Il Comitato di Redazione di Citynews e il sindacato Figec-Cisal hanno proclamato
uno sciopero di 48 ore dei giornalisti del gruppo, a partire dalle 9 del 23
marzo fino alle 9 di mercoledì 25 marzo. La decisione arriva dopo settimane di
tensioni scaturite dall’interruzione senza preavviso di 21 rapporti di lavoro,
che aveva portato anche allo stato di agitazione iniziato il 13 marzo scorso.
Nella nota del Cdr si legge che “sono 57 le edizioni locali e i comparti
nazionali come Today.it coinvolte nello sciopero”. Tutto è nato dopo il
licenziamento di 5 dipendenti oltre alla rimodulazione di 21 rapporti di lavoro,
sei a tempo indeterminato e 15 collaborazioni anche di lungo corso”. L’assemblea
dei giornalisti aveva richiesto il ritiro dei tagli, ritenuti illegittimi, e
l’apertura di un tavolo di concertazione.
Si tratta del primo sciopero che interessa i giornalisti del Gruppo Citynews,
fra i più grandi editori nativi digitali d’Italia.
Il Comitato di redazione e il sindacato Figec hanno incontrato l’azienda lo
scorso 18 marzo, ma nessuna richiesta del sindacato, sostenuta con un voto
favorevole dell’assemblea dei dipendenti dell’80%, è stata accolta. La direzione
ha deciso di chiudere a ogni trattativa, da qui la decisione di scioperare. La
richiesta del Cdr di Citynews è chiara: “riconsiderare i licenziamenti, dando un
segnale tangibile dell’apertura promessa, bloccando gli stessi e attivando il
tavolo di concertazione volto a salvaguardare i posti di lavoro“.
Non si è fatta attendere la risposta dell’azienda che ha specificato in una nota
come Citynews si ritrovi “in una situazione economica che ha reso necessari
alcuni interventi strutturali. Negli ultimi anni i ricavi pubblicitari sono
cresciuti in misura molto inferiore rispetto ai costi, con il personale
giornalistico che ha visto raddoppiare il suo costo in quattro anni”.
“Precisiamo – ha continuato l’azienda – che circa la metà dei collaboratori
citati nelle comunicazioni sindacali ha accettato una rimodulazione del rapporto
ed è tuttora attiva. Nei restanti casi le proposte aziendali non sono state
accettate”. La direzione ha concluso: “Questo sciopero arriva dopo quindici anni
in cui l’azienda ha dimostrato concretamente di stare dalla parte dei suoi
lavoratori. Citynews conta 600 persone. La sostenibilità economica dell’azienda
è l’unica garanzia concreta per i posti di lavoro di tutti”.
L'articolo Citynews, sciopero di 48 ore dopo i licenziamenti. Il Cdr: “dopo lo
stato di agitazione, il Cdr e i sindacati proclamano lo sciopero per 48 ore
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nella giornata di venerdì 27 marzo il sindacato AL Cobas ha proclamato uno
sciopero che potrebbe avere ripercussioni sui trasporti. Come specificato
dall’Atm (Azienda trasporti milanesi) il servizio potrebbe “non essere garantito
dalle 8.45 alle 15 e dopo le 18, fino al termine del servizio“. A essere colpiti
dallo sciopero nella stessa giornata saranno anche i settori di scuola e stampa,
che rivendicano, tra le altre, adeguamenti salariali.
Per il settore trasporti le ragioni dello sciopero sono da ricondurre ai
problemi salariali, contrattuali, igienici e di sicurezza dei lavoratori del
gruppo Atm. Il sindacato denuncia “mancati rinnovi contrattuali, irrisori
aumenti salariali, la soppressione dei premi ad personam, eccessivo utilizzo del
lavoro straordinario e carenza strutturale di personale”. Al Cobas esige la
“trasformazione immediata di tutti i contratti part-time in full-time ai
conducenti che ne fanno richiesta” e denunciano i “comportamenti lesivi,
discriminatori, intimidatori da parte di alcuni dirigenti di deposito nei
confronti di lavoratori fruitori del diritto a permessi parentali anche per
l’assistenza a familiari disabili”. Ad aggiungersi al già complesso quadro sono
le scarse condizioni igieniche sui mezzi, per cui si richiede la “riattivazione
del distanziamento tra conducenti di superficie e utenti a tutela della salute e
della sicurezza dei lavoratori e inibizione della porta anteriore per la salita
e la discesa dei passeggeri”.
