Avrebbero nascosto la sieropositività della madre durante la gravidanza e, dopo
la nascita della figlia nel 2017, non avrebbero fatto nulla per verificare se la
malattia fosse stata trasmessa alla bambina. Per anni, inoltre, non l’avrebbero
mai sottoposta a controlli medici, né vaccinata o seguita da un pediatra. È per
questo che due genitori sono a processo a Bologna con l’accusa di maltrattamenti
aggravati nei confronti della figlia, rimasta ricoverata per un anno in
condizioni gravissime e a rischio vita.
La vicenda è emersa – come riporta l’Ansa -solo nell’estate del 2023, quando la
coppia si è rivolta a una pediatra per una febbre e una tosse persistenti che
affliggevano la bambina da settimane. La dottoressa, sostituta del pediatra
titolare, si accorse subito di una situazione anomala: la scelta del medico di
base era stata formalizzata soltanto nel novembre 2022 e, nonostante ciò, la
piccola non era mai stata visitata. Le condizioni della bambina apparivano
preoccupanti. Camminava con difficoltà, era denutrita, presentava denti in
pessime condizioni e parametri di crescita molto inferiori alla norma.
Nonostante l’età, indossava ancora il pannolino.
La pediatra informò immediatamente i genitori della necessità di un ricovero
urgente. Secondo quanto ricostruito, la coppia avrebbe minimizzato la gravità
della situazione dichiarandosi contraria al ricovero. La dottoressa li avvertì
quindi che, in assenza di un immediato intervento, avrebbe informato le forze
dell’ordine. Poco dopo, vista la gravità del caso e l’atteggiamento dei
genitori, presentò comunque segnalazione ai carabinieri.
La bambina fu ricoverata all’ospedale Maggiore di Bologna. Gli esami clinici
portarono a una diagnosi drammatica: infezione da virus Hiv in stadio avanzato.
Anche in quell’occasione, secondo l’accusa, i genitori continuarono inizialmente
a non rivelare la sieropositività della madre. Solo successivamente avrebbero
ammesso che la figlia era nata fuori da strutture sanitarie, scelta fatta –
secondo quanto riferito – per evitare controlli e obblighi vaccinali.
Dopo il ricovero partirono le segnalazioni alla magistratura. La Procura di
Bologna ha avviato un procedimento penale per maltrattamenti aggravati dall’aver
provocato lesioni gravissime; l’accusa in aula è sostenuta dal pubblico
ministero Nicola Scalabrini. Parallelamente si è aperto anche un procedimento
davanti al tribunale per i minorenni che, nel settembre 2023, ha nominato una
tutrice per la bambina.
Oggi la piccola vive in una casa famiglia insieme alla madre e frequenta una
scuola in provincia. La tutrice, rappresentata dall’avvocata Sabrina Di
Giampietro, si è costituita parte civile nel processo. Intanto i giudici
minorili stanno ancora valutando la capacità genitoriale della coppia.
L’istruttoria dibattimentale è in corso. I due imputati sono difesi
dall’avvocato Pasqualino Miraglia. La prossima udienza è fissata per il 18
maggio.
L'articolo Bimba con Aids non curata per anni: a processo i genitori per
maltrattamenti aggravati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Maltrattamenti
Una cinquantina di animalisti hanno ‘assediato’ una palazzina di via Tuscolana a
Roma per chiedere la liberazione di un cane che, secondo quanto denunciato
dall’attivista per i diritti degli animali Enrico Rizzi, sarebbe stato
maltrattato dal proprietario. La vicenda nasce da un video pubblicato sui social
dallo stesso Rizzi, nel quale si vedrebbe un uomo colpire con un bastone il
proprio cane, un pastore australiano che vivrebbe stabilmente sul balcone
dell’abitazione. “Lo colpisce sul muso e sul corpo. Succede a Roma, in via
Tuscolana 1270. Mi sto recando subito sul posto: questo cane va portato via da
questo bruto”, aveva scritto l’attivista.
