Tanti giovani, associazioni e comitati del No, passando per la Cgil e i partiti
del campo progressista. Tutti insieme si sono ritrovati a Roma per festeggiare
la vittoria del “No” al referendum sulla giustizia. Prima nella centrale piazza
Barberini, non lontano da Palazzo Chigi, per poi improvvisare un corteo fino a
Piazza del Popolo, tra slogan “dimissioni” rivolti verso Giorgia Meloni e il suo
governo, e cori a difesa della Costituzione. Una piazza e una vittoria
referendaria che per il campo progressista, con Pd-M5s-Avs protagonisti,
diventano lo snodo decisivo nella costruzione reale del cantiere della prossima
coalizione.
C’è già una maggioranza alternativa a questo governo. La promessa che vi
dobbiamo fare è l’unità, grazie a tutti e viva la nostra Costituzione
antifascista”, ha rivendicato la segretaria Pd Elly Schlein. Seguita dal leader
M5s Giuseppe Conte: “Raccogliamo il vostro appello. I numeri della
partecipazione sono incredibili. Dobbiamo scrivere un programma insieme e
condividerlo. E dobbiamo ascoltare voi per interrogarci su questo percorso,
perché ormai i tempi iniziano a essere definiti. Questo è un avviso di sfratto a
chi si trova oggi a Palazzo Chigi”, ha rivendicato il presidente M5s, che poco
prima in conferenza aveva aperto sulle primarie
“Al governo c’è chi vuole mettersi a riparo dalle inchieste”, ha poi aggiunto lo
stesso Conte, tornando a rivendicare le dimissioni del sottosegretario alla
Giustizia Andrea Delmastro. “Ora è importante non disperdere la straordinaria
occasione che questo voto ci mette tra le mani”, ha sottolineato pure Nicola
Fratoianni, segretario di Sinistra italiana e deputato Avs, che ha anche
invitato gli alleati a “prendere un impegno solenne con il Paese: l’alternativa
parta da qui. E impegniamoci quando governeremo a non cambiare la Costituzione,
ma ad attuarla”. Ad attaccare Meloni è invece Angelo Bonelli (Verdi/Avs): “Di
fronte a un voto così netto, affermare che ‘si andrà avanti con determinazione’
è sbagliato. Serve rispetto per il voto degli italiani. Non si può proseguire
con la riforma del premierato che marginalizza il Presidente della Repubblica,
né con politiche economiche e sociali che hanno aumentato la povertà, né con un
allineamento alle politiche di Trump che stanno portando il mondo verso una
pericolosa escalation. Abbiamo la responsabilità di dare una prospettiva a
questa grande mobilitazione”.
Promesse di fronte alle quali la piazza risponde con applausi e il coro ‘unità,
unità’, prima dell’abbraccio dei leader del campo progressista a favore di
telecamere. Per una sera, dopo la prima sconfitta reale del governo Meloni,
nessuno sembra volersi tirare più indietro.
L'articolo Referendum, il fronte (unito) del No festeggia in piazza a Roma:
slogan contro Meloni e cori a difesa della Costituzione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Elly Schlein
“Abbiamo vinto, c’è una maggioranza del paese che ha fermato una riforma
sbagliata. Una vittoria che è ancora più bella perché partivamo da una sconfitta
annunciata. E invece abbiamo ribaltato quell’esito. Tra le nuove generazioni,
tra i 18 e i 34 anni, il No ha vinto col 61%. I giovani hanno fatto la
differenza e l’hanno fatta nonostante gli sia stato sottratto il diritto a
votare fuorisede”. Così Elly Schlein ha commentato la vittoria del No al
Referendum, sottolineando, tra le altre cose, che “ci sono più elettori di
destra che hanno votato no che non il contrario”.
Ringraziando tutti i cittadini che hanno votato contro la riforma, Schlein ha
continuato: “È stato un no a una riforma sbagliata e dannosa, ma penso sia stato
un no anche all’arroganza del governo che voleva cambiare la Costituzione da
solo, che ha blindato una riforma senza accettare che venisse cambiata nemmeno
una virgola”.
“Voglio dire anche che non è stato un voto di conservazione, ma consapevole che
non ogni cambiamento migliora la vita dei cittadini”, ha proseguito, parlando
anche di “messaggio politico chiaro a Meloni e al governo” che ora devono “fare
ciò che hanno smesso di fare, ascoltare il paese e le vere priorità”.
