Gli inquinanti eterni sono stati trovati anche sul Monte Rosa, con maggiore
concentrazione nel Lago di Lys. E non è una buona notizia, considerando che ci
sono ancora pochi studi sulla contaminazione dei ghiacciai alpini in
scioglimento e delle loro acque di deflusso. I risultati di due serie di
campionamenti pubblicati da Greenpeace Italia ed effettuati sul versante
meridionale del Monte Rosa (in Valle d’Aosta), svelano una significativa
contaminazione delle acque di fusione del ghiacciaio del Lys, in concentrazioni
simili a quelle riscontrate in altre aree alpine o di alta montagna in diverse
regioni del mondo. In particolare, i risultati di quest’ultima indagine
confermano quanto rilevato da Greenpeace International dieci anni fa, con i
risultati dei campioni raccolti presso i Laghi di Macun (Svizzera), a circa 200
chilometri dal Lago del Lys. Con la crisi climatica in atto, lo scioglimento dei
ghiacciai è riconosciuto come una delle principali cause di diffusione di queste
sostanze. L’acqua di scioglimento dei ghiacciai alimenta i laghi e il deflusso
trasporta gli inquinanti eterni nei fiumi che scorrono a valle verso i corpi
idrici che, tra l’altro, possono essere fonte di acqua potabile. A titolo di
confronto, il monitoraggio del Lago d’Iseo, un lago alpino meridionale italiano,
ha rivelato che le concentrazioni dell’insetticida Ddt nei sedimenti sono
aumentate drasticamente circa 20 anni dopo il divieto di questo pesticida,
probabilmente proprio a causa del ritiro dei ghiacciai, che aumenta il rischio
di ingresso di inquinanti come i Pfas nelle fonti di acqua dolce.
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I RISULTATI DEI CAMPIONAMENTI ESEGUITI DA GREENPEACE
I campioni sono stati raccolti nell’ottobre 2024 e nel luglio 2025,
rispettivamente nelle acque del fiume Lys, a un chilometro e mezzo di distanza
dal lago glaciale del Lys e sulla sponda del lago. Le concentrazioni di Pfas
nelle acque del lago, a circa 2.340 metri di quota, sono risultate superiori a
quelle trovate nel fiume (a circa mila metri di quota, oltre un chilometro e
mezzo a valle). La somma dei Pfas identificati va da un minimo di 1,87
nanogrammi per litro (ng/l) fino a un massimo di 3,08 ng/l. In tutti i campioni,
la sostanza più diffusa è risultata essere l’acido perfluorobutanoico (Pfba), un
Pfas corto a quattro atomi di carbonio utilizzato in vari prodotti, ma spesso
prodotto dalla degradazione di altri Pfas, come il Pfoa, classificato come
cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Peraltro, in
questi campioni non non è stato cercato l’Acido Tricloroacetico (TFA), un Pfas
ultracorto (solo due atomi di carbonio) estremamente mobile, le cui crescenti
concentrazioni sono oggetto di preoccupazione da parte delle autorità europee.
“I Pfas sono molecole persistenti che possono essere trasportate fino alle vette
dalle piogge e dalle nevi” spiega Alessandro Giannì di Greenpeace Italia.
“Finché queste sostanze saranno utilizzate in abbondanza come avviene oggi –
aggiunge – le loro concentrazioni ambientali continueranno ad aumentare”.
LA MEMORIA STORICA DELLA CONTAMINAZIONE
Questo studio arriva dopo che nel 2023 ne hanno riscontrato la presenza anche
nelle isole Svalbard, tra la Norvegia e il Polo Nord. Di fatto, diversi studi
scientifici su corpi idrici, neve e ghiaccio in aree remote mostrano una
crescente contaminazione da Pfas e e altri inquinanti organici persistenti,
anche se esistono pochi lavori comparativi sui Pfas nelle regioni alpine. Per la
valutazione dei campionamenti presso il ghiacciaio del Lys, sono stati
confrontati i risultati di questo studio con le indagini di Greenpeace del 2015
sui Pfas, in campioni di neve e acqua in aree remote dei cinque continenti. I
ghiacciai, infatti, costituiscono una memoria storica della contaminazione del
nostro pianeta. Nello studio del 2015, le spedizioni di Greenpeace hanno
raccolto campioni di acqua lacustre da aree montane remote. Un sito di
campionamento si trovava nelle Alpi, presso i laghi Macun, nel Parco Nazionale
Svizzero (a 2600 metri). Un altro campione proveniva dal Lago di Pilato negli
Appennini (Monti Sibillini) a 1950 metri. Oltre a queste due, nel 2015 altre sei
spedizioni hanno avuto luogo presso i Monti Nevosi di Haba in Cina, sui Monti
Altai in Russia, presso le Torres del Paine in Patagonia, sui Monti Kackar in
Turchia e sugli Alti Tatra in Slovacchia. Il sito di campionamento presso i
laghi Macun nelle Alpi svizzere, in particolare, si trova a circa 200 chilometri
a nord-est del ghiacciaio del Lys. La distanza tra il Lago di Pilato, negli
Appennini, e il Lago del Lys, nelle Alpi, è di circa 500 chilometri. Nello
studio del 2015, i campioni prelevati dal Lago di Pilato mostrano concentrazioni
di Pfas significativamente inferiori a quelle della regione alpina. In generale,
però, i campioni di acqua di lago mostrano Pfas persistenti che si sono
accumulati nel corso degli anni, con concentrazioni che sono significativamente
più elevate rispetto ai campioni di neve. “Nelle nostre valli e montagne crisi
climatica e inquinamento si incrociano pericolosamente – aggiunge Gianni – con
gravi rischi per le comunità umane e gli ecosistemi”.
