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Gli inquinanti eterni sul Monte Rosa. Greenpeace: “La crisi climatica alimenta i rischi di diffusione nelle fonti di acqua dolce”
Gli inquinanti eterni sono stati trovati anche sul Monte Rosa, con maggiore concentrazione nel Lago di Lys. E non è una buona notizia, considerando che ci sono ancora pochi studi sulla contaminazione dei ghiacciai alpini in scioglimento e delle loro acque di deflusso. I risultati di due serie di campionamenti pubblicati da Greenpeace Italia ed effettuati sul versante meridionale del Monte Rosa (in Valle d’Aosta), svelano una significativa contaminazione delle acque di fusione del ghiacciaio del Lys, in concentrazioni simili a quelle riscontrate in altre aree alpine o di alta montagna in diverse regioni del mondo. In particolare, i risultati di quest’ultima indagine confermano quanto rilevato da Greenpeace International dieci anni fa, con i risultati dei campioni raccolti presso i Laghi di Macun (Svizzera), a circa 200 chilometri dal Lago del Lys. Con la crisi climatica in atto, lo scioglimento dei ghiacciai è riconosciuto come una delle principali cause di diffusione di queste sostanze. L’acqua di scioglimento dei ghiacciai alimenta i laghi e il deflusso trasporta gli inquinanti eterni nei fiumi che scorrono a valle verso i corpi idrici che, tra l’altro, possono essere fonte di acqua potabile. A titolo di confronto, il monitoraggio del Lago d’Iseo, un lago alpino meridionale italiano, ha rivelato che le concentrazioni dell’insetticida Ddt nei sedimenti sono aumentate drasticamente circa 20 anni dopo il divieto di questo pesticida, probabilmente proprio a causa del ritiro dei ghiacciai, che aumenta il rischio di ingresso di inquinanti come i Pfas nelle fonti di acqua dolce. ‹ › 1 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_8 ‹ › 2 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_7 ‹ › 3 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_6 ‹ › 4 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_5 ‹ › 5 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_4 ‹ › 6 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_3 ‹ › 7 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_2 ‹ › 8 / 8 PFAS MONTE ROSAMARCO_GRAZIANI_GREENEPACE_1 I RISULTATI DEI CAMPIONAMENTI ESEGUITI DA GREENPEACE I campioni sono stati raccolti nell’ottobre 2024 e nel luglio 2025, rispettivamente nelle acque del fiume Lys, a un chilometro e mezzo di distanza dal lago glaciale del Lys e sulla sponda del lago. Le concentrazioni di Pfas nelle acque del lago, a circa 2.340 metri di quota, sono risultate superiori a quelle trovate nel fiume (a circa mila metri di quota, oltre un chilometro e mezzo a valle). La somma dei Pfas identificati va da un minimo di 1,87 nanogrammi per litro (ng/l) fino a un massimo di 3,08 ng/l. In tutti i campioni, la sostanza più diffusa è risultata essere l’acido perfluorobutanoico (Pfba), un Pfas corto a quattro atomi di carbonio utilizzato in vari prodotti, ma spesso prodotto dalla degradazione di altri Pfas, come il Pfoa, classificato come cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro. Peraltro, in questi campioni non non è stato cercato l’Acido Tricloroacetico (TFA), un Pfas ultracorto (solo due atomi di carbonio) estremamente mobile, le cui crescenti concentrazioni sono oggetto di preoccupazione da parte delle autorità europee. “I Pfas sono molecole persistenti che possono essere trasportate fino alle vette dalle piogge e dalle nevi” spiega Alessandro Giannì di Greenpeace Italia. “Finché queste sostanze saranno utilizzate in abbondanza come avviene oggi – aggiunge – le loro concentrazioni ambientali continueranno ad aumentare”. LA MEMORIA STORICA DELLA CONTAMINAZIONE Questo studio arriva dopo che nel 2023 ne hanno riscontrato la presenza anche nelle isole Svalbard, tra la Norvegia e il Polo Nord. Di fatto, diversi studi scientifici su corpi idrici, neve e ghiaccio in aree remote mostrano una crescente contaminazione da Pfas e e altri inquinanti organici persistenti, anche se esistono pochi lavori comparativi sui Pfas nelle regioni alpine. Per la valutazione dei campionamenti presso il ghiacciaio del Lys, sono stati confrontati i risultati di questo studio con le indagini di Greenpeace del 2015 sui Pfas, in campioni di neve e acqua in aree remote dei cinque