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Meloni annuncia un Piano casa Italia: siamo alla propaganda spicciola, ecco perché
Fio- Psd ha recentemente reso noto i dati relativi a quella che viene definita “la strage invisibile” quella delle persone senza fissa dimora relativa al 2025. Dati terribili sui quali il Fatto Quotidiano ha già pubblicato un esauriente articolo nei giorni scorsi. Se nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora il 2026 non si è aperto con una inversione di tendenza, anzi, anche il 2026 non nasce sotto auspici migliori, nei primi 5 giorni dell’anno sono morti 10 senza fissa dimora di età tra dai 25 anni ai 70. Questi primi morti si sono registrati 3 in Lombardia, 2 in Toscana, 1 rispettivamente in Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio e Veneto. Sono indicative anche le città dove sono avvenute le morti: in Lombardia 1 ad Ostiglia, 1 a Taleggio e 1 a Milano; in Toscana a Firenze sono morti 2 persone senza fissa dimora; 1 rispettivamente a Treviso, Castellana Grotte, Capaccio Paestum, Roma. Questo evidenzia come la questione dell’inclusione delle persone senza fissa dimora non riguarda le sole grandi aree urbane ma investe l’intero territorio nazionale. Invece sempre più spesso assistiamo a Comuni che si accorgono dell’emergenza freddo o caldo in dicembre avanzato o ad agosto avanzato per l’emergenza caldo, segno che siamo di fronte ad una grave sottovalutazione e mancata programmazione degli interventi. Le cause che hanno portato nei primi 5 giorni del gennaio 2026 alla morte 10 persone senza fissa dimora sono: 6 su 10 per malore generico, ai quali vano aggiunti, 1 morto per tossicodipendenza; 1 per infarto, 1 per ipotermia e 1 per aggressione/omicidio. Sembra evidente il nesso tra tutela della salute delle persone senza fissa dimora e le loro cause di morte. In questi casi si denota una grave insufficienza del servizio sanitario nazionale che pur garantendo il pronto soccorso, poi, non riesce ad assistere le persone senza fissa dimora in maniera continuativa. Il tutto aggravato dall’assenza di politiche abitative per senza fissa dimora. Eppure l’Ue si era data l’impegno di risolvere la questione dei senza tetto entro il 2030. Si vede che era un intervento solo paventato visto che il famoso Piano casa europeo prevede interventi pubblico/privato per finto social housing per realizzare case che non sono e non saranno, né case popolari né programmi di housing first destinati ai senza fissa dimora. Un Piano casa europeo che di fatto ricalca l’ancora presunto Piano casa Italia, più volte tratteggiato dal Presidente del Consiglio Meloni e dal ministro Salvini, per il quale, hanno detto, sarebbero stati individuati 15 miliardi di euro, di questi c’è solo una minima traccia nell’ultima legge di bilancio. Si può leggere, nella legge di bilancio, di 50 milioni nel 2027 e 50 milioni nel 2028, quindi nulla nel 2026. Poi ci sarebbero 560 milioni complessivi dal 2028 al 2030. Per fare cosa? Lo si evince dalla dichiarazione in conferenza stampa della Presidente Meloni che ha confermato di nuovo, senza citare date, il prossimo varo da parte del governo, di un articolato Piano Casa finalizzato a mettere a disposizione nei prossimi dieci anni centomila case a prezzi calmierati ovvero social housing pubblico/privato basato su una rigenerazione urbana trainato dalla speculazione immobiliare con risorse pubbliche e su immobili pubblici. Infatti, il governo parla di 100mila case in dieci anni a canone calmierato ovvero solo 10.000 case l’anno cioè il nulla, persino per affrontare il solo disagio abitativo delle famiglie in povertà relativa. Questo quando ci sono 70.000 case popolari che in due anni potrebbero essere recuperate, ovviamente nella legge di bilancio per il 2026 non c’è traccia di linea di finanziamento per questo intervento, siamo alla propaganda spicciola sulla pelle dei poveri. Dal governo quindi nessun segnale concreto di intervento che affronti strutturalmente sia la vasta precarietà abitativa, delle famiglie in povertà assoluta o con sfratto, sia la questione dei senza fissa dimora per i quali i programmi housing first non sono stati mai degni di menzione. L'articolo Meloni annuncia un Piano casa Italia: siamo alla propaganda spicciola, ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus
L’emergenza abitativa non è una novità. Lo è il fatto che non riguarda più soltanto le famiglie in povertà, ma milioni di lavoratori in Italia e in tutta Europa e di studenti. Insomma, il ceto medio impoverito che da una parte spende sempre meno per la salute, dall’altro arranca ogni anno di più per potersi permettere l’acquisto di una casa o anche solo per mantenerla, tra affitti e bollette. Il 2025 si chiude confermando i problemi di sempre e il testimone da consegnare al nuovo anno è pieno di scommesse: contenere la speculazione, rilanciare l’edilizia sociale e sostenere la mobilità, soprattutto quella dei giovani. A preoccuparsene sono infatti le imprese che non trovano personale, a partire dai grandi centri dove si concentra la forza produttiva ma anche quello che Eurostat definisce “sovraccarico dei costi abitativi”, in un contesto europeo dove la mancanza di alloggi a prezzi accessibili è diventata la prima preoccupazione dei cittadini Ue. Tra le ragioni per cui, soprattutto in grandi città come Milano, non si trovano lavoratori, è l’indisponibilità a trasferirsi perché lo stipendio non basterebbe. Pesa la perdita di potere di acquisto, ma anche il fatto che gli immobili sono, oggi più che mai, un asset di investimento che ha trasformato gli italiani in un popolo di locatari: invece di intervenire, il governo ha ridotto i requisiti edilizi rendendo abitabili 20 metri quadrati e dichiarato guerra, perdendola nei giorni scorsi alla Consulta, alla legge regionale toscana che tenta la prima stretta su b&b e affitti brevi. Quanto alla legge di Bilancio si è visto ben poco del “grande piano casa” promesso da Giorgia Meloni nei mesi scorsi: appena 300 milioni per il prossimo biennio, ulteriormente ridotti di un terzo negli ultimi aggiustamenti alla manovra. Il fabbisogno reale? Tra i 12 e i 15 miliardi secondo i costruttori dell’Ance. Uno stallo nel quale si inserisce ora il Piano casa europeo presentato il 16 dicembre dalla Commissione Ue, che parla di 650 mila nuovi alloggi all’anno per il prossimo decennio, di cui la maggior parte destinati a giovani, studenti e famiglie vulnerabili. Tra il dire e il fare c’è poi che l’Ue non ha competenza diretta e si parla più facilmente di soldi che di regole per garantire l’accesso alla casa. La vera messa a terra del Piano tocca agli Stati: in Italia abbiamo utilizzato appena un quarto delle risorse stanziate dal Pnrr per l’edilizia sociale e finanziato solo un terzo dei 60 mila posti letto per gli universitari. Emergenza abitativa, quindi, non significa solo “piani casa”, ma anche impoverimento della classe media dovuto a salari fermi e costo della vita, e soprattutto mobilità di chi studia e lavora. Ecco, in quattro punti, lo scenario. Sempre più povertà abitativa – A livello europeo il tasso di sovraccarico dei costi abitativi (chi spende più del 40% del reddito per la casa: affitto o mutuo, utenze, tasse e manutenzione) è dell’8,2%, ma il dato sale al 31,1% per le persone a rischio povertà. Circa 42 milioni di europei, il 9,2% della totale, non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria casa e il 16% vive tra infiltrazioni, muffa o infissi degradati. Per chi fa fatica, la casa smette di essere un rifugio. Al contrario, diventa la principale causa di erosione del risparmio e della salute, con le persone che rinunciano a un’alimentazione sufficiente e alle cure. Per Oxfam è il frutto di una tendenza che ha “sbilanciato le politiche sulla casa a favore della rendita finanziaria e immobiliare”, determinando un “progressivo indebolimento delle politiche di welfare a tutela del diritto all’abitare”. In Italia viviamo in un paradosso ormai strutturale: 9,6 milioni di case non abitate e quasi 4 milioni di persone in povertà abitativa. E sono sempre più frequenti le soluzioni inadeguate: il 25,1% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento (rispetto al 