di Domenico Tambasco*
Per anni le sentenze in materia di molestie sul lavoro hanno mostrato una
contraddizione evidente: a fronte di condotte spesso umilianti e gravemente
lesive della dignità delle lavoratrici, i risarcimenti riconosciuti dai
tribunali sono stati frequentemente modesti, talvolta quasi simbolici. Una
situazione che è stata definita il “paradosso dei risarcimenti al ribasso”.
Una recente decisione del Tribunale di Treviso del 4 marzo 2026, n. 173, sembra
però segnare un possibile punto di svolta. La pronuncia — che ha condannato i
responsabili al pagamento di 50mila euro di danno morale — introduce infatti
alcuni principi destinati, se confermati in futuro, a cambiare profondamente il
modo in cui la giustizia affronta le molestie discriminatorie sul lavoro.
Il caso riguarda una dirigente licenziata durante il periodo di tutela della
maternità previsto dall’art. 54 del d.lgs. 151/2001 e vittima di numerosi
episodi umilianti: in riunione le veniva ordinato di preparare il caffè “in
quanto donna”, mentre l’amministratore delegato sosteneva di avere bisogno “di
un uomo con esperienza” per ricoprire il suo ruolo. La vicenda si colloca
inoltre all’interno di un contesto aziendale familiare: un elemento che
evidenzia come dinamiche di potere e comportamenti discriminatori possano
manifestarsi anche in imprese a conduzione familiare.
Il tribunale ha dichiarato nullo il licenziamento e qualificato tali
comportamenti come molestie discriminatorie di genere ai sensi dell’art. 26 del
Codice delle pari opportunità (d.lgs. 198/2006), condannando solidalmente
l’azienda e l’autore materiale delle condotte al risarcimento del danno. Ma
l’aspetto più innovativo della decisione riguarda soprattutto come il danno è
stato quantificato. La sentenza, infatti, si muove lungo quattro direttrici che
meritano particolare attenzione.
1. La prima concerne la funzione dissuasiva del risarcimento. In materia di
discriminazioni, ricorda il Tribunale richiamando la Corte di Cassazione (n.
3488/2025) e il diritto europeo (art. 17 della direttiva 2000/78/CE), il
risarcimento non serve solo a compensare la vittima, ma deve anche scoraggiare
il ripetersi di comportamenti analoghi. In altre parole, il danno deve essere
sufficientemente significativo da avere un effetto deterrente.
2. La seconda direttrice riguarda la proporzione tra risarcimento e gravità
delle condotte. Il giudice valorizza il contesto pubblico delle affermazioni
sessiste, la posizione dirigenziale della lavoratrice e il carattere
denigratorio degli episodi, riconoscendo che tali comportamenti incidono
profondamente sulla dignità personale e professionale.
3. Il terzo elemento è forse il più interessante sul piano giuridico: la
sentenza segna uno sganciamento dalla tradizionale centralità del danno
biologico. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risarcimento è calcolato
soprattutto sulla base della lesione alla salute accertata a livello
medico-legale. Nel caso di specie, il danno biologico è stato liquidato in
misura del tutto contenuta, pari a soli 1.725 euro, considerata la natura
meramente temporanea del danno alla salute, circoscritto ad un periodo di circa
un mese. Il baricentro della tutela risarcitoria si colloca pertanto su un piano
diverso, essendo la componente prevalente rappresentata dal danno morale da
discriminazione, vale a dire dal pregiudizio arrecato alla dignità personale
della lavoratrice, in conseguenza della condotta discriminatoria accertata dal
giudice.
In tal modo, la decisione evidenzia con chiarezza come, nelle ipotesi di
discriminazione, il fulcro della tutela non risieda tanto nella compromissione
dell’integrità psicofisica in senso stretto, quanto piuttosto nella lesione
(immateriale) alla dignità della persona nel contesto lavorativo, che
costituisce l’interesse primario protetto dalla legislazione
antidiscriminatoria. È un passaggio importante: non tutte le offese alla persona
producono una malattia clinicamente accertabile, ma possono comunque generare un
pregiudizio profondo alla sua identità e al rispetto dovuto nel luogo di lavoro.
