Il Consiglio dei ministri dà il via al decreto-legge e alle delibere di
protezione civile per fronteggiare l’emergenza provocata dal ciclone Harry in
Calabria, Sicilia e Sardegna, a partire dal 18 gennaio 2026 e la frana di
Niscemi, in Sicilia. Totale: oltre 700 milioni di euro mobilitati attraverso il
decreto e 400 milioni stanziati con la deliberazione di protezione civile (che
si aggiungono ai 100 milioni deliberati il 29 gennaio scorso). “Dall’inizio
dell’emergenza sono state messe a disposizione risorse per oltre 1,2 miliardi di
euro” sintetizza il Consiglio dei ministri in una nota diffusa a tarda ora. Nel
decreto si definiscono le procedure per il riconoscimento dei contributi a
favore di soggetti privati e imprese che hanno subito danni a edifici, beni
mobili e attività economiche. Saranno i presidenti delle tre Regioni colpite, in
quanto commissari delegati, a disporre gli interventi necessari a sostegno delle
famiglie e imprese colpite dalle violente mareggiate e dall’ondata di maltempo
nelle aree interne e al ripristino delle infrastrutture danneggiate. E vengono
rafforzate le loro capacità operative per l’attuazione degli interventi di somma
urgenza, la gestione delle macerie e il ripristino delle infrastrutture
strategiche e della rete viaria.
CAPITOLO DEDICATO A NISCEMI
Per la frana di Niscemi, ha spiegato dal ministro per la Protezione civile,
Nello Musumeci, si è invece deciso “di seguire un percorso diverso, con la
nomina di un commissario straordinario, ossia il capo dipartimento della
Protezione civile, Fabio Ciciliano”. Come preannunciato dalla presidente del
Consiglio Giorgia Meloni durante la sua visita dei giorni scorsi, per
fronteggiare le conseguenze della frana di Niscemi sono stanziati 150 milioni
che serviranno per gli interventi, da adottare d’intesa con la Regione Sicilia e
sentito il sindaco. Dalla definizione di programmi per la prevenzione
strutturale e la riduzione del rischio idraulico e idrogeologico alla
demolizione degli edifici pubblici e privati. Si introducono, così, disposizioni
straordinarie per la messa in sicurezza e il consolidamento del versante
interessato dalla frana, prevedendo l’accelerazione delle procedure di appalto
per le opere di pubblica utilità e la gestione commissariale delle attività di
ripristino. Il commissario dovrà provvedere all’erogazione del contributo per
una nuova casa alle famiglie che hanno dovuto abbandonare per sempre la loro e
all’esecuzione dei lavori necessari sul versante franoso.
LE ALTRE MISURE: DAI VERSAMENTI TRIBUTARI AL NODO DELLE ASSICURAZIONI
Sono anche previsti interventi per la sospensione dei termini in materia di
tributi e contributi finanziari, semplificazioni in materia ambientale, sostegno
al reddito dei lavoratori subordinati del settore privato e dei lavoratori
autonomi. È prevista, infatti, la sospensione dei termini relativi agli
adempimenti e ai versamenti tributari, contributivi e dei premi per
l’assicurazione obbligatoria per i residenti e le imprese operanti nei comuni
individuati dai provvedimenti di protezione civile. Per le medie, piccole e
micro-imprese danneggiate, inoltre, anche in risposta alle polemiche delle
scorse settimane, non si applica temporaneamente l’esclusione dai contributi
prevista per la mancata stipula dei contratti assicurativi contro le calamità, a
condizione che la polizza venga sottoscritta entro sessanta giorni dalla
percezione del contributo statale. Nel frattempo, Arera ha disposto la
sospensione per sei mesi del pagamento di bollette dei servizi essenziali a
favore della popolazione colpita. Previsto anche il sostegno in favore delle
imprese esportatrici e delle attività produttive del settore turistico.
