Continuano a crescere i prezzi dei carburanti alla pompa, in controtendenza
rispetto alle quotazioni di lunedì dei prodotti raffinati dopo le dichiarazioni
del presidente statunitense Donald Trump su una tregua e presunte trattative con
l’Iran per una “totale risoluzione” delle ostilità. E nonostante il taglio delle
accise deciso dal governo. Che ora, passato il referendum, dovrà decidere come
muoversi nelle prossime settimane, visto che l’intervento è a tempo: in assenza
di proroghe, dal 9 aprile il decreto non avrà più effetto e i prezzi
rimbalzeranno dei 24,4 centesimi ora a carico del bilancio pubblico.
Le politiche di prezzo dei diversi marchi restano estremamente differenziate.
Secondo la rilevazione di Staffetta Quotidiana su circa 20mila impianti, Eni,
pur avendo aumentato i prezzi negli ultimi giorni, mantiene i livelli medi
inferiori rispetto ai concorrenti: sul diesel oltre 12 centesimi al litro sotto
Ip e otto-nove centesimi sotto Q8 e Tamoil; sulla benzina circa dieci centesimi
sotto Ip, otto sotto Tamoil e quasi sei sotto Q8. I prezzi medi rilevati ieri
alle 8 dall’Osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy
indicano per la benzina self service una media di 1,724 euro al litro (+0,005),
per il diesel self service 1,987 €/l (+0,008), per la benzina servito 1,861 €/l
(+0,006) e per il diesel servito 2,120 €/l (+0,009). GPL e metano restano quasi
invariati, rispettivamente a 0,665 €/l e 1,531 €/kg, mentre il GNL segna 1,246
€/kg (+0,001).
Sulle autostrade i prezzi medi sono più alti: benzina self service a 1,788 €/l
(servito 2,038 €/l), diesel 2,055 €/l (servito 2,306 €/l), GPL 0,775 €/l, metano
1,548 €/kg e GNL 1,295 €/kg. Gli aggiornamenti diffusi questa mattina dal
ministero indicano benzina self service a 1,722 €/l e diesel a 1,985 €/l. Sulle
autostrade rispettivamente 1,788 €/l e 2,055 €/l.
L'articolo I prezzi dei carburanti continuano a salire nonostante il taglio
delle accise. Che succede dopo l’8 aprile? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lunedì 23 marzo il prezzo dei carburanti continua a subire le fluttuazioni
dovute alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L’effetto accise non sta
ottenendo i risultati sperati e il prezzo in Italia per il diesel resta attorno
ai 2 euro al litro, mentre quello della benzina resta superiore a 1,7 euro al
litro. Il prezzo medio in Italia per il diesel si assesta su 1,984 euro al
litro, mentre la benzina verde costa in media 1,722 euro/litro.
Il prezzo medio del barile è in rialzo: oggi il dato registra 113,63 per il
Brent, riferimento europeo per il prezzo del petrolio. I prezzi si aprono in
rialzo rispetto al weekend. Le regioni in cui si registrano i prezzi più alti
sono Calabria, Campania e Molise: superano tutte i 2 euro/litro per il diesel,
rispettivamente con il prezzo di 2,000, 2,002, e 2,005. Oggi il prezzo medio del
diesel in Italia tocca quota 1,984 euro al litro, in rialzo di 0,8 centesimi
rispetto ai listini di ieri, mentre la benzina costa in media 1,722 euro/litro
(+0,5 cent). Sulle autostrade il diesel costa in media 2,055 euro al self, la
verde 1,788 euro/litro, dati entrambi in rialzo rispetto a quelli di ieri.
Restano ampie le differenze territoriali: le Marche si confermano la regione più
virtuosa con una media per il diesel di 1,969 euro/litro, seguita dal Friuli
Venezia Giulia e dalla Toscana, entrambe con un prezzo medio di 1,970
euro/litro.
L'articolo Il petrolio supera i 113 dollari al barile. In rialzo i carburanti:
il diesel sui 2 euro al litro, la benzina oltre 1,7 proviene da Il Fatto
Quotidiano.
È già finita la breve tregua sui carburanti seguita al decreto energia adottato
dal governo mercoledì scorso. Dopo tre giorni di calo “col contagocce”, secondo
le associazioni consumatori, i prezzi sono tornati a salire su gran parte del
territorio nazionale, con il diesel che resta su livelli record e continua a
mettere sotto pressione autotrasporti e filiere produttive. In base alle
rilevazioni del ministero delle Imprese e del Made in Italy, oggi il gasolio in
modalità self raggiunge in media 1,966 euro al litro, segnando – sottolinea
Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – “il record di
sempre rispetto alle medie annue”. La benzina, a 1,713 euro, resta invece sotto
i livelli medi degli ultimi anni.
