Un uomo senza tetto entra in un bagno pubblico con un buono comunale per
lavarsi. Non chiede nulla. Non supplica. Può fare la doccia, lavarsi di dosso lo
sporco. Quel buono gliel’ho dato io. Ci sono voluti mesi. Telefonate. Attese.
Uffici muti. Alla fine, insieme ai pasti, anche la doccia. Un piatto caldo tiene
in piedi il corpo. L’acqua calda e un asciugamano pulito tengono in piedi la
dignità, ci fosse anche qualche abito pulito sarebbe magia.
Si lava. Poi chiede un po’ di sapone in più. “Sai, avevo solo 3 euro in tasca!”
mi dice. Non erano soldi di troppo, erano gli unici che aveva.
Glielo fanno pagare. Il sapone. La cosa più semplice. La strada, la notte, la
polvere non si lavano da soli. Non ha nulla. Niente casa. Niente soldi. Niente
scelte. Eppure deve pagare per lavarsi.
Le docce sono aperte solo il martedì, il giovedì, il sabato. Se mi sporco
lunedì, aspetto. Se ho freddo venerdì, tornerò domani. Igiene e dignità solo nei
giorni prestabiliti, in quelli pari!
Frequento questo mondo da più di dieci anni. Ho imparato in strada che non si
cede denaro. La maggior parte viene spesa in alcol o droga. Qui non si tratta di
concessioni. Si tratta di un diritto. Minimo! Me lo racconta senza rabbia. Solo
pudore. Non indignazione e sceneggiata teatrale. Solo sorpresa. È normale? a
bassa voce come una vergogna.
No, non è normale!
Riesco a contattare l’impiegato solo dopo ore. Vari tentativi. Mi aspetto una
spiegazione. Ricevo un rimprovero. Il tono è infastidito. La sostanza, non
faccia polemica! Non è il centro del mondo.
Oggi però sono riuscito a parlare direttamente con chi lavora nel bagno
pubblico. E ho scoperto qualcosa di più. Il buono “rosso” che mi è stato
consegnato dal Comune, quello che mi è stato raccomandato di utilizzare e
distribuire con parsimonia, in realtà non vale quasi nulla. Vale solo l’acqua.
Niente sapone. Niente shampoo. Niente asciugamano. Solo acqua.
Non si chiede di essere il centro del mondo. Si chiede dignità. Si chiede che il
servizio sociale non diventi tolleranza burocratica, si chiede empatia.
Quando chi segnala un’ingiustizia diventa il problema, il sistema smette di
interrogarsi. Difende se stesso. Non il sapone, non le docce, non la dignità.
Difende il tono, la posizione.
La dignità non è un extra. Non è una ricarica da banco. Non dovrebbe avere un
giorno in agenda, la dignità è un diritto. C’è una linea sottile tra assistenza
e umiliazione. La prima apre possibilità. La seconda ricorda il posto di chi
riceve.
Una domanda resta sospesa. Se molti non usano i buoni per la doccia, è perché
non vogliono lavarsi? O perché temono un’altra piccola umiliazione? Forse prima
di chiedersi perché non si presentano, bisognerebbe guardare cosa trovano quando
lo fanno. E a questo punto resta anche un’altra domanda, più semplice e più
diretta: il sindaco è al corrente che quei buoni garantiscono soltanto acqua? E
se lo è, ha intenzione di fare qualcosa perché una doccia torni ad essere ciò
che dovrebbe essere: un gesto di igiene, ma soprattutto di dignità?
L'articolo Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando
l’assistenza diventa umiliazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei diritti umani”.
Secondo Irene Testa, garante per i detenuti della Regione, l’attuazione del
piano annunciato dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “rischia di
aggravare una situazione già al collasso”. Se il progetto del governo venisse
attuato, le persone in 41-bis nelle carceri sarde salirebbero a 240. Un terzo
del totale nazionale. “Oltre allo spazio manca tutto, dal personale ai
medicinali”, ha spiegato Testa a Ilfattoquotidiano.it. “Il ministro Nordio
sostiene che possiamo contenere ancora un altro centinaio di carcerati: sì, se
li mettiamo nei sottoscala o li ammassiamo nelle celle il posto si trova sempre.
Ma significa privarli dei loro diritti”.
Secondo il piano ministeriale, saranno tre gli istituti carcerari dedicati al
41-bis nell’isola: Bancali (Sassari), Badu ‘e Carros (Nuoro) e Uta (Cagliari).
