Sono l’unico Tre Stelle Michelin del Sud e l’anno scorso hanno ospitato la più
importante puntata in esterna di Masterchef. Al ristorante Quattro Passi di
Nerano, frazione marina di Massa Lubrense, si viveva un’esperienza culinaria e
turistica da sogno: piatti prelibati, camere al piano superiore, area
parcheggio, piscina. Lusso e bellezza per palati fini e portafogli molto gonfi,
tipo quelli di Jeff Bezos e Magic Johnson, con il primo che ha scelto gli chef
per il suo matrimonio e l’altro che si attovagliò davanti al mare un paio di
estati fa. Ora era chiuso per la pausa invernale, e non è detto che riaprirà:
sul complesso turistico-recettivo, lustro della costiera sorrentina, si è
infatti abbattuta la scure della magistratura di Torre Annunziata. In queste ore
i carabinieri della compagnia di Sorrento, agli ordini del capitano Mario Gioia,
hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo del complesso edilizio,
finalizzato alla confisca, per il reato di lottizzazione abusiva.
INDAGATI LO CHEF ANTONIO MELLINO E LA MOGLIE
Due gli indagati, il proprietario Giovanni Antonio Mellino, chef insieme al
figlio Fabrizio, e la signora Rita Vinaccia, moglie di Mellino senior
rappresentante legale della società che amministra il ristorante. “Condotta
tuttora in corso”, si legge nel capo di imputazione. Secondo le tesi inquirenti
della procura – pm Matteo De Micheli, procuratore Nunzio Fragliasso – il Quattro
Passi è lievitato a vista d’occhio attraverso una sequela ininterrotta di
illeciti edilizi “accertati a decorrere dal 16 febbraio 1982” che si sono
“protratti in modo continuativo sino all’8 ottobre” dello scorso anno, si legge
nel decreto di 32 pagine firmato dalla giudice per le indagini preliminari
Emanuela Cozzitorto.
LE ACCUSE AL COMUNE DI MASSA LUBRENSE
Un documento che è un j’accuse anche nei confronti del Comune di Massa Lubrense
che ha avuto “una condotta quanto meno negligente”, ha spiegato il procuratore
Fragliasso. Dagli uffici municipali avrebbero infatti approvato condoni e
sanatorie ottenuti “attraverso un artificioso frazionamento delle domande”
censurato dal consulente della Procura, l’architetto Ciro Oliviero, in un
rapporto ultimato il 14 gennaio. Frazionamento “finalizzato ad ottenere
formalmente plurime volumetrie singolarmente, ma non cumulativamente
condonabili, (come) è confermato dal consolidato orientamento giurisprudenziale
sul punto”. Il passaggio va letto anche alla luce di una recente inchiesta su
condoni fasulli a Massa Lubrense, che ha costretto alle dimissioni l’assessore
al Condono.
IL TENTATIVO (FALLITO) DI METTERSI IN REGOLA
Agli ultimi controlli di tecnici comunali e della procura, avvisaglie del
temporale precipitato stamane, l’anno scorso gli amministratori del Quattro
Passi hanno provato ad aprire l’ombrello di alcune Scie di demolizione e
ripristino dello stato dei luoghi. Bocciate senza pietà dal giudice che le ha
definite “un’iniziativa strumentale e interferente rispetto al procedimento
repressivo già avviato dal Comune per lottizzazione abusiva”.
L’ACCUSA: “SI ERANO ESTESI A FONDI CONTIGUI”
Forse il passaggio più grave del decreto è quello che descrive come la
lottizzazione si fosse estesa anche “a fondi contigui” di proprietà di altre
persone che “risultano funzionalmente inglobati nell’assetto complessivo
mediante opere di accesso, percorrenza e collegamento, confermando l’estensione
della trasformazione urbanistica all’intero ambito territoriale”. È la storia di
una sorta di tunnel – che fu oggetto di un esposto del Wwf presieduto da Claudio
d’Esposito – per collegare alcune proprietà di Mellino a monte e a valle della
strada, ovvero “la realizzazione e/o occupazione di un manufatto interrato
abusivo al di sotto della sede della strada pubblica via Amerigo Vespucci,
utilizzato quale volume di servizio e collegamento (…) L’opera, incidendo
direttamente nel sottosuolo pubblico, costituisce una violazione particolarmente
grave, poiché attesta l’estensione della trasformazione abusiva anche ‘oltre i
limiti della proprietà privata e rafforza il carattere infrastrutturale e
unitario dell’insediamento”.
