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Firma finale per il rinnovo del contratto dei dirigenti medici: aumenti medi di 491 euro al mese più arretrati
Firmato in via definitiva all’Aran, dopo la certificazione della Corte dei conti, il contratto dell’Area dirigenziale Sanità 2022-2024. No della Cgil. I medici, già da marzo, vedranno arrivare un busta aumenti di circa 491 euro mensili lordi per 13 mensilità, in parte destinati all’incremento dello stipendio tabellare. Gli incrementi retributivi vanno dai 322 euro lordi mensili per gli incarichi professionali iniziali ai 530 euro lordi mensili per i direttori di struttura complessa di area chirurgica. Gli arretrati invece oscillano tra gli 8.710 euro per gli incarichi professionali iniziali e i 14.540 euro per i direttori di struttura complessa di area chirurgica, al lordo dell’indennità di vacanza contrattuale già corrisposta. Per il Servizio sanitario nazionale si chiude definitivamente il rinnovo contrattuale che riguarda 137mila dirigenti, di cui 120mila medici e 17mila dirigenti sanitari non medici. L’ipotesi di contratto era stata siglata lo scorso 18 novembre senza l’adesione di Fp Cgil Medici e Fassid. Con la firma definitiva resta solo il no della Cgil, mentre Fassid ha sottoscritto il contratto definitivo. Le risorse stanziate, pari a 1,2 miliardi di euro, garantiscono un incremento medio del 7,27%. “Come abbiamo sempre sostenuto, il CCNL 2022-2024 è un contratto prevalentemente economico che andava chiuso rapidamente per poter aprire il confronto sul CCNL 2025-2027 e riallineare finalmente la contrattazione al triennio di riferimento – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario Anaao Assomed, e Guido Quici, Presidente Cimo-Fesmed -. Va senz’altro in questa direzione l’approvazione, da parte del Comitato di Settore, degli atti di indirizzo necessari a far partire le trattative per il triennio 2025-2027 sia per la dirigenza che per il comparto, che per la prima volta si svolgeranno dunque in parallelo”. “Peccato che questo percorso contrattuale, tra i più virtuosi degli ultimi decenni, non sia accompagnato dalla medesima attenzione da parte della politica, che annuncia di voler premiare l’impegno quotidiano dei professionisti della sanità nel garantire la tenuta del Servizio sanitario nazionale e poi rimanda sine die l’erogazione di tali riconoscimenti. Ci riferiamo – spiegano – alla mancata adozione, nella legge di Bilancio prima e nel Milleproroghe poi, della norma che avrebbe permesso il pagamento immediato degli aumenti dell’indennità di specificità, già stanziati ma incomprensibilmente vincolati alla firma del contratto 2025-2027. Ancora una volta – concludono – si chiede al personale sanitario di attendere per vedersi riconosciute risorse già disponibili. Un’assurdità che ci auguriamo sia urgentemente superata per dare un segnale concreto di attenzione e rispetto a medici e dirigenti sanitari, assicurando la piena valorizzazione del loro lavoro e la sostenibilità del sistema sanitario pubblico”. L'articolo Firma finale per il rinnovo del contratto dei dirigenti medici: aumenti medi di 491 euro al mese più arretrati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Migranti non idonei ai Cpr, l’esperto sui medici indagati: “Mai successo per i malati finiti nei centri, morti compresi”
A Ravenna sei medici sono indagati per aver certificato la non idoneità di alcuni stranieri irregolari all’ingresso in un Centro di permanenza per il rimpatrio. L’ipotesi è quella di falso ideologico in atto pubblico. In altre parole, avrebbero attestato consapevolmente una cosa non veritiera, cioè una patologia o un rischio per la salute inesistenti. L’Ordine dei medici ha ricordato che “il parere clinico esprime un giudizio tecnico, circoscritto all’ambito sanitario, e non può né deve diventare un avallo di scelte amministrative che esulano dalla competenza medica”. La Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM), ha evidenziato che “la patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”. Della SIMM fa parte anche l’infettivologo Nicola Cocco, che dentro i Cpr d’Italia ci è stato tante volte. “I medici del Servizio Sanitario Nazionale sono chiamati a una valutazione complessa, che nel nostro Paese si risolve con la sola esclusione di eventuali patologie infettive nel 95% dei casi”, spiega il medico, che oggi fa parte della rete Mai più lager – NO ai Cpr. “Le vere valutazioni non conformi sono state semmai quelle che, negli ultimi anni, hanno dichiarato idonee tante persone con gravi patologie mentali o fisiche”. Ma per quelle nessuno è mai stato indagato. Dottor Cocco, cosa pensa dell’indagine di Ravenna? La questione centrale è come venga messa in discussione l’autonomia di giudizio di medici che hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza. I colleghi di Ravenna, ai quali va tutta la mia solidarietà, hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione. Ma