“Noi vorremmo parlare di sicurezza vera, non delle bandierine per coprire i
fallimenti. Vorremmo parlare della sicurezza del Sud colpito dal ciclone Harry”,
“dei sindaci lasciati soli”. “Di fronte a danni di 2,5 miliardi di danni, 100
milioni non sono una cifra all’altezza, neanche un principio. Il governo è
arrivato tardi mentre frane e allagamenti mettevano in ginocchio i territori, si
sono persi giorni preziosi”. “Giorgia Meloni ha abbandonato il Sud, con tagli,
ritardi e definanziamenti”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein
nell’Aula della Camera dopo l’informativa del ministro Nello Musumeci. “Davanti
ai cambiamenti climatici che colpiscono con sempre maggiore intensità, avete
proposto l’ennesimo condono edilizio. Fermatevi. Facciamo una legge contro il
consumo di suolo”. Inoltre “abbiamo chiesto di usare il miliardo per il Ponte”
ed è “irresponsabile la vostra impuntatura” nel non farlo”.
L'articolo Nubifragi e alluvioni, Schlein contro Meloni: “Ha abbandonato il Sud
Italia. Fate condoni edilizi invece di investire in prevenzione” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
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“Il Comitato del Sì per il referendum sulla giustizia dice che i violenti di
Torino votano No? Oggi veramente è arrivata una nota dei neofascisti di Casa
Pound, che dicono che votano Sì. E lo slogan è “Falli piangere, vota Sì”.
Quindi, mi sembra che quelli che votano Sì non siano ben accompagnati“. Sono le
parole pronunciate a Dimartedì (La7) dalla segretaria del Pd Elly Schlein,
commentando la card social che è stata diffusa Comitato “Sì Riforma” e che
collegava i responsabili dell’aggressione a poliziotto negli scontri di Torino
al fronte del No al referendum.
Schlein osserva: “Questa è la dimostrazione di come questo utilizzo sia del
tutto strumentale. Davanti a fatti gravi le istituzioni devono unire e non
dividere”.
La leader del Pd commenta poi un montaggio che unisce le dichiarazioni del
ministro della Giustizia Carlo Nordio, della senatrice e responsabile Giustizia
della Lega Giulia Bongiorno e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Se
il Guardiasigilli e la parlamentare leghista smentiscono che la riforma Nordio
renda la giustizia più veloce ed efficiente, Meloni dice il contrario.
Schlein commenta sorridendo: “Si mettessero d’accordo tra di loro, le persone
non si fanno prendere in giro. Questa riforma, lo dice Nordio, non renderà più
efficiente la giustizia per i cittadini italiani, non renderà più veloci i
processi, non assumerà 12mila precari della giustizia che il governo rischia di
lasciare a casa da giugno. Allora a chi serve questa riforma? L’ha detto molto
chiaramente Meloni – spiega – quando la Corte dei Conti ha bocciato il ponte
sullo Stretto di Messina. Meloni ha detto: questa è una intollerabile invadenza,
adesso vi facciamo vedere chi comanda. Questa riforma è voluta da un potere che
vuole le mani libere e pensa che prendere un voto in più alle elezioni li
legittimi a non essere mai giudicati“.
E aggiunge: “Questa è una riforma che non serve ai cittadini. Difendere la
Costituzione serve ai cittadini, perché l’indipendenza della magistratura è a
vantaggio di chi da solo non ha voce, non ha soldi e non ha potere per far
valere le proprie ragioni. Sbaglia chi pensa che sia un referendum sui
magistrati, è un referendum sui diritti di tutti e tutte noi come cittadini –
conclude – La magistratura è indipendente proprio a garanzia di chi altrimenti
non può far valere la sua voce anche davanti agli abusi del potere.
L’indipendenza della magistratura è un valore costituzionale da difendere a
tutela di tutti i cittadini”.