continenti. I ghiacciai, infatti, costituiscono una memoria storica della contaminazione del nostro pianeta. Nello studio del 2015, le spedizioni di Greenpeace hanno raccolto campioni di acqua lacustre da aree montane remote. Un sito di campionamento si trovava nelle Alpi, presso i laghi Macun, nel Parco Nazionale Svizzero (a 2600 metri). Un altro campione proveniva dal Lago di Pilato negli Appennini (Monti Sibillini) a 1950 metri. Oltre a queste due, nel 2015 altre sei spedizioni hanno avuto luogo presso i Monti Nevosi di Haba in Cina, sui Monti Altai in Russia, presso le Torres del Paine in Patagonia, sui Monti Kackar in Turchia e sugli Alti Tatra in Slovacchia. Il sito di campionamento presso i laghi Macun nelle Alpi svizzere, in particolare, si trova a circa 200 chilometri a nord-est del ghiacciaio del Lys. La distanza tra il Lago di Pilato, negli Appennini, e il Lago del Lys, nelle Alpi, è di circa 500 chilometri. Nello studio del 2015, i campioni prelevati dal Lago di Pilato mostrano concentrazioni di Pfas significativamente inferiori a quelle della regione alpina. In generale, però, i campioni di acqua di lago mostrano Pfas persistenti che si sono accumulati nel corso degli anni, con concentrazioni che sono significativamente più elevate rispetto ai campioni di neve. “Nelle nostre valli e montagne crisi climatica e inquinamento si incrociano pericolosamente – aggiunge Gianni – con gravi rischi per le comunità umane e gli ecosistemi”. Fotocredits: Greenpeace/Marco Graziani L'articolo Gli inquinanti eterni sul Monte Rosa. 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Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta
Sui Pfas il Governo Meloni frena sui pochi passi fatti in avanti. Da qualche giorno, infatti, è scattato l’obbligo per i Paesi dell’Unione europea di monitorare i livelli degli inquinanti eterni nell’acqua potabile, eppure la Legge di Bilancio dell’Italia, uno dei Paesi più contaminati del Continente, introduce una deroga pesante come un macigno per quanto riguarda i limiti per le sostanze per- e polifluoroalchiliche. Tutto parte dalla direttiva europea sulle acque potabili in vigore (2020/2184), che impone ai Paesi membri di rispettare un limite di 500 nanogrammi per litro per il parametro ‘Pfas totali’ e un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 Pfas. Sono le poche certezze nella lotta agli inquinanti eterni costellata, anche in seno all’Europa, da tanti passi falsi. Non fa eccezione certo l’Italia. Proprio per la gravità dei casi scoperti negli anni nella Penisola, però, con due decreti del 2023 e del 2025, il Governo Meloni aveva scelto di fissare paletti ancora più stringenti. In Italia, infatti, nella somma dei Pfas che non potranno superare il limite di 100 nanogrammi andranno aggiunti anche GenX, Adona, C6O4 e 6:2 Fts e sei molecole Adv, prodotte dalla Solvay di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Si arriverà a includere, in questo modo, una trentina di sostanze. Non solo: l’Italia ha fissato anche un limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas indicati come prioritari dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), ossia Pfoa (cancerogeno), Pfos (possibilmente cancerogeno), Pfna, PFHxS. Dal 2027, poi, entrerà in vigore anche un limite specifico (10mila nanogrammi su litro) per il Tfa, acido trifluoroacetico, considerato l’inquinante eterno più diffuso al mondo. IL FRENO A MANO DEL GOVERNO MELONI Con la legge di Bilancio 2026 e i commi 622 e 623 all’articolo 1, il Governo ha introdotto una proroga di sei mesi a quel limite di 20 nanogrammi al litro per i quattro Pfas più pericolosi, disposto con il decreto legislativo 260 a marzo 260. Dopo scandali, processi e inchieste sui Pfas, l’introduzione di un nuovo valore limite di 20 nanogrammi per litro per la ‘Somma di 4 Pfas’ ha rappresentato un passo importante, anche se incoerente con la mozione della maggioranza sui Pfas, approvata nelle stesse ore e nonostante la scarsa propensione a diffondere la notizia da parte del governo. Insomma, un passo fatto in un clima di totale incertezza. E ora che tutto dovrebbe trasformarsi in azione concreta, l’Esecutivo frena. E rinvia, con il comma 623, anche il monitoraggio delle sei molecole Adv che, per lo stesso periodo, non saranno conteggiate nella somma di Pfas. LA REAZIONE DEL