CHE COSA È SUCCESSO
Il primo blitz è scattato il 3 marzo intorno alle 11 di mattina. Sul posto,
oltre agli animalisti, sono intervenuti i carabinieri della stazione Roma
Cinecittà, che hanno richiesto il supporto della polizia locale e di un
veterinario della Asl. Rizzi è stato invitato a presentare una denuncia formale,
consegnando agli investigatori il video. L’animale è stato inizialmente portato
in canile, ma poche ore dopo è stato restituito alla proprietaria. Una decisione
che ha scatenato la protesta degli attivisti, tornati in serata davanti alla
palazzina. Secondo Fanpage “in almeno trenta si sono posizionati sul
pianerottolo, colpendo la porta d’ingresso con calci e manate“. In quel caso è
stato il proprietario del cane a chiamare il 112, con l’intervento della
polizia.
UN LIETO FINE PER IL CANE
La mobilitazione è proseguita anche la mattina seguente, quando Rizzi e altri
manifestanti sono tornati sotto l’edificio. “Solo in Italia chi commette reati
viene tutelato dallo Stato”, ha scritto l’attivista in una diretta Facebook.
Poco dopo è arrivato un aggiornamento: “Sono oltre cento le richieste di
adozione per questo cane, che saranno valutate nei prossimi giorni”. Sulla
vicenda è intervenuta anche la Garante dei diritti degli animali di Roma,
Patrizia Prestipino. Il cane era stato portato al canile sanitario della
Muratella, dove tre veterinari lo hanno visitato “non trovando nulla sul corpo
dell’animale”, si legge su Roma Today, ad eccezione di un testicolo ritenuto,
patologia frequente nei cani di razza. In assenza di denunce dirette, l’animale
era stato inizialmente restituito alla proprietaria. Successivamente, però, la
donna ha firmato una cessione gratuita: il cane è ora di proprietà del Comune di
Roma e resta affidato alla struttura sanitaria della Muratella.
L'articolo “Lascia il cane sul balcone e lo colpisce con un bastone”: gli
animalisti ‘assediano’ il palazzo del proprietario e tentano di sfondare la
porta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Domenica sera, durante il programma Le Iene, Leonardo Caffo, condannato dal
Tribunale di Milano per maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie, si è
assolto pubblicamente. In un monologo durato circa un minuto, si è presentato
come vittima, sostenendo di aver pagato un prezzo ingiusto: il licenziamento da
parte della NABA – Nuova Accademia di Belle Arti – per incompatibilità con il
codice etico dell’istituzione. Fin dalle prime battute – “Mi sono sempre
dichiarato innocente e in cuor mio so di non aver fatto ciò che mi è stato
contestato” – ha disvelato un presupposto implicito.
L’idea di essere al di sopra di tutto.
Se la legge non coincide con la mia narrazione, allora è la legge a essere
discutibile. Se una sentenza mi condanna, allora è la sentenza a non cogliere la
“verità”. Se un codice etico non mi permette di insegnare a causa delle azioni
che ho commesso, allora è il codice etico a essere sbagliato, anzi
incostituzionale. E se ho firmato un concordato che mi vincola a non parlare
mediaticamente della vicenda, non rispetterò l’impegno preso perché voglio
ristabilire la mia immagine pubblica. In questa torsione retorica non ho fallito
per le azioni che ho commesso, ma sono stato trasformato in un fallito da un
licenziamento ingiusto. La responsabilità si dissolve, sostituita da una
narrazione vittimaria che si autoalimenta. E così via, di assoluzione in
assoluzione, in un circuito che ribalta costantemente i ruoli e celebra uno
smisurato ego: “IO sono Leonardo Caffo, non mi potete fare questo”.
Sulla pagina Instagram Crux desperationis, Dario Alì ha denunciato la
vittimizzazione secondaria nei confronti della ex compagna di Caffo “che diventa
spettacolo” e ha riepilogato l’intera vicenda processuale. “Leonardo Caffo è
stato condannato dal Tribunale di Milano, nel dicembre 2024, a quattro anni di
reclusione per maltrattamenti aggravati e lesioni nei confronti dell’ex
compagna. Un anno dopo, a seguito di un concordato, la pena è stata ridotta a
due anni. Restano le responsabilità per maltrattamenti, un risarcimento di 45
mila euro, l’obbligo di intraprendere un percorso per uomini maltrattanti e,
secondo quanto stabilito nell’accordo, il divieto di utilizzare la vicenda sui
media“. Eppure, a favore di telecamera, Caffo ha parlato come se la giustizia
fosse un dettaglio accessorio rispetto alla propria autorappresentazione,
rovesciando la realtà: la vittima non è l’ex compagna ma chi è stato licenziato
“ingiustamente”. La scena si chiude e il racconto resta.