L'articolo Referendum, Schlein sulla card dei Sì coi violenti di Torino:
“Casapound voterà come loro, non sono ben accompagnati”. Su La7 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Il nervosismo, tra i senatori di opposizione, dopo la capigruppo in Senato che
trasforma l’informativa del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, in
comunicazioni, è palese. Perché mercoledì 4 febbraio ci sarà un voto che
certificherà che Pd, M5S e Avs sono contro il governo sulla lettura dei fatti di
Torino e contro le ricette sulla sicurezza targate Giorgia Meloni. Una posizione
che la premier cercherà di usare per sostenere che manca la condanna delle
violenze, approfittando del fatto che Elly Schlein ha chiesto unità. Nella tarda
serata di martedì i partiti hanno cominciato a lavorare su una risoluzione
comune per mercoledì. Non impresa facilissima: i Cinque Stelle hanno già pronta
una propria bozza, con dei punti considerati importantissimi (assunzioni,
stipendi, investimenti, presidio del territorio, revisione della riforma Nordio
e Cartabia), il Pd insiste per scrivere il meno possibile, per non addentrarsi
nelle norme e di certo ha delle difficoltà sulla revisione della Cartabia.
Intanto, però, un punto i tre partiti hanno cercato di segnarlo insieme.
Mercoledì in Senato, infatti, è prevista un’informativa anche del ministro Nello
Musumeci su Niscemi. E le opposizioni hanno chiesto che anche questa venisse
trasformata in comunicazioni con voto. La capigruppo – a maggioranza, come a
maggioranza aveva votato su Piantedosi – ha detto no. Tra i presenti ci sarebbe
persino chi ha detto che il ministro sarebbe in difficoltà a recuperare i dati
sulla frana.
“Al Senato è successa una cosa vergognosa. Strumentalizzando quanto avvenuto a
Torino sabato scorso, governo e maggioranza hanno usato il tema della sicurezza
come una clava contro le opposizioni imponendo di fatto le comunicazioni del
ministro Piantedosi e il conseguente voto delle risoluzioni”, dicono in una nota
i capigruppo di opposizione Francesco Boccia (Pd), Stefano Patuanelli (M5S),
Peppe De Cristofaro (Avs), Raffaella Paita (Iv). “La stessa maggioranza, però,
ha respinto la nostra richiesta di fare rendere al ministro Musumeci
comunicazioni in Aula (con conseguente voto delle risoluzioni) sulla tragica
situazione di Niscemi e di Sicilia, Sardegna e Calabria. La verità è che questa
destra strumentalizza quanto avvenuto a Torino per avallare scorciatoie
autoritarie sulla sicurezza, ma salva dalle loro responsabilità Musumeci e
Schifani”.
Il comunicato congiunto riflette il clima esasperato, che si è registrato per
tutto il giorno alla Camera. Dove le opposizioni in Aula hanno fatto interventi
durissimi dopo il discorso di Piantedosi. Per i dem è intervenuto il
responsabile Sicurezza, Matteo Mauri, con un intervento battagliero: “Piantedosi
è venuto qui non a richiamare a unità di intenti, se non in modo ipocrita, ma a
fare propaganda e strumentalizzare un fatto gravissimo”. Ancora. “Il Pd non ci
sta alle accuse del ministro ai “cosiddetti manifestanti pacifici”, come li
definisce, e alle forze politiche che offrirebbero “complicità e copertura” a
gruppi violenti. Attacca Mauri: “Le persone si fidano delle forze dell’ordine.
Non sono per nulla sicuro, invece, che ci si possa fidare di voi. Perché voi
usate ogni occasione per strumentalizzare persone perbene che manifestano in
modo democratico, parlandone come se fossero tutti dei delinquenti. Noi siamo
qui a difendere le persone che fanno vivere la democrazia e che voi invece
criminalizzate”. Ancora più dura la deputata Cinque Stelle, Chiaria Appendino,
ex sindaca di Torino: “Le violenze fanno schifo, punto e basta. Non può esistere
buonismo o giustificazione con chi utilizza la violenza come strumento politico.
