Nel corso della puntata di Otto e mezzo, su La7, il direttore di Limes Lucio
Caracciolo offre un’analisi cruda delle dinamiche geopolitiche attuali, con un
focus sulla crisi energetica, sul ruolo di Vladimir Putin e sulle ripercussioni
della guerra in Iran sull’Italia.
La conduttrice Lilli Gruber apre il confronto ricordando l’allarme rosso in
Europa per la crisi energetica: “Il petrolio ha chiuso poco fa negli Stati Uniti
sotto i 100 dollari. Siamo a prezzi triplicati in Italia per gas e i prodotti
energetici. Putin ha detto che lui è disponibile a vendere petrolio e gas, basta
mettersi d’accordo, quindi offre il suo aiuto all’Europa”.
Caracciolo contestualizza immediatamente l’offerta del presidente russo. “Putin
ha detto sono pronto a riprendere i rapporti energetici con l’Europa, datemi
però qualche segnale. In realtà – avverte – il segnale glielo hanno dato gli
americani che qualche settimana fa hanno cercato di colpire il luogo in cui si
trovava e quindi sotto questo profilo i rapporti tra Russia e America non sono
quelli di qualche tempo fa, quindi con gli europei si va più sul pragmatico”.
L’esperto di geopolitica sottolinea poi la volatilità del mercato: “Il petrolio
che sta intorno ai 100 al barile, naturalmente molto dipenderà dai prossimi
giorni. Il fatto che il G7 abbia liberato 400 milioni di barili è stato visto
come un gesto positivo, ma insomma stiamo parlando di prospettive di qualche
giorno, al massimo di qualche settimana”. Secondo Caracciolo, “alla fine, la
ragione di un’eventuale apertura di negoziato dipenderà più dagli effetti
globali sull’economia, sull’energia di questa guerra, che non dall’andamento
strettamente militare”.
Il discorso si sposta quindi sulle implicazioni interne italiane, in particolare
sul referendum sulla giustizia e sulla posizione del governo Meloni nel contesto
della guerra in corso.
A Lilli Gruber che chiede se la guerra contro l’Iran favorisce o danneggia la
Meloni sul referendum, Caracciolo risponde senza mezzi termini: “Danneggia la
Meloni ma quello che è più grave è che danneggia l’Italia“.
L’analista inquadra le dichiarazioni della premier come “il riflesso del nostro
non contare” e le colloca nel panorama europeo, definito “estremamente ambiguo”.
E agggiunge: “Dal punto di vista americano l’Italia serve in questo contesto
unicamente per poterci volare sopra e arrivare dove bisogna colpire, ma dal
punto di vista politico siamo spuntati. Quanto al referendum – chiosa – mi pare
che sia diventato ormai un referendum sul governo, cioè puramente politico e
questo significa che la Meloni rischia“.
L'articolo Caracciolo a La7: “Gli Usa hanno tentato di colpire Putin, i rapporti
con Mosca sono cambiati ma con la Ue il presidente russo fa il pragmatico”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Guerra mondiale si diventa, non si nasce. Saranno gli storici a stabilire“.
Lucio Caracciolo sceglie la prudenza delle categorie storiche per inquadrare
l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, intervenendo a Otto e mezzo,
su La7. L’eco delle bombe riporta alla mente i conflitti del Golfo e riaccende
lo spettro di uno scontro globale, ma il direttore di Limes invita a distinguere
tra percezione e struttura dei rapporti di forza.
Perché si possa parlare di guerra mondiale, spiega, serve ben altro: “Certamente
perché ci sia una guerra mondiale dovrebbe esserci uno scontro tra le maggiori
potenze, quindi Stati Uniti, Cina e Russia. Siamo molto lontani da questo, ma
siamo un bel pezzo più vicino a una guerra regionale che rischia di allargarsi.
È una terza guerra del golfo”.
Il cuore della sua analisi riguarda la natura stessa dell’operazione militare:
“Quello che è abbastanza chiaro è che non è una guerra necessaria, ma per
dichiarazione sia israeliana che americana è una guerra preventiva“. Una
definizione che apre un nodo politico e strategico: prevenire che cosa? “Il
problema – osserva il giornalista – è che non si capisce bene che cosa si
dovesse prevenire oggi, visto che, secondo gli stessi americani, cioè il
Pentagono e la Cia, non c’era nessuna imminente minaccia iraniana e anzi i
negoziati secondo il ministro degli esteri dell’Oman, che stava mediando,
stavano producendo risultati importanti”.