16,8% Ue), ma tra le famiglie italiane a rischio povertà si arriva al 33,4%. Mentre Fratelli d’Italia ha pronta una nuova legge per accelerare lo sfratto di chi non ce la fa a pagare (ogni giorno se ne eseguono 134), l’offerta di edilizia pubblica resta marginale, insufficiente a calmierare i prezzi. Siamo appena al 2,6% dello stock totale (contro una media Ue del 6-7%), alimentando le difficoltà della cosiddetta “classe grigia” che non accede ai sussidi né riesce a sostenere i prezzi del libero mercato. Ma le difficoltà non riguardano più i soli affittuari: il 76% dei proprietari lamenta costi di gestione elevati, dalle utenze alle spese condominiali, con una media di circa 250 euro mensili. Fardelli che dialogano direttamente con la media dei salari lordi degli italiani (33.148 euro, dato OECD per il 2024), superati del 33% da quelli francesi e del 51% da quelli tedeschi. Sempre meno mobilità lavorativa – Costi alti e salari bassi limitano la possibilità di trasferirsi verso le aree più dinamiche del Paese, con effetti diretti su produttività e crescita. Secondo Cassa Depositi e Prestiti, proprio nelle principali province per domanda di lavoro — tra cui Milano, Roma, Bologna, Firenze, Bergamo, Brescia e Bolzano — l’affitto assorbe spesso più del 40% del reddito disponibile (con punte del 65%), e le imprese segnalano crescenti difficoltà a reperire manodopera anche in presenza di posti vacanti. Ormai la questione abitativa è considerata un fattore strutturale per la competitività. Confindustria stima un fabbisogno di almeno 600 mila nuovi alloggi a canone sostenibile, destinati in particolare a lavoratori e studenti e avverte che in assenza di un aumento dell’offerta abitativa accessibile, la capacità delle imprese di attrarre e trattenere forza lavoro nei territori produttivi sarà compromessa. In città come Milano, l’accesso alla casa è già incompatibile con il reddito da lavoro per molti lavoratori essenziali come insegnanti, forze dell’ordine e personale sanitario, che spesso non ce la fanno a sostenere i costi dell’abitare nei luoghi in cui prestano servizio. Un bel problema per il settore pubblico: soprattutto al Nord, i concorsi pubblici registrano una partecipazione sempre più scarsa o peggio, la rinuncia di chi ha vinto perché il costo della vita è incompatibile con con le retribuzioni iniziali offerte. Ma anche i residenti se ne vanno. A Roma, l’aumento dei prezzi e la diffusione degli affitti brevi hanno contribuito allo spostamento verso le periferie, con una riduzione del 5% della popolazione nel centro storico tra il 2016 e il 2021 e un allungamento dei tempi di spostamento per i pendolari. “No City for Workers“, le potremmo chiamare mutuando la definizione utilizzata dagli studi su alcune grandi città del Nord Europa. Dove è impossibile vivere e diventa difficile anche lavorare. In base agli argomenti raccolti dalla Commissione Ue per il suo Piano, i lavoratori che affrontano lo “stress abitativo” (lunghi spostamenti, sovraffollamento o insicurezza) sono meno produttivi, presentano tassi di assenteismo più elevati e sono più soggetti al burnout. In altre parole, perdita di produttività. Sempre meno mobilità universitaria – Insieme a quello sul mercato del lavoro, c’è l’impatto sulla formazione per il reinserimento occupazionale. A testimoniarlo è la Garanzia di occupabilità dei lavoratori, GOL, il programma finanziato dal Pnrr. Sganciate dalla questione abitativa, al contrario di quanto avviene in altri progetti europei, le politiche attive e così le opportunità offerte, per lo più a breve o brevissimo termine, faticano a ricollocare chi non può permettersi il trasferimento in aree dove c’è più lavoro ma il costo della vita è più alto, affitti in testa. Più noto il problema degli universitari, anche nel resto d’Europa. Secondo la Banca Europea per gli Investimenti (Bei), il deficit di alloggi studenteschi accessibili è stimato in 3,3 milioni di unità, con effetti sul diritto allo studio e l’accesso ai principali poli e in particolare ai corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), dove la frequenza in presenza