Quella a cui abbiamo assistito, a mio avviso, non è solo arroganza individuale.
È una forma di impunità culturale che trova spazio, eco e legittimazione. La
parte offesa resta un’ombra laterale, marginale, quasi ingombrante. Costretta
ancora una volta a esporsi, a ripetere la corretta ricostruzione dei fatti, a
difendersi dall’insinuazione che abbia mentito nonostante una sentenza
definitiva. Carola Provenzano, l’ex compagna di Caffo, è stata costretta a
pubblicare una nota per ribadire la verità processuale, ma quella nota è stata
ignorata dalla maggior parte della stampa.
Nonostante anni di sensibilizzazione, corsi di formazione e linee guida sul
linguaggio, una parte dell’informazione continua a reiterare narrazioni distorte
sulla violenza di genere, senza comprendere che ogni volta che amplifica la voce
di chi è stato riconosciuto responsabile di violenza rimette sotto processo —
mediaticamente — la donna che ha sporto la denuncia. O, peggio ancora, la
silenzia. L’effetto è quello di spostare il baricentro dell’empatia: non più
verso chi ha subito, ma verso chi è stato condannato.
Questo meccanismo ha un nome: himpathy. È l’empatia riservata all’autore di
violenza, tanto più generosa quanto più alto è il suo prestigio sociale, la
notorietà, il potere simbolico di cui gode. L’himpathy ripristina un’asimmetria
che la donna aveva tentato di colmare denunciando e ottenendo una condanna.
Riporta l’uomo al centro della scena, lo ricolloca in una posizione di
comprensione e indulgenza, mentre la vittima viene nuovamente messa in
discussione.
Provare indulgenza verso l’autore di violenza, nutrire il pregiudizio che la
vittima esageri o strumentalizzi, svolge anche una funzione rassicurante per chi
osserva. Se non abbiamo a che fare con un “mostro”, ma con un uomo colto,
inserito in ambienti culturali e accademici, allora diventa più difficile
accettare che possa essere stato violento. È più semplice pensare a un errore
giudiziario, a un eccesso, a un fraintendimento. In questo modo si protegge
l’idea che la violenza sia un’eccezione aberrante e non un fenomeno strutturale.
Ma gli autori di violenza non sono alieni né caricature demoniache. Sono uomini
socialmente integrati, talvolta brillanti, spesso incapaci di empatia, inclini
alla prevaricazione, talvolta manipolatori, restii ad assumersi la
responsabilità delle proprie azioni. Tutto questo non è mostruoso: è umano. Ed è
proprio questa normalità a rendere il fenomeno più difficile da riconoscere e da
accettare.
Fino a quando i media continueranno a offrire agli autori di violenza il centro
della scena, le loro responsabilità resteranno ai margini insieme all’empatia
verso le vittime. Fino a quando la ricerca sterile dell’audience cancellerà il
rispetto dei fatti e lo scrupolo di chiedersi cosa si sta comunicando, gli
autori di violenza potranno dichiararsi innocenti e, nello stesso tempo,
pretendere il perdono.
Tutto questo fra gli applausi del pubblico.
L'articolo Leonardo Caffo a Le Iene: perché abbiamo assistito a una forma di
impunità culturale proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriva da Verona l’ultimo caso di maltrattamenti in un asilo. I carabinieri
hanno eseguito un’interdittiva di esercizio della professione, per la durata di
un anno, nei confronti di cinque educatrici di un asilo nido privato nel centro
della città, che è stato sequestrato. Il provvedimento del giudice per le
indagini preliminari arriva al termine di una indagine avviata a dicembre. Le
vittime hanno età compresa tra i 9 mesi e i 3 anni.
Dalle immagini delle telecamere – come riporta l’Arena di Verona – è emerso che
i bambini venivano spostati da un luogo all’altro con strattonamenti e spintoni,
venivano dati schiaffi e pizzicotti, al corpo e al volto. Non solo nei
fotogrammi si vedono tirate d’orecchie e di capelli, ma anche minacce e
punizioni. I piccoli venivano legati alle seggioline all’ora del pasto e
venivano lanciati giocattoli contro di loro. In un caso una bambina è stata
chiusa in uno sgabuzzino buio e le è stato messo a forza il ciuccio in bocca.
