euro.
Nell’ultima legge di bilancio, sono stati stanziati 90 milioni di euro per la
Regione Molise, da erogare in due tranche di 45 milioni ciascuna per i prossimi
due anni e che sono destinati alla copertura del disavanzo sanitario pregresso.
Per ottenere i fondi però, è necessario che la Regione approvi un piano di
copertura del deficit da realizzare entro il 2027. Tempi che hanno scatenato le
proteste delle opposizioni: secondo il consigliere regionale Massimo Romano
(Costruire democrazia) è “tecnicamente impossibile” rispettarli. In caso
contrario, “lo Stato non erogherà i 90 milioni, e a quel punto per la regione
sarà bancarotta”, ha dichiarato a inizio anno. Il Piano operativo non è stato
effettivamente ancora approvato.
Gli attuali commissari sono l’avvocato Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo,
cardiologo in pensione ed ex assessore regionale con delega alla Sanità dal 2006
al 2008 durante la presidenza di Angelo Michele Iorio. A inizio 2026,
nell’ultima Conferenza dei sindaci, gli amministratori hanno incaricato i
parlamentari Elisabetta Lancellotta e Costanzo Della Porta (Fratelli d’Italia)
del compito di fare pressione nella capitale per convincere l’esecutivo a
passare la carica di commissario al presidente di Regione Roberti. Non sarebbe
la prima volta: nel 2021, il governo Draghi aveva conferito questa nomina
all’allora presidente Donato Toma.
Il diritto dei molisani a ricevere delle cure dipende dalle prossime decisioni
che verranno prese nei palazzi del potere. Un passaggio molto delicato a livello
politico, su cui pesano le previsioni di bilancio per l’anno corrente. “Non so
il Ministero come reagirà – chiude Castrataro – “se al parere della Corte dei
conti si aggiunge quello di Roma allora diciamo che il fosco diventa ancora più
fosco”. Tra i cartelli esposti durante la fiaccolata uno recitava: “Chi taglia
la sanità uccide due volte“. I molisani lo sanno bene, visto che nel giro di
pochi anni hanno visto chiudere gli ospedali di Agnone, Larino e Venafro. Un
passato difficile da dimenticare e un presente ancora tutto in salita.
L'articolo L’eterna crisi della sanità in Molise: dalla mancanza di personale ai
tagli delle guardie mediche. E il sindaco di Isernia da più di 40 notti dorme in
tenda davanti all’ospedale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Se qualcuno ci credeva ancora, da oggi può riporre il sogno nel cassetto: la
gigafactory di Termoli non vedrà mai luce. Lo stabilimento di Stellantis,
gloriosa fabbrica del motore Fire, non verrà riconvertito dallo stesso gruppo –
in collaborazione con Mercedes e Total – in un impianto per la produzione di
batterie. Una mossa che costringerà la casa costruttrice guidata da Exor della
famiglia Agnelli-Elkann a elaborare una strategia per garantirne la continuità.
Altrimenti, oltre alla fabbrica di Cassino già ridotta ai minimi termini, anche
il sito molisano sarà destinato a un futuro incerto e ancor più problematico per
gli occupati.
Il k.o. definitivo al progetto è arrivato per bocca di Acc – il nome della joint
venture delle tre aziende con Stellantis azionista di maggioranza relativa –
spiegando che “non si prevede che saranno soddisfatti i prerequisiti per
riavviare i progetti in Germania e in Italia”, già in standby ormai da maggio
2024. Tradotto: adieu gigafactory a Termoli e Kaiserslautern, si va avanti con
la sola fabbrica a Billy-Berclau/Douvrin, in Francia. Una scelta coerente con la
marcia indietro totale sull’elettrico annunciata venerdì dall’ad di Stellantis
Antonio Filosa, che costerà 22 miliardi di oneri finanziari. “Acc deve impiegare
le proprie risorse per massimizzare la propria competitività, maturità
tecnologica ed eccellenza industriale – ha spiegato l’azienda – Sono state
implementate misure strategiche in tutti i siti di Acc per ottimizzare le nostre
prestazioni operative e la sostenibilità finanziaria, al fine di garantire che
il contributo alla transizione verso la mobilità elettrica avvenga da una
posizione di resilienza e solidità economica”.