è spesso indispensabile. I lavori della Commissione Ue segnalano casi in cui si è costretti ad abbandonare gli studi e, al pari di tanti giovani lavoratori, rinviare l’uscita dalla casa dei genitori. “I dati provenienti dall’Italia evidenziano che le carenze delle residenze universitarie sovvenzionate possono spingere la domanda degli studenti verso affitti privati a costi più elevati, rafforzando le pressioni locali sull’accessibilità economica”, si legge nei documenti di lavoro della Commissione Europea, con riferimento particolare ai grandi centri dove la “studentification” deve vedersela con l’overtourism e in generale con la “financialisaton” del mercato immobiliare. Con quasi 1,9 milioni di universitari, di cui almeno mezzo milione fuori sede, i posti nelle residenze universitarie italiane sono circa 85 mila, per una copertura che non arriva al 10%. Con lo stanziamento del Pnrr abbiamo previsto di creare altri 60 mila alloggi, ma ne abbiamo finanziati solo un terzo. Intanto a Milano il 50% della case è destinata ai servizi Airbnb, con benefici per tanti proprietari, che in Italia sono il 74% (la media Ue è del 69%), e un +5,7% sui prezzi degli affitti ogni 1% di aumento degli annunci sulla piattaforma. Piani casa e investimenti futuri – L’ennesima promessa di un Piano casa degno di nota si è raffreddata nella realtà contabile della manovra di bilancio. A fronte dei 15 miliardi di euro invocati dai costruttori, il governo ha trovato appena 200 milioni di euro per il prossimo biennio. Al palo restano 300 mila famiglie in lista d’attesa per un alloggio sociale, mentre i contributi per l’affitto sono ridotti a soli 10 milioni l’anno (nel 2022 erano 320). Intanto 70 mila abitazioni popolari sono chiuse per manutenzione e gli sfratti restano allarmanti. Tutto da ripensare anche sugli altri fronti: dal rent to buy per le giovani coppie ai canoni agevolati per gli anziani. Più probabilmente, aspetteremo i fondi europei. Le politiche abitative restano competenza degli Stati anche col Piano casa Ue. Che ambisce piuttosto a supportare lo sforzo di recuperare risorse per 650 mila nuovi alloggi ogni anno e un costo stimato in 153 miliardi annui. Come? In buona parte aumentando la flessibilità delle regole negli aiuti di Stato e creando una piattaforma d’investimento con la Bei per mobilitare 375 miliardi entro il 2029. Entro il 2026, invece, promette regole sugli affitti brevi. Sempre che i governi siano d’accordo, come insegna il dibattito italiano sulle aliquote degli Airbnb. Le critiche al Piano Ue riguardano sopratutto l’assenza di regole. “Canone calmierato? Senza un forte intervento pubblico diretto è una formula che non funziona, lo sappiamo”, dice la segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi. “Anzi, la scelta di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di Stato, rischia di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso operatori immobiliari e finanziari”. Così anche a Bruxelles. “La montagna rischia di partorire il topolino. Non solo non vengono messi a disposizione degli Stati trasferimenti diretti immediati, ma si continua a puntare su un modello che affida ai privati e alla finanza immobiliare la regia delle politiche abitative”, dichiarano gli europarlamentari del M5s Valentina Palmisano e Gaetano Pedullà. Anche i Verdi denunciano l’approccio troppo sbilanciato verso la finanza immobiliare, lamentando l’assenza di misure vincolanti contro la speculazione. Più fiduciosi destre e conservatori, che spingono per un’ulteriore deregolamentazione, leggendo la crisi soprattutto come un problema di burocrazia da disinnescare e costi amministrativi da tagliare per favorire l’iniziativa privata. L'articolo E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché il Piano casa europeo non risolverà la crisi abitativa in Italia
