“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”.
Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla
“Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta
da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in
quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in
zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano
sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci
permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al
Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo
serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma
c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di
coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette
Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel
confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta
attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione.
“Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare
avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo
passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche
modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli
diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le
pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei
bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati
delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero
mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non
sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è
l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più
grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una
spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”.
L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari
nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
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Tag - Emergenza Casa
L’emergenza abitativa non è una novità. Lo è il fatto che non riguarda più
soltanto le famiglie in povertà, ma milioni di lavoratori in Italia e in tutta
Europa e di studenti. Insomma, il ceto medio impoverito che da una parte spende
sempre meno per la salute, dall’altro arranca ogni anno di più per potersi
permettere l’acquisto di una casa o anche solo per mantenerla, tra affitti e
bollette. Il 2025 si chiude confermando i problemi di sempre e il testimone da
consegnare al nuovo anno è pieno di scommesse: contenere la speculazione,
rilanciare l’edilizia sociale e sostenere la mobilità, soprattutto quella dei
giovani. A preoccuparsene sono infatti le imprese che non trovano personale, a
partire dai grandi centri dove si concentra la forza produttiva ma anche quello
che Eurostat definisce “sovraccarico dei costi abitativi”, in un contesto
europeo dove la mancanza di alloggi a prezzi accessibili è diventata la prima
preoccupazione dei cittadini Ue. Tra le ragioni per cui, soprattutto in grandi
città come Milano, non si trovano lavoratori, è l’indisponibilità a trasferirsi
perché lo stipendio non basterebbe. Pesa la perdita di potere di acquisto, ma
anche il fatto che gli immobili sono, oggi più che mai, un asset di investimento
che ha trasformato gli italiani in un popolo di locatari: invece di intervenire,
il governo ha ridotto i requisiti edilizi rendendo abitabili 20 metri quadrati e
dichiarato guerra, perdendola nei giorni scorsi alla Consulta, alla legge
regionale toscana che tenta la prima stretta su b&b e affitti brevi. Quanto alla
legge di Bilancio si è visto ben poco del “grande piano casa” promesso da
Giorgia Meloni nei mesi scorsi: appena 300 milioni per il prossimo biennio,
ulteriormente ridotti di un terzo negli ultimi aggiustamenti alla manovra. Il
fabbisogno reale? Tra i 12 e i 15 miliardi secondo i costruttori dell’Ance. Uno
stallo nel quale si inserisce ora il Piano casa europeo presentato il 16
dicembre dalla Commissione Ue, che parla di 650 mila nuovi alloggi all’anno per
il prossimo decennio, di cui la maggior parte destinati a giovani, studenti e
famiglie vulnerabili. Tra il dire e il fare c’è poi che l’Ue non ha competenza
diretta e si parla più facilmente di soldi che di regole per garantire l’accesso
alla casa. La vera messa a terra del Piano tocca agli Stati: in Italia abbiamo
utilizzato appena un quarto delle risorse stanziate dal Pnrr per l’edilizia
sociale e finanziato solo un terzo dei 60 mila posti letto per gli universitari.
Emergenza abitativa, quindi, non significa solo “piani casa”, ma anche
impoverimento della classe media dovuto a salari fermi e costo della vita, e
soprattutto mobilità di chi studia e lavora. Ecco, in quattro punti, lo
scenario.