“Questo voto è anche un messaggio per noi – ha concluso – gli italiani difendono
la propria costituzione antifascista e vogliono una politica che la rispetti e
la attui, non che la stravolga. Col voto di oggi il paese chiede anche
un’alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzare questa speranza”.
L'articolo Referendum, Schlein esulta per la vittoria del No: “I giovani hanno
fatto la differenza nonostante gli sia stato tolto il diritto a votare
fuorisede” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Referendum Giustizia
—% SÌ
NO —%
È il giorno dei sorrisi che vanno oltre la netta vittoria del No. Supportato
dall’affluenza che ha gonfiato i numeri, fissando a quasi 14,5 milioni i voti
dei contrari alla riforma, quasi 2 milioni di scarto, il centrosinistra
festeggia guardando al futuro. Tutto da costruire, sia chiaro. Ma è un punto di
partenza, il successo limpido del referendum. I leader di Pd e M5s – così come
Avs – lo hanno ben chiaro in mente e ragionano su cosa accadrà da domani, su
come capitalizzare il successo e le sue dimensioni inattese. Elly Schlein e
Giuseppe Conte parlano a distanza, ma esprimono gli stessi concetti. Punto
primo: il voto è un messaggio politico al governo. Punto due: il campo largo
deve iniziare a guardare alle prossime elezioni, parlando di programmi. E c’è
un’apertura totale alle primarie per scegliere il leader della coalizione.
La base la butta il presidente del Movimento Cinque Stelle: “Ci apriamo alla
prospettiva delle primarie, che siano veramente aperte come occasione per i
cittadini di contribuire a una discussione ampia per individuare il candidato o
la candidata più competitivo e il migliore interprete del programma”, dice
appena si delinea la vittoria. Schlein raccoglie: “Ho sempre detto che in caso
di primarie sarei stata disponibile”. Un’apertura, netta. Con un percorso da
costruire: “Troveremo insieme le modalità per la costruzione del programma,
andando verso di loro. Discuteremo di tutto. Modalità, tempi. Continuiamo a
essere testardamente unitari. Batteremo Giorgia Meloni alle prossime elezioni
Politiche”, dice la segretaria dem tutto d’un fiato.
È la stessa strada indicata da Conte: “Oggi c’è un fatto nuovo. Questa primavera
democratica all’insegna della partecipazione”, aveva iniziato indicando nelle
primarie “il metodo migliore” per scegliere il leader della coalizione. “Non le
segreterie di partito. Questa affluenza sta a significare che i cittadini
vogliono scegliere e partecipare. Prima il programma, poi il percorso e poi
individueremo l’interprete”, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio definendo
“prematura” la sua presenza. “È una decisione che va presa con la mia comunità
ma è giusto ci sia un rappresentante della comunità Cinque Stelle sennò che
primarie sarebbero?”. E ha fatto i complimenti a Schlein: “Ha fatto un grande
lavoro: dopo la stagione di Letta il Pd era un po’ fissato sull’agenda Draghi e
questo ha fatto un po’ deragliare il partito”, mentre lei “lo ha compattato e le
va dato atto”, definendo poi “giusto” che si candidi alle primarie.
Si vedrà. Intanto è tempo di chiarire che il voto è andato oltre il semplice
“no” alla riforma della giustizia. “È stato un No alla riforma, ma penso in
parte anche all’arroganza di un governo che voleva cambiare la Costituzione da
solo, non accettando che fosse cambiata nemmeno una virgola nel dibattito
Parlamento”, ha chiarito Schlein chiedendo ora di “restate mobilitati” per
“costruire insieme nei prossimi mesi l’alternativa”. Dalle dimensioni della
partecipazione, “inattesa” secondo la leader dem, “arriva un messaggio politico
chiaro a Meloni e al governo: ascoltino il Paese e le vere priorità”, attacca ed
elenca caro vita e caro energia, le politiche industriali e la salute. “Ma è
anche un messaggio per noi – aggiunge – Gli italiani difendono la Costituzione e
vogliono una politica che la attui. Il Paese chiede un’alternativa e noi abbiamo
la responsabilità di organizzarla”.
