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Il Giubileo è finito, l’imbroglio dell’inceneritore “salvifico” di Roma continua!
Se non si trattasse di un evento sacro che impone assoluto rispetto verrebbe da parafrasare con il più prosaico “finita la festa, gabbato lo santo”. Eh sì, perché non possiamo né vogliamo dimenticare che il motivo giuridicamente assunto per giustificare non solo la realizzazione dell’inceneritore da 600.000 tonnellate/anno ma l’attribuzione di “pieni poteri” al sindaco Gualtieri per realizzare tale impianto a dispetto di programmazione condivisa con i soggetti istituzionali preposti (Regioni e in parte i comuni) era proprio quello legato alla “straordinarietà” del Giubileo e della presunta emergenza che esso avrebbe generato nella gestione dei rifiuti. Ma adesso concretamente e simbolicamente il “re è nudo”. Il Giubileo è finito ma l’inceneritore non c’è. Non si è manifestata nessuna emergenza nella gestione dei rifiuti e se un’emergenza continua ad esserci è quella democratica provocata da un esproprio di poteri e competenze senza precedenti nei confronti di istituzioni e società civile. Questa narrazione bugiarda e truffaldina non può essere ulteriormente tollerata: occorre ripristinare le procedure ordinarie revocando i “pieni poteri” attribuiti al sindaco e aprendo un Tavolo Pubblico Operativo centrato sul rilancio delle buone pratiche di Raccolta Differenziata (di riuso e di riciclo) che i recenti dati Ispra fotografano al palo visto che la Capitale traguarda un ufficiale 50% di differenziata che in realtà significa meno del 35% di vero e proprio riciclo. Se poi andiamo a scandagliare le storture provocate dal percorso fin qui intrapreso segnato da palesi forzature (non a caso oggetto di verifiche giuridiche) ci rendiamo conto che, sempre sulla base di “ragioni di emergenza” si andrebbero ad attribuire enormi vantaggi economici a soggetti privati per lassi temporali (oltre 30 anni) in regime di monopolio. E tutto questo senza considerare seriamente piani finanziari che non tengano conto delle addizionali che i cittadini dovrebbero pagare in relazione alle emissioni di anidride carbonica connesse all’ETS (Emission Trade System) previsto dalle normative Ue. A livello politico si abbia il coraggio e la saggezza di stoppare questo percorso peraltro giunto nemmeno alla sua metà prima che si vengano a realizzare condizioni irreversibili per venirne fuori. Le alternative operative, impiantistiche ed industriali, di gran lunga più vantaggiose per la salute pubblica, per l’economia circolare e per i posti di lavoro correlabili esistono e comunque anche non “a scatola chiusa” possono essere poste al centro di un confronto non a senso unico e manipolato come avvenuto fino ad oggi. Una cosa è certa: Zero Waste Italia e Zero Waste Europe saranno sempre al fianco di coloro che si stanno battendo sui territori contro l’inceneritore e i suoi inganni. L'articolo Il Giubileo è finito, l’imbroglio dell’inceneritore “salvifico” di Roma continua! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giubileo, chiusa l’ultima Porta Santa. Il bilancio dell’Anno Santo nell’omelia del Papa che interroga Chiesa e fedeli
Leone XIV ha chiuso il Giubileo della speranza indetto e aperto da Papa Francesco. Prevost, come aveva stabilito Bergoglio nella bolla di indizione dell’Anno Santo del 2025, Spes non confundit, ha chiuso l’ultima Porta Santa, quella della Basilica Vaticana. Un Giubileo ordinario che rimane nella storia soprattutto per il cambio di pontificato avvenuto durante questi mesi. Prima del 2025, infatti, solo nel 1700 si era verificata una Sede Vacante durante l’Anno Santo. Il Giubileo fu aperto da Innocenzo XII, che poi morì, e venne chiuso da Clemente XI. Oltre 33 milioni i pellegrini provenienti da 185 Paesi che sono arrivati a Roma dal 24 dicembre 2024, giorno di apertura del Giubileo, al 6 gennaio 2026. Numeri più alti delle previsioni che ipotizzavano 31 milioni di fedeli. La stragrande maggioranza dei pellegrini, ovviamente, è arrivata dall’Italia, il 36%. Al secondo posto, con il 12%, si sono classificati i fedeli degli Stati Uniti