L'articolo Sequestrato il Quattro Passi di Nerano, l’unico 3 stelle Michelin del
Sud noto per Masterchef e il matrimonio di Bezos proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Carabinieri
“La posizione del colonnello Lorenzo Sabatino – per il quale anche il
procuratore generale, in sede di appello, aveva chiesto l’assoluzione e che ha
rinunciato alla prescrizione – merita di essere esaminata con oggettività.
Temendo che le ingiustificate polemiche sollevate in queste ore possano
compromettere la necessaria serenità, provvederò a una rinuncia formale del
mandato difensivo”. Con questa dichiarazione all’Adnkronos l’avvocato Giulia
Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato e punto di
riferimento delle destre italiane in materia di giustizia, ha fatto un passo
indietro rispetto all’incarico assunto da uno degli imputati del processo Cucchi
Ter, che sarà trattato in Cassazione ai primi di marzo. Dell’intervento di
Bongiorno, avvocato di grande peso politico, aveva dato notizia il Fatto
Quotidiano nell’edizione del 30 gennaio.
Il colonnello Sabatino risponde di omessa denuncia e favoreggiamento nel
processo agli ufficiali accusati di aver imbrogliato le carte sul caso di
Stefano Cucchi, morto nel 2009 a una settimana da un arresto per droga a Roma.
Due carabinieri ritenuti responsabili del pestaggio del giovane romano sono
stati poi condannati a 12 anni, nel 2022, per omicidio preterintenzionale. Da
quel processo è nato questo, Cucchi Ter, nel quale sono emerse falsificazioni
degli atti fin dal 2009. Sabatino, condannato a un anno e tre mesi in appello,
non è certo l’imputato principale: risponde di fatti avvenuti nel 2015, cioè
quando la Procura di Roma imboccò la strada che ha poi portato alla condanna dei
due militari.
Un altro ufficiale, il generale Alessandro Casarsa, aveva preso cinque anni in
primo grado ma in appello è stato salvato dalla prescrizione alla quale, a
differenza di Sabatino, non ha rinunciato. Come altri ufficiali prescritti,
anche Casarsa ha fatto ricorso in Cassazione per ottenere l’assoluzione nel
merito
“Apprezzo la scelta della presidente Bongiorno che ha adottato una decisione
saggia”, ha detto Ilaria Cucchi, oggi senatrice e vicepresidente della
commissione Giustizia guidata da Bongiorno a Palazzo Madama, nota a tutti per la
lunga battaglia sostenuta perché fossero individuati e puniti i responsabili
della morte del fratello Stefano. Giovedì Cucchi aveva ricordato che “di questi
16 anni abbiamo perso i primi cinque, andando dietro a tre agenti penitenziari
innocenti, perché la politica entrò a gamba tesa”, ricordando Ignazio La Russa
allora ministro della Difesa che nel 2009 “giurava sull’onorabilità dei
carabinieri” proprio mentre “gli alti ufficiali falsificavano le carte” e
accusando le destre di voler “condizionare i giudici. Nell’Italia di oggi –
concludeva Cucchi – non credo che il processo Cucchi si potrebbe fare”.
Bongiorno aveva già detto al Fatto che non sarebbe andata in Cassazione, dove
comunque non è affatto certo che il processo sia trattato oralmente. Oggi
Bongiorno rinuncia e Cucchi apprezza. Le due senatrici, nelle scorse ore, si
sono senz’altro parlate. Il ricorso a firma Bongiorno per Sabatino però rimane,
sarà esaminato anche quello dalla Cassazione, quinta sezione, presidente Enrico
Vittorio Stanislao Scarlini e relatore Carlo Renoldi. L’udienza è fissata per il
4 marzo prossimo.