Agli agenti feriti va tutta la mia solidarietà. Ma la destra ci risparmi
lezioncine ipocrite: non sono accettabili strumentalizzazioni da chi giusto ieri
voleva far entrare in Parlamento gruppi neofascisti e dare loro un palco
sfregiando istituzioni e Costituzione, e oggi dichiara guerra alle occupazioni
dimenticandosi che da anni tollera quella di CasaPound a Roma. Non so con che
faccia possano guardarsi allo specchio ormai”.
A sera è Giuseppe Conte che in un video social prova a rovesciare la narrazione
del governo, anche ponendo l’attenzione sui risvolti che potrebbe avere la
separazione delle carriere: “Come mai la presidente del Consiglio si è
precipitata di corsa a richiamare l’attenzione anche mediatica su
quest’episodio, sollecitando la magistratura, addirittura mettendola con le
spalle al muro? Siamo in pieno clima referendario per quanto riguarda la
magistratura”. Tra i parlamentari dem di opposizione, in molti facevano notare
che “CasaPound vota sì”.
Mercoledì 4 febbraio la conta in Senato. A meno di sorprese, dall’opposizione
sulla risoluzione di maggioranza dovrebbe dire no in maniera compatta. Senza
defezioni.
L'articolo Torino, Pd e M5s uniti contro Piantedosi. Ma per la risoluzione
comune la trattativa è difficile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Era stato sperimentato alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti), poi è
stato replicato e ampliato anche ai lavoratori in occasione dei referendum su
cittadinanza e lavoro del giugno del 2025. Adesso però non c’è traccia del voto
per i fuorisede per il prossimo referendum sulla giustizia. Diversamente da
quanto avvenuto nelle scorse consultazioni, infatti, il governo di Giorgia
Meloni non ha previsto nel decreto sulle consultazioni elettorali l’estensione
del diritto di voto agli studenti e ai lavoratori fuorisede. Si tratta di circa
5 milioni di persone che adesso corrono il rischio di non potere esercitare il
loro diritto, a meno di pagare un biglietto aereo o ferroviario di andata e
ritorno per tornare nel loro comune di residenza in occasione del voto.
“Non c’è un motivo al mondo per impedire il voto a 5 milioni di persone. Non c’è
motivo per tornare indietro“, ha detto Elly Schlein nel corso di una conferenza
stampa del Pd per lanciare un appello al governo e alla maggioranza: “Votate i
nostri emendamenti“, ha detto la segretaria dem facendo riferimento alle
proposte presentate al decreto Referendum dal partito in commissione Affari
Costituzionali della Camera. “Siamo in un Paese che ha visto l’astensionismo
andare oltre il 50% alle europee e ad alcune regionali. Pensavamo che fosse un
problema sentito da tutte le forze politiche, evidentemente non è così”, ha
affermato Schlein: “Non è una colpa essere fuorisede. Non c’è un motivo al mondo
per privare del diritto di voto queste persone. Non ci sono scuse e i tempi ci
sono. La sperimentazione è già rodata”, ha concluso.
Una posizione condivisa anche dal Movimento 5 stelle: “Bisogna necessariamente
consentire il voto fuorisede anche al referendum costituzionale di marzo, è un
dovere verso circa 5 milioni di persone che per ragioni di studio, lavoro o
salute si trovano lontano dal luogo di residenza e vogliono votare, partecipare
alla vita pubblica, incidere sul futuro di tutti noi”, dichiara la deputata M5s
Vittoria Baldino, componente della commissione Affari Costituzionali. “In attesa
di una normativa che renda il voto fuorisede permanente – aggiunge – ora è
urgente consentirlo al referendum sulla riforma che vuole legare le mani alla
magistratura e punirla, creando una giustizia di serie A per i potenti e una di
serie B per i cittadini comuni”.
Sia Pd che M5s hanno depositato delle proposte di legge per rendere strutturale
il voto fuorisede. Nel luglio del 2023 la maggioranza ha approvato una legge
delega per regolamentare l’esercizio del diritto di voto anche per i cittadini
temporaneamente distanti dalla loro residenza. Ma il provvedimento si è arenato
ed è rimasto lettera morta. Al Senato è stata anche presentata lo scorso
dicembre una proposta di legge di iniziativa popolare. Su iniziativa di The Good
Lobby Italia, Will Media e la Rete Voto Fuori Sede sono state raccolte oltre
50mila firme per ottenere una legge organica e permanente sul voto fuorisede.
