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Gomma, materie prime sotto pressione. Rincari e caos nella filiera globale
L’instabilità geopolitica nel Golfo torna a scuotere in profondità la filiera della gomma, con effetti immediati e prospettive ancora più critiche nel breve periodo. A evidenziarlo è l’indagine congiunturale realizzata dal Centro Studi di Assogomma, che fotografa un settore già sotto pressione e destinato ad affrontare ulteriori tensioni nelle prossime settimane. A sottolinearlo è Fabio Bertolotti (nella foto sotto), direttore di Assogomma, intervenuto a #FORUMAUTOMOTIVE: “I numeri raccolti sono realmente allarmanti. L’incertezza è il peggior nemico che le imprese devono fronteggiare in questo momento”. I dati restituiscono un quadro chiaro: il 63% delle imprese segnala aumenti di prezzo già in atto a partire dalla fine di febbraio, con rincari prevalentemente compresi tra il +3% e il +10%, ma con punte che arrivano fino al +50% per alcune gomme sintetiche come NBR e polibutadiene. Si tratta di materiali fondamentali per la produzione industriale, il cui aumento si riflette inevitabilmente su tutta la catena del valore. Ma il dato più rilevante riguarda il futuro immediato. La maggior parte dei fornitori ha già annunciato ulteriori aumenti a partire dal 1° aprile, segnale evidente che la pressione sui costi è destinata a crescere rapidamente. Il mercato, quindi, non ha ancora raggiunto il suo punto di massima tensione. A rendere il contesto ancora più complesso è la crescente opacità nelle dinamiche di approvvigionamento. Quasi la metà dei fornitori non è in grado di comunicare con chiarezza né i prezzi né i tempi di consegna e, in molti casi, non accetta nuovi ordini. Una situazione che rende estremamente difficile pianificare la produzione e gestire le scorte, aumentando il rischio operativo per le aziende. Le cause sono molteplici e strettamente interconnesse. Le oscillazioni delle quotazioni petrolifere influenzano direttamente i derivati utilizzati nella produzione della gomma, mentre le criticità logistiche e l’aumento dei costi energetici contribuiscono ad amplificare le difficoltà. A tutto questo si aggiunge la crescente scarsità di materie prime di base, che limita ulteriormente la disponibilità di prodotti sul mercato. Anche dal punto di vista geografico emergono elementi significativi: una quota rilevante degli aumenti riguarda forniture europee, segno che il continente sta assorbendo in prima battuta l’impatto dei rincari. Questo comporta una trasmissione rapida dei costi lungo le filiere locali, con effetti diretti anche sul mercato finale. In questo scenario, come detto, le imprese si trovano a operare in un contesto di forte incertezza. La quale rischia di comprimere i margini e mettere sotto pressione la continuità produttiva. Gli aumenti delle materie prime, infatti, si sommano a quelli attesi per energia e trasporti, creando un effetto cumulativo difficile da assorbire. Il quadro che emerge è quello di un settore chiamato a reagire rapidamente a uno scenario in continua evoluzione. La capacità di adattamento, la gestione del rischio e la flessibilità operativa diventano così fattori chiave per affrontare una fase che si preannuncia ancora complessa e instabile. L'articolo Gomma, materie prime sotto pressione. Rincari e caos nella filiera globale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Schizza il prezzo del petrolio, si rischia il rialzo dell’inflazione: uno statista saprebbe cosa fare
Il prezzo di un barile di petrolio ha toccato la soglia dei 110 dollari, con un aumento del 50% rispetto a prima dell’inizio della guerra scatenata da Netanyahu e Trump il 28 febbraio 2026 (oggi a quota 100, ndr). Dal punto di vista energetico siamo tornati indietro di quattro anni alla primavera del 2022. Poi sappiamo come è andata, almeno sul piano economico. La guerra tra Russia e Ucraina ha alimentato una forte inflazione che ha superato per il carrello della spesa anche le due cifre. L’inflazione generale è stata spinta dall’aumento dei prezzi della benzina, del gasolio e dell’elettricità, che ha sconvolto le dinamiche energetiche dell’economia italiana e internazionale. Si ripeterà ora lo stesso scenario economico, essendo molto simile quello bellico? Per rispondere a questa domanda occorre tener presente che i prezzi in questione sono in buona parte dei prezzi politici, dipendendo per metà dalle forze di mercato e per l’altra metà dalle regole istituzionali. Tocca quindi alla politica dare una risposta, anche in tempi celeri. Che il prezzo della benzina e del gasolio siano dei prezzi politici è un fatto ben noto. Il prezzo che noi tutti paghiamo alla pompa è solo per metà dovuto al costo della materia prima e al costo della trasformazione industriale. L’altra metà è il carico fiscale distinto in due componenti: una tassa fissa, la cosiddetta accisa, e l’imposta sui consumi, l’Iva. Qundo il prezzo del petrolio sale aumenta anche la base imponibile, e quindi crescono le entrate dello Stato. Una prima cosa da fare sarebbe allora quella di bloccare, nel gergo finanziario sterilizzare, questi aumenti della componente fiscale. È quello che ha fatto il governo Draghi, e quello che aveva promesso la premier Meloni. In particolare, nel suo programma elettorale del 2022, troviamo il seguente impegno: “Sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise”. Questa sterilizzazione non è mai avvenuta per ragioni di cassa, caso tradizionale ma non isolato di manifesta ipocrisia elettorale, ma ora la situazione è ben diversa e si tratta di agire con urgenza per spegnere sul nascere la fiamma inflazionistica. Anche il prezzo dell’energia elettrica è un prezzo politico, anche se di natura diversa, per il modo in cui viene calcolato. Se prendo la mia bolletta del mese scorso posso vedere che il kilowattora è prodotto da fonti diverse che hanno costi differenti. Il 51% dell’energia che consumiamo in famiglia proviene da fonti rinnovabili, il 2% dal carbone, e il 42% dal gas. L’anolmalia sta nel fatto che non pago, come milioni di italiani, il kWt secondo il suo costo reale specifico, ma al costo più alto, in questo caso quello del gas. Il prezzo del kWt è unico per tutte le fonti e viene calcolato sulla fonte di produzione marginale, che è la più cara. Per fare un esempio piutttosto banale, è come se acquistando al banco degli affettati del supermercato della mortadella, del cotto e del crudo, pagassimo tutto al prezzo più elevato, cioè a quello del crudo in quanti insaccati. Questa situazione sarebbe abbastanza ridicola e palesemente irrazionale, eppure è quello che accade nel mercato dell’energia dove tutti noi, consumatori e imprese, siamo costretti a pagare per ragioni poco comprensibili l’energia al prezzo più salato. La conseguenza fondamentale di questo meccanismo anacronistico è che quando il prezzo del gas schizza verso l’alto, lo fa anche il