Sempre più povertà abitativa – A livello europeo il tasso di sovraccarico dei
costi abitativi (chi spende più del 40% del reddito per la casa: affitto o
mutuo, utenze, tasse e manutenzione) è dell’8,2%, ma il dato sale al 31,1% per
le persone a rischio povertà. Circa 42 milioni di europei, il 9,2% della totale,
non possono permettersi di riscaldare adeguatamente la propria casa e il 16%
vive tra infiltrazioni, muffa o infissi degradati. Per chi fa fatica, la casa
smette di essere un rifugio. Al contrario, diventa la principale causa di
erosione del risparmio e della salute, con le persone che rinunciano a
un’alimentazione sufficiente e alle cure. Per Oxfam è il frutto di una tendenza
che ha “sbilanciato le politiche sulla casa a favore della rendita finanziaria e
immobiliare”, determinando un “progressivo indebolimento delle politiche di
welfare a tutela del diritto all’abitare”. In Italia viviamo in un paradosso
ormai strutturale: 9,6 milioni di case non abitate e quasi 4 milioni di persone
in povertà abitativa. E sono sempre più frequenti le soluzioni inadeguate: il
25,1% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento (rispetto al 16,8%
Ue), ma tra le famiglie italiane a rischio povertà si arriva al 33,4%. Mentre
Fratelli d’Italia ha pronta una nuova legge per accelerare lo sfratto di chi non
ce la fa a pagare (ogni giorno se ne eseguono 134), l’offerta di edilizia
pubblica resta marginale, insufficiente a calmierare i prezzi. Siamo appena al
2,6% dello stock totale (contro una media Ue del 6-7%), alimentando le
difficoltà della cosiddetta “classe grigia” che non accede ai sussidi né riesce
a sostenere i prezzi del libero mercato. Ma le difficoltà non riguardano più i
soli affittuari: il 76% dei proprietari lamenta costi di gestione elevati, dalle
utenze alle spese condominiali, con una media di circa 250 euro mensili.
Fardelli che dialogano direttamente con la media dei salari lordi degli italiani
(33.148 euro, dato OECD per il 2024), superati del 33% da quelli francesi e del
51% da quelli tedeschi.
Sempre meno mobilità lavorativa – Costi alti e salari bassi limitano la
possibilità di trasferirsi verso le aree più dinamiche del Paese, con effetti
diretti su produttività e crescita. Secondo Cassa Depositi e Prestiti, proprio
nelle principali province per domanda di lavoro — tra cui Milano, Roma, Bologna,
Firenze, Bergamo, Brescia e Bolzano — l’affitto assorbe spesso più del 40% del
reddito disponibile (con punte del 65%), e le imprese segnalano crescenti
difficoltà a reperire manodopera anche in presenza di posti vacanti. Ormai la
questione abitativa è considerata un fattore strutturale per la competitività.
Confindustria stima un fabbisogno di almeno 600 mila nuovi alloggi a canone
sostenibile, destinati in particolare a lavoratori e studenti e avverte che in
assenza di un aumento dell’offerta abitativa accessibile, la capacità delle
imprese di attrarre e trattenere forza lavoro nei territori produttivi sarà
compromessa. In città come Milano, l’accesso alla casa è già incompatibile con
il reddito da lavoro per molti lavoratori essenziali come insegnanti, forze
dell’ordine e personale sanitario, che spesso non ce la fanno a sostenere i
costi dell’abitare nei luoghi in cui prestano servizio. Un bel problema per il
settore pubblico: soprattutto al Nord, i concorsi pubblici registrano una
partecipazione sempre più scarsa o peggio, la rinuncia di chi ha vinto perché il
costo della vita è incompatibile con con le retribuzioni iniziali offerte. Ma
anche i residenti se ne vanno. A Roma, l’aumento dei prezzi e la diffusione
degli affitti brevi hanno contribuito allo spostamento verso le periferie, con
una riduzione del 5% della popolazione nel centro storico tra il 2016 e il 2021
e un allungamento dei tempi di spostamento per i pendolari. “No City for
Workers“, le potremmo chiamare mutuando la definizione utilizzata dagli studi su
alcune grandi città del Nord Europa. Dove è impossibile vivere e diventa
difficile anche lavorare. In base agli argomenti raccolti dalla Commissione Ue
per il suo Piano, i lavoratori che affrontano lo “stress abitativo” (lunghi
spostamenti, sovraffollamento o insicurezza) sono meno produttivi, presentano
tassi di assenteismo più elevati e sono più soggetti al burnout. In altre
parole, perdita di produttività.
