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Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura
Passato quasi inosservato, il rapporto Onu sull’acqua ha lanciato un urlo che avrebbe dovuto svegliare anche i più sonnolenti dei nostri governanti. E invece niente. Global Water Bankruptcy è il titolo perentorio dello studio realizzato principalmente da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute dell’Università delle Nazioni Unite, in vista della conferenza sull’acqua del prossimo dicembre. Sì, perché la crisi idrica non è più temporanea ma irreversibile, spiegano le 70 pagine fitte di dati e mappe. Siamo in bancarotta, appunto. Fiumi, laghi, falde, ghiacciai sono in declino e soprattutto non torneranno più ai livelli precedenti, possiamo solo interrompere o rallentare il processo. Le falde possono rigenerarsi certo, ma in tempi molto lunghi. Qualche numero: dal 1990 più della metà dei grandi laghi ha perso acqua, come il 70% delle falde acquifere. Persi anche 410 milioni di ettari di zone umide e 177 milioni di paludi in 50 anni, pari all’intera superficie dell’Unione Europea, oltre al 30% dei ghiacciai. Parliamo del nostro “capitale” idrico, dal quale dipende la vita di tutti. E infatti almeno 3 miliardi di persone vivono in zone già in declino o instabilità idrica e 2,2 miliardi non hanno un accesso sicuro all’acqua potabile, complice l’inquinamento delle fonti. E tutto questo costa, se vogliamo usare un argomento più comprensibile alla politica. La perdita di zone umide ha un prezzo stimato di 5,1 trilioni di dollari, pari al Pil dei 135 paesi più poveri. La cifra è legata ai cosiddetti “servizi ecosistemici”, ovvero tutti i benefici derivanti da quegli ambienti, ad esempio la stabilità del clima o, appunto, il mantenimento delle risorse idriche, che hanno ricadute dirette sull’economia di un paese. I danni da siccità ammontano a circa 307 miliardi di dollari all’anno, pari al Pil di tre quarti degli stati membri dell’Onu. Senza contare i flussi migratori e i conflitti, destinati a crescere nei prossimi anni. La causa di ciò? Per lo più l’attività umana: prelievi smodati, riscaldamento del clima e inquinamento tra i maggiori imputati. Ma a fare la differenza è soprattutto il settore agricolo, che da solo consuma il 70% dell’acqua dolce. Oltre il 40% delle falde serve per irrigare, una follia. E le falde, dalle quali arriva l’acqua potabile, si stanno esaurendo a un ritmo ben maggiore della velocità di rigenerazione: quando finiranno? > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da greenreport.it (@greenreport.it) Non solo per questo urge un ripensamento del nostro modo di coltivare, anche alle nostre latitudini. E non da oggi. La Pianura padana sembra un unico campo sterminato di monocultura intensiva, che per sopravvivere necessita di chimica e acqua, molta acqua, impoverendo ogni anno la fertilità del suolo. La maggior parte di quei campi non produce mangime per l’uomo ma per allevamenti altrettanto intensivi (e idrovori). Solo in Lombardia vengono allevati un milione e mezzo di bovini e quattro milioni e mezzo di maiali, su 10 milioni di abitanti, per alimentare un consumo di carne che non ha precedenti nella storia umana (carne rossa peraltro, probabile cancerogeno secondo l’Oms). Le alternative ci sono, anche per produzioni su media scala, pensiamo alle tecniche di agricoltura rigenerativa e al biologico più avanzato, verso cui dovrebbero dirottare almeno una parte dei giganteschi contributi dell’Unione europea destinati all’agrobusiness. L'articolo Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è irreversibile. Urge un’altra agricoltura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Innalzamento del livello del mare: di fronte alle minacce bisogna agire subito
