Dal 2021 al 2025 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente
del 17,1%, ma per i beni essenziali la corsa è stata molto più intensa. I dati
Istat aggiornati a dicembre dello scorso anno consentono di tirare le somme e
evidenziano per il “carrello della spesa” un rincaro cumulato del 24%, mentre i
beni energetici sono saliti del 34,1%. Dati che fotografano la perdita di potere
d’acquisto subìta dalle famiglie negli ultimi cinque anni e che nei giorni
scorsi hanno spinto l’Autorità garante della concorrenza ad avviare un’indagine
sui prezzi dei prodotti alimentari nella grande distribuzione.
Il 2025 ha segnato sì una fase di rallentamento dell’inflazione, ma senza alcuna
inversione di tendenza sul fronte dei beni primari. Nell’anno appena concluso
l’inflazione media si è attestata all’1,5%, in aumento rispetto all’1% del 2024,
con una dinamica più contenuta nella seconda parte dell’anno. Il livello dei
prezzi resta strutturalmente più elevato rispetto all’inizio del decennio. Nel
dettaglio, lo scorso anno i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 2,8%,
accelerando rispetto al 2,2% del 2024. A trainare l’aumento sono stati
soprattutto gli alimentari non lavorati, con rincari medi del 3,4%, mentre
quelli lavorati hanno segnato un +2,4%. Anche le spese per abitazione, acqua,
elettricità e combustibili tornano in territorio positivo (+1,1%), dopo il calo
registrato nel 2024. Al contrario, rallentano o calano i prezzi dei trasporti
(-0,2%) e, in misura più contenuta, quelli dei servizi ricettivi e della
ristorazione (+3,4%), che restano comunque tra le voci più onerose per i bilanci
familiari. Proprio i prodotti alimentari e i servizi di alloggio e ristorazione
sono le divisioni che contribuiscono maggiormente alla crescita media
dell’indice generale nel 2025.
La lettura di lungo periodo è però quella che pesa di più. Dal 2019, ricordano
le opposizioni, l’inflazione cumulata supera il 17%, mentre i salari non hanno
tenuto il passo, restando diversi punti sotto il carovita. L’Unione Nazionale
Consumatori parla di vera e propria stangata: secondo le stime
dell’associazione, l’inflazione media del 2025 si traduce in un aggravio annuo
di 561 euro per una coppia con due figli. L’Unc sottolinea inoltre come, sul
periodo 2021-2025, il carrello della spesa abbia accumulato un aumento di sette
punti superiore all’inflazione generale, con effetti particolarmente pesanti sui
redditi medio-bassi. L’Adoc rileva un “allarme tra gli scaffali” e chiede al
governo di “abbandonare la logica dei ‘pannicelli caldi’: misure temporanee come
i bonus o la carta Dedicata a te non bastano più a contenere un’emorragia di
risparmi così profonda. Servono riforme strutturali urgenti: uno stop deciso
alla speculazione, il contrasto al fenomeno della shrinkflation, la
rimodulazione dell’Iva sui beni di prima necessità e lo scorporo immediato delle
accise sui carburanti”.
La dem Anna Ascani, vicepresidente della Camera, denuncia una perdita continua
del potere d’acquisto: “Non si arresta la perdita del potere d’acquisto, le
cittadine e i cittadini sono sempre più in difficoltà e faticano a far fronte a
spese minime. Il lavoro è povero e precario. Esiste una gigantesca questione
salariale che questo governo, preso dai vani e vuoti trionfalismi, fa finta di
non vedere. Inutile celebrare la stabilità dei conti, se si condanna il Paese
all’immobilismo. L’esecutivo metta da parte la propaganda e intervenga
seriamente a sostegno degli italiani”.
Critiche analoghe arrivano dal Movimento 5 Stelle, che parla di una “bomba
sociale” legata all’impennata dei prezzi dei beni essenziali. I parlamentari
pentastellati delle commissioni Attività produttive di Camera e Senato accusano
l’esecutivo di immobilismo, ricordando come salari e pensioni restino diversi
punti sotto l’inflazione e come le misure annunciate contro il caro-energia non
abbiano ancora trovato attuazione concreta. “Mentre la grancassa meloniana
rivendica le pacche sulle spalle delle agenzie di rating e brinda allo spread in
picchiata”, attaccano, “gli italiani masticano amaro alle casse dei
supermercati”.