Quello che si profila dalle bozze del Piano casa europeo del Commissario Jorgensen non appare come un Piano che possa avviare la risoluzione della grave precarietà abitativa in Europa e men che meno in Italia. Da quello che si è potuto apprendere, più che un Piano casa destinato ad affrontare le criticità derivanti dal caro affitti o dalle famiglie povere in attesa di alloggi sociali con affitti rapportati al reddito reale, appare un Piano edilizio che è solo ammantato di sociale. Si tratterebbe di un Piano casa europeo da oltre 150 miliardi di euro all’anno, tra intervento della Bei e risorse pubbliche e private, ma anche attingendo dai fondi di coesione, InvestEu, Life, Horizon Europe e Programma del Mercato unico, con il supporto di Next Generation Eu e del Fondo sociale per il clima, per realizzare ulteriori 650mila case all’anno. Un Piano che appare più un piano edilizio di rigenerazione urbana appaltata a soggetti privati che elargiranno, bontà loro, una parte minoritaria degli alloggi oggetto di realizzazione o di recupero ad alloggi sociali, da non confondersi con le case popolari. Eppure sono noti i dati della sofferenza abitativa: nel 2024 i costi abitativi nell’Ue hanno superato il 40% del reddito disponibile per il 9,8% delle famiglie che vivono in città e per il 6,3% di quelle nelle aree rurali. Tra il 2015 e il 2024, i prezzi delle abitazioni nell’Ue sono aumentati in media del 53%. Tra il 2010 e il primo trimestre del 2025, i prezzi degli affitti sono aumentati in media del 27,8%. Si continua così a percorrere la strada della centralità dei privati per un Piano casa europeo (e paventato in Italia), che invece di partire dal fabbisogno reale – e da questo far trascendere le iniziative necessarie per rispondere al fabbisogno – prosegue con una impostazione che tende ad imporre alle famiglie in precarietà abitativa di adeguarsi ai programmi edilizi dei privati e della finanza immobiliare, che diventano social per uno sconto sull’affitto. Questo mentre tutta l’Unione europea è attraversata da un aumento insostenibile dei costi dell’abitare, dalla carenza di edilizia residenziale pubblica e dai fenomeni derivanti dall’impatto della turistificazione e dalla gentrificazione urbana. In tale contesto le istituzioni europee e quelle nazionali avrebbero dovuto tracciare un percorso positivo per promuovere politiche abitative inclusive con al centro i bisogni delle persone, delle famiglie e delle giovani generazioni. Dopo mesi di dibattiti e documenti che hanno attraversato l’Ue basati sul garantire l’accesso ad alloggi dignitosi, sostenibili e a prezzi accessibili – che emergeva come una delle sfide sociali più urgenti – si è giunti a definire un Piano che parte da un presupposto errato, scambiando per alloggi sostenibili e a prezzi accessibili offerte pubblico-privato che in quanto tali devono, per essere attuate, garantire un rientro economico e un guadagno ai privati. Peccato che questi cosiddetti alloggi sociali – e i canoni calmierati da questi proposti, derivanti da privati con apporto pubblico – sono inaccessibili a famiglie povere, ai senza fissa dimora e ai giovani, oppressi dai costi di mercato insostenibili delle residenze universitarie – giusto perché dovevano essere social – e da offerte di lavoro precario e malpagato. Del resto oltre un milione di famiglie italiane con redditi da povertà assoluta, che rappresentano quasi il 50% di tutte le famiglie in povertà assoluta, come potrebbero pagare minimo 500-600 euro di affitto? E come potrebbero pagare questi affitti “calmierati” le centinaia di migliaia di famiglie nelle graduatorie per una casa popolare con redditi bassissimi? Se l’obiettivo era quello di definire e realizzare un Piano casa europeo che rispondeva prioritariamente alle persone e alle famiglie povere in precarietà abitativa, dando un senso compiuto al diritto alla casa per una offerta reale e tangibile di una vita almeno abitativa stabile, e non un privilegio, dalle bozze del Piano Jorgensen ciò non si intravvede. Non è solo una occasione persa: è il continuare nell’asservimento strutturale nei confronti di privati, immobiliaristi e finanza immobiliare. Una volontà sbagliata, una proposta irricevibile. L'articolo Perché il Piano casa europeo non risolverà la crisi abitativa in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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