Anche perché la “chiara, sonora, vittoria del No” – avvisa Conte – è un “avviso
di sfratto al governo”. Entrambi sottolineano come il successo sia arrivato in
rimonta e perfino che la giustizia si possa riformare, ma non così. Schlein
sottolinea come i giovani abbiano “fatto la differenza”, nonostante il diritto
di voto negato ai fuorisede. “Si apre una nuova stagione, una nuova primavera
politica dove i cittadini sono protagonisti, vogliono voltare pagina e chiedono
nuova politica più attenta alle persone e meno a tutelare i politici dalle
inchieste”, rimarca Conte che ha marciato compatto con il suo partito. Qualche
distinguo, invece, c’era stato nel Partito Democratico con l’ala riformista che
aveva annunciato il proprio voto per il Sì, a iniziare da Pina Picierno. La
segretaria glissa: “Voglio ringraziare il Pd che si è mobilitato compatto. I
nostri sono stati i più compatti sul No, rispetto ai partiti del centrodestra
sul Sì”.
Conte, invece, non chiude a Italia Viva quando si parla di perimetro
dell’alleanza: “Verrà definito rispetto ai programmi, alla politica estera, alla
giustizia, alle politiche sul lavoro, alla sanità. Ci confrontiamo costantemente
con i leader. Questa è una vittoria delle forze progressiste che hanno spinto
per il No. Ci confronteremo e vedremo chi genuinamente è disponibile davvero e
ha tutte le carte per poter partecipare”. Da domani, dice Nicola Fratoianni,
co-portavoce di Alleanza Verdi Sinistra, “cambia la musica” e sposa la necessità
di iniziare a guardare alle Politiche: “Mettiamo in campo un’alternativa,
prendiamoci un impegno, invece di cambiare la Costituzione impegniamoci per
attuarla. Se a partire da domani le opposizioni costruiscono una proposta
coraggiosa e la fanno vivere non solo nel Palazzo ma anche nel Paese, penso che
questo voto possa rappresentare un passo decisivo”.
L'articolo Referendum, Schlein e Conte: “Chiaro messaggio politico. Il Paese
chiede un’alternativa”. E aprono alle primarie proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo il caso Salerno, esplode il caso Portici (Napoli). Sono le città campane
dove il Campo Largo dell’elezione di Roberto Fico sta abortendo in partenza. A
Salerno c’è Vincenzo De Luca che corre da solo e contro tutto e tutti, contro Pd
e M5s e l’universo mondo. A Portici da poche ore è ufficiale la candidatura a
sindaco di Fernando Farroni, il renziano leader di una coalizione che spazia da
Casa Riformista ad Avs a Mastella ai Cinque Stelle, fino ai socialisti e a
diverse civiche. Dove però manca il Pd dell’ex senatore Vincenzo Cuomo, il
sindaco di quattro mandati a Portici, che nel 2022 fu eletto con percentuali da
regime comunista e ora aspira a scegliersi il successore.
Anche qui il problema è serio. Perché Farroni, a leggere le dichiarazioni del
parlamentare locale M5s Alessandro Caramiello, è stato scelto a valle di un
percorso al quale ha dato il suo assenso anche Fico. Ma il presidente della
Campania ha tra i suoi assessori Cuomo, al quale ha assegnato deleghe pesanti,
governo del territorio e patrimonio. Per entrare in giunta con Fico, Cuomo si è
dimesso da sindaco subito dopo le elezioni regionali, affrontando il rischio di
un ricorso su una presunta incompatibilità non sanata in tempo, presentato
dall’ex consigliere regionale leghista Carmela Rescigno. Ed è per questo che
Portici torna al voto con un anno di anticipo.
Farroni fu vice sindaco di Cuomo quasi dieci anni fa, ma la sua candidatura
odierna nasce da una richiesta di discontinuità, e nel solco dei pessimi
rapporti tra l’ex primo cittadino e i pentastellati di Portici, nati quando Pd e
M5s erano su barricate opposte e proseguiti anche quando i due partiti hanno
iniziato ad allearsi per andare insieme al governo nazionale e regionale.