Acc ha anche avvisato che “senza un sostegno immediato e mirato alla produzione
locale, l’Europa rischia di rinunciare alla propria autonomia strategica in una
delle tecnologie più critiche del XXI secolo”. Stellantis al momento ha
garantito la “continuità lavorativa” in azienda ai 21 dipendenti che erano già
transitati in Acc e ha specificato che punta “a garantire il futuro dello
stabilimento” e che sta “monitorando attentamente la situazione”. Che la
decisione di Acc fosse imminente era stato chiaro nelle scorse settimane, come
sottolineato da Ilfattoquotidiano.it, quando Stellantis aveva annunciato al
ministero delle Imprese che avrebbe spostato la produzione di cambi a Termoli
entro la fine del 2026 e investito sui motori GSE conformi alla normativa Euro
7, garantendone la piena utilizzabilità anche dopo il 2030.
La Fiom-Cgil – con il segretario nazionale Samuele Lodi, responsabile settore
mobilità, e Ciro D’Alessio, coordinatore nazionale automotive – sottolinea che
“la decisione di Acc è strettamente legata alle scelte di Stellantis, essendo
l’azionista di maggioranza relativa del consorzio”. Quindi ora viene chiesto al
gruppo di “aprire un confronto vero con i sindacati perché la situazione in
Italia è a livello emergenziale”. Un confronto che a loro avviso deve
“anticipare il piano industriale”, la cui presentazione è prevista il 21 maggio,
e deve coinvolgere la Presidenza del Consiglio che “non può continuare a
ignorare la situazione e deve convocare le parti a Palazzo Chigi”. Critica anche
la Uilm, secondo cui “l’unico modo per salvaguardare lo stabilimento di Termoli
diventa, quindi, l’arrivo immediato di produzioni meccaniche”, affermano
Gianluca Ficco, segretario nazionale e responsabile del settore auto, e
Francesco Guida, segretario generale della Uilm di Campobasso. “La mancata
realizzazione della gigafactory – avvisano – deve essere compensata da scelte
industriali chiare e coerenti: Termoli deve ricevere nuovi prodotti, in grado di
garantire continuità produttiva, occupazione e prospettive di lungo periodo”.
L'articolo Stellantis e soci cancellano la gigafactory di Termoli: annunciato lo
stop definitivo al progetto proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il sindaco civico di centrosinistra Piero Castrataro e gli enti promotori
avevano chiamato a raccolta la cittadinanza per la fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica, e la comunità molisana ha risposto all’appello. Nella serata di
domenica 18 gennaio, oltre 7mila persone hanno attraversato il centro storico
d’Isernia per arrivare all’ospedale Ferdinando Veneziale, dove il primo
cittadino ha montato una tenda in segno di protesta da più di venti giorni.
L’iniziativa ha raccolto sostegno dal capoluogo fino alle aree interne della
provincia. In rappresentanza di questi territori, è intervenuto il sindaco
civico di Capracotta Candido Paglione: “Qui il diritto alla salute è
sistematicamente negato ed è il risultato di scelte politiche precise”. In
Molise la sanità pubblica “è stata smantellata, gli ospedali pubblici indeboliti
fino allo stremo e nelle aree interne restano solo le guardie mediche come
ultimo, fragile presidio”. Il primo cittadino del comune dell’Alto Molise ha poi
criticato le politiche del governo Meloni, che “non corregge le ingiustizie, le
rende strutturali”, introducendo “ospedali di terzo livello e ospedali elettivi
senza pronto soccorso”. Le Case della salute, invece, vengono descritte come “lo
strumento per cancellare anche gli ultimi presìdi territoriali”, come l’ospedale
di Agnone.
Una strategia che, secondo Paglione, a livello politico è stata venduta con
degli artifizi, come “usare parole nuove per giustificare vecchi tagli”. Lo
scopo finale è quello di “smantellare pezzo dopo pezzo la legge 833 del 1978″
che ha istituito il Servizio sanitario nazionale. In questo modo, ha continuato
il sindaco di Capracotta, “chi vive nelle aree interne viene trasformato in
cittadino di serie B, costretto a scegliere tra rinunciare alle cure o spostarsi
per decine di chilometri”. E ha chiuso: “Difendere il diritto alla salute non è
una concessione: è un dovere costituzionale. E questa battaglia non si fermerà
qui”.
Sulla fiaccolata si è espressa anche la consigliera regionale Micaela Fanelli
(Pd): “Da Isernia è partito un segnale chiaro indirizzato a tutta la politica,
regionale e nazionale. Un segnale che interpella chi ha il compito di decidere e
di assumersi scelte non più rinviabili”, chiedendosi se gli amministratori
saranno “capaci di trasformare questa voce forte e unitaria in atti concreti,
capaci di garantire davvero il diritto alla salute e un futuro a questo
territorio”. Angelo Primiani (M5S) è stato più polemico, in un post pubblicato
su Facebook, il consigliere ha scritto: “Oggi a fare rumore non è solo la
presenza di chi era in piazza, ma anche qualche assenza che pesa e che domani
dovrà essere spiegata ai cittadini”.
