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Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando l’assistenza diventa umiliazione
Un uomo senza tetto entra in un bagno pubblico con un buono comunale per lavarsi. Non chiede nulla. Non supplica. Può fare la doccia, lavarsi di dosso lo sporco. Quel buono gliel’ho dato io. Ci sono voluti mesi. Telefonate. Attese. Uffici muti. Alla fine, insieme ai pasti, anche la doccia. Un piatto caldo tiene in piedi il corpo. L’acqua calda e un asciugamano pulito tengono in piedi la dignità, ci fosse anche qualche abito pulito sarebbe magia. Si lava. Poi chiede un po’ di sapone in più. “Sai, avevo solo 3 euro in tasca!” mi dice. Non erano soldi di troppo, erano gli unici che aveva. Glielo fanno pagare. Il sapone. La cosa più semplice. La strada, la notte, la polvere non si lavano da soli. Non ha nulla. Niente casa. Niente soldi. Niente scelte. Eppure deve pagare per lavarsi. Le docce sono aperte solo il martedì, il giovedì, il sabato. Se mi sporco lunedì, aspetto. Se ho freddo venerdì, tornerò domani. Igiene e dignità solo nei giorni prestabiliti, in quelli pari! Frequento questo mondo da più di dieci anni. Ho imparato in strada che non si cede denaro. La maggior parte viene spesa in alcol o droga. Qui non si tratta di concessioni. Si tratta di un diritto. Minimo! Me lo racconta senza rabbia. Solo pudore. Non indignazione e sceneggiata teatrale. Solo sorpresa. È normale? a bassa voce come una vergogna. No, non è normale! Riesco a contattare l’impiegato solo dopo ore. Vari tentativi. Mi aspetto una spiegazione. Ricevo un rimprovero. Il tono è infastidito. La sostanza, non faccia polemica! Non è il centro del mondo. Oggi però sono riuscito a parlare direttamente con chi lavora nel bagno pubblico. E ho scoperto qualcosa di più. Il buono “rosso” che mi è stato consegnato dal Comune, quello che mi è stato raccomandato di utilizzare e distribuire con parsimonia, in realtà non vale quasi nulla. Vale solo l’acqua. Niente sapone. Niente shampoo. Niente asciugamano. Solo acqua. Non si chiede di essere il centro del mondo. Si chiede dignità. Si chiede che il servizio sociale non diventi tolleranza burocratica, si chiede empatia. Quando chi segnala un’ingiustizia diventa il problema, il sistema smette di interrogarsi. Difende se stesso. Non il sapone, non le docce, non la dignità. Difende il tono, la posizione. La dignità non è un extra. Non è una ricarica da banco. Non dovrebbe avere un giorno in agenda, la dignità è un diritto. C’è una linea sottile tra assistenza e umiliazione. La prima apre possibilità. La seconda ricorda il posto di chi riceve. Una domanda resta sospesa. Se molti non usano i buoni per la doccia, è perché non vogliono lavarsi? O perché temono un’altra piccola umiliazione? Forse prima di chiedersi perché non si presentano, bisognerebbe guardare cosa trovano quando lo fanno. E a questo punto resta anche un’altra domanda, più semplice e più diretta: il sindaco è al corrente che quei buoni garantiscono soltanto acqua? E se lo è, ha intenzione di fare qualcosa perché una doccia torni ad essere ciò che dovrebbe essere: un gesto di igiene, ma soprattutto di dignità? L'articolo Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando l’assistenza diventa umiliazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”, la garante dei detenuti contro il piano Delmastro
“Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”. Secondo Irene Testa, garante per i detenuti della Regione, l’attuazione del piano annunciato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “rischia di aggravare una situazione già al collasso”. Se il progetto del governo venisse attuato, le persone in 41-bis nelle carceri sarde salirebbero a 240. Un terzo del totale nazionale. “Oltre allo spazio manca tutto, dal personale ai medicinali”, ha spiegato Testa a Ilfattoquotidiano.it. “Il ministro Nordio sostiene che possiamo contenere ancora un altro centinaio di carcerati: sì, se li mettiamo nei sottoscala o li ammassiamo nelle celle il posto si trova sempre. Ma significa privarli dei loro diritti”. Secondo il piano ministeriale, saranno tre gli istituti carcerari dedicati al 41-bis nell’isola: Bancali (Sassari), Badu ‘e Carros (Nuoro) e Uta (Cagliari). “Tutte carceri già in seria