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Sequestrato il Quattro Passi di Nerano, l’unico 3 stelle Michelin del Sud noto per Masterchef e il matrimonio di Bezos
Sono l’unico Tre Stelle Michelin del Sud e l’anno scorso hanno ospitato la più importante puntata in esterna di Masterchef. Al ristorante Quattro Passi di Nerano, frazione marina di Massa Lubrense, si viveva un’esperienza culinaria e turistica da sogno: piatti prelibati, camere al piano superiore, area parcheggio, piscina. Lusso e bellezza per palati fini e portafogli molto gonfi, tipo quelli di Jeff Bezos e Magic Johnson, con il primo che ha scelto gli chef per il suo matrimonio e l’altro che si attovagliò davanti al mare un paio di estati fa. Ora era chiuso per la pausa invernale, e non è detto che riaprirà: sul complesso turistico-recettivo, lustro della costiera sorrentina, si è infatti abbattuta la scure della magistratura di Torre Annunziata. In queste ore i carabinieri della compagnia di Sorrento, agli ordini del capitano Mario Gioia, hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo del complesso edilizio, finalizzato alla confisca, per il reato di lottizzazione abusiva. INDAGATI LO CHEF ANTONIO MELLINO E LA MOGLIE Due gli indagati, il proprietario Giovanni Antonio Mellino, chef insieme al figlio Fabrizio, e la signora Rita Vinaccia, moglie di Mellino senior rappresentante legale della società che amministra il ristorante. “Condotta tuttora in corso”, si legge nel capo di imputazione. Secondo le tesi inquirenti della procura – pm Matteo De Micheli, procuratore Nunzio Fragliasso – il Quattro Passi è lievitato a vista d’occhio attraverso una sequela ininterrotta di illeciti edilizi “accertati a decorrere dal 16 febbraio 1982” che si sono “protratti in modo continuativo sino all’8 ottobre” dello scorso anno, si legge nel decreto di 32 pagine firmato dalla giudice per le indagini preliminari Emanuela Cozzitorto. LE ACCUSE AL COMUNE DI MASSA LUBRENSE Un documento che è un j’accuse anche nei confronti del Comune di Massa Lubrense che ha avuto “una condotta quanto meno negligente”, ha spiegato il procuratore Fragliasso. Dagli uffici municipali avrebbero infatti approvato condoni e sanatorie ottenuti “attraverso un artificioso frazionamento delle domande” censurato dal consulente della Procura, l’architetto Ciro Oliviero, in un rapporto ultimato il 14 gennaio. Frazionamento “finalizzato ad ottenere formalmente plurime volumetrie singolarmente, ma non cumulativamente condonabili, (come) è confermato dal consolidato orientamento giurisprudenziale sul punto”. Il passaggio va letto anche alla luce di una recente inchiesta su condoni fasulli a Massa Lubrense, che ha costretto alle dimissioni l’assessore al Condono. IL TENTATIVO (FALLITO) DI METTERSI IN REGOLA Agli ultimi controlli di tecnici comunali e della procura, avvisaglie del temporale precipitato stamane, l’anno scorso gli amministratori del Quattro Passi hanno provato ad aprire l’ombrello di alcune Scie di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi. Bocciate senza pietà dal giudice che le ha definite “un’iniziativa strumentale e interferente rispetto al procedimento repressivo già avviato dal Comune per lottizzazione abusiva”. L’ACCUSA: “SI ERANO ESTESI A FONDI CONTIGUI” Forse il passaggio più grave del decreto è quello che descrive come la lottizzazione si fosse estesa anche “a fondi contigui” di proprietà di altre persone che “risultano funzionalmente inglobati nell’assetto complessivo mediante opere di accesso, percorrenza e collegamento, confermando l’estensione della trasformazione urbanistica all’intero ambito territoriale”. È la storia di una sorta di tunnel – che fu oggetto di un esposto del Wwf presieduto da Claudio d’Esposito – per collegare alcune proprietà di Mellino a monte e a valle della strada, ovvero “la realizzazione e/o occupazione di un manufatto interrato abusivo al di sotto della sede della strada pubblica via Amerigo Vespucci, utilizzato quale volume di servizio e collegamento (…) L’opera, incidendo direttamente nel sottosuolo pubblico, costituisce una violazione particolarmente grave, poiché attesta l’estensione della trasformazione abusiva anche ‘oltre i limiti della proprietà privata e rafforza il carattere infrastrutturale e unitario dell’insediamento”. L'articolo Sequestrato il Quattro Passi di Nerano, l’unico 3 stelle Michelin del Sud noto per Masterchef e il matrimonio di Bezos proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Processo Cucchi Ter, Bongiorno rinuncia alla difesa del colonnello Sabatino. La sorella Ilaria: “Apprezzo”. Ma il ricorso resta
