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Citynews, sciopero di 48 ore dopo i licenziamenti. Il Cdr: “dopo lo stato di agitazione, il Cdr e i sindacati proclamano lo sciopero per 48 ore
Il Comitato di Redazione di Citynews e il sindacato Figec-Cisal hanno proclamato uno sciopero di 48 ore dei giornalisti del gruppo, a partire dalle 9 del 23 marzo fino alle 9 di mercoledì 25 marzo. La decisione arriva dopo settimane di tensioni scaturite dall’interruzione senza preavviso di 21 rapporti di lavoro, che aveva portato anche allo stato di agitazione iniziato il 13 marzo scorso. Nella nota del Cdr si legge che “sono 57 le edizioni locali e i comparti nazionali come Today.it coinvolte nello sciopero”. Tutto è nato dopo il licenziamento di 5 dipendenti oltre alla rimodulazione di 21 rapporti di lavoro, sei a tempo indeterminato e 15 collaborazioni anche di lungo corso”. L’assemblea dei giornalisti aveva richiesto il ritiro dei tagli, ritenuti illegittimi, e l’apertura di un tavolo di concertazione. Si tratta del primo sciopero che interessa i giornalisti del Gruppo Citynews, fra i più grandi editori nativi digitali d’Italia. Il Comitato di redazione e il sindacato Figec hanno incontrato l’azienda lo scorso 18 marzo, ma nessuna richiesta del sindacato, sostenuta con un voto favorevole dell’assemblea dei dipendenti dell’80%, è stata accolta. La direzione ha deciso di chiudere a ogni trattativa, da qui la decisione di scioperare. La richiesta del Cdr di Citynews è chiara: “riconsiderare i licenziamenti, dando un segnale tangibile dell’apertura promessa, bloccando gli stessi e attivando il tavolo di concertazione volto a salvaguardare i posti di lavoro“. Non si è fatta attendere la risposta dell’azienda che ha specificato in una nota come Citynews si ritrovi “in una situazione economica che ha reso necessari alcuni interventi strutturali. Negli ultimi anni i ricavi pubblicitari sono cresciuti in misura molto inferiore rispetto ai costi, con il personale giornalistico che ha visto raddoppiare il suo costo in quattro anni”. “Precisiamo – ha continuato l’azienda – che circa la metà dei collaboratori citati nelle comunicazioni sindacali ha accettato una rimodulazione del rapporto ed è tuttora attiva. Nei restanti casi le proposte aziendali non sono state accettate”. La direzione ha concluso: “Questo sciopero arriva dopo quindici anni in cui l’azienda ha dimostrato concretamente di stare dalla parte dei suoi lavoratori. Citynews conta 600 persone. La sostenibilità economica dell’azienda è l’unica garanzia concreta per i posti di lavoro di tutti”. L'articolo Citynews, sciopero di 48 ore dopo i licenziamenti. Il Cdr: “dopo lo stato di agitazione, il Cdr e i sindacati proclamano lo sciopero per 48 ore proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero 27 marzo per trasporti, scuola e stampa: i possibili disagi per i servizi coinvolti
Nella giornata di venerdì 27 marzo il sindacato AL Cobas ha proclamato uno sciopero che potrebbe avere ripercussioni sui trasporti. Come specificato dall’Atm (Azienda trasporti milanesi) il servizio potrebbe “non essere garantito dalle 8.45 alle 15 e dopo le 18, fino al termine del servizio“. A essere colpiti dallo sciopero nella stessa giornata saranno anche i settori di scuola e stampa, che rivendicano, tra le altre, adeguamenti salariali. Per il settore trasporti le ragioni dello sciopero sono da ricondurre ai problemi salariali, contrattuali, igienici e di sicurezza dei lavoratori del gruppo Atm. Il sindacato denuncia “mancati rinnovi contrattuali, irrisori aumenti salariali, la soppressione dei premi ad personam, eccessivo utilizzo del lavoro straordinario e carenza strutturale di personale”. Al Cobas esige la “trasformazione immediata di tutti i contratti part-time in full-time ai conducenti che ne fanno richiesta” e denunciano i “comportamenti lesivi, discriminatori, intimidatori da parte di alcuni dirigenti di deposito nei confronti di lavoratori fruitori del diritto a permessi parentali anche per l’assistenza a familiari disabili”. Ad aggiungersi al già complesso quadro sono le scarse condizioni igieniche sui mezzi, per cui si richiede la “riattivazione del distanziamento