costo della bolletta, anche se questo aumento incide minimamente sulle altre fonti energetiche, che lucrano in questo modo una succosa rendita. Se potessimo pagare la bolletta segmentando le varie fonti, come sarebbe naturale, il suo costo sarebbe molto più basso, con grande sollievo per le finanze familiari. L’attuale sistema di calcolo, chiamato del prezzo marginale, forse aveva una sua logica quando è stato introdotto, ma oggi produce solo un danno per famiglie e imprese. Sarebbe giunto il momento di cambiarlo. Una commissione di esperti nominata dal governo rigorosamente non partigiana potrebbe offrire una soluzione ragionevole in poche settimane. Un governo serio dovrebbe essere già all’opera per contenere gli effetti dell’inflazione che si annuncia. Il ministro Giorgetti ha affermato che si sta già adoperando per trovare le risorse. In realtà queste risorse sono già disponibili. Il governo con la recente finanziaria ha fatto un regalino a molti italiani, quelli con un reddito tra i 28mila e i 50mila euro, con una riduzione dell’aliquota dell’Irpef di due punti (vantaggio massimo di 440 euro). Il costo complessivo per l’erario è di circa tre miliardi. Nella situazione di emergenza attuale e per evitare conseguenze future, credo che si potrebbe rimandare di un anno questo sconto fiscale, e utilizzarlo oggi per tamponare la falla energetica che la guerra ha aperto. Comunque non c’è alternativa. O il costo della terza guerra del Golfo lo sosteniamo subito usando le risorse dell’Irpef disponibili, frenando quindi la possibile inflazione in attesa che la forza distruttrice della guerra scemi, oppure lo pagheremo abbondantemente con l’inflazione dispiegata tra qualche mese. Uno statista saprebbe cosa scegliere, vedremo cosa farà la premier Meloni, che ora si trova nella scomoda posizione di Draghi di qualche anno fa, non più all’opposizione ma al governo. L'articolo Schizza il prezzo del petrolio, si rischia il rialzo dell’inflazione: uno statista saprebbe cosa fare proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio Oriente procura all’agroalimentare italiano
Dalle materie prime agli scaffali, la filiera agroalimentare trema per i conflitti del Medio Oriente. Perché le produzioni europee (e italiane) dipendono non solo dall’energia e dal gas, ma anche dai fertilizzanti che arrivano dall’area compresa tra Iran e Penisola arabica. Ma anche perché Paesi come Emirati Arabi e Arabia Saudita importano il made in Italy e per noi è un mercato sempre più strategico. Insomma, per i campi italiani quanto sta avvenendo è già un disastro. Negli ultimi giorni il gasolio agricolo agevolato è passato da circa 0,85 euro al litro fino a valori che in alcuni casi raggiungono 1,25 euro al litro, con picchi segnalati soprattutto in Sicilia e Puglia. Fenomeno evidentemente speculativo, su cui Coldiretti ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Guardia di Finanza. Poi c’è il nodo che riguarda fertilizzanti e urea agricola, concime chimico più diffuso al mondo, con il 46% di azoto, utilizzato nei terreni per la sua capacità di sviluppare ammoniaca. Ad oggi in molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e cereali. Solo che attraverso lo stretto di Hormuz passano enormi quantità di fertilizzanti azotati, fosfato di ammonio e urea. Ed ora, dopo i primi effetti sui costi, si teme una pressione sui prezzi della filiera cerealicola. Come se non bastasse c’è l’enorme problema legato all’export. Un esempio su tutti è il caso del Piemonte. A lanciare l’allarme la sezione regionale di Confagricoltura che, segnalando i settori che maggiormente risentono del conflitti in corso in Medio Oriente, segnala “quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte”. L’ESPOSTO DI COLDIRETTI PER LE MANOVRE SPECULATIVE SUL GASOLIO Sul prezzo del gasolio, intanto, Coldiretti chiede “di fare piena luce” accertando eventuali responsabilità e “di procedere nei confronti dei responsabili per il reato di manovre speculative su merci previsto dall’articolo 501-bis del codice penale”. Secondo Coldiretti, infatti, quello registrato è un incremento anomalo e sproporzionato rispetto all’andamento generale del mercato dei carburanti. Nello stesso periodo, infatti, il prezzo del diesel per autotrazione in Italia ha registrato un aumento molto più contenuto, stimato tra i 18 e i 19 centesimi al litro, mentre per il gasolio agricolo l’incremento risulta tra i 40 e i 45 centesimi al litro. Una dinamica che, secondo l’organizzazione agricola “non trova apparente giustificazione nelle variazioni dei prezzi internazionali né nell’andamento del mercato dei carburanti, e che per l’ampiezza del fenomeno lascia ipotizzare condotte speculative realizzate su larga scala”. L’esposto arriva dopo la lettera inviata venerdì al Governo, con cui è stato chiesto un incontro urgente per affrontare l’impennata dei costi del gasolio e dell’energia alla luce delle tensioni internazionali. L’AUMENTO DEI FERTILIZZANTI, INDISPENSABILI PER I CEREALI Anche perché i rischi per l’intera filiera agroalimentare arrivano da più fronti. Basti pensare che nel costo di produzione di grano o mais, se gli idrocarburi pesano per circa la metà, un terzo dipende invece dai fertilizzanti. E dall’area del Golfo Persico, specie Qatar e Iran arriva il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Il prezzo dell’urea sui listini è salito così sui principali mercati di circa il 30% negli scorsi giorni, toccando un massimo di 600 dollari a tonnellata. Un blocco prolungato del transito tramite lo stretto di Hormuz, oltre all’aumento dei prezzi, porrebbe problemi per l’agricoltura dei due paesi più dipendenti dall’import di fertilizzanti, Brasile e India, ma c’è il rischio concreto che l’effetto dell’aumento dei prezzi si senta anche in Europa. Ancora di più perché a giugno 2025, l’Unione europea aveva imposto nuovi dazi sull’importazione di fertilizzati da Russia e Bielorussia e, di conseguenza, in cerca di nuove aree produttrici, si guardava già al Medio Oriente e all’Africa, da dove proviene già parte dell’urea che arriva in Europa, ma che risente della sospensione del gas israeliano verso l’Egitto. Da qui le pressioni, dell’Italia in primis, per far sospendere i dazi sulle importazioni di ammoniaca e urea che, invece, dall’inizio del 2026 sono soggette al Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. Insomma, un rebus che diventa sempre più complicato. Per il momento, i costi assicurativi sono esplosi, portando – per quanto riguarda il prezzo dell’urea – a un balzo del 26 per cento nel giro di una settimana. Il resto lo hanno fatto i costi dei carburanti marittimi. I PREZZI DEL PANE E DELLA PASTA Quali effetti ci potrebbero essere sui prezzi di pane e pasta? Come spiega un’analisi di Libera Associazione Agricoltori Cremonesi, per quanto riguarda il pane (la cui filiera parte dal grano tenero) il peso del grano sul prezzo finale è sotto