difficoltà”, sottolinea Testa. “Il carcere di Uta ha il più alto tasso di sovraffollamento della regione: 747 detenuti con 550 posti regolamentari. ‘Bancali’, oltre al sovraffollamento, ha problemi strutturali: infiltrazioni, muri scrostati, muffa. In alcune celle non ci sono nemmeno i termosifoni. Pioveva sui tavoli e ho dovuto fare un esposto alla Procura”. In tutti gli istituti, poi, c’è carenza di personale penitenziario e sanitario, con un agente ogni tre detenuti. Un altro problema riguarderebbe il diritto alla territorialità degli altri carcerati: la detenzione dovrebbe avvenire in un istituto vicino al proprio ambiente familiare e sociale, per facilitare il reinserimento sociale, i rapporti affettivi e il diritto alla difesa. Ma è possibile che molti reclusi comuni vengano spostati proprio per fare spazio ai nuovi arrivati. La legge istitutiva del 41-bis del 1992 specifica che i detenuti “ad alta pericolosità” devono stare dentro istituti “a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari” o comunque in “sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria”. Ed è proprio quel riferimento all’insularità che negli anni ha contribuito al sovraccarico: “Corriamo il rischio di diventare l’isola del turismo penitenziario. I problemi non si possono risolvere scaricandoli tutti su questa terra, peraltro spesso dimenticata: le carceri sarde sono come isole nell’isola, meno visitate di altre e più difficili da raggiungere. E così tutti i suoi carcerati scontano una doppia pena”. La Regione, sotto la guida della presidente Alessandra Todde, ha già iniziato a mobilitarsi contro il trasferimento. Il 28 febbraio, in una manifestazione a Cagliari, i consiglieri regionali hanno annunciato un’iniziativa parlamentare per modificare proprio il riferimento all’insularità. Insieme a loro sono scese in piazza circa 1.500 persone, per protestare contro “l’ennesima servitù, questa volta penitenziaria” e il timore di infiltrazioni mafiose. E per ribadire “quanto sarebbero gravi le conseguenze anche sul sistema sanitario regionale”. “Non ci sono medici né infermieri a sufficienza, e ogni giorno arrivano lettere di dimissioni a causa dei turni massacranti”, spiega la garante. Inoltre, per ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o a una visita, occorrono 7 agenti di scorta: “Impossibile con la carenza di personale sardo”. Non solo. “A volte, oltre agli addetti, mancano persino i farmaci e ci si trova costretti a farli portare dai familiari, rallentando le cure”. A questo si aggiunge anche il disagio psicologico. Sia dei carcerati, sia del personale. “L’80 per cento dei reclusi dell’isola usa psicofarmaci e ci sono tantissimi casi psichiatrici e persone tossicodipendenti nelle sezioni. In alcuni istituti c’è un solo psichiatra per l’intera struttura”, riferisce Testa. “Gli agenti di Polizia penitenziaria, soprattutto i più giovani, sono disperati per la mole di lavoro: hanno anche questo carico, nonostante non spetti a loro”. Una carenza che riguarda anche il territorio: “Non ci sono comunità per gestire questi casi. Nelle carceri si custodisce, si nasconde e si punisce il disagio. E il compito di rieducare e reinserire socialmente resta un miraggio”. L'articolo “Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”, la garante dei detenuti contro il piano Delmastro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”. Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla “Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione. “Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”. L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Trentini è stato prigioniero di un sistema repressivo, non del caso: un velo squarciato troppo tardi
