Se fosse stato un “balordo”, magari africano o dell’Est europeo, peggio ancora
un “anarchico”, forse l’avrebbero arrestato. E in questi tempi di ossessioni
securitarie, avrebbe senz’altro avuto l’onore delle cronache, almeno quelle
locali. Invece a Roma non si è saputo niente del militare statunitense, un
22enne dal cognome italiano “in evidente stato di alterazione” e cioè ubriaco,
che ha aggredito e atterrato un appuntato dei carabinieri.
È successo la sera di sabato 7 marzo, attorno alle 23, davanti a Palazzo
Giustiniani, sede distaccata del Senato alle spalle di Palazzo Madama, nel
centro della Capitale. A quanto pare è stato necessario l’intervento di altri
tre militari e poi dei sanitari del 118 per contenere la furia del giovanotto,
che era stato sorpreso a orinare in strada, anzi “proprio sul portone del
palazzo”. Per fortuna, niente di grave: 7 giorni di prognosi per l’appuntato, 38
anni, in servizio al Senato e refertato all’ospedale Santo Spirito. Il soldato,
che era in vacanza in Italia e magari è già ripartito, è stato denunciato a
piede libero per violenza e minaccia a pubblico ufficiale.
Raccontano nell’ambiente che i carabinieri erano in tre e hanno incrociato tre
giovani statunitensi, uno dei quali si è messo a fare i suoi bisogni. Hanno
cercato di fermarli: “Stop stop guys”. Ma lui è scappato. E mentre chiedevano i
documenti agli altri due, quello è tornato indietro di corsa: “Ha caricato come
nel football e ha atterrato il collega”. È arrivata anche “un’altra pattuglia” e
“il 118 ha provato tre volte a sedarlo, ma non si calmava”.
Non si è saputo niente fino a ieri – 15 marzo – quando l’ha fatto sapere Unarma,
uno dei sindacati dei carabinieri, che chiede “chiarimenti urgenti” sia pure
tacendo i dettagli e l’attività professionale dell’aggressore. “Un Marine”,
raccontano, anche se pare sia dell’Us Army, l’esercito. Comunque “era grosso” e
“addestrato”. “Ciò che lascia sconcertati è che, nonostante un’aggressione a
pubblico ufficiale in servizio davanti a un luogo istituzionale, l’uomo non sia
stato arrestato ma soltanto denunciato a piede libero”, scrive Unarma. Sentito
il pm di turno alla Procura di Roma, al militare Usa è stato risparmiato
l’arresto in flagranza (facoltativo, non obbligatorio) e quindi il processo per
direttissima. “Non era pericoloso, era incensurato”, ci spiegano. Ci sta, magari
però con altri si va meno per il sottile. Non c’è conferma che qualcuno abbia
detto che era “meglio evitare una crisi diplomatica”. Che poi chissà se
acconsentirebbero al processo in Italia, gli Stati Uniti: almeno quando sono in
servizio i loro militari li processano solo in patria. Basta ricordare il
Cermis, 1998: venti morti per giocare con un aereo da guerra vicino ai cavi di
una funivia.
“Aggredire un carabiniere in servizio non può diventare un fatto secondario –
protesta dal canto suo Unarma – né può ricevere trattamenti diversi a seconda
della nazionalità dell’aggressore. Ci poniamo anche una domanda: ma a parti
invertite cosa sarebbe successo al servitore dello Stato? La risposta noi la
conosciamo”. Ci sta anche un po’ di corporativismo, per carità, mai visto però
un carabiniere arrestato in flagranza (e da chi?) per aver procurato 7 giorni di
prognosi a qualcuno. “Ma avrebbe ricevuto un trattamento che andava oltre
l’arresto replica Antonio Nicolosi, segretario di Unarma – Gogna mediatica,
abbandonato da tutti, avvocati sanguisuga da liquidare nonché un trasferimento
con ripercussioni familiari. C’è la corsa a denunciare i carabinieri”.
La nota sindacale ricorda pure “il drammatico omicidio del Vice Brigadiere Mario
Cerciello Rega, avvenuto nel 2019, in cui furono coinvolti due cittadini
americani”, sempre a Roma, per sottolineare gli sconti di pena di cui hanno poi
beneficiato i due giovanissimi statunitensi condannati, dall’ergastolo del primo
grado a 15 anni e 2 mesi (per uno, l’altro non è ancora definitivo ma al secondo
appello la pena è scesa a 10 anni).