Il rimbalzo dei prezzi è diffuso: il gasolio aumenta in tutta Italia, mentre la
benzina cresce ovunque tranne che sulla rete autostradale e in Molise, dove
registra un marginale calo di appena 0,1 centesimi al litro. Tra le aree più
care, dopo le autostrade dove il diesel supera ancora i 2 euro (2,045), spicca
la Campania con 1,995 euro al litro, mentre per la benzina il primato va alla
Basilicata con 1,747 euro. Il caro-diesel pesa soprattutto sul trasporto su
gomma, da cui dipende circa il 90% delle merci in Italia. Secondo la Cgia di
Mestre, da inizio anno il prezzo del gasolio è salito del 20,9% (+34 cent al
litro), contro un +3% della benzina. Rispetto a fine 2025, il pieno per un
autocarro sotto le 7,5 tonnellate costa oggi circa 172 euro in più, pari a oltre
12 mila euro l’anno per mezzo.
Il nodo resta proprio il diesel. Oggi costa 31 centesimi in più rispetto alla
media del 2025, 25 cent in più del 2024 e addirittura quasi 65 cent in più
rispetto al 2020. Un livello superiore persino al 2022, l’anno dell’invasione
russa dell’Ucraina e del picco energetico globale. Numeri che, secondo le
associazioni dei consumatori, dimostrano come il taglio delle accise non sia
stato sufficiente. “Bisognava intervenire in modo differenziato – sostiene Dona
– riducendo di 15 cent la benzina, ormai fin troppo conveniente, e di 25 cent il
gasolio, ancora troppo caro”.
Il governo, ieri, ha rivendicato che la benzina resta “nettamente più bassa”
rispetto alle medie degli ultimi anni. Il Garante dei prezzi ha segnalato alla
Guardia di Finanza il 2,7% dei distributori che non hanno adeguato i listini al
taglio delle accise, avviando controlli mirati.
L'articolo Caro carburanti, già finita la discesa dovuta allo sconto sulle
accise: “Il gasolio rincara in tutta Italia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Chissà cosa è cambiato nella mente di Adolfo Urso nella settimana trascorsa tra
il 12 e il 18 marzo. Cioè tra il question time in cui il ministro delle Imprese
ha definito “inefficace” il taglio delle accise, aggiungendo che va soprattutto
a beneficio dei “ceti più benestanti“, e il consiglio dei ministri durante il
quale il governo Meloni, presente Urso, ha varato il decreto che le riduce di 25
cent al litro. Il senatore di FdI, oggi impegnato in una nuova cabina di regia
della Commissione Allerta Rapida sull’andamento dei prezzi dei carburanti, non
ha spiegato il perché del voltafaccia e della decisione di varare un intervento
omnibus – e non “rivolto ai redditi più bassi” come da anticipazioni – a pochi
giorni dal referendum sulla giustizia. Val la pena però ricordare che cosa ha
detto in Senato l’ineffabile Urso quando era assolutamente convinto che fosse
necessario “agire in maniera mirata” per non sprecare risorse.
“Per il momento nessuno dei grandi Paesi europei, come Germania, Francia e
Spagna, in cui si registra un’impennata dei prezzi al carburante a differenza
che in Italia, ha previsto di tagliare le accise. In molti tra questi Paesi
europei, hanno invece predisposto misure di controllo urgenti sulla filiera
distributiva sul modello che abbiamo introdotto noi in Italia nel gennaio del
2023 e che si è dimostrato pienamente efficace”, è stata la sua premessa. Poi
l’affondo sul perché il taglio delle accise era fuori questione. Per
dimostrarlo, Urso ha evocato il marzo 2022, quando i prezzi dell’energia erano
saliti alle stesse causa invasione russa dell’Ucraina. Allora, ha detto, il
governo Draghi “fu colto impreparato” e a fronte dei forti rincari si decise “di
destinare il crescente extragettito Iva, dovuto appunto alla fortissima crescita
dell’inflazione, al taglio delle accise di 30,5 centesimi al litro Iva inclusa,
per un costo per le casse dello Stato, cioè per i cittadini, di quasi un
miliardo di euro al mese. Intollerabile“.
Una manovra, ha continuato Urso il 12 marzo, “del tutto inefficace. Non riuscì
infatti a fermare la spirale inflazionistica, perché nei mesi successivi
l’inflazione continuò a crescere fino addirittura al 12,6% nel mese di ottobre,
quello che ci avete lasciato”. Poi l’affondo sull’iniquità di un intervento a
pioggia: “Come rilevato dall’Ufficio parlamentare di bilancio, il beneficio di
quel provvedimento si concentrò soprattutto sui ceti più benestanti, perché le
famiglie con maggiori consumi di carburante sono quelle con redditi più
elevati”. Come è ovvio, infatti, chi viaggia in Ferrari o anche solo su un’auto
di grossa cilindrata consuma più benzina e se lo Stato ne calmiera i prezzi
ottiene benefici proporzionali. L’Upb all’epoca aveva calcolato che la riduzione
delle accise sui carburanti destinata al 10% più ricco valeva circa il 2,6%
delle risorse complessivamente distribuite, contro lo 0,4% andato al 10% più
povero.