“Ogni persona sottoposta a qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento deve essere trattata umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere umano. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento devono avvenire esclusivamente nel rigoroso rispetto della legge e da parte di funzionari competenti o persone autorizzate a tale scopo”. Sono gli articoli 1 e 2 del Corpo dei principi per la protezione di tutte le persone contro ogni forma di detenzione o imprigionamento, adottato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988 con la risoluzione 43/173. Non una dichiarazione di principio astratta, ma un corpus normativo che stabilisce limiti chiari all’esercizio del potere statale e che definisce cosa sia – e cosa non sia – legalmente e moralmente accettabile. Un corpus normativo violato in ogni sua sfumatura con i 423 giorni di detenzione – avvenuta senza accuse formali, senza un procedimento regolare, senza garanzie minime di difesa – del nostro connazionale Alberto Trentini, che oggi finalmente è libero. E la sua liberazione è una notizia importante, umanamente e politicamente; ma non può essere letta come una concessione benevola né come la chiusura di un capitolo: è piuttosto la conferma che quel capitolo non avrebbe mai dovuto essere aperto. Nel diritto internazionale umanitario esiste un principio tanto semplice quanto fondamentale: humanitarians are not a target. Gli operatori e le operatrici umanitarie non sono un obiettivo. Non lo sono perché la loro funzione è neutrale, perché il loro lavoro serve a garantire assistenza vitale alle popolazioni civili, perché colpirli significa colpire direttamente il diritto alla vita di chi dipende da quell’aiuto. Questo principio è al centro delle campagne delle Nazioni Unite e del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed è parte integrante delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, nei contesti autoritari, gli umanitari diventano spesso sospetti per definizione: testimoni scomodi, corpi estranei, simboli da punire. La detenzione di Trentini si colloca esattamente in questo quadro. In Italia, tuttavia, la percezione pubblica della gravità della situazione venezuelana ha iniziato a cambiare in modo più netto solo quando quella violazione ha avuto un volto italiano. È servita la sofferenza di Trentini per rendere visibile ciò che da anni veniva documentato, denunciato e certificato da organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Un velo che si squarcia tardi, e solo parzialmente. Già il 4 luglio 2019, l’allora Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet presentava al Consiglio dei Diritti Umani un rapporto che descriveva un quadro di esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e uso sistematico della repressione politica in Venezuela. Quelle conclusioni venivano ribadite nel rapporto di monitoraggio del 2020, confermando che non si trattava di episodi isolati ma di un modello strutturale. Il 27 settembre 2019, con la risoluzione 42/25, il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu istituiva la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sul Venezuela, incaricata di indagare sulle violazioni commesse a partire dal 2014. Nel corso degli anni successivi, la Missione ha prodotto rapporti sempre più dettagliati e severi. In quello pubblicato nel settembre 2023 si affermava chiaramente che la struttura repressiva dello Stato non era stata smantellata e rappresentava una minaccia latente, pronta a riattivarsi. Quella minaccia si è concretizzata dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio 2024. Il 17 settembre 2024 è stato reso pubblico il nuovo rapporto della Missione internazionale indipendente, che ha parlato senza ambiguità di una delle crisi dei diritti umani più gravi della storia recente del Paese. Nella conferenza stampa di presentazione, la presidente della Missione, Marta Valiñas, ha dichiarato che le violazioni non solo non erano diminuite, ma si erano intensificate, raggiungendo livelli di violenza senza precedenti. Poche settimane prima, il 28 agosto 2024, la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, attraverso un quadro di repressione sistematica, parlava esplicitamente di terrorismo di Stato. La presidente della Commissione, Roberta Clarke, descrisse un contesto di assoluta impunità, con forze di sicurezza e un apparato giudiziario e istituzioni di controllo pienamente integrate nella strategia repressiva del governo. Anche organizzazioni della società civile come Foro Penal, Amnesty International e Human Rights Watch continuavano a documentare arresti arbitrari, torture, persecuzione della stampa e restrizione dello spazio civico. Foro Penal, in particolare, ha registrato 17.609 arresti politici dal 2014, con un picco di oltre 1.600 detenzioni nelle