Passato quasi inosservato, il rapporto Onu sull’acqua ha lanciato un urlo che
avrebbe dovuto svegliare anche i più sonnolenti dei nostri governanti. E invece
niente. Global Water Bankruptcy è il titolo perentorio dello studio realizzato
principalmente da Kaveh Madani, direttore dell’Istituto per l’acqua, l’ambiente
e la salute dell’Università delle Nazioni Unite, in vista della conferenza
sull’acqua del prossimo dicembre. Sì, perché la crisi idrica non è più
temporanea ma irreversibile, spiegano le 70 pagine fitte di dati e mappe. Siamo
in bancarotta, appunto.
Fiumi, laghi, falde, ghiacciai sono in declino e soprattutto non torneranno più
ai livelli precedenti, possiamo solo interrompere o rallentare il processo. Le
falde possono rigenerarsi certo, ma in tempi molto lunghi. Qualche numero: dal
1990 più della metà dei grandi laghi ha perso acqua, come il 70% delle falde
acquifere. Persi anche 410 milioni di ettari di zone umide e 177 milioni di
paludi in 50 anni, pari all’intera superficie dell’Unione Europea, oltre al 30%
dei ghiacciai. Parliamo del nostro “capitale” idrico, dal quale dipende la vita
di tutti. E infatti almeno 3 miliardi di persone vivono in zone già in declino o
instabilità idrica e 2,2 miliardi non hanno un accesso sicuro all’acqua
potabile, complice l’inquinamento delle fonti.
E tutto questo costa, se vogliamo usare un argomento più comprensibile alla
politica. La perdita di zone umide ha un prezzo stimato di 5,1 trilioni di
dollari, pari al Pil dei 135 paesi più poveri. La cifra è legata ai cosiddetti
“servizi ecosistemici”, ovvero tutti i benefici derivanti da quegli ambienti, ad
esempio la stabilità del clima o, appunto, il mantenimento delle risorse
idriche, che hanno ricadute dirette sull’economia di un paese. I danni da
siccità ammontano a circa 307 miliardi di dollari all’anno, pari al Pil di tre
quarti degli stati membri dell’Onu. Senza contare i flussi migratori e i
conflitti, destinati a crescere nei prossimi anni.
La causa di ciò? Per lo più l’attività umana: prelievi smodati, riscaldamento
del clima e inquinamento tra i maggiori imputati. Ma a fare la differenza è
soprattutto il settore agricolo, che da solo consuma il 70% dell’acqua dolce.
Oltre il 40% delle falde serve per irrigare, una follia. E le falde, dalle quali
arriva l’acqua potabile, si stanno esaurendo a un ritmo ben maggiore della
velocità di rigenerazione: quando finiranno?
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Non solo per questo urge un ripensamento del nostro modo di coltivare, anche
alle nostre latitudini. E non da oggi. La Pianura padana sembra un unico campo
sterminato di monocultura intensiva, che per sopravvivere necessita di chimica e
acqua, molta acqua, impoverendo ogni anno la fertilità del suolo. La maggior
parte di quei campi non produce mangime per l’uomo ma per allevamenti
altrettanto intensivi (e idrovori). Solo in Lombardia vengono allevati un
milione e mezzo di bovini e quattro milioni e mezzo di maiali, su 10 milioni di
abitanti, per alimentare un consumo di carne che non ha precedenti nella storia
umana (carne rossa peraltro, probabile cancerogeno secondo l’Oms).
Le alternative ci sono, anche per produzioni su media scala, pensiamo alle
tecniche di agricoltura rigenerativa e al biologico più avanzato, verso cui
dovrebbero dirottare almeno una parte dei giganteschi contributi dell’Unione
europea destinati all’agrobusiness.
L'articolo Siamo in bancarotta idrica: la crisi dell’acqua ormai è
irreversibile. Urge un’altra agricoltura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Riscaldamento Globale
di Claudio Trevisan
C’è chi si preoccupa perché Trump vorrebbe la Groenlandia con le buone o con le
cattive; invece, secondo me, dovremmo preoccuparci di più della riduzione del
ghiaccio della Groenlandia che ha avuto una rapida accelerazione negli ultimi 30
anni.
Trump rimarrà alla Casa Bianca per altri tre anni, ma lo scioglimento dei
ghiacci, combinato con l’espansione termica dell’acqua (che si espande
riscaldandosi), continuerà a causare l’innalzamento del livello del mare per
secoli.