LE PRIME REAZIONI
Per il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani “si tratta di un
segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità” e “una conferma
della sensibilità e della tempestività con cui l’esecutivo nazionale sta
seguendo l’evolversi della situazione”. E ricorda che la Regione ha destinato
680 milioni di euro di risorse proprie per far fronte all’emergenza e per
sostenere la ricostruzione. “Il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri
rafforza in modo significativo il sostegno alle comunità colpite dal ciclone
Harry, assicurando un quadro di risorse adeguato ad accompagnare cittadini e
imprese nella fase della ripresa” è il commento del sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega al Sud, Luigi Sbarra. Di parere
opposto i parlamentari siciliani del M5S Daniela Morfino, capogruppo in
commissione Ambiente e Pietro Lorefice, segretario di presidenza del Senato:
“Con oltre 2 miliardi di danni stimati dal ciclone Harry, definire risorse
striminzite il miliardo di euro che il governo ha deciso di stanziare col
decreto maltempo è poco. Stiamo parlando di territori letteralmente devastati,
con strade, ferrovie e infrastrutture divelte, danni capillari che si estendono
su un’ampissima quantità di comuni”. Per i parlamentari M5S si tratta di un
“decretino tampone” dopo quattro manovre di tagli alla gestione del rischio
idrogeologico.
CALABRIA ALLE PRESE CON LA CONTA DEI DANNI
In Calabria si fa fatica a tornare alla normalità. Ancora di più a causa dei
ritrovamenti – sulle coste di Calabria e Sicilia – dei corpi delle persone che
stavano attraversando il Mediterraneo. Almeno quindici quelli trovati nei giorni
scorsi. Un’altra ferita, l’ennesima. Tra le situazioni più complesse, quella dei
Laghi di Sibari, dove si è verificato un vero e proprio disastro. Come ricordato
ieri dal presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto “i danni sono
ancora da quantificare”. Tanto che è stato chiesto al capo Dipartimento della
Protezione Civile, Fabio Ciciliano, di mandare tecnici per fare una
quantificazione”. E ha aggiunto: “Molti degli eventi che hanno riguardato la
Calabria produrranno purtroppo degli effetti nei prossimi giorni. Abbiamo
terreni che sono saturi e quindi, probabilmente, ci saranno degli smottamenti
che vanno monitorati”. Nel frattempo, il fiume Crati continua ad essere fonte di
preoccupazione. Secondo le ricognizioni effettuate finora da Coldiretti
Calabria, sono oltre 3mila, inoltre, gli ettari complessivamente colpiti dal
maltempo in tutta la regione, con circa 900 ettari completamente sommersi
dall’acqua nella sola area interessata dall’esondazione del fiume Crati.
SICILIA, CONTRIBUTI ANCHE ALLE IMPRESE CHE NON SONO SUI LITORALI
Per quanto riguarda la Sicilia, frane e allagamenti per il maltempo nelle scorse
ore hanno creato a Messina disagi ai cittadini e alla viabilità. Una frana lungo
la provinciale 45 ha provocato il crollo del manto stradale. Si tratta della
stessa strada già danneggiata dal maltempo a inizio gennaio e sulla quale la
Città metropolitana aveva avviato lavori di consolidamento e messa in sicurezza.
Nel frattempo, la Regione ha esteso i contributi straordinari per i danni del
ciclone Harry alle imprese che non ricadono sui litorali e hanno subito danni
diversi da quelli causati dalle mareggiate. L’avviso, gestito dal dipartimento
regionale delle Attività produttive e da Irfis, segue quello già pubblicato nei
giorni scorsi che riguardava, invece, stabilimenti balneari e aziende attive
sulle zone costiere. Una circolare congiunta dei dipartimenti regionali
dell’Ambiente, dei Beni culturali e dell’identità siciliana e Tecnico, inoltre,
prevede procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari
danneggiate dal ciclone Harry. Il provvedimento, firmato dall’assessore Giusi
Savarino e dai dirigenti generali, dovrebbe rendere più semplice l’iter
burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti
in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati
distrutti.
L'articolo Decreto maltempo: più di un miliardo per i danni del ciclone Harry.
M5s: “Provvedimento tampone” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Consiglio dei Ministri
Il governo forza nuovamente e tira dritto. Non cambia la data del referendum
sulla Giustizia. Il consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha
deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo. Unica novità è
l’integrazione del quesito con gli articoli della Costituzione che vengono
modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle
carriere.
