di Sara Gandini e Paolo Bartolini
A Gaza, giornalisti e operatori sanitari sono stati uccisi più frequentemente
del resto della popolazione? Sappiamo che il numero assoluto di giornalisti
uccisi a Gaza tra il ‘23 e il ‘24 ha superato di gran lunga i numeri di tutte le
altre guerre precedentemente studiate sul pianeta. Il numero di sanitari uccisi
è impressionante. Ma la morte di così tanti giornalisti e sanitari potrebbe
essere in qualche modo casuale, un normale “effetto collaterale” del conflitto?
Il 14 gennaio l’European Journal of Public Health, prestigiosa rivista di Oxford
University Press, ha pubblicato l’articolo “Mortality risk for healthcare
workers and journalists in the Gaza Strip over 2023–24” che risponde a questa
domanda.
Gli autori Incardona, Bellerba, Gandini, Cozzi-Lepri hanno considerato diverse
ipotesi e fonti di dati con diversi metodi statistici per giungere a risultati
solidi: all’inizio della guerra i giornalisti mostrano un rischio di morte
sicuramente più del doppio rispetto a quello della popolazione. All’inizio del
conflitto non sembrava che ci fosse evidenza che la mortalità nei sanitari fosse
diversa da quella della popolazione generale, ma dopo sei mesi mostrano un
rischio di morte che arriva ad essere fino a sei volte superiore. Questo
nonostante sanitari e giornalisti siano categorie protette in quanto, come
ricordano gli autori, il lavoro dei primi durante le guerre contribuisce a
salvaguardare i civili curandoli o, per i giornalisti, agendo come “meccanismo
di allerta precoce” contro i crimini internazionali fondamentali.
Gli autori hanno utilizzato dati provenienti da fonti ufficiali la cui validità
era stata corroborata da precedenti studi scientifici. Con l’aiuto di
associazioni e giornalisti, sono riusciti infine a raggiungere il Sindacato dei
Giornalisti Palestinesi di Gaza che ha fornito i dati mancanti.
Le analisi sono state effettuate a una settimana dall’inizio del conflitto,
usando i dati cumulativi dal 7 al 14 ottobre 2023, e ripetute sei mesi dopo,
usando i dati cumulativi dal 7 ottobre 2023 al 30 aprile 2024. È importante
notare, rilevano gli autori, che la mortalità dei sanitari risulta maggiore che
in altri conflitti nella stessa regione, come in Siria (2011-2024).
In definitiva, al variare delle ipotesi e delle condizioni vediamo che per
entrambe le categorie si conferma un tasso di mortalità nettamente più alto di
quello registrato per la popolazione generale, in forte contrasto con il fatto
che si tratta di categorie protette. Inoltre le fonti indicano che a Gaza al 30
aprile 2024 il 55% dei giornalisti era stato colpito a casa o durante un
ricovero in ospedale. Mentre per i medici non c’è un rischio intrinseco legato
alla professione, anzi dovrebbero essere più protetti rispetto alle altre
categorie professionali.
L’erosione della protezione per queste categorie porta un aumento del danno per
tutta la popolazione civile, per la diminuzione delle cure mediche da un lato e
per la compromissione del già ricordato “meccanismo di allerta precoce”
rappresentato dai giornalisti contro genocidio, crimini di guerra, pulizia
etnica e crimini contro l’umanità, come ricordano le specifiche risoluzioni
delle Nazioni Unite.
I dati confermano la portata di una tragedia particolarmente violenta nei
confronti di figure che, in modi diversi, assolvono a un ruolo di testimonianza
dell’orrore, dunque di validazione del trauma imposto alla popolazione
palestinese. Il sospetto è che gli attacchi indiscriminati ai giornalisti e al
personale ospedaliero fossero finalizzati esattamente a cancellare la funzione
di testimonianza e riconoscimento che, sul territorio e nei suoi riflessi
internazionali, è indispensabile per portare i responsabili dinnanzi al
tribunale della Storia e per lenire – un po’ alla volta – la ferita psicologica
che ha accompagnato i danni fisici e materiali subiti dai palestinesi: la
percezione, esatta e feroce, di essere stati abbandonati senza pietà da coloro
che ancora credono di rappresentare il “mondo civile”.
L'articolo Così abbiamo stimato che a Gaza giornalisti e sanitari sono morti più
che in altre guerre proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Medici
A Isernia, dove il sindaco ha piantato una tenda davanti all’ospedale per
protestare contro i tagli, è stata organizzata una fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica in Molise. L’iniziativa, prevista per le 17 di domenica 18
gennaio, attraverserà il centro della città e avrà il Veneziale come luogo di
destinazione. Lo scopo è proteggere un bene comune: il diritto a curarsi, anche
per i cittadini che vivono nelle aree interne del Paese.
Tra le tante adesioni c’è quella del presidente dell’Ordine dei medici di
Isernia, Fernando Crudele, che ha annunciato la sua presenza al corteo per
“sensibilizzare soprattutto quei ‘burocrati’ e ‘ragionieri’ di Roma, affinché
non vedano il Molise solo come un numero” e per fargli “comprendere le giuste
richieste dei pazienti e dei cittadini che vogliono una buona sanità, con
risposte efficienti come avviene in altre regioni”.
Scenderanno in strada anche le segreterie locali del Nursind, il sindacato degli
infermieri, a sostegno di un “un territorio che rifiuta l’idea di essere
marginalizzato e privato dei servizi essenziali”, e chiedendo maggiori
investimenti per l’ospedale del secondo capoluogo di provincia. “Ringraziamo i
medici in pensione e i medici gettonisti che hanno consentito di reggere l’urto
dell’emergenza, così come i colleghi di altri reparti costretti a coprire turni
in pronto soccorso”, denunciando però le “soluzioni tampone, utili
nell’immediato ma incapaci di garantire una vera riorganizzazione strutturale”.
A esprimersi sull’argomento durante un convegno è il presidente della Fondazione
Gimbe, Nino Cartabellotta, invitato come ospite all’incontro ‘Il grande malato.