“Tutte carceri già in seria difficoltà”, sottolinea Testa. “Il carcere di Uta ha
il più alto tasso di sovraffollamento della regione: 747 detenuti con 550 posti
regolamentari. ‘Bancali’, oltre al sovraffollamento, ha problemi strutturali:
infiltrazioni, muri scrostati, muffa. In alcune celle non ci sono nemmeno i
termosifoni. Pioveva sui tavoli e ho dovuto fare un esposto alla Procura”. In
tutti gli istituti, poi, c’è carenza di personale penitenziario e sanitario, con
un agente ogni tre detenuti. Un altro problema riguarderebbe il diritto alla
territorialità degli altri carcerati: la detenzione dovrebbe avvenire in un
istituto vicino al proprio ambiente familiare e sociale, per facilitare il
reinserimento sociale, i rapporti affettivi e il diritto alla difesa. Ma è
possibile che molti reclusi comuni vengano spostati proprio per fare spazio ai
nuovi arrivati.
La legge istitutiva del 41-bis del 1992 specifica che i detenuti “ad alta
pericolosità” devono stare dentro istituti “a loro esclusivamente dedicati,
collocati preferibilmente in aree insulari” o comunque in “sezioni speciali e
logisticamente separate dal resto dell’istituto e custoditi da reparti
specializzati della polizia penitenziaria”. Ed è proprio quel riferimento
all’insularità che negli anni ha contribuito al sovraccarico: “Corriamo il
rischio di diventare l’isola del turismo penitenziario. I problemi non si
possono risolvere scaricandoli tutti su questa terra, peraltro spesso
dimenticata: le carceri sarde sono come isole nell’isola, meno visitate di altre
e più difficili da raggiungere. E così tutti i suoi carcerati scontano una
doppia pena”.
La Regione, sotto la guida della presidente Alessandra Todde, ha già iniziato a
mobilitarsi contro il trasferimento. Il 28 febbraio, in una manifestazione a
Cagliari, i consiglieri regionali hanno annunciato un’iniziativa parlamentare
per modificare proprio il riferimento all’insularità. Insieme a loro sono scese
in piazza circa 1.500 persone, per protestare contro “l’ennesima servitù, questa
volta penitenziaria” e il timore di infiltrazioni mafiose. E per ribadire
“quanto sarebbero gravi le conseguenze anche sul sistema sanitario regionale”.
“Non ci sono medici né infermieri a sufficienza, e ogni giorno arrivano lettere
di dimissioni a causa dei turni massacranti”, spiega la garante. Inoltre, per
ogni detenuto che deve essere accompagnato in ospedale o a una visita, occorrono
7 agenti di scorta: “Impossibile con la carenza di personale sardo”. Non solo.
“A volte, oltre agli addetti, mancano persino i farmaci e ci si trova costretti
a farli portare dai familiari, rallentando le cure”.
A questo si aggiunge anche il disagio psicologico. Sia dei carcerati, sia del
personale. “L’80 per cento dei reclusi dell’isola usa psicofarmaci e ci sono
tantissimi casi psichiatrici e persone tossicodipendenti nelle sezioni. In
alcuni istituti c’è un solo psichiatra per l’intera struttura”, riferisce Testa.
“Gli agenti di Polizia penitenziaria, soprattutto i più giovani, sono disperati
per la mole di lavoro: hanno anche questo carico, nonostante non spetti a loro”.
Una carenza che riguarda anche il territorio: “Non ci sono comunità per gestire
questi casi. Nelle carceri si custodisce, si nasconde e si punisce il disagio. E
il compito di rieducare e reinserire socialmente resta un miraggio”.
L'articolo “Spostare i detenuti in 41-bis in Sardegna è una violazione dei
diritti umani”, la garante dei detenuti contro il piano Delmastro proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“I senza dimora sono invisibili soltanto agli occhi di chi è indifferente”.
Manuela è una delle oltre seimila volontarie e volontari che partecipano alla
“Rilevazione nazionale delle Persone Senza Dimora” promossa da Istat e condotta
da fio.PSD. Non accadeva da dodici anni. Il censimento è partito lunedì sera in
quattordici grandi città italiane, Milano compresa. Ogni città viene divisa in
zone e ogni zona viene affidata a una squadra composta da volontari che annotano
sul sistema il numero dei senza dimora. “La conta è importante perché ci
permette di quantificare e anche qualificare il fenomeno – racconta al
Fattoquotidiano.it il referente formazione fio.PSD Paolo Moreschi – e questo
serve a fare politiche di intervento più mirate e anche più proporzionate”. Ma
c’è un altro valore aggiunto. “e anche un’occasione per il tipo di
coinvolgimento che una giornata come questa riesce a realizzare – riflette
Moreschi – quindi mettere le persone in una posizione di protagonista nel
confrontarsi con questo tema”. La risposta dei cittadini non si è fatta
attendere. In tanti hanno risposto all’appello e si sono messi a disposizione.