Di qui l’intenzione, da parte del governo di destra, di muoversi in maniera ben
più attenta agli effetti redistributivi: “Stiamo predisponendo misure di
compensazione rivolte ai redditi più bassi e di contenimento dei costi per le
aziende di autotrasporto, affinché siano effettivamente efficaci”. Le prime
bozze del decreto prevedevano in effetti un bonus una tantum di 100 euro
riservato ai nuclei con Isee inferiore a 15mila euro, quelli che hanno diritto
alla card Dedicata a te. Poi il ripensamento in extremis, la convocazione del
cdm per le 19 di mercoledì e il varo del decreto in tempo perché Giorgia Meloni
potesse annunciare trionfalmente al Tg1 il taglio delle accise (di 20 centesimi
contro i 25 di Draghi) per arginare la cavalcata dei prezzi. Nessuna traccia,
nel testo, di misure ad hoc per i nuclei più in difficoltà.
L'articolo Una settimana prima del decreto Urso bocciava il taglio delle accise:
“Inefficace e aiuta soprattutto i ricchi che consumano più carburante” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
È in vigore da oggi il decreto carburanti approvato mercoledì sera dal consiglio
dei ministri e subito pubblicato in Gazzetta Ufficiale dopo la firma di Sergio
Mattarella. Scatta quindi da subito – mentre in Medio Oriente gli attacchi
incrociati alle infrastrutture energetiche hanno fatto schizzare ancora una
volta le quotazioni del barile – il taglio di 20 centesimi al litro per 20
giorni delle accise su benzina e diesel. Considerando l’Iva, lo sconto per gli
automobilisti sarà di circa 24,4 centesimi al litro. Caute le associazioni
consumatori. “In deroga all’allineamento voluto dall’Unione europea, sarebbe
stato molto meglio tagliare di 25 cent il gasolio e di 15 cent la benzina”,
sostiene Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori. Il
gasolio “in modalità self service in autostrada scenderà da 2,190 di oggi a
1,946 euro, un importo ancora troppo elevato, con un risparmio per un pieno di
50 litri pari a 12,20 euro. La benzina in autostrada diminuirà da 1,967 a 1,723,
mentre con 15 cent sarebbe stata pari a 1,784, un valore comunque accettabile”.
Federconsumatori parla di interventi positivi ma insufficienti.
L’intervento arriva senza che sia stato attivato il meccanismo dell’accisa
mobile, che prevede l’utilizzo del maggior gettito Iva per finanziare la
riduzione delle accise. Le coperture vengono invece dalla riduzione degli
stanziamenti di competenza e cassa dei ministeri: 127,5 a carico del Mef, 96,5
del ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini, 86 verranno tagliati alla
Salute, 30 al Viminale, giù giù fino ai 25 milioni in meno per l’Università e ai
16,6 in meno per il Lavoro.
Oltre al taglio temporaneo delle accise e alle misure settoriali per
autotrasporto e imprese ittiche, all’articolo 1 – “Prevenzione e contrasto alle
manovre speculative sui carburanti” – è prevista una stretta sui controlli.
Giorgia Meloni nell’intervista al Tg1 subito dopo il consiglio dei ministri ha
parlato di “un meccanismo antispeculazione che di fatto lega il prezzo del
carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo sanzioni
per chi dovesse discostarsi”. Descrizione ampiamente esagerata: il provvedimento
si limita a disporre che le compagnie petrolifere comunichino quotidianamente ai
gestori i prezzi consigliati, li pubblichino sui propri siti e li trasmettano
sia al Garante per la sorveglianza dei prezzi sia all’Antitrust. In aggiunta, i
gestori non potranno aumentare i prezzi nell’arco della stessa giornata. Il
risultato sarà solo quello di rendere più tracciabile la formazione dei listini
lungo la filiera. Peraltro non sono previste multe per chi si “discosta”
dall’andamento reale del prezzo della materia prima, come sostenuto dalla
premier: la sanzione, pari allo 0,1% del fatturato giornaliero, scatterà in caso
di violazione dell’obbligo di comunicazione.