di Claudio Trevisan C’è chi si preoccupa perché Trump vorrebbe la Groenlandia con le buone o con le cattive; invece, secondo me, dovremmo preoccuparci di più della riduzione del ghiaccio della Groenlandia che ha avuto una rapida accelerazione negli ultimi 30 anni. Trump rimarrà alla Casa Bianca per altri tre anni, ma lo scioglimento dei ghiacci, combinato con l’espansione termica dell’acqua (che si espande riscaldandosi), continuerà a causare l’innalzamento del livello del mare per secoli. Studi dimostrano che circa il 20% delle spiagge italiane potrebbe essere sommerso entro 24 anni. Ci vollero 22 anni prima che il sistema Mose fosse pienamente operativo contro l’acqua alta a Venezia. Pertanto, i lavori necessari per proteggere le tante zone a rischio inondazioni dovrebbero iniziare immediatamente per cercare di ridurre i danni futuri. Quali danni? L’innalzamento continuo del mare (specialmente durante eventi climatici estremi alimentati dal riscaldamento globale) causerà maree sempre più alte con erosioni costiere croniche e danni a spiagge/infrastrutture causate dalle mareggiate, oltre alle esondazioni dei fiumi che faranno sempre più fatica a defluire nel mare. Quali azioni urgenti sono da intraprendere? Pianificazione/costruzione di difese costiere come dighe, barriere anti-tempesta, banchine/argini rialzati e stazioni di pompaggio, rinforzi degli argini fluviali, bacini di contenimento delle piene, ripristini delle zone umide, sistemi dunali e ripascimenti costieri. Quanto ci costerà? Il costo previsto per il sistema Mose era di 1,3 miliardi con un costo finale di 7 miliardi. L’attuale costo annuale di manutenzione ordinaria è di 80 milioni. Inoltre, ogni singolo utilizzo del Mose costa 300mila euro (per energia, logistica, personale e operazioni). L’attivazione del sistema Mose ha evitato gravi danni a Venezia ma il continuo innalzamento del livello del mare causerà attivazioni più frequenti con relativo aumento dei costi operativi/manutenzione. Naturalmente non potevano mancare le indagini per corruzione con condanne e multe per i politici (incluso un ministro) e imprenditori vari coinvolti. A mio parere per cercare di ridurre i costi e aumentare l’efficacia delle dighe si dovrebbe realizzare un sistema simile a quello applicato dai Paesi Bassi, che hanno molta più esperienza e know-how in questo settore. Serve un sistema a tre livelli: impedire l’ingresso del mare, dare spazio ai fiumi e migrazioni limitate da alcune aree, con in aggiunta molti magistrati “indipendenti” per i necessari controlli anticorruzione. Ci vorranno decine di anni per la pianificazione/costruzione di infrastrutture con continui ammodernamenti. I costi stimati per le difese costiere e fluviali ammontano a miliardi di euro, che saranno comunque sempre più bassi rispetto ai costi per i danni causati da ripetute alluvioni. Purtroppo, i fondi Pnrr hanno finanziato solo alcuni piccoli/medi progetti per la protezione di spiagge, ripascimento e barriere naturali/artificiali. Secondo me, sarà necessario avviare anche una pianificazione di ritiro gestito, trasferendo le infrastrutture critiche e le comunità vulnerabili dalle zone con un rischio inevitabile di inondazioni che sarebbe troppo costoso/difficile da proteggere. I trasferimenti dovranno essere su terreni più elevati, geologicamente stabili e ben drenati per evitare il rischio frane. Inoltre, sarà importante evitare spostamenti improvvisi di intere città, ma avere spostamenti graduali, prima delle emergenze, nelle città più sicure. Purtroppo, con gli illustri politici nostrani che preferiscono spendere soldi per le armi, carcere inutile in Albania etc. piuttosto che nella prevenzione dei disastri, temo che finiremo con le solite “cattedrali nel deserto” incompiute e/o progetti senza fine (come la famigerata A3 Salerno-Reggio), con conseguenti migrazioni di massa forzate dalle zone colpite dal disastro, e accompagnate dalla solita corruzione. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Innalzamento del livello del mare: di fronte alle minacce bisogna agire subito proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche
L’apparenza inganna. E anche se in queste ultime settimane, in molte aree del mondo si combatte contro il freddo e l’Italia non ha fatto eccezione, la verità è che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. La temperatura media globale del 2025, di 14,97°C, è stata la terza più alta mai registrata. Dunque lo scorso anno è stato solo lievemente (di 0,01 °C) più freddo del 2023 e di 0,13 °C più freddo del 2024, il più caldo di sempre. Ma soprattutto: le temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono già state in media superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900). È la prima volta che la media di un triennio supera quella soglia, anche se questo dato non rappresenta ancora il superamento del limite ‘a lungo termine’ imposto dall’Accordo di Parigi. Non ancora, appunto. Perché a pochi giorni dall’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), firmata nel 1992 a Rio e che conta tra i suoi membri tutti i paesi del mondo e dall’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, Copernicus racconta a suon di dati che il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio. Dunque gli Stati Uniti annunciano di ‘abbandonare’ una nave che, però, non possono abbandonare. A tutto questo va aggiunto l’incalcolabile. I ghiacciai dei due poli, infatti, sono ai minimi storici, con tutto quello che comporta in termini di rischio di ‘tipping point’, ossia i punti di non ritorno che, se raggiunti, farebbero innescare cambiamenti rapidi e irreversibili. Sono i dati principali appena pubblicati dal Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf) che gestisce i servizi di Copernicus relativi ai cambiamenti climatici (C3S) e di monitoraggio atmosferico (Cams) per conto della Commissione europea. Il gennaio 2025 è stato il gennaio più caldo mai registrato. Marzo, aprile e maggio sono stati ciascuno i secondi mesi più caldi per il periodo dell’anno. Ogni mese dell’anno, ad eccezione di febbraio e dicembre, è stato più caldo rispetto al mese corrispondente di qualsiasi anno precedente al 2023. “Questo rapporto conferma che l’Europa e il mondo stanno vivendo il decennio più caldo mai registrato” spiega Florian Pappenberger, direttore generale dell’Ecmwf. PER METÀ DEL GLOBO AUMENTANO I GIORNI DI FORTE STRESS DA CALORE Hanno lavorato al monitoraggio del clima globale anche Nasa, National Oceanic and Atmospheric Administration, UK Met Office, Berkeley Earth e l’Organizzazione meteorologica mondiale. Nel 2025, secondo i dati ERA5, la temperatura dell’aria superficiale a livello globale è stata la seconda più calda, di 0,20 °C più fredda rispetto al 2024 e di 0,01 °C superiore al 2023. Quindi la temperatura dell’aria superficiale è stata di 1,47 °C superiore a quella del livello preindustriale, dopo i 1,60 °C del 2024. Questi dati hanno fatto in modo che nel 2025, metà della superficie terrestre mondiale registrasse un numero di giorni superiore alla media con almeno un forte stress da calore, definito come una temperatura percepita pari o superiore a 32 °C. E lo stress da calore è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come la principale causa di morte a livello globale legata alle condizioni meteorologiche. E l’Italia è tra i Paesi europei più vulnerabili. RISCALDAMENTO GLOBALE: ENTRO IL 2030 POTREBBE ESSERE SUPERATA LA SOGLIA DI 1,5°C Sulla base dell’attuale tasso di riscaldamento, spiegano gli esperti, il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio, oltre dieci anni prima in anticipo rispetto a quanto previsto in base al tasso di riscaldamento al momento della firma dell’accordo. “Il fatto che gli ultimi undici anni siano stati i più caldi mai registrati fornisce un’ulteriore prova dell’inconfondibile tendenza verso un clima più caldo” spiega Carlo Buontempo, direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus. E aggiunge: “Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a lungo termine fissato dall’accordo di Parigi. La scelta che abbiamo ora è come gestire al meglio l’inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e sui sistemi naturali”. Anche per quanto riguarda l’Europa, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 10,41 °C, di 1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020 e di 0,30 °C inferiore all’anno più caldo, il 2024. “Il superamento della media triennale di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è un traguardo che nessuno di noi avrebbe voluto raggiungere, ma che rafforza l’importanza della leadership europea nel monitoraggio