Lo stesso ingresso di Cuomo nella giunta Fico ha trovato ostacoli sotterranei
nel M5s di Portici. Rimostranze che non hanno trovato sponda sul tavolo della
decisione finale. Cuomo era stato designato dal deputato Marco Sarracino, che in
Campania è sinonimo di Elly Schlein. Fico, espressione di un accordo di ferro
tra Schlein e Conte con la benedizione del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi,
ha preso atto: non si rischia la tenuta del governo di una regione di 6 milioni
di abitanti per spegnere un conflitto in una città di 52mila anime.
Ed allora, registrata la storica debolezza del centrodestra, che nel 2022 non fu
capace nemmeno di eleggere il candidato sindaco, sarà battaglia tra Farroni e il
candidato del ‘campo Cuomo’. Composto dal Pd e dalle forze civico-politiche che
nel 2022 lo elessero con l’81,74% al primo turno, roba da guinness dei primati.
Va ancora individuato. Nel frattempo si sanno già quasi con certezza i nomi di
due candidati al consiglio comunale nelle liste dem. Si tratta di Pietro e
Annamaria Cuomo. Sono fratello e sorella. Sono i figli di Vincenzo Cuomo.
L'articolo Il Campo Largo nasce monco del Pd anche a Portici (Napoli).
Coalizione in rotta con l’ex sindaco dem ora in giunta con Fico proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Gli italiani hanno il diritto ad avere una presa di posizione chiara di Giorgia
Meloni, ma non dopo il referendum, la pretendiamo subito”. La segretaria del
Partito Democratico Elly Schlein si rivolge direttamente alla premier per
chiedere un suo intervento in merito alla vicenda che coinvolge il
sottosegretario alla Giustizia del suo governo e del suo partito. Schlein lo fa
con una nota molto dura, in cui collega il caso Delmastro alle urne del 22 e 23
marzo. Testuale: “È impressionante la disinvoltura con cui il sottosegretario
alla giustizia Delmastro, uno dei massimi sostenitori della riforma Nordio su
cui gli italiani voteranno tra pochi giorni, si ritrova dal notaio con altri
esponenti politici di Fratelli d’Italia, la vice presidente della regione
Piemonte, assessori e consiglieri comunali di Biella, per fondare una società di
ristorazione insieme a una ragazza di 18 anni figlia di un uomo già
precedentemente indagato e poi condannato per mafia per aver fatto da prestanome
per il clan Senese, ben noto nella scena criminale romana”.
Poi il riferimento diretto alla presidente del Consiglio, che secondo quanto
riportato dal Fatto di oggi sarebbe furiosa per la questione in cui è coinvolto
Delmastro: “Apprendiamo dalla stampa che Giorgia Meloni sarebbe a conoscenza dei
fatti addirittura da un mese. Gli italiani – attacca – hanno il diritto ad avere
una sua presa di posizione chiara, ma non dopo il referendum, la pretendiamo
subito. Delmastro, già condannato per aver rivelato informazioni coperte da
segreto a Donzelli che le ha usate per attaccare le opposizioni in aula –
ricorda la leader dem – non poteva non sapere chi fosse la 18enne scelta come
amministratrice unica della società che stava fondando, società che a quanto
pare non aveva nemmeno dichiarato come da obblighi di trasparenza. Meloni la
smetta di difendere i suoi – conclude – e cominci a difendere la dignità delle
istituzioni e gli interessi italiani”.
Ancora più netta la posizione del presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe
Conte, che chiede direttamente alla presidente del Consiglio di far dimettere il
suo sottosegretario: “Questi sono i nostri membri del governo. Stiamo parlando
del sottosegretario alla giustizia. Meloni in tutto questo cosa fa? – chiede
l’ex premier, parlando microfoni del Tg3 – Continuerà a tacere anche su questo?
Meloni: se vuoi rivendicare il primato della politica, fai dimettere i vari
Delmastro, i vari Santanchè”. Nel frattempo, gli atti dell’inchiesta sugli
affari del clan romano dei Senese, che sono stati associati al caso di una ex
società del sottosegretario Andrea Delmastro, sono già in Commissione
parlamentare antimafia. È quanto apprende l’Ansa da fonti informate, secondo cui
la prossima settimana le richieste dell’opposizione per un’audizione dello
stesso sottosegretario saranno valutate in ufficio di presidenza. Ci sarebbe
quindi la volontà condivisa – trapela da ambienti della Commissione – di
chiarire la questione senza alcuna intenzione di tirarsi indietro.