il Codice Deontologico della professione sancisce l’indipendenza del giudizio clinico, che deve rimanere fondato su competenze mai subordinabili ad altre esigenze. Cosa dice la normativa vigente per queste valutazioni? La direttiva ministeriale del 19 maggio 2022 richiede una valutazione d’insieme, per escludere problemi di salute o rischi per la salute prima dell’ingresso nel centro. Non devono esserci malattie infettive, disabilità, disturbi psichiatrici o patologie cronico-degenerative che non possano ricevere le cure adeguate nei Cpr. Dove, ad esempio, non c’è un vero ambulatorio medico, ma un presidio sanitario con infermieri e un medico presente poche ore al giorno. Valutate le vulnerabilità fisiche, psichiche e sociali del soggetto, il medico si esprime sulla sua compatibilità con il regime di vita ristretta. Come si fa a provare il falso ideologico? Ah, questo non lo so. Ma credo che i magistrati abbiano davanti un compito difficile. Immagino servirà una controperizia, ma non so quanto attendibile visto che si tratta di valutazioni riferite a un preciso momento della vita della persona e difficilmente ripetibili. A meno di rilevare reati o atti contrari al codice deontologico non mi pare una strada percorribile. Cosa significa valutare l’idoneità a un Cpr in “scienza e coscienza”? Significa utilizzare le conoscenze medico-sanitarie integrandole con la consapevolezza dei luoghi di destinazione. Se un medico conosce l’evidenza scientifica sulla patogenicità della detenzione amministrativa, non può ignorarla nell’atto clinico. La letteratura internazionale e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, anche in pubblicazioni recenti, confermano da anni che i centri di detenzione per migranti sono di per sé patogeni. Che vuol dire? Che sono luoghi che generano attivamente malattia, anche mentale. All’interno dei Cpr italiani assistiamo a una sommatoria di degrado igienico-sanitario, violenza e autolesionismo. È una realtà che ricorda lo stato di abbandono dei manicomi descritto da Franco Basaglia. L’OMS definisce la detenzione dei migranti come “harmful”, dannosa per la salute anche a lungo termine dopo il rilascio. Altri studi hanno definito certi contesti come “luoghi torturanti”. Lei ha partecipato a ispezioni in in otto diversi Cpr, più volte. Cosa ha visto? Ho incontrato persone con scabbia, diabete scompensato gestito in maniera inadeguata, traumi incompatibili con le barriere architettoniche di luoghi dove le stampelle non sono ammesse perché considerate pericolose. Poi una quantità incredibile di soggetti con problemi di salute mentale fortemente sedati per l’ormai noto abuso nella somministrazione di psicofarmaci. Nel Cpr di Bari mi è capitato un cieco assoluto con un’idoneità firmata da un oculista. Per dire quanto i medici siano consapevoli di cosa sia veramente un Cpr. A Macomer ho seguito per oltre un anno la vicenda di un uomo che credeva di essere Richard Nixon, che era lì perché lo imponeva la Bibbia e che i suoi familiari lo aspettavano su una barca nel porto. Sempre confermato come idoneo, per 12 mesi, nonostante il quadro psicotico evidente. Nel Cpr di Gjadër, in Albania, hanno dichiarato non idonea una persona che veniva dal centro di Milano Nel Cpr di Milano quell’uomo per nove mesi non si era mai lavato e parlava da solo; avevamo video che dimostravano il suo stato. Eppure l’idoneità non è mai stata rivalutata in Italia. Solo in Albania la commissione per le vulnerabilità ha accertato in due giorni l’incompatibilità. La cosa più grave è che, una volta dichiarato vulnerabile, non è stato preso in carico dai servizi di salute mentale, ma riportato in Italia, a Bari, e lasciato per strada. Casi isolati? No, posso dire che si tratta della norma. Di eccezionale c’è che queste cose si riescano a sapere all’esterno. Ma anche a questo il governo sta provvedendo con una stretta all’uso dei telefoni, già limitato nella maggior parte dei centri. Ci sono mai state indagini sui medici che hanno dichiarato idonee persone che non lo erano? Assolutamente no. Non c’è mai stato un medico indagato per aver dichiarato idonee persone che non lo erano. Nemmeno nei casi in cui la detenzione si è trasformata in tragedia, come nel caso di Moussa Balde, il 23enne che si è tolto la vita nel centro di Torino (un anno in primo grado per omicidio colposo alla dirigente, ndr), del 25enne morto pochi giorni fa a Bari per “arresto cardiaco”, si è detto. Spero si indaghi bene sulle cause, che spesso risiedono proprio nelle condizioni dei Cpr. Il nuovo disegno di legge del governo limita le ispezioni parlamentari. Non solo: ai consiglieri regionali si vuole impedire del tutto. È un tentativo di chiudere anche quel “mezzo occhio” che ancora filtrava la luce in questi buchi neri del diritto. Impedire l’accesso a parlamentari e consiglieri significa eliminare ogni trasparenza su luoghi di violazione dei diritti. La classe dirigente che ha creato questo “mostro”, e