“La posizione del colonnello Lorenzo Sabatino – per il quale anche il procuratore generale, in sede di appello, aveva chiesto l’assoluzione e che ha rinunciato alla prescrizione – merita di essere esaminata con oggettività. Temendo che le ingiustificate polemiche sollevate in queste ore possano compromettere la necessaria serenità, provvederò a una rinuncia formale del mandato difensivo”. Con questa dichiarazione all’Adnkronos l’avvocato Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato e punto di riferimento delle destre italiane in materia di giustizia, ha fatto un passo indietro rispetto all’incarico assunto da uno degli imputati del processo Cucchi Ter, che sarà trattato in Cassazione ai primi di marzo. Dell’intervento di Bongiorno, avvocato di grande peso politico, aveva dato notizia il Fatto Quotidiano nell’edizione del 30 gennaio. Il colonnello Sabatino risponde di omessa denuncia e favoreggiamento nel processo agli ufficiali accusati di aver imbrogliato le carte sul caso di Stefano Cucchi, morto nel 2009 a una settimana da un arresto per droga a Roma. Due carabinieri ritenuti responsabili del pestaggio del giovane romano sono stati poi condannati a 12 anni, nel 2022, per omicidio preterintenzionale. Da quel processo è nato questo, Cucchi Ter, nel quale sono emerse falsificazioni degli atti fin dal 2009. Sabatino, condannato a un anno e tre mesi in appello, non è certo l’imputato principale: risponde di fatti avvenuti nel 2015, cioè quando la Procura di Roma imboccò la strada che ha poi portato alla condanna dei due militari. Un altro ufficiale, il generale Alessandro Casarsa, aveva preso cinque anni in primo grado ma in appello è stato salvato dalla prescrizione alla quale, a differenza di Sabatino, non ha rinunciato. Come altri ufficiali prescritti, anche Casarsa ha fatto ricorso in Cassazione per ottenere l’assoluzione nel merito “Apprezzo la scelta della presidente Bongiorno che ha adottato una decisione saggia”, ha detto Ilaria Cucchi, oggi senatrice e vicepresidente della commissione Giustizia guidata da Bongiorno a Palazzo Madama, nota a tutti per la lunga battaglia sostenuta perché fossero individuati e puniti i responsabili della morte del fratello Stefano. Giovedì Cucchi aveva ricordato che “di questi 16 anni abbiamo perso i primi cinque, andando dietro a tre agenti penitenziari innocenti, perché la politica entrò a gamba tesa”, ricordando Ignazio La Russa allora ministro della Difesa che nel 2009 “giurava sull’onorabilità dei carabinieri” proprio mentre “gli alti ufficiali falsificavano le carte” e accusando le destre di voler “condizionare i giudici. Nell’Italia di oggi – concludeva Cucchi – non credo che il processo Cucchi si potrebbe fare”. Bongiorno aveva già detto al Fatto che non sarebbe andata in Cassazione, dove comunque non è affatto certo che il processo sia trattato oralmente. Oggi Bongiorno rinuncia e Cucchi apprezza. Le due senatrici, nelle scorse ore, si sono senz’altro parlate. Il ricorso a firma Bongiorno per Sabatino però rimane, sarà esaminato anche quello dalla Cassazione, quinta sezione, presidente Enrico Vittorio Stanislao Scarlini e relatore Carlo Renoldi. L’udienza è fissata per il 4 marzo prossimo. L'articolo Processo Cucchi Ter, Bongiorno rinuncia alla difesa del colonnello Sabatino. La sorella Ilaria: “Apprezzo”. Ma il ricorso resta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri
Proseguono le indagini per il triplice omicidio dell’82enne Antonio Gatani di Librizzi, del 42enne Giuseppe Pino e del 26enne Davis Pino, due fratelli di San Pier Niceto. Mercoledì 28 gennaio, i tre cacciatori sono stati trovati morti in una zona boschiva di Montagnareale, in provincia di Messina. A dare l’allarme alle autorità è stato un amico di una delle tre vittime che non lo sentiva da ore. Dopo il ritrovamento dei cadaveri, il procuratore del vicino comune di Patti, Angelo Vittorio Cavallo, e i carabinieri sono rimasti fino a tardi sul posto, che è stato chiuso al pubblico. In caserma, i militari hanno interrogato per tutta la notte del 29 gennaio una persona che andava a caccia con il più anziano del gruppo. Non c’è ancora una pista dominante tra le ipotesi avanzate: per adesso può essersi trattato di un incidente di caccia oppure di una lita finita in tragedia con un doppio omicidio e infine un suicidio– quest’ultima pista, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, secondo indiscrezioni sarebbe la più accreditata. Tutti e tre erano armati di fucile, ma da quanto si apprende ne è stato ritrovato soltanto uno. Foto d’archivio. L'articolo Tre cacciatori trovati morti nel bosco: l’amico del più anziano del gruppo interrogato dai carabinieri proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non conferma
Si complica la mezza crisi diplomatica aperta tra Italia e Israele dopo la dichiarazione dell’Idf che è stato “un soldato” e non un colono, civile per quanto armato, a fermare i due carabinieri domenica scorsa nelle vicinanze di Ramallah in Cisgiordania, costringendoli a inginocchiarsi sotto la minaccia di un fucile mitragliatore per poi rilasciarli, intimando loro di non ripresentarsi da quelle parti. Per Roma, che ha reagito convocando alla Farnesina l’ambasciatore Jonathan Peled, sarebbe “ancora più grave” se ad agire fosse stato un militare. Ma il governo di Tel Aviv per ora nega, rimane sulla promessa di accertamenti fatta lunedì da Peled. Ora però il nostro ministero degli Esteri sta interloquendo anche con l’addettanza militare dell’ambasciata israeliana a Roma. Il portavoce delle Israeli defense forces, a richiesta del Fatto, ha risposto: “Domenica un soldato ha individuato un veicolo che si dirigeva verso la comunità di Sde Ephraim lungo una strada chiusa al traffico civile in base alla valutazione della situazione operativa e designata come zona militare chiusa. Il soldato – prosegue il portavoce Idf – ha quindi classificato il veicolo come sospetto. Poiché al momento non è stata identificata la targa diplomatica, il soldato si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e di identificarsi. Una volta che i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha immediatamente rilasciati e ha segnalato l’incidente ai suoi comandanti. Da un’indagine preliminare – informa ancora l’Idf – risulta che il soldato ha agito in conformità con le procedure previste in caso di incontro con un veicolo sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai veicoli diplomatici, poiché il veicolo non era stato identificato come tale. Il soldato è stato convocato per un colloquio chiarificatore e una revisione delle procedure, che saranno inoltre rafforzate per tutti i soldati nella zona della Giudea e della Samaria”. La stessa risposta è stata inviata alla Rai di Gerusalemme. L’episodio risale appunto a domenica 25. I due carabinieri, in servizio al Consolato italiano di Gerusalemme, erano andati a fare un sopralluogo con auto diplomatica blindata al Sharek Youth Village, la sede di una Ong palestinese a Kafr Ni’mah nel governatorato di Ramallah, a poco più di una decina di chilometri dalla capitale dell’Autorità nazionale palestinese. Un’attività ordinaria in vista della visita dei capi missione dell’Unione europea, programmata per giovedì 29. Lì però sono stati fermati da un uomo in abiti civili, con fucile mitragliatore e giubbotto antiproiettile. Li ha fatti scendere dall’auto sotto la minaccia dell’arma e costretti a inginocchiarsi. Parlava, secondo il racconto dei militari, un inglese incerto, tanto che ha poi chiamato un’altra persona tramite la quale è riuscito a identificare i militari. L'articolo Carabinieri bloccati a Ramallah, l’Idf ammette: “A fermarli è stato un nostro soldato”. L’Italia: “Ancora più grave”. Il governo Netanyahu non conferma proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano
Stavano svolgendo un sopralluogo per preparare una missione degli ambasciatori dell’Ue in un villaggio vicino Ramallah, in territorio dell’Autorità Nazionale Palestinese, quando sono stati minacciati da un uomo – “presumibilmente un colono” israeliano – che ha puntato su di loro un fucile. Protagonisti sono due carabinieri italiani che sono stati così fermati illegalmente domenica dal colono in Cisgiordania, “sono stati fatti inginocchiare” sotto il tiro di un fucile mitragliatore e ”interrogati”, come riferiscono fonti del governo. Considerata la gravità dell’episodio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani – rende noto la Farnesina – ha chiesto di convocare l’ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta sull’episodio. L’ambasciata d’Italia a Tel Aviv ha anche indirizzato una “nota verbale” di protesta formale al governo israeliano. I militari – con passaporti e tesserini diplomatici e auto con targa diplomatica – seguendo le regole di ingaggio ricevute, hanno evitato di rispondere con violenza alle minacce iniziali. Secondo quanto reso noto, l’uomo ha passato loro una persona al telefono, non identificatasi, che ha affermato che i due si trovavano all’interno di un’area militare e dovevano allontanarsi. Da verifica con il Cogat (il Comando militare israeliano per il Territori palestinesi occupati) è stato confermato che non esiste nessuna area militare in quel punto. Il personale militare dei Carabinieri è poi rientrato incolume in Consolato e ha riportato all’Ambasciata e alla catena di comando dell’Arma i fatti avvenuti. L’ambasciatore italiano a Tel Aviv ha coinvolto il Ministero degli Affari Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Idf, la polizia e lo Shin Bet (il servizio di sicurezza israeliano competente per i Territori palestinesi). La Farnesina, rende noto, che prevede di compiere nuovi passi di protesta al massimo livello politico. L'articolo Cisgiordania, carabinieri fatti inginocchiare da un colono sotto il tiro di un mitragliatore: Tajani convoca l’ambasciatore israeliano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Milano, 15enne accoltella con una roncola due coetanei dopo una lite sulla metro
Nella tarda serata del 23 gennaio, i carabinieri del Nucleo radiomobile di Milano hanno arrestato un 15enne italiano per una violenta lite con due minorenni. Tutto è nato da una discussione iniziata alla fermata della metro Cadorna e proseguita fino alla stazione Lambrate della linea M2. Il giovane aveva aggredito e ferito i ragazzi alle gambe con una roncola. Dopodiché si era dileguato, fuggendo con un bus dell’Atm e nascondendo il giubbino nello zaino per non farsi riconoscere. I militari sono giunti in piazza Bottino, a due passi dalla metro verde dove era avvenuta l’aggressione, e si sono messi sulle tracce del colpevole: lo hanno trovato a bordo del mezzo con la stessa arma usata per minacciare i passeggeri. L’attrezzo agricolo, che i carabinieri hanno poi sequestrato, aveva una lama di 21 centimetri ed era stata occultata dal ragazzo nella felpa che indossava. Le vittime sono state trasportate all’ospedale Fatebenefratelli e alla struttura Multimedica di Sesto San Giovanni con lesioni superiori ai 45 giorni di guarigione per le ferite riportate alle gambe, mentre il 15enne è stato affidato alla madre in regime di detenzione domiciliare, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto per il reato di lesioni personali aggravate. L'articolo Milano, 15enne accoltella con una roncola due coetanei dopo una lite sulla metro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati
In una notte di cinquant’anni fa, il 27 gennaio 1976, in una piccola caserma di Alcamo Marina, vicino a Trapani, vengono trucidati due giovani carabinieri. Una strage piena di misteri per la quale finiscono in carcere quattro innocenti. Da quell’eccidio dimenticato parte un filo che unisce decine di misteri italiani – da Peppino Impastato, al delitto del colonnello Russo, del giornalista Mario Francese, passando per l’omicidio Rostagno e per quello di Ilaria Alpi –, come racconta Lucio Luca nel suo libro-inchiesta “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani” in libreria dal 21 gennaio per Compagnia Editoriale Aliberti. Pubblichiamo uno stralcio del libro per gentile concessione dell’editore: «Carmine, stavolta me ne vado davvero. Lo sai che mia madre sta male, l’enfisema polmonare la sta ammazzando, povera donna. Non ce la faccio più a fare ogni giorno da Alcamo a Castelvetrano per assisterla, portarle da mangiare, comprare le medicine. Meno male che mi sono sposato una santa donna, mia moglie mi dà una mano, pure col bambino fa tutto lei, ma che vita è questa? Lo so, lo so, qui avrei potuto fare carriera, prendere un grado, forse anche due: diventare brigadiere è sempre stato il sogno della mia vita, ma senti a me, chi se ne fotte? Voglio stare accanto a mia madre, finché c’è, e vedere crescere mio figlio. Vaffanculo alla carriera, tra qualche giorno sostituisco un collega che ha chiesto un lungo periodo di licenza, vado a Buseto Palizzolo e poi mi faccio trasferire a Castelvetrano, il paese mio». L’appuntato Salvatore Falcetta era un carabiniere tutto d’un pezzo, uno per cui l’Arma e la divisa venivano prima di tutto. Ma anche i più appassionati, nei secoli fedeli, prima o poi capiscono che ci sono delle priorità. Alla casermetta di Alcamo Marina era arrivato diversi anni prima. Stava bene, nei mesi invernali si annoiava come tutti, poi però arrivava l’estate e quel presidio dei carabinieri diventava l’emblema dello Stato tra turisti in infradito e negozi di souvenir. Poteva andar peggio, si diceva sempre Salvatore, poteva essere sbattuto in un comando di prima linea. E lì sono cazzi, senza chiacchiere. In fondo qui nessuno rompeva le scatole, giusto qualche chiamata per un furto in una villetta abbandonata, ogni tanto un posto di blocco per controllare qualche patente o un’assicurazione scaduta. Niente di più. Alla fine il bar c’era, il tabaccaio pure, persino la pizzeria di un napoletano che, chissà poi perché, aveva deciso di tenere aperto il locale anche quando la stagione balneare era finita: «Passano i camionisti», diceva ai carabinieri servendo loro una Margherita nei weekend “morti”, «poi ci siete voi e qualche alcamese che scende dal paese per farsi un sabato più tranquillo. I costi sono bassi, la giornata riesco sempre a farla, pago poco d’affitto: tranquillo appuntato, qui non c’è niente, ma una pizza per lei si rimedierà sempre». Carmine, invece, era arrivato da poco. Aveva appena diciannove anni, praticamente la metà del suo superiore. «Carabiniere semplice Apuzzo Carmine, sono a sua completa disposizione», era stato il primo saluto in casermetta. A Salvatore quel ragazzino piaceva. Certo, era timido, non diceva una parola, sembrava un po’ spaesato: in servizio da meno di un anno, si era trovato qui, un bel posto per carità, ma senza un’anima viva nel raggio di chilometri: «Apuzzo, tranquillo, tra qualche mese mezza Alcamo si trasferirà al villino e tu rimpiangerai questi noiosi pomeriggi di pioggia nella pace di Nostro Signore», scherzava Falcetta. «E poi non dire che non ti avevo avvertito». Carmine era di Castellammare di Stabia. «E qui vicino c’è Castellammare del Golfo, lo vedi che sei a casa?», e sperava di restare in Sicilia soltanto per pochi mesi, giusto il tempo di fare la gavetta e chiedere l’avvicinamento verso la Campania. Ogni tanto telefonava ai genitori, si sfogava un po’ ma poi la nostalgia passava. Lavoravano in quattro nella casermetta di Alcamo Marina, presidiavano la spiaggia, sapevano perfettamente che da quelle parti nelle notti d’inverno c’erano strani movimenti di barche cariche di chissà cosa, ogni tanto si sentiva anche il rumore degli aerei. Qualcuno raccontava di aver visto casse calate con le funi che venivano subito caricate a bordo di camion militari. I comunisti avevano persino denunciato che ad Alcamo Marina arrivavano armi dall’Africa e droga dalla Turchia. E che a poche centinaia di metri dalla casermetta c’era la villa di un neofascista utilizzata come covo per uno dei vari sequestri di persona nella zona. I comunisti, bravi solo a sollevare