Il consiglio dei ministri era stato convocato d’urgenza dopo l’ordinanza della
Corte di Cassazione, che ha riformulato il quesito referendario accogliendo la
versione proposta dal comitato dei 15 giuristi promotori della raccolta firme
popolare che ha superato le 500mila adesioni. La Suprema Corte ha detto sì
all’inclusione degli articoli costituzionali che verrebbero modificati dalla
riforma, una precisazione che i giuristi avevano richiesto per consentire agli
elettori di esprimere un voto consapevole. Secondo la legge 352 del 1970 sul
referendum, infatti, è obbligatorio indicare nel quesito le norme costituzionali
coinvolte dalla proposta di modifica.
Una decisione che aveva riaperto la partita sulla data del voto e dato speranza
ai promotori della raccolta firme che si sono detti “fiduciosi” in un cambio di
data. Ma il governo non cambia linea e conferma, ancora una volta, la volontà di
convocare le urne il prima possibile.
Articolo in aggiornamento
L'articolo Referendum Giustizia, il governo tira dritto: integrato il quesito ma
la data resta 22-23 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Matteo Salvini dovrà rinunciare a nominare Pietro Ciucci “commissario per il
ponte sullo Stretto di Messina”. Nel testo del decreto, approvato nella riunione
del Consiglio dei ministri di giovedì pomeriggio, salta la norma che prevedeva
la nomina di Ciucci, ad della Stretto di Messina Spa, a commissario per
“coordinare” l’iter legislativo finalizzato a riscrivere la delibera del Cipess,
il comitato di Palazzo Chigi per i grandi piani pubblici, che deve approvare il
progetto del ponte. Non solo. Spariscono anche i commi che vietavano alla Corte
dei Conti di poter valutare la legittimità di gran parte degli atti e che
avevano scatenato le proteste dei magistrati contabili, attirando l’attenzione
del Quirinale che aveva chiesto modifiche. E salta pure lo scudo erariale per i
responsabili del procedimento. Al momento, pertanto, il tentativo di forzare la
mano sembra definitivamente saltato.
Nel testo adottato è previsto che la regia passa al ministero delle
Infrastrutture e dei Trasporti: sarà il dicastero guidato dal leader della Lega
(e non Ciucci) a dovere avviare una serie di adempimenti per conformarsi alle
deliberazioni dei magistrati contabili in merito al Ponte sullo Stretto, secondo
quanto si legge nella bozza del decreto. Il Mit, si legge, sottoporrà al
controllo di legittimità della Corte l’accordo di programma e a svolgere, in
raccordo con le amministrazioni competenti, “gli adempimenti istruttori
propedeutici all’adozione di una nuova delibera del Cipess” attraverso:
l’aggiornamento del piano economico-finanziario della società concessionaria;
l’acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) sulle
tariffe di pedaggio, la sottoposizione al Consiglio superiore dei lavori
pubblici. Sarà necessario anche indicare i nuovi “motivi imperativi di rilevante
interesse pubblico” per giustificare la realizzazione del ponte tra la Calabria
e la Sicilia superando i vincoli ambientali.
La bozza di decreto prevede poi che l’amministratore delegato di Rete
Ferroviaria Italiana, Aldo Isi, è nominato “Commissario straordinario per la
realizzazione degli interventi infrastrutturali ferroviari complementari al
collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria, individuati e attribuiti a
Rfi nell’accordo di programma”.
L'articolo Decreto Ponte sullo Stretto, saltano il commissario e i limiti alla
magistratura contabile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sarà giovedì alle 17 il Consiglio dei ministri – atteso in un primo momento per
domani – che dovrebbe avere all’ordine del giorno il nuovo pacchetto Sicurezza,
un decreto-legge e un disegno di legge firmati dal ministro dell’Interno Matteo
Piantedosi, sulla cui approvazione il governo ha scelto di accelerare come
reazione alla guerriglia urbana di sabato a Torino. Nel decreto-legge dovrebbero
entrare la stretta sul porto e la vendita ai minorenni di coltelli – decisa
sull’onda del caso del minorenne ucciso a La Spezia – così come lo scudo penale
pensato per le forze dell’ordine, che prevede la non iscrizione nel registro
degli indagati quando una lesione o un omicidio potrebbe essere stato compiuto
per legittima difesa. Rimarrà fuori, quantomeno dal decreto, il fermo preventivo
di 12 ore (senza interlocuzione con la magistratura) nei confronti di
manifestanti sospettati di essere pericolosi: sul tema è ancora in corso un
confronto tra il governo e il Quirinale, che solleva dubbi di costituzionalità
(condivisi da alcuni importanti studiosi sentiti dal Fatto). La norma è
richiesta in particolare dalla Lega, con il leader e vicepremier Matteo Salvini
che si era spinto a ipotizzare di estendere la durata del fermo a 48 ore.