COVEPA Sul piede di guerra il Covepa, il Comitato Veneto Pedemontana Alternativa, già da tempo impegnati anche sul fronte della presenza dei Pfas nelle acque di scolo della Pedemontana Veneta, utilizzato come accelerante di presa del calcestruzzo nei consolidamenti delle due gallerie di Sant’Urbano e Montecchio, in provincia di Vicenza. Ora, però, ce l’hanno con la Legge di Bilancio. “I primi beneficiari sono i gestori degli acquedotti. Se alcune molecole non vengono conteggiate nella ‘somma di Pfas – scrive il Covepa in una nota – l’acqua può risultare conforme senza essere più pulita. Questo riduce gli obblighi di filtrazione, trattamento e investimento. Il comma 623 consente esattamente questo: non eliminare gli inquinanti, ma eliminarli dal calcolo”. Ma l’Italia non si era imposta limiti ancora più severi rispetto alla direttiva? “I commi 622 e 623 rinviano tutto di sei mesi e indeboliscono il parametro proprio mentre dovrebbe diventare operativo. Questo rischia di trasformare il recepimento europeo in un adempimento formale, ma non sostanziale” aggiunge il comitato, secondo cui la norma favorisce gli interessi industriali, come quelli dei produttori di Pfas. LE NUOVE REGOLE EUROPEE E dire che pochi giorni fa, il 12 gennaio, sono entrate in vigore le nuove norme previste dalla revisione della direttiva sull’acqua potabile, che vincolano gli Stati membri Ue a monitorare “in modo armonizzato” i livelli di Pfas per garantire il rispetto dei nuovi valori limite. Le capitali dovranno inoltre comunicare alla Commissione europea i risultati di tale monitoraggio, in particolare i dati relativi al superamento dei valori limite, agli incidenti e alle eventuali deroghe concesse. In caso di superamento dei valori limite, ha ricordato la stessa Commissione europea, gli Stati membri devono adottare misure per ridurre il livello di Pfas e proteggere la salute pubblica, informando al contempo i cittadini. Misure che possono comprendere la chiusura dei pozzi contaminati, l’aggiunta di fasi di trattamento per rimuovere i Pfas o la limitazione dell’uso delle riserve di acqua potabile finché il superamento dei valori limite persiste. Tutte misure che, evidentemente, non tutti gli Stati sono pronti ad adottare. L'articolo Pfas nell’acqua potabile, ennesima incoerenza: il Governo Meloni rinvia di 6 mesi l’applicazione dei limiti che l’Italia si era imposta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Pfas indispensabili per le armi? Gravi effetti sulla salute: mettiamoli al bando”: dal Veneto l’appello dei cittadini
Parte da Verona un appello alle amministrazioni comunali italiane per chiedere la messa al bando dei Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche tristemente note come gli “inquinanti eterni”. Accade nel Veneto devastato dagli effetti della produzione della Miteni di Trissino, che ha contaminato la falda, interessando tre province (Vicenza, Verona e Padova), con 350 mila utenti degli acquedotti. Decine di associazioni, comitati e gruppi organizzati di attivisti (tra cui le Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE, Italia Nostra), si sono riunite nel coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, avviando mesi fa una campagna mirata ad ottenere dal Parlamento italiano una legge che vieti la produzione, la commercializzazione e l’utilizzo dei Pfas. “Abbiamo visto che a Bruxelles la Commissione intima al Parlamento europeo di non porre limiti ai Pfas perché ciò comporterebbe ‘rischi per la competitività globale dell’Europa’, in particolare nei settori della produzione di armi, aerospaziale e nella produzione di semiconduttori, ignorando al contempo i gravi effetti sulla salute dei cittadini esposti a queste sostanze” spiegano Luisa Aprili e Marco Corbellari, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha già coinvolto la quasi totalità dei consigli comunali della provincia veronese. “Contro la protezione industriale dei Pfas ad agire sono i cittadini, a partire da coloro che sono più esposti all’inquinamento. Vogliamo rivoltare il paradigma, mettendo la salute delle persone e la tutela dell’ambiente davanti agli interessi economici”. La raccolta di adesione formale a livello amministrativo, si è attuata con il testo di una mozione inviata ai comuni del Veneto. È cominciata nel febbraio 2024 e dopo due anni sono 129 le