Sempre meno mobilità universitaria – Insieme a quello sul mercato del lavoro,
c’è l’impatto sulla formazione per il reinserimento occupazionale. A
testimoniarlo è la Garanzia di occupabilità dei lavoratori, GOL, il programma
finanziato dal Pnrr. Sganciate dalla questione abitativa, al contrario di quanto
avviene in altri progetti europei, le politiche attive e così le opportunità
offerte, per lo più a breve o brevissimo termine, faticano a ricollocare chi non
può permettersi il trasferimento in aree dove c’è più lavoro ma il costo della
vita è più alto, affitti in testa. Più noto il problema degli universitari,
anche nel resto d’Europa. Secondo la Banca Europea per gli Investimenti (Bei),
il deficit di alloggi studenteschi accessibili è stimato in 3,3 milioni di
unità, con effetti sul diritto allo studio e l’accesso ai principali poli e in
particolare ai corsi STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), dove
la frequenza in presenza è spesso indispensabile. I lavori della Commissione Ue
segnalano casi in cui si è costretti ad abbandonare gli studi e, al pari di
tanti giovani lavoratori, rinviare l’uscita dalla casa dei genitori. “I dati
provenienti dall’Italia evidenziano che le carenze delle residenze universitarie
sovvenzionate possono spingere la domanda degli studenti verso affitti privati a
costi più elevati, rafforzando le pressioni locali sull’accessibilità
economica”, si legge nei documenti di lavoro della Commissione Europea, con
riferimento particolare ai grandi centri dove la “studentification” deve
vedersela con l’overtourism e in generale con la “financialisaton” del mercato
immobiliare. Con quasi 1,9 milioni di universitari, di cui almeno mezzo milione
fuori sede, i posti nelle residenze universitarie italiane sono circa 85 mila,
per una copertura che non arriva al 10%. Con lo stanziamento del Pnrr abbiamo
previsto di creare altri 60 mila alloggi, ma ne abbiamo finanziati solo un
terzo. Intanto a Milano il 50% della case è destinata ai servizi Airbnb, con
benefici per tanti proprietari, che in Italia sono il 74% (la media Ue è del
69%), e un +5,7% sui prezzi degli affitti ogni 1% di aumento degli annunci sulla
piattaforma.
Piani casa e investimenti futuri – L’ennesima promessa di un Piano casa degno di
nota si è raffreddata nella realtà contabile della manovra di bilancio. A fronte
dei 15 miliardi di euro invocati dai costruttori, il governo ha trovato appena
200 milioni di euro per il prossimo biennio. Al palo restano 300 mila famiglie
in lista d’attesa per un alloggio sociale, mentre i contributi per l’affitto
sono ridotti a soli 10 milioni l’anno (nel 2022 erano 320). Intanto 70 mila
abitazioni popolari sono chiuse per manutenzione e gli sfratti restano
allarmanti. Tutto da ripensare anche sugli altri fronti: dal rent to buy per le
giovani coppie ai canoni agevolati per gli anziani. Più probabilmente,
aspetteremo i fondi europei. Le politiche abitative restano competenza degli
Stati anche col Piano casa Ue. Che ambisce piuttosto a supportare lo sforzo di
recuperare risorse per 650 mila nuovi alloggi ogni anno e un costo stimato in
153 miliardi annui. Come? In buona parte aumentando la flessibilità delle regole
negli aiuti di Stato e creando una piattaforma d’investimento con la Bei per
mobilitare 375 miliardi entro il 2029. Entro il 2026, invece, promette regole
sugli affitti brevi. Sempre che i governi siano d’accordo, come insegna il
dibattito italiano sulle aliquote degli Airbnb. Le critiche al Piano Ue
riguardano sopratutto l’assenza di regole. “Canone calmierato? Senza un forte
intervento pubblico diretto è una formula che non funziona, lo sappiamo”, dice
la segretaria nazionale dell’Unione Inquilini, Silvia Paoluzzi. “Anzi, la scelta
di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di
Stato, rischia di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso
operatori immobiliari e finanziari”. Così anche a Bruxelles. “La montagna
rischia di partorire il topolino. Non solo non vengono messi a disposizione
degli Stati trasferimenti diretti immediati, ma si continua a puntare su un
modello che affida ai privati e alla finanza immobiliare la regia delle
politiche abitative”, dichiarano gli europarlamentari del M5s Valentina
Palmisano e Gaetano Pedullà. Anche i Verdi denunciano l’approccio troppo
sbilanciato verso la finanza immobiliare, lamentando l’assenza di misure
vincolanti contro la speculazione. Più fiduciosi destre e conservatori, che
spingono per un’ulteriore deregolamentazione, leggendo la crisi soprattutto come
un problema di burocrazia da disinnescare e costi amministrativi da tagliare per
favorire l’iniziativa privata.