Fotocredits: Greenpeace/Marco Graziani
L'articolo Gli inquinanti eterni sul Monte Rosa. Greenpeace: “La crisi climatica
alimenta i rischi di diffusione nelle fonti di acqua dolce” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Pfas
Sui Pfas il Governo Meloni frena sui pochi passi fatti in avanti. Da qualche
giorno, infatti, è scattato l’obbligo per i Paesi dell’Unione europea di
monitorare i livelli degli inquinanti eterni nell’acqua potabile, eppure la
Legge di Bilancio dell’Italia, uno dei Paesi più contaminati del Continente,
introduce una deroga pesante come un macigno per quanto riguarda i limiti per le
sostanze per- e polifluoroalchiliche. Tutto parte dalla direttiva europea sulle
acque potabili in vigore (2020/2184), che impone ai Paesi membri di rispettare
un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ e un limite
di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas. Sono le poche certezze
nella lotta agli inquinanti eterni costellata, anche in seno all’Europa, da
tanti passi falsi. Non fa eccezione certo l’Italia. Proprio per la gravità dei
casi scoperti negli anni nella Penisola, però, con due decreti del 2023 e del
2025, il Governo Meloni aveva scelto di fissare paletti ancora più stringenti.
In Italia, infatti, nella somma dei Pfas che non potranno superare il limite di
100 nanogrammi andranno aggiunti anche GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts e sei
molecole Adv, prodotte dalla Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di
Alessandria. Si arriverà a includere, in questo modo, una trentina di sostanze.
Non solo: l’Italia ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i
quattro Pfas indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza
alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno),
Pfna, PFHxS. Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila
nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato
l’inquinante eterno più diffuso al mondo.
IL FRENO A MANO DEL GOVERNO MELONI
Con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il Governo ha
introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i
quattro Pfas più pericolosi, disposto con il decreto legislativo 260 a marzo
260. Dopo scandali, processi e inchieste sui Pfas, l’introduzione di un nuovo
valore limite di 20 nanogrammi per litro per la ‘Somma di 4 Pfas’ ha
rappresentato un passo importante, anche se incoerente con la mozione della
maggioranza sui Pfas, approvata nelle stesse ore e nonostante la scarsa
propensione a diffondere la notizia da parte del governo. Insomma, un passo
fatto in un clima di totale incertezza. E ora che tutto dovrebbe trasformarsi in
azione concreta, l’Esecutivo frena. E rinvia, con il comma 623, anche il
monitoraggio delle sei molecole Adv che, per lo stesso periodo, non saranno
conteggiate nella somma di Pfas.
LA REAZIONE DEL COVEPA
Sul piede di guerra il Covepa, il Comitato Veneto Pedemontana Alternativa, già
da tempo impegnati anche sul fronte della presenza dei Pfas nelle acque di scolo
della Pedemontana Veneta, utilizzato come accelerante di presa del calcestruzzo
nei consolidamenti delle due gallerie di Sant’Urbano e Montecchio, in provincia
di Vicenza. Ora, però, ce l’hanno con la Legge di Bilancio. “I primi beneficiari
sono i gestori degli acquedotti. Se alcune molecole non vengono conteggiate
nella ‘somma di Pfas – scrive il Covepa in una nota – l’acqua può risultare
conforme senza essere più pulita. Questo riduce gli obblighi di filtrazione,
trattamento e investimento. Il comma 623 consente esattamente questo: non
eliminare gli inquinanti, ma eliminarli dal calcolo”. Ma l’Italia non si era
imposta limiti ancora più severi rispetto alla direttiva? “I commi 622 e 623
rinviano tutto di sei mesi e indeboliscono il parametro proprio mentre dovrebbe
diventare operativo. Questo rischia di trasformare il recepimento europeo in un
adempimento formale, ma non sostanziale” aggiunge il comitato, secondo cui la
norma favorisce gli interessi industriali, come quelli dei produttori di Pfas.
LE NUOVE REGOLE EUROPEE
E dire che pochi giorni fa, il 12 gennaio, sono entrate in vigore le nuove norme
previste dalla revisione della direttiva sull’acqua potabile, che vincolano gli
Stati membri Ue a monitorare “in modo armonizzato” i livelli di Pfas per
garantire il rispetto dei nuovi valori limite. Le capitali dovranno inoltre
comunicare alla Commissione europea i risultati di tale monitoraggio, in
particolare i dati relativi al superamento dei valori limite, agli incidenti e
alle eventuali deroghe concesse. In caso di superamento dei valori limite, ha
ricordato la stessa Commissione europea, gli Stati membri devono adottare misure
per ridurre il livello di Pfas e proteggere la salute pubblica, informando al
contempo i cittadini. Misure che possono comprendere la chiusura dei pozzi
contaminati, l’aggiunta di fasi di trattamento per rimuovere i Pfas o la
limitazione dell’uso delle riserve di acqua potabile finché il superamento dei
valori limite persiste. Tutte misure che, evidentemente, non tutti gli Stati
sono pronti ad adottare.
L'articolo Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni
rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Parte da Verona un appello alle amministrazioni comunali italiane per chiedere
la messa al bando dei Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche tristemente note
come gli “inquinanti eterni”. Accade nel Veneto devastato dagli effetti della
produzione della Miteni di Trissino, che ha contaminato la falda, interessando
tre province (Vicenza, Verona e Padova), con 350 mila utenti degli acquedotti.
Decine di associazioni, comitati e gruppi organizzati di attivisti (tra cui le
Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE, Italia Nostra), si sono riunite nel
coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, avviando mesi fa una campagna mirata ad
ottenere dal Parlamento italiano una legge che vieti la produzione, la
commercializzazione e l’utilizzo dei Pfas.
“Abbiamo visto che a Bruxelles la Commissione intima al Parlamento europeo di
non porre limiti ai Pfas perché ciò comporterebbe ‘rischi per la competitività
globale dell’Europa’, in particolare nei settori della produzione di armi,
aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi
effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze” spiegano Luisa
Aprili e Marco Corbellari, rispettivamente presidente e segretario
dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha già coinvolto la quasi totalità dei
consigli comunali della provincia veronese. “Contro la protezione industriale
dei Pfas ad agire sono i cittadini, a partire da coloro che sono più esposti
all’inquinamento. Vogliamo rivoltare il paradigma, mettendo la salute delle
persone e la tutela dell’ambiente davanti agli interessi economici”.