Nella bozza del pacchetto non è ufficialmente mai entrata un’altra misura su cui
insiste il Carroccio, la previsione di una cauzione a carico degli organizzatori
delle manifestazioni di piazza per risarcire eventuali danni. E su questo tema,
martedì mattina, il partito sceglie di aprire una polemica mediatica col resto
della maggioranza: “Per la Lega è fondamentale un pacchetto sicurezza che
garantisca i cittadini perbene e le forze dell’ordine. Tra le misure necessarie,
c’è anche quella “chi sbaglia paga”. Chi scende in piazza dovrà pagare una
cauzione, come già successo alla Lega nel 1999 quando organizzò una
manifestazione a Roma. Non possono essere tollerati altri casi Torino“, si legge
in una nota. Le proposte per “integrare” il pacchetto, comunicano da via
Bellerio, saranno definite nel corso di un Consiglio federale in programma alle
16.
L'articolo Pacchetto Sicurezza, l’ok slitta a giovedì: non ci sarà la cauzione
per le piazze. La Lega protesta: “Misura necessaria” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La forzatura del governo non frena la mobilitazione popolare per chiedere il
referendum sulla riforma Nordio. Anzi, tra lunedì e martedì la raccolta firme
lanciata prima di Natale da 15 giuristi ha avuto una nuova impennata,
raccogliendo 25mila adesioni in poche ore: le sottoscrizioni sono ormai 380mila,
cioè oltre il 75% delle 500mila da raggiungere entro il 30 gennaio, quando
scadranno i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale (qui
il link per firmare con Spid o Carta d’identità elettronica). Nonostante il
successo dell’iniziativa, però, il Consiglio dei ministri ha fissato la data del
voto prima di quel termine, convocando le urne per domenica 22 e lunedì 23 marzo
sulla base della richiesta già depositata dai parlamentari. Una scelta che
contraddice l’interpretazione della Carta seguita per tutti e quattro i
referendum costituzionali della storia repubblicana, inaugurata nel lontano 2001
dal governo Amato. A motivare il colpo di mano è soprattutto il timore del
centrodestra di disperdere l’attuale vantaggio del Sì nei sondaggi: poiché il
voto va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, infatti, aspettare
il completamento della raccolta firme avrebbe significato tenere il referendum
non prima di metà aprile.
I giuristi promotori – rappresentati dall’avvocato Carlo Guglielmi – hanno però
già annunciato di voler agire “in tutte le sedi giudiziarie” contro la scelta
dell’esecutivo, “a tutela della legalità repubblicana“. La mossa più probabile
in questo senso è un ricorso urgente al Tar del Lazio per ottenere la
sospensione cautelare. Al momento, però, il referendum ufficialmente non è
ancora stato indetto: a farlo dovrà essere – forse già nelle prossime ore – il
presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il dubbio dei giuristi, quindi, è
se impugnare già la delibera del Consiglio dei ministri (con il rischio che il
ricorso sia dichiarato inammissibile) o chiedere al Tar di sospendere
direttamente il decreto del capo dello Stato: una questione dall’evidente
ricaduta politico, perché la seconda ipotesipotrebbe essere letta come una
contestazione a Mattarella. Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva in
teoria la consultazione non si potrebbe tenere fino a quando la questione non
sia stata decisa nel merito: il referendum però dovrebbe restare congelato per
mesi, e la via d’uscita più semplice a quel punto sarebbe la revoca in
autotutela dell’atto.
