Negli ultimi cinque anni, come noto, i prezzi di listino delle vetture sono
aumentati dal 20% a oltre il 40%. Colpa della crisi delle materie prime
(microchip), dell’aumento dei costi di produzione e manodopera, dell’inclusione
di dotazioni di serie più costose (elettronica, sicurezza) e dell’introduzione
dell’elettrificazione. Ma è anche colpa dell’ingordigia dei costruttori, che
inseguono margini di profitto sempre più alti.
In buona sostanza, le automobili realmente economiche, una volta definite
“utilitarie”, non esistono più, rimpiazzate da modelli più grandi, talvolta con
carrozzeria da suv compatto, ideali per far quadrare i bilanci della aziende ma
non quelli dei consumatori, che sempre più spesso preferiscono rivolgersi al
mercato dell’usato o prolungare il più possibile la vita della loro auto.
Un trend di cui sono consapevoli molti costruttori generalisti, fra cui quelli
del Bel Paese. “Le Fiat sono diventate troppo care e serve un’erede della Panda
sotto i 15 mila euro” ha spiegato Olivier François, numero uno del marchio
torinese, alla testata francese Auto Infos. Il che fa sperare che i prossimi
modelli in arrivo abbiano prezzi più accessibili. “Rimpiazzeremo la Panda con un
modello più piccolo e semplice, secondo lo spirito della Panda originale del
1980. Avrà un’offerta multienergia”, ha specificato il manager transalpino. Si
parla, quindi, di una vettura sotto i 4 metri di lunghezza, che sarà offerta con
motorizzazioni elettrificate e non. E che, soprattutto per via del prezzo,
potrebbe confermare la Panda – la versione attuale è in produzione dal 2012 e
nel frattempo è diventata “Pandina” – come best seller indiscussa del mercato
italiano.
A dire il vero, la tendenza a un riposizionamento verso il basso di alcuni
prodotti Fiat è già in atto, complici anche gli scarsi numeri di vendita di
alcuni modelli: è il caso della 500 elettrica, che da qualche mese è stata
affiancata dalla più economica edizione ibrida (proposta a 19.900 euro, contro i
23.900 euro dell’elettrica con batteria da 23,4 kWh). Va letto in questo senso
pure il lancio della versione con motore benzina non elettrificato e cambio
manuale della Grande Panda – esordio a febbraio e prezzi da 16.900 euro – e il
prossimo debutto della 600 con motore 1.2 da 101 CV senza ibridazione e con
trasmissione manuale.
Alla base della maggiore competitività anche le economie di scala con gli altri
marchi del gruppo Stellantis: sinergie che passeranno dalla prossima
introduzione della piattaforma “STLA Small”, che “è una priorità assoluta ed è
uno strumento chiave per i segmenti A e B”, ha spiegato, al Salone di Bruxelles,
Emanuele Cappellano, numero uno di Stellantis in Europa: “La missione dell’auto
popolare fa parte del DNA di marchi come Fiat e Citroën e resterà centrale.
Tuttavia, i costi crescenti legati alla roadmap tecnologica stanno riducendo
l’accessibilità, ed è proprio lì che sono scomparsi 3 milioni di veicoli dal
mercato. Le auto sotto i 15.000 euro sono quasi sparite. La risposta vera è un
approccio multi-energia: elettriche, ma anche full hybrid, mild hybrid, ibride
plug-in, Reev e altre soluzioni”. Secondo il manager, “puntare su una sola
tecnologia rischia di far sparire le auto accessibili e aumentare la dipendenza
da tecnologie extra-europee. L’UE deve decidere se considerare l’industria auto
un asset strategico”.
L'articolo Fiat, Olivier François: “Serve un’erede della Panda sotto i 15 mila
euro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Consumatori
Il mercato italiano delle due ruote archivia il 2025 con un bilancio dagli
andamenti divergenti. A fronte di una flessione complessiva del 7,5% nelle
immatricolazioni, emergono infatti traiettorie opposte tra le diverse tipologie
di veicoli: gli scooter avanzano, mentre le moto accusano un arretramento
deciso. A certificarlo sono i dati annuali diffusi da Confindustria Ancma
(Associazione Nazionale Ciclo Motociclo Accessori) che fotografano un settore
condizionato sia da fattori normativi sia da un contesto economico ancora
instabile.