Studi dimostrano che circa il 20% delle spiagge italiane potrebbe essere
sommerso entro 24 anni. Ci vollero 22 anni prima che il sistema Mose fosse
pienamente operativo contro l’acqua alta a Venezia. Pertanto, i lavori necessari
per proteggere le tante zone a rischio inondazioni dovrebbero iniziare
immediatamente per cercare di ridurre i danni futuri.
Quali danni? L’innalzamento continuo del mare (specialmente durante eventi
climatici estremi alimentati dal riscaldamento globale) causerà maree sempre più
alte con erosioni costiere croniche e danni a spiagge/infrastrutture causate
dalle mareggiate, oltre alle esondazioni dei fiumi che faranno sempre più fatica
a defluire nel mare.
Quali azioni urgenti sono da intraprendere? Pianificazione/costruzione di difese
costiere come dighe, barriere anti-tempesta, banchine/argini rialzati e stazioni
di pompaggio, rinforzi degli argini fluviali, bacini di contenimento delle
piene, ripristini delle zone umide, sistemi dunali e ripascimenti costieri.
Quanto ci costerà? Il costo previsto per il sistema Mose era di 1,3 miliardi con
un costo finale di 7 miliardi. L’attuale costo annuale di manutenzione ordinaria
è di 80 milioni. Inoltre, ogni singolo utilizzo del Mose costa 300mila euro (per
energia, logistica, personale e operazioni). L’attivazione del sistema Mose ha
evitato gravi danni a Venezia ma il continuo innalzamento del livello del mare
causerà attivazioni più frequenti con relativo aumento dei costi
operativi/manutenzione.
Naturalmente non potevano mancare le indagini per corruzione con condanne e
multe per i politici (incluso un ministro) e imprenditori vari coinvolti.
A mio parere per cercare di ridurre i costi e aumentare l’efficacia delle dighe
si dovrebbe realizzare un sistema simile a quello applicato dai Paesi Bassi, che
hanno molta più esperienza e know-how in questo settore. Serve un sistema a tre
livelli: impedire l’ingresso del mare, dare spazio ai fiumi e migrazioni
limitate da alcune aree, con in aggiunta molti magistrati “indipendenti” per i
necessari controlli anticorruzione.
Ci vorranno decine di anni per la pianificazione/costruzione di infrastrutture
con continui ammodernamenti. I costi stimati per le difese costiere e fluviali
ammontano a miliardi di euro, che saranno comunque sempre più bassi rispetto ai
costi per i danni causati da ripetute alluvioni. Purtroppo, i fondi Pnrr hanno
finanziato solo alcuni piccoli/medi progetti per la protezione di spiagge,
ripascimento e barriere naturali/artificiali.
Secondo me, sarà necessario avviare anche una pianificazione di ritiro gestito,
trasferendo le infrastrutture critiche e le comunità vulnerabili dalle zone con
un rischio inevitabile di inondazioni che sarebbe troppo costoso/difficile da
proteggere. I trasferimenti dovranno essere su terreni più elevati,
geologicamente stabili e ben drenati per evitare il rischio frane. Inoltre, sarà
importante evitare spostamenti improvvisi di intere città, ma avere spostamenti
graduali, prima delle emergenze, nelle città più sicure.
Purtroppo, con gli illustri politici nostrani che preferiscono spendere soldi
per le armi, carcere inutile in Albania etc. piuttosto che nella prevenzione dei
disastri, temo che finiremo con le solite “cattedrali nel deserto” incompiute
e/o progetti senza fine (come la famigerata A3 Salerno-Reggio), con conseguenti
migrazioni di massa forzate dalle zone colpite dal disastro, e accompagnate
dalla solita corruzione.
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L'articolo Innalzamento del livello del mare: di fronte alle minacce bisogna
agire subito proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’apparenza inganna. E anche se in queste ultime settimane, in molte aree del
mondo si combatte contro il freddo e l’Italia non ha fatto eccezione, la verità
è che gli ultimi 11 anni sono stati i più caldi mai registrati. La temperatura
media globale del 2025, di 14,97°C, è stata la terza più alta mai registrata.