polveroni e infamare la gente per bene. A ogni modo, gli ordini dall’alto erano stati chiari: i quattro carabinieri di Alkamar, come si chiamava in codice la casermetta, non dovevano mica fare le inchieste giudiziarie. Il loro unico compito era presidiare il territorio, fare ordine pubblico, specialmente d’estate quando i turisti prendevano d’assalto la spiaggia. Le indagini, quelle vere, spettavano ai comandi provinciali, Trapani competente per territorio e il nucleo di Palermo qualora fosse venuto fuori qualcosa di più importante. Ma ad Alcamo Marina, malgrado le voci e i chiacchiericci, niente era mai venuto fuori. Anche perché nessuno si era mai preso la briga di indagare sul serio. «Appuntato, lei tra qualche giorno va via, io dopo l’estate chiedo il trasferimento». Il carabiniere semplice Carmine Apuzzo lì ad Alkamar non ci voleva proprio stare. «Lo so che ho appena diciannove anni e ne devo mangiare di pane duro prima di alzare la voce, ma io questa divisa l’ho scelta per arrestare i criminali, non per fermare un camionista e controllare i tubi di scappamento. Comunque sia, ormai è l’una passata, con il suo permesso me ne andrei a dormire. Rimane lei di guardia? Poi mi sveglia alle quattro e le do il cambio». Pioveva a dirotto, lampi e tuoni come non se ne vedevano da anni. Fino alle ventidue erano rimasti a chiacchierare con i carabinieri un paio di loro amici, poi se n’erano andati a casa perché con quella tempesta non era prudente circolare di notte. Carmine si coricò nella brandina della cameretta, Salvatore rimase nel disimpegno ma più si sforzava di restare sveglio, più gli occhi gli si chiudevano per il sonno. Tanto, chi vuoi che si presenti a quell’ora di lunedì in una casermetta di periferia, sfidando il maltempo? Era il 26 gennaio del 1976, anzi ormai il 27. Giorno di paga, pensarono i due carabinieri, anche per questo mese il pane a casa lo abbiamo portato. «Collega, svolta a sinistra che dobbiamo passare da Alkamar per firmare il foglio di missione. Due minuti e scappiamo che siamo già in ritardo, non sia mai che la nota personalità perda l’aereo, chi li sente poi quelli della questura?» Alle otto del mattino, in pieno inverno, non c’è già nessuno che circola in autostrada, figuriamoci in una trazzera di campagna che porta alla spiaggia degli alcamesi. Ma la volante è in ritardo, l’onorevole ha il volo alle dieci e loro devono ancora andare a prenderlo a Trapani dove ha partecipato a un incontro politico, poi lo porteranno a Punta Raisi. ‹ › 1 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164038 ‹ › 2 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164029 ‹ › 3 / 3 SCREENSHOT 2026-01-15 164021 «Meno male che quello è uno conosciuto, i controlli li salta sicuramente. Io il deputato dovevo fare, mica lo schiavo in polizia». All’altezza della casermetta dei carabinieri i due agenti di scorta, assegnati dall’Ufficio politico della questura di Palermo al segretario nazionale del Movimento sociale Giorgio Almirante, si rendono conto che c’è qualcosa che non va. Una macchina di servizio ha le ruote a terra, forse bucate, chissà. Il portoncino d’ingresso è socchiuso, si intravedono carte per terra. Ma, soprattutto, la serratura presenta una grossa macchia scura: «Ma che è, bruciata?», chiede un agente. «Ma figurati, sarà così da anni in attesa che il ministero mandi qualcuno per sistemarla», risponde il caposcorta. «Però è strano che ci siano le luci accese, non credi?». «Senti, facciamo una bella cosa: chiamiamo il commissariato di Alcamo, la smisteranno loro la segnalazione ai carabinieri. Avvertiamoli che qui c’è qualcosa di strano, noi però tiriamo dritto altrimenti questo aereo glielo facciamo perdere davvero alla nota personalità. Cosa vuoi che sia successo? Staranno dormendo, almeno gli risparmiamo una levataccia. I moduli li firmiamo al ritorno, come al solito. Tanto, chi controlla? Basta che l’onorevole non “buchi” il volo e stiamo a posto». Mezz’ora dopo ad Alkamar è l’inferno. I colleghi di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo varcano il portoncino e la scena che gli compare davanti è