Nel dettaglio, il comparto chiude l’anno con 345.287 veicoli immatricolati. Gli
scooter registrano una crescita del 5,5% e superano quota 197mila unità. Di
segno opposto l’andamento delle moto, che perdono oltre il 19%, fermandosi a
circa 134mila targhe. Ancora più marcata la contrazione dei ciclomotori, in calo
di quasi un terzo rispetto all’anno precedente.
Il settore ha risentito degli effetti legati all’introduzione della normativa
Euro 5+. La corsa alle immatricolazioni di fine serie avvenuta due anni fa ha
alterato il confronto su base annua: dopo il record storico registrato a fine
2024, l’ultimo mese del 2025 segna un crollo superiore al 60%, con poco più di
11mila veicoli immatricolati. Un risultato che riflette più un effetto
statistico che un improvviso crollo della domanda. Non a caso, se il raffronto
viene esteso al 2023 – considerato un anno “neutro” – il saldo complessivo torna
positivo (+2,2%).
Restano in difficoltà anche le due ruote elettriche. Il segmento chiude con una
contrazione vicina al 16%, penalizzato soprattutto dal calo dei ciclomotori a
batteria. Più contenuta la flessione degli scooter elettrici, che tuttavia non
riescono ancora a invertire la tendenza complessiva. Un segnale che conferma
come la transizione verso l’elettrico proceda con lentezza, nonostante gli
incentivi e l’attenzione crescente alla mobilità sostenibile.
Scenario analogo per i quadricicli, anch’essi in calo, ma con una netta
distinzione tra alimentazioni: i modelli termici crollano, mentre quelli
elettrici limitano le perdite, sostenuti dalle misure di supporto introdotte nel
corso dell’anno. Con un valore complessivo di 14,8 miliardi di euro, una forte
vocazione all’export e oltre 54mila addetti lungo la filiera, il settore delle
due ruote continua comunque a rappresentare un pilastro dell’industria
nazionale.
L'articolo Due ruote, nel 2025 mercato a due velocità: scooter in crescita, moto
in frenata proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con l’entrata in vigore della nuova legge di Bilancio, dall’1 gennaio scatta
l’annunciato riallineamento delle accise. Che sposta il carico fiscale su chi
viaggia con macchine a diesel. Il comma 129 della manovra prevede infatti un
calo dell’aliquota sulla benzina di 4,05 centesimi al litro e un aumento
speculare per quella sul gasolio. Il calcolo finale, però, non si ferma
all’accisa: aggiungendo l’Iva, l’impatto reale sui listini sarà di circa 5
centesimi al litro.
Secondo le elaborazioni di Staffetta quotidiana, basate sui prezzi medi attuali,
si ribalterà la gerarchia ai distributori: il gasolio schizzerà a 1,784
euro/litro, superando la benzina che dovrebbe attestarsi intorno a 1,73
euro/litro. Nonostante Eni abbia ridotto di un centesimo i prezzi consigliati, i
dati dell’osservatorio prezzi del Mimit (elaborati su circa 20mila impianti)
mostrano un mercato già in fibrillazione.
La benzina self si aggira sulla media nazionale di 1,683 euro/litro: le “pompe
bianche” (i distributori indipendenti) restano l’unico argine con una media di
1,676 euro. Per quanto riguarda il servito, qui i margini volano: per la benzina
1,827 euro a litro, che diventano 1,868 sotto le insegne delle grandi compagnie.
Nei tratti autostradali, la benzina self sfiora già gli 1,78 euro, mentre il
servito ha superato la soglia psicologica dei 2 euro al litro. Reggono per ora i
carburanti alternativi, con il Gpl servito a 0,688 euro/litro e il metano che
segna un lieve calo a 1,394 euro/kg.