L'articolo Per il referendum non è stato previsto il voto fuorisede. L’appello
di Schlein al governo: “Non si può tornare indietro” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“C’è un dannato bisogno di ricostruire democrazia”. Con queste poche parole
Fabrizio Barca sintetizza al Fatto lo spunto che ha dato vita a “Democrazia alla
prova”, una tre giorni di confronto e studio curati dal Forum Disuguaglianze e
Diversità e dal Palazzo Ducale di Genova, che ospita l’iniziativa che terminerà
domenica 25 gennaio. La cornice è internazionale: interventi su Stati Uniti,
India, Cina e Italia e cinque sessioni in tre giorni, con ospiti tra cui Nadia
Urbinati, Lucio Caracciolo, Evgeny Morozov, Jayati Ghosh e Susan Stokes, e uno
spazio dedicato alle nuove generazioni. Barca lega la tenuta democratica a un
punto concreto: “Non puoi vendere democrazia se c’è disuguaglianza”, dice, “se
non dai alle persone libertà dal dominio e se non gli dai la sensazione che la
loro voce venga ascoltata”. La ricostruzione, insiste, non passa solo da
principi astratti ma da “spazi di confronto”, e la “rivitalizzazione dei
parlamenti”, da politiche pubbliche che “domani mattina possono fermare gli
oligarchi tecnologici e gli oligarchi farmaceutici”.
È qui che, secondo Barca, l’autoritarismo prova a vendersi come scorciatoia:
“Non ti offro granché, ma ti proteggo”. E avverte: “Gli autoritarismi nella
storia sono sempre arrivati al potere quasi sempre attraverso le elezioni ed è
quello che sta avvenendo anche adesso”. La domanda, quindi, è di appetibilità:
“Tu vai da Cesare, cerchi Cesare, non perché ti piace essere comandato”. Ci vai,
dice, quando ti convincono che “non esiste più un’alternativa”. Una storia
raccontata “dal neoliberismo per 30 anni”. Luca Borzani, già presidente della
Fondazione per la cultura di Palazzo Ducale e direttore della rivista “la
Città”, sposta l’obiettivo sul lungo periodo: “La crisi democratica non è di
oggi, procede da oltre un trentennio”, tra neoliberismo, disuguaglianze e
“trasformazioni dello Stato in funzione del mercato”. In questo vuoto, aggiunge,
le componenti neoautoritarie “riescono a organizzare rabbia e rancori” e a
coagulare non solo i “poverissimi” ma anche fasce di ceto medio “sempre più
disorientate”. Per Borzani, pensare di difendere la democrazia senza cambiarla è
un errore di metodo: “Dare forza alla democrazia senza rinnovarla, senza
cambiarne anche dei suoi strumenti, rischia di trasformare una sorta di
nostalgia in strategia”.
All’apertura dei lavori si vedono insieme la sindaca Silvia Salis e la
segretaria del Pd Elly Schlein, fianco a fianco (senza commenti a margine) anche
per raffreddare le ricostruzioni che vorrebbero Salis come possibile alternativa
alla leadership del partito nel perimetro del campo largo. Nel merito, la tre
giorni mette sul tavolo domande circostanziate: che cosa significa oggi
“sovranità del popolo”, come si difendono divisione e bilanciamento dei poteri,
partecipazione e confronto “acceso, informato” quando si concentra ricchezza e
potere. E ancora: come cambiano le decisioni pubbliche nell’era di Big Data,
piattaforme e AI; perché il “non ci sono alternative” ha eroso credibilità;
quali strumenti servono per evitare che l’incertezza venga appaltata alla
scorciatoia autoritaria. Il finale guarda all’Italia: “crisi della
rappresentanza, assenteismo elettorale, indebolimento del Parlamento e dei
livelli elettivi locali, e il nodo di partiti, lavoro e cittadinanza organizzata
nel contendere il senso comune”.