L'articolo Roma, militare Usa aggredisce un carabiniere ma evita l’arresto:
denunciato a piede libero proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Carabinieri
Il racconto di una delle truffe informatiche meglio riuscite del clan Mazzarella
arriva dalla Toscana, da Lucca. Una mattina del marzo 2024 un signore si
presenta ai carabinieri e spiega come lo hanno ripulito di 48.500 euro. In
mattinata aveva ricevuto dal numero verde Bnl una telefonata di un sedicente
dipendente, che gli chiedeva se era lui l’autore di un bonifico di
quell’importo, e in caso contrario di correre in filiale a bloccarlo. Poco dopo,
altra telefonata da un numero riferibile alla polizia postale: un sedicente
“ispettore De Angelis” gli confermava che stavano provando a derubarlo.
Immaginate il panico dell’uomo mentre riceve una terza telefonata, stavolta dal
cellulare del finto dipendente Bnl, che gli suggerisce come salvare i suoi
risparmi: andare in filiale, non dire nulla al dipendente ‘vero’ (“potrebbe
essere un complice”) e spostare i risparmi verso conti correnti sicuri di
un’altra filiale a Montecatini, sulle coordinate Iban che gli avrebbe fornito
con un messaggio. “Metta in causale che è per l’acquisto di un casolare, così
non desta sospetti”. L’uomo aveva prima riscontrato i numeri di telefono dai
quali aveva ricevuto le chiamate, e avendoli trovati corrispondenti a quelli
della Bnl e della polizia postale, si è fidato ed ha obbedito. Si è accorto
della truffa quando si è recato a Montecatini e ha scoperto che il direttore era
ignaro di tutto.
Benvenuti della nuova frontiera del business della camorra: le truffe
informatiche seriali. Dietro le quali c’è un’organizzazione scientifica.
Tossicodipendenti ingaggiati per aprire i conti correnti sui quali veicolare i
proventi. Informatici capaci di aprire siti bancari simili in tutto e per tutto
a quelli veri coi quali carpire le password e i dati sensibili delle vittime.
Uso massiccio della tecnica dello spoofing, che camuffa il numero di telefono di
provenienza della chiamata per renderlo uguale a quello di una banca. Finti
sportelli bancari aperti in zone periferiche, coi quali spennare il disgraziato
di turno.
Su questo affarone ha investito le sue migliori risorse il clan Mazzarella, che
intorno al giro di affari ha fatto e disfatto alleanze, dialogando coi Licciardi
e ottenendone l’ingaggio di un hacker di 25 anni, un genio dell’informatica. E,
se in passato, in questi tipi di frode ci cascavano solo persone anziane, deboli
e poco istruite, e facili da circuire, stavolta il livello era così alto che
poteva trarre in inganno professionisti e persone dotate di buone conoscenze
informatiche. Ne sa qualcosa l’impiegata di banca Bnl che ci stava cascando e si
è salvata solo grazie al tempestivo intervento dell’ufficio antifrode del suo
istituto di credito. Quello vero. Perché i truffatori in qualche caso si
presentavano come ispettori antifrode alle vittime. In altri casi come
funzionari di banca, carabinieri, agenti della Postale. In questo modo
l’associazione a delinquere ha colpito correntisti di Bnl, Credem, Poste
Italiane e Banca Intesa.
C’è chi si è visto svuotare il conto di poche centinaia di euro, chi di somme
superiori a 50.000 euro. E dietro a questa macchina da guerra c’erano i capi del
clan, Ciro e Michele Mazzarella, e il convivente di sua figlia, Gennaro Brusco,
tre delle 12 persone arrestate all’alba al culmine di una indagine del Nucleo
investigativo dei carabinieri di Napoli, agli ordini del tenente colonnello
Antonio Bagarolo e del generale Biagio Storniolo, con il coordinamento del
procuratore aggiunto Sergio Amato. Sedici le misure cautelari eseguite.
Il procuratore Nicola Gratteri ha sottolineato l’importanza di informare
sull’esito di inchieste come questa, in modo da tenere all’erta le potenziali
vittime. Ed infatti i truffatori ne erano frustrati, come dimostra il lamento
captato in un’intercettazione: “Queste campagne di sensibilizzazione ci stanno
penalizzando”. L’organizzazione colpiva in Italia e anche in Spagna, tra Madrid
e Barcellona. Dall’inchiesta sono emerse le due modalità utilizzate dai
truffatori, che hanno consentito di svuotare i conti correnti di una sessantina
di vittime.