non parlo solo dell’attuale governo, è consapevole di ciò che accade all’interno e non vuole che l’esterno lo sappia. Esiste davvero una persona “idonea” a posti come questi? Da infettivologo, da esperto di sanità pubblica, da esperto di medicina penitenziaria e medicina delle migrazioni, la mia risposta è no, non si può essere idonei a un luogo patogeno. Il vero problema non è il dito, ovvero le certificazioni dei medici di Ravenna, ma la luna nera: i Cpr e la stessa detenzione amministrativa, istituti di deumanizzazione e razzismo istituzionale che non possono essere migliorati, riformati o monitorati: possono solo essere aboliti. L'articolo Migranti non idonei ai Cpr, l’esperto sui medici indagati: “Mai successo per i malati finiti nei centri, morti compresi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema, ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il privato”
Massimo Peccianti è segretario di Anaao Assomed Molise, associazione rappresentativa di dirigenti medici e sanitari. Da molti anni è presente ai tavoli istituzionali per la sanità molisana, commissariata da circa un ventennio. Nelle scorse settimane, la questione ha ricevuto rilevanza mediatica grazie al presidio in tenda del sindaco d’Isernia Piero Castrataro e la fiaccolata per le vie cittadine, una mobilitazione che ha fatto scendere in strada più di 7mila persone. Cosa significa curarsi in Molise? E’ una lotteria. Se non hai un bisogno estremo puoi anche seguire le vie normali e magari aspetti molto tempo. Se invece il bisogno è più urgente, si finisce per cercare un medico privato o un convenzionato a cui sia stata data la possibilità di effettuare quella specifica visita. Tuttavia, non tutti i convenzionati possono fare tutto: alcuni hanno l’autorizzazione per determinate prestazioni, altri no. In casi urgenti cosa si può fare? L’unica opzione è il Pronto soccorso, quello c’è sempre. Naturalmente bisogna mettere in conto l’attesa di un’intera giornata. Molti pazienti sono scoraggiati perché sanno che si entra un giorno e si esce quello successivo. Però in caso di necessità non c’è alternativa: è l’unico sistema rimasto. Secondo me, il Pronto soccorso andrebbe potenziato prima di ogni altra cosa. Tra tutti qual è il problema più grave? La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono ancora in servizio, e poi ci sono i “gettonisti” che coprono i turni in Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia. In quali reparti si avverte di più questa carenza? In Pronto soccorso mancano soprattutto medici e al Cardarelli i turni sono spesso scoperti. Anche le visite specialistiche sono in difficoltà: il servizio non è sempre garantito, specialmente nel fine settimana quando il medico deve essere chiamato in urgenza. Mancano i letti per l’Osservazione breve intensiva e, soprattutto, pesano le difficoltà nel trasferire i pazienti nei reparti. Anche il 118 e la guardia medica stanno soffrendo: molti professionisti sono passati alla medicina generale e diverse postazioni sul territorio sono state chiuse, privando i cittadini di un presidio fondamentale. Cosa vuol dire oggi prenotare delle visite mediche in Molise? Sul territorio le liste sono lunghissime, specialmente per le ecografie e la prevenzione del tumore alla mammella. In endocrinologia gli appuntamenti vengono fissati anche a un anno di distanza. A questo si aggiunge una disfunzione cronica del sistema di prenotazione: negli ultimi anni la gestione amministrativa è cambiata quattro volte, segno di un meccanismo che non funziona. Sono state proposte soluzioni negli ultimi anni? Le Case di comunità dovrebbero essere un pilastro, ma presentano criticità profonde. Sono stati usati i fondi per ristrutturare i vecchi poliambulatori, ma spesso accorpando gli spazi e dimezzando gli ambulatori degli specialisti, creando disagi a chi ci lavora. Il problema resta la mancanza di personale: i medici di famiglia più anziani non sono tenuti a trasferirvisi e gli altri oppongono resistenza. Senza specialisti e senza integrazione, rischiano di restare cattedrali nel deserto. Come mai le assunzioni in Molise sono così basse? Oltre a motivi ambientali legati alle scuole di specializzazione, l’Asrem (azienda sanitaria ndr) non tratta bene i propri medici. Non vengono conferiti gli incarichi dirigenziali previsti dal contratto, il che scoraggia un giovane che vuole fare carriera. Ci sono poi inadempienze economiche: stiamo ancora aspettando il 20% dello stipendio accessorio del 2022. C’è una lentezza amministrativa che scoraggia chiunque. Questa incapacità gestionale travolge anche i pazienti? Sulla gestione delle liste d’attesa l’azienda adotta da anni strategie discutibili. Fino allo scorso anno, se a giugno le prestazioni erano sature fino a dicembre, le prenotazioni venivano semplicemente interrotte. È una pratica illegale, ma serviva a far risultare le liste pulite durante le verifiche autunnali: bloccando tutto, a novembre la lista