L'articolo Bimbi tra i 9 mesi e i 3 anni maltratti in un asilo nido: 5
educatrici interdette, struttura sequestrata proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’ipotesi di una scia di maltrattamenti, psicologici e forse anche fisici, è uno
dei nuovi punti dell’inchiesta della Procura di Civitavecchia sul femminicidio
di Federica Torzullo. È su questo presupposto che magistrati e carabinieri
stanno ricostruendo il contesto in cui, nella notte tra l’8 e il 9 gennaio, la
41enne è stata uccisa a coltellate dal marito Claudio Carlomagno, che ha poi
confessato il delitto. Secondo la ricostruzione investigativa, Federica sarebbe
stata vittima di una relazione segnata da dinamiche di controllo e
sopraffazione. Il delitto non sarebbe stato un gesto improvviso, ma l’atto
finale di una situazione ormai compromessa, maturata proprio nel momento in cui
la donna stava cercando di sottrarsi definitivamente a quella convivenza.
Carlomagno avrebbe agito sapendo che quello era l’ultimo spazio temporale per
farlo indisturbato: l’indomani Federica sarebbe partita per la Basilicata e, al
rientro, avrebbe lasciato la casa coniugale per trasferirsi dai genitori.
Un tassello ritenuto centrale dagli inquirenti è l’audizione protetta del figlio
della coppia, ascoltato nei giorni scorsi. Il minore potrebbe riferire se avesse
assistito, in passato o di recente, a episodi di maltrattamenti subiti dalla
madre. A rafforzare l’idea di un’indole potenzialmente violenta dell’uomo c’è
anche la testimonianza di un cliente che, in un contesto diverso, avrebbe
ricevuto minacce esplicite da Carlomagno per un ritardo nei pagamenti: parole
che, pur non collegate direttamente alla vicenda familiare, delineano un
carattere aggressivo.
Carlomagno ha spiegato il delitto sostenendo di aver agito per paura di perdere
la quotidianità con il figlio. Secondo la sua versione, Federica avrebbe voluto
chiedere al Tribunale l’affidamento esclusivo del bambino nell’ambito della
separazione giudiziale. Una ricostruzione che non convince né i familiari della
vittima né la Procura, convinti invece che la donna non intendesse estromettere
il padre dalla vita del figlio, ma solo uscire da una situazione divenuta
insostenibile.
I coniugi erano in crisi dal 2019 e vivevano da separati in casa. Come riportato
nell’ordinanza con cui la gip di Civitavecchia Viviana Petrocelli ha disposto la
custodia cautelare in carcere, da almeno due anni non dormivano più nello stesso
letto e non avevano rapporti. Nonostante ciò, Federica aveva scelto di
continuare a vivere sotto lo stesso tetto del marito, una decisione presa
soprattutto per il bene del figlio, molto legato al padre, che lavorava nella
ditta di famiglia con orari più flessibili rispetto a quelli della moglie,
ingegnere gestionale impiegata al centro di smistamento delle Poste
all’aeroporto di Fiumicino.
Dal 2022 Federica aveva intrapreso una relazione con un altro uomo, ma aveva
comunque tentato di mantenere un equilibrio familiare, accettando una convivenza
che col tempo si era trasformata in una gabbia emotiva. Una condizione di
sofferenza emersa anche durante il funerale, celebrato sabato, quando la sorella
Stefania ha ricordato un periodo “buio” vissuto dalla donna, capace di mostrarsi
sempre sorridente e piena di energia nonostante un profondo disagio interiore.
Negli ultimi tempi Federica aveva imposto una svolta: lei e il marito si
sarebbero dovuti alternare nella villetta di via Costantino 9, lasciando il
figlio a vivere stabilmente lì per non destabilizzarlo. Una soluzione che
Carlomagno non accettava e che continuava a rimandare. Sullo sfondo c’era
l’appuntamento fissato per il 12 gennaio con l’avvocato, passaggio decisivo
verso una separazione ormai inevitabile. “L’atto omicida trova origine proprio
nel contrasto di vedute rispetto alla ormai acclarata dissoluzione del rapporto
affettivo”, scrive la gip, sottolineando come la vittima fosse determinata ad
andare avanti e a uscire dall’immobilismo in cui si sentiva costretta.