“Perché lo faccio? È un dovere civico, se vogliamo aiutare la città ad andare
avanti, dobbiamo essere noi a fare qualcosa – riflette Patrizia – non possiamo
passare davanti a queste persone senza avere il desiderio di aiutarli in qualche
modo, magari anche non direttamente, ma questo è un modo indiretto per farli
diventare visibili al mondo”. Nel centro di Milano, tra le gallerie e le
pubblicità delle Olimpiadi, appena chiudono le saracinesche dei negozi e dei
bar, i dehor e le gallerie diventano il rifugio per tanti. Negli angoli riparati
delle gallerie , spuntano tende e cartoni. Le volontarie annotano il numero
mentre camminano per le vie del centro. Le difficoltà più grandi per loro non
sono soltanto materiali: “Spesso ci dimentichiamo che arrivare in strada è
l’esito di un percorso – commenta Paolo Moreschi – e in realtà le difficoltà più
grandi sono proprio nella mancanza di relazioni, di reti sociali e anche di una
spinta e di un desiderio di avere un motivo per alzarsi la mattina”.
L'articolo Al via il censimento dei senza dimora, una notte con i volontari
nelle strade di Milano: “Contarli è il modo per renderli visibili al mondo”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ogni persona sottoposta a qualsiasi forma di detenzione o imprigionamento deve
essere trattata umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente
all’essere umano. L’arresto, la detenzione o l’imprigionamento devono avvenire
esclusivamente nel rigoroso rispetto della legge e da parte di funzionari
competenti o persone autorizzate a tale scopo”.
Sono gli articoli 1 e 2 del Corpo dei principi per la protezione di tutte le
persone contro ogni forma di detenzione o imprigionamento, adottato
dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 9 dicembre 1988 con la
risoluzione 43/173. Non una dichiarazione di principio astratta, ma un corpus
normativo che stabilisce limiti chiari all’esercizio del potere statale e che
definisce cosa sia – e cosa non sia – legalmente e moralmente accettabile. Un
corpus normativo violato in ogni sua sfumatura con i 423 giorni di detenzione –
avvenuta senza accuse formali, senza un procedimento regolare, senza garanzie
minime di difesa – del nostro connazionale Alberto Trentini, che oggi finalmente
è libero. E la sua liberazione è una notizia importante, umanamente e
politicamente; ma non può essere letta come una concessione benevola né come la
chiusura di un capitolo: è piuttosto la conferma che quel capitolo non avrebbe
mai dovuto essere aperto.
Nel diritto internazionale umanitario esiste un principio tanto semplice quanto
fondamentale: humanitarians are not a target. Gli operatori e le operatrici
umanitarie non sono un obiettivo. Non lo sono perché la loro funzione è
neutrale, perché il loro lavoro serve a garantire assistenza vitale alle
popolazioni civili, perché colpirli significa colpire direttamente il diritto
alla vita di chi dipende da quell’aiuto. Questo principio è al centro delle
campagne delle Nazioni Unite e del Comitato Internazionale della Croce Rossa ed
è parte integrante delle Convenzioni di Ginevra. Eppure, nei contesti
autoritari, gli umanitari diventano spesso sospetti per definizione: testimoni
scomodi, corpi estranei, simboli da punire. La detenzione di Trentini si colloca
esattamente in questo quadro.
In Italia, tuttavia, la percezione pubblica della gravità della situazione
venezuelana ha iniziato a cambiare in modo più netto solo quando quella
violazione ha avuto un volto italiano. È servita la sofferenza di Trentini per
rendere visibile ciò che da anni veniva documentato, denunciato e certificato da
organismi internazionali e organizzazioni per i diritti umani. Un velo che si
squarcia tardi, e solo parzialmente. Già il 4 luglio 2019, l’allora Alta
Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet presentava
al Consiglio dei Diritti Umani un rapporto che descriveva un quadro di
esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture e uso sistematico
della repressione politica in Venezuela. Quelle conclusioni venivano ribadite
nel rapporto di monitoraggio del 2020, confermando che non si trattava di
episodi isolati ma di un modello strutturale.
Il 27 settembre 2019, con la risoluzione 42/25, il Consiglio dei Diritti Umani
dell’Onu istituiva la Missione internazionale indipendente di accertamento dei
fatti sul Venezuela, incaricata di indagare sulle violazioni commesse a partire
dal 2014. Nel corso degli anni successivi, la Missione ha prodotto rapporti
sempre più dettagliati e severi. In quello pubblicato nel settembre 2023 si
affermava chiaramente che la struttura repressiva dello Stato non era stata
smantellata e rappresentava una minaccia latente, pronta a riattivarsi.