Anche il sindacato Sisa del comparto scuola ha scelto la giornata del 27 marzo
per rivendicare un adeguamento salariale del 20%, vista la perdita di potere
d’acquisto, eroso dall’inflazione degli ultimi anni, e l’assunzione immediata di
personale su tutti i posti disponibili per ogni ordine di scuola. Lo sciopero
riguarderà tutti i dipendenti appartenenti al Comparto dell’Area Istruzione e
Ricerca, compresi dirigenti, insegnanti e personale Ata.
La Fnsi (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) ha indetto lo sciopero
sempre per il 27 marzo denunciando, in primis, un contratto di lavoro ormai
scaduto da 10 anni. Il sindacato spiega che tale protesta nasce per difendere la
“dignità di una professione essenziale per la tenuta democratica del Paese”.
Altro tema è il ricorso da parte di giornali ed editori sempre più a
collaboratori a partita Iva, pagati con cifre irrisorie, e sempre meno a
professionisti. La risposta del Fieg (Federazione Italiana Editori Giornali) non
si è fatta attendere. L’attuale contratto nazionale, secondo loro, è “gravato da
privilegi non più sostenibili”.
L'articolo Sciopero 27 marzo per trasporti, scuola e stampa: i possibili disagi
per i servizi coinvolti proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Immediata attivazione dello stato di agitazione e mandato al Cdr per un
pacchetto di 10 giornate di sciopero“. Questa è la decisione dell’assemblea dei
giornalisti di Citynews a seguito dei tagli della scorsa giornata che hanno
portato al licenziamento di oltre 20 dipendenti, 16 precari e 5 assunti a tempo
indeterminato.
L’assemblea dei giornalisti si è riunita e ha deciso, con circa l’80 per cento
dei voti a favore, di procedere con uno sciopero di 10 giorni nel caso in cui
l’azienda non volesse fare marcia indietro sul piano licenziamenti. Si legge in
una nota: “Il Cdr e il sindacato dei giornalisti Figec hanno criticato
aspramente l’operato di Citynews nella forma e nella sostanza. I tagli al
personale, giustificati da generiche motivazioni di riduzione dei costi, sono
avvenuti senza chiedere il parere preventivo del Comitato di Redazione, come
sancisce il contratto nazionale di riferimento (Figec-Uspi)”. I sindacati e il
Cdr hanno poi aggiunto: “Inoltre, i licenziamenti sono avvenuti senza alcun
preavviso, a mezzo pec, con i giornalisti che si sono visti cancellare gli
accessi al portale gestionale e alla mail aziendale mentre svolgevano il loro
turno di lavoro. Tale modalità di azione ha generando un clima di terrore tra
tutti i colleghi”.
Inaccettabile, si legge, la scelta da parte dell’azienda di non tenere un
confronto con le realtà sindacali e con i giornalisti, proseguendo con il
proprio piano di licenziamenti senza sentire ragioni. “Con il voto a netta
maggioranza, l’assemblea dei giornalisti Citynews, oltre a ribadire la
solidarietà ai colleghi colpiti e a condannare le modalità di azione
dell’azienda, ha stabilito l’immediato stato di agitazione e ha affidato mandato
al Cdr per la convocazione di assemblee urgenti e un pacchetto di 10 giornate di
sciopero da indire se l’azienda dovesse proseguire a rifiutare il confronto”
prosegue la nota. La richiesta di sindacati e giornalisti è chiara: “I
lavoratori chiedono l’immediata sospensione del piano di tagli, l’immediata
convocazione di un tavolo di concertazione e, infine, il ritiro di licenziamenti
e interruzioni delle collaborazioni“.
L'articolo Citynews, la protesta dopo i licenziamenti: stato di agitazione e
pacchetto di 10 giorni di sciopero proviene da Il Fatto Quotidiano.
“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; la sonora
bocciatura arriva dal Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una
decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le
nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di
scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel
guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato
dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato
dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo.
L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre
ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre.
Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da
parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa, da non confondere con l’Unione
europea. Anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della
Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146
del 1990, viola invece diversi diritti riconosciuti dal documento. Innanzitutto,
la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici
essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere
sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece
ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi
generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali.
