Nei giorni scorsi è mancato Roberto Citterio, “l’oste di Milano più famoso nel
mondo”. La città ha perso un personaggio davvero straordinario, che incarnava al
meglio la tradizione meneghina attraverso l’attività dell’Osteria “Alla Grande”,
nel cuore di Baggio. Cucina tipica locale, prezzi popolari e un’atmosfera
difficile da descrivere, se non la si è mai provata di persona. In nessun altro
locale è possibile sentirsi a casa tra oggetti di modernariato, battute
folgoranti e canzoni milanesi, spesso con l’accompagnamento di Enzo Iacchetti
alla chitarra.
Altro habitué è Alberto Patrucco, il quale ha rivelato come Roberto, conscio del
suo stato di salute, avesse organizzato una cena di addio con gli amici.
Purtroppo non è riuscito a farla, ma aveva già preparato il testo dell’invito,
che partiva con “Prima che il pallore della morte…” e si chiudeva con una
certezza: “Vista l’età della maggior parte dei presenti, comunque ci vedremo
presto”.
Un clima a metà tra Amici miei e C’eravamo tanto amati, la cui unicità aveva
affascinato anche Ornella Vanoni, la cantante israeliana Noa e diverse étoile
della Scala, che amavano arrivare in fondo a via Forze Armate, nella Baggio più
profonda, per il piacere di cenare da quello che si autodefiniva “anarchico
conservatore”… sperando ovviamente che fosse dell’umore giusto, perché alternava
una simpatia travolgente a un’indole piuttosto burbera.
Quello di Baggio era il suo habitat ideale, perché il quartiere è altrettanto
sui generis, fieramente identificato con una comunità locale che ricorda i tempi
in cui era un comune separato da Milano. Ma “Alla Grande” era in Forze Armate
solo dal 2001, mentre la sua attività era cominciata nel 1982. Prima sulla
Ludovico il Moro, accanto a un residence per modelle, poi in Porta Genova, dove
però la location era un po’ troppo “posh” per le atmosfere alla Nanni Svampa che
vi si respiravano.
Baggio lo ha adottato per meriti oggettivi, rappresentando una sorta di
rinascita: non poteva esserci un posto più adatto a ospitare quell’osteria
tradizionale che Roberto “Lo Smilzo” sognava da sempre, anche quando faceva
mille altri lavori diversi.
La buona notizia è che “Alla Grande” non chiude: come certamente avrebbe voluto
il suo fondatore, la moglie Elena e la figlia Maria Giulia proseguiranno questa
fantastica storia. Una storia che a mio avviso meriterebbe un riconoscimento
ufficiale da parte del Comune di Milano: mai come oggi, una città spesso
criticata perché poco inclusiva e, in questi giorni, avvolta nel tourbillon
mediatico delle Olimpiadi farebbe bene a ricordarsi di chi ne ha protetto e
tramandato le migliori tradizioni.
Non solo per l’amicizia che mi legava a lui, ho proposto al Comune di Milano di
assegnare un Ambrogino alla memoria. Quella dello Smilzo, naturalmente, ma
soprattutto quella di una città che non deve mai dimenticare le proprie radici e
la propria identità.
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perché ho proposto un Ambrogino d’oro alla memoria proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Ambrogino d'Oro
La denuncia non arriva né in maniera anonima né in via riservata. Ma a farla è
una consigliera comunale milanese del Pd con un post su Facebook, pubblico e
aperto a tutti. L’accusa è rivolta a Enrico Mentana, protagonista – racconta
Simonetta D’Amico, eletta a Palazzo Marino con il Partito Democratico – di una
battuta sessista, rivolta nei suoi confronti. “Mi ha lasciata interdetta a dir
poco”, ha spiegato la donna, 58 anni, avvocata. L’episodio sarebbe accaduto
subito dopo la consegna della più alta benemerenza del Comune di Milano,
l’Ambrogino d’Oro, consegnato domenica mattina al Teatro Dal Verme.
È lì che D’Amico, al termine delle premiazioni, decide di avvicinare il
direttore di Tg La7 e il maratoneta Iliass Aouani, bronzo mondiale a Tokyo 2025
che era stato candidato all’Ambrogino proprio dalla consigliera. Anche lei, del
resto, è una maratoneta: ha corso nel 2019 a New York e nel 2021 a Berlino. Così
– spiega – le viene spontaneo chiedere una foto a entrambi, con un invito
scherzoso: “Stavamo facendo le foto con Iliass, lì vicino c’era anche Mentana
anche lui premiato – ha scritto in un post su Facebook – Gli ho detto:
‘Facciamoci una foto insieme: lui maratoneta mondiale, lei fa le maratone
televisive e anche io faccio le maratone”.
A questo punto, spiega D’Amico, sarebbe successo quel che non si sarebbe mai
aspettata: “Risposta di Mentana: maratone del sesso”, scrive sempre sui social.
“Sono rimasta senza parole e non ho neanche avuto la prontezza di rispondere e
rimetterlo al suo posto. Penso che molti uomini, soprattutto âgé, non abbiano
ancora capito che certe frasi non sono né goliardiche né simpatiche e incarnano
perfettamente certi stereotipi fortemente sessisti”. E aggiunge: “Era lì con me
Roberta Osculati (vicepresidente del Consiglio comunale, ndr). Siamo rimaste
freezate (bloccate, ndr) da questa frase. Ci siamo guardate agghiacciate”.