del clima per informare sia la mitigazione che l’adattamento” aggiunge Mauro Facchini, direttore dell’osservazione della Terra presso la Direzione generale per l’industria della difesa e lo spazio della Commissione europea. L’ACCUMULO DI GAS E LE TEMPERATURE SUPERFICIALI DEL MARE Gli ultimi tre anni sono stati eccezionalmente caldi per due motivi principali: l’accumulo di gas serra nell’atmosfera (dovuto alle continue emissioni e alla riduzione dell’assorbimento di anidride carbonica da parte dei pozzi naturali) e il raggiungimento di livelli eccezionalmente elevati della temperatura superficiale del mare in tutti gli oceani, associato al fenomeno El Niño e ad altri fattori di variabilità oceanica, amplificati dai cambiamenti climatici. Di fatto, la temperatura superficiale del mare a livello globale (extra-polare) è stata di 20,73 °C, la terza più calda proprio dopo il 2024 e il 2023. El Niño tende ad avere un effetto di riscaldamento sulle temperature globali, che si sovrappone al riscaldamento globale a lungo termine causato dall’uomo, mentre La Niña tende ad avere l’effetto opposto. Di conseguenza, come nel 2023 e nel 2024, anche nel 2025 una parte significativa del globo è stata molto più calda della media. Le temperature superficiali dell’aria e del mare ai tropici sono state sì inferiori rispetto a quelle (influenzate da un intenso fenomeno di El Niño) del 2023 e del 2024, ma comunque molto al di sopra della media in diverse aree al di fuori dei tropici. COSA È AVVENUTO NEL MONDO E IL RUOLO DELLE ATTIVITÀ UMANE Ma cosa ha comportato tutto ciò nelle varie aree della terra? Nelle zone con condizioni climatiche secche e spesso ventose, le alte temperature hanno anche contribuito alla diffusione e all’intensificazione di incendi boschivi eccezionali, che producono carbonio, inquinanti atmosferici tossici come il particolato, e l’ozono, con ripercussioni sulla salute umana. È accaduto in alcune zone dell’Europa, come l’Italia e che hanno registrato il più alto livello annuale di emissioni totali dovute agli incendi boschivi e del Nord America. Queste emissioni hanno deteriorato in modo significativo la qualità dell’aria e hanno avuto impatti potenzialmente dannosi sulla salute umana sia a livello locale che su scala più ampia. Le condizioni eccezionali del 2025 si sono verificate, tra l’altro, in un anno caratterizzato da eventi estremi notevoli in molte regioni, tra cui ondate di calore record, forti tempeste in Europa, Asia e Nord America e incendi boschivi in Spagna, Canada e California meridionale. “I dati atmosferici del 2025 dipingono un quadro chiaro: l’attività umana rimane il fattore dominante delle temperature eccezionali che stiamo osservando. I gas serra atmosferici sono aumentati costantemente negli ultimi 10 anni. L’atmosfera ci sta inviando un messaggio e noi dobbiamo ascoltarlo” commenta Laurence Rouil, direttrice del Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus presso l’Ecmwf. I RECORD IN ANTARTIDE E IN ARTIDE E L’ALLARME SUI GHIACCIAI Nel corso del 2025, le temperature più elevate nelle regioni polari hanno in parte compensato le temperature più basse osservate nelle regioni tropicali. Le medie annuali hanno raggiunto il loro valore più alto mai registrato nell’Antartide e il secondo valore più alto nell’Artide. Ma temperature annuali record sono state osservate anche in diverse altre regioni, in particolare nel Pacifico nord-occidentale e sud-occidentale, nell’Atlantico nord-orientale, nell’Europa nord-occidentale e nell’Europa orientale e nell’Asia centrale. A febbraio 2025, la copertura combinata di ghiaccio marino di entrambi i poli è scesa al valore più basso almeno dall’inizio delle osservazioni satellitari, alla fine degli anni ’70. Nell’Artide, l’estensione mensile del ghiaccio marino è stata la più bassa mai registrata per il periodo dell’anno a gennaio, febbraio, marzo e dicembre, e la seconda più bassa a giugno e ottobre. Marzo ha segnato il minimo annuale più basso mai registrato, mentre il minimo di settembre si è classificato solo al 13° posto tra i più bassi. Nell’Antartide, l’estensione mensile ha raggiunto il quarto valore minimo annuale a febbraio e il terzo valore massimo annuale più basso a settembre. Proprio in Antartide, tra l’altro, di recente un gruppo di scienziati ha lanciato l’allarme per il Ghiacciaio Thwaites, noto come “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, che mostra un nuovo e preoccupante cedimento. L'articolo Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il ghiaccio si scioglie e la vetta si abbassa, l’allarme sul Monte Bianco: “Impatto inaspettato”