La raccolta di adesione formale a livello amministrativo, si è attuata con il
testo di una mozione inviata ai comuni del Veneto. È cominciata nel febbraio
2024 e dopo due anni sono 129 le assemblee comunali che hanno approvato il
documento. Di queste, 95 si trovano nella provincia di Verona, che è stata
coperta quasi totalmente (ne mancano solo 3), grazie all’impegno
dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha contattato personalmente i sindaci
e gli amministratori. La stessa mozione è stata approvata anche dai consigli
regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché dai consigli
provinciali di Verona e Vicenza. L’adesione è venuta da alcuni comuni in
Lombardia, Piemonte e Liguria, ma l’iniziativa punta ora ad allargare la
copertura a tutta Italia.
“L’esperienza fatta in provincia di Verona, con la partecipazione di
rappresentanti delle associazioni alle sedute dei consigli comunali in occasione
dell’approvazione della mozione, ha permesso di creare una rete con gli
amministratori e il progetto di un evento divulgativo rivolto a sindaci,
amministratori e cittadini che verrà organizzato in collaborazione con la
Provincia di Verona nelle prossime settimane” aggiungono Aprili e Corbellari.
“Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in
ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione che chiede lo sto
dei Pfas. Sarebbe un gesto simbolico di unione nazionale su un problema che
erroneamente viene considerato limitato ad alcune aree del paese, mentre
riguarda tutti e tutte le realtà, vista la diffusione capillare di queste
sostanze nell’ambiente in sul territorio nazionale”.
L'articolo “Pfas indispensabili per le armi? Gravi effetti sulla salute:
mettiamoli al bando”: dal Veneto l’appello dei cittadini proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Enza Plotino
Una “notiziola” di poco conto con un breve trafiletto su un giornale locale che
recita: “Gli ex manager dello stabilimento chimico Miteni di Trissino (Vicenza)
hanno presentato ricorso in appello, si attende dunque la valutazione della
Corte preposta”.
Una “notiziola”, salvo per il fatto che si tratta del più complesso e
significativo procedimento giudiziario in materia ambientale svolto sino ad oggi
in Italia e per il quale, nel 2025, undici ex dirigenti dello stabilimento
chimico Miteni di Trissino sono stati condannati in primo grado ad una pena
totale di 141 anni di reclusione – venti anni in più rispetto alle richieste
dell’accusa – nonché al versamento di decine di milioni di euro a favore delle
parti civili per disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque causato
dallo scarico di Pfas, gli “inquinanti eterni” che hanno contaminato, per loro
mano, una vasta area della regione Veneto.
Una sentenza storica per un reato di proporzioni angoscianti. Un disastro
ambientale che ha coinvolto circa 350mila persone tra le province di Vicenza,
Verona e Padova. La fabbrica di Trissino, fallita nel 2018, ha compromesso
irrimediabilmente le falde acquifere attraverso la produzione di composti
fluorurati.
E oggi gli stessi responsabili del disastro ambientale pensano di riaprire il
processo, forti di un allentamento – se non eliminazione – da parte del governo
Meloni e del suo Ministro dell’Ambiente, il nuclearista Pichetto Fratin, di
tutte le norme in materia di tutela ambientale.
Una battaglia legale che è durata anni, da quando, nel 2013, l’allora ministro
dell’Ambiente, Andrea Orlando, lanciò l’allarme sulle concentrazioni
“preoccupanti” di Pfas nelle acque potabili. Il Ministero informava la Regione
Veneto della presenza di Pfas in “concentrazioni preoccupanti” nelle acque
potabili di diversi Comuni. Da quel momento, una intensa battaglia si è
sviluppata, condotta con determinazione dai movimenti ambientalisti, con il
movimento delle “Mamme No Pfas” in prima linea.
Uno dei più gravi casi di avvelenamento delle acque nella storia italiana,
causato dallo stabilimento Miteni di Trissino a Vicenza. Un inquinamento che ha
segnato un territorio di 300.000 abitanti, estendendosi per oltre 100 chilometri
quadrati e contaminando la seconda falda acquifera d’Europa. Dopo anni di
denunce, vertenze e battaglie, portate avanti anche da Legambiente e dai suoi
circoli, chi ha inquinato finalmente, nel 2025, ha pagato per aver avvelenato
senza scrupoli il territorio veneto danneggiando non solo l’ambiente, ma anche
la salute dei cittadini.
Questa storica sentenza ha riconosciuto il reato di disastro ambientale doloso e
avvelenamento delle acque, rappresentando una vittoria non solo per le comunità
venete colpite, ma anche per tutti coloro che hanno lavorato con impegno nella
ricerca della verità.
Un monito chiaro sull’importanza della prevenzione e del rigoroso controllo
scientifico nell’industria per proteggere il nostro ambiente e la salute dei
cittadini, che oggi si pensa, grazie alla tolleranza colpevole e al negazionismo
ambientale della destra al governo, di poter ribaltare!
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L'articolo Pfas, gli ex dirigenti Miteni ricorrono in Appello dopo le condanne a
141 anni: un reato di proporzioni enormi proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Miteni era a conoscenza dell’inquinamento da Pfas e, pur sapendolo, non lo ha
mai comunicato alle istituzioni. È uno dei passaggi centrali delle 2.062 pagine
di motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Vicenza che lo scorso 26
giugno ha inflitto 141 anni di carcere a 11 dei 15 manager dell’ex fabbrica
chimica di Trissino (Vicenza) e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, per
l’inquinamento da composti perfluoroalchilici (i cosiddetti “inquinanti eterni”)
che ha toccato le provincie di Vicenza, Padova e Verona e 350mila cittadini. Lo
riferiscono Il Giornale di Vicenza e Il Corriere del Veneto. Per i giudici,
l’azienda sapeva di inquinare e lo ha fatto allo scopo di guadagnare senza
curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica. Il processo era
durato quattro anni. Le motivazioni, depositate ieri, sono a disposizione degli
avvocati della difesa che dovranno decidere se ricorrere in Corte d’Appello.
