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Per sempre giovani. Questo No è una vittoria dei ragazzi che vogliono contare
“Forever young, I want to be forever young”. Questa vittoria del NO al referendum sulla giustizia, mi hanno fatto venire in mente le note degli Alphaville. Infatti, parafrasando il titolo di quella canzone degli anni 80, oggi dovremmo dire davvero: “Per sempre giovani”. Perché sono loro, con la loro forza ostinata e contraria e la loro generosissima partecipazione al voto, ad aver reso possibile questa straordinaria vittoria. Non è una mia sensazione, sono i numeri che abbiamo raccolto prima del voto a dircelo. Ad esempio, prendiamo il successo dell’iniziativa AVS per il voto Fuori Sede, un segnale inequivocabile: oltre 12.000 ragazze e ragazzi ci hanno contattato per un solo motivo: poter votare lì dove studiano o lavorano, rivendicando un diritto che spesso la burocrazia (e certa politica) negano. Noi li abbiamo nominati rappresentanti di lista consentendo loro di esprimersi. Vederli presidiare i seggi è stata la risposta più bella a chi parla di una generazione disinteressata.
Il sentore di quello che stava accadendo l’ho avuto chiaramente questo fine settimana. L’ho passato a rispondere personalmente a chi aveva fatto domanda ma, pur avendo ricevuto la risposta automatica, temeva di essere stato dimenticato. In quelle voci, in quelle email e chiamate cariche di urgenza, non c’era solo una richiesta tecnica; c’era la voglia di esserci, e contare. Anche nella mia famiglia, il segnale è arrivato forte. Mio figlio mi ha fatto notare che molti dei suoi amici, ragazzi che con la politica attiva non hanno mai avuto nulla a che fare, questa volta hanno sentito il bisogno di andare ai seggi. Non per seguire una bandiera, ma per proteggere un’idea di giustizia che sentono propria. Ma, diciamocelo, lontano dalla propaganda: la difesa dell’autonomia dei magistrati non è una battaglia di casta. Al contrario di quanto il Governo ha cercato di far credere, difendere l’indipendenza della magistratura significa difendere i diritti di ogni singolo cittadino. Un giudice libero da condizionamenti politici è l’unico baluardo che garantisce che la legge sia davvero uguale per tutti, soprattutto per chi non ha potere o grandi mezzi economici. I giovani lo hanno capito, non volendo una giustizia “addomesticata”, ma una giustizia che non guardi in faccia a nessuno. Ora gioiamo per questo risultato, ma con la consapevolezza che non possiamo permetterci di rimanere sugli allori. Questa vittoria non è un punto di arrivo, ma un’eredità che ci è stata consegnata da chi ha ancora tutto il futuro davanti. Dobbiamo ripartire proprio da questo magnifico impulso ricevuto dai giovani. Se 12.000 fuori sede si sono mobilitati per diventare rappresentanti di lista pur di votare, significa che c’è una domanda di partecipazione che non può più essere ignorata. Il nostro compito, da domani, è coinvolgerli fino in fondo, questa volta non solo per una croce su una scheda. Dobbiamo, insieme a loro, per trasformare questa energia in una proposta politica che parli la loro lingua e protegga le loro speranze. L'articolo Per sempre giovani. Questo No è una vittoria dei ragazzi che vogliono contare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, Melio (Pd): “Per la prima volta non voterò”. Il caso rivela i limiti del voto a domicilio
“Per la prima volta non andrò a votare”. A scriverlo sulla propria pagina Facebook è Iacopo Melio, consigliere regionale toscano del Pd con disabilità motoria in carrozzina che alle elezioni regionali toscane del 2020 è stato il più votato nel collegio Firenze 1 contribuendo alla vittoria di Giani contro l’avversaria Ceccardi. Melio ieri domenica 22 marzo ha voluto spiegare il motivo per cui non si è potuto recare alle urne in occasione del Referendum costituzionale sulla giustizia, raccontando che, alla sua condizione, “da mercoledì si è aggiunta una bruttissima influenza con i miei conseguenti problemi respiratori”. Motivo che lo ha costretto a restare a casa, evidenziando la questione del mancato diritto di suffragio a domicilio in casi particolari di sopraggiunti gravi problemi di salute a pochissimi giorni a ridosso delle votazioni che colpiscono le persone che già vivono condizioni di grave fragilità. Va detto che la legge italiana garantisce il diritto