L'articolo Caso Delmastro, Elly Schlein: “Meloni prenda posizione prima del
referendum, non dopo”. Conte: “Lo faccia dimettere” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Dai leader di Pd, M5s e Avs, passando per i diversi comitati del No, fino a
intellettuali, personaggi dello spettacolo, attori e cantanti. Il fronte del No,
in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla riforma Nordio,
si è riunito a Roma, per l’evento di chiusura della campagna referendaria, dopo
diverse settimane di tensioni, fake news dal fronte del Sì, attacchi contro la
magistratura da parte degli esponenti del governo e della maggioranza.
“In gioco c’è la difesa della Costituzione. Diciamo No ai giudici sotto il
governo”, hanno rilanciato da Piazza del Popolo. Sotto una lieve pioggia, alla
manifestazione organizzata dal comitato della società civile per il No al
referendum hanno partecipato il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini
e i leader del Pd, M5S, Avs, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e
Nicola Fratoianni. Tutti uniti per l’ultimo miglio della campagna referendaria,
insieme ad associazioni come Anpi e Arci. E nella speranza che dalle urne
arrivi, oltre alla bocciatura della legge Nordio, anche una spallata al governo,
nonostante Meloni abbia più volte chiarito di non voler lasciare nel caso di
vittoria del No.
“Difendiamo la nostra bella Costituzione, che come tutte e tutti noi è una
Costituzione antifascista“, ha ribadito la segretaria dem. E ancora: “Questa
riforma la vuole un governo che pensa che chi prende un voto in più non deve
essere giudicato. Se vince il No ci evitiamo una riforma pericolosa e sbagliata
per i cittadini”, ha continuato a margine, prima di incrociare nel retropalco il
presidente del M5s Conte, con cui si era scambiata l’abbraccio davanti ai
fotografi e ai cronisti.
“La giustizia può migliorare, ma non mettendo i giudici sotto il governo. A
questo diciamo No”, ha continuato Schlein. Mentre Conte ha aggiunto: “Ci
vogliono far tornare indietro nel tempo, all’Ancien Regime, quando c’era un
monarca sovraordinato a tutti i cittadini e non sottoposto alla legge. E invece
la legge è uguale, anche per i politici. Questa è una riforma truffa per
consentire alla politica di impossessarsi degli organi di autogoverno della
magistratura. Ma noi non ci caschiamo”.
“Dobbiamo comunicare a Carlo Nordio, Giorgia Meloni e alla maggioranza di
governo che neanche in Ungheria hanno scritto che i giudici non sono liberi,
neanche nella Repubblica iraniana. Quando vuoi colpire l’indipendenza dei
giudici non lo scrivi da nessuna parte, lo fai”, ha precisato Nicola Fratoianni.
Mentre Angelo Bonelli ha sottolineato: “C’è una inarrestabile avanzata del No,
perché c’è una inarrestabile indignazione del popolo italiano, degli italiani,
di fronte alle bugie inaccettabili della presidente del Consiglio, che si
dovrebbe vergognare per quello che ha detto in questi giorni, affermare che se
vincerà il No verranno liberati stupratori, pedofili, spacciatori. Una vergogna
che in qualunque altro paese civile avrebbe accompagnato la presidente del
Consiglio verso le dimissioni”.
“Lo dico già adesso: il giorno dopo il referendum noi, tutti quelli che hanno
lavorato insieme, avanzeremo proposte concrete per una vera riforma della
giustizia”, ha avvertito Landini. Mentre Enrico Grosso, presidente del comitato
Giusto Dire No, si è detto fiducioso in vista del voto: “Senza clamore e senza
slogan siamo riusciti a far passare qual è la vera partita di questo referendum:
c’è un attentato all’autonomia e all’indipendenza della magistratura. Siamo
fiduciosi perché abbiamo la forza tranquilla delle nostre buone ragioni”. A
chiudere l’evento, infine, le note e le parole di Daniele Silvestri che regala
alla piazza un inedito, sulle note di un pianoforte: “Un Paese di sana e robusta
Costituzione”.