settimane successive al 28 luglio 2024, inclusi 114 minorenni nel solo primo mese di proteste. In questo contesto si inserì anche la visita del successore di Bachelet, Volker Türk, avvenuta dal 25 al 27 gennaio 2024. Al termine della missione, durante la conferenza stampa del 28 gennaio 2024 all’aeroporto di Maiquetía, Türk chiese pubblicamente la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle torture e delle esecuzioni extragiudiziali, riferendo di testimonianze dirette di persone detenute arbitrariamente, torturate o uccise durante operazioni di sicurezza. Un quadro coerente, continuo, documentato di repressione: un sistema, non una deviazione. Un sistema che accentra il potere, celebra elezioni senza controllo né trasparenza e che ha nomi e responsabilità politiche precise, a partire da Nicolás Maduro e dai vertici civili e militari dello Stato. Quei vertici che oggi sono rimasti a capo del Paese e che proprio a causa dell’azione di Trump rischiano di trasformarsi in martiri di una sinistra internazionale incapace di fare i conti con le proprie contraddizioni, pronta a giustificare l’ingiustificabile in nome di un anti-imperialismo selettivo. 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Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità?
I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995. Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel 1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime due corti, segnalo questo volume). Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi. L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo. Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno nuovamente colpita con sanzioni. La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento, sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin. Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica, guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare secondo le circostanze. Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si boicotta, ottiene dei risultati. L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il 2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte. L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere. Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro l’umanità. Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata alle forze armate. Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese della Striscia di Gaza. La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di sollievo e brindare all’assoluzione. Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale: genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra. Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere una cosa del genere. La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà dire che “c’è pace senza giustizia”. Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà semplicemente prepararci ai prossimi conflitti. L'articolo Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Più di tremila morti sulle rotte migratorie per la Spagna. Il “buco nero” algerino tra silenzi e mancato soccorso
Navi scomparse, storie annegate e il diritto alla vita che affoga in mare. Oltre tremila persone, di cui 192 donne e 437 minorenni e adolescenti, hanno perso la vita nel tentativo di migrare verso la Spagna. Il numero delle vittime (accertate) emerge dal rapporto Monitoraggio del diritto alla vita 2025 redatto da Caminando fronteras, che difende i diritti umani delle persone migranti e offre una fotografia delle rotte migratorie lungo la frontiera occidentale euro-africana. I dati seguenti sono il risultato di un incrocio tra le statistiche ufficiali dei soccorsi e il monitoraggio diretto condotto dalla ong spagnola attraverso il contatto costante con le famiglie dei migranti scomparsi. Fino al 15 dicembre, sono state contate 3.090 vittime nel territorio che copre il confine marittimo e terrestre tra la Spagna e l’Africa, in particolare lungo la fascia costiera dalla Guinea Conakry all’Algeria. Sebbene la cifra sia drammatica, il dato segna un netto calo rispetto al 2024, quando le vittime furono almeno 10.457. L’analisi riguarda le 303 tragedie registrate sulle rotte migratorie, comprese le 70 imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia. La rotta algerina