La prima prevedeva la sottrazione delle carte bancomat, anche dal centro di
smistamento Milano, e poi dei documenti delle vittime. Con una mail simile a
quella della banca, inviata al titolare del conto corrente, lo si induceva a
cambiare il pin e a questo punto il gioco era fatto. Gli hacker, che lavoravano
esattamente negli stessi orari dei dipendenti bancari, eseguivano lo spostamento
di denaro verso i loro conti. La seconda era invece più sofisticata ed è quella
raccontata all’inizio.
I telefonisti dei Mazzarella riuscivano, anche simulando gli accenti come quello
milanese, a sapere prima quanto c’era sul conto corrente: se la cifra era
cospicua, la telefonata andava avanti. Se si trattava di quale migliaio di euro
si interrompeva. “Le mafie sono contemporanee, e lo è anche la camorra che ho
visto molto evoluta nell’ambito informatico e nel dark web, sono una criminalità
capace di commettere reati attraverso la tecnologia – ha detto Gratteri – Nella
Procura di Napoli c’à una sezione specializzata in reati informatici che con
Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza riescono a fare questo tipo di
indagine e scoprono continuamente nuovi modi per commettere questa tipologia di
reati. Noi cerchiamo di stare al passo e i miei colleghi, con le forze
dell’ordine, oggi i carabinieri, sono riusciti a dimostrare reati che era
difficile dimostrare”.
L'articolo Numeri verdi fasulli e finti poliziotti per svuotare i conti: ecco le
truffe informatiche del clan Mazzarella proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un sistema di gestione del lavoro basato su chat WhatsApp, paghe minime e
controllo costante dei tempi di consegna. È il quadro emerso da un’indagine
della Procura di Messina che ha portato alla notifica di un avviso di
conclusione indagini per caporalato nei confronti dell’amministratore unico e di
tre collaboratori di una società operante nel settore del food delivery.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro
(Nil) di Messina, con il supporto del Gruppo per la Tutela del Lavoro di
Palermo. Al centro dell’inchiesta un sistema che, secondo gli investigatori,
avrebbe coinvolto circa 300 rider, in gran parte studenti universitari e giovani
disoccupati.
PAGHE BASSE E LAVORO ORGANIZZATO VIA CHAT
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, i rider venivano contattati e
coordinati attraverso chat su WhatsApp, dove ricevevano istruzioni operative e
aggiornamenti in tempo reale. Il compenso per le consegne sarebbe stato di circa
tre euro ciascuna, con importi che in alcuni casi risultavano inferiori alla
metà di quelli previsti dal contratto collettivo nazionale di lavoro.
In un contesto economico già fragile, sostiene l’accusa, i lavoratori erano
costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare le consegne, esponendosi a
rischi elevati nel traffico pur di raggiungere un livello minimo di guadagno.
IL MECCANISMO DEL “LIBERO” E IL CONTROLLO DEI TEMPI
L’indagine avrebbe portato alla luce quello che gli investigatori definiscono un
vero e proprio sistema di “caporalato digitale”, fondato su un controllo
costante dei rider. Per ridurre i cosiddetti tempi morti tra una consegna e
l’altra, i lavoratori erano obbligati a inviare tramite WhatsApp la parola
“libero” al termine di ogni consegna, aggiornandola ogni minuto.
I responsabili dell’azienda monitoravano così in tempo reale la disponibilità e
i tempi di esecuzione. In caso di ritardi o rallentamenti, i rider venivano
contattati telefonicamente per fornire spiegazioni.
Di fatto, secondo la Procura, i fattorini non avevano la libertà di rifiutare
una consegna. Ogni rifiuto doveva essere “ben motivato”; in caso contrario
scattavano ammonimenti o la perdita della possibilità di ricevere nuovi ordini.
Un meccanismo che, secondo gli investigatori, generava una condizione di totale
subordinazione e costringeva i lavoratori ad accettare ritmi di lavoro
particolarmente intensi.
SANZIONI E RECUPERO DEI CONTRIBUTI
Oltre all’ipotesi di caporalato, agli indagati vengono contestate violazioni
delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e la responsabilità
amministrativa della società. Per queste irregolarità i carabinieri del Nil
hanno già comminato sanzioni per oltre 66.900 euro. Parallelamente sono state
avviate le procedure per il recupero degli oneri contributivi, previdenziali e
assistenziali non versati, per un importo complessivo di circa 696 mila euro.