Il ghiaccio si scioglie, la vetta si abbassa. Il Monte non è più quello di una volta e mai più lo sarà. Non più 4.810, come abbiamo imparato dai libri di geografia. La montagna più alta d’Italia è ora a 4.807,3 metri, ma è destinata ad abbassarsi a causa dello scioglimento della grande calotta di ghiaccio appoggiata sulla roccia. Gli effetti del riscaldamento globale stanno infatti raggiungendo quote che si pensavano esenti. L’allarme è stato lanciato dai ricercatori della Fondazione Montagna di Courmayeur (Aosta) in base all’elaborazione dei dati della missione scientifica italo-francese, condotta con il ‘Laboratoire Edytem dell’Université de Savoie Mont-Blanc’, in occasione dell’Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai. Grazie all’uso combinato di droni, telerilevamento e georadar, è stato possibile definire lo “stato zero” del punto più alto d’Europa, misurando appunto con precisione la quota massima di 4807,3 metri e lo spessore del ghiaccio sotto la superficie di circa 20-25 metri. La sommità in roccia al di sotto della cima del Monte Bianco è stata invece rilevata ad una quota pari a 4786 metri circa. Dati preziosi da cui partire per studiare e comprendere l’evoluzione del clima in alta quota. “Il rilievo topografico non era mirato solamente a ottenere la quota della sommità, – spiega all’Ansa Fabrizio Troilo, coordinatore dell’area ricerca della Fondazione Montagna Sicura – ma proprio a ricostruire tutto l’intorno della cima con l’obiettivo futuro di poterne vedere e misurare l’evoluzione e i cambiamenti”. Esiste una serie storica di misure della cima del Monte Bianco da quelle più antiche fino alle misure più recenti che invece sono fatte ogni due anni da geometri del Dipartimento francese dell’Alta Savoia. “Questa serie mostra delle quote che nel tempo hanno delle variazioni piuttosto irregolari, aggiunge Troilo – negli ultimi anni sembrerebbe che possa essere iniziato un trend di graduale discesa e diminuzione della quota della cima, cosa che andrà verificata, misurata proprio in futuro, partendo dai primi rilievi fatti adesso”. Secondo il responsabile della ricerca di Fondazione Montagna sicura “il fatto che a queste quote estremamente elevate, dove non si pensava che ancora il cambiamento climatico potesse avere un impatto, ci fa veramente pensare all’entità del cambiamento che stiamo vivendo e questo dovrebbe fare riflettere ognuno sul trend climatico che stiamo vivendo e alle soluzioni che si potranno trovare in futuro”. L'articolo Il ghiaccio si scioglie e la vetta si abbassa, l’allarme sul Monte Bianco: “Impatto inaspettato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Così Cassazione e Corte dell’Aja segnano un cambio di passo sulla giustizia climatica in Italia
di Antonietta Troisi (fonte: lavoce.info) Il parere della Corte internazionale di giustizia e la pronuncia della Cassazione segnano un cambio di passo sulla responsabilità giuridica in materia di clima. Per la prima volta, è possibile promuovere azioni civili fondate su obblighi internazionali Un quadro giuridico che cambia Due decisioni di rilievo, arrivate quest’estate a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, rilanciano il tema della responsabilità per i cambiamenti climatici, delineando i contorni di un quadro giuridico in evoluzione. Si tratta della pronunzia della Corte di Cassazione e del parere della Corte internazionale di giustizia (Cig). Il 21 luglio 2025, le Sezioni unite della Suprema Corte hanno reso l’ordinanza n. 20381/2025, nel procedimento intentato da Greenpeace, ReCommon e un gruppo di cittadini contro Eni spa, il ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa depositi e