Prima il blitz in Venezuela con l’obiettivo esplicito di spingere al ribasso il
prezzo del petrolio fino a 50 dollari al barile. Poi l’ipotesi di vietare ai
grandi investitori istituzionali di comprare case unifamiliari, l’annuncio di un
tetto ai tassi delle carte di credito e un piano da 200 miliardi di dollari per
far comprare obbligazioni ipotecarie alle società di servizi finanziari a
supporto dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Fino alla promessa che i
consumatori Usa non dovranno pagare bollette più alte a causa dei data center di
Big tech (anche se già succede). Per quanto l’abbia definita una bufala, la
crisi dell’affordability – cioè la difficoltà crescente per milioni di americani
di far quadrare il bilancio familiare – sembra spaventare non poco Donald Trump
a dieci mesi dalle elezioni di Midterm. Negli ultimi giorni, in parallelo alle
mosse senza precedenti sul fronte estero, il presidente Usa ha sfornato una
serie di proposte che non sfigurerebbero nel programma di un candidato dell’ala
sinistra del Partito democratico. Tutte accomunate da un minimo comun
denominatore: il disperato tentativo di arginare la percezione di un’economia
che penalizza la classe media grazie alla quale è tornato alla Casa Bianca.
Partiamo dal petrolio. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás
Maduro e a un riassetto del controllo statunitense sulle riserve venezuelane,
Trump ha annunciato che Caracas invierà “immediatamente” tra i 30 e 50 milioni
di barili agli Usa e il ricavato della vendita sarà gestito “a beneficio del
popolo venezuelano e degli Stati Uniti”. Poi le grande compagnie occidentali –
esclusa forse Exxon, il cui ad ha avuto l’ardire di esplicitare che l’impresa al
momento appare troppo rischiosa – saranno chiamate a investire almeno 100
miliardi di dollari, cifra probabilmente sottostimata, per rimettere in sesto le
devastate infrastrutture di estrazione del Paese e aumentare la produzione di
greggio. L’intenzione è di usare quella leva per abbattere i prezzi
dell’energia, fino appunto al target di 50 dollari al barile: livello difficile
da raggiungere senza un coordinamento internazionale, avvertono gli analisti,
per non parlare dei rischi per i produttori statunitensi di shale oil che
andrebbero fuori mercato. Poco importa al tycoon, ossessionato dalla necessità
di riportare la benzina verso i 2 dollari al barile nel Paese in cui suv e pick
up sono i mezzi di trasporto più popolari.
Per affrontare l’emergenza della mancanza di alloggi a prezzi accessibili, il 7
gennaio Trump ha poi lanciato una proposta che sta facendo discutere: il divieto
per i grandi investitori di acquistare più case unifamiliari. Al netto della
necessità di approvazione da parte del Congresso, l’intervento – ispirato a
proposte di legge in discussione in diversi Stati Usa – sembra mirare al
bersaglio sbagliato, visto che la quota di abitazioni in mano a investitori
istituzionali è in generale piuttosto bassa e il vero nodo è semmai la carenza
di offerta.
L’8 gennaio è stata la volta dell’ordine a Fannie Mae e Freddie Mac, le società
di finanziamento ipotecario che dalla crisi finanziaria del 2008 sono sotto
tutela governativa, di comprare mortgage bonds per 200 miliardi. “È uno dei miei
tanti passi per ripristinare l’accessibilità economica, qualcosa che
l’amministrazione Biden ha completamente distrutto”, ha sostenuto Trump sui
social, chiamando in causa come sempre l’amministrazione precedente. La Casa
Bianca sostiene che una spinta significativa della domanda di quei titoli
potrebbe ridurre i tassi sui mutui. Ma il mercato dei titoli garantiti da
ipoteca è talmente vasto (11mila miliardi di dollari) che 200 miliardi non ne
sposterebbero in alcun modo gli equilibri. E in ogni caso, anche in astratto,
senza un aumento dell’offerta di case una mossa del genere potrebbe al massimo
sostenere la domanda. Il che per paradosso spingerebbe ulteriormente verso
l’alto i prezzi, neutralizzando in parte il beneficio di tassi più bassi.