Per una riforma della sanità in Italia. Idee ed iniziative per un nuovo corso’
promosso da Cgil Molise e Ali. Alla sede Unimol di Termoli, Cartabellotta ha
dichiarato: “La situazione della sanità in Molise è particolarmente critica per
varie ragioni. Innanzitutto è una piccola regione e, quindi, fa fatica anche a
organizzare da sola una rete di servizi efficaci ed efficienti per tutti i
cittadini”. Inoltre, il mancato rispetto dei livelli essenziali d’assistenza e
la mancanza di medici e infermieri fanno sì che i “cittadini in Molise abbiano
grandi difficoltà nell’accesso al servizio”, una crisi che va risolta attraverso
una “profonda revisione dei modelli organizzativi locali per cercare di
rilanciare un diritto fondamentale”.
A livello politico, il presidente di Gimbe ha sollevato la questione sulle
“modalità con cui sono stati gestiti i piani di rientro e poi i
commissariamenti“, modalità che “dovrebbero essere profondamente riviste a
livello centrale”. Un problema che non riguarda soltanto il Molise: “Se andiamo
a guardare le regioni in piano di rientro – fa notare Cartabellotta- sono quasi
tutte nel Mezzogiorno e alcune da più di quindici anni”. Per questo, conclude,
“ci vuole un’azione di riforma a livello centrale che va a modificare le
modalità dei piani di rientro, altrimenti non se ne uscirà mai”. Un cambio di
passo che riguarda anche la sanità nei territori periferici, per i quali lo
Stato dovrebbe “puntare molto sul rafforzamento dell’area territoriale,
accettando anche di fare reti interregionali su alcune cose, perché le regioni
piccole non riescono a essere sostenibili anche da un punto di vista economico”.
L'articolo A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica.
Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dopo dieci giorni di uno sciopero inedito, oggi medici di famiglia e specialisti
francesi hanno vinto: il governo ha ceduto su alcune delle misure più contestate
della Loi de financement de la Sécurité sociale (LFSS) adottata a dicembre in
Senato e ancora all’esame in Assemblea nazionale, che avevano innescato la
crisi. In un comunicato diffuso questa mattina, la ministra della Salute
Stéphanie Rist ha annunciato l’impegno del governo a introdurre emendamenti nel
corso del dibattito parlamentare, per sopprimere o modificare significativamente
le disposizioni più controverse: “Non si tratta di fare un passo indietro, ma di
ascoltare le rivendicazioni legittime dei medici e ricreare la fiducia con la
professione”, ha scritto.
Al centro della protesta dei medici di famiglia e degli specialisti ci sono
disposizioni normative percepite come “autoritarie” e “penalizzanti” per
l’esercizio libero della professione. La più contestata riguarda l’introduzione
di una procedura che avrebbe imposto ai medici di attenersi a obiettivi
quantitativi di riduzione dei giorni complessivi di congedo per malattia
prescritti ogni anno, indipendentemente dalla situazione clinica dei singoli
pazienti. Un misura presentata dal governo come strumento di contrasto alla
“frode sociale e fiscale”, vissuta invece dalla categoria come una
“delegittimazione dell’autonomia clinica”, che avrebbe costretto i medici a
scegliere tra l’interesse del paziente e il rispetto di obiettivi amministrativi
e contabili: i congedi per malattia sono costati alla Sécurité sociale 17
miliardi di euro nel 2025.
Pur non negando l’esistenza di possibili “abusi”, i medici contestano il
principio stesso della misura, che, secondo loro, “vuole far fare economie allo
Stato sulle spalle dei malati” e che veicola l’idea che la prescrizione dei
congedi sia ampiamente imputabile a comportamenti abusivi o compiacenti dei
professionisti. Una presunzione generalizzata che li ha fatti sentire trattati
tutti come “truffatori” e “delinquenti”.
Un’altra norma critica della LFSS è quella che autorizzerebbe l’autorità
sanitaria a fissare unilateralmente alcuni tariffari medici in assenza di
accordo con i sindacati, rompendo una prassi consolidata di negoziazione
collettiva sui prezzi delle prestazioni. A questi si aggiungevano altri motivi
di tensione: la proposta di non rimborsare le prescrizioni firmate da medici
“non convenzionati”, che applicano cioè superamenti di onorari, la prospettiva
di limitazioni in certi casi su questi superamenti di onorari, e il
rafforzamento dei controlli sulle prescrizioni e le attività cliniche.
Il movimento ha assunto rapidamente un carattere senza precedenti recenti: tutti
i principali sindacati di medici liberi professionisti – generici e specialisti
– si sono uniti, sostenuti anche da organizzazioni di studenti, giovani medici,
infermieri liberali. Una piattaforma di rivendicazioni comune ha raccolto subito
migliaia di adesioni. Se i medici erano mobilitati già da ottobre, la protesta
vera e propria è iniziata il 5 gennaio, con chiusure di studi in tutta la
Francia e cancellazioni di appuntamenti programmati. Il 10, un corteo di
migliaia di medici e professionisti della salute, molti in camice bianco, è
partito dal Panthéon, a Parigi, in direzione dell’Hôtel de l’Invalides, vicino
alla sede del ministero della Salute, per protestare contro la “deriva
autoritaria del sistema di finanziamento della sanità”: “Non siamo le pedine dei
vostri fallimenti”, recitavano alcuni striscioni. Migliaia di specialisti del
sindacato Le Bloc, anestesisti, chirurghi, ginecologi, hanno proclamato il loro
“esilio simbolico” per alcuni giorni a Bruxelles per evitare le possibili
requisizioni da parte delle autorità sanitarie: “Vogliamo dimostrare che siamo
indispensabili – aveva spiegato il sindacato -. In alcune specialità,
realizziamo l”80% degli interventi”.
Lo sciopero, che ha raccolto un’adesione significativa, ha avuto ripercussioni
sull’ospedale pubblico e sul pronto soccorso, con un aumento dell’afflusso di
pazienti in piena epidemia di influenza. Stamattina i sindacati hanno sospeso la
mobilitazione, ma restano cauti: la vera prova, avvertono, sarà la traduzione
delle promesse in testi legislativi concreti.