al voto assistito a domicilio in determinate circostanze e con una richiesta anticipata fra il 40° e il 20° giorno antecedente la data di votazione. Voto in casa previsto “in favore degli elettori affetti da gravissime infermità che si trovino in condizioni di dipendenza continuativa e vitale da apparecchiature elettromedicali tali da impedirne l’allontanamento dall’abitazione”. Il caso specifico sollevato dal fondatore della onlus Vorrei prendere il treno è significativo e rende nota una criticità nel sistema organizzativo che ne impedisce nei fatti di esercitare il diritto al suffragio a domicilio. Melio ha ricordato di aver già votato in condizioni estremamente complesse come quando “ho votato con la mascherina il 20 settembre 2020, uscendo nonostante l’alto rischio Covid”, oppure quando “ho perfino votato alle politiche del 25 settembre 2022 dal Centro Don Gnocchi di Firenze, dove ero ricoverato un mese dopo l’operazione della tracheostomia”. Il consigliere Pd che si occupa in particolare di diritti, libertà e parità ha messo nero su bianco che “stavolta non ce la farò e allora ho deciso di raccontarlo per tre motivi”. “Il primo è la trasparenza: ho un impegno verso oltre 11.000 cittadine e cittadini che mi hanno dato fiducia permettendomi di entrare nel Consiglio regionale della Toscana, perciò da rappresentante delle Istituzioni ritengo doveroso che si sappia”. Melio aggiunge che “il secondo (motivo, ndr), per provare a far tacere (e lo dico senza inutili pietismi) questo sottofondo di senso di colpa perché resterò sempre un cogl**ne di idealista che crede nella gentilezza di una matita indelebile come l’antifascismo” e “poi il terzo, quello forse più importante: perché non lo trovo giusto (non far votare da casa le persone con gravi disabilità con improvvisi peggioramenti di salute, ndr) , per me ma soprattutto per troppe altre persone che vorrebbe esercitare a pieno un loro diritto”. Nel suo messaggio su Facebook ricorda come la legge preveda il voto a domicilio se ci sono “condizioni di intrasportabilità” e che “solo in questi casi occorre presentare domanda scritta al proprio Comune con un Certificato medico della ASL che attesti ‘la grave infermità’, e la conseguente impossibilità di lasciare l’abitazione, spesso almeno 60 giorni prima del voto”. Ma ci sono ulteriori condizioni che dovrebbero in ogni caso essere prese in considerazione per garantire la piena attuazione del diritto al suffragio. “Tutto giusto”, aggiunge Melio, “ma dovremmo includere anche le situazioni borderline come la mia, in cui oggi stai bene, domani benino e fra tre giorni potresti ritrovarti un po’ di tosse a rischiare il calzino prima di poter vedere i tuoi oppositori politici godersi la pensione”. Ultimo ma altrettanto importante aspetto che Melio ha evidenziato è un pensiero rivolto agli assistenti personali delle donne e uomini con disabilità. “Quando inizieremo a pensare davvero ai caregiver?”, ha scritto, “perché quello dei miei genitori di poter andare a votare a turno, assistendomi in modo alternato, è un lusso che non tutte e tutti possono permettersi. Magari perché si è soli o magari perché occorre una doppia presenza”. Il post termina con una considerazione finale. “Mi si dirà che in questi casi ‘ci sono altre priorità’, eppure non sono d’accordo perché chi vive una disabilità o una malattia, direttamente o indirettamente, ha il diritto e il dovere di scegliere quelle politiche che ritiene più rispettose delle sue necessità proprio per provare a cambiare determinate condizioni”. L'articolo Referendum, Melio (Pd): “Per la prima volta non voterò”. Il caso rivela i limiti del voto a domicilio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Votare è un mio diritto, ma posso esercitarlo solo se ho i soldi”: la protesta di una studentessa fuori dal ministero della Giustizia