4. Infine, la quarta direttrice riguarda i criteri di quantificazione del danno.
Per rendere la valutazione meno arbitraria, il tribunale ha utilizzato in via
analogica le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano per il danno da
diffamazione a mezzo stampa. L’idea è semplice: quando l’offesa alla dignità
deriva da affermazioni umilianti pronunciate davanti ad altre persone — come nel
caso di specie — il danno presenta evidenti analogie con la diffamazione.
Nel complesso, la decisione appare significativa non tanto per la cifra
riconosciuta, quanto per il metodo adottato. Se questo orientamento dovesse
consolidarsi, potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione, nella quale
verrebbe ricondotto al centro ciò che troppo spesso è rimasto sullo sfondo: la
dignità della donna nel mondo del lavoro.
* Avvocato giuslavorista, da anni si occupa di conflittualità lavorativa anche
come redattore di diversi ddl in materia presentati nella scorsa legislatura
L'articolo Offese sessiste in azienda, 50mila euro di risarcimento: la sentenza
che segna un punto di svolta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sessismo
Non sono un emissario di Netflix né un esperto di produzioni documentaristiche.
Ma la carriera nel marketing digitale, e forse in generale l’interesse a
rimanere aggiornato sullo zeitgeist, lo spirito del tempo, mi spinge a scrivere
questo post per invogliare quante più anime possibile a investire 89 minuti
della loro vita nella visione di un nuovo prodotto video. Si chiama Dentro la
Manosfera ed è uscito l’11 marzo, a cura del giornalistico britannico Louis
Theroux.
Nel Regno Unito e negli Stati Uniti il dibattito è già esploso, in Italia tarda
ad arrivare. Credo dipenda dal minore coinvolgimento della popolazione italica
rispetto al prodotto stesso. Ambientato tra Spagna e Usa, vede come protagonisti
negativi personalità del web di origine americana e inglese. L’altra spiegazione
potrebbe essere dettata dalla nostra lentezza. In Italia tendiamo a emulare i
nostri salvatori a stelle e strisce ma quasi sempre con un discreto ritardo.
Vale nel business, nella tecnologia e in questo caso anche nelle tendenze
culturali.
Il documentario è un capolavoro di ironia perché il giornalista britannico
esercita su queste personalità del web un’operazione di umiliante dissociazione
che in buona parte neanche colgono. Esponenti del maschilismo online come
Sneako, Myron e HS TikktTokky vengono intervistati da Theroux nei loro territori
di riferimento – tra case, palestre e studi di podcasting – ma finiscono per
uscirne come padroni schiaffeggiati, almeno moralmente.
L’aspetto a mio avviso più interessante non è neanche il coefficiente di follia
delle loro teorie. Dopotutto chi ha seguito da vicino l’evoluzione di questo
fenomeno online non ascolta nulla di nuovo. Sa bene che già durante la pandemia
i fratelli Andrew e Tristan Tate hanno preso il sopravvento sul dibattito
uomo-donna esponendo le loro idee in modo bislacco.
I fratelli Tate professano questa narrazione trita e ritrita del Matrix, il
mondo oscuro in cui gli uomini, vere vittime della società moderna, sarebbero
finiti. Un mondo che costringerebbe gli uomini a fare lavori da dipendente (che
sciagura) ed essere succubi delle loro donne, la cui percezione di sé è stata
ingiustamente gonfiata, pensano loro, dalle teorie neo-femministe. Sneako, Myron
e HS TikktTokky non fanno altro che scimmiottare gli insegnamenti dei loro
maestri originari, appunto Andrew e Tristan Tate.
L’aspetto più interessante è lo schema piramidale che questi esponenti del
maschilismo online hanno creato. Il documentario di Netflix mostra infatti un
pattern commerciale. I rappresentanti della manosfera producono contenuti
anti-donna e pro-uomo per attirare l’appetito finanziario di giovani,
giovanissimi, facili da influenzare e target perfetto per questa comunicazione
polarizzante. Ergere le donne a nemico, o comunque a partner inferiore che
dovrebbe limitarsi a pulire ed eseguire i comandi dell’uomo, stimola la parte
più oscura dei giovani single e senza successo, che vedono nei loro guru online
la fonte del riscatto.