L'articolo Referendum, a Roma la chiusura della campagna per il No. L’appello
dei leader di Pd, M5s e Avs: “Andiamo a votare, in gioco c’è la difesa della
Costituzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La legge sul salario minimo della Regione Puglia rischia di trasformarsi in una
beffa per i lavoratori: paga oraria più alta ma monte ore tagliato, con la
conseguenza di meno servizi per i cittadini pugliesi e salario mensile da fame
per i lavoratori. Che ora sono sul piede di guerra, hanno mobilitato il
sindacato e interpellano il centrosinistra pugliese, che della norma regionale
sul salario minimo aveva fatto un caso nazionale, battendo anche il Governo
Meloni davanti alla Corte Costituzionale. Facciamo un passo indietro, all’estate
2023, quando fecero scalpore le interviste di alcuni lavoratori. In una mano i
contratti, nell’altra mano pochi spiccioli: tre monete da 1 euro e tre monete da
20 centesimi: in totale 3,60 euro l’ora, quanto la Regione Puglia pagava gli
addetti al portierato e alla custodia delle proprie sedi. “Un caporalato
legalizzato” fu la definizione di quei lavoratori, tra cui Marco Porpora, in
servizio presso la struttura regionale del Convitto Palmieri di Lecce.
Anche da lì partì l’iniziativa legislativa per il salario minimo, presentata da
un consigliere regionale del Pd poi prematuramente scomparso, Donato Metallo.
Una legge semplice: nessun appalto della Regione Puglia poteva prevedere una
paga oraria inferiore ai 9 euro l’ora. Una norma varata dal consiglio regionale
targato Michele Emiliano nel novembre 2024 e subito impugnata dal Governo
Meloni, che chiese alla Corte Costituzionale di annullarla. Un anno dopo, però,
il 16 dicembre 2025, la sentenza 188 della Corte fu di segno opposto: il ricorso
del governo era inammissibile, la norma pugliese del tutto valida. Il
centrosinistra diede fuoco alle polveri: “Meloni ha fallito” disse la segretaria
del Pd Elly Schlein, invitando la premier a “approvare subito la proposta delle
opposizioni sul salario minimo”, mentre il vicepresidente M5S Mario Turco
sottolineò che “fissare una soglia minima inderogabile che stabilisca il confine
tra lavoro e sfruttamento è un obiettivo imprescindibile” e il segretario Avs
Nicola Fratoianni parlò di “un ceffone al governo, che continua a affossare ogni
provvedimento che restituisce dignità ai lavoratori”. Idem la politica
regionale: Michele Emiliano parlò di “una vittoria importantissima” e l’allora
presidente del consiglio regionale Loredana Capone disse che “la Puglia anticipa
e dà il buon esempio”.
Tre mesi dopo, però, la realtà si presenterebbe diversa: il nuovo bando per i
servizi di custodia e portierato prevede sì il salario minimo di 9 euro ma
prevede anche il taglio dei servizi con un monte ore previsto di 1.152 ore
mensili. “Oggi con il vecchio capitolato il monte ore è di 1.738, che significa
lavoratori full time a 40 ore settimanali” spiega ancora Marco Porpora,
lavoratore e rsa. “Ovviamente c’è la clausola sociale, cioè nessun lavoratore
viene lasciato a casa, e ci mancherebbe altro: ma questo significa che noi
lavoratori passeremmo da 40 a 25 ore settimanali, con uno stipendio mensile di
poco più di 700 euro. E che abbiamo concluso?”. La vicenda non è semplice: i
servizi di alcune sedi regionali (ad esempio il Museo Castromediano di Lecce)
sarebbero stati definiti “opzionali” e quindi eliminati dal capitolato, con il
conseguente taglio del monte ore complessivo. Il sospetto che serpeggia tra i
lavoratori è che l’operazione serva a emanare in seguito un nuovo bando per
creare un bacino di nuove assunzioni.