prestiti. Due giorni più tardi, la Corte dell’Aja ha pubblicato il parere consultivo richiesto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, chiarendo la portata degli obblighi internazionali degli stati in materia climatica. Eni e governance climatica sotto accusa Nel caso che vede coinvolta l’Eni, gli attori hanno agito dinanzi al Tribunale di Roma, contestando il disallineamento del piano di decarbonizzazione della società rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e ai rapporti dell’Ipcc. Hanno inoltre chiamato in causa Mef e Cdp, in qualità di azionisti di riferimento, per l’omesso esercizio dei poteri societari che avrebbero potuto orientare la strategia climatica del gruppo. La richiesta al Tribunale di Roma comprendeva l’accertamento della responsabilità extracontrattuale ex artt. 2043 ss. cc, la condanna ad adottare misure per allineare le strategie aziendali agli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale entro 1,5°C, nonché il risarcimento dei danni, anche in forma specifica ai sensi art. 2058 cc. Di fronte alle eccezioni dei convenuti, che hanno sollevato il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario, è stato richiesto il regolamento preventivo alla Corte di Cassazione. La decisione della Suprema Corte era particolarmente attesa, anche alla luce della controversa pronuncia del Tribunale di Roma nel caso “Giudizio Universale”. In quel precedente – promosso contro la presidenza del Consiglio dei ministri per inadempienza agli obblighi derivanti dall’Accordo di Parigi – il giudice di primo grado aveva pronunciato una declinatoria, rilevando il difetto assoluto di giurisdizione e affermando che l’attuazione degli impegni internazionali in materia climatica rientrasse nella sfera di insindacabile discrezionalità politica. Una scelta interpretativa che, oltre a sollevare perplessità sotto il profilo della compatibilità con la Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo) e la Convenzione di Aarhus, è apparsa disallineata rispetto a orientamenti giurisprudenziali maturati Oltralpe e Oltreoceano, dove si è progressivamente affermata la giustiziabilità degli obblighi climatici. Per scongiurare analogo epilogo, i promotori della Giusta Causa hanno attivato un regolamento preventivo di giurisdizione dinanzi alla Suprema Corte. Con l’ordinanza n. 20381/2025, la Cassazione ha riconosciuto, per la prima volta, che il giudice ordinario può conoscere di azioni risarcitorie fondate su obblighi climatici internazionali, legittimando così l’accesso alla giustizia civile in tema di climate change litigation. Come chiarito dalle Sezioni unite, “il compito affidato al giudice consiste pertanto soltanto nel verificare se le fonti internazionali e costituzionali invocate risultino idonee ad imporre un dovere d’intervento direttamente a carico dei convenuti, tale da fondare una responsabilità extracontrattuale degli stessi, e quindi da giustificarne la condanna al risarcimento in forma specifica, ai sensi dell’art. 2058 cod. civ”. In questa prospettiva, si esclude che l’azione intentata comporti un’ingerenza indebita nella sfera di competenza del legislatore o dell’esecutivo. È stato infatti evidenziato che, sebbene la questione climatica rientri anche tra le materie di competenza degli altri poteri dello stato, può essere sottoposta al sindacato giurisdizionale nella misura in cui incide su diritti fondamentali, quali quelli tutelati dagli artt. 2, 9, 32 e 41 Cost., dagli artt. 2 e 8 della Cedu e dagli artt. 2 e 7 della Cdfue (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea), ritenuti dalla Corte astrattamente idonei a imporre obblighi di condotta direttamente in capo ai convenuti. Il parere della Cig: obblighi climatici come doveri giuridici Con il parere del 23 luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia ha offerto una lettura sistematica e autorevole degli obblighi giuridici incombenti sugli stati in materia di cambiamento climatico. Sebbene privo di effetti formalmente vincolanti, il parere riveste un’importanza interpretativa di primo piano, rafforzando la cornice giuridica entro cui valutare l’azione (o inerzia) statale rispetto alla crisi climatica. La Corte ha affermato che gli stati sono tenuti, in virtù del diritto consuetudinario e convenzionale, ad adottare misure positive volte a prevenire danni ambientali significativi, a cooperare tra loro e ad agire con la dovuta diligenza. La violazione di tali obblighi, anche attraverso condotte omissive, può configurare un illecito internazionale, dando luogo a obblighi di cessazione, riparazione e garanzie di non ripetizione. Un punto nodale del parere risiede nel superamento della visione compartimentata della disciplina giuridica in materia di cambiamento climatico: la Corte ha chiarito che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite (Unfccc), l’Accordo di Parigi e i relativi strumenti attuativi non costituiscono una lex specialis isolata, bensì vanno letti e applicati alla luce dei principi generali del diritto internazionale. Tra questi, il principio di non arrecare danni significativi all’ambiente (“Do No Significant Harm” il cosiddetto Dnsh), la responsabilità comune ma differenziata, l’equità intergenerazionale, il principio precauzionale e lo sviluppo sostenibile. Tale impostazione rafforza la cogenza del quadro normativo e ne amplia la portata anche nei confronti degli stati che non abbiano ratificato specifici trattati, laddove siano vincolati da obblighi consuetudinari o erga omnes. La Corte ha inoltre sottolineato la stretta connessione tra obblighi climatici e tutela dei diritti umani: il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile costituisce condizione abilitante per l’effettivo godimento di diritti fondamentali quali la vita, la salute, l’abitazione e un’esistenza dignitosa. La sfida dell’effettività La valorizzazione dei principi di leale cooperazione tra stati, precauzione e sostenibilità come criteri interpretativi consente di conferire contenuto giuridico a obblighi climatici finora percepiti come generici o carenti di cogenza. Resta tuttavia irrisolta la questione della loro effettività applicativa: il riconoscimento formale, pur significativo, non garantisce un automatico accesso alla giustizia, né assicura che gli obblighi siano agevolmente invocabili in giudizio. Il parere della Cig contribuisce al consolidamento della regolazione climatica, offrendo una piattaforma argomentativa utile anche in sede giudiziaria. Tuttavia, la giustizia climatica continua a scontrarsi con ostacoli strutturali: difficoltà probatorie, incertezza normativa, strumenti processuali inadeguati. La sfida dell’effettività resta dunque affidata alla capacità degli ordinamenti interni di accogliere azioni complesse, fondate su diritti collettivi e intergenerazionali. Responsabilità extracontrattuale e danno climatico: nodi aperti Entrambe le pronunce evidenziano un mutamento nella configurabilità della responsabilità giuridica in materia climatica. Il danno antropogenico globale, collettivo e intergenerazionale, sfugge ai tradizionali schemi della responsabilità extracontrattuale, centrati su nesso causale diretto e danno individuale. Ne derivano incertezze sulla legittimazione, sull’accertamento del danno e sull’individuazione dei soggetti responsabili. Il caso Eni, al pari di altre simili iniziative, sollecita un adattamento del sistema civilistico alle sfide poste da obblighi climatici di matrice sovranazionale. La complessità delle catene decisionali, specie in presenza di gruppi multinazionali o partecipazioni pubbliche, solleva interrogativi rilevanti su responsabilità da omissione o agevolazione. La coincidenza temporale tra il parere della Corte internazionale di giustizia e la pronuncia della Cassazione, per quanto fortuita, segna un cambio di passo. Per la prima volta in Italia è ora possibile promuovere azioni civili fondate su obblighi internazionali in materia climatica. Il 2025 si candida, in questo senso, a rappresentare l’inizio effettivo del contenzioso climatico nel nostro ordinamento. L'articolo Così Cassazione e Corte dell’Aja segnano un cambio di passo sulla giustizia climatica in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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