Il piccolo problema è che i giovani non si rendono di entrare a far parte di uno
schema piramidale in cui loro pagano e pochi in cima si arricchiscono. Nel
documentario viene evidenziato lo stile di vita degli esponenti del maschilismo
online – Lamborghini, ville da sogno, etc – mentre i loro adepti fanno la fame,
sognando un giorno di poter raggiungere anche loro il successo che tanto loro
viene fatto annusare, ma che mai raggiungono. Corsi online di crypto e gruppi
Telegram legati a consigli finanziari vengono venduti ai giovani come la terra
promessa. L’odio online diventa così una moneta facile da raccogliere ma
difficile da monetizzare, almeno per le vittime di questi ingannevoli funnel di
marketing.
Per 89 lunghi ma gustosi minuti il giornalista inglese Louis Theroux mostra
tutte le contraddizioni di un sistema in cui pochi fanno tanto rumore, in cui le
donne vengono trattate dall’alto verso il basso sebbene la fotografia
implacabile sia quella finale di un equilibrio tra i generi completamente
sbilanciato, in cui le mamme si vergognano dei loro figli e le partner tanto
bistrattate alla fine lasciano i loro presunti re. Questo documentario non è
adatto alle donne che odiano gli uomini né agli uomini che vogliono fare la
guerra alle donne: è adatto per tutte le persone che hanno un cervello, uno
spirito critico allenato, a prescindere dal loro genere – e potrebbero ricevere
un piacere parzialmente sadico nel vedere la stupidità umana messa fortemente in
difficoltà da se stessa.
Gli esponenti del maschilismo online hanno capito come attirare l’attenzione di
adolescenti e persone in difficoltà per poi monetizzarla con inutili corsi di
formazione e suggerimenti finanziari che non portano mai i risultati promessi.
L’obiettivo infimo è quello di instillare nei giovani, confusi da un mondo che
obiettivamente sempre impoverirli sempre di più, l’ansia di non essere
fortemente abbienti perché solo il denaro potrà liberarli. Guarda caso tali
esponenti presentano la formula magica, la ricetta miracolosa per arricchire
tutti quanti, mentre l’unico benessere che cresce costantemente è il loro.
Resta dunque valida la legge suprema della vita, e soprattutto del web. Se una
cosa è troppo bella per essere vera, è semplicemente perché non lo è. Un peccato
che a pagare il prezzo di questa muscolosa ma intellettualmente povera
operazione di marketing siano le donne. Il mondo presenta già un numero
sufficiente di spaccature e divisioni. Non abbiamo bisogno di dividere uomini e
donne oltre semplicemente per popolare un inutile gruppo su Telegram in cui
persone senza alcuna competenza finanziaria forniscono finte prospettive di
arricchimento. Il paradosso della manosfera è tutto qui. Chi prometteva di
distruggere il sistema ha semplicemente imparato a sfruttarlo meglio degli
altri. Chi gridava alla corruzione, ora, si è sporcato più di tutti.
L'articolo Folli, ricchissimi e maschilisti: ‘Dentro la Manosfera’ è un
capolavoro di ironia (e di marketing) proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Frasi sessiste alle nostre Esordienti“. Inizia così il post di denuncia su
Facebook dell’Asd Santa Maria a Monte, società calcistica in Toscana. Le frasi
in questione sarebbero state pronunciate durante la partita del campionato
Esordienti maschile disputata contro il Casciana Terme. Nonostante fosse un
campionato maschile, infatti, il regolamento della Figc prevede che fino alla
categoria Esordienti, le squadre possano essere miste o addirittura squadre
interamente maschili contro alcune interamente femminili.
“L’Asd Santa Maria a Monte desidera segnalare e prendere posizione rispetto a
quanto accaduto nella giornata di domenica, 8 marzo, durante la gara del
campionato Esordienti maschile disputata dalla nostra squadra femminile contro
il Casciana Terme – si apre il comunicato dell’Asd Santa Maria a Monte -. Nel
corso della partita, dopo che alcuni nostri dirigenti avevano fatto notare il
gioco particolarmente duro e i numerosi falli commessi in campo, da parte di
alcuni dirigenti della squadra avversaria sono arrivati commenti gravemente
offensivi nei confronti delle nostre atlete“.