Questa mattina Veronica, studentessa di 23 anni dell’Università La Sapienza, è in protesta davanti al ministero della Giustizia di via Arenula. Ha con sé un cartello con scritto “sono una studentessa fuorisede e vorrei votare”. Veronica, che studia Cooperazione internazionale, pur lavorando, infatti non riuscirà a tornare a casa per votare e il governo non ha previsto il voto fuori sede nei provvedimenti per il referendum del 22-23 marzo. “Devo scegliere – spiega Veronica – se tornare per Pasqua o per essere ascoltata dalla mia Repubblica. Vorrei partecipare e aiutare il mio Paese. Per questo ho scritto a Mattarella”. Al suo fianco anche il Comitato studentesco referendario per il No del Lazio: “Sosteniamo Veronica e la sua battaglia. Votare è un diritto, non può essere un privilegio”. L'articolo “Votare è un mio diritto, ma posso esercitarlo solo se ho i soldi”: la protesta di una studentessa fuori dal ministero della Giustizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lavoro, pago le tasse ma fuori sede non posso esercitare il mio diritto di voto. Non si capisce perché
di Marco Lavenia Si parla tanto della scarsa affluenza alle urne e della disaffezione al voto da parte degli italiani. Sono un lavoratore italiano fuori sede, pago regolarmente le tasse, non ho condanne penali, eppure mi viene negato il diritto a votare al prossimo referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo, nel Comune italiano in cui lavoro e nel quale ho il domicilio, che dista 1300 km da quello in cui risulto residente. L’unica possibilità per accedere al voto, per me e per oltre 5 milioni di italiani (ossia circa il 10,5% del corpo elettorale) fuori sede per motivi di studio, di lavoro o di salute, rimane il viaggio verso il proprio comune di residenza. Nel mio caso un viaggio aereo, dal Veneto alla Sicilia, con costi che si aggirano intorno ai 300/400 euro (con un rimborso parziale di circa 40 euro per tratta) o di sostenere un viaggio massacrante in treno di circa 36 ore (tra andata e ritorno) durante un week end. Eppure il voto a distanza è già stato sperimentato in occasione delle ultime consultazioni elettorali: non si capisce perché (forse la presidente Meloni teme il voto dei fuori sede) non sia possibile utilizzare lo stesso sistema anche questa volta. Paradossalmente potranno votare gli italiani residenti all’estero che, a differenza di molti italiani fuori sede, non pagano le tasse in Italia e molti di loro, vivendo da decenni fuori dall’Italia, sono ben poco informati sull’argomento del voto. Ancora oggi, nel 2026, l’Italia è tra gli unici tre Paesi dell’Unione Europea (insieme a Malta e Grecia) a non prevedere una forma di voto fuori sede. Prima la Camera e poi il Senato, infatti, hanno bocciato tutti gli emendamenti dell’opposizione parlamentare al decreto legge, che consentivano il voto a distanza. Ma nel frattempo molti politici della maggioranza manifestano la propria malsana ipocrisia, in TV o nei canali social, con proclami contro l’astensionismo alle urne. Tuttavia, i fuori sede che fossero interessati a votare al prossimo referendum sulla giustizia possono ancora farlo, usando uno stratagemma: basta diventare rappresentante di lista. Mi sono affrettato a fare richiesta per ricevere tale nomina. Ma mi chiedo: perché in Italia dovrei usare uno stratagemma per poter esercitare il mio diritto di voto? Dovrei poter votare senza stratagemmi o tatticismi vari. Mi rivolgo alla Presidente Meloni: quando il suo governo metterà mano ad una legge che possa rendere strutturale il diritto di votare nel comune di domicilio? Ritengo che tale legge, che garantirebbe l’esercizio di un diritto costituzionale a oltre 5 milioni di italiani, debba avere la priorità rispetto a questioni, come quello della separazione delle carriere dei giudici, che sembrano significare poco per gli italiani… ma molto solo per alcuni reconditi interessi del governo Meloni. L'articolo Lavoro, pago le tasse ma fuori sede non posso esercitare il mio diritto di voto. Non si capisce perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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A 4,9 milioni di fuori sede viene negato (ancora) il diritto di voto. La nostra battaglia va avanti