Quella minaccia si è concretizzata dopo le elezioni presidenziali del 28 luglio
2024. Il 17 settembre 2024 è stato reso pubblico il nuovo rapporto della
Missione internazionale indipendente, che ha parlato senza ambiguità di una
delle crisi dei diritti umani più gravi della storia recente del Paese. Nella
conferenza stampa di presentazione, la presidente della Missione, Marta Valiñas,
ha dichiarato che le violazioni non solo non erano diminuite, ma si erano
intensificate, raggiungendo livelli di violenza senza precedenti.
Poche settimane prima, il 28 agosto 2024, la Commissione Interamericana dei
Diritti Umani, attraverso un quadro di repressione sistematica, parlava
esplicitamente di terrorismo di Stato. La presidente della Commissione, Roberta
Clarke, descrisse un contesto di assoluta impunità, con forze di sicurezza e un
apparato giudiziario e istituzioni di controllo pienamente integrate nella
strategia repressiva del governo. Anche organizzazioni della società civile come
Foro Penal, Amnesty International e Human Rights Watch continuavano a
documentare arresti arbitrari, torture, persecuzione della stampa e restrizione
dello spazio civico. Foro Penal, in particolare, ha registrato 17.609 arresti
politici dal 2014, con un picco di oltre 1.600 detenzioni nelle settimane
successive al 28 luglio 2024, inclusi 114 minorenni nel solo primo mese di
proteste.
In questo contesto si inserì anche la visita del successore di Bachelet, Volker
Türk, avvenuta dal 25 al 27 gennaio 2024. Al termine della missione, durante la
conferenza stampa del 28 gennaio 2024 all’aeroporto di Maiquetía, Türk chiese
pubblicamente la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle torture e
delle esecuzioni extragiudiziali, riferendo di testimonianze dirette di persone
detenute arbitrariamente, torturate o uccise durante operazioni di sicurezza. Un
quadro coerente, continuo, documentato di repressione: un sistema, non una
deviazione. Un sistema che accentra il potere, celebra elezioni senza controllo
né trasparenza e che ha nomi e responsabilità politiche precise, a partire da
Nicolás Maduro e dai vertici civili e militari dello Stato. Quei vertici che
oggi sono rimasti a capo del Paese e che proprio a causa dell’azione di Trump
rischiano di trasformarsi in martiri di una sinistra internazionale incapace di
fare i conti con le proprie contraddizioni, pronta a giustificare
l’ingiustificabile in nome di un anti-imperialismo selettivo.
L'articolo Alberto Trentini è stato prigioniero di un sistema repressivo, non
del caso: un velo squarciato troppo tardi proviene da Il Fatto Quotidiano.
I primi cinque anni di questo decennio hanno ricordato sinistramente quelli
degli anni Novanta dello scorso secolo, segnati dai più gravi crimini di diritto
internazionale, compresi i due genocidi più veloci della storia: quello del
Ruanda nel 1994 e quello della Bosnia nel 1995.
Ma dopo quegli orrori, ci fu una risposta, basata sulla necessità
imprescindibile di punire i responsabili e almeno i principali esecutori di quei
crimini: nacquero i due tribunali speciali per il Ruanda e l’ex Jugoslavia e nel
1998 a Roma venne approvato lo Statuto della Corte penale internazionale
permanente (per saperne di più, soprattutto sulle condanne emesse dalle prime
due corti, segnalo questo volume).
Il quinquennio appena iniziato somiglierà, a sua volta, al secondo quinquennio
degli anni Novanta? Dalla risposta, che non possiamo dare noi limitandoci a
esprimere una speranza, dipenderanno il destino dei conflitti in corso e la
prevenzione, o al contrario, la previsione dei prossimi.
L’efficacia e l’efficienza della giustizia internazionale, priva del potere
coercitivo di dare seguito alle sue decisioni – non esiste una polizia
giudiziaria per eseguire i mandati di cattura – dipendono dalla collaborazione
degli stati. Per 125 di loro non è un’opzione ma un obbligo.
Nel 2025 questa collaborazione è venuta meno in diverse occasioni: l’Italia ha
riaccompagnato a casa il ricercato libico Almasri; l’Ungheria e tre stati
africani (Burkina Faso, Mali e Niger) hanno annunciato l’intenzione di uscire
dalla Corte penale internazionale; gli Usa, che non ne fanno parte, l’hanno
nuovamente colpita con sanzioni.