appariva virtualmente azzerata per l’anno successivo. Qualcuno è intervenuto? Oggi le prenotazioni restano aperte, ma i tempi sono lunghi. Si usa quindi un escamotage: si chiede agli specialisti di riservare ore per i controlli, ma il sistema spesso non permette di prenotarli. Il venerdì queste ore vengono sbloccate e usate per le prime visite anziché per i controlli. Così, ai controlli aziendali, risulta che le visite siano state ottenute in tempi record, ma il problema del cittadino resta irrisolto. E questo cosa comporta? Chi può si rivolge al privato o va fuori Regione, aumentando i costi per la collettività. C’è uno squilibrio con le strutture convenzionate perché alcuni servizi sono stati ceduti da tempo. Per esempio, la neurochirurgia è stata demandata del tutto alla Neuromed- clinica neurologica con sede a Pozzilli e di proprietà della famiglia dell’eurodeputato Aldo Patriciello. Come si è arrivati a questo punto? Con la legge Balduzzi si è colta l’occasione per togliere la neurochirurgia all’ospedale di Campobasso. Il problema è che la Neuromed tratta solo il problema neurochirurgico specifico. In caso di incidente stradale, per esempio, un paziente ha bisogno di un approccio multidisciplinare (ortopedico, chirurgo generale, ecc.) che la struttura privata non ha. Così iniziano i viaggi della speranza verso altri ospedali, con costi enormi per la regione. Quando è cominciata la crisi del pubblico? Già prima del commissariamento, negli anni Novanta, le leggi nazionali avevano ridotto i posti letto in rapporto agli abitanti. Il disavanzo coincide con l’inizio degli anni Duemila, quando alla Regione erano stati imposti dei tagli alla spesa pubblica per rientrare nel deficit. Ciò ha provocato il blocco di assunzioni e turnover, e un’ulteriore riduzione dei posti letto. In quella fase, l’ente regionale non è riuscito a riorganizzare l’offerta di cura sul territorio. Erano cambiate le logiche di spesa pubblica? A un certo punto i servizi sanitari hanno cominciato ad avere dei livelli minimi di popolazione. Il Molise partiva da 300mila abitanti, adesso sono 290mila e sulla carta non dovrebbe avere niente. Già c’è una deroga su alcuni servizi e per questo non ci sono reparti in alcuni ospedali. Lo stesso discorso vale per i punti nascita ed Emodinamica, su cui di recente c’è stata una grande polemica a Isernia, dove il sindaco Piero Castrataro ha cominciato a dormire in tenda. In quel senso però non è stato ottenuto nulla. Quale sarebbe la soluzione? Ci vorrebbe una legge nazionale che garantisca un livello minimo di servizi per ogni regione. Oggi questo manca, così come manca una politica capace di imporsi. La responsabilità è divisa tra i vari governi regionali di destra e di sinistra che si sono succeduti. Non si può sempre dare la colpa a chi c’era prima: chi viene eletto deve trovare la strada per risolvere i problemi, perché su chi arriva per ultimo gravano comunque le responsabilità maggiori. L'articolo “Curarsi in Molise è una lotteria. La carenza di personale è estrema, ma i concorsi vanno deserti. Liste d’attesa? Lunghissime, chi può sceglie il privato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Certe ideologie o guru improvvisati minano il rapporto medico-paziente: l’empatia invece è fondamentale
Nei trattamenti medici esiste una componente tecnica e una umana. La parte tecnica si manifesta in protocolli di intervento, in esami standardizzati e in tecniche chirurgiche o mediche ripetitive. La parte umana nella personalizzazione della diagnosi, che il più delle volte è plurima soprattutto negli anziani (comorbidità). Occorre individuare assieme al paziente un percorso terapeutico che risponda al meglio alla complessità della situazione e alle sue scelte e idee sulla vita. In certi casi, tipo effettuare una radiografia, la tecnica predomina, anche se non bisogna mai sottovalutare l’aspetto umano, mentre in altri come una visita ad un anziano con tanti acciacchi da parte del suo medico di famiglia, al contrario, la parte umana prevale. Ho fatto questa premessa perché ritengo che il “rapporto medico-paziente” e la “relazione empatica” siano prevalenti nella fase attuale della medicina in moltissime situazioni cliniche. Parecchie esternazioni di valenti scienziati o opinionisti negli ultimi tempi tendono, purtroppo, a minare questi fondamentali elementi presenti nella vita sanitaria di ogni persona che si reca dal medico. Persone autorevoli affermano, forse per sponsorizzare qualche libro, che i medici non sanno gli effetti delle medicine che prescrivono, che l’intelligenza artificiale è molto meglio del medico nel formulare le diagnosi, che le medicine hanno tutte effetti collaterali di cui il medico pare non avere consapevolezza. Sparare sulla classe medica è divenuto una sorta di sport nazionale. Sono in tanti che si ergono a paladini di ideologie antimedicina. Naturalmente le ricette si sprecano tipo vivere in modo naturale, usare sostanze