tra conducenti di superficie e utenti a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e inibizione della porta anteriore per la salita e la discesa dei passeggeri”. Anche il sindacato Sisa del comparto scuola ha scelto la giornata del 27 marzo per rivendicare un adeguamento salariale del 20%, vista la perdita di potere d’acquisto, eroso dall’inflazione degli ultimi anni, e l’assunzione immediata di personale su tutti i posti disponibili per ogni ordine di scuola. Lo sciopero riguarderà tutti i dipendenti appartenenti al Comparto dell’Area Istruzione e Ricerca, compresi dirigenti, insegnanti e personale Ata. La Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) ha indetto lo sciopero sempre per il 27 marzo denunciando, in primis, un contratto di lavoro ormai scaduto da 10 anni. Il sindacato spiega che tale protesta nasce per difendere la “dignità di una professione essenziale per la tenuta democratica del Paese”. Altro tema è il ricorso da parte di giornali ed editori sempre più a collaboratori a partita Iva, pagati con cifre irrisorie, e sempre meno a professionisti. La risposta del Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) non si è fatta attendere. L’attuale contratto nazionale, secondo loro, è “gravato da privilegi non più sostenibili”. L'articolo Sciopero 27 marzo per trasporti, scuola e stampa: i possibili disagi per i servizi coinvolti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Citynews, la protesta dopo i licenziamenti: stato di agitazione e pacchetto di 10 giorni di sciopero
“Immediata attivazione dello stato di agitazione e mandato al Cdr per un pacchetto di 10 giornate di sciopero“. Questa è la decisione dell’assemblea dei giornalisti di Citynews a seguito dei tagli della scorsa giornata che hanno portato al licenziamento di oltre 20 dipendenti, 16 precari e 5 assunti a tempo indeterminato. L’assemblea dei giornalisti si è riunita e ha deciso, con circa l’80 per cento dei voti a favore, di procedere con uno sciopero di 10 giorni nel caso in cui l’azienda non volesse fare marcia indietro sul piano licenziamenti. Si legge in una nota: “Il Cdr e il sindacato dei giornalisti Figec hanno criticato aspramente l’operato di Citynews nella forma e nella sostanza. I tagli al personale, giustificati da generiche motivazioni di riduzione dei costi, sono avvenuti senza chiedere il parere preventivo del Comitato di Redazione, come sancisce il contratto nazionale di riferimento (Figec-Uspi)”. I sindacati e il Cdr hanno poi aggiunto: “Inoltre, i licenziamenti sono avvenuti senza alcun preavviso, a mezzo pec, con i giornalisti che si sono visti cancellare gli accessi al portale gestionale e alla mail aziendale mentre svolgevano il loro turno di lavoro. Tale modalità di azione ha generando un clima di terrore tra tutti i colleghi”. Inaccettabile, si legge, la scelta da parte dell’azienda di non tenere un confronto con le realtà sindacali e con i giornalisti, proseguendo con il proprio piano di licenziamenti senza sentire ragioni. “Con il voto a netta maggioranza, l’assemblea dei giornalisti Citynews, oltre a ribadire la solidarietà ai colleghi colpiti e a condannare le modalità di azione dell’azienda, ha stabilito l’immediato stato di agitazione e ha affidato mandato al Cdr per la convocazione di assemblee urgenti e un pacchetto di 10 giornate di sciopero da indire se l’azienda dovesse proseguire a rifiutare il confronto” prosegue la nota. La richiesta di sindacati e giornalisti è chiara: “I lavoratori chiedono l’immediata sospensione del piano di tagli, l’immediata convocazione di un tavolo di concertazione e, infine, il ritiro di licenziamenti e interruzioni delle collaborazioni“. L'articolo Citynews, la protesta dopo i licenziamenti: stato di agitazione e pacchetto di 10 giorni di sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il diritto di sciopero è troppo limitato”: Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali. Ora Meloni dovrà adeguarsi