L'articolo Processo Cucchi Ter, Bongiorno rinuncia alla difesa del colonnello
Sabatino. La sorella Ilaria: “Apprezzo”. Ma il ricorso resta proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di
Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San
Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in
una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme
alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da
ore.
Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti,
Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto,
che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per
tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano
del gruppo.
Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può
essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia
con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già
raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più
accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è
stato ritrovato soltanto uno.
Foto d’archivio.
L'articolo Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del
gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si complica la mezza crisi diplomatica aperta tra Italia e Israele dopo la
dichiarazione dell’Idf che è stato “un soldato” e non un colono, civile per
quanto armato, a fermare i due carabinieri domenica scorsa nelle vicinanze di
Ramallah in Cisgiordania, costringendoli a inginocchiarsi sotto la minaccia di
un fucile mitragliatore per poi rilasciarli, intimando loro di non ripresentarsi
da quelle parti. Per Roma, che ha reagito convocando alla Farnesina
l’ambasciatore Jonathan Peled, sarebbe “ancora più grave” se ad agire fosse
stato un militare. Ma il governo di Tel Aviv per ora nega, rimane sulla promessa
di accertamenti fatta lunedì da Peled. Ora però il nostro ministero degli Esteri
sta interloquendo anche con l’addettanza militare dell’ambasciata israeliana a
Roma.
Il portavoce delle Israeli defense forces, a richiesta del Fatto, ha risposto:
“Domenica un soldato ha individuato un veicolo che si dirigeva verso la comunità
di Sde Ephraim lungo una strada chiusa al traffico civile in base alla
valutazione della situazione operativa e designata come zona militare chiusa. Il
soldato – prosegue il portavoce Idf – ha quindi classificato il veicolo come
sospetto. Poiché al momento non è stata identificata la targa diplomatica, il
soldato si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il
fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e di identificarsi. Una
volta che i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha
immediatamente rilasciati e ha segnalato l’incidente ai suoi comandanti. Da
un’indagine preliminare – informa ancora l’Idf – risulta che il soldato ha agito
in conformità con le procedure previste in caso di incontro con un veicolo
sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai
veicoli diplomatici, poiché il veicolo non era stato identificato come tale. Il
soldato è stato convocato per un colloquio chiarificatore e una revisione delle
procedure, che saranno inoltre rafforzate per tutti i soldati nella zona della
Giudea e della Samaria”. La stessa risposta è stata inviata alla Rai di
Gerusalemme.
L’episodio risale appunto a domenica 25. I due carabinieri, in servizio al
Consolato italiano di Gerusalemme, erano andati a fare un sopralluogo con auto
diplomatica blindata al Sharek Youth Village, la sede di una Ong palestinese a
Kafr Ni’mah nel governatorato di Ramallah, a poco più di una decina di
chilometri dalla capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Un’attività
ordinaria in vista della visita dei capi missione dell’Unione europea,
programmata per giovedì 29. Lì però sono stati fermati da un uomo in abiti
civili, con fucile mitragliatore e giubbotto antiproiettile. Li ha fatti
scendere dall’auto sotto la minaccia dell’arma e costretti a inginocchiarsi.
Parlava, secondo il racconto dei militari, un inglese incerto, tanto che ha poi
chiamato un’altra persona tramite la quale è riuscito a identificare i militari.
L'articolo Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato
un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non
conferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
Stavano svolgendo un sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori
dell’Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio dell’Autorità Nazionale
Palestinese, quando sono stati minacciati da un uomo – “presumibilmente un
colono” israeliano – che ha puntato su di loro un fucile. Protagonisti sono due
carabinieri italiani che sono stati così fermati illegalmente domenica dal
colono in Cisgiordania, “sono stati fatti inginocchiare” sotto il tiro di un
fucile mitragliatore e ”interrogati”, come riferiscono fonti del governo.