il 10 per cento in media. Pesano molto di più, quindi, energia, manodopera, costi fissi e logistica. Se i fertilizzanti e i noli restassero elevati per tutto il secondo trimestre, secondo le stime dell’associazione, tra fine primavera e inizio estate 2026, il prezzo del pane comune potrebbe salire di un 2-5% rispetto ai listini di gennaio–febbraio 2026 nelle aree più esposte, con differenze marcate fra artigianale e grande distribuzione organizzata. Discorso diverso per la pasta, prodotta con il grano duro: “Se i fertilizzanti azotati restassero su livelli più alti del 20-30% per tutto il secondo trimestre e i noli/assicurazioni non rientrassero rapidamente, i costi agricoli del duro potrebbero salire in modo percepibile nelle prossime semine e concimazioni”. Sulla base di dati Ismea, una stima prudente indica che la trasmissione verso la semola potrebbe tradursi in un +5–8% dei listini all’ingrosso, con un rincaro del 4–7% sui prezzi per il consumatore tra fine primavera e estate 2026, salvo promozioni e concorrenza tra brand”. LE ESPORTAZIONI A RISCHIO, LE MELE BLOCCATE SULLE NAVI Ma i conflitti in corso rappresentano un problema enorme anche per le esportazioni italiane e il settore agroalimentare, specie l’ortofrutta, è uno dei più esposti. “La parziale o totale interruzione del traffico via mare ha già comportato il fermo di navi porta-container cariche di ortofrutta, con rischi concreti di deperimento della merce destinata ai mercati arabi” ha spiegato Valentina Mellano, Ceo di Nord Ovest Spa. Diverse cooperative italiane hanno segnalato blocchi di carichi di kiwi e mele verso Arabia Saudita e paesi limitrofi, con ordini cancellati o rinviati. “L’Italia – ha aggiunto – tra i principali esportatori mondiali di mele e altri prodotti freschi, vede così compromessi rapporti commerciali consolidati in Medio Oriente, dove una quota significativa delle esportazioni italiane trova tradizionalmente sbocco. Negli ultimi giorni il settore dello shipping ha registrato numerose comunicazioni tra disdette, smentite e aggiornamenti sulle rotte, molte delle quali già alla sesta o settima release”. Lo conferma Confagricoltura Piemonte, spiegando che che tra i comparti pesantemente coinvolti “c’è quello della frutta e, in particolare, delle mele, esportate soprattutto dal nord Italia, Trentino Alto Adige e Piemonte, in primo luogo la provincia di Cuneo”. “Ci sono navi cariche di prodotto che sono ferme e non possono arrivare a destinazione. Inoltre, sono già arrivate moltissime disdette di ordini per le prossime settimane” racconta il presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, Michele Ponso. Le importazioni di mele nell’Arabia Saudita ammontano a 187mila tonnellate, 225mila negli Emirati Arabi Uniti, 103mila in Iraq, 30mila in Kuwait, 26mila in Qatar. Un mercato che vale complessivamente oltre 151 milioni di euro. “Siamo il secondo Paese al mondo per la vendita all’estero di mele, con 945mila tonnellate, pari al 12,2% del totale mondiale” spiega Ponso. ENNESIMA MINACCIA PER IL VINO Ad esprimete forte preoccupazione è anche Diego Cusumano, titolare insieme al fratello Alberto dell’omonima azienda vitivinicola di Partinico, in provincia di Palermo. Perché se dazi e aumento dei prezzi “hanno determinato un significativo rallentamento ora la minaccia è l’interruzione delle catene di fornitura, nello specifico in termini di logistica e trasporti”. I corridoi internazionali, a causa della guerra, si stanno restringendo “e tutto si tradurrà – commenta – in costi di trasporto, ove possibile, molto più cari e perciò antieconomici. Noi vignaioli cosa dovremmo fare, già in questo 2026, con la vendemmia di fatto alle porte?”. Timori che arrivano, tra l’altro, dopo la pubblicazione del recente report di Nomisma Wine Monitor che segnala come il mercato del vino nel 2025 abbia dato forti segnali di rallentamento, in particolare per quanto riguarda le esportazioni di vini italiani Dop negli Usa. I volumi spediti fino a novembre 2025 si attestavano a 2,37 milioni di ettolitri per un valore pari a 1,3 miliardi di euro, evidenziando una contrazione rispettivamente del -2,6% e del -6,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche guardando a est, inoltre, la Cina vede per il vino italiano un calo di oltre il 15% a valore. In Europa, nel Regno Unito, secondo mercato per l’Italia, le importazioni totali sono calate del 6% in valore. L’ennesima tegola, dunque, rischia di essere alle porte. L'articolo Dai fertilizzanti alle mele: tutti i guai che la guerra in Medio Oriente procura all’agroalimentare italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Perché la chiusura dello stretto di Hormuz annunciata dall’Iran è “uno scenario da incubo per i mercati” e per le nostre tasche
Almeno 150 petroliere ferme nelle acque aperte del Golfo. È la prima fotografia concreta degli effetti della decisione annunciata sabato sera dai Pasdaran dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Gli effetti sui prezzi si vedranno con l’apertura delle contrattazioni lunedì mattina. Secondo Bloomberg, quello che si profila è “uno scenario da incubo per i mercati globali”. La chiusura dello Stretto di Hormuz annunciata dall’Iran dopo gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele è una prima assoluta e può innescare un effetto domino che, partendo dal settore energetico, finirebbe per travolgere il potere d’acquisto delle famiglie facendo nuovamente esplodere l’inflazione. Con probabili conseguenze sugli stessi equilibri interni degli Usa, dove il tema dell’andamento dei prezzi è caldissimo e a novembre si vota per il Midterm. In più i Paesi importatori subirebbero pesanti pressioni sui conti pubblici e sulla crescita economica. I grandi produttori hanno tentato di correre ai ripari decidendo, domenica, un aumento della produzione. Che potrebbe però servire a poco se le forniture non potranno uscire dal Golfo Persico. PERCHÉ È COSÌ CRUCIALE Lo stretto braccio di mare tra Iran e Oman è il principale collo di bottiglia energetico del pianeta. Collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e da lì passano petrolio e gas in arrivo dai principali produttori del Golfo – inclusi Arabia Saudita, Emirati e Iraq, oltre allo stesso Iran – destinati ai mercati di Asia, Europa e Nord America. Secondo l’Energy Information Administration statunitense, attraverso Hormuz transitano almeno 20 milioni di barili di greggio al giorno, pari a un quinto del totale mondiale, e la stessa quota del commercio globale di gas naturale liquefatto, in larga parte proveniente dal Qatar. Più dell’80% dei flussi è diretto verso l’Asia. Da notare che non è necessario sigillare completamente lo stretto per paralizzarlo. In passato sono bastati sequestri di petroliere o interferenze elettroniche sui sistemi di navigazione (segnalati anche durante la Guerra dei 12 giorni dello scorso giugno) per rendere la rotta troppo