“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; la sonora bocciatura arriva dal Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre. Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa, da non confondere con l’Unione europea. Anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola invece diversi diritti riconosciuti dal documento. Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali. L’altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione. Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali. Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla. L’orientamento severo della Commissione è stato cavalcato ampiamente dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che spesso ha fatto leva su queste pronunce per precettare i lavoratori. E tra l’altro Fratelli d’Italia prova da tempo a inserire una norma che imporrebbe ai lavoratori dei trasporti di comunicare preventivamente l’adesione agli scioperi. La decisione del Comitato non ha un’applicazione diretta, ma il governo dovrà adeguarsi e inoltre costituirà una fonte che dovrebbe indirizzare i giudici e le autorità amministrative. Quindi anche la stessa Commissione di garanzia dovrà tenere in considerazione questa pronuncia, ed evidentemente modificare in modo netto la tendenza degli ultimi anni. L'articolo “Il diritto di sciopero è troppo limitato”: Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali. Ora Meloni dovrà adeguarsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero generale 9 marzo: quali settori sono coinvolti, non si fermano i trasporti
Nella giornata di oggi, 9 marzo, numerosi settori lavorativi potrebbero subire ripercussioni a causa dello sciopero convocato da diverse associazioni sindacali. L’astensione dal lavoro potrebbe incidere su diversi servizi, pur restando garantite le prestazioni indispensabili. Lo sciopero rientra nel contesto della Giornata internazionale dei diritti delle donne ed è iniziato nella notte tra 8 e 9 marzo. Durerà per 24 ore. I sindacati che hanno proclamato lo sciopero sono Slai Cobas, Usi, Usb e Clap con la richiesta di interventi su salari, politiche sociali, condizioni di lavoro e misure che contrastino la precarietà. Saranno interessati sia i lavoratori delle amministrazioni pubbliche, ma anche quelli coinvolti nel settore privato e cooperativo. L’agitazione di Cobas, Cub e Usb riguarda tutte le categorie del comparto pubblico e privato per l’intera giornata, escluso il comparto dei trasporti, mentre per i vigili del fuoco sarà dalle ore 9 alle ore 13. Alla protesta si aggiunge anche l’astensione dichiarata dalla Flc Cgil nei settori della conoscenza come scuola, università, ricerca, AFAM, formazione professionale e istruzione non statale, in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne: lo sciopero è proclamato per sottolineare l’attuale disparità di genere sociale, presente anche nel mondo del lavoro, caratterizzato dalla mancanza di servizi che alimentano il gender pay gap. Le associazioni sindacali hanno evidenziato inoltre la necessità di un salario minimo, per ridurre il peso dell’inflazione e aiutare gli italiani, sempre più piegati da salari da fame e servizi insufficienti. Dallo sciopero è esente il settore dei trasporti, come dichiarato da tutte le sigle sindacali coinvolte. L'articolo Sciopero generale 9 marzo: quali settori sono coinvolti, non si fermano i trasporti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2 giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile
A dieci anni esatti dalla scadenza dell’ultimo contratto e nell’ambito della vertenza per il rinnovo contrattuale (che si protrae ormai da due anni), la Federazione nazionale della Stampa italiana ha proclamato altre due giornate di sciopero unitario. Dopo lo sciopero dello scorso 28 novembre, la nuova protesta si terrà venerdì 27 marzo e giovedì 16 aprile 2026, quest’ultima data potrebbe subire spostamenti per consentire a tutti i giornalisti, anche quelli della Rai, di aderire alla mobilitazione. Il primo aprile la Fnsi ha convocato anche una manifestazione nazionale a Torino: iniziativa – specifica il sindacato unitario – “che vuole unire sia i temi del rinnovo contrattuale, sia la crisi che riguarda le testate del Gruppo Gedi La Stampa e Repubblica (oltre alle radio e all’online), per le quali sono in corso svendite, più che cessioni, da parte dell’editore Elkann”. Il sindacato, si