Considerata la gravità dell’episodio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani –
rende noto la Farnesina – ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in
Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio.
L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha anche indirizzato una “nota verbale” di
protesta formale al governo israeliano. I militari – con passaporti e tesserini
diplomatici e auto con targa diplomatica – seguendo le regole di ingaggio
ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali.
Secondo quanto reso noto, l’uomo ha passato loro una persona al telefono, non
identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area
militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (il Comando militare
israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non
esiste nessuna area militare in quel punto. Il personale militare dei
Carabinieri è poi rientrato incolume in Consolato e ha riportato all’Ambasciata
e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti.
L’ambasciatore italiano a Tel Aviv ha coinvolto il Ministero degli Affari
Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il
servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi). La
Farnesina, rende noto, che prevede di compiere nuovi passi di protesta al
massimo livello politico.
L'articolo Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il
tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Nella tarda serata del 23 gennaio, i carabinieri del Nucleo radiomobile di
Milano hanno arrestato un 15enne italiano per una violenta lite con due
minorenni. Tutto è nato da una discussione iniziata alla fermata della metro
Cadorna e proseguita fino alla stazione Lambrate della linea M2. Il giovane
aveva aggredito e ferito i ragazzi alle gambe con una roncola. Dopodiché si era
dileguato, fuggendo con un bus dell’Atm e nascondendo il giubbino nello zaino
per non farsi riconoscere.
I militari sono giunti in piazza Bottino, a due passi dalla metro verde dove era
avvenuta l’aggressione, e si sono messi sulle tracce del colpevole: lo hanno
trovato a bordo del mezzo con la stessa arma usata per minacciare i passeggeri.
L’attrezzo agricolo, che i carabinieri hanno poi sequestrato, aveva una lama di
21 centimetri ed era stata occultata dal ragazzo nella felpa che indossava.
Le vittime sono state trasportate all’ospedale Fatebenefratelli e alla struttura
Multimedica di Sesto San Giovanni con lesioni superiori ai 45 giorni di
guarigione per le ferite riportate alle gambe, mentre il 15enne è stato affidato
alla madre in regime di detenzione domiciliare, in attesa dell’udienza di
convalida dell’arresto per il reato di lesioni personali aggravate.
L'articolo Milano, 15enne accoltella con una roncola due coetanei dopo una lite
sulla metro proviene da Il Fatto Quotidiano.
In una notte di cinquant’anni fa, il 27 gennaio 1976, in una piccola caserma di
Alcamo Marina, vicino a Trapani, vengono trucidati due giovani carabinieri. Una
strage piena di misteri per la quale finiscono in carcere quattro innocenti.
Da quell’eccidio dimenticato parte un filo che unisce decine di misteri italiani
– da Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario
Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi –, come
racconta Lucio Luca nel suo libro-inchiesta “L’ultima spiaggia. Alkamar, la
strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani” in libreria dal 21
gennaio per Compagnia Editoriale Aliberti.
Pubblichiamo uno stralcio del libro per gentile concessione dell’editore:
«Carmine, stavolta me ne vado davvero. Lo sai che mia madre sta male, l’enfisema
polmonare la sta ammazzando, povera donna. Non ce la faccio più a fare ogni
giorno da Alcamo a Castelvetrano per assisterla, portarle da mangiare, comprare
le medicine. Meno male che mi sono sposato una santa donna, mia moglie mi dà una
mano, pure col bambino fa tutto lei, ma che vita è questa? Lo so, lo so, qui
avrei potuto fare carriera, prendere un grado, forse anche due: diventare
brigadiere è sempre stato il sogno della mia vita, ma senti a me, chi se ne
fotte? Voglio stare accanto a mia madre, finché c’è, e vedere crescere mio
figlio. Vaffanculo alla carriera, tra qualche giorno sostituisco un collega che
ha chiesto un lungo periodo di licenza, vado a Buseto Palizzolo e poi mi faccio
trasferire a Castelvetrano, il paese mio».