Chi si rifiuta di parlare per ipotesi però è il sindacato. “Abbiamo ricevuto
questa segnalazione e abbiamo subito chiesto chiarimenti alla Regione Puglia”
spiega Barbara Neglia, segretaria regionale della Filcams-Cgil, che in effetti
l’11 marzo ha protocollato insieme alla Fisascat-Cisl una richiesta di incontro
al dirigente responsabile della gara in scadenza l’8 aprile, Mario Lembo (una
richiesta analoga è stata depositata anche dall’Usb). Non è chiaro al momento
quale sia l’assessore che debba occuparsene: la delega al personale è nelle mani
di Sebastiano Leo, le sedi da vigilare appartengono all’assessorato alla
cultura, guidato da Silvia Miglietta, la gara d’appalto è stata bandita dalla
segreteria generale della presidenza. Probabile quindi che tocchi direttamente
al neo governatore Antonio Decaro sbrogliare la matassa e tenere fede
all’impegno del salario minimo senza che questo si trasformi in una beffa per le
tasche dei lavoratori.
L'articolo Puglia, il salario minimo rischia di diventare una beffa: i 9 euro ci
sono, ma la Regione taglia il tempo di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho apprezzato l’apertura della presidente Meloni sulla nostra proposta sulle
accise mobili che abbiamo avanzato, ma i giorni stanno scorrendo e intanto
continuano a pagare gli italiani. Gli italiani non vogliono pagare le guerre
illegali di Trump e Netanyahu“. Lo ha detto Elly Schlein, segretaria del Pd,
parlando a margine di un’iniziativa per il No al referendum a Bologna. “Questa
guerra illegale si fermi quanto prima – ha aggiunto – le sue conseguenze
economiche pesano già drammaticamente sul nostro Paese. Il regime brutale di
Teheran deve fermare i suoi attacchi e le sue ritorsioni, ma noi pretendiamo che
il governo chieda anche a Trump e Netanyahu di fermare questi attacchi. Serve un
cessate il fuoco immediato. Chiediamo al governo di escludere già da ora che
qualora Trump chiedesse supporto per gli attacchi militari all’Iran,
l’autorizzazione all’utilizzo delle basi, perché sarebbe in chiaro contrasto con
l’articolo 11 della nostra Costituzione”.
L'articolo Iran, Schlein: “Gli italiani non vogliono pagare le guerre illegali
di Trump e Netanyahu” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ma vi pare normale che la presidente del Consiglio dica che, se passa il No, ci
saranno più stupratori liberi e i bambini saranno strappati alle madri? Ma pensa
che gli italiani siano stupidi?“. Con queste parole la segretaria del Pd Elly
Schlein attacca frontalmente la premier Giorgia Meloni durante la sua
partecipazione a In altre parole, su La7. L’occasione è il referendum
costituzionale sulla giustizia in programma il 22 e 23 marzo: Schlein risponde
alle dichiarazioni di Meloni, che nei giorni scorsi ha sostenuto che una
vittoria del No porterebbe a “più stupratori e pedofili in libertà”, immigrati
illegali rimessi in strada e “figli strappati alle madri” per decisioni
giudiziarie contestate, come quella della famiglia nel bosco.
Schlein definisce queste affermazioni una “grave strumentalizzazione” e ribalta
l’accusa: “A dirla tutta, se c’è qualcuno che ha liberato uno stupratore che era
stato arrestato e che la magistratura voleva assicurare alla giustizia, è questo
governo che ha riportato Al-Masri, un torturatore e stupratore libico, a spese
degli italiani con un volo di Stato a continuare a fare i suoi loschi affari e
crimini in Libia”.
La segretaria dem prosegue sul tema della tutela delle donne e delle vittime di
violenza sessuale: “A proposito di non rischiare di avere più stupratori liberi
in giro: tempo fa ho telefonato a Giorgia Meloni e abbiamo fatto un accordo per
una legge che finalmente dicesse in Italia che ogni atto sessuale fatto senza il
consenso è stupro. Avevamo fatto un accordo, l’abbiamo votato all’unanimità alla
Camera, quattro giorni dopo Meloni e la destra hanno strappato quell’accordo e
hanno presentato la legge Bongiorno che toglie il consenso, lo sostituisce col
dissenso e rischia di essere un passo indietro nella tutela delle donne e delle
vittime di stupro”.
Schlein cita poi un episodio negli Stati Uniti per contestare l’indignazione
selettiva della premier: “Allora, se parliamo dei bambini strappati alle madri,
ma perché Giorgia Meloni non ha sentito l’esigenza di dire nulla quando Trump a
Minneapolis ha permesso agli agenti dell’Ice di strappare un bambino di cinque
anni alla madre e di usarlo come esca per tirarla fuori di casa e arrestarla?”.