d’America, Paese natale di Prevost. Sono stati 35 i grandi eventi dell’Anno Santo. Il culmine è stato sicuramente il Giubileo dei giovani con un milione di ragazzi a Tor Vergata che hanno simbolicamente abbracciato il nuovo Papa. Alla cerimonia di chiusura della Porta Santa di San Pietro l’Italia era rappresentata dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, accompagnato dalla figlia Laura. Subito dopo aver chiuso il Giubileo, Leone XIV, nella Basilica Vaticana, ha presieduto la messa della solennità dell’Epifania. Nella sua omelia, Prevost ha tracciato un bilancio dell’Anno Santo, pensando soprattutto “a tanti conflitti con cui gli uomini possono resistere e persino colpire il nuovo che Dio ha in serbo per tutti. Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”. Interrogativi che Leone XIV ha rivolto innanzitutto alla Chiesa. “La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, – ha affermato il Papa – ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”. Prevost ha ricordato che “siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i magi adorarono. Luoghi santi come le cattedrali, le basiliche, i santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato”. Parole cariche di speranza, come è stato il tema scelto da Francesco per il Giubileo. Ma Leone XIV ha guardato soprattutto al futuro, consapevole che, con la chiusura dell’Anno Santo, termina anche l’agenda del pontificato del suo immediato predecessore, da lui totalmente ereditata, e iniziano finalmente le pagine bianche che dovrà scrivere nei prossimi anni di governo. Non a caso il Papa terrà il primo concistoro straordinario del suo pontificato subito dopo la chiusura del Giubileo, il 7 e l’8 gennaio 2026, per discutere in modo collegiale del governo della Chiesa. Una richiesta emersa con forza nelle dodici congregazioni generali dei cardinali che hanno preceduto il conclave che ha eletto Prevost. Diversi i temi indicati dal Papa nella lettera di convocazione inviata ai porporati di tutto il mondo. Tra essi spiccano in particolare quello della riforma della Curia romana, promulgata da Francesco, il 19 marzo 2022, con la costituzione apostolica Praedicate Evangelium, quello della sinodalità e quello della liturgia, in una perenne lotta tra conservatori, legati alla messa tridentina, e progressisti, sostenitori della riforma liturgica del Concilio Ecumenico Vaticano II. Molto indicative sono state in questo senso le parole che Leone XIV ha pronunciato durante l’omelia della messa conclusiva del Giubileo: “Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino? Nel racconto, Erode teme per il suo trono, si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo. Prova ad approfittare del desiderio dei magi e cerca di piegare la loro ricerca a proprio vantaggio. È pronto a mentire, è disposto a tutto; la paura, infatti, accieca. La gioia del Vangelo, invece, libera: rende prudenti, sì, ma anche audaci, attenti e creativi; suggerisce vie diverse da quelle già percorse”. Per questo, ha sottolineato ancora Prevost, “quanto è importante che chi varca la porta della Chiesa avverta che il Messia vi è appena nato, che lì si raduna una comunità in cui è sorta la speranza, che lì è in atto una storia di vita! Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo regno germoglia già ovunque nel mondo”. Dal Papa, infine, un appello per il cammino futuro: “È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora. Maria, Stella del mattino, camminerà sempre davanti a noi! Nel suo Figlio contempleremo e serviremo una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”. L'articolo Giubileo, chiusa l’ultima Porta Santa. Il bilancio dell’Anno Santo nell’omelia del Papa che interroga Chiesa e fedeli proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ignorate le parole di Papa Francesco: le carceri sono ancora sovraffolate e governate dall’ipocrisia