L’appuntato Salvatore Falcetta era un carabiniere tutto d’un pezzo, uno per cui
l’Arma e la divisa venivano prima di tutto. Ma anche i più appassionati, nei
secoli fedeli, prima o poi capiscono che ci sono delle priorità. Alla casermetta
di Alcamo Marina era arrivato diversi anni prima. Stava bene, nei mesi invernali
si annoiava come tutti, poi però arrivava l’estate e quel presidio dei
carabinieri diventava l’emblema dello Stato tra turisti in infradito e negozi di
souvenir. Poteva andar peggio, si diceva sempre Salvatore, poteva essere
sbattuto in un comando di prima linea. E lì sono cazzi, senza chiacchiere. In
fondo qui nessuno rompeva le scatole, giusto qualche chiamata per un furto in
una villetta abbandonata, ogni tanto un posto di blocco per controllare qualche
patente o un’assicurazione scaduta. Niente di più. Alla fine il bar c’era, il
tabaccaio pure, persino la pizzeria di un napoletano che, chissà poi perché,
aveva deciso di tenere aperto il locale anche quando la stagione balneare era
finita: «Passano i camionisti», diceva ai carabinieri servendo loro una
Margherita nei weekend “morti”, «poi ci siete voi e qualche alcamese che scende
dal paese per farsi un sabato più tranquillo. I costi sono bassi, la giornata
riesco sempre a farla, pago poco d’affitto: tranquillo appuntato, qui non c’è
niente, ma una pizza per lei si rimedierà sempre».
Carmine, invece, era arrivato da poco. Aveva appena diciannove anni,
praticamente la metà del suo superiore. «Carabiniere semplice Apuzzo Carmine,
sono a sua completa disposizione», era stato il primo saluto in casermetta. A
Salvatore quel ragazzino piaceva. Certo, era timido, non diceva una parola,
sembrava un po’ spaesato: in servizio da meno di un anno, si era trovato qui, un
bel posto per carità, ma senza un’anima viva nel raggio di chilometri: «Apuzzo,
tranquillo, tra qualche mese mezza Alcamo si trasferirà al villino e tu
rimpiangerai questi noiosi pomeriggi di pioggia nella pace di Nostro Signore»,
scherzava Falcetta. «E poi non dire che non ti avevo avvertito».
Carmine era di Castellammare di Stabia. «E qui vicino c’è Castellammare del
Golfo, lo vedi che sei a casa?», e sperava di restare in Sicilia soltanto per
pochi mesi, giusto il tempo di fare la gavetta e chiedere l’avvicinamento verso
la Campania. Ogni tanto telefonava ai genitori, si sfogava un po’ ma poi la
nostalgia passava. Lavoravano in quattro nella casermetta di Alcamo Marina,
presidiavano la spiaggia, sapevano perfettamente che da quelle parti nelle notti
d’inverno c’erano strani movimenti di barche cariche di chissà cosa, ogni tanto
si sentiva anche il rumore degli aerei. Qualcuno raccontava di aver visto casse
calate con le funi che venivano subito caricate a bordo di camion militari. I
comunisti avevano persino denunciato che ad Alcamo Marina arrivavano armi
dall’Africa e droga dalla Turchia. E che a poche centinaia di metri dalla
casermetta c’era la villa di un neofascista utilizzata come covo per uno dei
vari sequestri di persona nella zona. I comunisti, bravi solo a sollevare
polveroni e infamare la gente per bene. A ogni modo, gli ordini dall’alto erano
stati chiari: i quattro carabinieri di Alkamar, come si chiamava in codice la
casermetta, non dovevano mica fare le inchieste giudiziarie. Il loro unico
compito era presidiare il territorio, fare ordine pubblico, specialmente
d’estate quando i turisti prendevano d’assalto la spiaggia. Le indagini, quelle
vere, spettavano ai comandi provinciali, Trapani competente per territorio e il
nucleo di Palermo qualora fosse venuto fuori qualcosa di più importante. Ma ad
Alcamo Marina, malgrado le voci e i chiacchiericci, niente era mai venuto fuori.