legge in una nota, “rifiuta le risposte della Fieg sul rinnovo contrattuale. La Fnsi lotta per mantenere le tutele per i giornalisti e per il futuro dell’informazione e non si può accontentare di risposte algebriche e miopi che stanno riducendo l’informazione stessa ad un terreno incolto per l’intelligenza artificiale e lo sfruttamento di manodopera intellettuale. Gli editori continuano a prendere finanziamenti, eppure senza riuscire a immaginare un futuro per l’informazione e i suoi lavoratori, che siano dipendenti o collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori autonomi. Viviamo il grande paradosso di una società che consuma informazione e di editori che bruciano chi fa informazione”. L'articolo Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2 giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La7, giornalisti pronti allo sciopero: “Contratto collettivo e accordi integrativi non rispettati, forfait irrisori”
L’assemblea dei giornalisti di La7 è pronta allo sciopero in assenza di risposte da parte dell’azienda su questioni ritenute centrali, a partire dai “forfait irrisori per aggirare i contratti e le incidenze domenicali non pagate”. È quanto si legge in una nota diffusa al termine di un’assemblea, martedì. I giornalisti spiegano di prendere atto “con sconcerto del rifiuto dell’azienda di riconoscere ai colleghi neoassunti la corretta applicazione del contratto collettivo nazionale e degli accordi integrativi aziendali, elusi attraverso forfait palesemente irrisori e incongrui”. L’assemblea sottolinea inoltre “con altrettanto sconcerto” il dietrofront dell’azienda sul pagamento delle incidenze domenicali, dopo che al tavolo sindacale aveva comunicato la volontà di uniformarsi a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione: “I giudici hanno riconosciuto ai giornalisti de La7 il diritto a percepire in busta paga questa voce del contratto nazionale così come avviene per tutti i colleghi delle altre testate, anche nel gruppo Cairo”, si legge ancora nella nota. Alla luce di questa situazione, l’assemblea chiede al comitato di redazione di “attivarsi anche legalmente per ottenere il rispetto dei contratti collettivo e integrativo per i neoassunti e la concreta applicazione della decisione della Cassazione anche per il pregresso”. Inoltre, viene richiesto di utilizzare “con effetto immediato il pacchetto di giorni di sciopero già affidato al Cdr nel caso di esito negativo dell’imminente incontro – sui due punti in questione – in programma con l’azienda”. Già a maggio del 2025 c’era stata una mobilitazione sindacale: all’epoca era stato confermato in assemblea un pacchetto di tre giornate di sciopero per protestare contro le condizioni di lavoro imposte “nonostante gli ottimi dati di bilancio e gli straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai programmi di informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme”. Il documento approvato quasi all’unanimità denunciava “stipendi ridotti per i neoassunti”, organici insufficienti della redazione del Tg dopo numerosi pensionamenti, carriere e retribuzioni bloccate da anni e lontane da quelle delle altre televisioni nazionali, nonché l’assenza di un chiaro piano di sviluppo e di investimenti, “nonostante gli ottimi dati di bilancio e gli straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai programmi di informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme, che trainano l’intero gruppo editoriale”. L'articolo La7, giornalisti pronti allo sciopero: “Contratto collettivo e accordi integrativi non rispettati, forfait irrisori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ci sono le Olimpiadi, vietato scioperare: la Commissione di Garanzia segnala a Salvini lo stop del trasporto aereo