Si tratta dell’ennesima stangata per i consumatori: le accise e l’Iva pesano su
oltre la metà del prezzo del carburante, facendo dell’Italia uno dei Paesi
europei con la componente fiscale più alta. Un primato che il governo alla prova
dei fatti non ha voluto scalfire. Nonostante le promesse elettorali e il famoso
video di Giorgia Meloni che ne chiedeva l’abolizione.
L'articolo La manovra fa salire il prezzo del diesel: dall’1 gennaio sarà più
caro della benzina proviene da Il Fatto Quotidiano.
A novembre, mentre dalle audizioni sulla manovra emergeva come gli italiani non
possano aspettarsi grande sollievo dalle misure di finanza pubblica messe in
campo dal governo, la fiducia dei consumatori è crollata. L’Istat ha rilevato
che l’indice è sceso da 97,6 a 95, il valore più basso da aprile. Un andamento
che stride con il progresso della fiducia delle imprese, in salita da 94,4 a
96,1. L’Unione nazionale consumatori paventa “una possibile gelata sui consumi
di Natale” e Federconsumatori attacca: “Non potrebbe essere diversamente in una
situazione in cui le condizioni delle famiglie peggiorano di giorno in giorno e
non c’è nessun provvedimento all’orizzonte per migliorarle”.
Tra i consumatori, l’istituto di statistica evidenzia un diffuso deterioramento
delle opinioni, ancora più marcato sulla situazione futura: il clima economico
cala da 99,3 a 96,5, il clima personale scende da 97 a 94,5, quello corrente
passa da 100,2 a 98,6 e quello futuro diminuisce da 94,1 a 90,2. Con riferimento
alle imprese, invece, l’indice aumenta nei servizi di mercato (da 95,1 a 97,7) e
nel commercio al dettaglio (da 105,2 a 107,3) e cresce anche nell’industria
manifatturiera (da 88,4 a 89,6), mentre cala nelle costruzioni da 103,2 a 102,6.
“Crollano sia il giudizio che le attese sulla situazione della famiglia,
rispettivamente di 3,5 e di 4,4 punti percentuali”, commenta Massimiliano Dona,
presidente dell’Unione nazionale consumatori. “Come se non bastasse, scendono
anche le opportunità attuali di acquistare beni durevoli, ossia proprio quei
prodotti che tipicamente si acquistano a Natale. Se a questo si aggiunge che a
novembre è scattato anche il bonus elettrodomestici, il quadro diventa
sconfortante e attesta la gravità della situazione, con i consumi al palo e la
crescita asfittica del Pil, tendenze contro le quali la manovra di bilancio di
quest’anno non fa nulla, dato che il 62,2% delle risorse aiuterà il 20% più
ricco della popolazione, come attestano i dati Istat”.
“È necessario un intervento deciso e immediato da parte del governo per arginare
questa situazione e dare risposte ai cittadini”, avvisa Federconsumatori, che
chiede misure per rimodulare l’Iva sui beni di largo consumo, creare un Fondo di
contrasto alla povertà energetica e alla povertà alimentare, risorse adeguate
per sanità pubblica e diritto allo studio e una riforma fiscale equa, che
sostenga i redditi bassi e medi.
L’Ufficio studi Confcommercio rincara: “Anche se le interviste si sono svolte
prima dell’inizio della Black Week, quindi senza incorporare pienamente la
percezione favorevole di apertura della più importante stagione degli acquisti –
dal Black Friday ai consumi di dicembre e, passando per il Natale, quelli legati
ai saldi invernali – il segnale proveniente dalle famiglie non è dei più
rassicuranti. Sensazioni, queste, in netta controtendenza con le indicazioni
degli imprenditori, in particolare di quelli operanti nel turismo e nel
commercio al dettaglio, che mostrano apprezzabili segnali di recupero della
fiducia con attese favorevoli per le dinamiche della domanda nei mesi finali
dell’anno”.
L'articolo A novembre crolla la fiducia dei consumatori. “Possibile gelata sui
consumi di Natale” proviene da Il Fatto Quotidiano.