Dunque lo scorso anno è stato solo lievemente (di 0,01 °C) più freddo del 2023 e
di 0,13 °C più freddo del 2024, il più caldo di sempre. Ma soprattutto: le
temperature globali degli ultimi tre anni (2023-2025) sono già state in media
superiori di oltre 1,5 °C rispetto al livello preindustriale (1850-1900). È la
prima volta che la media di un triennio supera quella soglia, anche se questo
dato non rappresenta ancora il superamento del limite ‘a lungo termine’ imposto
dall’Accordo di Parigi. Non ancora, appunto. Perché a pochi giorni dall’annuncio
del ritiro degli Stati Uniti dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici
(Unfccc), firmata nel 1992 a Rio e che conta tra i suoi membri tutti i paesi del
mondo e dall’Ipcc, il panel intergovernativo sui cambiamenti climatici,
Copernicus racconta a suon di dati che il limite di 1,5 °C fissato dall’accordo
di Parigi per il riscaldamento globale a lungo termine potrebbe essere raggiunto
entro la fine di questo decennio. Dunque gli Stati Uniti annunciano di
‘abbandonare’ una nave che, però, non possono abbandonare. A tutto questo va
aggiunto l’incalcolabile. I ghiacciai dei due poli, infatti, sono ai minimi
storici, con tutto quello che comporta in termini di rischio di ‘tipping point’,
ossia i punti di non ritorno che, se raggiunti, farebbero innescare cambiamenti
rapidi e irreversibili.
Sono i dati principali appena pubblicati dal Centro europeo per le previsioni
meteorologiche a medio termine (Ecmwf) che gestisce i servizi di Copernicus
relativi ai cambiamenti climatici (C3S) e di monitoraggio atmosferico (Cams) per
conto della Commissione europea. Il gennaio 2025 è stato il gennaio più caldo
mai registrato. Marzo, aprile e maggio sono stati ciascuno i secondi mesi più
caldi per il periodo dell’anno. Ogni mese dell’anno, ad eccezione di febbraio e
dicembre, è stato più caldo rispetto al mese corrispondente di qualsiasi anno
precedente al 2023. “Questo rapporto conferma che l’Europa e il mondo stanno
vivendo il decennio più caldo mai registrato” spiega Florian Pappenberger,
direttore generale dell’Ecmwf.
PER METÀ DEL GLOBO AUMENTANO I GIORNI DI FORTE STRESS DA CALORE
Hanno lavorato al monitoraggio del clima globale anche Nasa, National Oceanic
and Atmospheric Administration, UK Met Office, Berkeley Earth e l’Organizzazione
meteorologica mondiale. Nel 2025, secondo i dati ERA5, la temperatura dell’aria
superficiale a livello globale è stata la seconda più calda, di 0,20 °C più
fredda rispetto al 2024 e di 0,01 °C superiore al 2023. Quindi la temperatura
dell’aria superficiale è stata di 1,47 °C superiore a quella del livello
preindustriale, dopo i 1,60 °C del 2024. Questi dati hanno fatto in modo che nel
2025, metà della superficie terrestre mondiale registrasse un numero di giorni
superiore alla media con almeno un forte stress da calore, definito come una
temperatura percepita pari o superiore a 32 °C. E lo stress da calore è
riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come la principale causa
di morte a livello globale legata alle condizioni meteorologiche. E l’Italia è
tra i Paesi europei più vulnerabili.
RISCALDAMENTO GLOBALE: ENTRO IL 2030 POTREBBE ESSERE SUPERATA LA SOGLIA DI 1,5°C
Sulla base dell’attuale tasso di riscaldamento, spiegano gli esperti, il limite
di 1,5 °C fissato dall’accordo di Parigi per il riscaldamento globale a lungo
termine potrebbe essere raggiunto entro la fine di questo decennio, oltre dieci
anni prima in anticipo rispetto a quanto previsto in base al tasso di
riscaldamento al momento della firma dell’accordo. “Il fatto che gli ultimi
undici anni siano stati i più caldi mai registrati fornisce un’ulteriore prova
dell’inconfondibile tendenza verso un clima più caldo” spiega Carlo Buontempo,
direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus. E
aggiunge: “Il mondo si sta rapidamente avvicinando al limite di temperatura a
lungo termine fissato dall’accordo di Parigi. La scelta che abbiamo ora è come
gestire al meglio l’inevitabile superamento e le sue conseguenze sulle società e
sui sistemi naturali”. Anche per quanto riguarda l’Europa, il 2025 è stato il
terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media di 10,41 °C, di
1,17 °C superiore alla media del periodo di riferimento 1991-2020 e di 0,30 °C
inferiore all’anno più caldo, il 2024. “Il superamento della media triennale di
1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali è un traguardo che nessuno di noi
avrebbe voluto raggiungere, ma che rafforza l’importanza della leadership
europea nel monitoraggio del clima per informare sia la mitigazione che
l’adattamento” aggiunge Mauro Facchini, direttore dell’osservazione della Terra
presso la Direzione generale per l’industria della difesa e lo spazio della
Commissione europea.