L'articolo “Non ci può essere democrazia se ci sono disuguaglianze”: Barca apre
il convegno a Genova. In platea anche Salis e Schlein proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Da Palazzo Bachelet a Palazzo Pretorio. Il primo, sede del Csm, di cui David
Ermini, 66 anni, è stato vice presidente per cinque anni dal 2018 al 2023, il
secondo, che si trova a Figline Valdarno, in provincia di Firenze, potrebbe
diventare il luogo del suo prossimo incarico di sindaco. Incarico al quale lo ha
candidato il Pd locale per le prossime elezioni di primavera in cui sarà
rinnovato il consiglio comunale di Figline e Incisa Valdarno, un paesone di
oltre 23 mila abitanti dell’area metropolitana fiorentina. Ermini si è detto
lusingato dalla proposta. Che gli consente di tornare nell’agone politico,
costretto a lasciare quando Matteo Renzi, di cui Ermini è stato uno dei
collaboratori più stretti, lo candidò alla vice presidenza del Csm.
Lasciato palazzo Bachelet dopo cinque anni di ribalta e tensioni, Ermini , nel
luglio del 2024, diventa presidente della Spininvest, holding di Aldo Spinelli,
le cui attività sono molto legate al porto di Genova. La nomina suscita un
vespaio di polemiche politiche perché Ermini è stato, su nomina di Renzi,
commissario politico del Pd per la Liguria. Così Ermini è costretto a scegliere
tra Spinelli e la Schlein, sceglie il primo e decide di lasciare la direzione
nazionale del Pd.
Ma ora torna in politica. A partire dalla sua Figline. Dice: “Arriva un momento
nella vita in cui è giusto servire e restituire quanto si è avuto, in cui chi ha
avuto l’onore di ricoprire incarichi di grande prestigio come ho avuto l’onore
di ricoprire io, può dimostrare che le istituzioni, le proprie idee e i propri
valori si possono servire, provando a mettersi al servizio e a disposizione
della comunità di cui sei figli“.
Comunità in cui Ermini, figlio di una delle famiglie più in vista del paese,
frequenta il liceo classico (è compagno di scuola dell’allenatore Maurizio
Sarri), si laurea in giurisprudenza e diventa avvocato penalista sulle orme del
padre. E nel contempo si dà alla politica, prima nella Dc, poi nella Margherita,
diventa presidente del consiglio provinciale di Firenze e si lega a Renzi e al
suo cerchio magico e nel 2013 approda in parlamento. I rapporti con Renzi però
in seguito si rompono. A Ermini non vanno giù le ricostruzioni che l’ex premier
descrive nel libro Il Mostro, edito da Piemme , sul caso dell’avvocato Piero
Amara, al centro di varie inchieste giudiziarie e autore di dichiarazioni – mai
riscontrate – sulla Loggia Ungheria, una presunta loggia massonica segreta.
Volano insulti e persino una querela. Renzi definisce Ermini “una persona
mediocre”. Da candidato a sindaco di Figline e Incisa Valdarno Ermini ha fatto
sapere che intende riprendere il filo interrotto della sua amicizia con Renzi.
Anche perché per vincere le elezioni punta “alla coalizione che guida la Regione
Toscana”, un campo largo in cui un forte peso è ricoperto da Italia Viva.
L’obiettivo è quello di far diventare Figline e Incisa un paese modello sul
piano amministrativo e politico. Con un occhio rivolto a Renzi e l’altro a Elly
Schlein.