Anche perché nessuno si era mai preso la briga di indagare sul serio.
«Appuntato, lei tra qualche giorno va via, io dopo l’estate chiedo il
trasferimento». Il carabiniere semplice Carmine Apuzzo lì ad Alkamar non ci
voleva proprio stare. «Lo so che ho appena diciannove anni e ne devo mangiare di
pane duro prima di alzare la voce, ma io questa divisa l’ho scelta per arrestare
i criminali, non per fermare un camionista e controllare i tubi di scappamento.
Comunque sia, ormai è l’una passata, con il suo permesso me ne andrei a dormire.
Rimane lei di guardia? Poi mi sveglia alle quattro e le do il cambio».
Pioveva a dirotto, lampi e tuoni come non se ne vedevano da anni. Fino alle
ventidue erano rimasti a chiacchierare con i carabinieri un paio di loro amici,
poi se n’erano andati a casa perché con quella tempesta non era prudente
circolare di notte. Carmine si coricò nella brandina della cameretta, Salvatore
rimase nel disimpegno ma più si sforzava di restare sveglio, più gli occhi gli
si chiudevano per il sonno. Tanto, chi vuoi che si presenti a quell’ora di
lunedì in una casermetta di periferia, sfidando il maltempo? Era il 26 gennaio
del 1976, anzi ormai il 27. Giorno di paga, pensarono i due carabinieri, anche
per questo mese il pane a casa lo abbiamo portato.
«Collega, svolta a sinistra che dobbiamo passare da Alkamar per firmare il
foglio di missione. Due minuti e scappiamo che siamo già in ritardo, non sia mai
che la nota personalità perda l’aereo, chi li sente poi quelli della questura?»
Alle otto del mattino, in pieno inverno, non c’è già nessuno che circola in
autostrada, figuriamoci in una trazzera di campagna che porta alla spiaggia
degli alcamesi. Ma la volante è in ritardo, l’onorevole ha il volo alle dieci e
loro devono ancora andare a prenderlo a Trapani dove ha partecipato a un
incontro politico, poi lo porteranno a Punta Raisi.
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«Meno male che quello è uno conosciuto, i controlli li salta sicuramente. Io il
deputato dovevo fare, mica lo schiavo in polizia».
All’altezza della casermetta dei carabinieri i due agenti di scorta, assegnati
dall’Ufficio politico della questura di Palermo al segretario nazionale del
Movimento sociale Giorgio Almirante, si rendono conto che c’è qualcosa che non
va. Una macchina di servizio ha le ruote a terra, forse bucate, chissà. Il
portoncino d’ingresso è socchiuso, si intravedono carte per terra. Ma,
soprattutto, la serratura presenta una grossa macchia scura: «Ma che è,
bruciata?», chiede un agente. «Ma figurati, sarà così da anni in attesa che il
ministero mandi qualcuno per sistemarla», risponde il caposcorta. «Però è strano
che ci siano le luci accese, non credi?».
«Senti, facciamo una bella cosa: chiamiamo il commissariato di Alcamo, la
smisteranno loro la segnalazione ai carabinieri. Avvertiamoli che qui c’è
qualcosa di strano, noi però tiriamo dritto altrimenti questo aereo glielo
facciamo perdere davvero alla nota personalità. Cosa vuoi che sia successo?
Staranno dormendo, almeno gli risparmiamo una levataccia. I moduli li firmiamo
al ritorno, come al solito. Tanto, chi controlla? Basta che l’onorevole non
“buchi” il volo e stiamo a posto».
Mezz’ora dopo ad Alkamar è l’inferno. I colleghi di Salvatore Falcetta e Carmine
Apuzzo varcano il portoncino e la scena che gli compare davanti è agghiacciante.