è quella più trafficata e allo stesso tempo quella più invisibile. Su questa rotta, sono state documentate 1.037 vittime in 121 tragedie in mare. In particolare, il viaggio verso le Isole Baleari è lungo, difficile, e soprattutto pericoloso: la ong denuncia i ritardi nell’attivazione delle operazioni Sar e la scarsa cooperazione tra i Paesi. Proprio su questa rotta (in particolare con destinazioni Ibiza e Formentera) si sta registrando un’impennata di profughi provenienti da Somalia, Sudan e Sud Sudan. Inoltre, è stata rilevata l’apertura di una nuova e ancora più pericolosa rotta verso le Canarie con partenze dalla Guinea. Secondo il Ministero degli interni spagnolo, nel 2025 sono arrivate in Spagna 35.935 persone, con un calo del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: quasi la metà di loro è arrivata attraverso la rotta atlantica, dalla costa dell’Africa occidentale alle Isole Canarie. L'articolo Più di tremila morti sulle rotte migratorie per la Spagna. Il “buco nero” algerino tra silenzi e mancato soccorso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Iran, la Nobel per la Pace Narges Mohammadi due volte al pronto soccorso per le manganellate ricevute durante l’arresto
Arrestata e picchiata da poliziotti in borghese, con “violenti e ripetuti colpi di manganello alla testa e al collo”. Queste le pesanti accuse che la Fondazione Narges Mohammadi ha rivolto al regime iraniano dopo l’arresto della vincitrice del Premio Nobel per la Pace avvenuto la settimana scorsa. Nei giorni seguenti, la famiglia di Mohammadi non ha avuto sue notizie, fino a una breve e concisa telefonata in cui sono emerse le pessime condizioni fisiche dell’avvocata e attivista iraniana che è stata portata due volte al pronto soccorso per le violente percosse ricevute dagli agenti durante l’arresto a Mashhad. Parlando al telefono con i suoi familiari, Mohammadi ha raccontato di essere stata accusata di collaborare con il governo israeliano. Oltre a ciò, non sono ancora chiare le imputazioni rivolte a lei e alle altre persone arrestate, 39 in totale secondo Teheran. L’attivista ha poi chiesto alla sua famiglia di presentare una denuncia formale contro le modalità violente dell’arresto e la sua detenzione. Sul secondo punto, il New York Times ha riportato che a Mohammadi non è ancora stato comunicato quale autorità la stia trattenendo e in generale non le sono state fornite delle spiegazioni. Lo scorso sabato, il procuratore di Mashhad, Hasan Hematifar, ha dichiarato ai giornalisti che Mohammadi e Javad Alikordi avevano incoraggiato i manifestanti a inneggiare slogan che violano le norme del governo. Nei giorni scorsi, il Comitato per il Nobel ha dichiarato profonda preoccupazione per il brutale arresto subìto da Mohammadi. Nessun commento invece da parte delle autorità del regime iraniano. L'articolo Iran, la Nobel per la Pace Narges Mohammadi due volte al pronto soccorso per le manganellate ricevute durante l’arresto proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così l’Egitto controlla e reprime i gruppi della società civile
Anche dopo la chiusura del famoso “caso 173” contro le organizzazioni non governative locali – un’indagine durata 13 anni e archiviata un anno fa – le autorità egiziane continuano ad accanirsi contro i gruppi della società civile. Attraverso interviste con esponenti di 12 ong e l’analisi di documenti ufficiali, Amnesty International ha reso noti una serie di casi in cui, servendosi della legge 149 del 2019 sulle associazioni, il governo del Cairo continua a imporre un controllo pressoché totale sulle organizzazioni della società civile. L’Unità per le associazioni e il lavoro civile del ministero della Solidarietà sociale, responsabile della regolamentazione e del controllo delle organizzazioni non governative, impone un processo preventivo di registrazione completamente arbitrario: può ritardarla o rifiutarla se ritiene che i fini statutari violino le leggi (il che vuol dire tutto e nulla), fare ispezioni senza preavviso, bloccare i finanziamenti e interferire nella composizione degli organi direttivi al punto da obbligare alle dimissioni i loro componenti. Questo organismo può anche sciogliere le associazioni o confinarle nell’ambito del cosiddetto “sviluppo sociale”, impedendo