Sulla stessa linea Alleanza Verdi e Sinistra. Il senatore Tino Magni “condanna
senza appello” per le politiche economiche del governo: “Pane, latte e bollette
stanno diventando beni di lusso, mentre salari e pensioni restano fermi e non si
interviene sugli extra-profitti. Il costo dell’inflazione viene scaricato ancora
una volta su chi vive di reddito fisso”.
L'articolo Per il carrello della spesa aumenti del 24% dal 2021. Le opposizioni:
“Rincari drammatici e il governo è immobile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Aumento Prezzi
Nel giro di cinque anni i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi il
25 per cento, ma per i produttori agricoli di questi margini di guadagno non c’è
neppure l’ombra. Ed è per questo che l’attività dell’Autorità Garante della
Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva che si concentrerà
sul ruolo svolto dalle catene distributive nella ripartizione del valore
aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali.
Che crescono, rendendo i consumatori sempre più poveri, come raccontato da
ilfattoquotidiano.it con elaborazione sulla base dei dati Istat pubblicati
appena due mesi fa. L’aumento dei prezzi, però, non fa bene neppure a chi quei
beni li produce e li fornisce ai supermercati. Come spiega la stessa autorità,
questa distorsione “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio
di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della
grande distribuzione organizzata”. Uno squilibrio che è rimasto costante negli
anni, come raccontato in diverse inchieste da ilfattoquotidiano.it, alcuni
report di ong del settore e neppure risolto con la direttiva europea del 2019,
recepita dall’Italia nel 2021 con la legge 198. Lo mostra la partecipazione
degli agricoltori italiani alle varie proteste dei trattori che continuano a
organizzarsi in tutta Europa.
I PREZZI DEI SUPERMERCATI IN SALITA VERTIGINOSA
Dall’elaborazione dei dati Istat de ilfattoquotidiano.it è venuto fuori un
quadro impietoso: con 30 euro di spesa si mette in tavola quel che nel 2021 fa
avremmo potuto comprare con poco più di 23 euro. L’Antitrust ricorda proprio
quei dati: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno
fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali
rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei
prezzi al consumo (pari al 17,3%). A fronte di questi aumenti dei prezzi al
consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno,
una crescita inadeguata dei propri margini. Nel testo del provvedimento firmato
dal presidente, Roberto Rustichelli, si fa riferimento al cuore del problema.
Perché se a monte della filiera agroalimentare, c’è una base produttiva
estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori, a valle la
situazione è opposta. Il settore della distribuzione finale, infatti, è
caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel
tempo “che potrebbe consentire alle catene della Gdo di imporre unilateralmente
le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo
margini di guadagno “ingiustificatamente” superiori a quelli riconosciuti ai
propri fornitori.
QUELLE PRATICHE SLEALI DURE A MORIRE
“Nell’ambito della filiera agro-alimentare – ricorda l’Antitrust – l’anello
della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i
fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello
di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle
attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi
al consumo”. Ed è per questo che l’indagine punta ad approfondire anche le
modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo,
anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative,
centrali e supercentrali). Perché è chiaro che non è bastato il recepimento
della direttiva europea che, per intenderci, vieta pratiche come i pagamenti in
ritardo, gli annullamenti di ordini dell’ultimo minuto, il rifiuto di fornire
contratti scritti, le vendite sottocosto, le aste online al doppio ribasso
(Leggi l’approfondimento). Molte pratiche sleali sopravvivono, basta inserirle
nel contratto. Si va dalle vendite a prezzi stracciati alla quota i produttori
devono restituire alle catene della Gdo a fine anno.
GLI ASPETTI DA ANALIZZARE NELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL POTERE DELLA GDO
Il presidente dell’Antitrust, dunque, spiega quali saranno gli aspetti da
scandagliare nell’indagine. Saranno analizzati le richieste delle catene
distributive ai fornitori e le modalità con cui avviene la negoziazione dei
pagamenti che i produttori sono tenuti a restituire alle imprese distributive
come corrispettivo per l’acquisto dei servizi di vendita come, ad esempio,
l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a
scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, il cosiddetto trade
spending. Tutti elementi che alimentano il potere contrattuale delle catene
della Gdo nei confronti dei propri fornitori. Un altro aspetto che sarà
verificato è quello relativo ai prodotti a marchio del distributore, le private
label, che incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene,
rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale. Perché attraverso le private
label, al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale tra Gdo e
fornitori, si configura anche un rapporto di concorrenza diretta. Alcuni di
questi aspetti sono già stati al centro di critiche negli ultimi anni.