L’ACCUMULO DI GAS E LE TEMPERATURE SUPERFICIALI DEL MARE
Gli ultimi tre anni sono stati eccezionalmente caldi per due motivi principali:
l’accumulo di gas serra nell’atmosfera (dovuto alle continue emissioni e alla
riduzione dell’assorbimento di anidride carbonica da parte dei pozzi naturali) e
il raggiungimento di livelli eccezionalmente elevati della temperatura
superficiale del mare in tutti gli oceani, associato al fenomeno El Niño e ad
altri fattori di variabilità oceanica, amplificati dai cambiamenti climatici. Di
fatto, la temperatura superficiale del mare a livello globale (extra-polare) è
stata di 20,73 °C, la terza più calda proprio dopo il 2024 e il 2023. El Niño
tende ad avere un effetto di riscaldamento sulle temperature globali, che si
sovrappone al riscaldamento globale a lungo termine causato dall’uomo, mentre La
Niña tende ad avere l’effetto opposto. Di conseguenza, come nel 2023 e nel 2024,
anche nel 2025 una parte significativa del globo è stata molto più calda della
media. Le temperature superficiali dell’aria e del mare ai tropici sono state sì
inferiori rispetto a quelle (influenzate da un intenso fenomeno di El Niño) del
2023 e del 2024, ma comunque molto al di sopra della media in diverse aree al di
fuori dei tropici.
COSA È AVVENUTO NEL MONDO E IL RUOLO DELLE ATTIVITÀ UMANE
Ma cosa ha comportato tutto ciò nelle varie aree della terra? Nelle zone con
condizioni climatiche secche e spesso ventose, le alte temperature hanno anche
contribuito alla diffusione e all’intensificazione di incendi boschivi
eccezionali, che producono carbonio, inquinanti atmosferici tossici come il
particolato, e l’ozono, con ripercussioni sulla salute umana. È accaduto in
alcune zone dell’Europa, come l’Italia e che hanno registrato il più alto
livello annuale di emissioni totali dovute agli incendi boschivi e del Nord
America. Queste emissioni hanno deteriorato in modo significativo la qualità
dell’aria e hanno avuto impatti potenzialmente dannosi sulla salute umana sia a
livello locale che su scala più ampia. Le condizioni eccezionali del 2025 si
sono verificate, tra l’altro, in un anno caratterizzato da eventi estremi
notevoli in molte regioni, tra cui ondate di calore record, forti tempeste in
Europa, Asia e Nord America e incendi boschivi in Spagna, Canada e California
meridionale. “I dati atmosferici del 2025 dipingono un quadro chiaro: l’attività
umana rimane il fattore dominante delle temperature eccezionali che stiamo
osservando. I gas serra atmosferici sono aumentati costantemente negli ultimi 10
anni. L’atmosfera ci sta inviando un messaggio e noi dobbiamo ascoltarlo”
commenta Laurence Rouil, direttrice del Servizio di monitoraggio atmosferico di
Copernicus presso l’Ecmwf.
I RECORD IN ANTARTIDE E IN ARTIDE E L’ALLARME SUI GHIACCIAI
Nel corso del 2025, le temperature più elevate nelle regioni polari hanno in
parte compensato le temperature più basse osservate nelle regioni tropicali. Le
medie annuali hanno raggiunto il loro valore più alto mai registrato
nell’Antartide e il secondo valore più alto nell’Artide. Ma temperature annuali
record sono state osservate anche in diverse altre regioni, in particolare nel
Pacifico nord-occidentale e sud-occidentale, nell’Atlantico nord-orientale,
nell’Europa nord-occidentale e nell’Europa orientale e nell’Asia centrale.