Carlomagno, 44 anni, è stato arrestato il 18 gennaio dopo il ritrovamento del
corpo della moglie ed è tuttora detenuto in carcere. Ha dichiarato di non sapere
che Federica avesse un’altra relazione, ma la donna, la notte di Capodanno,
aveva confidato a un’amica l’intenzione di raccontare tutto al marito nei giorni
successivi. Anche a prescindere da questo aspetto, per gli inquirenti resta
centrale l’incapacità dell’uomo di accettare la fine del matrimonio e
l’autonomia della moglie. Il corpo di Federica Torzullo è stato intanto sepolto
nel cimitero di Anguillara Sabazia. L’inchiesta prosegue per chiarire ogni
dettaglio della vicenda e accertare se i maltrattamenti ipotizzati possano
essere provati. Un passaggio decisivo che, se confermato, renderebbe difficile
per l’indagato difendersi dall’accusa di femminicidio, un reato che, in caso di
condanna, comporta l’ergastolo.
L'articolo “I maltrattamenti prima del femminicidio”, l’ipotesi degli
investigatori sul caso di Federica Torzullo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Omicidio aggravato. È l’accusa per cui sono stati arrestati i due zii della
piccola Alessandra, la bimba di quattro anni morta a Tufino (Napoli) nella notte
tra il 13 e il 14 dicembre 2024. La piccola era stata temporaneamente affidata
dai servizi sociali ai due dopo la sospensione dalla patria potestà per i
genitori naturali. E gli zii erano stati indagati da subito per maltrattamenti e
omicidio colposo, dopo che sul corpo della piccola erano stati riscontrati segni
di ustioni. La spiegazione iniziale fu che Alessandra fosse morta cadendo dalle
scale, ma l’inchiesta ha fatto emergere un quadro di abbandono e violenze.
L’arresto arriva dopo un anno di indagini: i Carabinieri della Compagnia di Nola
hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa della misura cautelare della
custodia in carcere, emessa dal GIP del Tribunale di Nola, su richiesta della
Procura nolana, nei confronti dei due indagati. La complessa indagine ha preso
avvio a seguito del decesso avvenuto nell’abitazione del nucleo familiare
affidatario e alla richiesta di intervento del medico del pronto intervento
giunto sul luogo del decesso, allarmato per le condizioni del cadavere, che
riportava lividure, bruciature e segni di malnutrizione.
Gli elementi raccolti nel corso dei rilievi effettuati da personale
specializzato della Sezione Rilievi del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di
Castello di Cisterna e del Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri
di Roma – Sezione Biologia, insieme agli esiti di una di consulenza
medico-legale collegiale, di una consulenza informatica e l’acquisizione di
elementi di natura documentale, hanno consentito agli inquirenti di ricostruire
in ordine cronologico lo sviluppo della vicenda che ha condotto alla morte della
bambina, a decorrere dall’affido della minore alla coppia, avvenuta nell’estate
del 2024, dopo la sospensione della patria potestà dei genitori naturali.
Inoltre, dallo scambio di messaggi tra indagati e dalle dichiarazioni rese
durante gli interrogatori, sono emersi episodi gravi di maltrattamenti ai danni
della piccola, tecnicamente qualificati come child neglect, che hanno
determinato una grave denutrizione della bambina. Sono state accertate anche
condotte violente che, unitamente allo stato di denutrizione, hanno condotto la
vittima ad un profondo decadimento fisico, sino ad uno stato ”cachettico”, che
ha determinato il decesso, favorendo – unitamente ad altri traumi sopportati
dalla minore, tra i quali gravi ustioni, piaghe da decubito ed una frattura –
l’insorgenza di una grave patologia polmonare.
L'articolo Arrestati gli zii di Alessandra, la bimba di 4 anni morta a Tufino un
anno fa: l’accusa è di omicidio aggravato proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una bimba di appena 6 anni veniva lasciata fuori dalla porta di casa senza
vestiti, sola per ore insieme al fratellino di sette anni, senza cibo e
impossibilitata a rientrare, mentre la madre andava bar. Per questo la donna, 40
anni, è ora indagata per maltrattamenti. Il giudice di Rimi, Raffaele Deflorio,
ha disposto il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla figlia. È
stata depositata anche una segnalazione ai servizi sociali per il primo figlio
per il quale sarà valutata la capacità genitoriale della donna. La piccola era
costretta a fare docce fredde come punizione, andava a scuola con il grembiule
sporco di escrementi e aveva i capelli tagliati solo da una parte.