assemblee comunali che hanno approvato il documento. Di queste, 95 si trovano nella provincia di Verona, che è stata coperta quasi totalmente (ne mancano solo 3), grazie all’impegno dell’associazione “Il mondo di Irene” che ha contattato personalmente i sindaci e gli amministratori. La stessa mozione è stata approvata anche dai consigli regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché dai consigli provinciali di Verona e Vicenza. L’adesione è venuta da alcuni comuni in Lombardia, Piemonte e Liguria, ma l’iniziativa punta ora ad allargare la copertura a tutta Italia. “L’esperienza fatta in provincia di Verona, con la partecipazione di rappresentanti delle associazioni alle sedute dei consigli comunali in occasione dell’approvazione della mozione, ha permesso di creare una rete con gli amministratori e il progetto di un evento divulgativo rivolto a sindaci, amministratori e cittadini che verrà organizzato in collaborazione con la Provincia di Verona nelle prossime settimane” aggiungono Aprili e Corbellari. “Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione che chiede lo sto dei Pfas. Sarebbe un gesto simbolico di unione nazionale su un problema che erroneamente viene considerato limitato ad alcune aree del paese, mentre riguarda tutti e tutte le realtà, vista la diffusione capillare di queste sostanze nell’ambiente in sul territorio nazionale”. L'articolo “Pfas indispensabili per le armi? Gravi effetti sulla salute: mettiamoli al bando”: dal Veneto l’appello dei cittadini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pfas, gli ex dirigenti Miteni ricorrono in Appello dopo le condanne a 141 anni: un reato di proporzioni enormi
di Enza Plotino Una “notiziola” di poco conto con un breve trafiletto su un giornale locale che recita: “Gli ex manager dello stabilimento chimico Miteni di Trissino (Vicenza) hanno presentato ricorso in appello, si attende dunque la valutazione della Corte preposta”. Una “notiziola”, salvo per il fatto che si tratta del più complesso e significativo procedimento giudiziario in materia ambientale svolto sino ad oggi in Italia e per il quale, nel 2025, undici ex dirigenti dello stabilimento chimico Miteni di Trissino sono stati condannati in primo grado ad una pena totale di 141 anni di reclusione – venti anni in più rispetto alle richieste dell’accusa – nonché al versamento di decine di milioni di euro a favore delle parti civili per disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque causato dallo scarico di Pfas, gli “inquinanti eterni” che hanno contaminato, per loro mano, una vasta area della regione Veneto. Una sentenza storica per un reato di proporzioni angoscianti. Un disastro ambientale che ha coinvolto circa 350mila persone tra le province di Vicenza, Verona e Padova. La fabbrica di Trissino, fallita nel 2018, ha compromesso irrimediabilmente le falde acquifere attraverso la produzione di composti fluorurati. E oggi gli stessi responsabili del disastro ambientale pensano di riaprire il processo, forti di un allentamento – se non eliminazione – da parte del governo Meloni e del suo Ministro dell’Ambiente, il nuclearista Pichetto Fratin, di tutte le norme in materia di tutela ambientale. Una battaglia legale che è durata anni, da quando, nel 2013, l’allora ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, lanciò l’allarme sulle concentrazioni “preoccupanti” di Pfas nelle acque potabili. Il Ministero informava la Regione Veneto della presenza di Pfas in “concentrazioni preoccupanti” nelle acque potabili di diversi Comuni. Da quel momento, una intensa battaglia si è sviluppata, condotta con determinazione dai movimenti ambientalisti, con il movimento delle “Mamme No Pfas” in prima linea. Uno dei più gravi casi di avvelenamento delle acque nella storia italiana, causato dallo stabilimento Miteni di Trissino a Vicenza. Un inquinamento che ha segnato un territorio di 300.000 abitanti, estendendosi per oltre 100 chilometri quadrati e contaminando la seconda falda acquifera d’Europa. Dopo anni di denunce, vertenze e battaglie, portate avanti anche da Legambiente e dai suoi circoli, chi ha inquinato finalmente, nel 2025, ha pagato per aver avvelenato senza scrupoli il territorio veneto danneggiando non solo l’ambiente, ma anche la salute dei cittadini. Questa storica sentenza ha riconosciuto il reato di disastro