Lo scorso 16 gennaio, durante l’incontro “Il grande malato” a Termoli- occasione
in cui il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva definito
“critica” la situazione della sanità locale. Nella stessa occasione, il
segretario generale della Cgil Molise, Paolo De Socio, aveva denunciato il
legame tra la sanità privata e la classe dirigente in Regione: “Gli interessi
dei cittadini non coincidono con quelli di chi dalla sanità trae profitto e che
in Molise hanno nomi e cognomi: Patriciello e Angelucci“. Il riferimento era
all’eurodeputato leghista Aldo Patriciello, proprietario clinica Neuromed di
Pozzilli, e del parlamentare del Carroccio Antonio Angelucci, patron della Casa
di Cura San Raffaele.
L'articolo Isernia, migliaia di persone alla fiaccolata in difesa della sanità
pubblica: “Questa battaglia non si fermerà qui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Isernia, dove il sindaco ha piantato una tenda davanti all’ospedale per
protestare contro i tagli, è stata organizzata una fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica in Molise. L’iniziativa, prevista per le 17 di domenica 18
gennaio, attraverserà il centro della città e avrà il Veneziale come luogo di
destinazione. Lo scopo è proteggere un bene comune: il diritto a curarsi, anche
per i cittadini che vivono nelle aree interne del Paese.
Tra le tante adesioni c’è quella del presidente dell’Ordine dei medici di
Isernia, Fernando Crudele, che ha annunciato la sua presenza al corteo per
“sensibilizzare soprattutto quei ‘burocrati’ e ‘ragionieri’ di Roma, affinché
non vedano il Molise solo come un numero” e per fargli “comprendere le giuste
richieste dei pazienti e dei cittadini che vogliono una buona sanità, con
risposte efficienti come avviene in altre regioni”.
Scenderanno in strada anche le segreterie locali del Nursind, il sindacato degli
infermieri, a sostegno di un “un territorio che rifiuta l’idea di essere
marginalizzato e privato dei servizi essenziali”, e chiedendo maggiori
investimenti per l’ospedale del secondo capoluogo di provincia. “Ringraziamo i
medici in pensione e i medici gettonisti che hanno consentito di reggere l’urto
dell’emergenza, così come i colleghi di altri reparti costretti a coprire turni
in pronto soccorso”, denunciando però le “soluzioni tampone, utili
nell’immediato ma incapaci di garantire una vera riorganizzazione strutturale”.
A esprimersi sull’argomento durante un convegno è il presidente della Fondazione
Gimbe, Nino Cartabellotta, invitato come ospite all’incontro ‘Il grande malato.
Per una riforma della sanità in Italia. Idee ed iniziative per un nuovo corso’
promosso da Cgil Molise e Ali. Alla sede Unimol di Termoli, Cartabellotta ha
dichiarato: “La situazione della sanità in Molise è particolarmente critica per
varie ragioni. Innanzitutto è una piccola regione e, quindi, fa fatica anche a
organizzare da sola una rete di servizi efficaci ed efficienti per tutti i
cittadini”. Inoltre, il mancato rispetto dei livelli essenziali d’assistenza e
la mancanza di medici e infermieri fanno sì che i “cittadini in Molise abbiano
grandi difficoltà nell’accesso al servizio”, una crisi che va risolta attraverso
una “profonda revisione dei modelli organizzativi locali per cercare di
rilanciare un diritto fondamentale”.
A livello politico, il presidente di Gimbe ha sollevato la questione sulle
“modalità con cui sono stati gestiti i piani di rientro e poi i
commissariamenti“, modalità che “dovrebbero essere profondamente riviste a
livello centrale”. Un problema che non riguarda soltanto il Molise: “Se andiamo
a guardare le regioni in piano di rientro – fa notare Cartabellotta- sono quasi
tutte nel Mezzogiorno e alcune da più di quindici anni”. Per questo, conclude,
“ci vuole un’azione di riforma a livello centrale che va a modificare le
modalità dei piani di rientro, altrimenti non se ne uscirà mai”. Un cambio di
passo che riguarda anche la sanità nei territori periferici, per i quali lo
Stato dovrebbe “puntare molto sul rafforzamento dell’area territoriale,
accettando anche di fare reti interregionali su alcune cose, perché le regioni
piccole non riescono a essere sostenibili anche da un punto di vista economico”.