L’Autorità, infatti, ha avviato una consultazione pubblica su questi punti
critici, invitando “i soggetti interessati” a inviare contributi e osservazioni
entro il 31 gennaio 2026.
UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI: “SERVONO PROVVEDIMENTI CONCRETI”
“Bene, ottima notizia, ma poi che succede? È sempre benvenuta ogni indagine
conoscitiva, certo che poi ci piacerebbe avessero anche un seguito e che, una
volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti” è il
commento di Massimiliano Dona, presidente l’Unione Nazionale Consumatori. Nel
caso di irregolarità accertate, Dona auspica azioni sul piano legislativo sia
provvedimenti della stessa Antitrust. E ricorda che l’articolo 1, comma 5, del
decreto legge 104 del 10 agosto 2023, dà il potere all’Antitrust di imporre alle
imprese interessate ogni misura strutturale o comportamentale necessaria e
proporzionata, al fine di eliminare le distorsioni della concorrenza. “Bisogna
che a queste indagini seguano i fatti e che alle imprese sia poi imposto di
cessare pratiche che creano un pregiudizio per i consumatori” aggiunge Dona,
facendo riferimento a precedenti indagini, “quella sugli algoritmi nel settore
aereo e quella sul caro scuola, solo per citare le ultime due indagini
conoscitive, da cui sono emerse numerose criticità che ci piacerebbe venissero
rimosse”.
L'articolo Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia
un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Prima il blitz in Venezuela con l’obiettivo esplicito di spingere al ribasso il
prezzo del petrolio fino a 50 dollari al barile. Poi l’ipotesi di vietare ai
grandi investitori istituzionali di comprare case unifamiliari, l’annuncio di un
tetto ai tassi delle carte di credito e un piano da 200 miliardi di dollari per
far comprare obbligazioni ipotecarie alle società di servizi finanziari a
supporto dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Fino alla promessa che i
consumatori Usa non dovranno pagare bollette più alte a causa dei data center di
Big tech (anche se già succede). Per quanto l’abbia definita una bufala, la
crisi dell’affordability – cioè la difficoltà crescente per milioni di americani
di far quadrare il bilancio familiare – sembra spaventare non poco Donald Trump
a dieci mesi dalle elezioni di Midterm. Negli ultimi giorni, in parallelo alle
mosse senza precedenti sul fronte estero, il presidente Usa ha sfornato una
serie di proposte che non sfigurerebbero nel programma di un candidato dell’ala
sinistra del Partito democratico. Tutte accomunate da un minimo comun
denominatore: il disperato tentativo di arginare la percezione di un’economia
che penalizza la classe media grazie alla quale è tornato alla Casa Bianca.
Partiamo dal petrolio. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás
Maduro e a un riassetto del controllo statunitense sulle riserve venezuelane,
Trump ha annunciato che Caracas invierà “immediatamente” tra i 30 e 50 milioni
di barili agli Usa e il ricavato della vendita sarà gestito “a beneficio del
popolo venezuelano e degli Stati Uniti”. Poi le grande compagnie occidentali –
esclusa forse Exxon, il cui ad ha avuto l’ardire di esplicitare che l’impresa al
momento appare troppo rischiosa – saranno chiamate a investire almeno 100
miliardi di dollari, cifra probabilmente sottostimata, per rimettere in sesto le
devastate infrastrutture di estrazione del Paese e aumentare la produzione di
greggio. L’intenzione è di usare quella leva per abbattere i prezzi
dell’energia, fino appunto al target di 50 dollari al barile: livello difficile
da raggiungere senza un coordinamento internazionale, avvertono gli analisti,
per non parlare dei rischi per i produttori statunitensi di shale oil che
andrebbero fuori mercato. Poco importa al tycoon, ossessionato dalla necessità
di riportare la benzina verso i 2 dollari al barile nel Paese in cui suv e pick
up sono i mezzi di trasporto più popolari.