Entrando maggiormente nel dettaglio dell’accaduto, la società ha specificato:
“In particolare, è stato detto alle nostre giocatrici di ’cambiare sport’ oppure
di ’andare a giocare con le femmine se con i maschi non riuscivano’. Si tratta
di frasi che non solo mancano di rispetto a giovani atlete che stanno praticando
sport con impegno e passione, ma che rappresentano anche un messaggio
profondamente sbagliato e discriminatorio“. Tutto è appunto accaduto nella
giornata della Festa delle Donne: “Ancora più grave è il fatto che tali parole
siano state pronunciate proprio l’8 marzo, giornata in cui si celebra la Festa
della Donna e si ribadisce l’importanza del rispetto, delle pari opportunità e
della valorizzazione dello sport femminile”.
La società ha poi ribadito la propria condanna: “Condanniamo con fermezza ogni
forma di offesa, discriminazione o atteggiamento sessista, soprattutto quando
rivolto a bambine e ragazze che stanno crescendo attraverso i valori dello sport
– conclude l’Asd Santa Maria a Monte -. Come società continueremo a fare il
nostro lavoro con serietà e passione è per garantire a tutte le bambine e le
donne che desiderano giocare a calcio, la possibilità di farlo sentendosi
rispettate, anche se purtroppo in giro esiste ancora qualcuno che, con
atteggiamenti e parole fuori dal tempo, vorrebbe impedirglielo”.
L'articolo “Cambiate sport”, “Giocate con le femmine”: un club toscano di calcio
denuncia frasi sessiste a bambine di 12 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è stato qualcosa di peggio nella vicenda Folorunsho, in cui il giocatore del
Cagliari ha ricoperto di orribili insulti sessisti la mamma del romanista
Hermoso – anche il giocatore spagnolo avrebbe usato qualche parola deprecabile,
ma senza raggiungere il livello e i toni del suo avversario –, episodio
rilanciato più volte dalle televisioni: si tratta delle norme della giustizia
sportiva e dei commenti social che ripropongono, purtroppo, un calcio da
Medioevo, se non da preistoria. La prova tv non può essere usata. L’articolo 61,
comma 3, prevede il suo utilizzo “limitatamente ai fatti di condotta violenta o
gravemente antisportiva o concernenti l’uso di espressione blasfema non visti
dall’arbitro o dal Var”. Tradotto: si punisce la bestemmia, ma non gli insulti
sessisti come quelli rivolti da Folorunsho alla mamma di Hermoso. Va bene tutto,
siamo un paese cattolico e abbiamo il Vaticano in casa, ma sarebbe ora di
allargare gli orizzonti. Non è accettabile quello che abbiamo visto domenica in
diretta televisiva da Cagliari. Non si possono offendere donne e madri, sapendo
di passarla liscia. Com’era la storia di “donna, madre e cristiana”? Ecco,
rilanciamo la palla. È poi un trionfo dell’ipocrisia segnarsi il viso di rosso
per celebrare il NO alla violenza delle donne e poi non intervenire quando in
campo volano insulti a madri, moglie, fidanzate e sorelle.
Nell’attesa di una auspicabile revisione del regolamento che consenta l’uso
della prova televisiva anche nei “casi” Folorunsho – che si è scusato due volte
sui social -, c’è un modo per prendere provvedimenti anche nelle lacune della
giustizia sportiva. Il più semplice chiama in causa la federazione. Il giocatore
del Cagliari fa parte, seppure in modo saltuario, del giro azzurro. Ha giocato
due partite nell’era-Spalletti, il 9 giugno 2024 l’amichevole contro la Bosnia a
Empoli e il 15 giugno a Dortmund contro l’Albania nell’esordio europeo.
Spiccioli di gioco (entrò in campo al 76’ e al 92’), ma fanno curriculum. La
federazione potrebbe prendere posizione ed escluderlo ufficialmente per un
periodo “tot”, a prescindere dalle intenzioni di Gattuso. Una misura esemplare,
per lanciare un messaggio chiaro e forte all’ambiente.