A febbraio 2025, la copertura combinata di ghiaccio marino di entrambi i poli è
scesa al valore più basso almeno dall’inizio delle osservazioni satellitari,
alla fine degli anni ’70. Nell’Artide, l’estensione mensile del ghiaccio marino
è stata la più bassa mai registrata per il periodo dell’anno a gennaio,
febbraio, marzo e dicembre, e la seconda più bassa a giugno e ottobre. Marzo ha
segnato il minimo annuale più basso mai registrato, mentre il minimo di
settembre si è classificato solo al 13° posto tra i più bassi. Nell’Antartide,
l’estensione mensile ha raggiunto il quarto valore minimo annuale a febbraio e
il terzo valore massimo annuale più basso a settembre. Proprio in Antartide, tra
l’altro, di recente un gruppo di scienziati ha lanciato l’allarme per il
Ghiacciaio Thwaites, noto come “Ghiacciaio dell’Apocalisse”, che mostra un nuovo
e preoccupante cedimento.
L'articolo Gli 11 anni che hanno sconvolto il clima (e la vita) sul pianeta. I
dati del 2025 e l’allarme lanciato da Copernicus | Le infografiche proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il ghiaccio si scioglie, la vetta si abbassa. Il Monte non è più quello di una
volta e mai più lo sarà. Non più 4.810, come abbiamo imparato dai libri di
geografia. La montagna più alta d’Italia è ora a 4.807,3 metri, ma è destinata
ad abbassarsi a causa dello scioglimento della grande calotta di ghiaccio
appoggiata sulla roccia. Gli effetti del riscaldamento globale stanno infatti
raggiungendo quote che si pensavano esenti.
L’allarme è stato lanciato dai ricercatori della Fondazione Montagna di
Courmayeur (Aosta) in base all’elaborazione dei dati della missione scientifica
italo-francese, condotta con il ‘Laboratoire Edytem dell’Université de Savoie
Mont-Blanc’, in occasione dell’Anno Internazionale della Conservazione dei
Ghiacciai. Grazie all’uso combinato di droni, telerilevamento e georadar, è
stato possibile definire lo “stato zero” del punto più alto d’Europa, misurando
appunto con precisione la quota massima di 4807,3 metri e lo spessore del
ghiaccio sotto la superficie di circa 20-25 metri.
La sommità in roccia al di sotto della cima del Monte Bianco è stata invece
rilevata ad una quota pari a 4786 metri circa. Dati preziosi da cui partire per
studiare e comprendere l’evoluzione del clima in alta quota. “Il rilievo
topografico non era mirato solamente a ottenere la quota della sommità, – spiega
all’Ansa Fabrizio Troilo, coordinatore dell’area ricerca della Fondazione
Montagna Sicura – ma proprio a ricostruire tutto l’intorno della cima con
l’obiettivo futuro di poterne vedere e misurare l’evoluzione e i cambiamenti”.
Esiste una serie storica di misure della cima del Monte Bianco da quelle più
antiche fino alle misure più recenti che invece sono fatte ogni due anni da
geometri del Dipartimento francese dell’Alta Savoia. “Questa serie mostra delle
quote che nel tempo hanno delle variazioni piuttosto irregolari, aggiunge Troilo
– negli ultimi anni sembrerebbe che possa essere iniziato un trend di graduale
discesa e diminuzione della quota della cima, cosa che andrà verificata,
misurata proprio in futuro, partendo dai primi rilievi fatti adesso”. Secondo il
responsabile della ricerca di Fondazione Montagna sicura “il fatto che a queste
quote estremamente elevate, dove non si pensava che ancora il cambiamento
climatico potesse avere un impatto, ci fa veramente pensare all’entità del
cambiamento che stiamo vivendo e questo dovrebbe fare riflettere ognuno sul
trend climatico che stiamo vivendo e alle soluzioni che si potranno trovare in
futuro”.
L'articolo Il ghiaccio si scioglie e la vetta si abbassa, l’allarme sul Monte
Bianco: “Impatto inaspettato” proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Antonietta Troisi (fonte: lavoce.info)
Il parere della Corte internazionale di giustizia e la pronuncia della
Cassazione segnano un cambio di passo sulla responsabilità giuridica in materia
di clima. Per la prima volta, è possibile promuovere azioni civili fondate su
obblighi internazionali
Un quadro giuridico che cambia
Due decisioni di rilievo, arrivate quest’estate a distanza di pochi giorni l’una
dall’altra, rilanciano il tema della responsabilità per i cambiamenti climatici,
delineando i contorni di un quadro giuridico in evoluzione. Si tratta della
pronunzia della Corte di Cassazione e del parere della Corte internazionale di
giustizia (Cig).