pericolosa, facendo schizzare i premi assicurativi. COSA SUCCEDE DOPO LA CHIUSURA Sabato i Pasdaran ne hanno annunciato la chiusura al traffico marittimo perché “non è più sicuro“. Diverse petroliere erano state già preavvertire sulla necessità di cambiare rotta. Cosa succede ora? Il petrolio non può più uscire dalla regione, il che riduce l’offerta disponibile sui mercati internazionali. Meno offerta significa che i prezzi salgono: 4% in più per ogni calo dell’1% dell’offerta globale, dicono i precedenti. Venerdì, prima dei raid di Usa e Israele, il Brent quotava poco meno di 73 dollari al barile, contro i 60 di fine dicembre: sono bastati i timori e le avvisaglie di un attacco per determinare un aumento sensibile. In caso di blocco prolungato di Hormuz, banche di investimento e istituti di ricerca prevedono un balzo di oltre il 70%, sopra i 120-130 dollari al barile. LA DECISIONE DELL’OPEC+ E I DUBBI SUGLI EFFETTI Algeria, Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi, Kuwait, Kazakhstan, Oman e Russia, i grandi produttori riuniti nell’Opec+, nella riunione di domenica hanno deciso di aumentare la produzione di aprile di 206mila barili al giorno. Ma l’efficacia della misura rischia di essere limitata, e non solo perché si tratta di un incremento limitato a fronte di un totale che ammonta a oltre 42 milioni di barili di petrolio al giorno. Il punto è che quel petrolio va trasportato. Con lo stretto chiuso, gran parte delle esportazioni del Golfo resterebbe comunque intrappolata e l’offerta aggiuntiva richiederebbe tempo per raggiungere i mercati. Alcuni Paesi hanno negli anni costruito infrastrutture per aggirare lo stretto, come la pipeline saudita che attraversa il regno fino al Mar Rosso e l’oleodotto emiratino che porta il greggio al terminale di Fujairah sull’Oceano Indiano. Ma la capacità complessiva delle rotte alternative stando a calcoli Usa è di soli 2,6 milioni di barili al giorno. CHI SUBIRÀ LE CONSEGUENZE E PERCHÉ È COSTOSO ANCHE PER TEHERAN Le conseguenze potrebbero essere particolarmente gravi per l’Asia, destinazione principale delle forniture. Paradossalmente tra i più danneggiati ci sarà la Cina, alleato dell’Iran e principale partner commerciale anche perché è il primo acquirente del greggio iraniano (circa 3,3 milioni di barili al giorn) nonostante le sanzioni statunitensi. Circa il 90% delle esportazioni energetiche iraniane è diretto verso Pechino e gran parte transita proprio attraverso Hormuz. Un blocco prolungato interromperebbe flussi importanti per l’economia cinese e avrebbe un effetto boomerang per Teheran, azzerandone o quasi le entrate petrolifere. Per la Ue l’impatto a prima vista è meno diretto visto che acquista meno greggio dal Golfo rispetto al passato (oggi è più dipendente da Stati Uniti, Norvegia e Africa). Ma è uno dei più grandi importatori globali di gas naturale liquefatto. Se la maggior parte arriva dagli Usa, subito dietro c’è il Qatar, il cui Gnl caricato su navi metaniere passa proprio da Hormuz. Per l’Italia l’emirato è addirittura il primo fornitore, da cui arriva il 45% delle importazioni via mare. E un’impennata delle quotazioni di petrolio e gas significa carburanti più costosi, bollette energetiche più alte, forse una nuova fiammata inflazionistica. Con effetti sulla crescita e sui conti pubblici. Gli Stati Uniti negli ultimi anni sono diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di gas e Gnl, appunto. Ma non per questo sono immuni dagli effetti sui prezzi globali: un forte aumento del barile si tradurrebbe rapidamente in benzina più cara, grande spauracchio della Casa Bianca in vista del Midterm. E l’inflazione renderebbe più difficile per Donald Trump ottenere dalla Fed i più volte invocati nuovi tagli dei tassi. L'articolo Perché la chiusura dello stretto di Hormuz annunciata dall’Iran è “uno scenario da incubo per i mercati” e per le nostre tasche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per il carrello della spesa aumenti del 24% dal 2021. Le opposizioni: “Rincari drammatici e il governo è immobile”
Dal 2021 al 2025 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente del 17,1%, ma per i beni essenziali la corsa è stata molto più intensa. I dati Istat aggiornati a dicembre dello scorso anno consentono di tirare le somme e evidenziano per il “carrello della spesa” un rincaro cumulato del 24%, mentre i beni energetici sono saliti del 34,1%. Dati che fotografano la perdita di potere d’acquisto subìta dalle famiglie negli ultimi cinque anni e che nei giorni scorsi hanno spinto l’Autorità garante della concorrenza ad avviare un’indagine sui prezzi dei prodotti alimentari nella grande distribuzione. Il 2025 ha segnato sì una fase di rallentamento dell’inflazione, ma senza alcuna inversione di tendenza sul fronte dei beni primari. Nell’anno appena concluso l’inflazione media si è attestata all’1,5%, in aumento rispetto all’1% del 2024, con una dinamica più contenuta nella seconda parte dell’anno. Il livello dei prezzi resta strutturalmente più elevato rispetto all’inizio del decennio. Nel dettaglio, lo scorso anno i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 2,8%, accelerando rispetto al 2,2% del 2024. A trainare l’aumento sono stati soprattutto gli alimentari non lavorati, con rincari medi del 3,4%, mentre quelli lavorati hanno segnato un +2,4%. Anche le spese per abitazione, acqua, elettricità e combustibili tornano in territorio positivo (+1,1%), dopo il calo registrato nel 2024. Al contrario, rallentano o calano i prezzi dei trasporti (-0,2%) e, in misura più contenuta, quelli dei servizi ricettivi e della ristorazione (+3,4%), che restano comunque tra le voci più onerose per i bilanci familiari. Proprio i prodotti alimentari e i servizi di alloggio e ristorazione sono le divisioni che contribuiscono maggiormente alla crescita media dell’indice generale nel 2025. La lettura di lungo periodo è però quella che pesa di più. Dal 2019, ricordano le opposizioni, l’inflazione cumulata supera il 17%, mentre i salari non hanno tenuto il passo, restando diversi punti sotto il carovita. L’Unione Nazionale Consumatori parla di vera e propria stangata: secondo le stime dell’associazione, l’inflazione media del 2025 si traduce in un aggravio annuo di 561 euro per una coppia con due figli. L’Unc sottolinea inoltre come, sul periodo 2021-2025, il carrello della spesa abbia accumulato un aumento di sette punti superiore all’inflazione generale, con effetti particolarmente pesanti sui redditi medio-bassi. L’Adoc rileva un “allarme tra gli scaffali” e chiede al governo di “abbandonare la logica dei ‘pannicelli caldi’: misure temporanee come i bonus o la carta Dedicata a te non bastano più a contenere un’emorragia di risparmi così profonda. Servono riforme strutturali urgenti: uno stop deciso alla speculazione, il contrasto al fenomeno della shrinkflation, la rimodulazione dell’Iva sui beni di prima