Secondo gli investigatori, il sistema si basava sull’utilizzo di contratti di
prestazione occasionale, con il limite di 5.000 euro annui per lavoratore. Una
soglia che i rider non potevano superare, circostanza che avrebbe consentito
all’azienda di impiegare centinaia di fattorini senza stabilizzare i rapporti di
lavoro.
L'articolo Caporalato digitale nel food delivery: indagine a Messina su paghe da
tre euro a consegna proviene da Il Fatto Quotidiano.
La banda dei farmaci tumorali agiva a colpo sicuro, grazie a una o più talpe, in
certi casi una guarda giurata. Si metteva in moto quando erano appena arrivati i
costosissimi farmaci salvavita, sottraendoli al servizio sanitario nazionale.
Per poi conservarli male, prima di fornirli alla rete di ricettatori, un ricco
mercato parallelo. Con clienti anche all’estero, nord Africa e Medio Oriente,
secondo le indagini dei carabinieri della Compagnia Vomero e della sezione
sicurezza urbana della Procura di Napoli – procuratore Nicola Gratteri, aggiunto
Pierpaolo Filippelli, pm Maurizio De Marco – culminate in tre arresti in
carcere, tre ai domiciliari e quattro obblighi quotidiani di presentazione alla
polizia giudiziaria per accuse di furto e ricettazione.
Gli indagati sono complessivamente 17. Il Gip ha escluso l’associazione a
delinquere contestata dai pm restringendo a due i capi della banda, Alessio
Donnarumma e Cristofaro Sacchettino, che agivano con complici a rotazione. Per i
due è stato disposto il carcere, come per Danilo De Angelis. Arresti domiciliari
per Ciro Sacchettino, Antonio Fabio Alfano e Pasqualino Spadaro. Obbligo di
firma per Antonio Ruffino, Diomede Contini, Francesco Pandolfo e Francesco
Celentano.
Il valore dei farmaci sottratti sfiora i 4 milioni e mezzo di euro. Ne sono
state vittime l’azienda ospedaliera Federico II di Napoli e il distretto 30
dell’Asl Napoli 1, tra l’aprile e il dicembre 2024. Ci sono indizi anche su
furti fuori regione, in particolare a Bologna ma non solo. Il 13 febbraio gli
indagati sono stati sentiti per l’interrogatorio preventivo. Ieri le misure
cautelari.
In carcere è finito anche una guardia giurata con la quale i due capi della
banda di ladri si tenevano in contatto. Grazie al vigilante, infatti, i ladri
riuscivano ad accedere alla Farmacia dell’azienda ospedaliera: era lui, infatti,
a disattivare il sistema di allarme. Nell’ultimo dei furti ricostruiti dagli
inquirenti uno dei ladri si è addirittura portato il figlio di 12 anni.
Èavvenuto il 10 dicembre del 2024 e l’Asl subì un danno di circa 767mila euro.
Fu compiuto da tre ladri in auto ed uno in motorino. Quest’ultimo aveva in sella
il figlio piccolo.
C’erano stati altri quattro colpi: il primo da circa un milione di euro
risalente al 29 aprile 2024; con il colpo messo a segno il 31 maggio 2024
vennero rubati farmaci per oltre 1,4 milioni di euro; il 18 agosto il bottino
ammontava a oltre 560mila euro e venne messo a segno dopo avere oscurato le
telecamere di videosorveglianza con schiuma bianca. Da quasi 685mila euro invece
il furto di farmaci oncologici e chemioterapici del 2 settembre 2024, parte dei
quali (per quasi 36mila euro) venne abbandonata a terra e resa inutilizzabile a
causa dello sbalzo termico.
Sul cellulare di uno degli indagati, perquisito dopo un arresto in flagranza
durante un furto, erano conservate le foto di farmaci rubati, dei fogli con le
date della loro scadenza, delle cifre pattuite per la ricettazione. Erano state
scattate a casa di Alessio Donnarumma. Erano le foto di una sorta di inventario
del bottino di un altro furto. E’ stato uno snodo importante delle indagini.