agghiacciante. Salvatore è stato colpito al petto e al volto da almeno un paio di colpi di pistola esplosi da un metro e mezzo di distanza. Il suo corpo è incastrato tra la brandina del letto e il muro, probabilmente ha provato a difendersi ma il killer è stato più veloce di lui. Carmine è disteso sul letto, il volto spappolato. Gli hanno appoggiato la canna dell’arma alla tempia e lo hanno ammazzato come un cane. Alla fine, i colpi esplosi saranno almeno cinque o sei, nel disimpegno i carabinieri trovano anche una cartuccia inesplosa, proprio dietro alla porta d’ingresso. Un colpo a vuoto, quando ormai l’esecuzione era stata portata a termine. Il filo del telefono è staccato, l’auto di servizio posteggiata davanti al cancello ha effettivamente le ruote a terra. Tagliate tutte e quattro, com’era sembrato agli agenti di scorta dell’onorevole Almirante. C’è sangue dappertutto, la casermetta è stata messa a soqquadro dal commando di assassini. Hanno portato via le armi in dotazione, le divise, una paletta per le segnalazioni, fondine e munizioni. Persino i tesserini dei carabinieri si sono presi. È chiaro che per entrare hanno usato una fiamma ossidrica dando fuoco alla serratura. Poi, nel giro di qualche secondo, hanno massacrato i due militari. Che non si sono accorti di nulla, forse perché quella notte c’erano lampi e tuoni così forti da attutire il rumore dei sicari. Strano, improbabile ma non impossibile. L'articolo “L’ultima spiaggia. Alkamar, la strage dimenticata e cinquant’anni di misteri italiani”: il racconto di una notte piena di misteri e di quattro innocenti incarcerati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Magherini, la Cedu condanna l’Italia per la morte durante il fermo dei carabinieri: “Carenze nella formazione degli agenti”
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014 durante un fermo dei carabinieri: Magherini morì dopo essere stato ammanettato a pancia in giù, rimanendo in quella posizione anche dopo aver apparentemente perso conoscenza. Secondo i giudici di Strasburgo, lo Stato italiano è responsabile del decesso poiché non sussisteva l’assoluta necessità di mantenere l’uomo immobilizzato a terra in posizione prona per circa venti minuti. La sentenza, approvata all’unanimità, stabilisce che sono state violate due disposizioni dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, riguardanti il diritto alla vita e l’adeguatezza delle indagini. La Corte ha inoltre riscontrato carenze strutturali nella formazione delle forze dell’ordine e l’assenza di linee guida chiare sulle tecniche di immobilizzazione rischiose, oltre a criticare l’indipendenza delle prime fasi dell’inchiesta, durante le quali alcuni testimoni furono ascoltati da agenti coinvolti nei fatti. Per queste ragioni, lo Stato dovrà versare ai familiari della vittima 140mila euro per danni morali e 40mila euro per le spese legali. Il padre di Riccardo, Guido Magherini, ha accolto la notizia con commozione, dichiarando che finalmente suo nipote Brando può avere la certezza che suo padre era una persona perbene. “Siamo felici e al tempo stesso la nostra arrabbiatura è aumentata sotto l’aspetto di come si sono comportati – ha dichiarato -. Sapevamo che loro avevano fatto cose che non erano consone alla divisa che portavano addosso. La sentenza dice certe cose per cui c’è da preoccuparsi e da mettersi le mani nei capelli”. “Oggi è una giornata in cui giustizia è fatta per Riccardo e per tutti noi”, ha aggiunto Andrea Magherini (foto), fratello di Riccardo. “In quel momento Riccardo andava girato, e doveva essere fatto respirare”. Sul comportamento dei carabinieri torna anche l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, che ha definito il pronunciamento come una sentenza storica di enorme rilevanza giuridica e politica. Secondo il legale, il procedimento era già stato qualificato dalla Cedu come un caso pilota che dovrebbe spingere l’Italia a dotarsi di una legge specifica sui fermi o a mutare la propria giurisprudenza. La decisione della Corte europea giunge dopo che il sistema giudiziario italiano aveva definitivamente chiuso il caso nel 2018 