Quella del ricorso amministrativo, però, non è l’unica strada percorribile dai
giuristi per far sospendere l’atto: è ipotizzabile anche un ricorso d’urgenza al
Tribunale civile, sostendendo che la fissazione anticipata del voto violi il
diritto soggettivo dei cittadini a chiedere il referendum. Se i promotori
raccogliessero e depositassero il mezzo milione di firme, poi, assumerebbero la
qualità di potere dello Stato e potrebbero sollevare conflitto di attribuzione
di fronte alla Corte costituzionale, che avrebbe i tempi tecnici per dirimere
definitivamente la questione prima del voto. “È interessante vedere quanto e
come questi ricorsi avranno una ricaduta sulla tempistica del voto. Siamo
osservatori interessati ma assolutamente estranei a questa problematica, che
però è importante perché serve per calibrare le modalità con le quali cercheremo
di informare i cittadini”, ha detto a Omnibus, su La7, il presidente
dell’Associazione nazionale magistrati Cesare Parodi.
L'articolo Referendum, il blitz del governo spinge la raccolta firme: raggiunta
quota 380mila. I promotori verso il ricorso: gli scenari proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Alla fine il governo ha deciso di forzare. Come anticipato dal Fatto e poi
confermato dalla premier Giorgia Meloni, il Consiglio dei ministri ha fissato al
22 e 23 marzo il voto sulla riforma Nordio, senza attendere i tre mesi dalla
pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale. Una scelta che viola la prassi
seguita in tutta la storia repubblicana, ignorando le oltre 350mila firme già
raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum (qui il link per firmare con
Spid o Carta d’identità elettronica). In base alla Carta, infatti,
cinquecentomila elettori, cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di
ciascuna Camera possono chiedere il voto su una legge costituzionale entro tre
mesi dalla pubblicazione. Per la riforma Nordio questo termine scade il 30
gennaio: fino a quel giorno i cittadini hanno il diritto di raccogliere le firme
e consegnarle all’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione, che ha trenta
giorni per ammettere o meno la richiesta e definire il quesito. Solo a quel
punto il Consiglio dei ministri avrebbe potuto deliberare sulla data del
referendum, fissandola con un anticipo compreso tra i cinquanta e i settanta
giorni. Considerando le festività pasquali, dunque, con ogni probabilità non si
sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Il centrodestra, però, ha fretta di capitalizzare il vantaggio del Sì nei
sondaggi. Così il governo ha proposto un’interpretazione inedita delle norme,
sfruttando le richieste già depositate dai parlamentari, ammesse dalla
Cassazione il 18 novembre. La legge sulla materia – la 352 del 1970 . prevede
infatti che il referendum vada indetto entro sessanta giorni “dall’ordinanza che
lo abbia ammesso”. E poiché un’ordinanza in questo caso c’è già – quella
ottenuta dai parlamentari – secondo palazzo Chigi non c’era bisogno di aspettare
l’esito della raccolta firme: anzi, la data andava obbligatoriamente fissata
entro il 17 gennaio. Non la pensano così i promotori, che hanno già pronto il
ricorso al Tar con cui chiederanno la sospensione d’urgenza degli effetti della
delibera. Anche se la raccolta firme resta formalmente in piedi, infatti, la
scelta dell’esecutivo potrebbe svuotarne completamente il senso: non essendoci
precedenti in materia, non è chiaro se la Cassazione possa ancora modificare il
quesito una volta che la consultazione è stata indetta. La questione è rilevante
perché il quesito proposto dai 15 giuristi che hanno lanciato la raccolta firme
è diverso da quello (già ammesso) dei parlamentari, in quanto elenca uno per uno
i sette articoli della Costituzione modificati dalla riforma. Per rivolgersi al
Tar, i promotori aspetteranno probabilmente il decreto con cui il presidente
della Repubblica convocherà ufficialmente le urne (impugnando la delibera del
Csm il ricorso potrebbe essere dichiarato inammissibile).
L'articolo Referendum, il governo ignora 350mila firme: voto fissato il 22 e 23
marzo. Già pronti i ricorsi: cosa può succedere ora proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In Italia ci sono circa 5 milioni di fuorisede, ma questa volta il voto a
distanza sembra essere sparito dai radar. A farlo notare è The Good Lobby,
organizzazione no profit che promuove la democrazia dal basso. “Abbiamo letto
gli esiti del Consiglio dei ministri di ieri e ci sorprende che, rispetto al
decreto-legge sulle disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e
referendarie dell’anno 2026, non risulti più prevista l’estensione del diritto
di voto ai cittadini fuorisede, peraltro già permesso in occasione delle ultime
elezioni europee e referendum“, dichiara il direttore Federico Anghelè. Proprio
allo scorso referendum su cittadinanza e lavoro, infatti, erano stato garantito
il diritto a studenti e lavoratori che vivono lontano dalla loro residenza di
recarsi ai seggi nel comune di domicilio: erano stati oltre 67mila i fuorisede
ammessi al voto.