necessità e lo scorporo immediato delle accise sui carburanti”. La dem Anna Ascani, vicepresidente della Camera, denuncia una perdita continua del potere d’acquisto: “Non si arresta la perdita del potere d’acquisto, le cittadine e i cittadini sono sempre più in difficoltà e faticano a far fronte a spese minime. Il lavoro è povero e precario. Esiste una gigantesca questione salariale che questo governo, preso dai vani e vuoti trionfalismi, fa finta di non vedere. Inutile celebrare la stabilità dei conti, se si condanna il Paese all’immobilismo. L’esecutivo metta da parte la propaganda e intervenga seriamente a sostegno degli italiani”. Critiche analoghe arrivano dal Movimento 5 Stelle, che parla di una “bomba sociale” legata all’impennata dei prezzi dei beni essenziali. I parlamentari pentastellati delle commissioni Attività produttive di Camera e Senato accusano l’esecutivo di immobilismo, ricordando come salari e pensioni restino diversi punti sotto l’inflazione e come le misure annunciate contro il caro-energia non abbiano ancora trovato attuazione concreta. “Mentre la grancassa meloniana rivendica le pacche sulle spalle delle agenzie di rating e brinda allo spread in picchiata”, attaccano, “gli italiani masticano amaro alle casse dei supermercati”. Sulla stessa linea Alleanza Verdi e Sinistra. Il senatore Tino Magni “condanna senza appello” per le politiche economiche del governo: “Pane, latte e bollette stanno diventando beni di lusso, mentre salari e pensioni restano fermi e non si interviene sugli extra-profitti. Il costo dell’inflazione viene scaricato ancora una volta su chi vive di reddito fisso”. L'articolo Per il carrello della spesa aumenti del 24% dal 2021. Le opposizioni: “Rincari drammatici e il governo è immobile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata
Nel giro di cinque anni i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi il 25 per cento, ma per i produttori agricoli di questi margini di guadagno non c’è neppure l’ombra. Ed è per questo che l’attività dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’indagine conoscitiva che si concentrerà sul ruolo svolto dalle catene distributive nella ripartizione del valore aggiunto lungo la filiera agroalimentare e nella formazione dei prezzi finali. Che crescono, rendendo i consumatori sempre più poveri, come raccontato da ilfattoquotidiano.it con elaborazione sulla base dei dati Istat pubblicati appena due mesi fa. L’aumento dei prezzi, però, non fa bene neppure a chi quei beni li produce e li fornisce ai supermercati. Come spiega la stessa autorità, questa distorsione “potrebbe essere in parte riconducibile al forte squilibrio di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della grande distribuzione organizzata”. Uno squilibrio che è rimasto costante negli anni, come raccontato in diverse inchieste da ilfattoquotidiano.it, alcuni report di ong del settore e neppure risolto con la direttiva europea del 2019, recepita dall’Italia nel 2021 con la legge 198. Lo mostra la partecipazione degli agricoltori italiani alle varie proteste dei trattori che continuano a organizzarsi in tutta Europa. I PREZZI DEI SUPERMERCATI IN SALITA VERTIGINOSA Dall’elaborazione dei dati Istat de ilfattoquotidiano.it è venuto fuori un quadro impietoso: con 30 euro di spesa si mette in tavola quel che nel 2021 fa avremmo potuto comprare con poco più di 23 euro. L’Antitrust ricorda proprio quei dati: tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari hanno fatto registrare un incremento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti percentuali rispetto a quello registrato nello stesso periodo dall’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). A fronte di questi aumenti dei prezzi al consumo, i produttori agricoli lamentano spesso una compressione o, quanto meno, una crescita inadeguata dei propri margini. Nel testo del provvedimento firmato dal presidente, Roberto Rustichelli, si fa riferimento al cuore del problema. Perché se a monte della filiera agroalimentare, c’è una base produttiva estremamente frammentata, composta da diverse migliaia di fornitori, a valle la situazione è opposta. Il settore della distribuzione finale, infatti, è caratterizzato da un livello di concentrazione piuttosto elevato e crescente nel tempo “che potrebbe consentire alle catene della Gdo di imporre unilateralmente le condizioni economiche e operative della fornitura, spuntando e trattenendo margini di guadagno “ingiustificatamente” superiori a quelli riconosciuti ai propri fornitori. QUELLE PRATICHE SLEALI DURE A MORIRE “Nell’ambito della filiera agro-alimentare – ricorda l’Antitrust – l’anello della catena rappresentato dalla fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori – e, di conseguenza, della redditività delle attività produttive a monte – sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo”. Ed è per questo che l’indagine punta ad approfondire anche le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali). Perché è chiaro che non è bastato il recepimento della direttiva europea che, per intenderci, vieta pratiche come i pagamenti in ritardo, gli annullamenti di ordini dell’ultimo minuto, il rifiuto di fornire contratti scritti, le vendite sottocosto, le aste online al doppio ribasso (Leggi l’approfondimento). Molte pratiche sleali sopravvivono, basta inserirle nel contratto. Si va dalle vendite a prezzi stracciati alla quota i produttori devono restituire alle catene della Gdo a fine anno. GLI ASPETTI DA ANALIZZARE NELL’INDAGINE CONOSCITIVA SUL POTERE DELLA GDO Il presidente dell’Antitrust, dunque, spiega quali saranno gli aspetti da scandagliare nell’indagine. Saranno analizzati le richieste delle catene distributive ai fornitori e le modalità con cui avviene la negoziazione dei pagamenti che i produttori sono tenuti a restituire alle imprese distributive come corrispettivo per l’acquisto dei servizi di vendita come, ad esempio, l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, il cosiddetto trade spending. Tutti elementi che alimentano il potere contrattuale delle catene della Gdo nei confronti dei propri fornitori. Un altro aspetto che sarà verificato è quello relativo ai prodotti a marchio del distributore, le private label, che incidono in misura crescente sugli assortimenti delle catene, rafforzandone ulteriormente il potere contrattuale. Perché attraverso le private label, al tradizionale rapporto contrattuale di tipo verticale tra Gdo e fornitori, si configura anche un rapporto di concorrenza diretta. Alcuni di questi aspetti sono già stati al centro di critiche negli ultimi anni. L’Autorità, infatti, ha avviato una consultazione pubblica su questi punti critici, invitando “i soggetti interessati” a inviare contributi e osservazioni entro il 31 gennaio 2026. UNIONE NAZIONALE CONSUMATORI: “SERVONO PROVVEDIMENTI CONCRETI” “Bene, ottima notizia, ma poi che succede? È sempre