L'articolo Francia, dopo dieci giorni di scioperi i medici vincono: il governo
disposto a rivedere la riforma “autoritaria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Sarà colpa della mia senilità precoce, che mi ha reso intollerante alla vacuità,
ma io proprio non sopporto, ed uso un eufemismo educato, la passerella in
ospedale dei politici – destra o sinistra non fa differenza perché per un selfie
si ritrova unità parlamentare – che vanno a manifestare la personale gratitudine
ai medici che hanno in cura i feriti di una strage che ha scosso l’opinione
pubblica, quale è quella, ad esempio, di Crans-Montana.
L’ultima in via di apparizione è stata l’onorevole Ronzulli, anche lei, come
tanti altri suoi colleghi, pronta, mascherina e cappellino d’ordinanza scenica,
ad unirsi al coro “grazie alla nostra sanità!” Se fossi stato io costretto a
riceverne uno, chicchessia, gli avrei chiesto:
“Scusi ma cosa significa la sua presenza solo oggi?” e, sempre più senilmente
intollerante, difronte a tanta ipocrisia mediatica, “lei dove era, ieri, quando
noi eravamo, sempre qui, a curare le vittime della strage del Ssn, di cui siete
tutti responsabili?”.
Avrei aggiunto polemicamente “questo è un ospedale pubblico, dove avete
disinvestito a favore dei privati mentre questi, adesso, quali impegni hanno
assunto per questi poveri ragazzi?” fino alla chiosa finale, che ce l’ho proprio
qui, in punta di lingua, che non userò mai per leccare il culo al potente di
turno: “Non so cosa farmene della sua gratitudine, oggi, ieri e domani, io sono
un medico, io sono una persona seria, i pazienti sono tutti uguali anche se non
sono illuminati dai riflettori perché noi siamo in guerra tutti gli altri 364
giorni.”
La gratitudine è un sentimento nobile che non si usa per essere solidali ad una
classe di lavoratori, da dirci tutti eroi solo quando il ritorno d’attenzione
social è garantito tra un selfie e un post curato dal servizio d’immagine. Il
nostro lavoro non cambia in tutti gli altri giorni dell’anno ma noi non sentiamo
la vostra vicinanza, anzi. Avete nominato commissioni d’inchiesta sul Covid e
siete, così, tutti a dirci di essere “complottisti” o, comunque, avete prestate
il fianco elettorale a chi della protesta no-vax ne ha fatto, addirittura, un
movimento d’opinione.
Non avete promosso legge che ci assicuri dalle valanghe di denunce legali, così
da farci dire, da tutti, che siamo “assassini”, una casta da esporre alla gogna,
tanto che la vocazione medica, grazie a voi, è in una crisi senza fondo.
Smettetela di violare la sacralità di un ospedale e di usare i riflettori di una
tragedia per le vostre passerelle narcise e se ne avete, davvero, bisogno
impulsivo, allora specchiatevi nella vostra coscienza e chiedete a lei se siete
davvero degni di usare gratitudine nei nostri confronti e noi, magari, di
dirvene grazie; ma, state sereni, almeno per quest’ultima sono io a darvene
risposta, perché sarò anche vecchio ma non ho perso ancora la memoria: no,
grazie.
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L'articolo Perché da medico sono intollerante alle passerelle dei politici negli
ospedali proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
È l’ultima incazzatura di ogni anno, è da quando uso il fonendoscopio, è
l’ultima spesa dell’anno, è l’ultimo botto che mi esplode in testa. La pagherò
all’ultimo giro di lancette con la tredicesima, come sempre, come fan tutti,
perché a noi medici a questo serve, all’ultimo giro di scatole: è l’Enpam! Sono
costretto perché non ne ho voglia, mi disturba, mi nausea, mi sfugge la ragion
d’essere.
Non sono un evasore, conosco i miei doveri e li assolvo tutti ma questo è un
altro furto legalizzato, difronte al quale non ho difficoltà a trovare aggettivi
educati per dirne della mia rabbia fiscale. Me lo chiedo dal primo anno della
mia laurea in Medicina: perché devo pagare una tassa per essere medico? Se poi
faccio libera professione, c’è un’altra quota ancora da pagare perché non basta
quanto alla voce A, l’alfabeto delle tasse Enpam copre vocali e consonanti,
tutte, nessuna esclusa.
Dal secondo anno, invece, ho un’altra quaestio irrisolta: quali servizi mi
assicura, di cui ho necessità? Nessuno provi a dirmi perché ne avrò una pensione
perché l’aggettivo lo trovo ma è maleducato. Glisso sugli stipendi della
direzione di questo carrozzone che non ha eguali per cifre per altri di uguale
natura funzionale, diventerei volgare e querelabile e il direttivo medico Enpam
usa adire a vie legali contro i suoi stessi colleghi medici che osano criticare!
Non ne ho gaudio che da vent’anni che il mal è comune, ad esempio, c’è anche un
consiglio d’amministrazione, lautamente pagato, per il ponte fantasma di
Messina, ma essere italiano non può essere sempre la scusa di ogni assurdo,
grottesco, irrazionale ma legalizzato istituzionale.
Sì dirà, i dirigenti dell’Enpam hanno una responsabilità importante, gestiscono
un patrimonio importante, meritano di guadagnare tantissimo e posso anche non
capire ma adeguarmi, da buon italiano, ma per la mia responsabilità e per il mio
patrimonio, le due uniche cose a cui tengo, lor signori cosa fanno? Io non ho
meriti cui avere riconoscenza a doppia cifra? Umilmente, io mi accontenterei di
uno sconto, ad esempio, la quota A. Invece, abbiamo sconti per le vacanze, per
le macchine, per i prestiti, per altre cose ancora su cui, però, posso io
decidere se essere interessato e versare o meno la quota o trattenerla per
comprarmi quello che voglio?
Altre quaestio: se io tiro le cuoia un giorno dopo essere andato in pensione,
cosa che, poi, sta succedendo ormai con significatività statistica perché il
traguardo dei giardinetti aumenta sempre un giorno di più a fronte di uno stress
che non diminuisce, la mia agognata pensione di ben 250 e spiccioli di euro, per
la quale ho versato contributi per 30 anni e altri spiccioli di salute, a chi
va? È reversibile?