con l’assoluzione dei militari coinvolti. Il 15 novembre 2018, la quarta sezione penale della Cassazione aveva infatti annullato senza rinvio le condanne per omicidio colposo a carico di tre carabinieri, stabilendo che il fatto non costituisce reato. Secondo gli ermellini, la morte dell’ex calciatore non era prevedibile per i militari, i quali non possedevano le competenze scientifiche necessarie per comprendere che la posizione prona, associata all’assunzione di cocaina, avrebbe potuto causare un arresto cardiocircolatorio. La Cedu, pur condannando lo Stato, ha precisato di non voler mettere in discussione tale assoluzione penale individuale, focalizzandosi invece sulle responsabilità istituzionali e sulla mancanza di preparazione tecnica degli operatori. Il processo italiano era iniziato in seguito ai fatti di Borgo San Frediano, dove Magherini, in preda a una crisi di panico e allucinazioni, era stato bloccato dai militari mentre invocava aiuto. In primo e secondo grado, i tre carabinieri erano stati condannati a pene tra i sette e gli otto mesi. La Corte d’appello di Firenze aveva inizialmente ritenuto che, nonostante l’intossicazione da stupefacenti, l’immobilizzazione forzata fosse stata letale impedendo il necessario apporto di ossigeno. Altri imputati, tra cui i volontari della Croce Rossa e un quarto carabiniere, erano stati invece assolti già nei primi gradi di giudizio. La ricostruzione finale della Cassazione ha ribaltato le condanne precedenti, ritenendo che ai militari non fosse esigibile una conoscenza medica approfondita in quel ristretto arco temporale. L'articolo Magherini, la Cedu condanna l’Italia per la morte durante il fermo dei carabinieri: “Carenze nella formazione degli agenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Forze dell'ordine
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo
Riccardo Magherini
Maneggia una bomba della Prima guerra mondiale: muore collezionista 56enne
Collezionava residuati bellici in magazzino a aveva allestito un piccolo museo nella propria abitazione: è stato ucciso da una bomba che stava maneggiando. Il fatto è accaduto a Valdobbiadene, in provincia di Treviso, nel primo pomeriggio del 14 gennaio: un 56enne del posto, Attilio Frare, aveva trovato un ordigno austriaco risalente alla Prima guerra mondiale e l’aveva portato all’interno del suo ricovero attrezzi. Mentre svuotava la bomba, è avvenuto l’incidente e il 56enne è morto. L’uomo aveva precedenti di polizia per detenzione di esplosivi. La compagna, in casa con lui, ha lanciato l’allarme alle forze dell’ordine. Sul posto sono intervenuti il Suem 118, i carabinieri e i vigili del fuoco. Gli artificieri hanno messo in sicurezza il sito e fatto degli accertamenti sullo stato degli altri reperti collezionati. Verrà effettuato un secondo sopralluogo nella giornata di giovedì 15 gennaio. L'articolo Maneggia una bomba della Prima guerra mondiale: muore collezionista 56enne proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca Nera
Carabinieri
Incidente
Treviso
Trovata una delle più grandi piantagioni di marijuana in Italia con 35mila arbusti: sequestro record nel Nuorese. Il video
Sequestrata dai carabinieri di Nuoro una delle più grandi piantagioni di marijuana rinvenute in Italia, oltre 35.000 piante messe a dimora e 13.000 in fase di essiccazione, il tutto per un peso complessivo di circa tre tonnellate e mezzo, che se spacciate al dettaglio avrebbero fruttato circa 31 milioni di euro (15 milioni di dosi circa). Questa mattina i militari del comando provinciale arrestato quattro persone nei comuni di Orani e Silanus, nel Nuorese, e Buddusò nel Sassarese, con l’accusa di produzione di sostanze stupefacenti in concorso. Un quinto soggetto è stato denunciato. L’ordinanza di misura cautelare personale in carcere è stata emessa dal gip del tribunale di Nuoro, su richiesta della Procura della Repubblica. L'articolo Trovata una delle più grandi piantagioni di marijuana in Italia con 35mila arbusti: sequestro record nel Nuorese. Il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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