Il caso era scoppiato nel 2013, quando la Regione Veneto venne informata dal
ministero dell’Ambiente della presenza di Pfas in concentrazioni “preoccupanti”
nelle acque potabili di alcuni Comuni: il caso ha dato il via alla battaglia dei
movimenti ambientalisti, in particolare del movimento delle “Mamme No Pfas“. La
Corte aveva stabilito risarcimenti per oltre trecento parti civili fra privati
ed enti pubblici: al ministero dell’Ambiente sono stati riconosciuti 58 milioni
di euro, alla Regione Veneto 6,5 milioni, all’agenzia per l’ambiente Arpav
800mila euro. Ristorati Comuni, società idriche e Provincia di Vicenza. Per le
persone fisiche, invece, i risarcimenti vanno dai 15 ai 20mila euro.
L'articolo “La Miteni sapeva di inquinare, ma non ha denunciato i Pfas”: le
motivazioni della condanna dei manager proviene da Il Fatto Quotidiano.
I pericoli di quello che sono considerati inquinanti eterni ormai sono noti. Ma
un nuovo studio dell’Università di Padova conferma le preoccupazioni riguardo
agli effetti delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), sul sistema immunitario
umano, contribuendo a chiarire i meccanismi che potrebbero spiegare la ridotta
risposta ai vaccini osservata nei bambini esposti a queste sostanze.
Cosa hanno concluso gli scienziati? I linfociti B umani esposti al
perfluoroottanoico (PFOA) mostrano una marcata riduzione della capacità di
proliferare, attivarsi e maturare correttamente, con una conseguente diminuzione
significativa della produzione di anticorpi. In particolare, la sintesi di
immunoglobuline G (IgG), elemento centrale della memoria immunitaria e della
protezione vaccinale a lungo termine, risulta ridotta tra il 30% e il 45%. Tali
alterazioni funzionali forniscono una spiegazione biologica diretta delle
risposte vaccinali più deboli osservate nei bambini esposti alle sostanze
perfluoroalchiliche (PFAS), già ampiamente documentate dagli studi
epidemiologici internazionali.
COSA SONO I PFAS
I Pfas sono inquinanti ambientali persistenti, diffusi globalmente e
caratterizzati da un’elevata stabilità chimica. Le principali agenzie sanitarie
internazionali hanno identificato l’indebolimento della risposta vaccinale in
età pediatrica come l’effetto più solido e rilevante associato all’esposizione
umana a queste sostanze. In diverse aree del Nord Europa e negli Stati Uniti, i
bambini residenti in territori con elevata contaminazione da Pfas, in
particolare da Pfoa, presentano concentrazioni anticorpali inferiori dopo i
richiami vaccinali per tetano, difterite, morbillo e altre vaccinazioni di
routine. Nonostante la consistenza delle evidenze epidemiologiche, fino ad oggi
mancava una dimostrazione sperimentale diretta dei meccanismi cellulari
responsabili di tali effetti.
LO STUDIO
Lo studio padovano ha analizzato in laboratorio il comportamento dei linfociti
B, le cellule del sistema immunitario deputate alla produzione di anticorpi. I
campioni cellulari sono stati ottenuti da sette donatori di sangue sani, non
precedentemente esposti a Pfas. Dopo l’isolamento, i linfociti B sono stati
esposti in vitro al Pfoa, consentendo di valutare in modo diretto l’impatto
della sostanza sulle funzioni cellulari in assenza di fattori confondenti
ambientali. L’attività sperimentale si è svolta nell’arco di quasi due anni, dal
giugno 2024 all’ottobre 2025, permettendo un’analisi approfondita dei processi
di proliferazione, attivazione e maturazione cellulare in risposta a stimoli
fisiologici.
RISULTATI SPERIMENTALI
I linfociti B mantenuti in coltura ed esposti al PFOA mostrano una ridotta
capacità di rispondere agli stimoli con fattori di crescita fisiologici. In
particolare, le cellule risultano meno attivate, proliferano in misura inferiore
e presentano un rallentamento dei processi di maturazione. Queste alterazioni
funzionali si traducono in una produzione complessivamente ridotta di anticorpi,
con un impatto particolarmente rilevante sulle immunoglobuline G. La diminuzione
della produzione anticorpale osservata, compresa tra il 30% e il 45%, è
sovrapponibile a quella rilevata negli studi di popolazione condotti su bambini
esposti a Pfas, rafforzando la coerenza tra dati sperimentali e osservazioni
epidemiologiche.
SOSTANZE CHE INTERFERISCONO CON LE CELLULE
Il lavoro, realizzato dai professori Carlo Foresta e Francesco Cinetto
dell’Università di Padova, in collaborazione con i professori Luca De Toni e
Andrea Di Nisio, fornisce un contributo chiave alla comprensione degli effetti
immunologici del PFOA. I risultati dimostrano che questa sostanza interferisce
direttamente con le cellule che generano gli anticorpi, alterando meccanismi
fondamentali della risposta immunitaria umorale. Secondo il professor Carlo
Foresta, lo studio rappresenta un avanzamento decisivo nella comprensione del
legame tra esposizione a Pfas e ridotta efficacia vaccinale. La perfetta
sovrapposizione tra la riduzione anticorpale osservata in vitro e quella
documentata negli studi epidemiologici conferma che l’impatto dei Pfas
costituisce un rischio concreto per la salute dei bambini e non una semplice
ipotesi teorica.