Non c’è medico che conosco che farebbe molto volentieri a meno di pagare questa
tassa perché dell’Enpam ne ha notizia di esistenza solo quando gli arriva il
giornalino, che non credo abbia mai letto con interesse, poi il silenzio.
E non c’è medico, anche che non conosco, che sarebbe felice se il bollettino che
rateizza, che ne rende il lignaggio di spesa importante nell’economia di una
famiglia, potesse spenderselo come meglio crede, adesso, però, e non dopodomani
per cambiarsi la dentiera, il pannolone, il modello turbo diesel della
carrozzina, l’apparecchio acustico o per la badante, a cui toccare le tette
senza ricordarsi più il perché.
Siamo davvero una classe di lavoratori “cornuti e mazziati”, nudi alla meta di
diritti davanti a tutti, meno che a noi stessi, vinti senza colpo ferire dai
doveri per tutti, noi siamo solo lavoratori di classe. Qualcuno ha detto,
suscitando facile ilarità “dammi tregua, le tasse sono inevitabili come la morte
ma almeno la morte non arriva ogni anno”, l’Enpam è arrivata anche quest’anno,
non mi dà tregua alcuna ma io non sorrido, neanche quest’anno, e io pago!
L'articolo Me lo chiedo dal primo anno della laurea: perché devo pagare una
tassa per essere medico? proviene da Il Fatto Quotidiano.
A chiacchiere siamo tutti dei fenomeni, ma quando si tratta di mettere mano al
portafoglio, molti di noi lo sono un po’ meno. Ebbene, l’occasione, per me, di
dare un aiuto concreto (e sicuro, a persone che conosco personalmente) è nato
dall’incontro con un medico chirurgo specializzato in Oculistica che vive a
Mondovì (è originario di Genova), e che da trent’anni viaggia in Madagascar a
operare gratuitamente persone con gravi problemi alla vista. Si chiama Carlo
Passeggi, con la moglie Speranza ha messo in piedi un ambulatorio ad
Ambatondrazaka e fa parte di un’associazione a dir poco benemerita, quella dei
Medici Volontari Italiani (MVI).
L’ultima missione, nel mese di ottobre 2025, si è conclusa con risultati davvero
soddisfacenti: ben 548 visite e 146 interventi, nonostante fosse cominciata con
molte preoccupazioni, stante che come molti avranno letto nell’isola ci sono
state serie turbolenze politiche, anche un colpo di Stato. Oltre a Carlo e
Speranza ed agli amici-colleghi “storici” Alessandra Faraoni e Beppe Gaiba, li
hanno aiutati Francesco Miglio, giovane oculista di Brescia che, specializzatosi
il 5 novembre, il 9 è partito per raggiungerli ad Ambatondrazaka. Ottimo
acquisto, dicono, preparato ed entusiasta.
Anche questa volta era con loro Suor Nadia, laureata in Medicina ed iscritta al
primo anno della scuola di specializzazione in oculistica presso l’Università di
Antananarivo. Svolge il ruolo di strumentista, e sotto la guida di Beppe e Carlo
ha persino iniziato ad operare, dimostrando competenza, passione ed un’ottima
predisposizione all’attività chirurgica.
In Madagascar a novembre iniziano le piogge, che quest’anno sono state molto
abbondanti per la felicità dei contadini (Ambatondrazaka è circondata da
risaie). Hanno però allagato la farmacia del dispensario – unica costruzione non
sopraelevata rispetto al piano del cortile – per cui sarà necessario, sia per
questioni igieniche sia per evitare che l’inconveniente si ripeta durante la
stagione delle piogge, demolirla e ricostruirla più in alto.
Il secondo problema si è verificato durante un temporale, quando un fulmine ha
danneggiato irrimediabilmente l’inverter dell’impianto fotovoltaico. L’hanno
dovuto sostituire. Oltre a ciò, il tetto della chiesetta nel campo penale dove
lavorano e vivono con le loro famiglie una ventina di detenuti – in regime di
semilibertà per buona condotta – e dove ogni domenica Suor Adeline si reca a
portar riso e verdure, dovrà essere rifatto.
Per questo Carlo e Speranza Passeggi lanciano un appello alle persone di buona
volontà (visto lo spirito natalizio) che vogliono contribuire alle ingenti spese
con il 5×1000 o che vogliono collaborare con loro: ecco Iban
IT90N0845046480000000131171 e codice fiscale: 97232580155.
Io lo farò, ho visto con i miei occhi (che santa Lucia e i bravi oculisti me li
conservino) quanto Carlo Passeggi si commuoveva ripensando a quella terra e a
quella gente. E poi fare del bene aiuta a vivere: magari per consolarsi almeno
un poco dei frequenti latrocini nel sistema sanitario italiano, fa bene pensare
che esistono anche specialisti in grado di prestare la loro opera specialistica
volontaria in un Paese molto povero.
Chi lo desidera può trovare ulteriori informazioni sulla loro attività sul sito
dei MVI, Medici Volontari Italiani (Progetto Madagascar). Con i loro e miei più
sentiti auguri di Buon Natale e Felice Anno Nuovo a tutti.
L'articolo Conosco il lavoro di Medici Volontari italiani e li sosterrò: fare
del bene aiuta a vivere proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un “dietrofront” chiesto con forza. Sia sul riscatto della laurea che sulle
finestre per le pensioni anticipate. I sindacati dei medici si fanno sentire
dopo il pasticcio del governo nel maxi-emendamento alla Manovra, con le due
norme che hanno finito per rappresentare una mazzata per chi ha deciso di
“pagare” gli anni di studi e per chi deciderà di seguire il modello degli anni
di servizio per andare in pensione. Anaao Assomed e Cimo-Fesmed chiedono che
“venga cancellata” la norma contenuta nel maxi-emendamento, in caso contrario
promettono “una valanga di ricorsi”.