Per affrontare l’emergenza della mancanza di alloggi a prezzi accessibili, il 7
gennaio Trump ha poi lanciato una proposta che sta facendo discutere: il divieto
per i grandi investitori di acquistare più case unifamiliari. Al netto della
necessità di approvazione da parte del Congresso, l’intervento – ispirato a
proposte di legge in discussione in diversi Stati Usa – sembra mirare al
bersaglio sbagliato, visto che la quota di abitazioni in mano a investitori
istituzionali è in generale piuttosto bassa e il vero nodo è semmai la carenza
di offerta.
L’8 gennaio è stata la volta dell’ordine a Fannie Mae e Freddie Mac, le società
di finanziamento ipotecario che dalla crisi finanziaria del 2008 sono sotto
tutela governativa, di comprare mortgage bonds per 200 miliardi. “È uno dei miei
tanti passi per ripristinare l’accessibilità economica, qualcosa che
l’amministrazione Biden ha completamente distrutto”, ha sostenuto Trump sui
social, chiamando in causa come sempre l’amministrazione precedente. La Casa
Bianca sostiene che una spinta significativa della domanda di quei titoli
potrebbe ridurre i tassi sui mutui. Ma il mercato dei titoli garantiti da
ipoteca è talmente vasto (11mila miliardi di dollari) che 200 miliardi non ne
sposterebbero in alcun modo gli equilibri. E in ogni caso, anche in astratto,
senza un aumento dell’offerta di case una mossa del genere potrebbe al massimo
sostenere la domanda. Il che per paradosso spingerebbe ulteriormente verso
l’alto i prezzi, neutralizzando in parte il beneficio di tassi più bassi.
All’inizio di questa settimana l’attenzione si è spostata sul costo
dell’energia, con l’annuncio che Microsoft “farà importanti cambiamenti” per
evitare che i consumatori paghino bollette elettriche più alte a causa della
crescente domanda di energia dei data center. Solo pochi mesi fa il gruppo ha
ottenuto il via libera a un finanziamento federale da 1 miliardo di dollari per
riattivare il reattore nucleare Unit 1 di Three Mile Island, con l’obiettivo di
usare l’energia prodotta proprio per sfamare i suoi enormi centri di
elaborazione dati. Ora arriva il voltafaccia di Trump, che spiega: “I data
center sono fondamentali per questo boom e per garantire la LIBERTÀ e la
SICUREZZA degli americani, ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono
devono “pagarsi le spese””. E promette altri annunci analoghi nelle prossime
settimane.
In mezzo c’è stata la notizia clamorosa dell’indagine su Jay Powell, presidente
della Fed: a detta del diretto interessato una mossa che punta a consentire al
presidente di prendere il controllo della politica monetaria e far approvare gli
auspicati tagli dei tassi. Trump ha negato qualunque coinvolgimento. A detta di
molti osservatori, mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale
avrebbe comunque effetti opposti rispetto ai desiderata della Casa Bianca:
alimenta tensioni sui mercati, il che può spingere al rialzo i premi al rischio
rendendo più costoso il credito. Non solo: se passerà il messaggio che le
decisioni sui tassi sono guidate dalla pressione politica più che dai dati
economici (inflazione effettivamente domata), famiglie e imprese tenderanno ad
aspettarsi che in futuro i prezzi tornino ad aumentare. E si comporteranno di
conseguenza, contribuendo a una nuova ondata inflazionistica. Un pericoloso
boomerang per le ambizioni di Trump.
L'articolo Dal blitz in Venezuela per ridurre il costo della benzina agli
annunci su carte di credito e mutui: ora Trump prende sul serio l’emergenza
prezzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Con l’anno nuovo arrivano i rincari sui pedaggi autostradali: 1,5% in media per
tutte le società concessionarie autostradali per le quali è in corso la
procedura di aggiornamento dei relativi Piani Economico-Finanziari. Per le
società Concessioni del Tirreno p.A. (Tronco A10 e A12), Ivrea-Torino-Piacenza
p.A. (Tronco A5 e A21) e Strada dei Parchi p.A., in vigenza di periodo
regolatorio, non sono previste variazioni tariffarie a carico dell’utenza,
mentre una variazione pari all’1,925% è riconosciuta alla concessionaria
Salerno-Pompei-Napoli S.p.A. A comunicarlo è una nota del ministero dei
Trasporti di Matteo Salvini che scarica la colpa dei rialzi su un verdetto della
Consulta datato 14 ottobre 2025: “La sentenza contraria della Corte
Costituzionale ha vanificato lo sforzo del ministro delle Infrastrutture e dei
Trasporti Matteo Salvini e dello stesso governo di congelare le tariffe” dei
pedaggi autostradali, “fino a definizione dei nuovi Pef (Piani economici
finanziari, ndr) regolatori”.
LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Con la sentenza n. 147 depositata il 14 ottobre 2025, la Consulta in effetti ha
dato semaforo verde ai rialzi delle tariffe. I giudici hanno bocciato le norme
che, dal 2020 al 2023, avevano rinviato gli adeguamenti dei pedaggi autostradali
in attesa dei nuovi Pef. Il verdetto censura i rinvii contenuti nei
decreti-legge 162/2019 e 183/2020 – e così via alle deroghe successive – per
contrasto con gli articoli 3, 41 e 97 della Costituzione.
I giudici costituzionali sono stati chiamati in giudizio dal Consiglio di Stato,
tenuto a pronunciarsi sul ricorso di una concessionaria autostradale contro due
note del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti: i due documenti non
avevano riconosciuto gli adeguamenti tariffari per il 2020 e il 2021,
pregiudicando – secondo la concessionaria – la continuità dell’azione
amministrativa, con effetti negativi sulla libertà d’impresa e l’utilità
sociale. Di fatto, la Corte costituzionale ha dato ragione all’azienda
concessionaria. Tuttavia, ha segnalato anche la via alternativa per impedire i
rincari: “L’esigenza di assicurare l’applicazione del nuovo sistema tariffario,
a fronte di richieste asseritamente contrastanti con esso da parte della
concessionaria, poteva già essere soddisfatta dall’applicazione delle delibere
sia del CIPE sia dell’ART nel frattempo intervenute”.
In sostanza, è il ragionamento della Corte, i governi avevano gli strumenti per
intervenire stabilendo senza indugi le nuove tariffe. In ballo ci sarebbero
“conseguenze di non poco momento che così possono aversi sull’infrastruttura
autostradale, sulla sua efficienza e sulla sua sicurezza, che necessitano di
manutenzione e investimenti che vanno programmati”, spiega la nota della
Consulta.
L'articolo Autostrade, nel 2026 previsti rincari medi dell’1,5%. Il ministero di
Matteo Salvini dà la colpa alla Corte costituzionale proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“America is back”. “I prezzi stanno calando molto”. “Stiamo battendo
l’inflazione che hanno creato” i democratici. “L’industria dell’acciaio è
salva”. Donald Trump mercoledì ha iniziato dalla Pennsylvania un tour per gli
Stati Uniti che secondo Axios dovrebbe continuare fino alle elezioni di midterm
del prossimo anno. Obiettivo, convincere gli americani che il loro problema più
sentito, la cosiddetta “affordability” – vale a dire il costo della vita fuori
controllo – è una bufala. A dispetto di quel che dice il conto in banca. Vasto
programma e segno di un nervosismo crescente alla Casa Bianca. Mentre l’Europa
fa i conti con l’ufficializzazione del disprezzo trumpiano nei confronti dei
suoi leader, sul fronte interno i sondaggi indicano infatti un consistente calo
di fiducia nella gestione economica del tycoon. E molti analisti ritengono che
le difficoltà dei Repubblicani alle elezioni di novembre siano state determinate
proprio dalle preoccupazioni persistenti sull’inflazione.
Il punto è che, anche se l’economia statunitense continua a crescere a ritmi
solidi grazie alla spinta dei maxi investimenti in infrastrutture per
l‘intelligenza artificiale, milioni di famiglie continuano a fare i conti con
scontrini della spesa, bollette e prezzi del pieno in aumento o stabili su
livelli insostenibili. “I nostri prezzi stanno scendendo enormemente”, ha
sostenuto il presidente parlando ai sostenitori in un casinò di Mount Pocono,
contea che nel 2024 è tornata a votare per i repubblicani contribuendo a fargli
riconquistare lo swing state e rientrare alla Casa Bianca. Ma a sostenere la
tesi non c’è alcuna evidenza. Anzi, i numeri dicono l’esatto contrario: a
settembre, ultimo dato disponibile, il tasso di inflazione su base annua è
salito al 3% – altro che prezzi in calo – e l’indice alimentare del 3,1%. “Tutto
sta aumentando”, conferma un pensionato sentito dal New York Times, che racconta
di arrivare a fine mese insieme alla moglie solo grazie ai buoni sconto e
scegliendo i prodotti meno costosi. Mentre una sarta racconta l’aumento choc
delle zip cinesi che era solita comprare su Amazon: sono rincarate da 8-10
dollari al pezzo a 24,99. “Mi offende“, commenta, che Trump “dica che la crisi
dell’affordability è una farsa. Probabilmente non ha mai pagato una bolletta
dell’elettricità o comprato da mangiare”.