La segretaria Pd conclude con una critica al cuore della riforma Nordio: “Noi
non abbiamo bisogno di sentire strumentalizzazioni costanti per attaccare e
delegittimare i giudici. Però non sono stupita, perché la verità l’ha detta la
capo di gabinetto del ministro Nordio Bartolozzi in questi giorni, quando ha
detto votate sì per toglierci di mezzo la magistratura. Poi – chiosa – ha detto
che non intendeva tutta la magistratura. Appunto, è questo il problema: un
governo che pensa di poter scegliere chi fa il giudice e chi no, a seconda che
gli piacciono o meno le decisioni che prendono“.
L'articolo Referendum, Schlein a La7: “Stupratori liberi col No? Ma Meloni pensa
che gli italiani siano stupidi? È il suo governo ad aver rimpatriato Al-Masri”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“L’appello all’unità di Giorgia Meloni è durato giusto un paio d’ore ed è
arrivato con dodici giorni di ritardo“. Sono le parole pronunciare dalla
segretaria del Pd Elly Schlein, intervenuta questa mattina a Non Stop News su
Rtl 102.5, dove ha accusato la presidente del Consiglio di aver vanificato in
poche ore l’appello all’unità nazionale lanciato in Aula alla Camera sulle
ricadute della crisi in Medio Oriente.
“Ho dovuto iniziare il mio intervento chiedendole di posare la clava – ha
proseguito Schlein – perché è tornata in lei e ha passato più tempo ad attaccare
le opposizioni che a parlare della crisi e delle gravi conseguenze economiche.
Pensi al costo dei carburanti, che anche nel nostro Paese è arrivato sopra i due
euro”.
La leader dem ha ribadito la sua disponibilità al dialogo: “È chiaro che io sono
in costante contatto con il governo: anche in queste ore lo sono stata con il
ministro Crosetto, ieri con Tajani e la scorsa settimana anche con altri
ministri. Noi ci siamo in qualsiasi momento, il nostro numero ce l’hanno. Noi
saremmo disponibili, lo ha ribadito anche il nostro capogruppo al Senato
Boccia“.
Ha però ribadito: “Questo appello è arrivato un po’ in ritardo e mi pare che,
dopo giusto un paio d’ore, abbia cambiato orientamento, perché altrimenti non
sarebbe arrivata alla Camera attaccando così duramente le opposizioni”.
Al centro dell’intervento della segretaria del Pd, c’è il caro carburanti: “Noi
abbiamo dimostrato di essere sempre pronti a fare la nostra parte. Sabato
scorso, proprio su questo tema che gli italiani stanno affrontando mentre sono
in fila per fare benzina, con il petrolio che ha sfiorato i 100 dollari al
barile e le borse europee che hanno bruciato 900 miliardi in pochi giorni, io ho
proposto di attivare il meccanismo delle accise mobili, che è già previsto ma
non è mai stato attuato“.
E ha spiegato la sua ricetta: “Quando i prezzi della benzina aumentano in modo
vertiginoso, non solo crescono gli extraprofitti dei petrolieri, ma aumenta
anche il gettito Iva che entra nelle casse dello Stato. Questo meccanismo
consente di restituire subito ai cittadini e alle imprese quell’extra gettito
Iva, abbassando le accise per tutti. È una cosa molto concreta che il governo
può fare immediatamente“.
Schlein ha concluso: “Avevo apprezzato l’apertura di Giorgia Meloni a questa
proposta e speravo che venisse attivata già nel Consiglio dei ministri di due
giorni fa. Purtroppo, non è ancora successo. Ieri le ho chiesto di sbrigarsi,
perché le persone si sono già trovate, in alcune parti del territorio a pagare
più di due euro al litro per diesel o benzina, addirittura a Milano fino a 2,06
euro. Le conseguenze di questa guerra decisa da Trump e Netanyahu, si sommano a
quelle già dannose dei dazi della guerra commerciale che purtroppo
l’amministrazione americana ha lanciato verso l’Europa”.
L'articolo Schlein: “L’appello all’unità di Meloni è arrivato con 12 giorni di
ritardo ed è durato solo 2 ore” proviene da Il Fatto Quotidiano.