E aggiunge: “Quello che è certo è che è una guerra al buio in cui nessuno può
fare previsioni di lungo termine“.
Lo sguardo si sposta quindi su Washington, dove la crisi esterna riflette una
frattura interna. “Forse l’aspetto più interessante è che il grado di confusione
nell’amministrazione Trump è tale che il presidente cambia versione ogni cinque
minuti“. Fino al giorno prima si parla apertamente di cambio di regime a
Teheran; poi la linea sembra mutare. Il presidente evoca un orizzonte di “4-5
settimane” e sostiene di non aver potuto rovesciare il sistema iraniano perché
sarebbero stati colpiti anche “quelli che volevamo mettere al posto di
Khamenei”.
Il risultato, sintetizza Caracciolo, è “un leggero caos e soprattutto una grande
maggioranza degli americani, una quasi totalità dei democratici, che non approva
questa operazione”.
Il profilo di Donald Trump emerge come elemento ulteriore di instabilità. “Trump
– osserva Caracciolo – ama far casino, lui sta praticamente sempre al telefono
con i giornalisti. Il problema è che dice sempre cose diverse a chi gli capita,
per cui se è un’operazione di camouflage e di mascheramento è brillante, se è
una strategia mi si deve spiegare però quale è”.
Ma la questione, insiste Caracciolo, è più profonda: “Il problema è interno agli
Stati Uniti: a parte la crisi socio-culturale e politica, quello che impressiona
oggi è la spaccatura fra gli apparati: il Pentagono che ha preso le distanze già
prima dell’operazione e poi anche i membri dell’amministrazione”. Una frattura
che attraversa i vertici civili e militari e che si riflette anche nei rapporti
con il vicepresidente J. D. Vance, sul quale il presidente sarebbe “molto
irritato” perché avrebbe fatto sapere di non essere d’accordo con gli attacchi
all’Iran, pur evitando di dirlo pubblicamente.
L'articolo Iran, Caracciolo a La7: “Non c’era nessuna minaccia nucleare
imminente. È una terza guerra del Golfo, non conflitto mondiale” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“L’America è un colosso ferito che si sente in pericolo esistenziale e che
quindi si abilita a fare qualsiasi cosa ritenga utile a se stessa, a prescindere
da tutto e anche dagli alleati. Dobbiamo aspettarci qualsiasi cosa, ma veramente
qualsiasi cosa“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore
di Limes, Lucio Caracciolo, che aggiunge: “Forse la cosa meno sottolineata del
famoso Rapporto sulla sicurezza nazionale degli Usa, pubblicato a novembre, è
che lì si esplicita il fatto che non esistono più le alleanze, ma solo gli
allineamenti. Quindi, naturalmente vale il diritto del più forte. E siccome la
competizione è all’ultimo sangue, nel senso che gli americani temono di essere
superati dalla Cina come prima potenza nel giro di poco tempo, tutto è
possibile”.
Caracciolo poi rivela: “Una cosa interessante nella versione non pubblicata del
documento sulla sicurezza nazionale è che si cita l’Italia, insieme all’Austria,
all’Ungheria e alla Polonia, come uno dei paesi “buoni”, amici, affidabili
perché governato da personalità come Giorgia Meloni, considerate da Trump più o
meno simpatiche e affine”.
E chiosa: “Poi magari diciamo gli americani si possono aspettare qualcosa di più
dalla signora Meloni, ma certamente non la considerano un avversario al pari dei
governi di alcuni paesi europei reputati rammolliti e inutili. Ovvero Francia,
Germania, ma anche gli inglesi, nonostante abbiano partecipato all’assalto della
petroliera venezuelana con bandiera russa nell’Atlantico. Quando sentono l’odore
dei russi, gli inglesi si muovono subito“.
L'articolo Caracciolo a La7: “Dagli Usa dobbiamo aspettarci qualsiasi cosa, è
tornato il diritto del più forte” proviene da Il Fatto Quotidiano.