La seconda cosa sconfortante è stata la lettura, sui social, di messaggi che ci
riportano davvero al “la partita è maschia”, “il calcio non è sport da donne o
da signorine” “quello che succede in campo, lì finisce”. Nel 2025, prendere nota
che si siano ancora migliaia di persone che considerano il calcio una zona
franca è prima di tutto una sconfitta culturale: ci riporta al Medioevo e forse
anche alla preistoria. Bisogna piantarla di liquidare episodi come quello di
Cagliari con la tesi ottusa che il calcio è una zona franca e tutto deve essere
giustificato all’altare della trance agonistica. Non esistono zone franche per
la civiltà. Il calcio deve adeguarsi ed è ora di ficcarselo bene nelle cocuzze.
Questo andazzo è quello che ha lasciato fiorire negli anni Novanta gli episodi
di razzismo, fuori e anche in campo. È la subcultura del “devi morire”, “tua
madre è una putt…”, dei cori che richiamano l’Heysel, la tragedia di Superga, la
morte di Paparelli. La verità amara, semmai, è un’altra: non esiste un luogo
delle nostre vite più incivile e retrogrado del mondo del calcio. Dove, sia
chiaro per tutti, giornalisti compresi, fare battute sulle donne non è mai
passato di moda.
In Inghilterra due giorni fa Joey Barton, ex calciatore con un passato di
violenze, di risse e di arresti – chiedere all’ex laziale Dabo, aggredito in
allenamento e costretto ad andare in ospedale per una mandibola fratturata -, è
stato condannato a 18 mesi con la condizionale e a fare duecento ore di servizi
sociali, con l’aggiunta di una multa di 20mila sterline, per una serie di
commenti sessisti apparsi su X, rivolti a due ex giocatrici, Lucy Ward e l’ex
juventina Eni Aluko, e al conduttore Jeremy Vine. In buona sostanza, contro le
ex giocatrici Barton sfogò il suo disprezzo nei confronti del calcio femminile,
mentre nei messaggi rivolti a Vine s’insinuava che fosse un pedofilo. Barton,
uscendo dal tribunale, ha abbassato la cresta: “Non volevo offendere nessuno, mi
sono fatto prendere la mano”. Barton, 43 anni, ha un seguito di 2.521.786
persone su X. I suoi messaggi raggiungono una platea consistente. Era giusto
intervenire. In Inghilterra, dove prendono sul serio i comportamenti, in campo e
fuori, giustamente non scherzano.
L'articolo Il ‘caso Folorunsho’ rilancia il lato zotico del pallone italico: ora
la federazione dia l’esempio (copiando dagli inglesi) | il commento proviene da
Il Fatto Quotidiano.
“Vai a lavare i piatti“. A urlarlo è stato uno spettatore all’arbitra Arianna
Quadro durante il match di calcio tra Moncalieri Women e Pro Palazzolo, valido
per gli ottavi di Coppa Italia di Serie C femminile. L’episodio è stato ripreso
da una diretta della partita e diffusa da Piemonte Sport, in cui si sente
l’espressione sessista, ma anche la reazione del pubblico presente, con gli
spettatori che hanno cominciato a inveire contro lo spettatore. Il protagonista
sarebbe un tifoso della Pro Palazzolo, squadra di Palazzolo sull’Oglio, in
provincia di Brescia. In una nota il Moncalieri Women ha condannato il gesto.
“La società esprime solidarietà nei confronti dell’arbitra Arianna Quadro e
condanna fermamente quanto accaduto sugli spalti nel corso della sfida di
domenica 7 dicembre tra Moncalieri Women e Pro Palazzolo, valevole per gli
ottavi di finale di Coppa Italia Serie C Femminile. Al 28′ della suddetta
partita, una persona presente sugli spalti e identificata come tifoso della Pro
Palazzolo ha protestato ripetutamente contro la direttrice di gara Arianna
Quadro utilizzando espressioni sessiste”, si legge nella nota.
Il comunicato del club prosegue: “Episodi come questo sono spiacevoli e
vergognosi, poiché minano l’impegno delle società sportive nel processo di
valorizzazione dello sport al femminile. Il linguaggio sessista non può trovare
spazio su un campo da calcio, né in qualsiasi altro sport. A seguito
dell’accaduto, entrambe le tifoserie hanno preso le distanze e hanno redarguito
l’interessato; un passo necessario per costruire un ambiente rispettoso, che
ogni sport deve garantire”.