L’altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la
legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro
con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce
l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di
organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo
un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In
questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione. Infine, l’altro
rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato
proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di
vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede
il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere
proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di
concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli
limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero
riconducibili a servizi essenziali.
Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni
hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una
tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo
“militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse
proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva
manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra
l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici
essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento
estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di
mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali
contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati
di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla.
L’orientamento severo della Commissione è stato cavalcato ampiamente dal
ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che spesso ha fatto leva su queste
pronunce per precettare i lavoratori. E tra l’altro Fratelli d’Italia prova da
tempo a inserire una norma che imporrebbe ai lavoratori dei trasporti di
comunicare preventivamente l’adesione agli scioperi. La decisione del Comitato
non ha un’applicazione diretta, ma il governo dovrà adeguarsi e inoltre
costituirà una fonte che dovrebbe indirizzare i giudici e le autorità
amministrative. Quindi anche la stessa Commissione di garanzia dovrà tenere in
considerazione questa pronuncia, ed evidentemente modificare in modo netto la
tendenza degli ultimi anni.
L'articolo “Il diritto di sciopero è troppo limitato”: Italia bocciata dal
Comitato europeo dei diritti sociali. Ora Meloni dovrà adeguarsi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Nella giornata di oggi, 9 marzo, numerosi settori lavorativi potrebbero subire
ripercussioni a causa dello sciopero convocato da diverse associazioni
sindacali. L’astensione dal lavoro potrebbe incidere su diversi servizi, pur
restando garantite le prestazioni indispensabili. Lo sciopero rientra nel
contesto della Giornata internazionale dei diritti delle donne ed è iniziato
nella notte tra 8 e 9 marzo. Durerà per 24 ore.
I sindacati che hanno proclamato lo sciopero sono Slai Cobas, Usi, Usb e Clap
con la richiesta di interventi su salari, politiche sociali, condizioni di
lavoro e misure che contrastino la precarietà. Saranno interessati sia i
lavoratori delle amministrazioni pubbliche, ma anche quelli coinvolti nel
settore privato e cooperativo. L’agitazione di Cobas, Cub e Usb riguarda tutte
le categorie del comparto pubblico e privato per l’intera giornata, escluso il
comparto dei trasporti, mentre per i vigili del fuoco sarà dalle ore 9 alle ore
13.
Alla protesta si aggiunge anche l’astensione dichiarata dalla Flc Cgil nei
settori della conoscenza come scuola, università, ricerca, AFAM, formazione
professionale e istruzione non statale, in occasione della Giornata
internazionale dei diritti delle donne: lo sciopero è proclamato per
sottolineare l’attuale disparità di genere sociale, presente anche nel mondo del
lavoro, caratterizzato dalla mancanza di servizi che alimentano il gender pay
gap. Le associazioni sindacali hanno evidenziato inoltre la necessità di un
salario minimo, per ridurre il peso dell’inflazione e aiutare gli italiani,
sempre più piegati da salari da fame e servizi insufficienti. Dallo sciopero è
esente il settore dei trasporti, come dichiarato da tutte le sigle sindacali
coinvolte.
L'articolo Sciopero generale 9 marzo: quali settori sono coinvolti, non si
fermano i trasporti proviene da Il Fatto Quotidiano.
A dieci anni esatti dalla scadenza dell’ultimo contratto e nell’ambito della
vertenza per il rinnovo contrattuale (che si protrae ormai da due anni), la
Federazione nazionale della Stampa italiana ha proclamato altre due giornate di
sciopero unitario. Dopo lo sciopero dello scorso 28 novembre, la nuova protesta
si terrà venerdì 27 marzo e giovedì 16 aprile 2026, quest’ultima data potrebbe
subire spostamenti per consentire a tutti i giornalisti, anche quelli della Rai,
di aderire alla mobilitazione.
Il primo aprile la Fnsi ha convocato anche una manifestazione nazionale a
Torino: iniziativa – specifica il sindacato unitario – “che vuole unire sia i
temi del rinnovo contrattuale, sia la crisi che riguarda le testate del Gruppo
Gedi La Stampa e Repubblica (oltre alle radio e all’online), per le quali sono
in corso svendite, più che cessioni, da parte dell’editore Elkann”.