L'articolo La banda dei farmaci tumorali, rubavano le terapie salvavita per
rivenderle: 6 arresti. Danni al Ssn per oltre 4 milioni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Una carabiniera della Compagnia di Civitavecchia è stata investita a un posto di
blocco a Marina di Cerveteri, sul litorale laziale a nord di Ladispoli. Alla
guida della Fiat Panda che l’ha travolta, facendola sbalzare sull’asfalto per
diversi metri, una 22enne italiana la cui posizione è al vaglio.
L’auto non si è fermata al controllo e ha investita la militare, carabiniere
scelto. Ferita, è stata trasportata con l’elisoccorso al Policlinico Gemelli non
in pericolo di vita.
Lunedì, a Roma, un’altra auto aveva saltato un posto di blocco della polizia,
per poi invadere la carreggiata opposta e scontrarsi con un’altra auto,
uccidendo una famiglia di tre persone.
L'articolo Auto non si ferma al posto di blocco: carabiniera investita a
Cerveteri proviene da Il Fatto Quotidiano.
La corsa, l’aggressione alle spalle, i colpi sferrati ripetutamente sul corpo
della vittima. I carabinieri di Paderno Dugnano hanno eseguito un’ordinanza di
custodia cautelare in carcere nei confronti di un egiziano di 33 anni.
Lo scorso 19 febbraio l’uomo ha aggredito il cognato, assalendolo in strada con
un coltello da cucina con una lama di circa 20 centimetri e colpendolo alla
fronte e ai fianchi. L’aggressore è stato individuato dalle telecamere di
videosorveglianza.
L'articolo Accoltella il cognato in strada, incastrato dalle telecamere: il
video dell’aggressione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cappello, bastone e niente documenti. Questo era il quadro che si presentava
alle autorità. Sono trascorsi due anni da quella tragica notte e quell’anziano
signore non è stato ancora identificato. Per questo la Legione Carabinieri Lazio
– Compagnia di Pomezia, su delega della Procura della Repubblica di Roma, ha
diffuso le immagini dell’uomo trovato senza vita e completamente carbonizzato il
23 febbraio 2024 in via Alvaro Del Portillo, nelle vicinanze del Campus
Bio-Medico di Roma.
Il corpo è stato trovato privo di vita a Trigoria, in un’area adiacente
all’ateneo. Secondo quanto riportato in un articolo di cronaca pubblicato allora
da Roma Today, l’allarme era scattato nella serata del 23 febbraio, quando era
stato segnalato un incendio. Sul posto erano intervenuti i vigili del fuoco e le
forze dell’ordine. Una volta domate le fiamme, era stato trovato il cadavere,
ormai arso dalle fiamme. Non erano stati trovati i documenti utili
all’identificazione e nemmeno le indagini svolte nelle ore e nei giorni
successivi avevano consentito di risalire all’identità della vittima.
L’uomo sarebbe “presumibilmente di circa 80 anni”, alto “160–165 cm”, “munito di
bastone” e con “un borsello a tracolla”. Da qui l’appello alla cittadinanza e
agli organi di informazione a diffondere le immagini affinché chiunque riconosca
l’uomo possa fornire informazioni utili alla sua identificazione. Chiunque abbia
notizie è pregato di contattare i Carabinieri di Pomezia al numero 0691628859.
L'articolo Anziano trovato carbonizzato a Roma: i Carabinieri diffondono le
immagini per l’identificazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si allarga l’inchiesta sui furti nel punto vendita Coin all’interno della
stazione di Roma Termini che coinvolge appartenenti alle forze dell’ordine in
servizio nello scalo ferroviario. Delle 44 persone iscritte al registro degli
indagati, 21 sono carabinieri e poliziotti e sono accusati di furto aggravato.
Al centro del presunto sistema c’è una cassiera, di 40 anni, per la quale la
Procura di Roma ha chiesto l’arresto insieme ad altri tre cassieri. La donna,
assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, sarà interrogata venerdì 27
febbraio prima della decisione del giudice.
A fornire ulteriori dettagli è stata l’edizione romana del Corriere della Sera.
Secondo l’accusa, gli uomini in divisa avrebbero scelto per mesi quali capi
d’abbigliamento, profumi e borse da portare a casa, consapevoli di poter godere
di un trattamento privilegiato: non pagare affatto oppure lasciare solo pochi
euro. A consentire il “saccheggio” sarebbe stata proprio la 40enne, ritenuta
dagli inquirenti il “vero cuore dell’ingranaggio”. Per tutto il 2024, la
cassiera avrebbe atteso che il militare o l’agente di turno le esponesse i
“desiderata”, per poi preparare un pacchetto con la merce richiesta e
consegnarlo fuori dal negozio – oggi chiuso – al richiedente.