Credit video: @piemonte.sport
L'articolo “Vai a lavare piatti”: insulti sessisti all’arbitra. E il pubblico si
scaglia contro il tifoso | Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
La denuncia non arriva né in maniera anonima né in via riservata. Ma a farla è
una consigliera comunale milanese del Pd con un post su Facebook, pubblico e
aperto a tutti. L’accusa è rivolta a Enrico Mentana, protagonista – racconta
Simonetta D’Amico, eletta a Palazzo Marino con il Partito Democratico – di una
battuta sessista, rivolta nei suoi confronti. “Mi ha lasciata interdetta a dir
poco”, ha spiegato la donna, 58 anni, avvocata. L’episodio sarebbe accaduto
subito dopo la consegna della più alta benemerenza del Comune di Milano,
l’Ambrogino d’Oro, consegnato domenica mattina al Teatro Dal Verme.
È lì che D’Amico, al termine delle premiazioni, decide di avvicinare il
direttore di Tg La7 e il maratoneta Iliass Aouani, bronzo mondiale a Tokyo 2025
che era stato candidato all’Ambrogino proprio dalla consigliera. Anche lei, del
resto, è una maratoneta: ha corso nel 2019 a New York e nel 2021 a Berlino. Così
– spiega – le viene spontaneo chiedere una foto a entrambi, con un invito
scherzoso: “Stavamo facendo le foto con Iliass, lì vicino c’era anche Mentana
anche lui premiato – ha scritto in un post su Facebook – Gli ho detto:
‘Facciamoci una foto insieme: lui maratoneta mondiale, lei fa le maratone
televisive e anche io faccio le maratone”.
A questo punto, spiega D’Amico, sarebbe successo quel che non si sarebbe mai
aspettata: “Risposta di Mentana: maratone del sesso”, scrive sempre sui social.
“Sono rimasta senza parole e non ho neanche avuto la prontezza di rispondere e
rimetterlo al suo posto. Penso che molti uomini, soprattutto âgé, non abbiano
ancora capito che certe frasi non sono né goliardiche né simpatiche e incarnano
perfettamente certi stereotipi fortemente sessisti”. E aggiunge: “Era lì con me
Roberta Osculati (vicepresidente del Consiglio comunale, ndr). Siamo rimaste
freezate (bloccate, ndr) da questa frase. Ci siamo guardate agghiacciate”.
A D’Amico ha espresso solidarietà Michele Albiani, anche lui consigliere
comunale e responsabile Diritti del Pd metropolitano: “La frase che le è stata
rivolta da Mentana non è una battuta infelice né una goliardata: è
un’espressione sessista, fuori luogo e umiliante, che non dovrebbe trovare
spazio in nessun contesto, tantomeno istituzionale. Colpisce che episodi di
questo tipo avvengano ancora oggi, in occasioni pubbliche, davanti ad altre
persone, e vengano pronunciati con leggerezza, come se fossero normali. Non lo
sono. Sono il prodotto di una cultura che continua a minimizzare, giustificare o
derubricare parole che in realtà riflettono stereotipi profondamente radicati”.
Quindi ha ringraziato D’Amico per averlo raccontato: “Dare un nome alle cose è
il primo passo per cambiarle. Il rispetto non è un’opzione e non può dipendere
dall’età, dal ruolo o dal contesto. Milano deve continuare a essere una città
che non tollera ambiguità o omertà su questi temi. Il lavoro culturale da fare è
ancora molto, e riguarda tutti”.