L'articolo Svelato il meccanismo col quale i Pfas riducono gli anticorpi nei
bambini vaccinati. Lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Gli inquinanti eterni sono anche nell’aria. E se il 60% di tutte le emissioni di
Pfas nell’Unione europea sono dovute ai gas fluorurati (la maggior parte dei
quali sono proprio sostanze sono proprio sostanze poli e perfluoroalchiliche),
l’epicentro di questo tipo di inquinamento è il Piemonte. Tra il 2007 e il 2023,
infatti, il 76% delle emissioni italiane di F-gas (quindi su un totale di 3.766
tonnellate rilasciate) è stato prodotto in quest’area, perlopiù nel Comune di
Alessandria, dove – a Spinetta Marengo – ha sede la Syensqo (ex Solvay), unica
industria chimica italiana che produce ancora Pfas. Il restante 24% è in larga
parte attribuibile alle industrie localizzate in Veneto (in particolare nella
zona di Venezia), Lombardia e Toscana. Sono i risultati dell’ultima inchiesta
dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, che ha analizzato i dati del
Registro europeo Pollutant release and transfer register (Prtr), in cui sono
raccolti i valori delle emissioni di oltre 4mila stabilimenti industriali
italiani. Il risultato? “Il gruppo industriale ex Solvay ha emesso da solo,
nell’arco di sedici anni, più della metà dell’inquinamento italiano relativo a
questi composti”.
GAS FLUORURATI, LA MAPPA DELL’INQUINAMENTO
L’analisi di Greenpeace Italia si è focalizzata sui gas fluorurati (F-gas),
proprio considerando il collegamento con i Pfas, la cui esposizione è associata
a una serie di effetti negativi sulla salute, tra i quali anche alcune forme
tumorali. Gli impianti industriali hanno l’obbligo di dichiarare le emissioni di
diversi inquinanti e questo rende possibile fotografare il livello di emissioni
per varie sostanze a livello nazionale. Nessuna regione è esclusa dal dataset su
questo tipo di gas, a parte la Calabria per la quale non sono presenti dati.
Delle 3.766 tonnellate di F-gas rilasciate in Italia tra il 2007 e il 2023,
invece, 2.863 tonnellate sono attribuibili al Piemonte. In particolare, al
Comune di Alessandria, con 2.828 tonnellate emesse. I dati relativi al 2024 non
sono ancora disponibili.
L’incidenza delle industrie che si trovano nelle altre regioni (anche Veneto,
Lombardia e Toscana) sul valore complessivo delle emissioni è minima rispetto ai
valori piemontesi (ma tutt’altro che trascurabile in termini assoluti), spiega
Greenpeace. Il database del Registro europeo Prtr copre tutto il territorio
nazionale, anche la Calabria. Se un gestore, però, emette una sostanza
monitorata dal Prtr in quantità inferiore alla soglia di dichiarazione, non è
tenuto a comunicare il dato al registro nazionale. Le differenze tra i dati
regionali possono quindi essere riconducibili anche al tipo di industria
presente sul territorio, al regime produttivo, alla gestione delle perdite e dei
rabbocchi di gas fluorurati nei sistemi di refrigerazione. Ma, come spiega da
tempo l’Agenzia Europea dell’ Ambiente (European Environment Agency), inoltre,
la diffusione aerea di queste sostanze, determina anche “un conseguente deposito
di Pfas su suolo e corpi idrici”.
IL CASO DI ALESSANDRIA E DELLA SYENSQO
Proprio ad Alessandria, nella frazione di Spinetta Marengo “ha sede l’unica
industria chimica italiana – la ex Solvay, oggi Syensqo – che produce ancora
Pfas” spiega Greenpeace. Di recente, tra l’altro, il Tar del Piemonte ha dato
ragione al Circolo Legambiente Ovadese Valli Stura e Orba, che ha ottenuto che
la provincia e la società Syensqo Specialty Polymers Italy la documentazione
sulle emissioni finora negata con giustificazioni di segreto industriale. In
Italia, si ricorda, non esiste ancora una legge che vieti la produzione e
l’utilizzo di Pfas, anche se di recente sono stati fatti diversi passi avanti
per quanto riguarda i limiti per le acque potabili, ma rispetto ai gas
fluorurati non esiste nessuna norma nazionale che stabilisca un tetto alle
emissioni. Le uniche regole sul tema sono contenute nel Regolamento europeo
F-Gas del 2014, aggiornato nel 2024, che stabilisce la progressiva riduzione
dell’utilizzo di gran parte di queste sostanze entro il 2030. Secondo il
regolamento, però, spetta agli Stati membri l’organizzazione dei controlli e la
definizione di sanzioni penali ed amministrativo. “Come si evince chiaramente
dalla classifica degli stabilimenti per valore di emissione, quello di Spinetta
Marengo è responsabile delle più importanti emissioni di F-gas a livello
nazionale” racconta Greenpeace. Nel 2023 ha generato il 55% dell’inquinamento
italiano legato ai F-gas. “Il residuo 45% di queste emissioni – spiega l’one – è
ripartito tra diversi gruppi e realtà industriali, tra cui in prima linea
Versalis, il braccio ‘chimico’ di Eni. In alto, nella classifica troviamo anche
Lfoundry, Alkeemia e STMicroelectronics”. Stando alle elaborazioni realizzate da
Greenpeace Italia, il primato dell’ex Solvay rispetto a tutte le altre aziende
che emettono F-gas dura da molto tempo: “Questo gruppo industriale ha emesso da
solo, nell’arco di sedici anni, più della metà dell’inquinamento italiano
relativo a questi composti”.