naturali, mangiare quello che dice il guru di turno, fare esercizi o pratiche che il santone della porta accanto ritiene adeguate. Rammento che anche le medicine derivano perlopiù da sostanze naturali e che anche la morte e la sofferenza sono naturali. I medici sanno benissimo che – se non necessarie – certe cure è meglio non farle. Ben vengano le teorie su come vivere a lungo e in benessere ma, come affermava un mio vecchio professore, “la prima cosa da fare sarebbe scegliersi i genitori per avere un patrimonio genetico che ci permetta di vivere bene e in salute”. Questo post non vuole però confutare le teorie sulla salute che ogni individuo ha il diritto di avere. Se una persona vuole fare questo o quello per stare bene lo faccia, ma non criminalizzi chi deve prendere farmaci. Se un bambino nasce con un problema che richiede un farmaco cosa facciamo? Per seguire la teoria antimedicina dell’ultima moda non gliela diamo? Immagino come si sentono i pazienti dopo aver letto le esternazioni in cui si afferma che i medici non sanno gli effetti delle medicine. Smetteranno di assumerle mettendo a rischio la loro vita? Con che spirito andranno dal loro medico che secondo l’opinionista à la page “non ne sa nulla”? Non si rendono conto questi valenti opinionisti che con le loro esternazioni, soprattutto se sono persone autorevoli, minano il rapporto medico-paziente e l’empatia che dovrebbe instaurarsi per poter curare efficacemente la persona sofferente? Rimango sempre meravigliato per il silenzio dell’ordine dei medici. Credo che qualcuno che rappresenti tutta la categoria dovrebbe difendere il povero medico che ora funge da ”punching ball” per i politicanti, gli opinionisti in cerca di like e i guru improvvisati. Vorrei ribadire con forza che nessuno dei colleghi che conosco usa le medicine a casaccio. Io personalmente conosco benissimo i pro e i contro dei farmaci che utilizzo. Li somministro per il tempo necessario e in accordo col paziente in base a una valutazione che coinvolge il suo punto di vista. Sfido questi opinionisti a usare intelligenze artificiali o teorie strampalate per avere buoni risultati coi veri pazienti. L’intelligenza artificiale al momento è un ottimo ausilio, ma non è in grado di fornire una cura adeguata al paziente complesso che abbisogna di empatia. L'articolo Certe ideologie o guru improvvisati minano il rapporto medico-paziente: l’empatia invece è fondamentale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre
di Sara Gandini e Paolo Bartolini A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto? Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa domanda. Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali. Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti. Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto, usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo, usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024). In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30 aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre categorie professionali. L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce” rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni delle Nazioni Unite. I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”. L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica. Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica”
A Isernia, dove il sindaco ha piantato una tenda davanti all’ospedale per protestare contro i tagli, è stata organizzata una fiaccolata a sostegno della sanità pubblica in Molise. L’iniziativa, prevista per le 17 di domenica 18 gennaio, attraverserà il centro della città e avrà il Veneziale come luogo di destinazione. Lo scopo è proteggere un bene comune: il diritto a curarsi, anche per i cittadini che vivono nelle aree interne del Paese. Tra le tante adesioni c’è quella del presidente dell’Ordine dei medici di Isernia, Fernando Crudele, che ha annunciato la sua presenza al corteo per “sensibilizzare soprattutto quei ‘burocrati’ e ‘ragionieri’ di Roma, affinché non vedano il Molise solo come un numero” e per fargli “comprendere le giuste richieste dei pazienti e dei cittadini che vogliono una buona sanità, con risposte efficienti come avviene in altre regioni”. Scenderanno in strada anche le segreterie locali del Nursind, il sindacato degli infermieri, a sostegno di un “un territorio che rifiuta l’idea di essere marginalizzato e privato dei servizi essenziali”, e chiedendo maggiori investimenti per l’ospedale del secondo capoluogo di provincia. “Ringraziamo i medici in pensione e i medici gettonisti che hanno consentito di reggere l’urto dell’emergenza, così come i colleghi di altri reparti costretti a coprire turni in pronto soccorso”, denunciando però le “soluzioni tampone, utili nell’immediato ma incapaci di garantire una vera riorganizzazione strutturale”. A esprimersi sull’argomento durante un convegno è il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, invitato