Tra l’altro la tesi che sul fronte dei prezzi alimentari la situazione sia sotto
controllo cozza con l’annuncio arrivato dalla Casa Bianca solo il 6 dicembre,
quando Trump ha ordinato al Dipartimento di Giustizia e alla Commissione
federale per il Commercio di indagare sulla filiera alimentare per individuare
potenziali cartelli sui prezzi e altri comportamenti che possano aumentare in
maniera scorretta i costi di carne, semi e fertilizzanti. Principali indiziate,
ovviamente, le aziende straniere colpevoli di “stritolare” famiglie e
agricoltori.
Ma l’indicatore cruciale, nel Paese in cui suv e pick up sono i mezzi di
trasporto più popolari, è il prezzo del pieno. Ora: come ha ricordato il
presidente nell’intervista di martedì a Politico, durante la quale si è dato un
voto “A+++++” in economia, sotto Biden i prezzi alla pompa erano saliti complice
l’invasione russa dell’Ucraina fino a 5 dollari al gallone. Ben sopra la media
attuale che è appena scesa poco sotto i 3 dollari. Ma il tycoon e il suo
entourage non si accontentano della realtà e pur di abbellire il quadro e
sostenere che la strategia del “drill, baby, drill” funziona ricorrono a dati
palesemente falsi. Sostenendo – lo ha fatto Trump stesso riprendendo le parole
dette alla Cbs dal numero uno del National Economic Council Kevin Hassett,
probabile successore di Jerome Powell alla guida della Fed – che in diversi
Stati le quotazioni sono “a 1,99 dollari al gallone”. Affermazione che non trova
alcun riscontro nelle rilevazioni ufficiali disponibili online per tutti i
cittadini.
A controprova del sostanziale disinteresse di Trump riguardo all’effettivo
benessere dei consumatori c’è anche la mai abbandonata intenzione di smantellare
il Consumer Financial Protection Bureau, organismo creato dopo la crisi del 2008
per vigilare su banche e finanziarie a tutela dei clienti. Nei giorni scorsi il
suo ex direttore Richard Cordray su Substack ha ricordato che l’agenzia, finita
nel mirino del (nel frattempo a sua volta soppresso) Doge di Musk e poi al
centro di una guerra a colpi di carte bollate per evitarne l’abolizione, ha
dovuto sospendere gran parte delle azioni contro società finanziarie accusate di
abusi mentre il nuovo direttore facente funzioni Russell Vought fa di tutto per
licenziare mille funzionari e “sabotare” il sistema che gestisce i reclami dei
cittadini.
Intanto la minacciata – e in parte realizzata – guerra commerciale dichiarata
durante il “Liberation day” è ben lungi dall’aver aperto la strada alla promessa
età dell’oro caratterizzata da salari più alti e prosperità diffusa. Alcuni
comparti stanno soffrendo pesanti danni, tanto da rendere necessari ingenti
investimenti solo per risarcire chi ha subito perdite. Nei giorni scorsi la Casa
Bianca ha annunciato un pacchetto di aiuti da 12 miliardi per gli agricoltori,
affossati dai costi crescenti di semi e fertilizzanti e dalla drastica riduzione
dell’import di soia da parte della Cina prima che i due Paesi siglassero una
tregua. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di “liquidità ponte”
per superare un “periodo di aggiustamento” fino al manifestarsi dei benefici
delle politiche trumpiane. Per ora, la descrizione più accurata è che gli
introiti arrivati dall’aumento delle tariffe vengono impiegati per mettere una
pezza ai problemi causati dalle tariffe stesse.
L'articolo Trump in tour per convincere gli elettori che il costo della vita è
sotto controllo e “i prezzi scendono”. Ma i dati lo smentiscono proviene da Il
Fatto Quotidiano.