ambientale doloso e avvelenamento delle acque, rappresentando una vittoria non solo per le comunità venete colpite, ma anche per tutti coloro che hanno lavorato con impegno nella ricerca della verità. Un monito chiaro sull’importanza della prevenzione e del rigoroso controllo scientifico nell’industria per proteggere il nostro ambiente e la salute dei cittadini, che oggi si pensa, grazie alla tolleranza colpevole e al negazionismo ambientale della destra al governo, di poter ribaltare! IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. SCOPRI TUTTI I VANTAGGI! L'articolo Pfas, gli ex dirigenti Miteni ricorrono in Appello dopo le condanne a 141 anni: un reato di proporzioni enormi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La Miteni sapeva di inquinare, ma non ha denunciato i Pfas”: le motivazioni della condanna dei manager
La Miteni era a conoscenza dell’inquinamento da Pfas e, pur sapendolo, non lo ha mai comunicato alle istituzioni. È uno dei passaggi centrali delle 2.062 pagine di motivazioni della sentenza della Corte d’Assise di Vicenza che lo scorso 26 giugno ha inflitto 141 anni di carcere a 11 dei 15 manager dell’ex fabbrica chimica di Trissino (Vicenza) e delle multinazionali Icig e Mitsubishi, per l’inquinamento da composti perfluoroalchilici (i cosiddetti “inquinanti eterni”) che ha toccato le provincie di Vicenza, Padova e Verona e 350mila cittadini. Lo riferiscono Il Giornale di Vicenza e Il Corriere del Veneto. Per i giudici, l’azienda sapeva di inquinare e lo ha fatto allo scopo di guadagnare senza curarsi delle conseguenze ambientali e per la salute pubblica. Il processo era durato quattro anni. Le motivazioni, depositate ieri, sono a disposizione degli avvocati della difesa che dovranno decidere se ricorrere in Corte d’Appello. Il caso era scoppiato nel 2013, quando la Regione Veneto venne informata dal ministero dell’Ambiente della presenza di Pfas in concentrazioni “preoccupanti” nelle acque potabili di alcuni Comuni: il caso ha dato il via alla battaglia dei movimenti ambientalisti, in particolare del movimento delle “Mamme No Pfas“. La Corte aveva stabilito risarcimenti per oltre trecento parti civili fra privati ed enti pubblici: al ministero dell’Ambiente sono stati riconosciuti 58 milioni di euro, alla Regione Veneto 6,5 milioni, all’agenzia per l’ambiente Arpav 800mila euro. Ristorati Comuni, società idriche e Provincia di Vicenza. Per le persone fisiche, invece, i risarcimenti vanno dai 15 ai 20mila euro. L'articolo “La Miteni sapeva di inquinare, ma non ha denunciato i Pfas”: le motivazioni della condanna dei manager proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Svelato il meccanismo col quale i Pfas riducono gli anticorpi nei bambini vaccinati. Lo studio
I pericoli di quello che sono considerati inquinanti eterni ormai sono noti. Ma un nuovo studio dell’Università di Padova conferma le preoccupazioni riguardo agli effetti delle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), sul sistema immunitario umano, contribuendo a chiarire i meccanismi che potrebbero spiegare la ridotta risposta ai vaccini osservata nei bambini esposti a queste sostanze. Cosa hanno concluso gli scienziati? I linfociti B umani esposti al perfluoroottanoico (PFOA) mostrano una marcata riduzione della capacità di proliferare, attivarsi e maturare correttamente, con una conseguente diminuzione significativa della produzione di anticorpi. In particolare, la sintesi di immunoglobuline G (IgG), elemento centrale della memoria immunitaria e della protezione vaccinale a lungo termine, risulta ridotta tra il 30% e il 45%. Tali alterazioni funzionali forniscono una spiegazione biologica diretta delle risposte vaccinali più deboli osservate nei bambini esposti alle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), già ampiamente documentate dagli studi epidemiologici internazionali. COSA SONO I PFAS I Pfas sono inquinanti ambientali persistenti, diffusi globalmente e caratterizzati da un’elevata stabilità chimica. Le principali agenzie sanitarie internazionali hanno identificato l’indebolimento della risposta vaccinale in età pediatrica come l’effetto più solido e rilevante associato all’esposizione umana a queste sostanze. In diverse aree del Nord Europa e negli Stati Uniti, i bambini residenti in territori con elevata contaminazione