L'articolo Il ritorno alla politica di David Ermini: l’ex vicepresidente del Csm
corre da sindaco per il Pd nella sua Figline proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Torre Annunziata è arrivata la commissione d’accesso. La prefettura di Napoli
è insospettita da una informativa della Finanza sui ritardi negli sgomberi degli
immobili pubblici occupati abusivamente, e su un reticolo di parentele e
contatti tra famiglie di pregiudicati e persone vicine all’amministrazione. A
Castellammare di Stabia se la aspettano da un momento all’altro. A maggio hanno
visto tre ras del clan sul palco dei festeggiamenti per la Juve Stabia (messa
qualche mese dopo in amministrazione controllata dal Tribunale per i
condizionamenti del clan nell’indotto), poi a novembre hanno letto su
ilfattoquotidiano.it le intercettazioni di un consigliere comunale di
maggioranza con il cassiere dei boss. Lo chiamava ‘Zio’ e lo invitava ‘a fare
cose importanti insieme’. Parole dette in campagna elettorale, forse c’era
troppa confidenza. Il consigliere si è difeso sostenendo che erano telefonate di
lavoro e non ci sono elementi per non credergli. Poi si è dimesso dopo qualche
settimana, come un altro consigliere che si era ritrovato figlio e nipote
indagati per associazione camorristica.
Ma sulla primavera di speranza e rinnovamento di queste popolose e confinanti
città della provincia di Napoli, incombono ora le nubi di un ritorno
all’autunno. Quattro anni fa si raccontò lo scioglimento quasi in contemporanea
per infiltrazioni dei clan Gionta e D’Alessandro nelle macchine comunali. Nel
giugno 2024 il ritorno alle urne e la vittoria di due sindaci eletti su una
domanda di cambiamento. Due esponenti della società civile, come si diceva una
volta, prima che si abusasse della metafora. A Torre, ha vinto il manager
Corrado Cuccurullo, docente universitario, ex Cda Soresa, la società della spesa
sanitaria campana, era stato cooptato da De Luca per mettere a posto i conti. A
Castellammare di Stabia il giornalista ed ex direttore dell’Espresso Luigi
Vicinanza, uno che dava del tu a Carlo De Benedetti e ne risanava i quotidiani
locali. I loro punti in comune: due professionisti che non vivevano di politica
e non provenivano dalla politica, essere alla prima prova del voto, essere
designati dal Pd.
A Torre Annunziata, senza l’assenso del M5s, che ha corso da solo. A
Castellammare di Stabia, con il campo largo al completo, un esperimento in
anticipo della corazzata che ha accompagnato la candidatura di Roberto Fico per
la Regione Campania. Ben 14 liste, di cui solo tre di partito e il resto, liste
civiche dove secondo l’icona anticamorra del Pd Sandro Ruotolo, componente della
segreteria nazionale Pd, “nella debolezza della politica proliferano i comitati
degli eletti e prospera la camorra”. Una ferita profonda nei rapporti col
collega Vicinanza, due giornalisti uniti dalla antica militanza in testate di
sinistra e divisi sulla sorte di Castellammare, e nei rapporti tra il Pd e il
sindaco. Premessa: Ruotolo ha parlato da consigliere comunale. Elly Schlein lo
aveva inviato lì come garanzia di legalità della proposta politica. Ruotolo ha
fatto le sue valutazioni e ha concluso che non ci sono più le condizioni per
andare avanti. Si è dimesso, ha chiesto a Vicinanza di fare altrettanto, non è
stato accontentato e ha chiesto al Pd di staccare la spina all’amministrazione.
Il sindaco ha detto no. Ha spiegato perché intende restare, anticipando in
un’intervista alla nostra testata le ragioni che ha ribadito in un incontro
pubblico al Supercinema, un migliaio di cittadini – tra cui la deputata 5S
Carmen Di Lauro e l’ex Pg di Napoli Luigi Riello – assiepati ad ascoltarlo:
“Solo fango contro di me, noi siamo un argine alla criminalità e lo stiamo
dimostrando coi fatti, chiediamoci piuttosto se la camorra sarebbe contenta o
meno delle mie dimissioni”. Chissà se basterà per scongiurare la commissione
d’accesso, incubatrice di un rischio scioglimento.