A cura di Yari Russo* Anno 2026. In Spagna, se sei lontano dal tuo comune di residenza, puoi votare per posta facendone richiesta presso gli uffici elettorali. In Francia, puoi delegare una persona del tuo stesso comune affinché voti al tuo posto. In Estonia puoi addirittura votare elettronicamente, dovunque tu sia, e modificare liberamente il voto fino al giorno delle elezioni. Anno 2026. In Italia, Marco, studente palermitano che vive a Milano, dovrà spendere centinaia di euro per tornare a casa e votare per il referendum sulla giustizia. Elisa, giovane lavoratrice, che dalla sua Napoli si è trasferita a Torino, dovrà scegliere se esercitare un suo diritto perdendo denaro e giorni di ferie o se rinunciarvi del tutto. Nonna Maria, che si è allontanata dalla sua amata casa per curarsi, dovrà fare la stessa inaccettabile scelta. Un pallavolista in trasferta, una teatrante in tournée, tutte e tutti posti davanti allo stesso bivio. Questa è la verità dietro il voto fuorisede: di diritti negati e storie di persone in carne e ossa. La campagna del Comitato Voto Fuorisede – che come The Good Lobby abbiamo abbracciato con convinzione – nasce proprio per rispondere a queste esigenze concrete, ripristinare un diritto costituzionale, superando ostacoli che rischiano di renderlo un privilegio de facto. In Italia, secondo i dati Istat del 2022, sono circa 4,9 milioni gli studenti, i lavoratori e le persone che si curano al di fuori della propria provincia di residenza. Dati non aggiornati che sembrano essere in costante aumento. In un Paese in cui l’astensionismo raggiunge livelli allarmanti, tale mancanza presupporrebbe un intervento legislativo urgente. Non è il caso dell’Italia, unico grande Paese europeo a non prevedere una normativa per il voto a distanza. Su queste basi e su questi numeri si fonda la nostra richiesta: regolamentare una volta e per tutte questo diritto negato. Negli anni insieme alla Rete Voto Fuorisede abbiamo fatto di tutto: mobilitazioni, campagne di sensibilizzazione, dialoghi istituzionali, ricerche. La costante pressione ha portato ad alcuni risultati fondamentali: l’approvazione di una legge delega alla Camera nel 2023, la prima sperimentazione di voto per gli studenti fuorisede alle Europee nel 2024 e una seconda sperimentazione per i Referendum del 2025 allargata anche ai lavoratori e ai fuorisede per motivi di cura. Nonostante ciò, la legge definitiva è ferma al Senato dal 2023. E per il prossimo referendum del 22 e 23 marzo, nonostante una macchina già rodata, del voto fuorisede non c’è più traccia. Ci abbiamo provato fino alla fine, ma la maggioranza ha deciso di bocciare tutti gli emendamenti presentati da ogni partito dell’opposizione. La nostra battaglia non si ferma qui. Dopo mesi di campagna e lavoro collettivo, la proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo lanciato lo scorso luglio ha superato le 50.000 firme previste dalla Costituzione ed è stata regolarmente depositata al Senato, dove a breve comincerà la discussione in Commissione Affari Costituzionali. La mobilitazione dal basso ha dimostrato che, quando la Politica non interviene, la società civile ha un ruolo chiave nel chiedere risposte, proporre soluzioni e generare un cambiamento sistemico. Il mancato voto fuorisede ai referendum è un inaccettabile passo indietro, ma nelle prossime settimane non staremo a guardare. Siamo già al lavoro con tutte le forze politiche affinché l’iter della legge prosegua spedito, trovando insieme le condizioni più efficaci per garantire questo diritto a tutte e tutti in modo concreto e duraturo prima delle Politiche del 2027. È una battaglia trasversale e necessaria che difende il cuore della democrazia: rimuovere ogni ostacolo alla piena partecipazione politica di ogni cittadino è la priorità del nostro tempo. *Campaigner The Good Lobby in rappresentanza della Rete Voto Fuorisede L'articolo A 4,9 milioni di fuori sede viene negato (ancora) il diritto di voto. La nostra battaglia va avanti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per il referendum non è stato previsto il voto fuorisede. L’appello di Schlein al governo: “Non si può tornare indietro”
Era stato sperimentato alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti), poi è stato replicato e ampliato anche ai lavoratori in occasione dei referendum su cittadinanza e lavoro del giugno del 2025. Adesso però non c’è traccia del voto per i fuorisede per il prossimo referendum sulla giustizia. Diversamente da quanto avvenuto nelle scorse consultazioni, infatti, il governo di Giorgia Meloni non ha previsto nel decreto sulle consultazioni elettorali l’estensione del diritto di voto agli studenti e ai lavoratori fuorisede. Si tratta di circa 5 milioni di persone che adesso corrono il rischio di non potere esercitare il loro diritto, a meno di pagare un biglietto aereo o ferroviario di andata e ritorno per tornare nel loro comune di residenza in occasione del voto. “Non c’è un motivo al mondo per impedire il voto