Ci sono le Olimpiadi, quindi è vietato scioperare. La Commissione di Garanzia sugli scioperi ritiene che esista un “concreto pericolo di pregiudizio” alla libertà della circolazione a causa di due mobilitazioni indette dai lavoratori del trasporto aereo per il 16 febbraio e il 7 marzo. Le due date sono infatti ritenute “critiche” a causa della “sovrapposizione” con i Giochi Olimpici e Paralimpici. Per questo, nella delibera adottata martedì, ha segnalato il tutto al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. In altre parole: si apre la strada alla precettazione. Salvo che i sindacati non decidano di adeguarsi alla richiesta della Commissione che ha proposto di riposizionare le astensioni collettive nell’intervallo temporale tra il 24 febbraio e il 4 marzo, non interessato dal calendario delle competizioni. In questa maniera, secondo la Commissione, sarebbe garantito “un equo bilanciamento tra l’esercizio del diritto di sciopero e il regolare svolgimento della manifestazione olimpica”. Il 16 febbraio si fermerà l’intero comparto con personale e assistenti di volo di Ita Airways, Vueling, Easyjet e il personale dell’handling aeroportuale. Lo sciopero del 7 marzo riguarderà il personale dipendente di Enav in servizio all’Acc di Roma ed è stato indetto da Filt Cgil, Fast Confsal Av Unica e Astra per 8 ore dalle 10 alle 18, mentre Ugl Trasporto Aereo e Uiltrasporti si fermeranno solo per 4 ore. L'articolo Ci sono le Olimpiadi, vietato scioperare: la Commissione di Garanzia segnala a Salvini lo stop del trasporto aereo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Olimpiadi Milano-Cortina 2026
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La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci”
La Repubblica è in sciopero. Oggi il sito web del quotidiano non verrà aggiornato e domani il giornale non sarà in edicola. Lo hanno annunciato i giornalisti con un comunicato. “L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti di Repubblica si è riunita per ore in serata e per questa ragione, non potendo chiudere le pagine, il quotidiano domani 10 febbraio non sarà in edicola – si legge -. Il Comitato di redazione ha inoltre indetto per il 10 febbraio uno sciopero e perciò anche l’11 febbraio il giornale non uscirà”. “Ormai da settimane la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna – prosegue l’assemblea -. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio, e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state) altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione?”. Da quanto emerso nei mesi scorsi, il principale possibile acquirente de La Repubblica è l’imprenditore e armatore greco Theodore Kyriakou, proprietario del Gruppo Antenna, colosso internazionale dei media con sede in Grecia, già attivo in diversi paesi europei. A partire da dicembre 2025, è stata confermata l’esistenza di una trattativa esclusiva tra la holding Exor (famiglia Elkann-Agnelli) e il gruppo di Kyriakou per la cessione di gran parte del gruppo GEDI, inclusa La Repubblica. Le indiscrezioni parlano di un’offerta che si aggira intorno ai 140-240 milioni di euro per le principali testate del gruppo. La notizia ha scatenato forti proteste da parte delle redazioni e del comitato di redazione, che hanno espresso preoccupazione per il mantenimento dell’identità politica del giornale e per la stabilità occupazionale. “Abbiamo coinvolto chiunque fosse possibile – prosegue l’assemblea -, continuiamo a farlo, lavorando assieme alle organizzazioni sindacali, interpellando istituzioni, lettori, partiti, enti pubblici, da Agcom all’European Board for Media Services. Abbiamo fatto il nostro lavoro giornalistico per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e ciò che ne è uscito fuori non ci tranquillizza affatto, anzi. Abbiamo manifestato pubblicamente la nostra rabbia e preoccupazione. In questa trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma uno strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico”. “Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali. Questa è la situazione che stanno vivendo 1.300 famiglie. Lo spezzatino di Gedi, quel che era il primo gruppo editoriale italiano, continua indisturbato. Come nel disinteresse generale, salvo dei sindacati e di chi del proprio lavoro vive, è stato smantellato un pezzo di industria italiana. Tutto questo mentre gli azionisti ogni anno portavano a casa dividendi miliardari”. L'articolo La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I portuali di 21 scali scioperano perché si rifiutano di scaricare armi da guerra. Grazie!