benvenuta ogni indagine conoscitiva, certo che poi ci piacerebbe avessero anche un seguito e che, una volta evidenziate eventuali criticità, si prendessero provvedimenti” è il commento di Massimiliano Dona, presidente l’Unione Nazionale Consumatori. Nel caso di irregolarità accertate, Dona auspica azioni sul piano legislativo sia provvedimenti della stessa Antitrust. E ricorda che l’articolo 1, comma 5, del decreto legge 104 del 10 agosto 2023, dà il potere all’Antitrust di imporre alle imprese interessate ogni misura strutturale o comportamentale necessaria e proporzionata, al fine di eliminare le distorsioni della concorrenza. “Bisogna che a queste indagini seguano i fatti e che alle imprese sia poi imposto di cessare pratiche che creano un pregiudizio per i consumatori” aggiunge Dona, facendo riferimento a precedenti indagini, “quella sugli algoritmi nel settore aereo e quella sul caro scuola, solo per citare le ultime due indagini conoscitive, da cui sono emerse numerose criticità che ci piacerebbe venissero rimosse”. L'articolo Prezzi alle stelle per i generi alimentari: l’Antitrust avvia un’indagine sul potere della Grande distribuzione organizzata proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dal blitz in Venezuela per ridurre il costo della benzina agli annunci su carte di credito e mutui: ora Trump prende sul serio l’emergenza prezzi
Prima il blitz in Venezuela con l’obiettivo esplicito di spingere al ribasso il prezzo del petrolio fino a 50 dollari al barile. Poi l’ipotesi di vietare ai grandi investitori istituzionali di comprare case unifamiliari, l’annuncio di un tetto ai tassi delle carte di credito e un piano da 200 miliardi di dollari per far comprare obbligazioni ipotecarie alle società di servizi finanziari a supporto dei mutui Fannie Mae e Freddie Mac. Fino alla promessa che i consumatori Usa non dovranno pagare bollette più alte a causa dei data center di Big tech (anche se già succede). Per quanto l’abbia definita una bufala, la crisi dell’affordability – cioè la difficoltà crescente per milioni di americani di far quadrare il bilancio familiare – sembra spaventare non poco Donald Trump a dieci mesi dalle elezioni di Midterm. Negli ultimi giorni, in parallelo alle mosse senza precedenti sul fronte estero, il presidente Usa ha sfornato una serie di proposte che non sfigurerebbero nel programma di un candidato dell’ala sinistra del Partito democratico. Tutte accomunate da un minimo comun denominatore: il disperato tentativo di arginare la percezione di un’economia che penalizza la classe media grazie alla quale è tornato alla Casa Bianca. Partiamo dal petrolio. Dopo l’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e a un riassetto del controllo statunitense sulle riserve venezuelane, Trump ha annunciato che Caracas invierà “immediatamente” tra i 30 e 50 milioni di barili agli Usa e il ricavato della vendita sarà gestito “a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti”. Poi le grande compagnie occidentali – esclusa forse Exxon, il cui ad ha avuto l’ardire di esplicitare che l’impresa al momento appare troppo rischiosa – saranno chiamate a investire almeno 100 miliardi di dollari, cifra probabilmente sottostimata, per rimettere in sesto le devastate infrastrutture di estrazione del Paese e aumentare la produzione di greggio. L’intenzione è di usare quella leva per abbattere i prezzi dell’energia, fino appunto al target di 50 dollari al barile: livello difficile da raggiungere senza un coordinamento internazionale, avvertono gli analisti, per non parlare dei rischi per i produttori statunitensi di shale oil che andrebbero fuori mercato. Poco importa al tycoon, ossessionato dalla necessità di riportare la benzina verso i 2 dollari al barile nel Paese in cui suv e pick up sono i mezzi di trasporto più popolari. Per affrontare l’emergenza della mancanza di alloggi a prezzi accessibili, il 7 gennaio Trump ha poi lanciato una proposta che sta facendo discutere: il divieto per i grandi investitori di acquistare più case unifamiliari. Al netto della necessità di approvazione da parte del Congresso, l’intervento – ispirato a proposte di legge in discussione in diversi Stati Usa – sembra mirare al bersaglio sbagliato, visto che la quota di abitazioni in mano a investitori istituzionali è in generale piuttosto bassa e il vero nodo è semmai la carenza di offerta. L’8 gennaio è stata la volta dell’ordine a Fannie Mae e Freddie Mac, le società di finanziamento ipotecario che dalla crisi finanziaria del 2008 sono sotto tutela governativa, di comprare mortgage bonds per 200 miliardi. “È uno dei miei tanti passi per ripristinare l’accessibilità economica, qualcosa che l’amministrazione Biden ha completamente distrutto”, ha sostenuto Trump sui social, chiamando in causa come sempre l’amministrazione precedente. La Casa Bianca sostiene che una spinta significativa della domanda di quei titoli potrebbe ridurre i tassi sui mutui. Ma il mercato dei titoli garantiti da ipoteca è talmente vasto (11mila miliardi di dollari) che 200 miliardi non ne sposterebbero in alcun modo gli equilibri. E in ogni caso, anche in astratto, senza un aumento dell’offerta di case una mossa del genere potrebbe al massimo sostenere la domanda. Il che per paradosso spingerebbe ulteriormente verso l’alto i prezzi, neutralizzando in parte il beneficio di tassi più bassi. All’inizio di questa settimana l’attenzione si è spostata sul costo dell’energia, con l’annuncio che Microsoft “farà importanti cambiamenti” per evitare che i consumatori paghino bollette elettriche più alte a causa della crescente domanda di energia dei data center. Solo pochi mesi fa il gruppo ha ottenuto il via libera a un finanziamento federale da 1 miliardo di dollari per riattivare il reattore nucleare Unit 1 di Three Mile Island, con l’obiettivo di usare l’energia prodotta proprio per sfamare i suoi enormi centri di elaborazione dati. Ora arriva il voltafaccia di Trump, che spiega: “I data center sono fondamentali per questo boom e per garantire la LIBERTÀ e la SICUREZZA degli americani, ma le grandi aziende tecnologiche che li costruiscono devono “pagarsi le spese””. E promette altri annunci analoghi nelle prossime settimane. In mezzo c’è stata la notizia clamorosa dell’indagine su Jay Powell, presidente della Fed: a detta del diretto interessato una mossa che punta a consentire al presidente di prendere il controllo della politica monetaria e far approvare gli auspicati tagli dei tassi. Trump ha negato qualunque coinvolgimento. A detta di molti osservatori, mettere in discussione l’indipendenza della banca centrale avrebbe comunque effetti opposti rispetto ai desiderata della Casa Bianca: alimenta tensioni sui mercati, il che può spingere al rialzo i premi al rischio rendendo più costoso il credito. Non solo: se passerà il messaggio che le decisioni sui tassi sono guidate dalla pressione politica più che dai dati economici (inflazione effettivamente domata), famiglie e imprese tenderanno ad aspettarsi che in futuro i prezzi tornino ad aumentare. E si comporteranno di conseguenza, contribuendo a una nuova ondata inflazionistica. Un pericoloso boomerang per le ambizioni di Trump. 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Autostrade, nel 2026 previsti rincari medi dell’1,5%. Il ministero di Matteo Salvini dà la colpa alla Corte costituzionale