La vicenda è venuta alla luce quando la bambina si è confidata con una maestra,
dicendo: “Adesso mi ammazza”. L’insegnante ha subito segnalato la situazione ai
servizi sociali, che hanno avviato accertamenti urgenti. Una prima conferma è
arrivata da un sopralluogo nell’abitazione della donna, effettuato da
un’assistente sociale, che ha rilevato ambienti poco curati, pavimenti sporchi e
una cucina non igienica. La piccola si è poi confidata una seconda volta con la
maestra, raccontando episodi di violenza, soprattutto quando la madre abusava di
alcolici o quando il fratello interveniva durante le sfuriate. In uno degli
episodi, la donna avrebbe colpito il bambino facendogli uscire sangue dal naso.
La situazione sarebbe peggiorata quando la madre si è resa conto di essere sotto
osservazione e che la figlia aveva parlato con un adulto.
Nel corso del procedimento, la bambina è stata ascoltata in audizione protetta
davanti al gip e alla psicologa del tribunale. Ha raccontato che nei momenti di
maggiore aggressività della madre si rifugiava in camera, chiudendosi dentro
insieme al fratellino e pregando, in attesa che le sfuriate passassero. La
vicenda ha radici lontane: già nel 2017, dopo un intervento della polizia a casa
della donna, erano stati attivati i servizi sociali. Lo scorso novembre, il
padre aveva presentato un esposto denuncia a carico dell’ex compagna,
evidenziando come la relazione fosse stata fin dall’inizio problematica. Il
giudice ha affidato la bambina al padre, mentre per il fratello maggiore è stata
avviata una valutazione della capacità genitoriale da parte dei servizi sociali.
FOTO DI ARCHIVIO
L'articolo Bimba di 6 anni lasciata nuda fuori casa e picchiata: madre 40enne
indagata. Disposto l’allontamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un altro processo per Mauro “Omar” Favaro, 42 anni, l’uomo che nel febbraio
2001, quando era un ragazzino, con la fidanzata Erika De Nardo, uccise la madre
e il fratellino di lei. Alle vittime furono inferte 97 coltellate. Ora dovrà
rispondere dei maltrattamenti all’ex moglie. Il giudice del tribunale di Ivrea
ha disposto il rinvio a giudizio. Le indagini erano partite proprio dalla
denuncia della donna che si è costituita parte civile. Gli episodi, una ventina
in tutto, si sarebbero verificati tra il 2019 e il 2021, e vanno dalle minacce
fino alle percosse. Omar Favaro ha sempre respinto le accuse.
La onna aveva denunciato di aver subito “minacce di morte, botte, soprusi fisici
e psicologici” e di aver vissuto in un clima di “costante paura” che Favaro
avrebbe inflitto anche a sua figlia. “Ti sfregio la faccia con l’acido, ti mando
su una sedia a rotelle, ti faccio la festa, non esci viva da qui”, sono alcune
delle minacce che – secondo l’accusa – ha rivolto all’allora compagna. La
vicenda si è inserita nell’ambito di una causa di separazione: una vicenda di
carattere personale che non ha nulla a che vedere con i fatti di Novi Ligure. Il
processo, con rito ordinario, inizierà il 19 marzo. Favaro, oggi 41enne, era
stato condannato in via definitiva a 14 anni di carcere per il delitto di Novi
Ligure.
L'articolo “Ti sfregio con l’acido, non esci viva”, Omar Favaro a processo per
maltrattamenti all’ex moglie proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Chi sono io? Il padre. . . E mi devi ubbidire, devi fare quello che dico io”.
Queste sono le frasi che si sentono nel video di un uomo picchiare un bambino
con un grosso cucchiaio di legno. Un contenuto che ha fatto scoppiare un caso
ripreso dai giornali e diventato virale sui social. Adesso su richiesta della
Procura, il giudice per le indagini preliminari ha disposto il divieto di
avvicinamento ai genitori del bambino, già indagati per maltrattamenti aggravati
in concorso.
Il fatto era accaduto nel quartiere San Cristoforo di Catania, dove gli agenti
della squadra avevano fermato il 59enne ritratto nel filmato finito su TikTok.
Le scene di maltrattamento in famiglia erano avvenute di fronte alle sorelline:
è stata proprio una di loro a riprendere tutto con uno smartphone. Dalle
indagini era emerso un contesto familiare drammatico, testimoniato da lividi e
altri segni di violenza. Secondo le testimonianze, banali monellerie come salire
sul banco o far piangere le sorelline erano punite con percosse e crudeli
privazioni di libertà da parte del padre padrone, che avrebbe perfino a chiave
l’11enne in uno sgabuzzino. Comportamenti altrettanto problematici come schiaffi
e rimproveri anche nei confronti delle figlie di 8, 7 e 4 anni.