Poco incisivo anche lo “speciale regime di controllo dei fenomeni distorsivi
lungo la filiera” che stando al decreto verrà messo in campo dal Garante –
Mister Prezzi – “al fine dell’immediato rilievo, previa individuazione di indici
di anomalia, dell’andamento dei prezzi al consumo in rapporto alla variazione
dei prezzi delle materie prime e raffinate sui mercati”. La figura istituita nel
2007 presso il ministero delle Imprese continuerà ad avere solo poteri di
segnalazione e moral suasion. Se emergono aumenti ritenuti anomali e repentini,
trasmetterà alla Guardia di Finanza “il dettaglio degli operatori della
distribuzione e delle relative compagnie petrolifere, presso i quali accertare e
verificare le eventuali anomalie (…) e il costo giornaliero di acquisto del
greggio e dei prodotti raffinati da parte del titolare dell’autorizzazione
petrolifera”. Gli esiti verranno poi inviati all’Antitrust per eventuali
sanzioni e, nei casi più gravi, all’autorità giudiziaria che è ovviamente
l’unica a poter determinare se ci sono reati.
Le opposizioni criticano sia la portata sia l’impostazione del decreto. Per il
Pd è “troppo poco e troppo tardi”, mentre Avs sottolinea come il taglio delle
accise sia finanziato con risorse pubbliche e non a carico dei profitti del
settore energetico. Secondo Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e
Sinistra e co-portavoce di Europa Verde, le sanzioni sono una beffa:
“All’articolo 3 del decreto è prevista una sanzione pari allo 0,1% del fatturato
giornaliero, ma non per chi aumenta i prezzi, bensì per chi non rispetta le
procedure di comunicazione dei prezzi, che non potranno variare nell’arco della
giornata. Per dare un ordine di grandezza, il fatturato giornaliero dei
carburanti è pari a circa 200 milioni di euro: la sanzione, anche ipotizzando il
massimo, sarebbe di appena 200mila euro. Una cifra irrisoria. Una vergogna”.
L'articolo In vigore il decreto carburanti con il taglio temporaneo delle
accise. Il “meccanismo antispeculazione” ha le armi spuntate proviene da Il
Fatto Quotidiano.
In Bolivia esplode il caso della benzina “difettosa”. Oltre diecimila veicoli
sarebbero stati danneggiati da carburante di scarsa qualità, dando il via a una
valanga di richieste di risarcimento e a un nuovo fronte di tensione sociale in
un Paese già alle prese con una crisi energetica ed economica.
Secondo quanto riferito dalla compagnia statale degli idrocarburi Ypfb, sono
almeno 10.800 le segnalazioni raccolte in poche settimane attraverso il sistema
ufficiale di registrazione dei danni. I primi indennizzi sono già stati avviati
e riguardano oltre 2.600 utenti, ma il numero complessivo dei casi continua a
crescere, segno di un problema diffuso e tutt’altro che risolto.
All’origine dei guasti ci sarebbe la presenza di residui di ossidazione nei
serbatoi di stoccaggio, finiti poi nella benzina distribuita ai consumatori. Una
contaminazione che avrebbe provocato danni ai motori, costringendo migliaia di
automobilisti e lavoratori del trasporto a sostenere spese impreviste per
riparazioni spesso costose.
Il caso ha rapidamente assunto una dimensione politica. Il governo del
presidente Rodrigo Paz (nella foto), in carica da pochi mesi, si trova a gestire
una situazione delicata: da un lato la necessità di garantire rifornimenti in un
contesto di scarsità di carburante, dall’altro il malcontento crescente di
cittadini e categorie produttive. Negli ultimi mesi, infatti, l’esecutivo ha
eliminato i sussidi ai carburanti in vigore da oltre vent’anni, una scelta che
ha contribuito all’aumento dei prezzi e a tensioni diffuse.
Non è la prima volta che la qualità del carburante finisce sotto accusa. Già a
febbraio proteste e blocchi stradali avevano paralizzato la regione di Santa
Cruz, con i lavoratori del settore trasporti che denunciavano danni a motocicli
e veicoli attribuiti a benzina contaminata. Oggi quella protesta sembra trovare
conferma nei numeri ufficiali.
Per molti boliviani il problema va oltre il singolo episodio. La vicenda mette
in luce le fragilità strutturali del sistema energetico nazionale, tra
difficoltà di approvvigionamento, infrastrutture carenti e gestione sotto
pressione. In un Paese dove il trasporto su strada è fondamentale per l’economia
quotidiana, anche un’anomalia nella qualità del carburante può trasformarsi
rapidamente in una crisi sociale.
Le autorità hanno promesso controlli più rigorosi e un’accelerazione nei
rimborsi, ma la fiducia dei cittadini resta scossa. E mentre i risarcimenti
iniziano ad arrivare, la vera sfida per il governo sarà evitare che un problema
tecnico si trasformi in un detonatore politico.