La “pietra dello scandalo” è stata l’emissione del mandato di cattura per il
primo ministro israeliano Netanyahu, che ha suscitato dalle nostre parti
reazioni opposte a quelle entusiastiche seguite all’analogo provvedimento,
sacrosanto, adottato nei confronti del presidente russo Putin.
Queste reazioni opposte sono state la prova più evidente dei doppi standard
praticati dai più influenti stati della comunità internazionale: mentre milioni
di persone nel mondo, rassegnate a non poter contare su quella domestica,
guardano alla giustizia internazionale come unico mezzo per ottenere la
punizione dei responsabili dei crimini subiti, in molte capitali non sono questi
a essere valutati bensì chi li ha commessi, per poter condannare o condonare
secondo le circostanze.
Eppure, nell’anno che si è appena concluso, la giustizia internazionale ha
dimostrato che se la si lascia lavorare, se non la si delegittima e se non la si
boicotta, ottiene dei risultati.
L’11 marzo le autorità delle Filippine hanno arrestato l’ex presidente Rodrigo
Duterte, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro
l’umanità in relazione alla sua politica della “guerra alla droga” che tra il
2016 e il 2022 causò l’uccisione di migliaia di persone, per lo più povere e
marginalizzate, da parte delle forze di polizia o di killer legati a queste
ultime. Il giorno dopo Duterte è stato trasferito alla Corte.
L’8 luglio la Camera preliminare della Corte ha emesso mandati di cattura nei
confronti di Haibatullah Akhundzada e di Abdul Hakim Haqqani, rispettivamente
guida suprema e capo del potere giudiziario dei talebani al potere in
Afghanistan, per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere.
Il 1° dicembre la Germania ha ricordato all’Italia cosa vuol dire rispettare gli
obblighi di cooperazione con la Corte penale internazionale: il cittadino libico
Khaled Mohamed Ali El Hishri, uno dei responsabili della famigerata prigione di
Mitiga, è stato non riaccompagnato a Tripoli ma consegnato all’Aja. Era stato
arrestato il 16 luglio in esecuzione di un mandato di arresto emesso dalla
Camera preliminare della Corte il 10 luglio per crimini di guerra e contro
l’umanità.
Infine, il 9 dicembre la Corte ha condannato a 20 anni di carcere il criminale
sudanese Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman detto “Ali Kushayb”, dopo averlo
giudicato colpevole di 27 fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità
commessi tra l’agosto del 2003 e l’aprile del 2004 nel Darfur. All’epoca “Ali
Kushayb”, consegnatosi alla Corte nel 2020, era a capo di una milizia alleata
alle forze armate.
Nel quinquennio appena iniziato potrebbero arrivare i due verdetti per i casi di
genocidio sollevati di fronte all’altro organo giudiziario globale, la Corte
internazionale di giustizia, che giudica non gli individui ma gli Stati: quello
del Gambia contro Myanmar per i crimini subiti dalla minoranza rohingya e quello
del Sudafrica contro Israele per i crimini subiti dalla popolazione palestinese
della Striscia di Gaza.
La Corte internazionale di giustizia, che deve pronunciarsi solo sul possibile
crimine di genocidio e non su altri, potrebbe stabilire che genocidio non vi è
stato. Ma nessuno, negli Stati sotto accusa, dovrebbe tirare un sospiro di
sollievo e brindare all’assoluzione.
Infatti, non esiste una gerarchia tra i crimini di diritto internazionale:
genocidio, poi crimini contro l’umanità e, al terzo posto, crimini di guerra.
Affermare, da parte israeliana, che siccome non c’è stato genocidio, in fin dei
conti non è successo niente di grave comporterebbe la beffarda conseguenza di
concludere che anche Hamas, dopo tutto, non ha fatto niente di grave. Solo chi
ignora o manipola per propri fini il diritto internazionale potrebbe sostenere
una cosa del genere.
La speranza, allora, è che attraverso le proprie pronunce e la cooperazione
della comunità internazionale, la giustizia internazionale non sia più vista
come un problema ma come la soluzione, quella in grado di spezzare il cerchio
dell’impunità. Altrimenti, mutilando la frase popolare negli anni Novanta, vorrà
dire che “c’è pace senza giustizia”.
Una pace senza giustizia è una pace ingiusta, un premio agli aggressori: averli
intorno ai tavoli negoziali anziché in un aula di tribunale significherà
semplicemente prepararci ai prossimi conflitti.
L'articolo Il 2026 sarà l’anno della giustizia o del trionfo dell’impunità?