come ospite all’incontro ‘Il grande malato. Per una riforma della sanità in Italia. Idee ed iniziative per un nuovo corso’ promosso da Cgil Molise e Ali. Alla sede Unimol di Termoli, Cartabellotta ha dichiarato: “La situazione della sanità in Molise è particolarmente critica per varie ragioni. Innanzitutto è una piccola regione e, quindi, fa fatica anche a organizzare da sola una rete di servizi efficaci ed efficienti per tutti i cittadini”. Inoltre, il mancato rispetto dei livelli essenziali d’assistenza e la mancanza di medici e infermieri fanno sì che i “cittadini in Molise abbiano grandi difficoltà nell’accesso al servizio”, una crisi che va risolta attraverso una “profonda revisione dei modelli organizzativi locali per cercare di rilanciare un diritto fondamentale”. A livello politico, il presidente di Gimbe ha sollevato la questione sulle “modalità con cui sono stati gestiti i piani di rientro e poi i commissariamenti“, modalità che “dovrebbero essere profondamente riviste a livello centrale”. Un problema che non riguarda soltanto il Molise: “Se andiamo a guardare le regioni in piano di rientro – fa notare Cartabellotta- sono quasi tutte nel Mezzogiorno e alcune da più di quindici anni”. Per questo, conclude, “ci vuole un’azione di riforma a livello centrale che va a modificare le modalità dei piani di rientro, altrimenti non se ne uscirà mai”. Un cambio di passo che riguarda anche la sanità nei territori periferici, per i quali lo Stato dovrebbe “puntare molto sul rafforzamento dell’area territoriale, accettando anche di fare reti interregionali su alcune cose, perché le regioni piccole non riescono a essere sostenibili anche da un punto di vista economico”. L'articolo A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica. Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Francia, dopo dieci giorni di scioperi i medici vincono: il governo disposto a rivedere la riforma “autoritaria”
Dopo dieci giorni di uno sciopero inedito, oggi medici di famiglia e specialisti francesi hanno vinto: il governo ha ceduto su alcune delle misure più contestate della Loi de financement de la Sécurité sociale (LFSS) adottata a dicembre in Senato e ancora all’esame in Assemblea nazionale, che avevano innescato la crisi. In un comunicato diffuso questa mattina, la ministra della Salute Stéphanie Rist ha annunciato l’impegno del governo a introdurre emendamenti nel corso del dibattito parlamentare, per sopprimere o modificare significativamente le disposizioni più controverse: “Non si tratta di fare un passo indietro, ma di ascoltare le rivendicazioni legittime dei medici e ricreare la fiducia con la professione”, ha scritto. Al centro della protesta dei medici di famiglia e degli specialisti ci sono disposizioni normative percepite come “autoritarie” e “penalizzanti” per l’esercizio libero della professione. La più contestata riguarda l’introduzione di una procedura che avrebbe imposto ai medici di attenersi a obiettivi quantitativi di riduzione dei giorni complessivi di congedo per malattia prescritti ogni anno, indipendentemente dalla situazione clinica dei singoli pazienti. Un misura presentata dal governo come strumento di contrasto alla “frode sociale e fiscale”, vissuta invece dalla categoria come una “delegittimazione dell’autonomia clinica”, che avrebbe costretto i medici a scegliere tra l’interesse del paziente e il rispetto di obiettivi amministrativi e contabili: i congedi per malattia sono costati alla Sécurité sociale 17 miliardi di euro nel 2025. Pur non negando l’esistenza di possibili “abusi”, i medici contestano il principio stesso della misura, che, secondo loro, “vuole far fare economie allo Stato sulle spalle dei malati” e che veicola l’idea che la prescrizione dei congedi sia ampiamente imputabile a comportamenti abusivi o compiacenti dei professionisti. Una presunzione generalizzata che li ha fatti sentire trattati tutti come “truffatori” e “delinquenti”. Un’altra norma critica della LFSS è quella che autorizzerebbe l’autorità sanitaria a fissare unilateralmente alcuni tariffari medici in assenza di accordo con i sindacati, rompendo una prassi consolidata di negoziazione collettiva sui prezzi delle prestazioni. A questi si aggiungevano altri motivi di tensione: la proposta di non rimborsare le prescrizioni firmate da medici “non convenzionati”, che applicano cioè superamenti di onorari, la prospettiva di limitazioni in certi casi su questi superamenti di onorari, e il rafforzamento dei controlli sulle prescrizioni e le attività cliniche. Il movimento ha assunto rapidamente un carattere senza precedenti recenti: tutti i principali sindacati di medici liberi professionisti – generici e specialisti – si sono uniti, sostenuti anche da organizzazioni di studenti, giovani medici, infermieri liberali. Una piattaforma di rivendicazioni comune ha raccolto subito migliaia di adesioni. Se i medici erano mobilitati già da ottobre, la protesta vera