L'articolo E’ la casa il termometro delle nuove povertà: da chi non può più
permettersi mutuo o affitto, alle liste di attesa per gli alloggi sociali. E si
riduce la mobilità per studio o lavoro | Il focus proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Commissione europea ha presentato il primo Piano europeo per l’edilizia
abitativa a prezzi accessibili, un pacchetto di misure che punta a dare una
risposta comune a una crisi che tra 2013 e 2024 ha visto i prezzi delle case
aumentare in media di oltre il 60% e gli affitti di oltre il 20% nell’Unione.
Mentre i permessi per gli edifici residenziali calavano del 20% e le occupazioni
aumentavano della stessa percentuale. Annunciato dalla presidente Ursula von der
Leyen in occasione dello Stato dell’Unione, divenuto via via una bandiera
socialista tra una miriade di provvedimenti con cui Palazzo Berlaymont ha
strizzato spesso l’occhio alle destre, il piano per gli alloggi accessibili ha
ottenuto la luce verde all’ultimo collegio dei commissari del 2025. “L’Europa
deve assumersi collettivamente la responsabilità della crisi abitativa che
colpisce milioni di nostri cittadini e agire di conseguenza. E’ in gioco la
nostra democrazia”, ha sottolineato il commissario per l’Energia e l’Edilizia
residenziale, Dan Jorgensen. Secondo Bruxelles, l’aumento dei prezzi e la scarsa
accessibilità di case sta ormai incidendo non solo sulla qualità della vita di
milioni di cittadini, ma anche sulla mobilità del lavoro, sull’accesso
all’istruzione e sulla competitività dell’economia europea, mettendo sotto
pressione la coesione sociale.
Per colmare il divario tra domanda e offerta nel prossimo decennio, la
Commissione stima che dovrebbero essere aggiunti circa 650.000 alloggi all’anno
agli attuali livelli di nuova offerta (circa 1,6 milioni all’anno). La fornitura
di queste unità abitative aggiuntive costerebbe circa 150 miliardi di euro
all’anno. “Oltre un milione di europei è senza tetto”, ha ricordato Jorgensen
parlando alla Plenaria dell’Eurocamera. Pur ribadendo che la casa resta una
competenza principalmente nazionale e locale, la Commissione sostiene che
l’attuale emergenza richiede “uno sforzo autenticamente europeo” capace di
affiancare Stati membri, regioni e città se l’azione dell’Ue può produrre un
valore aggiunto. Il Piano si concentra su quattro assi principali: aumento
dell’offerta di alloggi, incentivo agli investimenti e alle riforme, gestione
degli affitti a breve termine nelle aree sotto maggiore pressione abitativa e
sostegno ai gruppi più colpiti dalla crisi.
Nel dettaglio, Bruxelles propone una Strategia europea per l’edilizia abitativa
per ridurre il divario tra domanda e offerta, puntando su un settore delle
costruzioni e della ristrutturazione più produttivo e innovativo. Le norme sugli
aiuti di Stato verranno riviste per rendere più semplice per i governi nazionali
sostenere finanziariamente l’edilizia abitativa accessibile e sociale, mentre un
lavoro congiunto con autorità nazionali, regionali e locali dovrebbe portare
alla semplificazione delle regole che frenano l’offerta di nuove abitazioni, in
particolare su pianificazione e autorizzazioni. È inoltre annunciata una nuova
iniziativa legislativa sugli affitti brevi, con l’obiettivo di aiutare i
territori in maggiore difficoltà.
Sul fronte delle risorse, la Commissione rivendica di aver già mobilitato 43
miliardi di euro per l’edilizia abitativa e programma “nuovi investimenti nel
settore dell’edilizia abitativa nell’ambito del Qfp, compresi ulteriori 10
miliardi di euro di investimenti stimati nel 2026 e nel 2027 nell’ambito di
InvestEU e almeno 1,5 miliardi di euro provenienti dalle proposte degli Stati
membri e delle regioni di riprogrammare i fondi di coesione nell’ambito della
revisione intermedia”. È in fase di sviluppo una nuova piattaforma paneuropea
per gli investimenti, in collaborazione con la Banca europea per gli
investimenti, le banche di promozione nazionali e regionali e altre istituzioni
finanziarie internazionali. Particolare attenzione sarà rivolta a giovani,
studenti, lavoratori essenziali, persone a basso reddito e gruppi svantaggiati:
il Piano prevede nuovi investimenti per studentati ed edilizia sociale e un
rafforzamento delle politiche contro la grave emarginazione abitativa, ispirate
al modello “Housing first”.