“Immaginiamo si sia trattato di una svista e per questo chiediamo al Presidente
del consiglio e al Ministro dell’interno di intervenire per porre rimedio, anche
in vista della prossima riunione di consiglio in cui dovrebbero essere stabilite
le date della consultazione”, prosegue il direttore di The Good Lobby.
“Ricordiamo ancora una volta – aggiunge – che l’Italia è l’unico Paese europeo,
con Malta e Cipro, a non disporre di questo importante strumento elettorale
democratico per le migliaia di cittadini, non soltanto studenti ma anche
professionisti, sportivi, persone in cura presso altre regioni, che vivono
lontani dalla propria città di residenza”.
Anghelè ricorda poi che “è ormai prossima nella prima commissione Affari
costituzionali del Senato la discussione della proposta di legge di iniziativa
popolare sul voto fuorisede“. La proposta è stata presentata a Palazzo Madama a
inizio dicembre dopo avere raccolto oltre 50mila firme ed è stata sostenuta
anche dal deputato Giulio Centemero (Lega) e da altri parlamentati di
maggioranza.
L'articolo Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di
The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere si terrà entro
fine marzo, al più tardi domenica 29 marzo. È l’effetto della decisione
dell’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione, che con
ordinanza notificata il 19 novembre ha ammesso le quattro richieste presentate
rispettivamente dai deputati e dai senatori di maggioranza e di opposizione. Ora
il Consiglio dei ministri dovrà stabilire la data della consultazione, che sarà
indetta dal presidente della Repubblica entro sessanta giorni dall’ammissione,
quindi entro il 19 gennaio: il voto dovrà poi tenersi, in base alla legge 352
del 1970, “in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo
giorno successivo alla emanazione del decreto di indizione”.
L’ultima domenica utile, quindi, è il 29 marzo. Ma è probabile che il governo
cercherà di anticipare, per sfruttare il vantaggio del Sì nei sondaggi e per
avere più tempo – in caso di successo – per scrivere le leggi attuative della
riforma prima della scadenza dell’attuale Consiglio superiore della
magistratura, in programma all’inizio del 2027. In teoria, se il Consiglio dei
ministri deliberasse entro la fine di novembre, si potrebbe votare già a metà
gennaio.
La Cassazione ha deciso che il quesito sarà quello standard, contenente il
titolo del provvedimento: “Approvate il testo della legge costituzionale
concernente “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione
della Corte disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta
ufficiale numero 253 del 30 ottobre 2025?”. I senatori di centrodestra, invece,
chiedevano di aggiungere riferimenti più “mediatici”, specificando che la legge
riguarda “la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice, la
costituzione della Corte disciplinare per i magistrati e la formazione mediante
sorteggio dei Consigli superiori della magistratura”. Un’ipotesi che però la
Suprema Corte ha bocciato.
L'articolo Separazione carriere, ok della Cassazione al referendum: si voterà
entro il 29 marzo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Arriverà mercoledì in Consiglio dei ministri, secondo fonti di governo, il nuovo
dl cosiddetto “sicurezza”, che contiene anche un pacchetto di misure volto a
rendere (molto) più veloce l’esecuzione degli sfratti. Il dl sfratti sembrava
destinato a un Cdm già nella prima settimana di novembre, ma è stato rinviato:
non è un segreto che norme simili creino malumore in una parte di mondo
cattolico che pur è vicino al centrodestra.