L'articolo Bolivia, benzina difettosa danneggia migliaia di auto e accende le
proteste proviene da Il Fatto Quotidiano.
Fino a mercoledì mattina l’ipotesi data per più probabile era quella che il
governo rinviasse a dopo il referendum sulla giustizia di domenica e lunedì i
provvedimenti per il contrasto al caro energia. Nel pomeriggio però, dopo un
incontro tra la premier Giorgia Meloni, il ministro dell’Economia Giancarlo
Giorgetti e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, è arrivata
invece la decisione di stringere i tempi. Il cdm è stato convocato per le 19 a
Palazzo Chigi. All’ordine del giorno un solo punto: un decreto legge con
Disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei
mercati internazionali. Stando a bozze ancora provvisorie, per le famiglie con
Isee sotto i 15mila euro titolari della card Dedicata a te – sono circa 1
milione – arriverà un bonus carburanti una tantum da 100 euro e per
l’autotrasporto un credito d’imposta sul gasolio.
La social card sarà rafforzata “al fine di sostenere il potere d’acquisto dei
nuclei familiari meno abbienti, anche a seguito dell’incremento del costo del
carburante”, si legge nella bozza. Il contributo per i redditi bassi sarà
riconosciuto “nel limite pro capite derivante dalla ripartizione” del nuovo
stanziamento di 130 milioni che porta da 500 a 630 milioni i fondi a
disposizione nel 2026. Per gli autotrasportatori sarà invece riconosciuta un
credito d’imposta al 28% sull’acquisto di gasolio per un totale di 608 milioni
di euro. Tutte cifre ancora suscettibili di modifiche. .
Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini,
potrebbe esserci anche “un primo sostanziale taglio delle accise che possa
diventare uno sconto alla pompa già nelle prossime ore”. “Parliamo – ha detto –
di diverse centinaia di milioni di euro per un intervento sperimentale di un
mese e la riduzione non sarà di pochi centesimi: l’obiettivo è tornare sotto i
due euro al litro, possibilmente sotto 1,90”. Il ministro ha spiegato che il
governo chiederà anche “ai petrolieri un prezzo medio massimo” e “ai
concessionari autostradali di tagliare una parte dei loro profitti”. Quanto alla
durata della misura, Salvini ha sottolineato che “vedremo nel primo mese cosa
succede in Medio Oriente, in Iran e nello stretto di Hormuz”, avvertendo che “se
la guerra andasse avanti per mesi il problema non è il costo, ma la
disponibilità del carburante”.
L'articolo Ora Meloni accelera: cdm convocato alle 19. Le misure contro il caro
carburanti arrivano prima del referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
La crisi energetica innescata dalla crisi in Medio Oriente e dalla drastica
riduzione del traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz ha riportato i prezzi
di benzina e diesel sopra la soglia critica dei due euro in diversi Paesi
europei. Mentre il petrolio è tornato nuovamente a superare la soglia dei 100
dollari, la comunità internazionale tenta una risposta coordinata. Con il
sostegno politico dei Paesi del G7, l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie)
– che definisce la crisi la più grande interruzione di offerta della storia del
mercato petrolifero –, è pronta a coordinare il rilascio di riserve strategiche
nazionali fino a 400 milioni di barili. Azione a cui partecipa anche l’Italia
con 10 milioni di barili, equivalenti al 13,5% delle nostre scorte di sicurezza.
Tutto per garantire stabilità alle forniture. Funzionerà? Secondo la stessa
Agenzia, l’efficacia è strettamente legata alla durata del blocco di Hormuz.
Questione di matematica: se la chiusura dello Stretto o il rallentamento dei
flussi dovessero persistere per settimane o mesi, l’iniziativa dell’Aie rischia
di rivelarsi un buco nell’acqua, ha detto all’Adnkronos Francesco Sassi, docente
di geopolitica dell’energia all’Università di Oslo. Finché i mercati non
coglieranno segni di de-escalation nel conflitto, dunque, la minaccia iraniana
dei 200 dollari al barile resta all’ordine del giorno. Né rassicurano le ultime
dichiarazioni di Donald Trump: “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di
petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un
sacco di soldi”.