Le immagini di videosorveglianza raccolte e messe a disposizione del pm Stefano
Opilio nel 2025 sono tra gli elementi ritenuti più rilevanti dall’accusa:
mostrerebbero gli appartenenti all’Arma mentre prendono i pacchetti “senza
corrispondere denaro”, come si legge in uno dei capi d’imputazione. In tutto
sono 45 gli episodi contestati alle forze dell’ordine. Uno risale al 17 ottobre
2024: la donna prende un maglione a collo alto, un cappotto e una pashmina, li
mostra a un carabiniere, rimuove le tacche antitaccheggio e glieli porge. Il
militare si allontana senza pagare. Il 26 dicembre 2024 un altro carabiniere
porta via sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess. In cambio, il militare
avrebbe lasciato alla cassiera appena 50 euro per l’intero pacchetto.
Secondo l’accusa, altri 45 furti sarebbero stati commessi da ulteriori 19
persone – tra commessi di altri negozi o clienti in buoni rapporti con la
cassiera – che avrebbero goduto degli stessi favori, pagando la merce pochi
euro. Il “sistema” delineato dagli inquirenti attribuisce una duplice
responsabilità alle forze dell’ordine: non solo avrebbero sottratto merce al
punto vendita, ma avrebbero anche consentito che altri lo facessero, nonostante
la loro presenza all’interno della stazione. Non risulta, infatti, che
carabinieri o poliziotti abbiano mai segnalato anomalie o effettuato
accertamenti su quanto accadeva nel negozio quando era presente la cassiera. Nel
telefono della donna sono state trovate diverse chat WhatsApp tra lei e alcuni
militari e agenti. Il contenuto dei messaggi è al momento ignoto, ma secondo gli
inquirenti rivelerebbe rapporti amichevoli.
Come già raccontato dal ilfattoquotidiano.it, i numeri fotografano l’entità
delle perdite. Nel 2024 nel bilancio del punto vendita compare un “buco” di
300mila euro, in gran parte dovuto alla sparizione di capi mai pagati. L’ammanco
relativo ai profumi è pari a 45mila euro. In un normale punto vendita è
fisiologico che sparisca tra il 2 e il 3% della merce. Alla Coin interna alla
stazione Termini la percentuale aveva raggiunto il 10,8%. Un dato che ha spinto
l’azienda a ingaggiare una società privata per installare telecamere dentro e
fuori dal negozio, così da fare luce sulle sparizioni.
L'articolo Furti alla Coin: chiesto l’arresto della cassiera complice di
poliziotti e carabinieri. Il “privilegio” catturato in telecamera proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici, profumi. È il classico bottino dei
taccheggiatori. Sorprende di più che chi se ne andava con la refurtiva dalla
Coin della stazione Termini, a Roma, fossero un dirigente della Polfer,
commissari, un ispettore e altri agenti di gradi diversi e anche 12 carabinieri.
È questo lo scenario ricostruito nell’inchiesta coordinata dal pubblico
ministero Stefano Opilio, che vede indagate complessivamente 44 persone per
furti sistematici ai danni di attività commerciali dell’area, in particolare del
punto vendita della catena di via Giolitti.
Tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine coinvolti, 21 persone in totale,
sono poliziotti o militari dell’Arma: ci sono un primo dirigente della Polfer,
due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un
assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo e un agente. Tra i
carabinieri invece un brigadiere, diversi vice brigadieri e appuntati scelti in
servizio presso lo scalo ferroviario.
L’indagine è partita da un ammanco di 184mila euro emerso dall’inventario del
2024. Una cifra che corrisponde al 10,8% del fatturato, ben oltre la soglia
fisiologica del 2-3% di merce che ogni anno sparisce dagli scaffali in altri
punti vendita. Uno scarto ritenuto anomalo, tale da imporre l’installazione di
telecamere e l’avvio di accertamenti affidati a una società investigativa
privata. Secondo quanto ricostruito, il meccanismo sarebbe stato semplice e
ripetuto nel tempo.
