Scontro accesissimo a Coffee break (La7) tra Stefano Fassina, ex viceministro
dell’Economia e fondatore del movimento Patria e Costituzione, e Massimiliano
Lenzi, scrittore e firma de La Ragione. L’argomento della polemica è il Board of
peace di Trump, riguardo al quale Fassina è tranchant: “Siamo davvero di fronte
a una regressione anche in termini morali, che si fa fatica a giustificare. È un
organismo monocratico presieduto da Donald Trump a vita, che ha il diritto di
veto. E vedere che il nostro governo si associa a questo spettacolo davvero
indegno è uno dei momenti più umilianti della politica estera“.
Dissente Lenzi: “È anche l’unica iniziativa internazionale sul Medio Oriente.
Dov’è l’iniziativa europea? L’ha vista?”.
“Ma che c’entra? – replica Fassina – Non è un’iniziativa per il Medio Oriente, è
per gli affari di Trump“.
“Ma la ricostruzione è sempre un affare – ribatte il giornalista – Lo sarà anche
quella dell’Ucraina, quando si farà“.
“Se permetti, prima dell’affare, c’è il genocidio di un popolo a Gaza – risponde
Fassina – Stanno eliminando quotidianamente i palestinesi in Cisgiordania. E a
Gaza non si ricostruisce nulla”.
“Ma è l’unica iniziativa in campo”, ribadisce Lenzi.
“Allora se ne fa un’altra – rilancia l’ex deputato – ma non è che andiamo dietro
a un evento umiliante del genere”.
Lenzi non si convince e ripete ancora una volta la sua posizione. Ma Fassina non
arretra: “Il Board of peace non è un’iniziativa per la pace e per la
ricostruzione”.
“Ma tutte le iniziative per la ricostruzione sono ciniche. È così, lo sarà anche
in Ucraina”, replica Lenzi.
“Non è vero – controbatte Fassina – E non ti associ a un consesso umiliante dove
ci sono 22 Stati, che non sono tra i principali del pianeta. E, in più, non c’è
nessun Stato che faccia parte del Consiglio di sicurezza. C’è un capo assoluto
che ti comanda. Ma l’obiettivo del Board of peace non è andare verso la
statualità, perché l’ambasciatore statunitense a Gerusalemme ha appena avallato
il proposito di annessione della Cisgiordania da parte di Israele. Quindi, è
tutto un bluff“.
Lenzi difende la decisione del governo Meloni: “Non è una questione di
umiliazione, ma una scelta politica”.
“Sì, una scelta umiliante da servi-– ribadisce Fassina – Siamo vassalli ormai in
modo esplicito”.
“No, ma quale servi e vassalli? – insorge Lenzi – È una scelta politica”.
“Se ci fossero stati Andreotti o Craxi – replica Fassina – una cosa del genere
non si sarebbe mai verificata”.
“Ma quello era un altro mondo”, commenta Lenzi.
“Era un altro mondo e anche un’altra classe dirigente – chiosa Fassina – Questi
invece sono vassalli”.
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sua è una scelta umiliante da servi”. Scontro con Lenzi proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Stefano Fassina
Botta e risposta a Omnibus (La7) tra Walter Rizzetto, deputato di Fratelli
d’Italia e presidente della Commissione Lavoro della Camera, e Stefano Fassina,
economista ed ex viceministro dell’Economia, oggi leader dell’associazione
politica Patria e Costituzione. Al centro del confronto lo sciopero generale
proclamato dalla Cgil contro la manovra del governo Meloni, con il segretario
Maurizio Landini nel mirino dell’esponente della maggioranza e difeso, invece,
da Fassina, che ribalta il piano del dibattito.
Rizzetto apre l’affondo mettendo in discussione l’esito stesso della
mobilitazione: “Mi sembra che lo sciopero non sia andato bene. Almeno quest’anno
di oltre 1.000-1.200 scioperi proclamati ne sono stati celebrati oltre 600,
quindi si sciopera molto. Abbiamo visto un Landini in splendida solitudine“.
Secondo il presidente della Commissione Lavoro, la responsabilità è tutta del
leader Cgil: “Landini di fatto è il principale promotore della rottura del
fronte sindacale“.
L’ex esponente del M5s sostiene che il primo errore di Landini sia quello di
aver “demolito l’unità sindacale”, ricordando come la Uil di Pierpaolo
Bombardieri, pur inizialmente critica verso il governo, abbia deciso di non
scioperare dopo aver letto la legge di bilancio.
E aggiunge: “Landini, drammaticamente per lui, è stato sorpassato a sinistra da
un altro sindacato che si chiama Usb”.
Infine, il giudizio sul metodo: “Oramai tutti questi scioperi proclamati il
venerdì, come scrive Franco Bechis questa mattina in modo intelligente, sono
diventati un rito stanco”.
Fassina replica con toni fermi, definendo l’impostazione del dibattito
“abbastanza surreale”. L’ex viceministro contesta innanzitutto la narrazione
dell’isolamento sindacale: “Oggi la Cisl è in piazza per lo stesso motivo per
cui si è scioperato ieri, l’ha fatto la Uil con altre modalità. Attenzione, la
protesta non è solo contro la legge di bilancio. Al centro ci sono le questioni
salariali e la questione della guerra, che è molto molto rilevante per le
condizioni del lavoro e delle piccole imprese”.
Sul tema dello sciopero del venerdì, Fassina sottolinea: “Trovo davvero surreale
questa polemica sullo sciopero del venerdì: per un lavoratore scioperare lunedì,
martedì o venerdì costa sempre una giornata di stipendio. Bisognerebbe avere più
rispetto delle persone che vanno in piazza o che comunque scioperano. Le
lavoratrici e i lavoratori vanno rispettati“.
L’economista poi accusa il governo di non affrontare la questione salariale: “È
un fatto che c’è una questione salariale che il governo non solo non affronta ma
utilizza come una leva di politica economica per continuare a competere sul
costo del lavoro. Non è un caso che non vogliono fare il salario minimo. Il
salario minimo non si fa perché questo governo, come tanti altri precedenti,
continua a puntare sulla competizione di costo”.
Fassina punta il dito contro il ministro delle Imprese: “Non c’è uno straccio di
politica industriale. Sono tre anni che stanno al governo. Urso è una figura
imbarazzante, sa solo presiedere i tavoli di crisi. Non c’è una misura che
riguarda la politica industriale”.
Poi il passaggio sui conti pubblici: “Quei 18 miliardi della legge di bilancio
di maggiori spese o minori entrate per un terzo vengono coperti da tagli agli
investimenti pubblici. In una fase in cui l’Italia è a zero virgola negli ultimi
tre anni e i documenti di finanza pubblica del governo indicano zero virgola di
crescita anche nei prossimi tre anni, la manovra si copre con 6 miliardi di
tagli agli investimenti pubblici. Ci intratteniamo su quello che fa Landini, ma
Landini è una conseguenza, non la causa”.
Le cause per Fassina hanno nomi precisi: stagnazione economica e impoverimento
del lavoro. “I lavoratori hanno perso nove punti di salario reale negli ultimi
tre anni e sono un sacco di soldi. Su uno stipendio di 1.200 euro sono 110-120
euro al mese. Queste sono le questioni. Se non affronti questi nodi, di che cosa
parliamo?”.
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abbia rispetto dei lavoratori”. Su La7 proviene da Il Fatto Quotidiano.