a 5 milioni di persone. Non c’è motivo per tornare indietro“, ha detto Elly Schlein nel corso di una conferenza stampa del Pd per lanciare un appello al governo e alla maggioranza: “Votate i nostri emendamenti“, ha detto la segretaria dem facendo riferimento alle proposte presentate al decreto Referendum dal partito in commissione Affari Costituzionali della Camera. “Siamo in un Paese che ha visto l’astensionismo andare oltre il 50% alle europee e ad alcune regionali. Pensavamo che fosse un problema sentito da tutte le forze politiche, evidentemente non è così”, ha affermato Schlein: “Non è una colpa essere fuorisede. Non c’è un motivo al mondo per privare del diritto di voto queste persone. Non ci sono scuse e i tempi ci sono. La sperimentazione è già rodata”, ha concluso. Una posizione condivisa anche dal Movimento 5 stelle: “Bisogna necessariamente consentire il voto fuorisede anche al referendum costituzionale di marzo, è un dovere verso circa 5 milioni di persone che per ragioni di studio, lavoro o salute si trovano lontano dal luogo di residenza e vogliono votare, partecipare alla vita pubblica, incidere sul futuro di tutti noi”, dichiara la deputata M5s Vittoria Baldino, componente della commissione Affari Costituzionali. “In attesa di una normativa che renda il voto fuorisede permanente – aggiunge – ora è urgente consentirlo al referendum sulla riforma che vuole legare le mani alla magistratura e punirla, creando una giustizia di serie A per i potenti e una di serie B per i cittadini comuni”. Sia Pd che M5s hanno depositato delle proposte di legge per rendere strutturale il voto fuorisede. Nel luglio del 2023 la maggioranza ha approvato una legge delega per regolamentare l’esercizio del diritto di voto anche per i cittadini temporaneamente distanti dalla loro residenza. Ma il provvedimento si è arenato ed è rimasto lettera morta. Al Senato è stata anche presentata lo scorso dicembre una proposta di legge di iniziativa popolare. Su iniziativa di The Good Lobby Italia, Will Media e la Rete Voto Fuori Sede sono state raccolte oltre 50mila firme per ottenere una legge organica e permanente sul voto fuorisede. L'articolo Per il referendum non è stato previsto il voto fuorisede. L’appello di Schlein al governo: “Non si può tornare indietro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare”
In Italia ci sono circa 5 milioni di fuorisede, ma questa volta il voto a distanza sembra essere sparito dai radar. A farlo notare è The Good Lobby, organizzazione no profit che promuove la democrazia dal basso. “Abbiamo letto gli esiti del Consiglio dei ministri di ieri e ci sorprende che, rispetto al decreto-legge sulle disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2026, non risulti più prevista l’estensione del diritto di voto ai cittadini fuorisede, peraltro già permesso in occasione delle ultime elezioni europee e referendum“, dichiara il direttore Federico Anghelè. Proprio allo scorso referendum su cittadinanza e lavoro, infatti, erano stato garantito il diritto a studenti e lavoratori che vivono lontano dalla loro residenza di recarsi ai seggi nel comune di domicilio: erano stati oltre 67mila i fuorisede ammessi al voto. “Immaginiamo si sia trattato di una svista e per questo chiediamo al Presidente del consiglio e al Ministro dell’interno di intervenire per porre rimedio, anche in vista della prossima riunione di consiglio in cui dovrebbero essere stabilite le date della consultazione”, prosegue il direttore di The Good Lobby. “Ricordiamo ancora una volta – aggiunge – che l’Italia è l’unico Paese europeo, con Malta e Cipro, a non disporre di questo importante strumento elettorale democratico per le migliaia di cittadini, non soltanto studenti ma anche professionisti, sportivi, persone in cura presso altre regioni, che vivono lontani dalla propria città di residenza”. Anghelè ricorda poi che “è ormai prossima nella prima commissione Affari costituzionali del Senato la discussione della proposta di legge di iniziativa popolare sul voto fuorisede“. La proposta è stata presentata a Palazzo Madama a inizio dicembre dopo avere raccolto oltre 50mila firme ed è stata sostenuta anche dal deputato Giulio Centemero (Lega) e da altri parlamentati di maggioranza. L'articolo Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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