Al centro del sistema una cassiera della Coin, indicata come il “cuore”
dell’organizzazione. La donna avrebbe messo da parte la merce, nascondendola in
un armadio vicino alla propria postazione. Dopo aver rimosso le placche
antitaccheggio, preparava le buste. Quando si presentavano i militari, i
sacchetti venivano consegnati direttamente nelle loro mani. All’interno, capi di
vario genere: borse, cappelli, giacche, intimo, cosmetici e profumi.
Non si sarebbe mai trattato di colpi eclatanti. L’astuzia, secondo gli
inquirenti, stava proprio nella costruzione di un sistema che non desse
nell’occhio e garantisse sottrazioni costanti, apparentemente facili da
occultare. Piccoli prelievi quotidiani che, nel tempo, hanno prodotto un buco da
centinaia di migliaia di euro. L’inchiesta, tuttavia, non riguarda solo uomini
in divisa. Tra i 44 indagati figurano anche venti dipendenti di negozi vicini,
tutti sorpresi a fare acquisti alla Coin con lo stesso metodo e con la
complicità della medesima cassiera.
L'articolo Ventuno poliziotti e carabinieri indagati per “furti sistematici” in
un negozio di Roma Termini proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta di Siderno che ha portato al fermo di sette
persone non c’è solo l’intercettazione in cui Frank Albanese, il reggente della
cosca Commisso ad Albany, nello Stato di New York, ha inveito contro il
procuratore di Napoli Nicola Gratteri definendolo “il peggiore che abbiamo”,
paragonandolo ai magistrati uccisi nelle stragi di Capaci e via D’Amelio (“Dopo
Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro”) e quasi rammaricandosi che “è
ancora vivo”. Se Albanese ha un ruolo chiave nelle fila dei “sidernesi”, non è
lui il principale indagato venuto fuori nell’inchiesta coordinata dal
procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli e dal coordinatore dell’area
jonica della Dda Giuseppe Lombardo.
AL POSTO DEL NONNO
Al centro delle indagini condotte dai carabinieri del Ros, infatti, c’è Antonio
Commisso che, nonostante fosse il figlio di un latitante in Canada e il nipote
omonimo del mammasantissima di Siderno, fino a ieri era considerato “estraneo ad
indagini di contesto” mafioso della sua famiglia. Questo perché agli atti, nei
suoi confronti, risultava solo una vecchia denuncia per rissa, oltraggio e
resistenza, rimediata tra l’altro quando aveva appena 15 anni. Adesso di anni ne
ha 46 anni e Antonio Commisso ha preso il posto del nonno deceduto lo scorso
settembre. Se l’anziano patriarca, classe 1925, è stato uno dei principali
esponenti del cosiddetto “Siderno Group” con cui ha scritto la storia del
potente casato mafioso, oggi è il nipote a guidare uno dei più blasonati clan
della Calabria. Il profilo è quello di un boss in grado di decidere e
pianificare le azioni delittuose, ma anche di gestire gli interessi
imprenditoriali del clan con ramificazioni negli Usa e in Canada dove è
latitante il padre Francesco detto “lo Scelto”.
Un boss che, stando alle sue stesse parole intercettate, era capace pure di
minacciare gli agenti della polizia stradale che lo avevano fermato per un
controllo all’altezza dello svincolo di Gioiosa Superiore. L’episodio sarebbe
avvenuto il 24 luglio 2011, ma lui lo racconta 10 anni più tardi, nel 2021. In
sostanza era alla guida della sua Audi A4 e percorreva un tratto di strada ad
una velocità di 151 km/h quando il limite era, invece, di 70. Commisso stava
andando alla stazione di Rosarno per prelevare sua cognata, che arrivava con il
treno proveniente da Reggio Emilia, e per non subire la contravvenzione alla
polizia stradale “aveva falsamente sostenuto di essere in viaggio per Polistena
perché sua figlia (che era con lui in auto assieme alla moglie, ndr) si era
sentita male”. Ovviamente non era vero e per dimostrarlo prima di andare alla
stazione di Rosarno dalla cognata, “ci siamo recati all’ospedale a Polistena, mi
hanno fatto la carta che io ho portato la bambina là”. Il tutto, quindi,
attestato da un medico da cui “si era fatto fare un falso certificato”.