Il 21 luglio 2025, le Sezioni unite della Suprema Corte hanno reso l’ordinanza
n. 20381/2025, nel procedimento intentato da Greenpeace, ReCommon e un gruppo di
cittadini contro Eni spa, il ministero dell’Economia e delle Finanze e la Cassa
depositi e prestiti. Due giorni più tardi, la Corte dell’Aja ha pubblicato il
parere consultivo richiesto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite,
chiarendo la portata degli obblighi internazionali degli stati in materia
climatica.
Eni e governance climatica sotto accusa
Nel caso che vede coinvolta l’Eni, gli attori hanno agito dinanzi al Tribunale
di Roma, contestando il disallineamento del piano di decarbonizzazione della
società rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e ai rapporti dell’Ipcc.
Hanno inoltre chiamato in causa Mef e Cdp, in qualità di azionisti di
riferimento, per l’omesso esercizio dei poteri societari che avrebbero potuto
orientare la strategia climatica del gruppo.
La richiesta al Tribunale di Roma comprendeva l’accertamento della
responsabilità extracontrattuale ex artt. 2043 ss. cc, la condanna ad adottare
misure per allineare le strategie aziendali agli obiettivi di contenimento del
riscaldamento globale entro 1,5°C, nonché il risarcimento dei danni, anche in
forma specifica ai sensi art. 2058 cc. Di fronte alle eccezioni dei convenuti,
che hanno sollevato il difetto assoluto di giurisdizione del giudice ordinario,
è stato richiesto il regolamento preventivo alla Corte di Cassazione.
La decisione della Suprema Corte era particolarmente attesa, anche alla luce
della controversa pronuncia del Tribunale di Roma nel caso “Giudizio
Universale”. In quel precedente – promosso contro la presidenza del Consiglio
dei ministri per inadempienza agli obblighi derivanti dall’Accordo di Parigi –
il giudice di primo grado aveva pronunciato una declinatoria, rilevando il
difetto assoluto di giurisdizione e affermando che l’attuazione degli impegni
internazionali in materia climatica rientrasse nella sfera di insindacabile
discrezionalità politica. Una scelta interpretativa che, oltre a sollevare
perplessità sotto il profilo della compatibilità con la Cedu (Convenzione
europea dei diritti dell’uomo) e la Convenzione di Aarhus, è apparsa
disallineata rispetto a orientamenti giurisprudenziali maturati Oltralpe e
Oltreoceano, dove si è progressivamente affermata la giustiziabilità degli
obblighi climatici.
Per scongiurare analogo epilogo, i promotori della Giusta Causa hanno attivato
un regolamento preventivo di giurisdizione dinanzi alla Suprema Corte.
Con l’ordinanza n. 20381/2025, la Cassazione ha riconosciuto, per la prima
volta, che il giudice ordinario può conoscere di azioni risarcitorie fondate su
obblighi climatici internazionali, legittimando così l’accesso alla giustizia
civile in tema di climate change litigation. Come chiarito dalle Sezioni unite,
“il compito affidato al giudice consiste pertanto soltanto nel verificare se le
fonti internazionali e costituzionali invocate risultino idonee ad imporre un
dovere d’intervento direttamente a carico dei convenuti, tale da fondare una
responsabilità extracontrattuale degli stessi, e quindi da giustificarne la
condanna al risarcimento in forma specifica, ai sensi dell’art. 2058 cod. civ”.
In questa prospettiva, si esclude che l’azione intentata comporti un’ingerenza
indebita nella sfera di competenza del legislatore o dell’esecutivo. È stato
infatti evidenziato che, sebbene la questione climatica rientri anche tra le
materie di competenza degli altri poteri dello stato, può essere sottoposta al
sindacato giurisdizionale nella misura in cui incide su diritti fondamentali,
quali quelli tutelati dagli artt. 2, 9, 32 e 41 Cost., dagli artt. 2 e 8 della
Cedu e dagli artt. 2 e 7 della Cdfue (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea), ritenuti dalla Corte astrattamente idonei a imporre obblighi di
condotta direttamente in capo ai convenuti.