SE L’ALTERNATIVA HA IMPATTI NEGATIVI
Sempre riguardo all’ex Solvay, dai dati risulta un calo progressivo delle
emissioni, a partire dal biennio 2019-2020. Secondo Greenpeace questa riduzione
può essere collegata, da un lato, alla pandemia da Covid-19 scoppiata nel 2020 e
dalle chiusure che ne sono derivate e, dall’altro, dal fatto che, nel 2022, l’ex
Solvay ha annunciato di voler arrivare all’eliminazione progressiva dei fluoro
tensioattivi Pfas entro il 2026. Come si legge sul sito dell’azienda, oggi a
Spinetta Marengo viene prodotto solo un tensioattivo fluorurato di nuova
generazione definito da Syensqo “non bioaccumulabile”, ossia il C604. A
riguardo, Medicina Democratica ritiene che come tossicità acuta il C604 sia
identico ai Pfas che dovrebbe sostituire (ossia il Pfoa, acido
perfluoroottanoico) mentre per la tossicità a lungo termine (collegata alla
bio-accumulazione) “semplicemente non sono presentati studi idonei”. Secondo una
pubblicazione dell’Università di Padova e dell’Istituto di Ricerca sulle Acque
del Cnr il C6O4 avrebbe impatti negativi evidenti sui sistemi biologici. “Di
fatto, tra giugno e luglio del 2024 – quindi dopo l’ultima rilevazione
disponibile – l’azienda ha dovuto fermare per un mese la produzione del C6O4, a
causa dei livelli eccessivi di inquinamento da C604 rilevati nelle acque e nel
suolo nei dintorni dell’azienda e dei suoi scarichi. Una decisione presa dalla
Provincia di Alessandria (Leggi l’approfondimento ).
F-GAS, PIÙ IMPATTANTI DELLA CO2 SULL’EFFETTO SERRA
Alcuni F-gas, inoltre, una volta dispersi si “trasformano” in acido
trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più diffusa al mondo. Complici le
precipitazioni, si accumula (perché non si decompone) nei corsi d’acqua che
forniscono acqua potabile. Di recente, l’agenzia ambientale tedesca ha chiesto
all’European Chemicals Agency (ECHA) di classificarlo come tossico per la
riproduzione. “Per fortuna, per sostituire i gas fluorurati nei processi
industriali esistono già diverse alternative disponibili e non pericolose, come
segnala anche un approfondito studio di Ispra” spiega Alessandro Giannì di
Greenpeace Italia. Oltre ai rischi sanitari gli F-gas, però, questi sono gas a
effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di
volte superiore a quello della CO2. Ad esempio, il gas fluorurato HCFC-22 ha un
potenziale di riscaldamento globale stimato pari a 5.280 volte quello
dell’anidride carbonica.
L'articolo Pfas nell’aria: “Da sola l’ex Solvay ha emesso in 16 anni più della
metà dell’inquinamento italiano da gas fluorurati” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Pesticidi e Pfas non solo nell’acqua e nel vino, ma anche nel prosecco. Il
Salvagente ha fatto analizzare 15 bottiglie di marche differenti: in tutti i
campioni sono stati individuati residui di pesticidi (fino a 10 principi attivi
diversi nello stesso campione) e tracce elevate di Tfa (acido trifluoroacetico),
metabolita delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti eterni,
alcuni dei quali sono classificati come potenziali cancerogeni, oltre che
interferenti endocrini o legati a patologie cardiovascolari e riproduttive. A
preoccupare, anche gli esperti sentiti nel corso dell’inchiesta è il problema
dell’esposizione cumulativa dovuta al fatto che il Tfa è stato individuato, in
recenti indagini, anche nell’acqua e in molti alimenti. Dalle schede valutative
nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente (sei punti su sei), ottimo
(5 punti) o buono (4 punti). Solo due bottiglie hanno ottenuto un risultato
medio (3 punti su 6), otto hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei)
e cinque un risultato scarso (un solo punto). Per quanto riguarda i Pfas, dato
che per il vino non esiste una soglia, sono stati utilizzati i limiti previsti
per l’acqua potabile: in Unione europea entrerà in vigore nel 2026 la soglia di
100 ng/l per il parametro “somma di Pfas”, che include 20 Pfas (ma non il Tfa).
Per l’acido trifluoroacetico, infatti, è stato però utilizzato come riferimento
il limite di 10mila nanogrammi a litri che, sempre per l’acqua potabile, in
Italia sarà in vigore dal 2027.
RESIDUI DI TFA SOPRA LA SOGLIA INDICATA PER L’ACQUA
Il Tfa è un sottoprodotto di processi industriali e della degradazione di alcune
sostanze fluorurate usate nei gas refrigeranti, nei pesticidi e nei prodotti
farmaceutici. La sostanza è tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le
sostanze chimiche e, secondo studi più recenti, può avere effetti negativi su
fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico.
Al mensile diretto da Riccardo Quintili, l’esperto di diritto alimentare e di
agricoltura biologica, Roberto Pinton, racconta che “dal 2010 la frequenza delle
rilevazioni di questi metaboliti si è impennata, con i vini delle vendemmie dal
2021 al 2024 che presentano livelli medi di 122mila nanogrammi al litro. Più
aumenta l’utilizzo di pesticidi fluorurati, più aumenta la presenza di residui”.
Avendo riscontrato in tutti i campioni dei residui molto al di sopra della
soglia di 10mila ng/l, nessuna delle bottiglie ha superato la sufficienza,
secondo l’analisi. Tfa a parte, i test sui prosecchi hanno rivelato la presenza
di poche tipologie di Pfas. Per quanto riguarda i pesticidi, invece, nel test
nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla
legge. Nel giudizio complessivo, però, ha pesato la presenza di principi attivi
in concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione analitica (0,01
mg/kg) e in dosi superiori a un decimo della soglia massima di concentrazione
consentita. E, come scrive l’autore dell’inchiesta, Lorenzo Misuraca, “trovare
fino a dieci tipi diversi di principi attivi nella stessa bottiglia non è una
buona notizia”.