Con l’anno nuovo arrivano i rincari sui pedaggi autostradali: 1,5% in media per tutte le società concessionarie autostradali per le quali è in corso la procedura di aggiornamento dei relativi Piani Economico-Finanziari. Per le società Concessioni del Tirreno p.A. (Tronco A10 e A12), Ivrea-Torino-Piacenza p.A. (Tronco A5 e A21) e Strada dei Parchi p.A., in vigenza di periodo regolatorio, non sono previste variazioni tariffarie a carico dell’utenza, mentre una variazione pari all’1,925% è riconosciuta alla concessionaria Salerno-Pompei-Napoli S.p.A. A comunicarlo è una nota del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini che scarica la colpa dei rialzi su un verdetto della Consulta datato 14 ottobre 2025: “La sentenza contraria della Corte Costituzionale ha vanificato lo sforzo del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini e dello stesso governo di congelare le tariffe” dei pedaggi autostradali, “fino a definizione dei nuovi Pef (Piani economici finanziari, ndr) regolatori”. LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE Con la sentenza n. 147 depositata il 14 ottobre 2025, la Consulta in effetti ha dato semaforo verde ai rialzi delle tariffe. I giudici hanno bocciato le norme che, dal 2020 al 2023, avevano rinviato gli adeguamenti dei pedaggi autostradali in attesa dei nuovi Pef. Il verdetto censura i rinvii contenuti nei decreti-legge 162/2019 e 183/2020 – e così via alle deroghe successive – per contrasto con gli articoli 3, 41 e 97 della Costituzione. I giudici costituzionali sono stati chiamati in giudizio dal Consiglio di Stato, tenuto a pronunciarsi sul ricorso di una concessionaria autostradale contro due note del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti: i due documenti non avevano riconosciuto gli adeguamenti tariffari per il 2020 e il 2021, pregiudicando – secondo la concessionaria – la continuità dell’azione amministrativa, con effetti negativi sulla libertà d’impresa e l’utilità sociale. Di fatto, la Corte costituzionale ha dato ragione all’azienda concessionaria. Tuttavia, ha segnalato anche la via alternativa per impedire i rincari: “L’esigenza di assicurare l’applicazione del nuovo sistema tariffario, a fronte di richieste asseritamente contrastanti con esso da parte della concessionaria, poteva già essere soddisfatta dall’applicazione delle delibere sia del CIPE sia dell’ART nel frattempo intervenute”. In sostanza, è il ragionamento della Corte, i governi avevano gli strumenti per intervenire stabilendo senza indugi le nuove tariffe. In ballo ci sarebbero “conseguenze di non poco momento che così possono aversi sull’infrastruttura autostradale, sulla sua efficienza e sulla sua sicurezza, che necessitano di manutenzione e investimenti che vanno programmati”, spiega la nota della Consulta. L'articolo Autostrade, nel 2026 previsti rincari medi dell’1,5%. Il ministero di Matteo Salvini dà la colpa alla Corte costituzionale proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tariffe
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Trump in tour per convincere gli elettori che il costo della vita è sotto controllo e “i prezzi scendono”. Ma i dati lo smentiscono
“America is back”. “I prezzi stanno calando molto”. “Stiamo battendo l’inflazione che hanno creato” i democratici. “L’industria dell’acciaio è salva”. Donald Trump mercoledì ha iniziato dalla Pennsylvania un tour per gli Stati Uniti che secondo Axios dovrebbe continuare fino alle elezioni di midterm del prossimo anno. Obiettivo, convincere gli americani che il loro problema più sentito, la cosiddetta “affordability” – vale a dire il costo della vita fuori controllo – è una bufala. A dispetto di quel che dice il conto in banca. Vasto programma e segno di un nervosismo crescente alla Casa Bianca. Mentre l’Europa fa i conti con l’ufficializzazione del disprezzo trumpiano nei confronti dei suoi leader, sul fronte interno i sondaggi indicano infatti un consistente calo di fiducia nella gestione economica del tycoon. E molti analisti ritengono che le difficoltà dei Repubblicani alle elezioni di novembre siano state determinate proprio dalle preoccupazioni persistenti sull’inflazione. Il punto è che, anche se l’economia statunitense continua a crescere a ritmi solidi grazie alla spinta dei maxi investimenti in infrastrutture per l‘intelligenza artificiale, milioni di famiglie continuano a fare i conti con scontrini della spesa, bollette e prezzi del pieno in aumento o stabili su livelli insostenibili. “I nostri prezzi stanno scendendo enormemente”, ha sostenuto il presidente parlando ai sostenitori in un casinò di Mount Pocono, contea che nel 2024 è tornata a votare per i repubblicani contribuendo a fargli riconquistare lo swing state e rientrare alla Casa Bianca. Ma a sostenere la tesi non c’è alcuna evidenza. Anzi, i numeri dicono l’esatto contrario: a settembre, ultimo dato disponibile, il tasso di inflazione su base annua è salito al 3% – altro che prezzi in calo – e l’indice alimentare del 3,1%. “Tutto sta aumentando”, conferma un pensionato sentito dal New York Times, che racconta di arrivare a fine mese insieme alla moglie solo grazie ai buoni sconto e scegliendo i prodotti meno costosi. Mentre una sarta racconta l’aumento choc delle zip cinesi che era solita comprare su Amazon: sono rincarate da 8-10 dollari al pezzo a 24,99. “Mi offende“, commenta, che Trump “dica che la crisi dell’affordability è una farsa. Probabilmente non ha mai pagato una bolletta dell’elettricità o comprato da mangiare”. Tra l’altro la tesi che sul fronte dei prezzi alimentari la situazione sia sotto controllo cozza con l’annuncio arrivato dalla Casa Bianca solo il 6 dicembre, quando Trump ha ordinato al Dipartimento di Giustizia e alla Commissione federale per il Commercio di indagare sulla filiera alimentare per individuare potenziali cartelli sui prezzi e altri comportamenti che possano aumentare in maniera scorretta i costi di carne, semi e fertilizzanti. Principali indiziate, ovviamente, le aziende straniere colpevoli di “stritolare” famiglie e agricoltori. Ma l’indicatore cruciale, nel Paese in cui suv e pick up sono i mezzi di trasporto più popolari, è il prezzo del pieno. Ora: come ha ricordato il presidente nell’intervista di martedì a Politico, durante la quale si è dato un voto “A+++++” in economia, sotto Biden i prezzi alla pompa erano saliti complice l’invasione russa dell’Ucraina fino a 5 dollari al gallone. Ben sopra la media