Il sindacato, si legge in una nota, “rifiuta le risposte della Fieg sul rinnovo
contrattuale. La Fnsi lotta per mantenere le tutele per i giornalisti e per il
futuro dell’informazione e non si può accontentare di risposte algebriche e
miopi che stanno riducendo l’informazione stessa ad un terreno incolto per
l’intelligenza artificiale e lo sfruttamento di manodopera intellettuale. Gli
editori continuano a prendere finanziamenti, eppure senza riuscire a immaginare
un futuro per l’informazione e i suoi lavoratori, che siano dipendenti o
collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori autonomi. Viviamo il grande
paradosso di una società che consuma informazione e di editori che bruciano chi
fa informazione”.
L'articolo Rinnovo del contratto dei giornalisti, la Fnsi proclama altre 2
giornate di sciopero il 27 marzo e il 16 aprile proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’assemblea dei giornalisti di La7 è pronta allo sciopero in assenza di risposte
da parte dell’azienda su questioni ritenute centrali, a partire dai “forfait
irrisori per aggirare i contratti e le incidenze domenicali non pagate”. È
quanto si legge in una nota diffusa al termine di un’assemblea, martedì.
I giornalisti spiegano di prendere atto “con sconcerto del rifiuto dell’azienda
di riconoscere ai colleghi neoassunti la corretta applicazione del contratto
collettivo nazionale e degli accordi integrativi aziendali, elusi attraverso
forfait palesemente irrisori e incongrui”. L’assemblea sottolinea inoltre “con
altrettanto sconcerto” il dietrofront dell’azienda sul pagamento delle incidenze
domenicali, dopo che al tavolo sindacale aveva comunicato la volontà di
uniformarsi a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione: “I giudici hanno
riconosciuto ai giornalisti de La7 il diritto a percepire in busta paga questa
voce del contratto nazionale così come avviene per tutti i colleghi delle altre
testate, anche nel gruppo Cairo”, si legge ancora nella nota.
Alla luce di questa situazione, l’assemblea chiede al comitato di redazione di
“attivarsi anche legalmente per ottenere il rispetto dei contratti collettivo e
integrativo per i neoassunti e la concreta applicazione della decisione della
Cassazione anche per il pregresso”. Inoltre, viene richiesto di utilizzare “con
effetto immediato il pacchetto di giorni di sciopero già affidato al Cdr nel
caso di esito negativo dell’imminente incontro – sui due punti in questione – in
programma con l’azienda”.
Già a maggio del 2025 c’era stata una mobilitazione sindacale: all’epoca era
stato confermato in assemblea un pacchetto di tre giornate di sciopero per
protestare contro le condizioni di lavoro imposte “nonostante gli ottimi dati di
bilancio e gli straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai
programmi di informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme”. Il
documento approvato quasi all’unanimità denunciava “stipendi ridotti per i
neoassunti”, organici insufficienti della redazione del Tg dopo numerosi
pensionamenti, carriere e retribuzioni bloccate da anni e lontane da quelle
delle altre televisioni nazionali, nonché l’assenza di un chiaro piano di
sviluppo e di investimenti, “nonostante gli ottimi dati di bilancio e gli
straordinari risultati di ascolto, spinti proprio dai Tg e dai programmi di
informazione e dalla crescita su tutte le piattaforme, che trainano l’intero
gruppo editoriale”.
L'articolo La7, giornalisti pronti allo sciopero: “Contratto collettivo e
accordi integrativi non rispettati, forfait irrisori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Ci sono le Olimpiadi, quindi è vietato scioperare. La Commissione di Garanzia
sugli scioperi ritiene che esista un “concreto pericolo di pregiudizio” alla
libertà della circolazione a causa di due mobilitazioni indette dai lavoratori
del trasporto aereo per il 16 febbraio e il 7 marzo.
Le due date sono infatti ritenute “critiche” a causa della “sovrapposizione” con
i Giochi Olimpici e Paralimpici. Per questo, nella delibera adottata martedì, ha
segnalato il tutto al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo
Salvini. In altre parole: si apre la strada alla precettazione.
Salvo che i sindacati non decidano di adeguarsi alla richiesta della Commissione
che ha proposto di riposizionare le astensioni collettive nell’intervallo
temporale tra il 24 febbraio e il 4 marzo, non interessato dal calendario delle
competizioni. In questa maniera, secondo la Commissione, sarebbe garantito “un
equo bilanciamento tra l’esercizio del diritto di sciopero e il regolare
svolgimento della manifestazione olimpica”.