Salvatore è stato colpito al petto e al volto da almeno un paio di colpi di
pistola esplosi da un metro e mezzo di distanza. Il suo corpo è incastrato tra
la brandina del letto e il muro, probabilmente ha provato a difendersi ma il
killer è stato più veloce di lui. Carmine è disteso sul letto, il volto
spappolato. Gli hanno appoggiato la canna dell’arma alla tempia e lo hanno
ammazzato come un cane. Alla fine, i colpi esplosi saranno almeno cinque o sei,
nel disimpegno i carabinieri trovano anche una cartuccia inesplosa, proprio
dietro alla porta d’ingresso. Un colpo a vuoto, quando ormai l’esecuzione era
stata portata a termine. Il filo del telefono è staccato, l’auto di servizio
posteggiata davanti al cancello ha effettivamente le ruote a terra. Tagliate
tutte e quattro, com’era sembrato agli agenti di scorta dell’onorevole
Almirante. C’è sangue dappertutto, la casermetta è stata messa a soqquadro dal
commando di assassini. Hanno portato via le armi in dotazione, le divise, una
paletta per le segnalazioni, fondine e munizioni. Persino i tesserini dei
carabinieri si sono presi. È chiaro che per entrare hanno usato una fiamma
ossidrica dando fuoco alla serratura. Poi, nel giro di qualche secondo, hanno
massacrato i due militari. Che non si sono accorti di nulla, forse perché quella
notte c’erano lampi e tuoni così forti da attutire il rumore dei sicari. Strano,
improbabile ma non impossibile.
L'articolo “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di
misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro
innocenti incarcerati proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di
Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 durante un
fermo dei carabinieri: Magherini morì dopo essere stato ammanettato a pancia in
giù, rimanendo in quella posizione anche dopo aver apparentemente perso
conoscenza. Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano è responsabile
del decesso poiché non sussisteva l’assoluta necessità di mantenere l’uomo
immobilizzato a terra in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza,
approvata all’unanimità, stabilisce che sono state violate due disposizioni
dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riguardanti il
diritto alla vita e l’adeguatezza delle indagini. La Corte ha inoltre
riscontrato carenze strutturali nella formazione delle forze dell’ordine e
l’assenza di linee guida chiare sulle tecniche di immobilizzazione rischiose,
oltre a criticare l’indipendenza delle prime fasi dell’inchiesta, durante le
quali alcuni testimoni furono ascoltati da agenti coinvolti nei fatti. Per
queste ragioni, lo Stato dovrà versare ai familiari della vittima 140mila euro
per danni morali e 40mila euro per le spese legali.
Il padre di Riccardo, Guido Magherini, ha accolto la notizia con commozione,
dichiarando che finalmente suo nipote Brando può avere la certezza che suo padre
era una persona perbene. “Siamo felici e al tempo stesso la nostra arrabbiatura
è aumentata sotto l’aspetto di come si sono comportati – ha dichiarato -.
Sapevamo che loro avevano fatto cose che non erano consone alla divisa che
portavano addosso. La sentenza dice certe cose per cui c’è da preoccuparsi e da
mettersi le mani nei capelli”. “Oggi è una giornata in cui giustizia è fatta per
Riccardo e per tutti noi”, ha aggiunto Andrea Magherini (foto), fratello di
Riccardo. “In quel momento Riccardo andava girato, e doveva essere fatto
respirare”. Sul comportamento dei carabinieri torna anche l’avvocato della
famiglia, Fabio Anselmo, che ha definito il pronunciamento come una sentenza
storica di enorme rilevanza giuridica e politica. Secondo il legale, il
procedimento era già stato qualificato dalla Cedu come un caso pilota che
dovrebbe spingere l’Italia a dotarsi di una legge specifica sui fermi o a mutare
la propria giurisprudenza.