A Bruxelles sono sul tavolo opzioni come un taglio coordinato delle tasse sui
carburanti e la reintroduzione del tetto al prezzo del gas per limitare il
contagio sui costi dell’elettricità. Ma per ora i singoli Stati Ue si sono mossi
in ordine sparso, adottando strategie nazionali che vanno dalla riduzione delle
tasse, al controllo dei prezzi, fino alla vigilanza del mercato. In Italia il
governo sta studiando l’aggiornamento del meccanismo delle accise mobili,
strumento che permetterebbe di ridurre la tassazione sui carburanti
compensandola col maggiore gettito Iva incassato dai rincari. Si tratta di
rinunciare alla entrate aggiuntive non previste a bilancio per abbassare
temporaneamente il prezzo alla pompa. Ma l’attivazione richiede un decreto del
ministero dell’Economia d’intesa col ministero dell’Ambiente: sebbene lo
strumento sia previsto dalla normativa (misura del 2007 aggiornata nel 2023), la
sua attivazione non è automatica. Senza il consolidamento delle attuali
condizioni di prezzo su base bimestrale rispetto alle stime del Documento di
Economia e Finanza, “il taglio delle accise non può scattare legalmente”, ha
spiegato il Mef in Commissione Finanze alla Camera. Così, per ora, la strategia
resta quella del monitoraggio. Il ministro delle Imprese Adolfo Urso ha disposto
un potenziamento dei controlli della Guardia di Finanza lungo la filiera
distributiva per stanare speculazioni.
Decisamente più radicale le scelte fatte nell’Europa orientale e sud-orientale.
In Ungheria Viktor Orbán ha imposto per decreto un tetto massimo ai prezzi,
equivalenti a circa 1,51 al litro per la benzina e 1,56 euro per il gasolio. La
misura si applica esclusivamente ai veicoli con targa nazionale ed è sostenuta
dal rilascio delle riserve petrolifere statali. Non mancano le critiche, con le
opposizioni che parlano di misura propagandistica di un governo in difficoltà a
un mese dalle elezioni. Quanto ai conti pubblici, l’agenzia di rating Standard &
Poor’s ha avvertito che il peggioramento dei conti esterni e le politiche di
sussidio potrebbero portare a un declassamento del rating del Paese. Anche la
Croazia, sotto la guida di Andrej Plenković, ha optato per un calmiere
amministrativo bloccando i prezzi a circa 1,50 euro per la benzina e 1,55 per il
diesel, senza distinzioni di nazionalità, annunciando di voler proteggere
famiglie e imprese. Il governo di centrosinistra della Slovenia ha invece scelto
la via della riduzione delle accise per attenuare l’impatto dei prezzi
internazionali, mantenendo i costi finali tra i più bassi dell’area a circa 1,47
euro per la benzina e 1,53 euro per il diesel.
All’estremo opposto sembrano invece posizionarsi, almeno per il momento, le
grandi economie dell’Europa occidentale. In Germania il cancelliere Friedrich
Merz mantiene una linea attendista, privilegiando la trasparenza del mercato
rispetto a interventi diretti sui prezzi che rischiano di distorcere la
concorrenza. A Parigi il primo ministro Sébastien Lecornu ha invece escluso
l’introduzione di uno scudo per i prezzi a causa dei limitati margini di
bilancio, optando invece per un piano straordinario di centinaia di ispezioni
presso le stazioni di servizio per prevenire la speculazione. Il governo
francese ha definito inconcepibile una riduzione dell’Iva, che avrebbe un costo
stimato di circa 17 miliardi di euro. Una soluzione intermedia è stata adottata
dal Portogallo del socialdemocratico Luís Montenegro, che ha attivato una
valvola di sicurezza fiscale, cioè uno sconto di alcuni centesimi sul diesel
finanziato dal gettito Iva extra, con un meccanismo automatico che scatta quando
i prezzi aumentano di circa 10 centesimi rispetto ai livelli di riferimento.
Scelte differenti che frammentano ancor di più la situazione nei vari i Paesi,
dove si registra ormai un divario tra i prezzi medi che si avvicina a 80-90
centesimi per litro di diesel: dalla Slovenia dei 1,5 euro al litro, ai Paesi
Bassi dove si superano spesso gli 1,85 euro. Ma non è solo una questione di
prezzi ed è per questo che le principali economie sarebbero più caute nelle
soluzioni da adottare. Perché se da un lato calmierare i prezzi e tagliare le
tasse offra un sollievo immediato a famiglie e aziende, gli esperti mettono in
guardia sui rischi strutturali. Perché le misure non solo pesano sulle finanze
pubbliche ma rischiano di incentivare i consumi di combustibili fossili,
ritardando la transizione energetica e mantenendo le economie europee
vulnerabili alle continue instabilità geopolitiche, compresa l’incognita sulle
intenzioni di Donald Trump per le sanzioni alla Russia, che si offre di colmare
il vuoto lasciato dal blocco delle forniture provenienti dal Golfo Persico,
ovviamente a prezzi correnti. La Commissione Ue ha esortato a far rispettare
rigorosamente il tetto al prezzo del petrolio russo, avvertendo che tornare a
dipendere dall’energia russa sarebbe un “errore strategico”. Errore che il
presidente ucraino Volodymyr Zelensky tenterà di scongiurare anche nei prossimi
giorni, durante la visita ad alcuni Paesi Ue, da Parigi a Madrid. Ma il
conflitto in Medio Oriente ha messo anche il dossier ucraino in diretta
concorrenza con la pompa di benzina.