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Navi scomparse, storie annegate e il diritto alla vita che affoga in mare. Oltre
tremila persone, di cui 192 donne e 437 minorenni e adolescenti, hanno perso la
vita nel tentativo di migrare verso la Spagna. Il numero delle vittime
(accertate) emerge dal rapporto Monitoraggio del diritto alla vita 2025 redatto
da Caminando fronteras, che difende i diritti umani delle persone migranti e
offre una fotografia delle rotte migratorie lungo la frontiera occidentale
euro-africana. I dati seguenti sono il risultato di un incrocio tra le
statistiche ufficiali dei soccorsi e il monitoraggio diretto condotto dalla ong
spagnola attraverso il contatto costante con le famiglie dei migranti scomparsi.
Fino al 15 dicembre, sono state contate 3.090 vittime nel territorio che copre
il confine marittimo e terrestre tra la Spagna e l’Africa, in particolare lungo
la fascia costiera dalla Guinea Conakry all’Algeria. Sebbene la cifra sia
drammatica, il dato segna un netto calo rispetto al 2024, quando le vittime
furono almeno 10.457. L’analisi riguarda le 303 tragedie registrate sulle rotte
migratorie, comprese le 70 imbarcazioni scomparse senza lasciare traccia.
La rotta algerina è quella più trafficata e allo stesso tempo quella più
invisibile. Su questa rotta, sono state documentate 1.037 vittime in 121
tragedie in mare. In particolare, il viaggio verso le Isole Baleari è lungo,
difficile, e soprattutto pericoloso: la ong denuncia i ritardi nell’attivazione
delle operazioni Sar e la scarsa cooperazione tra i Paesi. Proprio su questa
rotta (in particolare con destinazioni Ibiza e Formentera) si sta registrando
un’impennata di profughi provenienti da Somalia, Sudan e Sud Sudan. Inoltre, è
stata rilevata l’apertura di una nuova e ancora più pericolosa rotta verso le
Canarie con partenze dalla Guinea.
Secondo il Ministero degli interni spagnolo, nel 2025 sono arrivate in Spagna
35.935 persone, con un calo del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno
scorso: quasi la metà di loro è arrivata attraverso la rotta atlantica, dalla
costa dell’Africa occidentale alle Isole Canarie.
L'articolo Più di tremila morti sulle rotte migratorie per la Spagna. Il “buco
nero” algerino tra silenzi e mancato soccorso proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arrestata e picchiata da poliziotti in borghese, con “violenti e ripetuti colpi
di manganello alla testa e al collo”. Queste le pesanti accuse che la Fondazione
Narges Mohammadi ha rivolto al regime iraniano dopo l’arresto della vincitrice
del Premio Nobel per la Pace avvenuto la settimana scorsa. Nei giorni seguenti,
la famiglia di Mohammadi non ha avuto sue notizie, fino a una breve e concisa
telefonata in cui sono emerse le pessime condizioni fisiche dell’avvocata e
attivista iraniana che è stata portata due volte al pronto soccorso per le
violente percosse ricevute dagli agenti durante l’arresto a Mashhad.
Parlando al telefono con i suoi familiari, Mohammadi ha raccontato di essere
stata accusata di collaborare con il governo israeliano. Oltre a ciò, non sono
ancora chiare le imputazioni rivolte a lei e alle altre persone arrestate, 39 in
totale secondo Teheran. L’attivista ha poi chiesto alla sua famiglia di
presentare una denuncia formale contro le modalità violente dell’arresto e la
sua detenzione. Sul secondo punto, il New York Times ha riportato che a
Mohammadi non è ancora stato comunicato quale autorità la stia trattenendo e in
generale non le sono state fornite delle spiegazioni.
Lo scorso sabato, il procuratore di Mashhad, Hasan Hematifar, ha dichiarato ai
giornalisti che Mohammadi e Javad Alikordi avevano incoraggiato i manifestanti a
inneggiare slogan che violano le norme del governo. Nei giorni scorsi, il
Comitato per il Nobel ha dichiarato profonda preoccupazione per il brutale
arresto subìto da Mohammadi. Nessun commento invece da parte delle autorità del
regime iraniano.
L'articolo Iran, la Nobel per la Pace Narges Mohammadi due volte al pronto
soccorso per le manganellate ricevute durante l’arresto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Anche dopo la chiusura del famoso “caso 173” contro le organizzazioni non
governative locali – un’indagine durata 13 anni e archiviata un anno fa – le
autorità egiziane continuano ad accanirsi contro i gruppi della società civile.