Sul punto, tra Cuccurullo e Vicinanza, le situazioni sono diverse e il pensiero
ovviamente pure. Il sindaco di Torre Annunziata ormai la ha in casa e deve fare
buon viso a cattivo gioco. “Siamo tranquilli, servirà a fare chiarezza”, ha
dichiarato a caldo. Poi non ne ha parlato più. Il sindaco di Castellammare di
Stabia non la invoca, ma sa che è all’orizzonte: “Che venga, non devo certo
chiederla io: dò la mia completa disponibilità a Prefettura, Dda, Procura di
Torre Annunziata per dare un colpo alla camorra che da mezzo secolo inquina la
vita pubblica”. Il segretario del Pd campano Piero De Luca li ha incontrati
entrambi, separatamente, e non ha comunicato quali siano le vere intenzioni del
partito nei loro confronti. Prima di entrare nel Supercinema ad arringare il suo
popolo, Vicinanza ha risposto così a un giornalista che gli chiedeva cosa
intendeva replicare al Pd che gli avrebbe chiesto di dimettersi: “Non mi
risulta: se me lo chiederanno ne discuteremo”.
L'articolo A Torre Annunziata e Castellammare di Stabia ombre di camorra e
rischio scioglimento: la primavera del Pd in provincia di Napoli è già finita
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo i distinguo in Parlamento sull’Iran e le polemiche seguite all’astensione
del Movimento 5 Stelle sul testo bipartisan in votazione in commissione Esteri e
Difesa al Senato, Pd, M5s, Avs e +Europa sono tornati in piazza in cerca di
unità a Roma, in Campidoglio, per la manifestazione organizzata da Amnesty
International e Women Life Freedom for Peace and Justice.
I leader del campo progressista Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni
e Angelo Bonelli si sono così incontrati a margine del presidio, in sostegno del
popolo iraniano, contro la repressione violenta e sanguinaria del regime: “Siamo
qui per dare piena solidarietà e supporto al popolo iraniano. Siamo a fianco di
chi protesta e per supportare l’autodeterminazione del popolo iraniano, il Pd
c’è sempre stato”, ha rivendicato la segretaria dem.
Conte invece ha giustificato la scelta del M5s di astenersi nella votazione di
Palazzo Madama: “Abbiamo detto dall’inizio che eravamo assolutamente d’accordo
con la mozione che è stata presentata. Abbiamo chiesto soltanto un impegno in
più. Cioè una condanna verso opzioni militari unilaterali. Se continuiamo ad
andare avanti così stiamo sfasciando completamente il quadro internazionale del
diritto, stiamo andando verso il disordine. Ci vuole una grandissima attenzione,
un fortissimo intervento da parte della comunità internazionale, sanzioni a
tutti i livelli, perché quella repressione non può continuare”, ha continuato il
presidente M5s.
“Un’azione unilaterale da parte degli Stati Uniti di Donald Trump sarebbe
un’altra violazione del diritto internazionale e un altro disastro”, ha spiegato
pure Fratoianni. “La verità è che siamo di fronte a un mondo in fiamme in cui
troppi pensano che l’unica legge che vale sia quella del più forte, ma se non
c’è una risposta dell’Europa capace di ricostruire i principi del diritto
internazionale, allora il mondo rischia di avviarsi rapidamente verso un baratro
da cui poi sarà difficile risalire”.
L'articolo Iran, Pd-M5s-Avs e + Europa in piazza. Schlein: “Qui per
l’autodeterminazione del popolo iraniano”. Conte: “No azioni militari
unilaterali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Anche Elly Schlein ha preso parte all’iniziativa del comitato per il No al
referendum della giustizia. “Questa non è una riforma della giustizia perché non
migliora l’efficienza del sistema giustizia, non renderà più veloce i processi,
non assumerà l’organico che manca, non inciderà sulle condizioni di
sovraffollamento delle carceri dove è record di suicidi. Non è una riforma che
tocca alcuno dei nodi che possono rendere più efficiente la giustizia del
Paese”, ha spiegato la segretaria dem nel suo intervento, sottolineando che non
è neanche una riforma che “incide sulla separazione delle carriere” visto che
molti passaggi “sono stati già limitati dalla riforma Cartabia” e riguardano
numeri molto bassi. “Per il destino di 20 o 40 persone si cambia la
Costituzione?”, si chiede Schlein.