Il parere della Cig: obblighi climatici come doveri giuridici
Con il parere del 23 luglio 2025, la Corte internazionale di giustizia ha
offerto una lettura sistematica e autorevole degli obblighi giuridici incombenti
sugli stati in materia di cambiamento climatico. Sebbene privo di effetti
formalmente vincolanti, il parere riveste un’importanza interpretativa di primo
piano, rafforzando la cornice giuridica entro cui valutare l’azione (o inerzia)
statale rispetto alla crisi climatica.
La Corte ha affermato che gli stati sono tenuti, in virtù del diritto
consuetudinario e convenzionale, ad adottare misure positive volte a prevenire
danni ambientali significativi, a cooperare tra loro e ad agire con la dovuta
diligenza. La violazione di tali obblighi, anche attraverso condotte omissive,
può configurare un illecito internazionale, dando luogo a obblighi di
cessazione, riparazione e garanzie di non ripetizione.
Un punto nodale del parere risiede nel superamento della visione compartimentata
della disciplina giuridica in materia di cambiamento climatico: la Corte ha
chiarito che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite (Unfccc), l’Accordo di
Parigi e i relativi strumenti attuativi non costituiscono una lex specialis
isolata, bensì vanno letti e applicati alla luce dei principi generali del
diritto internazionale. Tra questi, il principio di non arrecare danni
significativi all’ambiente (“Do No Significant Harm” il cosiddetto Dnsh), la
responsabilità comune ma differenziata, l’equità intergenerazionale, il
principio precauzionale e lo sviluppo sostenibile.
Tale impostazione rafforza la cogenza del quadro normativo e ne amplia la
portata anche nei confronti degli stati che non abbiano ratificato specifici
trattati, laddove siano vincolati da obblighi consuetudinari o erga omnes.
La Corte ha inoltre sottolineato la stretta connessione tra obblighi climatici e
tutela dei diritti umani: il diritto a un ambiente pulito, sano e sostenibile
costituisce condizione abilitante per l’effettivo godimento di diritti
fondamentali quali la vita, la salute, l’abitazione e un’esistenza dignitosa.
La sfida dell’effettività
La valorizzazione dei principi di leale cooperazione tra stati, precauzione e
sostenibilità come criteri interpretativi consente di conferire contenuto
giuridico a obblighi climatici finora percepiti come generici o carenti di
cogenza. Resta tuttavia irrisolta la questione della loro effettività
applicativa: il riconoscimento formale, pur significativo, non garantisce un
automatico accesso alla giustizia, né assicura che gli obblighi siano
agevolmente invocabili in giudizio.
Il parere della Cig contribuisce al consolidamento della regolazione climatica,
offrendo una piattaforma argomentativa utile anche in sede giudiziaria.
Tuttavia, la giustizia climatica continua a scontrarsi con ostacoli strutturali:
difficoltà probatorie, incertezza normativa, strumenti processuali inadeguati.
La sfida dell’effettività resta dunque affidata alla capacità degli ordinamenti
interni di accogliere azioni complesse, fondate su diritti collettivi e
intergenerazionali.
Responsabilità extracontrattuale e danno climatico: nodi aperti
Entrambe le pronunce evidenziano un mutamento nella configurabilità della
responsabilità giuridica in materia climatica. Il danno antropogenico globale,
collettivo e intergenerazionale, sfugge ai tradizionali schemi della
responsabilità extracontrattuale, centrati su nesso causale diretto e danno
individuale. Ne derivano incertezze sulla legittimazione, sull’accertamento del
danno e sull’individuazione dei soggetti responsabili.
Il caso Eni, al pari di altre simili iniziative, sollecita un adattamento del
sistema civilistico alle sfide poste da obblighi climatici di matrice
sovranazionale. La complessità delle catene decisionali, specie in presenza di
gruppi multinazionali o partecipazioni pubbliche, solleva interrogativi
rilevanti su responsabilità da omissione o agevolazione.
La coincidenza temporale tra il parere della Corte internazionale di giustizia e
la pronuncia della Cassazione, per quanto fortuita, segna un cambio di passo.
Per la prima volta in Italia è ora possibile promuovere azioni civili fondate su
obblighi internazionali in materia climatica. Il 2025 si candida, in questo
senso, a rappresentare l’inizio effettivo del contenzioso climatico nel nostro
ordinamento.
L'articolo Così Cassazione e Corte dell’Aja segnano un cambio di passo sulla
giustizia climatica in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.