e propria è iniziata il 5 gennaio, con chiusure di studi in tutta la Francia e cancellazioni di appuntamenti programmati. Il 10, un corteo di migliaia di medici e professionisti della salute, molti in camice bianco, è partito dal Panthéon, a Parigi, in direzione dell’Hôtel de l’Invalides, vicino alla sede del ministero della Salute, per protestare contro la “deriva autoritaria del sistema di finanziamento della sanità”: “Non siamo le pedine dei vostri fallimenti”, recitavano alcuni striscioni. Migliaia di specialisti del sindacato Le Bloc, anestesisti, chirurghi, ginecologi, hanno proclamato il loro “esilio simbolico” per alcuni giorni a Bruxelles per evitare le possibili requisizioni da parte delle autorità sanitarie: “Vogliamo dimostrare che siamo indispensabili – aveva spiegato il sindacato -. In alcune specialità, realizziamo l”80% degli interventi”. Lo sciopero, che ha raccolto un’adesione significativa, ha avuto ripercussioni sull’ospedale pubblico e sul pronto soccorso, con un aumento dell’afflusso di pazienti in piena epidemia di influenza. Stamattina i sindacati hanno sospeso la mobilitazione, ma restano cauti: la vera prova, avvertono, sarà la traduzione delle promesse in testi legislativi concreti. L'articolo Francia, dopo dieci giorni di scioperi i medici vincono: il governo disposto a rivedere la riforma “autoritaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali
di Angelo Bianco Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità, ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana. L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica, ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto: “Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete tutti responsabili?”. Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364 giorni.” La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un movimento d’opinione. Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna, tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo. Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no, grazie. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Me lo chiedo dal primo anno della laurea: perché devo pagare una tassa per essere medico?
di Angelo Bianco È l’ultima incazzatura di ogni anno, è da quando uso il fonendoscopio, è l’ultima spesa dell’anno, è l’ultimo botto che mi esplode in testa. La pagherò all’ultimo giro di lancette con la tredicesima, come sempre, come fan tutti, perché a noi medici a questo serve, all’ultimo giro di scatole: è l’Enpam! Sono costretto perché non ne ho voglia, mi disturba, mi nausea, mi sfugge la ragion d’essere. Non sono un evasore, conosco i miei doveri e li assolvo tutti ma questo è un altro furto legalizzato, difronte al quale non ho difficoltà a trovare aggettivi educati per dirne della mia rabbia fiscale. Me lo chiedo dal primo anno della mia laurea in Medicina: perché devo pagare una tassa per essere medico? Se poi faccio libera professione, c’è un’altra quota ancora da pagare perché non basta quanto alla voce A, l’alfabeto delle tasse Enpam copre vocali e consonanti, tutte, nessuna esclusa. Dal secondo anno, invece, ho un’altra quaestio irrisolta: quali servizi mi assicura, di cui ho necessità? Nessuno provi a dirmi perché ne avrò una pensione perché l’aggettivo lo trovo ma è maleducato. Glisso sugli stipendi della direzione di questo carrozzone che non ha eguali per cifre per altri di uguale natura funzionale, diventerei volgare e querelabile e il direttivo medico Enpam usa adire a vie legali contro i suoi stessi colleghi medici che osano criticare! Non ne ho gaudio che da vent’anni che il mal è comune, ad esempio, c’è anche un consiglio d’amministrazione, lautamente pagato, per il ponte fantasma di Messina, ma essere italiano non può essere sempre la scusa di ogni assurdo, grottesco, irrazionale ma legalizzato istituzionale. Sì dirà, i dirigenti dell’Enpam hanno una responsabilità importante, gestiscono un patrimonio importante, meritano di guadagnare tantissimo e posso anche non capire ma adeguarmi, da buon italiano, ma per la mia responsabilità e per il mio patrimonio, le due uniche cose a cui tengo, lor signori cosa fanno? Io non ho meriti cui avere riconoscenza a doppia cifra? Umilmente, io mi accontenterei di uno sconto, ad esempio, la quota A. Invece, abbiamo sconti per le vacanze, per le macchine, per i prestiti, per altre cose ancora su cui, però, posso io decidere se essere interessato e versare o meno la quota o trattenerla per comprarmi quello che voglio? Altre quaestio: se io tiro le cuoia un giorno dopo essere andato in pensione, cosa che, poi, sta succedendo ormai con significatività statistica perché il traguardo dei giardinetti aumenta sempre un giorno di più a fronte di uno stress che non diminuisce, la mia agognata pensione di ben 250 e spiccioli di euro, per la quale ho versato contributi per 30 anni e altri spiccioli di salute, a chi va? È reversibile? Non c’è medico che conosco