“E allora, se non serve al funzionamento della giustizia né alla separazione
delle carriere, a cosa serve questa riforma e a chi serve? Serve a chi sta già
potere e vuole sfuggire a ogni controllo. Serve a chi crede che chi governa non
debba essere sottoposto a controlli. Serve a dire che la legge non è uguale per
tutti”, ha detto ancora la dem. “È stata chiara la stessa presidente Meloni
quando la Corte dei Conti ha fermato il Ponte sullo Stretto, ha detto che la
riforma della giustizia e della Corte dei Conti sono la riposta più adeguata a
una intollerabile invadenza che non fermerà l’azione di governo. Così chi
governa vuole avere la giustizia al suo servizio”.
“Ecco la politica vuole limitare l’indipendenza della magistratura”. Questa
riforma “non serve agli italiani ma solo a chi governa per avere mani libere e
stare sopra a leggi e Costituzione. La democrazia non è un assegno in bianco
nelle mani di chi prende un voto in più alle elezioni”. E “quando Nordio dice
che dovrei capire che questa riforma serve anche a noi se andremo al governo,
gli rispondo che a noi non interessa controllare la magistratura ma essere
controllati come avviene in ogni democrazia”.
L'articolo Schlein supporta il No al referendum giustizia: “Riforma serve a chi
è al potere e vuole sfuggire a ogni controllo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un fotomontaggio con Elly Schlein travestuta da Befana e il commento irridente
“Tanti auguri Befana“. Il post pubblicato per l’Epifania dal sindaco di Trieste,
Roberto Dipiazza di Forza Italia, scatena reazioni indignate dal Pd, i cui
esponenti intervengono in massa in difesa della segretaria. I capigruppo di
Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia, e il capodelegazione al
Parlamento europeo Nicola Zingaretti definiscono il gesto “davvero grave“: “Un
sindaco, che rappresenta le istituzioni, in un giorno come questo, con le salme
dei ragazzi morti a Crans Montana appena arrivate in Italia, non trova di meglio
che insultare e offendere la segretaria del Pd. Un sindaco non nuovo a
comportamenti sessisti e offensivi nei riguardi delle donne e che con questo
gesto, fatto con la convinzione di risultare simpatico, mostra tutta la
grettezza, la volgarità e la miseria di una cultura di destra in cui la
denigrazione dell’avversario politico è abituale”, denunciano in una nota. “Ci
auguriamo”, concludono, “che il sindaco di Trieste al più presto chieda scusa
alla comunità del Pd e alla sua segretaria. E ci aspettiamo che dai partiti che
sostengono Dipiazza, anche a livello nazionale, a partire da Giorgia Meloni, ci
sia una pronta presa di distanza“.
“Il sindaco Dipiazza dovrebbe ricordarsi del ruolo che ricopre”, commenta invece
l’ex governatrice del Friuli-Venezia Giulia, la deputata e responsabile
Giustizia del Pd Debora Serracchiani. “A distanza di pochi giorni conferma il
suo pensiero volgare e insultante sulle donne”, aggiunge, in riferimento a
un’altra recente uscita del primo cittadino, che ha detto a una consigliera
comunale: “Non mi sono mai fatto comandare da una donna”. “Viviamo tempi in cui
la politica ha perso ogni senso delle istituzioni e ogni freno”, conclude
Serracchiani. Per la segretaria regionale dem, Caterina Conti, il post “incarna
la cultura di destra: non è satira né spirito goliardico, solo mancanza di
rispetto. Un gesto sessista, volgare e indegno di chi ricopre un incarico
pubblico, che usa il body shaming come arma politica Non è l’ennesimo scivolone
di un Dipiazza alla fine della sua parabola politica, ma è la cultura prevalente
della destra che ci governa a tutti i livelli. Vedremo chi si dissocia”,
incalza.
L'articolo “Tanti auguri Befana”: il sindaco di Trieste posta un fotomontaggio
di Elly Schlein. Il Pd: “Grave, Meloni si dissoci” proviene da Il Fatto
Quotidiano.