A D’Amico ha espresso solidarietà Michele Albiani, anche lui consigliere
comunale e responsabile Diritti del Pd metropolitano: “La frase che le è stata
rivolta da Mentana non è una battuta infelice né una goliardata: è
un’espressione sessista, fuori luogo e umiliante, che non dovrebbe trovare
spazio in nessun contesto, tantomeno istituzionale. Colpisce che episodi di
questo tipo avvengano ancora oggi, in occasioni pubbliche, davanti ad altre
persone, e vengano pronunciati con leggerezza, come se fossero normali. Non lo
sono. Sono il prodotto di una cultura che continua a minimizzare, giustificare o
derubricare parole che in realtà riflettono stereotipi profondamente radicati”.
Quindi ha ringraziato D’Amico per averlo raccontato: “Dare un nome alle cose è
il primo passo per cambiarle. Il rispetto non è un’opzione e non può dipendere
dall’età, dal ruolo o dal contesto. Milano deve continuare a essere una città
che non tollera ambiguità o omertà su questi temi. Il lavoro culturale da fare è
ancora molto, e riguarda tutti”.
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consigliera Pd di Milano dopo la cerimonia dell’Ambrogino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È iniziato tutto con un manifesto, è proseguito con una t-shirt indossata da un
consigliere comunale e il discorso del sindaco, è finita con le parole del
presidente del Senato. La cerimonia degli Ambrogini d’Oro, la benemerenza civica
assegnata dalla città di Milano, è stata contraddistinta da polemiche e messaggi
legati alla decisione di concederla alla Radiomobile dei carabinieri di Milano,
nell’anno alcuni militari del Nucleo operativo sono finiti nell’inchiesta per la
morte di Ramy Elgaml, il ragazzo del quartiere Corvetto morto 13 mesi fa dopo un
inseguimento con alcune pattuglie. L’inchiesta è stata chiusa pochi giorni fa e
7 carabinieri risultano indagati: in due devono rispondere di omicidio stradale,
uno è accusato anche di lesioni e a ben cinque vengono contestati i reati di
frode e depistaggio per aver fatto cancellare i video ripresi con un cellulare
da due testimoni.
IL MANIFESTO PER RAMY
Nel giorno della consegna degli Ambrogini, a pochi metri dal teatro Dal Verme
dove si tiene la cerimonia, è comparso su un’edicola un manifesto – realizzato
dall’artista Cristina Donati Meyer – dedicato a Elgaml. L’opera ritrae Ramy che
fa il segno della vittoria e tiene in mano un cartello con la scritta “Chiediamo
pane e cultura e ci date polizia”. L’artista ha spiegato sui social: “Un gesto
necessario, prima della cerimonia dell’Ambrogino d’Oro, che premierà il reparto
coinvolto in quella notte ancora piena di domande. Sono profondamente in
disaccordo con questa scelta istituzionale. Quando la verità è ancora sospesa,
celebrare è pericoloso. L’arte può ricordarlo”.
IL CONSIGLIERE DEI VERDI CON LA T-SHIRT
All’interno del Dal Verme, invece, il capogruppo dei Verdi a Palazzo Marino,
Tommaso Gorini, ha deciso di indossare una maglia con il volto di Elgaml nel
corso della cerimonia: “La scelta nasce dal fatto che c’è stata una
commemorazione per Ramy al Corvetto – ha spiegato – a cui abbiamo partecipato
noi consiglieri comunali dei Verdi ed eravamo gli unici rappresentanti delle
istituzioni presenti”. Il fratello di Ramy “ci ha regalato questa maglietta e
oggi ho deciso di indossarla per continuare a raccontare questa storia e
portarla anche agli Ambrogini”, ha dichiarato il capogruppo, precisando che “non
si tratta di un gesto polemico per l’Ambrogino al Nucleo radiomobile. Noi non
abbiamo strumentalizzato questo premio ma abbiamo solo voluto portare la storia
di Ramy qui”.
SALA: “RADIMOBILE STORIA IMPORTANTE”
Sull’assegnazione della benemerenza al Radiomobile è intervenuto anche il
sindaco Beppe Sala nel corso della cerimonia: “È un corpo di polizia che ha una
storia importante. Si può anche sbagliare nella vita, come tutti noi sbagliamo,
però non bisogna dimenticare che alla fine mettersi sul fronte, metterci la
faccia vuol dire tanto per la comunità”, ha detto precisando anche di continuare
“a pensare che la storia di Ramy comunque meriti giustizia e che la famiglia e
la loro storia siano esemplari, non voglio correre il rischio di classificare
tra i buoni e i cattivi, gli uni e gli altri”.
LA RUSSA DIFENDE L’AMBROGINO AI CARABINIERI
Le polemiche si sono riverberate fino alle più alte cariche istituzionali dello
Stato, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha espresso “pieno e
convinta solidarietà” all’Arma e al Nucleo: “Accusare un intero reparto senza
che la verità sia stata ancora accertata è un atto incomprensibile e ingiusto,
che mina la reputazione di donne e uomini che ogni giorno affrontano seri rischi
per difendere la nostra città – ha sostenuto – La giustizia seguirà il suo corso
ma ritengo fondamentale non dimenticare il valore e l’onore di chi lavora con
dedizione e coraggio, senza mai arretrare di fronte al pericolo”.
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Ramy: “La verità è ancora sospesa” proviene da Il Fatto Quotidiano.