che farebbe molto volentieri a meno di pagare questa tassa perché dell’Enpam ne ha notizia di esistenza solo quando gli arriva il giornalino, che non credo abbia mai letto con interesse, poi il silenzio. E non c’è medico, anche che non conosco, che sarebbe felice se il bollettino che rateizza, che ne rende il lignaggio di spesa importante nell’economia di una famiglia, potesse spenderselo come meglio crede, adesso, però, e non dopodomani per cambiarsi la dentiera, il pannolone, il modello turbo diesel della carrozzina, l’apparecchio acustico o per la badante, a cui toccare le tette senza ricordarsi più il perché. Siamo davvero una classe di lavoratori “cornuti e mazziati”, nudi alla meta di diritti davanti a tutti, meno che a noi stessi, vinti senza colpo ferire dai doveri per tutti, noi siamo solo lavoratori di classe. Qualcuno ha detto, suscitando facile ilarità “dammi tregua, le tasse sono inevitabili come la morte ma almeno la morte non arriva ogni anno”, l’Enpam è arrivata anche quest’anno, non mi dà tregua alcuna ma io non sorrido, neanche quest’anno, e io pago! L'articolo Me lo chiedo dal primo anno della laurea: perché devo pagare una tassa per essere medico? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Conosco il lavoro di Medici Volontari italiani e li sosterrò: fare del bene aiuta a vivere
A chiacchiere siamo tutti dei fenomeni, ma quando si tratta di mettere mano al portafoglio, molti di noi lo sono un po’ meno. Ebbene, l’occasione, per me, di dare un aiuto concreto (e sicuro, a persone che conosco personalmente) è nato dall’incontro con un medico chirurgo specializzato in Oculistica che vive a Mondovì (è originario di Genova), e che da trent’anni viaggia in Madagascar a operare gratuitamente persone con gravi problemi alla vista. Si chiama Carlo Passeggi, con la moglie Speranza ha messo in piedi un ambulatorio ad Ambatondrazaka e fa parte di un’associazione a dir poco benemerita, quella dei Medici Volontari Italiani (MVI). L’ultima missione, nel mese di ottobre 2025, si è conclusa con risultati davvero soddisfacenti: ben 548 visite e 146 interventi, nonostante fosse cominciata con molte preoccupazioni, stante che come molti avranno letto nell’isola ci sono state serie turbolenze politiche, anche un colpo di Stato. Oltre a Carlo e Speranza ed agli amici-colleghi “storici” Alessandra Faraoni e Beppe Gaiba, li hanno aiutati Francesco Miglio, giovane oculista di Brescia che, specializzatosi il 5 novembre, il 9 è partito per raggiungerli ad Ambatondrazaka. Ottimo acquisto, dicono, preparato ed entusiasta. Anche questa volta era con loro Suor Nadia, laureata in Medicina ed iscritta al primo anno della scuola di specializzazione in oculistica presso l’Università di Antananarivo. Svolge il ruolo di strumentista, e sotto la guida di Beppe e Carlo ha persino iniziato ad operare, dimostrando competenza, passione ed un’ottima predisposizione all’attività chirurgica. In Madagascar a novembre iniziano le piogge, che quest’anno sono state molto abbondanti per la felicità dei contadini (Ambatondrazaka è circondata da risaie). Hanno però allagato la farmacia del dispensario – unica costruzione non sopraelevata rispetto al piano del cortile – per cui sarà necessario, sia per questioni igieniche sia per evitare che l’inconveniente si ripeta durante la stagione delle piogge, demolirla e ricostruirla più in alto. Il secondo problema si è verificato durante un temporale, quando un fulmine ha danneggiato irrimediabilmente l’inverter dell’impianto fotovoltaico. L’hanno dovuto sostituire. Oltre a ciò, il tetto della chiesetta nel campo penale dove lavorano e vivono con le loro famiglie una ventina di detenuti – in regime di semilibertà per buona condotta – e dove ogni domenica Suor Adeline si reca a portar riso e verdure, dovrà essere rifatto. Per questo Carlo e Speranza Passeggi lanciano un appello alle persone di buona volontà (visto lo spirito natalizio) che vogliono contribuire alle ingenti spese con il 5×1000 o che vogliono collaborare con loro: ecco Iban IT90N0845046480000000131171 e codice fiscale: 97232580155. Io lo farò, ho visto con i miei occhi (che santa Lucia e i bravi oculisti me li conservino) quanto Carlo Passeggi si commuoveva ripensando a quella terra e a quella gente. E poi fare del bene aiuta a vivere: magari per consolarsi almeno un poco dei frequenti latrocini nel sistema sanitario italiano, fa bene pensare che esistono anche specialisti in grado di prestare la loro opera specialistica volontaria in un Paese molto povero. Chi lo desidera può trovare ulteriori informazioni sulla loro attività sul sito dei MVI, Medici Volontari Italiani (Progetto Madagascar). Con i loro e miei più sentiti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti. L'articolo Conosco il lavoro di Medici Volontari italiani e li sosterrò: fare del bene aiuta a vivere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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