“Riteniamo profondamente ingiusto e forse anche anticostituzionale – dichiarano
in una nota Pierino Di Silverio, segretario Anaao Assomed, e Guido Quici,
presidente Cimo-Fesmed – penalizzare i lavoratori che maturano i requisiti per
la pensione a partire dal 1° gennaio 2031 e che si vedranno ridotto il conteggio
degli anni riscattati ai fini dei requisiti per il pensionamento”. I due leader
sindacali accusano: “Colpire i lavoratori laureati è un orribile segnale da
parte del Governo, che vorrebbe penalizzare la parte più istruita della
popolazione, come se aver dedicato anni di vita agli studi universitari
costituisse una colpa”.
Ai sindacati dei medici non basta neanche il parziale dietrofront annunciato
mercoledì da Meloni al Senato: “Anche limitare le nuove regole ai riscatti
futuri sarebbe una catastrofe: Inps dovrebbe rispondere alla domanda di riscatto
entro 85 giorni, mentre in realtà ci impiega anni, se non decenni. Tutto questo
porterebbe a una valanga di ricorsi per il probabile profilo anticostituzionale
della proposta”, avvertono.
Inoltre, evidenziano, “gli ipotetici risparmi di spesa dovuti al posticipo del
pensionamento, soprattutto nel contributivo, verrebbero annacquati dai mancati
introiti dei riscatti fatti magari decenni prima, oltre a un aumento inevitabile
dei tassi di malattia/infortunio dovuti ai posticipi di uscita dal lavoro”. La
finestra mobile viene invece definita da Anaao e Cimo “un trucco formidabile per
ritoccare la Fornero senza ritoccare la Fornero”.
I requisiti per la pensione anticipata rimangono infatti invariati, mentre viene
modificata la data di percepimento del primo assegno previdenziale: “In soldoni,
si posticipa comunque l’uscita dal lavoro perché il lavoratore è costretto ad
aspettare il tempo della finestra per non avere una discontinuità economica tra
la fine del lavoro e l’inizio della pensione. Così, chi gridava ‘aboliremo la
Fornero’ in realtà la peggiora”. Parlando di “suicidio politico”, i due
segretari attaccano il governo parlando di “nefandezze” contro la forza lavoro
del Paese, “una risorsa da tutelare e non da bastonare con queste nefandezze”.
L'articolo I medici contro il governo per la mazzata sulle pensioni: “Valanga di
ricorsi se non cancellate le norme” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Sono un medico: cosa posso fare con l’intelligenza artificiale?”, “Quali sono i
punti di forza dell’AI per lo psicologo?”, “Come posso utilizzare l’AI da
commercialista?”, “Cosa fa l’AI per l’avvocato?”, “Quali sono i vantaggi dell’AI
per i notai?”. C’è un nuovo libro – con possibilità di lettura interattiva – in
cui sono gli stessi professionisti a spiegare come l’AI può già essere utile (e
quanto lo sarà in futuro) nei rispettivi ambiti. Si chiama “Supervisor, i
professionisti dell’AI”, opera di Filippo Poletti, top voice di LinkedIn, dove
dal 2017 cura una rubrica quotidiana dedicata al lavoro. Nel libro ci sono gli
interventi di 70 esperti, tra cui i presidenti nazionali di 9 ordini
professionali e di istituzioni pubbliche a partire dall’AgID. Qui di seguito,
l’intervista di Poletti a Filippo Anelli, presidente della Federazione Nazionale
degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), estratta dal
libro (376 pagine, 28.50 euro) edito da Guerini e Associati.
*****
Presidente Anelli, come vede evolversi il mestiere del medico? In particolare,
quali opportunità potranno emergere dall’adozione dell’intelligenza artificiale?
“La professione medica è oggi al crocevia di cambiamenti epocali, che
coinvolgono non solo la sfera scientifica e tecnologica, ma anche quella etica,
sociale e normativa. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta
l’innovazione dirompente per eccellenza in ambito medico. La disponibilità di
una mole di dati praticamente illimitata, insieme alla capacità di elaborarli
con grande rapidità, apre scenari un tempo impensabili, soprattutto in ambito
predittivo: diagnostica precoce, terapie personalizzate, monitoraggio in tempo
reale, sviluppo di farmaci, ma anche ottimizzazione dei processi amministrativi
e formazione clinica avanzata sono solo alcuni dei campi di applicazione.
L’impatto dell’intelligenza artificiale nella professione medica è profondo e
multiforme, trasformando molti aspetti della fornitura di cure mediche, della
ricerca e dell’amministrazione. Tra le aree sulle quali l’AI ha maggior impatto,
l’imaging, la diagnosi precoce, i piani di trattamento e terapie personalizzate;
e, ancora, la progettazione di nuovi farmaci, tramite modelli predittivi; il
monitoraggio dei pazienti in tempo reale; i compiti amministrativi e
burocratici, quali la gestione degli appuntamenti o l’aggiornamento delle
cartelle cliniche; la formazione, tramite modelli di simulazione avanzati; il
coinvolgimento dei pazienti e l’aderenza alle terapie; la sorveglianza delle
malattie e la previsione di epidemie e pandemie. In particolare, in ambito
sanitario l’intelligenza artificiale sta automatizzando molti compiti
amministrativi, come la pianificazione degli appuntamenti, la gestione delle
cartelle cliniche dei pazienti e l’elaborazione delle richieste di
assicurazione. Ciò riduce l’onere amministrativo per i professionisti della
sanità, consentendo loro di concentrarsi maggiormente sull’assistenza ai
pazienti”.
Nell’ottica della trasformazione consapevole della vostra professione, quali
sono le sfide critiche che occorre presidiare nell’integrazione dell’AI?
“L’AI nella professione medica non solo sta migliorando l’efficienza e
l’accuratezza dei servizi sanitari, ma sta anche aprendo la strada a soluzioni
sanitarie più innovative, personalizzate e accessibili in tutto il mondo. L’AI,
tuttavia, non è priva di criticità e come tutti gli strumenti può prestarsi a un
utilizzo improprio. La diffusione massiva e sistemica di applicazioni di AI
impone la necessità di una regolamentazione chiara e condivisa in linea con
l’Europa, oltre a sollevare tutta una serie di questioni etiche, legali e
formative. Tra queste, il rischio di una disumanizzazione del rapporto di cura,
la responsabilità legale in caso di errore indotto dall’algoritmo,
l’interpretazione corretta delle informazioni, l’accentuazione delle
disuguaglianze nell’accesso alle cure, la privacy dei dati, la sicurezza
informatica.