Siamo governati dall’ipocrisia. Tutti si definiscono cristiani ma nessuno ascolta le parole del capo della Chiesa. Lo scorso 26 dicembre Papa Francesco aprì la porta Santa a Rebibbia, dove giovedì è morta una detenuta e dove il giorno prima si è recato il Presidente della Repubblica. Le parole del Pontefice, che al carcere aveva dedicato pensieri e azioni, sono rimaste inascoltate, colpevolmente rimosse da parte di chi dirige il nostro sistema penitenziario. Per questo un ampio numero di associazioni e istituzioni – tra le quali A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia CNVG, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti CNCA, Federsolidarietà, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoop, Movi, Ristretti, No prison e Nessuno Tocchi Caino – hanno promosso un appello per offrire dignità e megafono all’impegno di Papa Francesco. Vanno assicurate umanità e clemenza a un sistema, quello delle prigioni, che vive una drammatica crisi. Il mondo delle carceri italiane sta perdendo ogni legame con la missione costituzionale di cui al terzo comma dell’articolo 27. Un articolo scritto con il sangue, il dolore e la profondità politica di quella parte dei nostri costituenti che aveva vissuto l’esperienza della prigionia durante il fascismo. I numeri descrivono l’attuale crisi in modo impietoso. Al 30 novembre 2025 erano 63.868 le persone detenute nelle nostre carceri. La capienza effettiva era invece pari a 46.124 posti. Ciò significa che si contavano quasi 18.000 posti in meno rispetto alle presenze. È facile capire cosa significhi e quanto le possibilità di risocializzazione, nonostante l’impegno di alcuni operatori, si trasformino in mito. Di fronte a tassi di affollamento così elevati è sbagliato, nonché utopico, pensare di risolvere il problema con fantomatici piani di edilizia penitenziaria. L’affollamento delle carceri può e deve risolversi depenalizzando quel che ha a che fare con questioni sociali e non deve essere gestito con politiche penali, a partire dal tema delle droghe, trattato con le armi inique del proibizionismo che mette sullo stesso piano tossicodipendenti e trafficanti. Le galere sono piene di persone espulse da un sistema di welfare selettivo. Il tasso di affollamento medio nazionale è ormai dunque al 138,5% e in ben 72 delle 189 carceri italiane è pari o finanche superiore al 150%. Non sono meri numeri, perché dietro di essi vivono persone: in alcuni luoghi manca per loro lo spazio vitale. Negli istituti più affollati – come Lucca (247%), Vigevano (243%), Milano San Vittore (231%), Brescia Canton Monbello (216%), Foggia (215%), Lodi (211%), Udine (209%), Trieste (201%), Brindisi (199%), Busto Arsizio (196%), ma anche in molte altre carceri metropolitane – non ci sono quasi più spazi per la socialità, per la scuola. Il carcere diventa così solo un grande, inutile dormitorio. Per la prima volta nella storia, dopo il cosiddetto Decreto Caivano, anche nelle carceri minorili sta accadendo lo stesso. Ma altri numeri sono ancora da segnalare. Ovvero quelli, assai paradigmatici, che ci raccontano in maniera oggettiva l’illegalità in cui versa il sistema. Nel corso del 2024, i tribunali di sorveglianza italiani hanno accolto ben 5.837 ricorsi che riconoscevano ad altrettante persone detenute di aver vissuto in carcere in condizioni inumane o degradanti. Ben 5.837 sono state dunque sottoposte a una pena contraria al senso di umanità, contraria all’art. 27 della Carta costituzionale. In tante carceri in giro per l’Italia si è tornati a vivere in meno di tre metri quadri a persona, come quando l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La reazione delle istituzioni, sia per adulti che per minori, si riassume in una sola parola: chiusura. Il carcere è sempre più chiuso. C’è insofferenza istituzionale verso chi nel mondo esterno vuole cooperare per l’esecuzione di una pena più umana. Per tutti questi motivi le associazioni, anche in considerazione del Giubileo dei detenuti in corso, hanno indetto una grande assemblea da tenersi a Roma il prossimo 6 febbraio. Per ricordare a chi governa che il carcere non è proprietà privata dei custodi. L'articolo Ignorate le parole di Papa Francesco: le carceri sono ancora sovraffolate e governate dall’ipocrisia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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