All’inizio di questa settimana l’attenzione si è spostata sul costo
dell’energia, con l’annuncio che Microsoft “farà importanti cambiamenti” per
evitare che i consumatori paghino bollette elettriche più alte a causa della
crescente domanda di energia dei data center. Solo pochi mesi fa il gruppo ha
ottenuto il via libera a un finanziamento federale da 1 miliardo di dollari per
riattivare il reattore nucleare Unit 1 di Three Mile Island, con l’obiettivo di
usare l’energia prodotta proprio per sfamare i suoi enormi centri di
elaborazione dati. Ora arriva il voltafaccia di Trump, che spiega: “I data
center sono fondamentali per questo boom e per garantire la LIBERTÀ e la
SICUREZZA degli americani, ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono
devono “pagarsi le spese””. E promette altri annunci analoghi nelle prossime
settimane.
In mezzo c’è stata la notizia clamorosa dell’indagine su Jay Powell, presidente
della Fed: a detta del diretto interessato una mossa che punta a consentire al
presidente di prendere il controllo della politica monetaria e far approvare gli
auspicati tagli dei tassi. Trump ha negato qualunque coinvolgimento. A detta di
molti osservatori, mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale
avrebbe comunque effetti opposti rispetto ai desiderata della Casa Bianca:
alimenta tensioni sui mercati, il che può spingere al rialzo i premi al rischio
rendendo più costoso il credito. Non solo: se passerà il messaggio che le
decisioni sui tassi sono guidate dalla pressione politica più che dai dati
economici (inflazione effettivamente domata), famiglie e imprese tenderanno ad
aspettarsi che in futuro i prezzi tornino ad aumentare. E si comporteranno di
conseguenza, contribuendo a una nuova ondata inflazionistica. Un pericoloso
boomerang per le ambizioni di Trump.
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annunci su carte di credito e mutui: ora Trump prende sul serio l’emergenza
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Con l’entrata in vigore della nuova legge di Bilancio, dall’1 gennaio scatta
l’annunciato riallineamento delle accise. Che sposta il carico fiscale su chi
viaggia con macchine a diesel. Il comma 129 della manovra prevede infatti un
calo dell’aliquota sulla benzina di 4,05 centesimi al litro e un aumento
speculare per quella sul gasolio. Il calcolo finale, però, non si ferma
all’accisa: aggiungendo l’Iva, l’impatto reale sui listini sarà di circa 5
centesimi al litro.
Secondo le elaborazioni di Staffetta quotidiana, basate sui prezzi medi attuali,
si ribalterà la gerarchia ai distributori: il gasolio schizzerà a 1,784
euro/litro, superando la benzina che dovrebbe attestarsi intorno a 1,73
euro/litro. Nonostante Eni abbia ridotto di un centesimo i prezzi consigliati, i
dati dell’osservatorio prezzi del Mimit (elaborati su circa 20mila impianti)
mostrano un mercato già in fibrillazione.
La benzina self si aggira sulla media nazionale di 1,683 euro/litro: le “pompe
bianche” (i distributori indipendenti) restano l’unico argine con una media di
1,676 euro. Per quanto riguarda il servito, qui i margini volano: per la benzina
1,827 euro a litro, che diventano 1,868 sotto le insegne delle grandi compagnie.
Nei tratti autostradali, la benzina self sfiora già gli 1,78 euro, mentre il
servito ha superato la soglia psicologica dei 2 euro al litro. Reggono per ora i
carburanti alternativi, con il Gpl servito a 0,688 euro/litro e il metano che
segna un lieve calo a 1,394 euro/kg.
Si tratta dell’ennesima stangata per i consumatori: le accise e l’Iva pesano su
oltre la metà del prezzo del carburante, facendo dell’Italia uno dei Paesi
europei con la componente fiscale più alta. Un primato che il governo alla prova
dei fatti non ha voluto scalfire. Nonostante le promesse elettorali e il famoso
video di Giorgia Meloni che ne chiedeva l’abolizione.
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