Tra i rischi paventati, ci sono anche quelli legati a un approccio
eccessivamente centrato sull’efficienza, che potrebbe ridurre l’interazione
umana e ridimensionare l’interazione medico-paziente. L’AI potrebbe, inoltre,
non essere in grado di considerare adeguatamente la complessità del contesto
clinico del singolo paziente, influenzato anche da fattori socioeconomici e da
convinzioni o preferenze personali. Ancora, gli algoritmi potrebbero
rispecchiare i pregiudizi umani nelle scelte decisionali o diventare il
“magazzino” dell’opinione medica collettiva. Ad esempio, l’analisi di patologie
in cui venga sistematicamente sospesa la cura perché ritenute a esito infausto
potrebbe portare alla conclusione che siano comunque incurabili: una profezia
che si autoconferma. Infine, ma non certo ultimo per importanza, gli algoritmi
potrebbero perseguire obiettivi non etici. Il conflitto etico potrebbe crearsi
per le differenze di intenti e obiettivi tra chi finanzia e realizza un
algoritmo e chi lo utilizza.
Per mitigare questi rischi è essenziale trovare un equilibrio tra l’efficienza
offerta dall’AI e la necessità di considerare l’individualità e il contesto
clinico di ciascun paziente. Gli operatori sanitari dovrebbero essere coinvolti
attivamente nella gestione e nella supervisione dei sistemi di AI, garantendo
che la tecnologia sia utilizzata come strumento complementare e non come
sostituto delle competenze umane. Normative e linee guida chiare sono
fondamentali per garantire un utilizzo etico e sicuro dell’AI in ambito medico”.
Quali sono le competenze che i medici dovranno sviluppare nei prossimi anni?
“È stato detto, e non potrei essere più d’accordo, che in futuro la competizione
non sarà tra medico e macchina ma tra medici che sapranno usare le nuove
tecnologie e medici che non saranno in grado di farlo. E per utilizzare bene
l’intelligenza artificiale in medicina non bastano le competenze tecnologiche:
occorre la capacità di governarla, integrando tali competenze con quelle mediche
e anche con le skill non prettamente tecniche, date da intuito, esperienza
clinica, capacità di ascolto del paziente e di interpretazione dei dati.
L’AI da sola, come già detto, potrebbe non essere in grado di considerare
adeguatamente il contesto clinico complesso di ciascun paziente, come le
variabili socio-economiche, le preferenze personali e altri fattori che possono
influenzare le decisioni di cura. E un focus esclusivo sull’efficienza immediata
potrebbe trascurare la necessità di valutare l’efficacia a lungo termine delle
decisioni di cura, con potenziali ripercussioni sulla salute a lungo termine del
paziente.
Non vogliamo che i sistemi digitali si trasformino in surrogati del medico, come
accaduto in Gran Bretagna con chatbot che hanno sostituito il primo contatto tra
il medico e il paziente. Al contrario, gli algoritmi devono essere strumenti
fondamentali, volti a potenziare la precisione diagnostica e l’efficacia
terapeutica, senza erodere la relazione umana.
Il medico, dunque, pur mantenendo il suo ruolo centrale, dovrà essere in grado
di integrare i suggerimenti dell’AI nelle decisioni, rispettando e valorizzando
il punto di vista del paziente. La formazione dei professionisti sanitari, di
pari passo, dovrà evolversi includendo competenze digitali, in modo da preparare
i medici a lavorare in sinergia con le nuove tecnologie, ma anche competenze in
ambito comunicativo, per spiegare l’utilizzo dell’AI ai pazienti e rafforzare
l’interazione umana. I medici di domani dovranno imparare a dedicare tempo al
paziente, ad ascoltarlo, a rivalutare la singolarità dell’individuo utilizzando
la complessità degli strumenti a disposizione, tra cui l’AI, per giungere a una
diagnosi e per definire una terapia.
Prendersi cura della persona significa rispettare l’altro come individuo che a
noi si affida, preservare la sua dignità, rendere esigibili – grazie alle nostre
competenze – i suoi diritti.
È un cambiamento che presuppone una profonda modifica anche dei percorsi
formativi, in grado di preparare un medico che possa utilizzare lo strumento
della comunicazione come l’atto più importante per la cura del paziente, e le
nuove tecnologie come ausilio prezioso per migliorare i percorsi di diagnosi e
di cura, senza mai sovrastare o, peggio ancora, sostituire il clinico”.
Da ultimo, in termini di governance della professione, quali iniziative la
Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri sta
progettando e portando avanti per supportare gli iscritti in questa fase storica
caratterizzata da grandi innovazioni tecnologiche?
“L’utilizzo delle nuove tecnologie, tra le quali l’intelligenza artificiale ha
un ruolo da protagonista, è una delle quattro direttrici sulle quali si sta
sviluppando la revisione del Codice di Deontologia medica, la cui edizione
vigente risale al 2014. Le altre sono i “nuovi” diritti, come
l’autodeterminazione, il pluralismo culturale, la libertà della ricerca e della
scienza; la comunicazione, intesa come rapporto medico paziente, con le altre
professioni, e con l’esterno; e la responsabilità, autonomia e rischio clinico,
che riguarda, tra le altre cose, il conflitto di interesse e il rapporto tra il
Codice e la legge. Si tratta di tematiche che riguardano non solo i medici, ma
l’intera società civile. Per questo abbiamo voluto ampliare il confronto,
affiancando alla Consulta deontologica un board di esperti – medici, giuristi,
giornalisti, filosofi della medicina, ingegneri clinici – per condividere le
linee su cui intervenire. Tra i componenti, in quanto esperti di questa
tematica, Carlo Casonato, professore ordinario di Diritto costituzionale
comparato all’università di Trento e Lorenzo Leogrande, past president
dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici e docente all’Università Cattolica
di Roma, che all’intelligenza artificiale ha dedicato, tra l’altro, uno dei
nostri podcast “Salute e sanità”, che raccontano le innovazioni in medicina.