loro di svolgere attività in favore dei diritti umani. Questo bavaglio è reso più stretto dall’azione dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (i famigerati servizi segreti interni), che minaccia le attiviste e gli attivisti delle associazioni attraverso telefonate, convocazioni illegali e pesanti interrogatori ma che spesso usa metodi più pesanti, come le sparizioni forzate e le torture. Un emendamento dell’anno scorso alla legge del 2019 consente di avviare procedimenti penali nei confronti di coloro che ricevono finanziamenti dall’estero per “atti ostili contro l’Egitto”: è prevista addirittura la pena di morte. L’effetto di tutto questo è raggelante: i centri congressi rifiutano di ospitare eventi senza l’autorizzazione delle autorità competenti e anche quando questi si svolgono sono pesantemente presidiati da agenti in borghese. Ogni contenuto audiovisivo che s’intende mostrare dev’essere prima visionato e approvato. Le banche rifiutano di lavorare sui conti correnti delle associazioni senza l’ok dalle autorità: ci sono stati casi in cui l’attesa è durata fino a 15 mesi, impedendo così alle associazioni di svolgere attività e pagare gli stipendi ai loro dipendenti. L'articolo Così l’Egitto controlla e reprime i gruppi della società civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Arrestata ancora la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi: stava partecipando a una cerimonia
L’avvocata e attivista iraniana Narges Mohammadi, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2023, è stata arrestata – di nuovo – durante una cerimonia pubblica e portata in una località sconosciuta. Oltre a lei, sono stati arrestati molti altri attivisti, tra cui Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi e Alieh Motalebzadeh. L’arresto è avvenuto a Mashhad, città situata nel Nord-Est dell’Iran. A renderlo noto sono stati alcuni gruppi per i diritti umani, inclusa la Fondazione Narges Mohammadi. L’arresto avviene dopo mesi di pressione a Mohammadi da parte delle autorità iraniane: nei mesi scorsi, l’attivista ha dichiarato di aver subìto anche pedinamenti e minacce di morte. Oggi Mohammadi sta scontando una pena detentiva di 13 anni e nove mesi al carcere di Evin a Teheran per le accuse di sicurezza nazionale, ma ultimamente era stata congedata per motivi di salute. Prima di essere arrestata dagli agenti di sicurezza e di polizia, Mohammadi stava partecipando a una cerimonia per il lutto dell’avvocato e dissidente politico Khosrow Alikordi, la cui morte in circostanze sospette nel suo ufficio a Mashad ha generato indignazione nell’opinione pubblica iraniana. I suoi sostenitori da mesi avvertivano che Mohammadi rischiava di essere rimessa in prigione. Sebbene dovesse durare solo tre settimane, il periodo di libertà di Mohammadi si era poi prolungato, forse per le pressioni sul governo dell’Iran degli attivisti e delle potenze occidentali. Era libera anche durante la guerra di 12 giorni tra Iran e Israele nel mese di giugno. Mohammadi ha continuato la sua attività di attivista con proteste pubbliche e apparizioni sui media internazionali, arrivando persino a manifestare davanti al famigerato carcere di Evin a Teheran, dove era stata detenuta. La vincitrice del premio Nobel ha più volte accusato il regime iraniano di reprimere il dissenso di attivisti, giornalisti e critici, specialmente dopo il cessate il fuoco con Israele. A confermare la notizia dell’arresto è stato anche Javad Alikordi, fratello di Khosrow Alikordi, riferendo inoltre che degli agenti in borghese hanno picchiato le persone arrestate prima di portarle via. . L'articolo Arrestata ancora la premio Nobel per la pace Narges Mohammadi: stava partecipando a una cerimonia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nobel per la Pace
Mattarella: “L’Italia ripudia la guerra. Legame inscindibile tra diritti umani e pace. La violenza non prevalga sulle regole”