L'articolo “Mentana mi ha detto: ‘Lei fa le maratone del sesso'”: il post della
consigliera Pd di Milano dopo la cerimonia dell’Ambrogino proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ancora un attacco sessista a una giornalista da Donald Trump. Questa volta nel
mirino del presidente degli Stati Uniti è finita Nancy Cordes della Cbs. La
premessa è l’attacco ai militari della Guardia Nazionale di mercoledì a
Washington, in seguito al quale Trump ha accusato l’amministrazione Biden di non
aver effettuato adeguati controlli sugli afghani arrivati negli Stati Uniti,
dopo il ritiro delle truppe americane. Durante un punto stampa a Mar-a-Lago
giovedì, all’indomani dell’assalto, la giornalista ha fatto presente al tycoon
che il suo “dipartimento di Giustizia aveva riferito che l’Fbi e il dipartimento
per la sicurezza interna hanno effettuato controlli approfonditi sugli afghani
portati negli Stati Uniti”. A quel punto Trump è scattato e le ha detto: “Sei
stupida? Sei una persona stupida?… Sono arrivati su un aereo insieme a migliaia
di altre persone che non dovrebbero essere qui, tu fai queste domande solo
perché sei una persona stupida”, ha insistito.
Qualche giorno fa, invece, era stata la volta di Katie Rogers del New York
Times, “colpevole” di aver scritto un articolo che metteva in dubbio la sua
energia e le sue condizioni di salute. È un “foglio nemico del popolo”, ha
attaccato Trump. E poi rivolto alla reporter: “È una giornalista di terza
categoria, brutta sia dentro che fuori”. Dieci giorni fa, invece, era diventato
virale il video in cui il presidente zittiva Catherine Lucey, di Bloomberg, che
gli aveva chiesto perché non volesse pubblicare i documenti sul caso Jeffrey
Epstein. “Quiet, quiet piggy”, cioè “zitta, stai zitta cicciona”, era stata la
risposta del presidente americano che ha usato un’offesa sessista e ha fatto
bodyshaming.
L'articolo Trump aggredisce verbalmente un’altra giornalista: “Fai queste
domande solo perché sei una persona stupida” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era piena estate quando esplose il caso del gruppo su Facebook in cui presunti
mariti e compagni diffondevano foto privatissime di mogli e compagne senza il
loro consenso. Secondo la procura di Roma, dietro l’account Mia Moglie non ci
sarebbe un uomo, come molti avevano ipotizzato, bensì una donna. È lei – secondo
quanto riporta Repubblica – la principale indagata per la diffusione illecita di
immagini e video sessualmente espliciti, affiancata da un co-gestore, un uomo
che avrebbe collaborato alla pubblicazione e al controllo dei contenuti. Le
ultime analisi della polizia postale rivelano che entrambi avrebbero utilizzato
telefoni intestati a terzi e sim anonime, nel tentativo di rendere più difficile
la loro identificazione. Il caso aveva suscitato un’indignazione così potente da
spingere molte vittime a pensare a una class action.
L’inchiesta è partita il 19 agosto, quando le autorità hanno scoperto un gruppo
Facebook in cui migliaia di utenti condividevano foto delle proprie compagne:
immagini scattate in casa, al mare, al supermercato, spesso rubate e pubblicate
senza il consenso delle donne ritratte. Quelle foto, accompagnate da commenti
volgari e fantasie sessuali esplicite, trasformavano la vita quotidiana di molte
donne in una sorta di oscena esposizione forzata. Il gruppo, che aveva raggiunto
i 32mila iscritti, includeva persone di ogni profilo sociale: ex politici,
militari, lavoratori, disoccupati. La diffusione della notizia aveva portato a
un veloce fuggi fuggi e una trasmigrazione su altri social.
Con lo scoppio del caso, molte vittime hanno iniziato a riconoscersi nelle foto
circolate su Facebook e sui canali Telegram collegati. Alcune hanno raccontato
storie familiari consolidate, matrimoni decennali, scoperte improvvise e
traumatiche. Il gruppo Facebook è stato chiuso alla fine di agosto, ma le
indagini sono proseguite su un secondo fronte: il forum “Phica”, attivo dal
2005, una piattaforma con 700 mila iscritti e centinaia di migliaia di accessi
quotidiani. Anche lì gli investigatori hanno trovato enormi quantità di immagini
sottratte da account privati, accompagnate da discussioni oscene, molestie
digitali e veri e propri incitamenti alla violenza. Un archivio imponente che
costituisce un ulteriore filone dell’inchiesta.
L'articolo Gestito da una donna il gruppo sessista “Mia moglie”, l’ipotesi della
procura di Roma e le indagini proviene da Il Fatto Quotidiano.