LA CLASSIFICA SECONDO IL SALVAGENTE
Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente,
ottimo o buono. Le due bottiglie che hanno ottenuto un risultato medio sono
Corderìe Valdobbiadene di Astoria (voto 7) e Valdobbiadene Millesimato 2024 di
Bortolomiol Bandarossa (voto 6,5). Otto bottiglie hanno ottenuto un risultato
mediocre (2 punti su sei): con una votazione di 4,5, Valdobbiadene Millesimato
di Casa Sant’Orsola, Valdobbiadene (Eurospin) della Cantina Viticoltori Meolo,
Prosecco Martini, Valdobbiadene Bernabei, Cuvèe storica Cinzano, Valdobbiadene
La Gioiosa et amorosa, Millesimato 2024 Maschio Valdobbiadene e Valdobbiadene di
Villa Sandi. Infine, 5 bottiglie hanno ottenuto un risultato scarso (un solo
punto): con una votazione di 3,5, Rive di San Piero di Barbozza Valdo
Valdobbiadene, Valdobbiadene di Mionetto, Conegliano Valdobbiadene
Cerpenè-Malvolti, Valdobbiadene Bolla e Coextra Dry 2024 (Lidl) di Allini
Valdobbiadene.
LA REPLICA DELLE AZIENDE AI TEST
Il Salvagente ha contattato le aziende coinvolte nel test. Carpenè-Malvolti
dichiara che i suoi laboratori di riferimento trovano dati diversi di Tfa ed
escludono altri Pfas, sostenendo che “non esistono conferme scientifiche che
collegano i Tfa ai pesticidi”. Sia Lidl (prosecco Allini) che il Gruppo italiano
vini, che produce il Bolla, sottolineano che rispetto alle più recenti
rilevazioni di Tfa sui vini (con una media di 120-130mila nanogrammi per litro e
picchi di 300mila), i risultati del test dimostrerebbero che il prosecco è
soggetto a una contaminazione bassa. Giv ricorda che secondo l’Agenzia
statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) il Tfa non è da considerarsi
un Pfas, ma “una sostanza che si forma durante la degradazione dei Pfas” è la
definizione fornita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa).
Cantine Maschio ricorda proprio alla quantità giornaliera assumibile fissata da
Efsa, molto maggiore rispetto ai numeri rilevati nel test del Salvagente,
trovando non corretto prendere come riferimento il limite previsto per l’acqua.
Il vino, è l’assunto, viene normalmente consumato in maniera e quantità molto
diversa rispetto a quella dell’acqua.
PFAS, IL NODO DELL’ACCUMULO E DELLA MANCANZA DI LIMITI
Alla luce di queste perplessità, allora, quanto sono preoccupanti i risultati
sui Pfas (e, in modo particolare sul Tfa) riscontrati nei campioni di Prosecco,
compresi tra 38mila e 60mila nanogrammi per litro? Per Carlo Foresta, presidente
della Fondazione Foresta Ets e uno dei massimi esperti internazionali di Pfas,
sono “elevati”, trattandosi di concentrazioni che “eccedono l’obiettivo di
qualità proposto dall’Istituto superiore di sanità nel 2024”. Ossia la soglia
che in Italia diventerà vincolante per l’acqua potabile a partire dal 12 gennaio
2027 e sfiorata nel test “dalle 3 alle 6 volte” da tutti i campioni. Ma non c’è
solo il problema dei limiti alla presenza di Tfa, attualmente inesistenti sia
per il vino che per l’acqua potabile (in Ue e in Italia). Ci sono anche poche
informazioni sull’emivita negli organismi, ossia del tempo che occorre perché la
concentrazione di questa sostanza nel sangue si riduca alla metà del valore
iniziale. E se non è detto che assunzioni occasionali con tali valori producano
automaticamente danni significativi, per lo stesso Foresta il problema è proprio
“l’esposizione ripetuta” non dovuta certo solo al prosecco. Insomma, è vero che
normalmente si beve una quantità di vino – o prosecco – certamente inferiore a
quella di acqua (come sostenuto da alcune aziende), ma diversi esperti ritengono
che occorre valutare non solo la quantità di composto assunto in un bicchiere di
prosecco, ma anche l’accumulo con le altri fonti, dall’acqua agli alimenti, a
maggior ragione se assunte più frequentemente. Tra le indagini più recenti,
quella di Greenpeace, anticipata da ilfattoquotidiano.it e nell’ambito della
quale sono stati analizzati in Germania e in Italia 16 campioni di acqua
minerale (12 contenevano Tfa). Pan Europe, invece, ad aprile scorso, ha
pubblicato un rapporto sulla presenza di Tfa in 49 vini di diverse annate
provenienti da 10 paesi dell’Unione europea (Leggi l’approfondimento), tra cui
Francia, Germania, Spagna, Svezia, Croazia, Austria e Italia. Il risultato ha
evidenziato una crescita esponenziale della contaminazione da Tfa negli ultimi
15 anni.
PESTICIDI SOTTO LA SOGLIA, MA PREOCCUPANO CONCENTRAZIONI (E CONTROLLI IN CALO)
Per quanto riguarda i pesticidi, nel test nessuna delle sostanze ha superato i
limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Tra le sostanze rilevate, il
dimethomorf (trovato in tracce) fungicida dannoso per l’ambiente e il metalaxyl,
considerati dannoso per l’ambiente da alcuni studi, il fenhexamid, fungicida
tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e il
pyrimethanil (in tracce nel test) associato – secondo l’Ente di protezione
ambientale statunitense) – a una possibile tossicità per fegato, reni, ghiandole
surrenali, vescica e tiroide. Trovati anche due metaboliti dello spirotetramat:
cis enol e glucoside. Dal laboratorio, però, l’inchiesta si sposta anche nelle
vigne venete culla del prosecco. Dove il Salvagente indaga su alcuni fenomeni,
come il calo dei controlli nell’utilizzo di pesticidi e, dati alla mano,
l’utilizzo della chimica di sintesi nelle vigne che continua a crescere. C’è chi
produce senza fitofarmaci, ma la contaminazione dei vigneti non bio è una
minaccia continua contro cui è difficile difendersi.