C’è il diritto (internazionale e degli individui) al centro del discorso del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Un diritto costantemente violato soprattutto in questi ultimi anni di guerre, ma che, sostiene il capo dello Stato, non può essere scisso dalla pace. Un messaggio chiaro, il suo, ai leader mondiali che in questi giorni stanno di nuovo cercando un accordo per mettere fine a quasi quattro anni di guerra in Ucraina e di avviare la fase 2 del piano di pace a Gaza, nonostante le violenze in Palestina da parte di militari e coloni israeliani continuino quotidianamente. Il capo dello Stato, che si è sempre espresso in sostegno a Kiev, parlando davanti al Bundestag il 16 novembre scorso aveva lanciato un avvertimento sul rischio di escalation nucleare e sui “nuovi dottor Stranamore che amano la bomba”. “La Repubblica Italiana, in questa Giornata, rinnova il suo convinto sostegno a un ordine internazionale basato sul rispetto dei diritti umani – ha dichiarato Mattarella nel suo messaggio – È un impegno che discende dalla nostra storia e dai valori scolpiti nella Costituzione: il ripudio della guerra, la promozione della giustizia, l’affermazione della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà. Sono gli stessi valori che hanno ispirato la costruzione europea, divenuta nel tempo uno spazio di pace e di diritti senza precedenti”. Il riferimento all’Europa non sembra essere casuale, dato che Bruxelles in entrambi i principali fronti di conflitto non è riuscita a imporsi come attore di primo livello e, soprattutto, a chiedere il rispetto del diritto internazionale, anche quando sono stati sferrati attacchi diretti ai vertici delle Nazioni Unite. Il presidente ha poi voluto ricordare, e il riferimento sembra essere alla crisi di Gaza, che “la centralità dei diritti umani non significa indulgere nella memoria del dolore, ma assumere quella memoria come guida per l’azione. È a questa responsabilità che siamo chiamati: impedire che la violenza prevalga sulle regole, affermare l’universalità dei principi che tutelano la dignità umana, affinché la Dichiarazione del 1948 non resti solo un enunciato di alti ideali ma sia concreto codice di condotta cui tutti gli Stati scelgano di conformarsi”. Tutto questo perché “esiste un rapporto inscindibile tra diritti umani e pace, il rispetto dei primi è premessa essenziale della seconda, mentre l’assenza di pace smorza la speranza di proteggere diritti e libertà. L’evidenza di tale relazione aiuta a comprendere come la pace sia il risultato di un impegno quotidiano e di una responsabilità condivisa, che trova il suo fondamento nella tutela della dignità di ogni persona e nel rifiuto della logica della sopraffazione”. E aggiunge che “a tal riguardo, il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali rivestono un ruolo decisivo, in quanto strumenti concreti di protezione per gli Stati come per ciascun singolo essere umano. Indebolirli significa esporre ogni individuo, in particolare i più vulnerabili, al rischio che l’esistenza finisca per essere regolata dalla prevaricazione e dall’abuso della forza”. Esattamente la direzione verso la quale, invece, il presidente americano Donald Trump sembra tendere se si prendono in considerazione le sue ultime dichiarazioni riguardo alla Nato. “Settantasei anni fa, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani pose al centro dell’ordinamento internazionale un principio semplice e rivoluzionario: ogni persona, in quanto tale, è titolare di diritti inviolabili. È questo il messaggio che la comunità internazionale volle affidare al futuro, traendo lezione dalle macerie morali e materiali dei conflitti mondiali. È un messaggio che continua a sollecitare la nostra coscienza collettiva. Ancora oggi, – ha poi concluso – i diritti umani subiscono molteplici attacchi. Le guerre – vecchie e nuove – tornano a proiettare la loro ombra sulle popolazioni civili, causando vittime inermi e portando ovunque sofferenza e distruzione, come la cronaca dei conflitti contemporanei dolorosamente conferma. Le violenze contro donne e minori, le discriminazioni, l’erosione delle libertà democratiche, assumono spesso la forma di un generale arretramento della civiltà giuridica rispetto a traguardi che credevamo acquisiti. Di nuovo, vediamo riaffiorare razzismo, aggressioni, disuguaglianze: fenomeni che la storia aveva già ammonito a non ripetere”. L'articolo Mattarella: “L’Italia ripudia la guerra. Legame inscindibile tra diritti umani e pace. La violenza non prevalga sulle regole” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sergio Mattarella