L'articolo Rincaro carburanti | Tetto ai prezzi di Orbán, taglio delle accise in
Slovenia, ispezioni in Francia e “monitoraggio” in Italia: i Paesi Ue in ordine
sparso e i rischi del piano sulle riserve petrolifere proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Italia partecipa al rilascio coordinato di riserve petrolifere di emergenza
deciso dai Paesi membri dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) per
stabilizzare i mercati internazionali. Il ministero dell’Ambiente e della
Sicurezza Energetica (Mase) ha confermato che il contributo nazionale sarà di 10
milioni di barili, quota che rappresenta circa il 2,5% del totale di 400 milioni
di barili stanziati complessivamente dai Paesi membri. Il volume, pari a
1.605.000 tonnellate di petrolio equivalente, rappresenta il 13,5% delle scorte
di sicurezza italiane. Nonostante l’entità del rilascio, il Mase definisce la
situazione nazionale soddisfacente: le riserve attuali ammontano a 11.903.843
tep, garantendo 90 giorni di importazioni nette in linea con le norme Ue.
Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie, ha descritto l’attuale scenario come
un punto di svolta critico per le piazze energetiche, sottolineando che
l’immissione di riserve è la più grande della storia. Secondo l’Agenzia, il
conflitto in Iran ha causato la maggiore interruzione delle forniture mai
registrata, con una riduzione della produzione nel Golfo di almeno 10 milioni di
barili al giorno. La causa principale risiede nel blocco quasi totale dello
Stretto di Hormuz, dove il transito è crollato dai 20 milioni di barili
quotidiani a un volume minimo. L’Agenzia prevede per marzo una contrazione delle
forniture globali di 8 milioni di barili al giorno, a fronte di una domanda che
si mantiene sopra i 100 milioni. Secondo l’Aie, però, l’efficacia dello storico
rilascio di riserve è strettamente legata alla durata del blocco dello Stretto
di Hormuz: l’agenzia teme che la carenza di approvvigionamento continuerà ad
aumentare a meno che i flussi di traffico non riprendano rapidamente.
Intanto vengono messe in campo anche altre contromisure straordinarie. L’Egitto
ha deciso di rinviare la manutenzione delle proprie raffinerie per aumentare la
produzione del 10%. Con una capacità operativa portata a 650.000 barili al
giorno, il governo del Cairo punta a coprire il fabbisogno interno di gasolio e
benzina, pari rispettivamente a 12 e 6,7 milioni di tonnellate annue, e a
ridurre i costi delle importazioni. L’Iraq, la cui produzione è scesa a 1,4
milioni di barili al giorno, ovvero meno di un terzo rispetto ai volumi
pre-guerra, sta tentando di attivare rotte alternative. Baghdad intende
esportare 200.000 barili al giorno via camion attraverso Turchia, Siria e
Giordania, oltre a utilizzare l’oleodotto di Ceyhan per altri 100.000 barili.
In ambito diplomatico, la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper è in
visita in Arabia Saudita per coordinare la sicurezza dello Stretto di Hormuz e
garantire la continuità dei flussi. Londra ha definito la situazione
estremamente instabile a causa dei continui attacchi attribuiti all’Iran che
minacciano la navigazione e i partner regionali. Tuttavia, l’efficacia delle
manovre dell’Aie rimane oggetto di discussione. Esperti di geopolitica avvertono
che il rilascio coordinato potrebbe rivelarsi insufficiente se la chiusura di
Hormuz dovesse persistere per settimane o mesi. Mentre i prezzi sfiorano i 100
dollari, la minaccia iraniana di spingerli quota 200 dollari non è ancora un
pericolo scongiurato secondo i mercati. Il rischio di ulteriori shock sui prezzi
dei carburanti resta alto, aggravato dalla vulnerabilità delle infrastrutture in
Oman e nel Mar Rosso, dove la presenza di droni limiterebbe la capacità dei
produttori Opec+ (i Paesi Opec più gli altri principali Paesi produttori) di
stabilizzare l’offerta.