“Le famiglie devono poter contare su soluzioni abitative adeguate, con costi
proporzionati al reddito: è una questione di dignità”, ha sottolineato la
vicepresidente della Commissione Teresa Ribera, chiarendo che il Piano non
intende sostituirsi alle politiche nazionali di edilizia popolare, ma affrontare
anche le difficoltà crescenti della classe media. Il pacchetto include inoltre
una Comunicazione e una Raccomandazione del Consiglio sulla Nuova Bauhaus
Europea, che punta a coniugare transizione verde, innovazione e qualità
dell’ambiente costruito, anche attraverso la formazione e la riqualificazione
delle competenze nel settore edilizio.
Il governo spagnolo di Pedro Sánchez ha espresso apprezzamento per l’iniziativa
della Commissione Ue. “Il primo Piano europeo per l’edilizia abitativa
accessibile rappresenta un passo decisivo per articolare una risposta
comunitaria a un problema che riguarda tutti i paesi dell’Ue”, hanno commentato
fonti del ministero dell’Edilizia abitativa spagnolo, sottolineando che “le
conclusioni sono in linea con la politica che il governo spagnolo sta attuando”.
Anche la presidente della commissione speciale sulla Casa del Parlamento
europeo, l’eurodeputata Pd Irene Tinagli, si è detta soddisfatta perché il piano
riprende “tutti i principali temi che abbiamo sollevato nei lavori della
commissione speciale sulla casa, compresi quelli che qualcuno pensava fossero
più controversi, come gli aiuti di stato, la possibilità che l’Europa legiferi
sugli affitti brevi e la lotta alla speculazione”. “Qualcuno pensava che
chiedessimo solo soldi per fare solo qualche casa popolare in più, invece la
Commissione ha recepito in pieno tutta la nostra impostazione presentando un
piano molto ampio”, ha aggiunto. “È un primo passo ma molto importante che,
soprattutto, speriamo indichi la strada su come agire ai governi nazionali, a
partire dal nostro che sinora sulla casa non è andato oltre gli annunci”.
Più critica la posizione dell’europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra
Benedetta Scuderi: “Il Piano contiene alcuni elementi incoraggianti, ma non va a
fondo sulle cause strutturali della crisi: finanziarizzazione, speculazione e
sottoinvestimento cronico nell’edilizia pubblica”. Secondo Scuderi, “bene
riconoscere che accessibilità, sostenibilità e qualità degli alloggi debbano
andare di pari passo e che le case efficienti sono essenziali per ridurre le
bollette e garantire giustizia sociale, ma senza tutele vincolanti la casa
continuerà a essere trattata come asset finanziario e non come un diritto”.
Mancano insomma “garanzie vincolanti di accessibilità e riferimenti alla regola
del canone di locazione che non può superare il 30% del reddito”. Inoltre, “le
misure contro la speculazione sono ancora deboli e non vi è alcuna flessibilità
del Patto di Stabilità per gli investimenti pubblici in edilizia abitativa”.
Cauta la vicepresidente del Parlamento europeo ed eurodeputata di Fratelli
d’Italia-Ecr Antonella Sberna: “Attendo di leggere il Piano nella sua versione
scritta. E di trovare un chiaro rispetto del principio di sussidiarietà, non
solo richiamato a parole, ma tradotto in scelte concrete, che lascino a Stati,
regioni e città lo spazio per decidere secondo le proprie esigenze, con un
quadro di coordinamento generale. Mi auguro di trovare un’attenzione reale a
giovani, famiglie, lavoratori che vogliono costruire il proprio futuro, senza
che l’aumento degli standard energetici o della sostenibilità ambientale si
traduca in un aumento di costi insostenibile per chi le abita”, ha aggiunto,
sottolineando che il piano non deve guardare “solo alle grandi città e ai
mercati sotto pressione, ma considerare anche i territori che non crescono
troppo”. Ultimo timore: “Il piano non ignori il tema della legalità abitativa.
L’occupazione illegale degli immobili non è una forma di protesta, ma un
fenomeno che penalizza proprio i più fragili e indebolisce la fiducia dei
cittadini nelle istituzioni”.
L'articolo La Ue presenta il suo piano per la casa a prezzi accessibili. Avs:
“Non affronta i veri nodi”. Dubbi anche da FdI proviene da Il Fatto Quotidiano.