L'articolo A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica.
Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mazzette smaterializzate ovvero l’ipotizzata corruzione in cambio di vantaggi o
assunzioni. La Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso ha chiesto il
rinvio a giudizio per il presidente della Regione Molise, Francesco Roberti, e
per altre 43 persone coinvolte nell’inchiesta denominata ‘Memory’, che ipotizza
appunto un sistema di corruzione e traffico illecito di rifiuti con collegamenti
alla criminalità organizzata pugliese, ma senza scambio di denaro. Il
procedimento sarà aperto con l’udienza preliminare fissata per il 22 gennaio.
L’inchiesta della Dda coinvolge, oltre a Roberti, la moglie del governatore,
Elvira Gasbarro, e due società operanti nel settore dei rifiuti.
Secondo la Procura, Roberti, all’epoca dei fatti sindaco di Termoli e poi
presidente della Provincia di Campobasso tra il 2019 e il 2023, avrebbe favorito
l’azienda Energia Pulita Srl nell’ottenimento di autorizzazioni e affidamenti
pubblici in cambio di vantaggi personali, tra cui l’assunzione della moglie e
l’affidamento di lavori a imprese considerate compiacenti. Nelle carte
dell’inchiesta, gli inquirenti parlano di “mazzette smaterializzate”.
Roberti, esponente di Forza Italia, guida la Regione Molise da due anni e mezzo.
Nei mesi scorsi aveva chiesto di essere ascoltato dai magistrati, presentandosi
a maggio per depositare una memoria difensiva di 200 pagine. Come spiegato dal
suo legale, Mariano Prencipe, nella memoria sono stati ricostruiti tutti gli
episodi contestati, fornendo chiarimenti e documentazione a sostegno della
posizione del presidente: “Dalle intercettazioni emerge chiaramente che Roberti
non si è interessato alle sorti di Energia Pulita come contestato. Anzi, fu
proprio la Provincia di Campobasso a sollevare osservazioni e imporre
restrizioni a questa società”.
La posizione di Roberti, pur rientrando nel filone della presunta corruzione,
resta distinta da quella degli altri soggetti coinvolti nei reati di stampo
mafioso, che comprendono associazione mafiosa, traffico di stupefacenti,
estorsione, riciclaggio e smaltimento illecito di rifiuti. Gli indagati
includono esponenti della criminalità foggiana, imprenditori, tecnici,
professionisti e funzionari pubblici. L’inchiesta si concentra sul periodo in
cui Roberti ricopriva incarichi politici locali, ovvero il suo ruolo di sindaco
di Termoli e presidente della provincia di Campobasso. Le contestazioni infatti
riguardano il periodo tra il 2020 e il 2023, gli anni in cui Roberti ha
ricoperto questi incarichi, ed era membro del consiglio generale della Cosib,
consorzio di cui fa parte anche una società coinvolta nelle indagini, Energia
Pulita srl. Quindi l’accusa non si estende agli altri filoni di indagine
riguardanti estorsioni, droga e traffico di rifiuti.
L'articolo “Mazzette smaterializzate”, chiesto il processo per il presidente del
Molise Roberti e altri 43 imputati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Segregata e sorvegliata nella casa del compagno 40enne, che le impediva di
andare a trovare la madre fuori regione. Una giovane donna è stata liberata
dall’abitazione nel centro storico di Isernia, in Molise: adesso si trova in un
centro antiviolenza.
A dare l’allarme è stato un familiare della donna, che da giorni non riusciva
più a contattarla e per questo motivo si era preoccupato. Dopodiché, c’è stato
l’intervento dei carabinieri, che, con il supporto della sezione radiomobile e
della squadra volanti della questura, hanno trovato la donna rinchiusa e
sorvegliata da un parente del compagno, che aveva il compito di impedirle ogni
tentativo di fuga.
Messa in salvo, la donna ha raccontato agli agenti di aver subìto violenze
fisiche e psicologiche negli anni di convivenza con il compagno. Il 40enne è
stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti familiari e trasferito nella casa
circondariale di Isernia.
In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25
novembre scorso, la Prefettura di Isernia aveva organizzato un corteo in cui
erano presenti istituzioni, forze dell’ordine, scuole e società civile, per
l’iniziativa “Mai più sola”, volta a sensibilizzare l’opinione pubblica
sull’importanza del rispetto delle donne e del ripudio di ogni forma di
violenza.
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compagno 40enne proviene da Il Fatto Quotidiano.