Il pacchetto in sintesi: una nuova Autorità per l’esecuzione degli sfratti,
indipendente dai tribunali, che in caso di due mesi di morosità dell’inquilino,
in 10 giorni possa far eseguire lo sfratto. E l’iter velocizzato, già previsto
per l’occupazione delle prime case dal primo dl sicurezza del 2025 (di
sicurezza, a quanto pare, non ce n’è mai abbastanza), che viene esteso anche
alle seconde, terze, quarte case. Un segnale di forte vicinanza a quei
proprietari che attendono mesi, a volte anni, per rientrare in possesso di un
immobile. Ma che difficilmente risolverà il problema: che non dipende solo dalle
leggi (già oggi con le leggi vigenti il provvedimento si potrebbe chiudere in
quattro o cinque mesi) ma dal contesto. Tribunali in carenza di personale, case
pubbliche insufficienti, affitti in costante crescita.
Sono stati 81.054 nel 2024 i provvedimenti di sfratto in Italia, seguiti da
40.158 richieste di esecuzione e 21.337 sfratti eseguiti con la forza pubblica.
Numeri in crescita e comunque al ribasso, perché chi lascia la casa
volontariamente, dopo richiesta del proprietario o dopo l’ingiunzione, non è
conteggiato in questi dati, né chi non riesce a pagare ratei di mutui e viene
espropriato. L’80% circa degli sfratti, da sempre, è per morosità. Ma sono
aumentati anche quelli per finita locazione (insomma, persone che non hanno
trovato un altro posto dove andare). In Italia oltre 1.049.000 famiglie vivono
in povertà assoluta e in affitto, e rappresentano quasi la metà delle famiglie
povere del Paese. “Si tratta di un’emergenza strutturale, resa ancora più grave
dall’assenza nella legge di Bilancio di qualsiasi misura di welfare abitativo o
del tanto annunciato, e mai attivato, Piano Casa – commenta Silvia Paoluzzi
dell’Unione Inquilini – Gli sfratti, ricordiamo, vengono eseguiti con la forza
pubblica, ma la realtà quotidiana racconta di famiglie con minori, anziani,
persone invalide e lavoratori poveri lasciati senza alcuna alternativa
abitativa. I Comuni, privati di fondi e strumenti, sono costretti ad assistere
impotenti all’espulsione dei propri cittadini più fragili”.
Ed è questo il contesto per cui qualsiasi Autorità dotata di superpoteri per
sfratti lampo dovrà scontrarsi con altri contrappesi legislativi, a partire
dalla Costituzione, che contempera il diritto alla proprietà (“riconosciuta e
garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i
limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, art. 42). Va ricordato
che da pochi mesi è in vigore un ddl Sicurezza che prevede pene da due a sette
anni per chi “mediante violenza o minaccia, occupa o detiene senza titolo un
immobile destinato a domicilio altrui” o “impedisce il rientro nel medesimo
immobile del proprietario o di colui che lo detiene legittimamente” o chi “si
appropria di un immobile destinato a domicilio altrui o di sue pertinenze con
artifizi o raggiri”. Pene così severe non stanno fermando le occupazioni, così
come il nuovo reato di blocco stradale pacifico (da sei mesi a due anni se
commesso in più persone) non ha evitato gli oceanici blocchi stradali visti il 3
ottobre, i più grandi da decenni. Risolvere con la forza situazioni complesse
può portare semplicemente a più ricorsi, certo sulla pelle dei più deboli, che
soldi per gli avvocati non sempre ne hanno.
Il disegno di legge di FdI punterebbe a introdurre un fondo nazionale per
l’emergenza abitativa destinato a sostenere con l’erogazione di contributi le
situazioni di morosità per persone con Isee inferiore ai 12mila euro o in
situazioni gravi come licenziamenti, malattie, separazioni. Ma la realtà
racconta di persone che tutti i giorni si trovano a non avere un posto dove
andare perché le case in affitto (soprattutto nelle località turistiche, ma non
solo) sono sempre meno e gli affitti crescono (+28,5% dal 2020 sul portale
Immobiliare.it) molto più rapidamente dei salari. La Caritas in Alto Adige e
altrove sta evitando decine di sfratti tramite donazioni e mediazioni con i
creditori: persone che i soldi li hanno, ma non così tanti e non subito. La
fretta e i 10 giorni di preavviso, tutto questo, non possono risolverlo.
L'articolo Sfratti lampo in 10 giorni: il Consiglio dei ministri ci riprova
mercoledì proviene da Il Fatto Quotidiano.