attuale che è appena scesa poco sotto i 3 dollari. Ma il tycoon e il suo entourage non si accontentano della realtà e pur di abbellire il quadro e sostenere che la strategia del “drill, baby, drill” funziona ricorrono a dati palesemente falsi. Sostenendo – lo ha fatto Trump stesso riprendendo le parole dette alla Cbs dal numero uno del National Economic Council Kevin Hassett, probabile successore di Jerome Powell alla guida della Fed – che in diversi Stati le quotazioni sono “a 1,99 dollari al gallone”. Affermazione che non trova alcun riscontro nelle rilevazioni ufficiali disponibili online per tutti i cittadini. A controprova del sostanziale disinteresse di Trump riguardo all’effettivo benessere dei consumatori c’è anche la mai abbandonata intenzione di smantellare il Consumer Financial Protection Bureau, organismo creato dopo la crisi del 2008 per vigilare su banche e finanziarie a tutela dei clienti. Nei giorni scorsi il suo ex direttore Richard Cordray su Substack ha ricordato che l’agenzia, finita nel mirino del (nel frattempo a sua volta soppresso) Doge di Musk e poi al centro di una guerra a colpi di carte bollate per evitarne l’abolizione, ha dovuto sospendere gran parte delle azioni contro società finanziarie accusate di abusi mentre il nuovo direttore facente funzioni Russell Vought fa di tutto per licenziare mille funzionari e “sabotare” il sistema che gestisce i reclami dei cittadini. Intanto la minacciata – e in parte realizzata – guerra commerciale dichiarata durante il “Liberation day” è ben lungi dall’aver aperto la strada alla promessa età dell’oro caratterizzata da salari più alti e prosperità diffusa. Alcuni comparti stanno soffrendo pesanti danni, tanto da rendere necessari ingenti investimenti solo per risarcire chi ha subito perdite. Nei giorni scorsi la Casa Bianca ha annunciato un pacchetto di aiuti da 12 miliardi per gli agricoltori, affossati dai costi crescenti di semi e fertilizzanti e dalla drastica riduzione dell’import di soia da parte della Cina prima che i due Paesi siglassero una tregua. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di “liquidità ponte” per superare un “periodo di aggiustamento” fino al manifestarsi dei benefici delle politiche trumpiane. Per ora, la descrizione più accurata è che gli introiti arrivati dall’aumento delle tariffe vengono impiegati per mettere una pezza ai problemi causati dalle tariffe stesse. L'articolo Trump in tour per convincere gli elettori che il costo della vita è sotto controllo e “i prezzi scendono”. Ma i dati lo smentiscono proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il carrello della spesa a ottobre sale del 2,1%. Per cacao e caffè +20% in un anno, carne e formaggi a +8%
L’Istat conferma il rallentamento dell’inflazione ad ottobre all’1,2% (era +1,6% a settembre). I dati definitivi danno l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic) in calo congiunturale per il secondo mese consecutivo. L’Italia si tiene così sotto la soglia obiettivo della Bce, con una inflazione acquisita nel 2025 dell’1,6%. Ma restano le preoccupazioni sui prezzi dei beni di largo consumo e di prima necessità. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona – il cosiddetto carrello della spesa – pur rivisti al ribasso nelle stime definitive restano ampiamente sopra la media dell’indice generale, attestandosi a +2,1%, come i prodotti alimentari e bevande analcoliche che sono a +2,5% e quelli ad alta frequenza di acquisto a +2,1%. Ben sopra la media anche i prezzi dei servizi sanitari e spese per la salute, +1,5%. Se sono in decisa decelerazione i prezzi degli energetici regolamentati, quelli delle bollette del cosiddetto “mercato tutelato” (da +13,9% a -0,5%) riservato ai cosiddetti “vulnerabili”- un bacino di famiglie molto ridotto – preoccupa anche l’andamento dell’inflazione di “fondo”, quella calcolata al netto degli energetici e degli alimentari freschi. Che pur rallentando a +1,9% si mantiene di 7 punti base sopra l’indice generale. Le organizzazioni dei consumatori chiedono da sempre che il “carrello della spesa” abbia un peso maggiore nel paniere Istat, sia perché si tratta di beni irrinunciabili sia perché sono la principale voce di uscita del ceto medio, e una modifica in quel senso avvicinerebbe inflazione percepita all’inflazione stimata. “L’inflazione è in calo ma il cibo è sempre più caro”, osservano dall’Unione dei Consumatori ricordando i maggiori aumenti. In testa alla top 20 dei rincari annui, il cacao e cioccolato in polvere con +21,9% su ottobre 2024, al secondo posto il caffè con +20,6%, al terzo il cioccolato con +10,1%. Seguono la carne macinata, i formaggi stagionati e le bevande analcoliche (+8,2% per tutti e 3). Si segnala poi la carne di bovino adulto (7° posto, +8,1%), la carne di vitello (8°, +7,5%), le uova (10°, +7,4%), il burro (11°, +6,6%), la frutta secca (12°, +5,9%), carne ovina e pollame (ex aequo in 14° posizione con +5,3%). “Anche se il calo dell’inflazione tendenziale da 1,6 a 1,2 comporta un minor aumento complessivo del costo della vita, per una coppia con due figli si tratta comunque di una stangata pari a 432 euro su base annua. Inoltre, ben 232 euro in più se ne vanno solo per i Prodotti alimentari e le bevande analcoliche. Per una coppia con un figlio, la spesa aggiuntiva annua totale è pari a 371 euro, ma 203 euro sono soltanto per cibo e bevande. In media, per una famiglia, mangiare e bere costa 160 euro in più”, dice il presidente Massimiliano Dona. L’Unione Nazionale Consumatori ha stilato anche la classifica delle città più care d’Italia in termini di aumento del costo della vita. Al vertice c’è Siena dove un’inflazione tendenziale pari a +2,8%, la più alta d’Italia, si traduce in una maggior spesa aggiuntiva su base annua per 757 euro a famiglia media. A seguire in classifica c’è Bolzano che, con +1,9% su ottobre 2024, ha un incremento di spesa annuo pari a 630 euro a famiglia, mentre al terzo posto in questa classifica c’è Pistoia. La città toscana è terza sia per inflazione, pari al 2,1%, che per spesa supplementare, pari a 568 euro annui per una famiglia tipo. Appena fuori dal podio Belluno che, con un’inflazione del 2% (al quarto posto per inflazione ex aequo con Napoli), registra, sottolinea l’Unc, una stangata pari a 521 euro. Al quinto posto Cosenza che, con la seconda inflazione più elevata del Paese, +2,5%, ha una variazione annua della spesa pari a 486 euro. Seguono Udine (+1,7%, +478 euro), Rimini (+1,7% e +468 euro), all’ottavo posto, con +452 euro, Gorizia (+1,7%) ex aequo con Napoli (+2%). Chiude la top ten, con +449 euro, Venezia (+1,6%). Assoutenti è preoccupata del Natale in arrivo e chiede a Mister Prezzi di vigilare sui listini. L'articolo Il carrello della spesa a ottobre sale del 2,1%. Per cacao e caffè +20% in un anno, carne e formaggi a +8% proviene da Il Fatto Quotidiano.
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