Il 6 febbraio, in contemporanea con l’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano, si svolge un altro grande evento, senza precedenti per la storia recente: lo sciopero internazionale dei porti contro il riarmo e la guerra. La protesta, proclamata in Italia da USB e dai collettivi dei portuali, negli altri paesi da tante organizzazioni sindacali e gruppi di lavoratori, coinvolgerà 21 tra i più grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo, Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia Cagliari e altri ancora. Negli ultimi giorni è giunta l’adesione anche dai porti di Marsiglia, Anversa e Amburgo; ed anche negli Stati Uniti, oltre che nel Brasile e in Colombia, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedeva da tanto tanto tempo, alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà. Ricordiamo sicuramente il “blocchiamo tutto” pronunciato da un portale di Genova, mentre un suo compagno di lavoro era sulla Global Sumud Flotilla, che si avvicinava alle coste di Gaza e per questo veniva poi assaltata dalle truppe di Israele. Quella parola d’ordine, blocchiamo tutto, fermò il paese per alcune settimane nelle quelli milioni di persone scesero in piazza. Ebbene i portuali non si sono fermati e ora mandano un segnale di grande solidarietà internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra. Un segnale forte contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa dell’autodeterminazione dei popoli. I porti sono sempre più privatizzati e sottoposti al dominio del profitto, mentre contemporaneamente vengono inclusi nei progetti guerrafondai delle élite. Militarizzazione dell’economia e sfruttamento colpiscono direttamente le condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i salari, devastato i diritti sociali e distrutto i servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse economiche verso gli armamenti e l’industria bellica, nei porti peggiora le condizioni di lavoro, aggrava i tempi di lavoro e la fatica, crea condizioni di precarietà e insicurezza crescenti e mentre con l’austerità di bilancio salta anche la possibilità per i portuali di vedersi riconoscere riconoscere il lavoro usurante a fini pensionistici. Così da una delle categorie più antiche del mondo del lavoro viene il messaggio più moderno ed attuale: il lavoro diviso, frantumato e precarizzato deve unirsi oltre ogni barriera per rovesciare lo sfruttamento che dilaga. E la lotta per cambiare le condizioni di lavoro, da sociale diviene immediatamente politica perché si trova di fronte il riarmo e l’economia di guerra. I portuali di Genova e di altri scali si erano già rifiutati di caricare e scaricare armi per Israele e per le sporche guerre che dilagano, ma ora fanno un passo in più: scioperano in tutto il Mediterraneo perché i porti siano luoghi di pace, liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra. I portuali scioperano per opporsi agli effetti dell’economia di guerra su salari, pensioni, diritti e condizioni di salute e sicurezza; per bloccare tutte le spedizioni di armi verso il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, per chiedere un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni locali. Per opporsi al piano di riarmo dell’Ue e per fermare l’imminente piano dei governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche. Su tutto questo i portuali scioperano il 6 febbraio. E mentre le Olimpiadi sono segnate dalla speculazione e dall’indifferenza verso il genocidio palestinese, mentre in Italia sbarcano i fascisti dell’ICE, mentre il governo vara decreti liberticidi per colpire lotte e dissenso, dai porti del Mediterraneo si diffonde un messaggio di Resistenza e libertà. Un messaggio che ci dà una precisa indicazione: se vogliano fermare ingiustizia autoritarismo e guerra, ancora una volta dobbiamo bloccare tutto. Grazie ai portuali. L'articolo I portuali di 21 scali scioperano perché si rifiutano di scaricare armi da guerra. Grazie! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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