In questo percorso, grande è stato l’apporto del Gruppo di lavoro dedicato alle
nuove tecnologie informatiche. Mentre il Comitato Centrale, il 4 marzo 2025, ha
approvato all’unanimità un documento sull’AI che sancisce un principio chiaro:
l’AI deve essere usata esclusivamente a supporto del medico, garantendo
trasparenza, spiegabilità e qualità dei dati; il medico rimane responsabile
delle scelte cliniche, mentre il paziente deve essere informato attivamente
sull’uso di algoritmi, potenzialità e rischi. Dal punto di vista formativo,
all’AI sono stati dedicati convegni e corsi di formazione, ultimo, nel mese di
maggio del 2025, quello realizzato a Roma in occasione dell’Assemblea dei Medici
Ospedalieri Europei (AEMH) e dedicato all’impatto sulla professione medica di
intelligenza artificiale, realtà aumentata e metaverso.
Quelli delle innovazioni tecnologiche e della tutela dei dati sensibili sono,
del resto, temi cari alla FNOMCeO, che ha intitolato loro diversi articoli del
vigente Codice di Deontologia medica e che ulteriormente li svilupperà, alla
luce delle innovazioni tecnologiche, scientifiche e legislative, e del contesto
di digitalizzazione e di circolazione dei dati anche a livello internazionale,
nel nuovo testo in corso di revisione.
Rinnovare il Codice di Deontologia Medica rappresenta sempre una sfida per la
professione, giacché comporta una profonda riflessione sulla natura dell’essere
medico e sul ruolo che i medici, attraverso quest’antica arte professionale,
svolgono nella nostra società nell’assicurare la salute, nel curare le malattie
e nel lenire le sofferenze.
Questo è tanto più vero oggi: nei suoi primi undici anni di vita, il Codice
vigente ha attraversato vere e proprie rivoluzioni scientifiche, tecnologiche,
sociali, bioetiche, passando attraverso una pandemia, l’uso sempre più diffuso
dell’intelligenza artificiale, la crisi del Servizio sanitario nazionale, che
vede vacillare – sotto i colpi dei tagli economici e delle ragioni di bilancio –
i principi fondanti di universalismo e uguaglianza. Ecco allora la necessità di
una revisione profonda, che non veda la professione ripiegarsi su sé stessa, ma
che parta da un confronto con la società civile e arrivi a un cambio di passo,
un cambio di paradigma, intendendo per questo la necessità di rivedere la
definizione del ruolo del medico, ossia il passaggio da un professionista oggi
preparato per curare la malattia a un medico capace e formato per curare la
persona.
Si tratta di un cambio di prospettiva radicale, capace di intercettare i bisogni
della nostra società, legati anche a una maggiore esigibilità da parte dei
cittadini dei propri diritti, ma anche di adeguare la professione medica ai
cambiamenti in atto derivanti dalla rivoluzione digitale e dalla necessità di
preservare la natura e l’ambiente che ci circonda.
Il punto d’arrivo dovrà essere un Codice che indichi chiaramente ai medici di
domani che devono imparare a dedicare tempo al paziente, ad ascoltarlo, a
rivalutare la singolarità dell’individuo, utilizzando la complessità degli
strumenti a disposizione per giungere a una presa in carico della persona nella
sua interezza, perché il medico debba non solo curare le malattie attraverso la
diagnosi e la terapia ma essere sempre più il medico della persona”.
L'articolo “Supervisor, i professionisti dell’AI”: un libro per inquadrare
potenzialità e sfide dalla medicina all’avvocatura proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Possibili novità per pazienti e medici. Nel disegno di legge sulle
semplificazioni, approvato nei giorni scorsi ma non ancora in vigore, sono
previsti certificati di malattia “da remoto” e prescrizioni valide anche per 12
mesi per i malati cronici. Sarà quindi possibile sostenere una televisita, a
dispetto dell’obbligatorietà prevista fino ad ora di una visita in presenza
nello studio medico o a domicilio. È importante sottolineare che per rendere
operative queste due nuove misure – richieste espressamente dalla Fimmg, il
sindacato dei medici – bisognerà aspettare ancora un po’ di tempo.
Fimmg precisa che per quanto riguarda le visite telematiche, si attende un
accordo nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni. Fino a quel momento
resteranno obbligatorie le regolari visite e in atto le pene per i lavoratori
che ricevono e i medici che rilasciano certificati falsi o non validi. Pene che
rimarranno invariate anche nel caso di introduzione del nuovo sistema. Il
sindacato – tramite il segretario generale Silvestro Scotti – precisa:
“L’articolo 58 del provvedimento equipara la certificazione effettuata da
remoto, attraverso la telemedicina, a quella tradizionale in presenza. Quando
accadrà? Non immediatamente. La legge rinvia ad un successivo accordo che sarà
assunto in Conferenza Stato-Regioni, senza indicare nessuna precisa scadenza: in
questa sede, su proposta del ministro della Salute, saranno definiti i casi e le
modalità del ricorso alla telecertificazione. Fino ad allora resteranno in
vigore le regole attuali: il medico deve accertare di persona le condizioni del
paziente. Resta ferma la tutela contro i certificati falsi, con pene severe per
i lavoratori e i medici che li rilasciano, sia in presenza che in modalità
telematica”.
Per quanto concerne, invece, la nuova durata delle prescrizioni potrebbe bastare
l’attesa di 90 giorni dall’entrata in vigore del decreto, fissata al 18
dicembre. La novità è contenuta nell’articolo 62 del decreto e nello specifico
riguarda la possibilità da parte dei medici di prescrivere farmaci per patologie
croniche fino a 12 mesi, senza ripetere continuamente le ricette. Il medico
dovrà indicare nella ricetta la posologia (ovvero il numero delle dosi) e il
numero di confezioni dispensabili per massimo un anno, e potrà sospendere la
prescrizione o modificare la terapia qualora fosse necessario per gli esiti di
salute del paziente. Possibili, quindi, tempi brevi. La Fimmg conferma: “Entro
90 giorni a partire dal 18 dicembre, quando entrerà in vigore la legge, previo
decreto attuativo del ministro della Salute, di concerto con il ministro
dell’Economia, che definirà le modalità di attuazione della norma”.