La decisione della Corte europea giunge dopo che il sistema giudiziario italiano
aveva definitivamente chiuso il caso nel 2018 con l’assoluzione dei militari
coinvolti. Il 15 novembre 2018, la quarta sezione penale della Cassazione aveva
infatti annullato senza rinvio le condanne per omicidio colposo a carico di tre
carabinieri, stabilendo che il fatto non costituisce reato. Secondo gli
ermellini, la morte dell’ex calciatore non era prevedibile per i militari, i
quali non possedevano le competenze scientifiche necessarie per comprendere che
la posizione prona, associata all’assunzione di cocaina, avrebbe potuto causare
un arresto cardiocircolatorio. La Cedu, pur condannando lo Stato, ha precisato
di non voler mettere in discussione tale assoluzione penale individuale,
focalizzandosi invece sulle responsabilità istituzionali e sulla mancanza di
preparazione tecnica degli operatori.
Il processo italiano era iniziato in seguito ai fatti di Borgo San Frediano,
dove Magherini, in preda a una crisi di panico e allucinazioni, era stato
bloccato dai militari mentre invocava aiuto. In primo e secondo grado, i tre
carabinieri erano stati condannati a pene tra i sette e gli otto mesi. La Corte
d’appello di Firenze aveva inizialmente ritenuto che, nonostante
l’intossicazione da stupefacenti, l’immobilizzazione forzata fosse stata letale
impedendo il necessario apporto di ossigeno. Altri imputati, tra cui i volontari
della Croce Rossa e un quarto carabiniere, erano stati invece assolti già nei
primi gradi di giudizio. La ricostruzione finale della Cassazione ha ribaltato
le condanne precedenti, ritenendo che ai militari non fosse esigibile una
conoscenza medica approfondita in quel ristretto arco temporale.
L'articolo Magherini, la Cedu condanna l’Italia per la morte durante il fermo
dei carabinieri: “Carenze nella formazione degli agenti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Collezionava residuati bellici in magazzino a aveva allestito un piccolo museo
nella propria abitazione: è stato ucciso da una bomba che stava maneggiando. Il
fatto è accaduto a Valdobbiadene, in provincia di Treviso, nel primo pomeriggio
del 14 gennaio: un 56enne del posto, Attilio Frare, aveva trovato un ordigno
austriaco risalente alla Prima guerra mondiale e l’aveva portato all’interno del
suo ricovero attrezzi. Mentre svuotava la bomba, è avvenuto l’incidente e il
56enne è morto.
L’uomo aveva precedenti di polizia per detenzione di esplosivi. La compagna, in
casa con lui, ha lanciato l’allarme alle forze dell’ordine. Sul posto sono
intervenuti il Suem 118, i carabinieri e i vigili del fuoco. Gli artificieri
hanno messo in sicurezza il sito e fatto degli accertamenti sullo stato degli
altri reperti collezionati. Verrà effettuato un secondo sopralluogo nella
giornata di giovedì 15 gennaio.
L'articolo Maneggia una bomba della Prima guerra mondiale: muore collezionista
56enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sequestrata dai carabinieri di Nuoro una delle più grandi piantagioni di
marijuana rinvenute in Italia, oltre 35.000 piante messe a dimora e 13.000 in
fase di essiccazione, il tutto per un peso complessivo di circa tre tonnellate e
mezzo, che se spacciate al dettaglio avrebbero fruttato circa 31 milioni di euro
(15 milioni di dosi circa). Questa mattina i militari del comando provinciale
arrestato quattro persone nei comuni di Orani e Silanus, nel Nuorese, e Buddusò
nel Sassarese, con l’accusa di produzione di sostanze stupefacenti in concorso.
Un quinto soggetto è stato denunciato. L’ordinanza di misura cautelare personale
in carcere è stata emessa dal gip del tribunale di Nuoro, su richiesta della
Procura della Repubblica.
L'articolo Trovata una delle più grandi piantagioni di marijuana in Italia con
35mila arbusti: sequestro record nel Nuorese. Il video proviene da Il Fatto
Quotidiano.