L’Istat conferma il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,2% (era +1,6%
a settembre). I dati definitivi danno l’indice nazionale dei prezzi al consumo
(Nic) in calo congiunturale per il secondo mese consecutivo. L’Italia si tiene
così sotto la soglia obiettivo della Bce, con una inflazione acquisita nel 2025
dell’1,6%. Ma restano le preoccupazioni sui prezzi dei beni di largo consumo e
di prima necessità. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della
persona – il cosiddetto carrello della spesa – pur rivisti al ribasso nelle
stime definitive restano ampiamente sopra la media dell’indice generale,
attestandosi a +2,1%, come i prodotti alimentari e bevande analcoliche che sono
a +2,5% e quelli ad alta frequenza di acquisto a +2,1%. Ben sopra la media anche
i prezzi dei servizi sanitari e spese per la salute, +1,5%.
Se sono in decisa decelerazione i prezzi degli energetici regolamentati, quelli
delle bollette del cosiddetto “mercato tutelato” (da +13,9% a -0,5%) riservato
ai cosiddetti “vulnerabili”- un bacino di famiglie molto ridotto – preoccupa
anche l’andamento dell’inflazione di “fondo”, quella calcolata al netto degli
energetici e degli alimentari freschi. Che pur rallentando a +1,9% si mantiene
di 7 punti base sopra l’indice generale.
Le organizzazioni dei consumatori chiedono da sempre che il “carrello della
spesa” abbia un peso maggiore nel paniere Istat, sia perché si tratta di beni
irrinunciabili sia perché sono la principale voce di uscita del ceto medio, e
una modifica in quel senso avvicinerebbe inflazione percepita all’inflazione
stimata. “L’inflazione è in calo ma il cibo è sempre più caro”, osservano
dall’Unione dei Consumatori ricordando i maggiori aumenti. In testa alla top 20
dei rincari annui, il cacao e cioccolato in polvere con +21,9% su ottobre 2024,
al secondo posto il caffè con +20,6%, al terzo il cioccolato con +10,1%. Seguono
la carne macinata, i formaggi stagionati e le bevande analcoliche (+8,2% per
tutti e 3). Si segnala poi la carne di bovino adulto (7° posto, +8,1%), la carne
di vitello (8°, +7,5%), le uova (10°, +7,4%), il burro (11°, +6,6%), la frutta
secca (12°, +5,9%), carne ovina e pollame (ex aequo in 14° posizione con +5,3%).
“Anche se il calo dell’inflazione tendenziale da 1,6 a 1,2 comporta un minor
aumento complessivo del costo della vita, per una coppia con due figli si tratta
comunque di una stangata pari a 432 euro su base annua. Inoltre, ben 232 euro in
più se ne vanno solo per i Prodotti alimentari e le bevande analcoliche. Per una
coppia con un figlio, la spesa aggiuntiva annua totale è pari a 371 euro, ma 203
euro sono soltanto per cibo e bevande. In media, per una famiglia, mangiare e
bere costa 160 euro in più”, dice il presidente Massimiliano Dona.
L’Unione Nazionale Consumatori ha stilato anche la classifica delle città più
care d’Italia in termini di aumento del costo della vita. Al vertice c’è Siena
dove un’inflazione tendenziale pari a +2,8%, la più alta d’Italia, si traduce in
una maggior spesa aggiuntiva su base annua per 757 euro a famiglia media. A
seguire in classifica c’è Bolzano che, con +1,9% su ottobre 2024, ha un
incremento di spesa annuo pari a 630 euro a famiglia, mentre al terzo posto in
questa classifica c’è Pistoia. La città toscana è terza sia per inflazione, pari
al 2,1%, che per spesa supplementare, pari a 568 euro annui per una famiglia
tipo. Appena fuori dal podio Belluno che, con un’inflazione del 2% (al quarto
posto per inflazione ex aequo con Napoli), registra, sottolinea l’Unc, una
stangata pari a 521 euro. Al quinto posto Cosenza che, con la seconda inflazione
più elevata del Paese, +2,5%, ha una variazione annua della spesa pari a 486
euro. Seguono Udine (+1,7%, +478 euro), Rimini (+1,7% e +468 euro), all’ottavo
posto, con +452 euro, Gorizia (+1,7%) ex aequo con Napoli (+2%). Chiude la top
ten, con +449 euro, Venezia (+1,6%). Assoutenti è preoccupata del Natale in
arrivo e chiede a Mister Prezzi di vigilare sui listini.
L'articolo Il carrello della spesa a ottobre sale del 2,1%. Per cacao e caffè
+20% in un anno, carne e formaggi a +8% proviene da Il Fatto Quotidiano.