Sarà possibile “ottenere i farmaci prescritti anche con documentazione di
dimissione ospedaliera o referti del pronto soccorso, senza dover attendere una
seconda prescrizione da parte del medico di famiglia. Il farmacista, ricevuta la
ricetta” – conclude il sindacato dei medici di medicina generale – “informerà
l’assistito sulla corretta modalità di assunzione dei medicinali prescritti e
consegnerà un numero di confezioni sufficiente a coprire 30 giorni di terapia in
relazione alla posologia indicata e dovrà trasmettere la consegna al paziente
del farmaco al rispettivo medico di famiglia nell’ottica di una vera
collaborazione interprofessionale nell’ambito delle cure territoriali”.
Scotti, infine, spiega che la possibilità di prolungare le ricette “deve essere
bilanciata con la necessità di controllo, da parte del medico, dell’evoluzione
di malattia e dell’aderenza alla terapia”. I medici stanno sviluppando strumenti
informatici per individuare i pazienti che possono ricevere prescrizioni in tal
senso, e la collaborazione digitale estesa alle farmacie permetterebbe di
monitorare l’effettivo utilizzo dei farmaci. La prescrizione prolungata “non può
significare abbandono del paziente perché c’è un progetto complessivo”, ma deve
seguire criteri clinici e i Pdta (Percorsi diagnostico-terapeutici
assistenziali”, conclude il segretario generale.
L'articolo Certificati di malattia “da remoto” e prescrizioni prolungate: cosa
cambierà per pazienti e medici proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Angelo Bianco
Caro ministro Schillaci,
A qualcuno, certo non a Lei, non deve essere chiaro capire che anche il medico
ha un badge da timbrare, perché anche noi abbiamo un contratto da rispettare e
prevede un orario di lavoro, sono sei ore e venti per sei giorni lavorativi. Io,
per esempio, faccio il chirurgo, mi divido tra corsia, sala operatoria e
ambulatorio e non sono mai solo sei ore e venti perché, come usava dire un mio
antico primario, “ricordatevi sempre che noi non siamo ragionieri, siamo
chirurghi, noi non abbiamo un orologio, si va via dall’ospedale solo quando è
tutto finito”.
A qualcuno altro poi, ma mai a Lei, deve essere più oscuro capire che anche un
medico ha una famiglia e una vita privata, che occupano la sua vita un secondo
dopo che il badge ha suonato la fine delle attività quotidiane ospedaliere. Io,
per esempio, ho tre bambine piccole, una moglie e mi piace giocare a tennis
anche se il ginocchio comincia a “scricchiolare”, l’età avanza.
A tutti invece, meno ancora che sempre a Lei che è stato un medico, è proprio
davvero impossibile capire che noi, uno o più giorni al mese, possiamo scegliere
di sottrarre un paio d’ore alla nostra famiglia, ai nostri hobby o anche solo a
raccogliere margherite dal prato e dedicarli alla nostra attività di libera
professione. Io, per esempio, ho un’ora di intramoenia, ogni martedì, e la mia
visita specialistica di chirurgo proctologo, frutto di 12 anni di studi e
aggiornamento costante, vale 120 € lorde, io ne intasco il 35%, mica tutti –
come a tutti non è chiaro.
Cari tutti, meno ancora che Lei, ovvio, sig. ministro, questa è la vita di un
medico, a noi è facile capirne ogni passaggio, l’abbiamo scelta noi.
Io, per esempio, vivo così da 25 anni, tra santi tirati giù quando squilla il
telefono in piena notte per un’emergenza chirurgica, e madonne quando c’è una
denuncia.
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Mancano dieci anni alla mia pensione e di santi ne fanno uno al mese, c’è tanta
gente buona che muore e merita il paradiso, io ne avrei avuti ancora a
sufficienza per arrivare al fondo, magari passeggiando sempre più stancamente
tra le macerie di quel che resta della nostra dignità, oggetto di una campagna
di distruzione identitaria e di diffamazione professionale, tra Covid, no vax e
Google, per la quale siamo a turno “complottisti”, “assassini”, “ignoranti”. Mai
avrei pensato, però, di ritrovarmi un m giorno anche tra i “mercenari” ed è
proprio Lei, sig. ministro, a buttare scelleratamente questa nuova definizione
tra le fauci affamate del popolino, dichiarando di voler sospendere
l’intramoenia, adducendola a causa della lungaggine delle liste d’attesa, così
che, adesso, la nostra avidità è la principale di tutte le ragioni del disastro
del Ssn.
Lei ha chiuso il cerchio diffamatorio perché se la visita della qualunque ti è
prescritta a babbo morto, in fondo, è anche colpa dello specialista che invece,
privatamente, è prenotabile ieri: la gogna è servita, lo schema Covid si ripete.
Io non ci sto, adesso davvero basta. Sia chiaro a tutti, a Lei compreso signor
ministro, che la misura della pazienza è ormai colma. Da oggi anche io non
capisco più se, difronte a tanta reiterata ignoranza sui nostri diritti e
soprattutto a Lei che vuole cambiare i patti, ho ancora voglia di rispettare un
contratto, virgola oraria per virgola di diritto, di perseverare ad anteporre
l’ospedale alla mia famiglia e di rinunciare a praticare i miei hobby per non
averne il tempo, piuttosto che per la paura di una protesi.
Sia chiaro a tutto, in primis a me, che anche io sono tanto, tanto buono ma non
più mica tanto, tanto fesso. Io, per esempio, mi chiamo Angelo ma non ho
l’aureola, non ho ambizione di santità né tantomeno quella di “missionario”, che
è la sola definizione nella quale mi sono riconosciuto da sempre. Io da oggi,
per esempio, lavoro come un ragioniere, 6 ore e 20, tutti i giorni,
rigorosamente, come recita il contratto, poi dritto a casa e, una volta ogni
tanto, a giocare a padel. Ricordatevelo, tutti!
IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI
CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA
SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST
INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ
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L'articolo Ora per il ministro Schillaci l’avidità di noi medici è la principale
colpa del disastro del Ssn: ora basta! proviene da Il Fatto Quotidiano.