Il 16 febbraio si fermerà l’intero comparto con personale e assistenti di volo
di Ita Airways, Vueling, Easyjet e il personale dell’handling aeroportuale. Lo
sciopero del 7 marzo riguarderà il personale dipendente di Enav in servizio
all’Acc di Roma ed è stato indetto da Filt Cgil, Fast Confsal Av Unica e Astra
per 8 ore dalle 10 alle 18, mentre Ugl Trasporto Aereo e Uiltrasporti si
fermeranno solo per 4 ore.
L'articolo Ci sono le Olimpiadi, vietato scioperare: la Commissione di Garanzia
segnala a Salvini lo stop del trasporto aereo proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Repubblica è in sciopero. Oggi il sito web del quotidiano non verrà
aggiornato e domani il giornale non sarà in edicola. Lo hanno annunciato i
giornalisti con un comunicato. “L’assemblea delle giornaliste e dei giornalisti
di Repubblica si è riunita per ore in serata e per questa ragione, non potendo
chiudere le pagine, il quotidiano domani 10 febbraio non sarà in edicola – si
legge -. Il Comitato di redazione ha inoltre indetto per il 10 febbraio uno
sciopero e perciò anche l’11 febbraio il giornale non uscirà”.
“Ormai da settimane la vertenza del nostro giornale è aperta: sappiamo che Exor
è in trattativa per la vendita di Gedi con il gruppo greco Antenna – prosegue
l’assemblea -. Ma questa trattativa in esclusiva è scaduta lo scorso 31 gennaio,
e la società non ci ha ancora detto se c’è stata una proroga e fino a quando. Le
informazioni in nostro possesso finiscono qui. Abbiamo anche chiesto perché la
scelta sia ricaduta su di un editore sconosciuto ai più e non ad altri che si
erano detti interessati, ed è una domanda che rimane aperta. Ci sono (state)
altre offerte? Se sì, perché non prenderle in considerazione?”.
Da quanto emerso nei mesi scorsi, il principale possibile acquirente de La
Repubblica è l’imprenditore e armatore greco Theodore Kyriakou, proprietario del
Gruppo Antenna, colosso internazionale dei media con sede in Grecia, già attivo
in diversi paesi europei. A partire da dicembre 2025, è stata confermata
l’esistenza di una trattativa esclusiva tra la holding Exor (famiglia
Elkann-Agnelli) e il gruppo di Kyriakou per la cessione di gran parte del gruppo
GEDI, inclusa La Repubblica. Le indiscrezioni parlano di un’offerta che si
aggira intorno ai 140-240 milioni di euro per le principali testate del gruppo.
La notizia ha scatenato forti proteste da parte delle redazioni e del comitato
di redazione, che hanno espresso preoccupazione per il mantenimento
dell’identità politica del giornale e per la stabilità occupazionale.
“Abbiamo coinvolto chiunque fosse possibile – prosegue l’assemblea -,
continuiamo a farlo, lavorando assieme alle organizzazioni sindacali,
interpellando istituzioni, lettori, partiti, enti pubblici, da Agcom
all’European Board for Media Services. Abbiamo fatto il nostro lavoro
giornalistico per tentare di fare luce sulla natura del potenziale acquirente e
ciò che ne è uscito fuori non ci tranquillizza affatto, anzi. Abbiamo
manifestato pubblicamente la nostra rabbia e preoccupazione. In questa
trattativa – lo stiamo denunciando da tempo – manca trasparenza, necessaria e
fondamentale quando in ballo c’è un prodotto che non è solo economico ma uno
strumento di equilibrio di un già fragile pluralismo mediatico”.
“Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi
cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il
ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta
di incontrare le rappresentanze sindacali. Questa è la situazione che stanno
vivendo 1.300 famiglie. Lo spezzatino di Gedi, quel che era il primo gruppo
editoriale italiano, continua indisturbato. Come nel disinteresse generale,
salvo dei sindacati e di chi del proprio lavoro vive, è stato smantellato un
pezzo di industria italiana. Tutto questo mentre gli azionisti ogni anno
portavano a casa dividendi miliardari”.