L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dal
sostituto Alberto Santisi. I pm, che avevano chiesto l’arresto di entrambi i
genitori, stanno valutando di impugnare il provvedimento del gip che ha negato
la misura più grave. La presidente della commissione parlamentare per l’infanzia
e l’adolescenza, Michela Vittoria Brambilla, afferma che “il quadro delineato
dalle indagini è di gravi e sistematici maltrattamenti e umiliazioni” nei
confronti dei minori. “Ancor più grave – aggiunge la deputata- è che il video
sia stato girato dalla madre alla presenza delle figlie”.
In seguito alla vicenda, il Comune di Catania ha promosso un tavolo tecnico con
la partecipazione dell’assessorato e della direzione comunale dei Servizi
sociali, dei servizi territoriali competenti, delle istituzioni scolastiche,
delle aziende sanitarie, dell’autorità giudiziaria minorile e degli enti del
Terzo settore operanti nell’ambito della tutela dei minori e del sostegno alle
famiglie. L’obiettivo comune è quello di studiare delle strategie per
contrastare situazioni di disagio come questa.
L'articolo Bambino picchiato con cucchiaio di legno: divieto di avvicinamento
per i genitori disposto dal gip proviene da Il Fatto Quotidiano.
“È stato straziante vedere mia figlia di 8 anni dover salutare la nostra gatta
Molly” ha raccontato Hosna Chouik, padrona della gattina che il primo giorno
dell’anno è stata rapita e torturata a Camponogara, in provincia di Venezia. La
49enne, operatrice sanitaria, ha ricostruito gli eventi in un’intervista ai
media locali. “Verso le 17 sono uscita di casa, Molly era sul terrazzo, come
sempre. Quando sono tornata lei non c’era ancora, questo mi ha allarmata” ha
raccontato Hosna. Come riportato da Il Messaggero, la donna ha aspettato la
gatta per tutta la notte, ma l’animale non è rincasato. Poi, su Facebook, la
triste scoperta: “Ho visto un post sulla nostra gattina”. Sull’annuncio c’era
scritto che l’animale era stato ritrovato a Fossò. Il micio era in pessime
condizioni: “Trascinava le zampe anteriori, era conciata male. Un passante l’ha
vista e l’ha soccorsa”.
Hosna Chouik e la figlia si sono recate immediatamente nella clinica veterinaria
del paese, dove hanno rivisto la gatta. “Le hanno rotto la colonna vertebrale in
due punti, fratturato il bacino, spappolato una zampina e spezzato una zampa
posteriore“, ha raccontato la 49enne. La signora ha aggiunto un dettaglio: la
rasatura sulla schiena. Secondo il veterinario, la gattina sarebbe stata
investita da un’auto. La donna non concorda: “Io non ci credo. La nostra Molly è
stata rasata, per me è evidente”. A rafforzare i sospetti di Hosna è il
ritrovamento del pelo di animale vicino a casa sua.
“È STATO STRAZIANTE. HO SPORTO DENUNCIA PER MALTRATTAMENTI”
Lo scorso 3 gennaio, la signora Chouik ha comunicato alla figlia di dover
sopprimere la loro gattina. “È stato straziante, mia figlia si è avvicinata a
Molly che alzava la testa per guardarci, poi l’ha salutata per l’ultima volta”.
A causa delle ferite gravi, al gatto è stata effettuata l’eutanasia. Hosna ha
dichiarato di aver sporto denuncia per maltrattamenti. “Capisco che per qualcuno
può trattarsi ‘solamente’ di un gatto, ma per noi è inconcepibile ridurre un
animale indifeso in quelle condizioni” ha detto. La signora ha contattato la
vicesindaca di Camponogara, affinché vengano visionate le immagini delle
videocamere della zona. “Voglio la verità, voglio capire chi ha agito con così
tanta cattiveria contro Molly“.
L'articolo “La mia gatta Molly rapita e torturata, voglio la verità. È stato
straziante vedere mia figlia salutarla un’ultima volta prima dell’eutanasia”: la
denuncia di Hosna Chouik proviene da Il Fatto Quotidiano.