Attraverso interviste con esponenti di 12 ong e l’analisi di documenti
ufficiali, Amnesty International ha reso noti una serie di casi in cui,
servendosi della legge 149 del 2019 sulle associazioni, il governo del Cairo
continua a imporre un controllo pressoché totale sulle organizzazioni della
società civile.
L’Unità per le associazioni e il lavoro civile del ministero della Solidarietà
sociale, responsabile della regolamentazione e del controllo delle
organizzazioni non governative, impone un processo preventivo di registrazione
completamente arbitrario: può ritardarla o rifiutarla se ritiene che i fini
statutari violino le leggi (il che vuol dire tutto e nulla), fare ispezioni
senza preavviso, bloccare i finanziamenti e interferire nella composizione degli
organi direttivi al punto da obbligare alle dimissioni i loro componenti. Questo
organismo può anche sciogliere le associazioni o confinarle nell’ambito del
cosiddetto “sviluppo sociale”, impedendo loro di svolgere attività in favore dei
diritti umani.
Questo bavaglio è reso più stretto dall’azione dell’Agenzia per la sicurezza
nazionale (i famigerati servizi segreti interni), che minaccia le attiviste e
gli attivisti delle associazioni attraverso telefonate, convocazioni illegali e
pesanti interrogatori ma che spesso usa metodi più pesanti, come le sparizioni
forzate e le torture.
Un emendamento dell’anno scorso alla legge del 2019 consente di avviare
procedimenti penali nei confronti di coloro che ricevono finanziamenti
dall’estero per “atti ostili contro l’Egitto”: è prevista addirittura la pena di
morte.
L’effetto di tutto questo è raggelante: i centri congressi rifiutano di ospitare
eventi senza l’autorizzazione delle autorità competenti e anche quando questi si
svolgono sono pesantemente presidiati da agenti in borghese. Ogni contenuto
audiovisivo che s’intende mostrare dev’essere prima visionato e approvato. Le
banche rifiutano di lavorare sui conti correnti delle associazioni senza l’ok
dalle autorità: ci sono stati casi in cui l’attesa è durata fino a 15 mesi,
impedendo così alle associazioni di svolgere attività e pagare gli stipendi ai
loro dipendenti.
L'articolo Così l’Egitto controlla e reprime i gruppi della società civile
proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’avvocata e attivista iraniana Narges Mohammadi, vincitrice del premio Nobel
per la pace nel 2023, è stata arrestata – di nuovo – durante una cerimonia
pubblica e portata in una località sconosciuta. Oltre a lei, sono stati
arrestati molti altri attivisti, tra cui Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran
Nazemi e Alieh Motalebzadeh. L’arresto è avvenuto a Mashhad, città situata nel
Nord-Est dell’Iran. A renderlo noto sono stati alcuni gruppi per i diritti
umani, inclusa la Fondazione Narges Mohammadi.
L’arresto avviene dopo mesi di pressione a Mohammadi da parte delle autorità
iraniane: nei mesi scorsi, l’attivista ha dichiarato di aver subìto anche
pedinamenti e minacce di morte. Oggi Mohammadi sta scontando una pena detentiva
di 13 anni e nove mesi al carcere di Evin a Teheran per le accuse di sicurezza
nazionale, ma ultimamente era stata congedata per motivi di salute.
Prima di essere arrestata dagli agenti di sicurezza e di polizia, Mohammadi
stava partecipando a una cerimonia per il lutto dell’avvocato e dissidente
politico Khosrow Alikordi, la cui morte in circostanze sospette nel suo ufficio
a Mashad ha generato indignazione nell’opinione pubblica iraniana.
I suoi sostenitori da mesi avvertivano che Mohammadi rischiava di essere rimessa
in prigione. Sebbene dovesse durare solo tre settimane, il periodo di libertà di
Mohammadi si era poi prolungato, forse per le pressioni sul governo dell’Iran
degli attivisti e delle potenze occidentali. Era libera anche durante la guerra
di 12 giorni tra Iran e Israele nel mese di giugno. Mohammadi ha continuato la
sua attività di attivista con proteste pubbliche e apparizioni sui media
internazionali, arrivando persino a manifestare davanti al famigerato carcere di
Evin a Teheran, dove era stata detenuta.
La vincitrice del premio Nobel ha più volte accusato il regime iraniano di
reprimere il dissenso di attivisti, giornalisti e critici, specialmente dopo il
cessate il fuoco con Israele. A confermare la notizia dell’arresto è stato anche
Javad Alikordi, fratello di Khosrow Alikordi, riferendo inoltre che degli agenti
in borghese hanno picchiato le persone arrestate prima di portarle via.
.