L'articolo Iran e petrolio, maxi rilascio di riserve per stabilizzare i mercati:
l’Italia contribuisce con 10 milioni di barili proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’escalation della crisi in Medio Oriente e gli effetti sui prezzi del petrolio
hanno riportato al centro del dibattito politico italiano il meccanismo delle
accise mobili, cioè il taglio dell’imposta sui prodotti energetici finanziato
con il maggior gettito Iva incassato dallo Stato per effetto del rincaro dei
carburanti. Previsto dalla legge finanziaria per il 2008 (governo Prodi). è
stato modificato nel 2023 dall’esecutivo di Giorgia Meloni. Che nei giorni
scorsi ha confermato come il governo stesse valutando se attivarlo, come chiesto
dalle opposizioni, per compensare in parte gli automobilisti dagli aumenti del
costo dei carburanti. Ma all’ordine del giorno del cdm convocato per le 17 un
decreto ad hoc non c’è. Alle condizioni attuali, l’effetto finale sulle tasche
dei consumatori sarebbe stato infatti limitato a pochi centesimi di euro al
litro. Per fare di più servono coperture aggiuntive, difficili da trovare nel
bilancio pubblico se si considera che la guerra allontana gli obiettivi di
crescita e deficit previsti lo scorso autunno.
COME FUNZIONANO LE ACCISE MOBILI
Torniamo al funzionamento delle accise mobili. Il sistema nasce nel 2007 con la
legge finanziaria del governo guidato da Romano Prodi e viene utilizzato per la
prima volta nel 2008 con un decreto firmato dagli allora ministri Pier Luigi
Bersani e Vincenzo Visco. L’idea era quella di compensare almeno in parte i
rincari dei carburanti. Visto che quando il prezzo del petrolio sale e aumenta
il prezzo alla pompa cresce automaticamente anche l’Iva, la norma consentiva di
utilizzare quell’extragettito (“extra” rispetto alle previsioni ufficiali) per
ridurre temporaneamente le accise restituendo ai contribuenti una quota delle
maggiori entrate fiscali. Nel 2023, mentre infuriavano le polemiche per
l’aumento del prezzo del pieno seguito alla decisione di non confermare il
taglio delle accise adottato dal predecessore Mario Draghi, il governo Meloni ha
poi modificato il funzionamento del meccanismo con il decreto carburanti. La
nuova versione consente – via decreto del ministero dell’Economia di concerto
con quello dell’Ambiente – la riduzione delle accise in caso di scostamento tra
prezzo effettivo del petrolio, sulla media del precedente bimestre, e previsioni
contenute nei documenti di finanza pubblica. Senza bisogno (come nella prima
versione) che le quotazioni internazionali del petrolio salgano di almeno il 2%.
BENEFICI LIMITATI SUL PREZZO FINALE
Il margine di intervento è però limitato. Essendo l’Iva sui carburanti al 22%,
ogni aumento del prezzo industriale genera la stessa quota di extragettito.
Finora gli attacchi all’Iran e le contromosse di Teheran, facendo salire il
Brent verso e in alcune fasi oltre la soglia dei 100 dollari al barile, si sono
tradotti in rincari alla pompa di circa 17 centesimi al litro per la benzina e
oltre 40 centesimi per il gasolio dall’inizio di marzo. L’accisa mobile,
considerato che l’extragettito viene calcolato solo sulla componente industriale
del prezzo, garantirebbe stando alle simulazioni sconti rispettivamente di poco
meno di 4 e poco meno di 8 centesimi al litro, compensando solo una parte
dell’aumento dei prezzi. Come evidenziato da Assoutenti, una riduzione di 5
centesimi di euro al litro comporterebbe, considerata anche l’Iva che pesa sulle
accise, un risparmio da circa 3 euro su un pieno da 50 litri, pari a -73,2 euro
su base annua ad automobilista. A cui va sommato l’effetto indiretto legato al
contenimento dei prezzi dei prodotti trasportati su gomma. Troppo poco per
Federconsumatori, che chiede una riduzione di 20 centesimi al litro per
garantire risparmi diretti di circa 230 euro annui, e per l’Unione nazionale
consumatori, convinta che il taglio debba essere di almeno 10 cent.
IL PRECEDENTE DEL 2022
Per garantire un sollievo tangibile servono però risorse ulteriori. Il
precedente più recente risale alla crisi energetica del 2022, dopo l’invasione
russa dell’Ucraina. Il governo Draghi attivò il meccanismo dell’accisa mobile
con un decreto del ministero dell’Economia del 18 marzo, utilizzando
l’extragettito Iva registrato nell’ultimo trimestre del 2021 pari a 308 milioni.
L’effetto si fermava a 8,5 centesimi al litro. Ci volle un altro intervento, con
7 miliardi di risorse aggiuntive coperte in parte dalla tassa sugli
“extraprofitti” delle imprese energetiche, per arrivare allo sconto complessivo
di 25 centesimi al litro annunciato dall’allora premier. Meloni, arrivata a
Palazzo Chigi quell’autunno, decise subito di ridurre il taglio e non inserì in
legge di Bilancio la proroga dell’intervento per il 2023. Nonostante le ripetute
promesse di abolizione delle accise fatte quando era all’opposizione.
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perché lo sconto per gli automobilisti si fermerebbe a pochi cent proviene da Il
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