IL CASO DELLA MULTA
Lo stesso che poi ha allegato agli atti del ricorso presentato al giudice di
pace di Gioiosa Jonica. La multa, infatti, era stata comunque elevata dalla
stradale di Siderno nonostante le minacce di Commisso che, per evitare il
verbale, si sarebbe rivolto con toni minacciosi agli agenti in divisa: “Allora,
vi dico una cosa, ve la dico qua davanti a tutti, in modo che mi sentano tutti,
– sono le sue parole – se io devo pagare un euro di verbale, e io devo
camminare… un anno senza patente, vi garantisco che quei due poliziotti che
hanno firmato qua il verbale io faccio che li radiano da tutte le polizie del
mondo, devono andare ad elemosinare. Fino a quando vivono!… Perché mia figlia
poteva morire in macchina… per loro!”.
Col tempo, però, l’esuberanza classica del rampollo di ‘ndrangheta si è
trasformata in qualcosa di diverso. Di più adatto a chi, per linea di sangue e
scelte personali, già all’epoca era un predestinato a prendere il controllo
della cosca e le redini che erano del nonno. Negli ultimi anni, infatti, Antonio
Commisso ha cambiato postura e a lui si sono rivolti tutti “in ragione del suo
carisma criminale”. Non solo quando c’era da dirimere un conflitto tra giovani
vicini al suo clan e “soggetti di rilievo del locale di Africo”, ma pure nelle
vertenze lavorative, nelle assunzioni e finanche “nelle vicende e vicissitudini
personali” dove “l’intervento del Commisso sarebbe stato, oltre che veloce, ben
più forte ed efficace di un provvedimento dell’autorità giudiziaria”.
“L’autorità criminale di Commisso – scrivono i pm – era così pervasiva a Siderno
che a lui i cittadini si rivolgevano anche per problemi di natura familiare
affinché potesse intervenire a risolverli”. Il motivo lo sintetizza
un’intercettazione registrata dai carabinieri in cui il titolare di un esercizio
commerciale elogiava le qualità personali del boss: “Puoi comandare senza fare
nient’altro, solo con garbo e l’umiltà che hai… puoi fare quello che vuoi”.
AL POSTO DELLO STATO
Poche parole che, però, danno l’immagine plastica di come la ‘ndrangheta
consideri il consenso un elemento fondamentare della sua esistenza in un
territorio come Siderno che non si controlla solo con le armi, il traffico di
droga, le estorsioni e gli omicidi. I pm non hanno dubbi a scrivere che Antonio
Commisso si sostituiva addirittura “all’autorità statuale”. Lo ha fatto pure su
richiesta dell’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda. Stando al provvedimento
di fermo della Dda, non sarebbe indagato ma si rivolse al boss “affinché facesse
pressioni su un soggetto che esigeva il rientro di una somma prestata al figlio
del Fuda per debiti di gioco, e che non era stata ancora saldata”.
Per i magistrati, “Commisso non aveva alcun titolo per interessarsi alla
vicenda, se non quello legato al suo ruolo mafioso, che Fuda evidentemente
riconosceva, facendone affidamento. L’intento di Fuda era ottenere una dilazione
di 15 giorni: a quella data, se avesse ottenuto il prestito che aveva richiesto,
avrebbe saldato l’intero importo, altrimenti avrebbe cominciato a pagare la
somma di 500 euro al mese”. “Ma se gli vuoi dare meno, gli dai di meno, glielo
dico io”. La parola del boss era una sola e “come segno di ringraziamento Carlo
Fuda, sfruttando il ruolo di assessore da lui ricoperto, a titolo di favore
personale, faceva pulire dai mezzi di Muraca srl, azienda che si occupa dei
lavori di pulizia nel Comune di Siderno, i tratti di strada privata nella
disponibilità di Antonio Commisso”.
Se, come emerge dalle carte della Dda, i cittadini e addirittura un assessore
comunale si sono rivolti alla ‘ndrangheta per questioni personali, la fotografia
dell’inchiesta lascia l’amaro in bocca. Il retrogusto è ancora peggiore. La
sensazione, infatti, è che a Siderno non solo il tessuto sociale è infiltrato
dalla ‘ndrangheta. Lo è anche quella parte dello Stato che ha imparato a
convivere con i Commisso. Per dirla con le parole del procuratore Giuseppe
Borrelli e del reggente della Dda Giuseppe Lombardo: “La forza della ‘Ndrangheta
risiede anche nel controllo delle diatribe familiari sul territorio e i suoi
rappresentanti vengono considerati vere e proprie autorità a cui appellarsi in
caso di bisogno, in luogo delle istituzioni”.
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Commisso capace di sostituirsi “all’autorità statuale” proviene da Il Fatto
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