L'articolo La Repubblica è in sciopero, i giornalisti: “Sulla vendita del gruppo
GEDI manca trasparenza, Elkann si rifiuta di incontrarci” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il 6 febbraio, in contemporanea con l’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano,
si svolge un altro grande evento, senza precedenti per la storia recente: lo
sciopero internazionale dei porti contro il riarmo e la guerra. La protesta,
proclamata in Italia da USB e dai collettivi dei portuali, negli altri paesi da
tante organizzazioni sindacali e gruppi di lavoratori, coinvolgerà 21 tra i più
grandi e importanti porti europei e mediterranei, come Bilbao, Tangeri, Pireo,
Mersin, Genova, Livorno, Trieste, Ancona e Civitavecchia Cagliari e altri
ancora. Negli ultimi giorni è giunta l’adesione anche dai porti di Marsiglia,
Anversa e Amburgo; ed anche negli Stati Uniti, oltre che nel Brasile e in
Colombia, in diverse città portuali, si stanno organizzando mobilitazioni e
iniziative. Un’azione congiunta e coordinata come non si vedeva da tanto tanto
tempo, alla quale si sono uniti movimenti e associazioni di solidarietà.
Ricordiamo sicuramente il “blocchiamo tutto” pronunciato da un portale di
Genova, mentre un suo compagno di lavoro era sulla Global Sumud Flotilla, che si
avvicinava alle coste di Gaza e per questo veniva poi assaltata dalle truppe di
Israele. Quella parola d’ordine, blocchiamo tutto, fermò il paese per alcune
settimane nelle quelli milioni di persone scesero in piazza. Ebbene i portuali
non si sono fermati e ora mandano un segnale di grande solidarietà
internazionale contro la militarizzazione dei porti, il genocidio ancora in
corso in Palestina, il traffico di armi e la corsa alla guerra. Un segnale forte
contro l’imperialismo e la rottura del diritto internazionale e in difesa
dell’autodeterminazione dei popoli.
I porti sono sempre più privatizzati e sottoposti al dominio del profitto,
mentre contemporaneamente vengono inclusi nei progetti guerrafondai delle élite.
Militarizzazione dell’economia e sfruttamento colpiscono direttamente le
condizioni dei lavoratori. L’economia di guerra ha già tagliato i salari,
devastato i diritti sociali e distrutto i servizi pubblici essenziali.
Lo spostamento delle risorse economiche verso gli armamenti e l’industria
bellica, nei porti peggiora le condizioni di lavoro, aggrava i tempi di lavoro e
la fatica, crea condizioni di precarietà e insicurezza crescenti e mentre con
l’austerità di bilancio salta anche la possibilità per i portuali di vedersi
riconoscere riconoscere il lavoro usurante a fini pensionistici. Così da una
delle categorie più antiche del mondo del lavoro viene il messaggio più moderno
ed attuale: il lavoro diviso, frantumato e precarizzato deve unirsi oltre ogni
barriera per rovesciare lo sfruttamento che dilaga. E la lotta per cambiare le
condizioni di lavoro, da sociale diviene immediatamente politica perché si trova
di fronte il riarmo e l’economia di guerra.
I portuali di Genova e di altri scali si erano già rifiutati di caricare e
scaricare armi per Israele e per le sporche guerre che dilagano, ma ora fanno un
passo in più: scioperano in tutto il Mediterraneo perché i porti siano luoghi di
pace, liberi da qualsiasi coinvolgimento nella guerra. I portuali scioperano per
opporsi agli effetti dell’economia di guerra su salari, pensioni, diritti e
condizioni di salute e sicurezza; per bloccare tutte le spedizioni di armi verso
il genocidio in Palestina e verso qualsiasi altra zona di guerra, per chiedere
un embargo commerciale su Israele da parte dei governi e delle istituzioni
locali.
Per opporsi al piano di riarmo dell’Ue e per fermare l’imminente piano dei
governi europei di militarizzare i porti e le infrastrutture strategiche. Su
tutto questo i portuali scioperano il 6 febbraio. E mentre le Olimpiadi sono
segnate dalla speculazione e dall’indifferenza verso il genocidio palestinese,
mentre in Italia sbarcano i fascisti dell’ICE, mentre il governo vara decreti
liberticidi per colpire lotte e dissenso, dai porti del Mediterraneo si diffonde
un messaggio di Resistenza e libertà. Un messaggio che ci dà una precisa
indicazione: se vogliano fermare ingiustizia autoritarismo e guerra, ancora una
volta dobbiamo bloccare tutto. Grazie ai portuali.
L'articolo I portuali di 21 scali scioperano perché si rifiutano di scaricare
armi da guerra. Grazie! proviene da Il Fatto Quotidiano.