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partecipando a una cerimonia proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è il diritto (internazionale e degli individui) al centro del discorso del
presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata
Mondiale dei Diritti Umani. Un diritto costantemente violato soprattutto in
questi ultimi anni di guerre, ma che, sostiene il capo dello Stato, non può
essere scisso dalla pace. Un messaggio chiaro, il suo, ai leader mondiali che in
questi giorni stanno di nuovo cercando un accordo per mettere fine a quasi
quattro anni di guerra in Ucraina e di avviare la fase 2 del piano di pace a
Gaza, nonostante le violenze in Palestina da parte di militari e coloni
israeliani continuino quotidianamente. Il capo dello Stato, che si è sempre
espresso in sostegno a Kiev, parlando davanti al Bundestag il 16 novembre scorso
aveva lanciato un avvertimento sul rischio di escalation nucleare e sui “nuovi
dottor Stranamore che amano la bomba”.
“La Repubblica Italiana, in questa Giornata, rinnova il suo convinto sostegno a
un ordine internazionale basato sul rispetto dei diritti umani – ha dichiarato
Mattarella nel suo messaggio – È un impegno che discende dalla nostra storia e
dai valori scolpiti nella Costituzione: il ripudio della guerra, la promozione
della giustizia, l’affermazione della solidarietà, dell’uguaglianza e della
libertà. Sono gli stessi valori che hanno ispirato la costruzione europea,
divenuta nel tempo uno spazio di pace e di diritti senza precedenti”. Il
riferimento all’Europa non sembra essere casuale, dato che Bruxelles in entrambi
i principali fronti di conflitto non è riuscita a imporsi come attore di primo
livello e, soprattutto, a chiedere il rispetto del diritto internazionale, anche
quando sono stati sferrati attacchi diretti ai vertici delle Nazioni Unite. Il
presidente ha poi voluto ricordare, e il riferimento sembra essere alla crisi di
Gaza, che “la centralità dei diritti umani non significa indulgere nella memoria
del dolore, ma assumere quella memoria come guida per l’azione. È a questa
responsabilità che siamo chiamati: impedire che la violenza prevalga sulle
regole, affermare l’universalità dei principi che tutelano la dignità umana,
affinché la Dichiarazione del 1948 non resti solo un enunciato di alti ideali ma
sia concreto codice di condotta cui tutti gli Stati scelgano di conformarsi”.
Tutto questo perché “esiste un rapporto inscindibile tra diritti umani e pace,
il rispetto dei primi è premessa essenziale della seconda, mentre l’assenza di
pace smorza la speranza di proteggere diritti e libertà. L’evidenza di tale
relazione aiuta a comprendere come la pace sia il risultato di un impegno
quotidiano e di una responsabilità condivisa, che trova il suo fondamento nella
tutela della dignità di ogni persona e nel rifiuto della logica della
sopraffazione”. E aggiunge che “a tal riguardo, il diritto internazionale e le
istituzioni multilaterali rivestono un ruolo decisivo, in quanto strumenti
concreti di protezione per gli Stati come per ciascun singolo essere umano.
Indebolirli significa esporre ogni individuo, in particolare i più vulnerabili,
al rischio che l’esistenza finisca per essere regolata dalla prevaricazione e
dall’abuso della forza”. Esattamente la direzione verso la quale, invece, il
presidente americano Donald Trump sembra tendere se si prendono in
considerazione le sue ultime dichiarazioni riguardo alla Nato.
“Settantasei anni fa, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani pose al
centro dell’ordinamento internazionale un principio semplice e rivoluzionario:
ogni persona, in quanto tale, è titolare di diritti inviolabili. È questo il
messaggio che la comunità internazionale volle affidare al futuro, traendo
lezione dalle macerie morali e materiali dei conflitti mondiali. È un messaggio
che continua a sollecitare la nostra coscienza collettiva. Ancora oggi, – ha poi
concluso – i diritti umani subiscono molteplici attacchi. Le guerre – vecchie e
nuove – tornano a proiettare la loro ombra sulle popolazioni civili, causando
vittime inermi e portando ovunque sofferenza e distruzione, come la cronaca dei
conflitti contemporanei dolorosamente conferma. Le violenze contro donne e
minori, le discriminazioni, l’erosione delle libertà democratiche, assumono
spesso la forma di un generale arretramento della civiltà giuridica rispetto a
traguardi che credevamo acquisiti. Di nuovo, vediamo riaffiorare razzismo,
aggressioni, disuguaglianze: fenomeni che la storia aveva già ammonito a non
ripetere”.
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diritti umani e pace. La violenza non prevalga sulle regole” proviene da Il
Fatto Quotidiano.