L'articolo Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di
Tfa nelle bottiglie di 15 marche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il gigante cinese del fast fashion Shein, accusato di concorrenza sleale e
sfruttamento del lavoro, si prepara al Black Friday tappezzando le città con
manifesti che invitano al consumismo sfrenato di abiti di bassa qualità che, in
molti casi, continuano a risultare contaminati da sostanze chimiche pericolose
che violano i limiti imposti dall’Unione Europea. Tre anni dopo la sua ultima
indagine condotta su 47 prodotti acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna
e Svizzera, Greenpeace Germania è tornata ad analizzare 56 capi venduti dal
colosso cinese del fast fashion. E, a pochi giorni dal Black Friday, pubblica
l’inchiesta ‘Shame on you, Shein!’, nel corso della quale ha scoperto che circa
un terzo degli indumenti testati (18 su 56) contiene sostanze pericolose oltre i
limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH),
inclusi vestiti per bambini. Il tutto, tra l’altro, avviene a poche settimana,
dalla contestatissima apertura del primo negozio fisico di Shein a Parigi, nei
grandi magazzini BHV, nel cuore del quartiere centrale di Marais. Nello stesso
giorno in cui, tra l’altro, il governo francese aveva annunciato il blocco del
sito di fast fashion dopo le polemiche per la vendita di bambole gonfiabili
dalle sembianze infantili e giocattoli a forma di armi destinati ai minori.
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L’INDAGINE RIVELA ANCHE LA PRESENZA DI PFAS
Nei prodotti acquistati e analizzati da Greenpeace sono stati trovati
plastificanti ftalati e Pfas, i cosiddetti inquinanti eterni dalle proprietà
idrorepellenti e antimacchia, noti per la loro correlazione con cancro, disturbi
riproduttivi e della crescita, ed effetti sul sistema immunitario (Guarda
l’approfondimento). Sono esposti al rischio i lavoratori e l’ambiente nei Paesi
di produzione, ma anche i consumatori finali attraverso il contatto con la
pelle, il sudore o l’inalazione delle fibre degli indumenti che, una volta
lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare
nella catena alimentare. Già nel 2022, Greenpeace aveva trovato sostanze
chimiche pericolose oltre i limiti legali stabiliti dall’Unione europea nei
prodotti Shein. E l’azienda, dopo l’indagine, aveva ritirato gli articoli,
impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove
analisi dimostrano che il problema permane.
GREENPEACE: “DOPO LE PROMESSE NON È CAMBIATO NULLA. UNA FOLLIA”
“Shein rappresenta un sistema guasto di sovrapproduzione, avidità e
inquinamento. Il gigante del fast fashion – racconta Moritz Jäger-Roschko,
esperto di Greenpeace sull’economia circolare – inonda il pianeta di abiti di
bassa qualità che, nonostante le promesse, continuano a risultare contaminati da
sostanze chimiche pericolose. E l’imminente Black Friday porterà ancora una
volta questa follia della moda veloce all’estremo”. Il colosso cinese ha già
tappezzato le città con i suoi manifesti che invitano all’acquisto di prodotti
di bassa qualità per pochi euro. “L’azienda sembra disposta ad accettare danni
alle persone e all’ambiente: i prodotti segnalati nei test precedenti riappaiono
in forma quasi identica, con le stesse sostanze pericolose” spiega
Jäger-Roschko. Ergo: rispetto al 2022 non è cambiato nulla. E aggiunge: “Questi
risultati dimostrano chiaramente che l’autoregolamentazione volontaria è
inutile. Per responsabilizzare davvero i produttori, abbiamo bisogno di leggi
anti-fast fashion vincolanti”.
I NUMERI DEL COLOSSO VOLANO (MA ANCHE LE EMISSIONI)
Al momento, infatti, l’azienda e la sua politica sembrano irrefrenabili. Con 363
milioni di visite mensili, Shein.com è il sito di moda più visitato al mondo,
con un traffico superiore a quello di Nike, Myntra e H&M messi insieme. In
qualsiasi momento, la piattaforma offre oltre mezzo milione di modelli, venti
volte la gamma di H&M. Il colosso cinese continua a crescere, con un fatturato
passato da 23 miliardi di dollari nel 2022 a 38 miliardi nel 2024.
“Parallelamente, però, le sue emissioni sono quadruplicate negli ultimi tre
anni, e il poliestere (una plastica derivante dai combustibili fossili)
rappresenta l’82% delle fibre utilizzate da Shein” si ricorda nel report.
Nonostante ripetute multe da milioni di euro, l’azienda continua a sfruttare
scappatoie doganali e a violare le norme per la tutela dei consumatori e
dell’ambiente, eludendo i controlli sulle sostanze chimiche e contribuendo a
generare enormi quantità di rifiuti tessili.
LA LEGGE FRANCESE E IL BRACCIO DI FERRO TRA IL COLOSSO CINESE E PARIGI
Secondo Greenpeace, una legge ispirata alla normativa entrata in vigore in
Francia potrebbe frenare questa sovrapproduzione e mitigare gli impatti dannosi
dell’industria. Parigi, infatti “ha recentemente introdotto una tassa sul fast
fashion, promosso l’economia tessile circolare e vietato la pubblicità della
moda ultraveloce (compresa quella sui social)”. L’associazione ambientalista
chiede di seguire l’esempio e di applicare la legislazione europea sulle
sostanze chimiche a tutti i prodotti venduti nell’Unione europea, compresi
quelli online, rendendo le piattaforme legalmente responsabili di eventuali
violazioni e consentendo alle autorità la loro sospensione in caso di ripetute
inosservanze.
Fotocredits: Florian Manz/Greenpeace
L'articolo Black Friday, l’indagine di Greenpeace: “Un terzo degli abiti Shein
contiene sostanze tossiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.