da Pfas, in particolare da Pfoa, presentano concentrazioni anticorpali inferiori dopo i richiami vaccinali per tetano, difterite, morbillo e altre vaccinazioni di routine. Nonostante la consistenza delle evidenze epidemiologiche, fino ad oggi mancava una dimostrazione sperimentale diretta dei meccanismi cellulari responsabili di tali effetti. LO STUDIO Lo studio padovano ha analizzato in laboratorio il comportamento dei linfociti B, le cellule del sistema immunitario deputate alla produzione di anticorpi. I campioni cellulari sono stati ottenuti da sette donatori di sangue sani, non precedentemente esposti a Pfas. Dopo l’isolamento, i linfociti B sono stati esposti in vitro al Pfoa, consentendo di valutare in modo diretto l’impatto della sostanza sulle funzioni cellulari in assenza di fattori confondenti ambientali. L’attività sperimentale si è svolta nell’arco di quasi due anni, dal giugno 2024 all’ottobre 2025, permettendo un’analisi approfondita dei processi di proliferazione, attivazione e maturazione cellulare in risposta a stimoli fisiologici. RISULTATI SPERIMENTALI I linfociti B mantenuti in coltura ed esposti al PFOA mostrano una ridotta capacità di rispondere agli stimoli con fattori di crescita fisiologici. In particolare, le cellule risultano meno attivate, proliferano in misura inferiore e presentano un rallentamento dei processi di maturazione. Queste alterazioni funzionali si traducono in una produzione complessivamente ridotta di anticorpi, con un impatto particolarmente rilevante sulle immunoglobuline G. La diminuzione della produzione anticorpale osservata, compresa tra il 30% e il 45%, è sovrapponibile a quella rilevata negli studi di popolazione condotti su bambini esposti a Pfas, rafforzando la coerenza tra dati sperimentali e osservazioni epidemiologiche. SOSTANZE CHE INTERFERISCONO CON LE CELLULE Il lavoro, realizzato dai professori Carlo Foresta e Francesco Cinetto dell’Università di Padova, in collaborazione con i professori Luca De Toni e Andrea Di Nisio, fornisce un contributo chiave alla comprensione degli effetti immunologici del PFOA. I risultati dimostrano che questa sostanza interferisce direttamente con le cellule che generano gli anticorpi, alterando meccanismi fondamentali della risposta immunitaria umorale. Secondo il professor Carlo Foresta, lo studio rappresenta un avanzamento decisivo nella comprensione del legame tra esposizione a Pfas e ridotta efficacia vaccinale. La perfetta sovrapposizione tra la riduzione anticorpale osservata in vitro e quella documentata negli studi epidemiologici conferma che l’impatto dei Pfas costituisce un rischio concreto per la salute dei bambini e non una semplice ipotesi teorica. L'articolo Svelato il meccanismo col quale i Pfas riducono gli anticorpi nei bambini vaccinati. Lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pfas nell’aria: “Da sola l’ex Solvay ha emesso in 16 anni più della metà dell’inquinamento italiano da gas fluorurati”
Gli inquinanti eterni sono anche nell’aria. E se il 60% di tutte le emissioni di Pfas nell’Unione europea sono dovute ai gas fluorurati (la maggior parte dei quali sono proprio sostanze sono proprio sostanze poli e perfluoroalchiliche), l’epicentro di questo tipo di inquinamento è il Piemonte. Tra il 2007 e il 2023, infatti, il 76% delle emissioni italiane di F-gas (quindi su un totale di 3.766 tonnellate rilasciate) è stato prodotto in quest’area, perlopiù nel Comune di Alessandria, dove – a Spinetta Marengo – ha sede la Syensqo (ex Solvay), unica industria chimica italiana che produce ancora Pfas. Il restante 24% è in larga parte attribuibile alle industrie localizzate in Veneto (in particolare nella zona di Venezia), Lombardia e Toscana. Sono i risultati dell’ultima inchiesta dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, che ha analizzato i dati del Registro europeo Pollutant release and transfer register (Prtr), in cui sono raccolti i valori delle emissioni di oltre 4mila stabilimenti industriali italiani. Il risultato? “Il gruppo industriale ex Solvay ha emesso da solo, nell’arco di sedici anni, più della metà dell’inquinamento italiano relativo a questi composti”. GAS FLUORURATI, LA MAPPA DELL’INQUINAMENTO L’analisi di Greenpeace Italia si è focalizzata sui gas fluorurati (F-gas), proprio considerando il collegamento con i Pfas, la cui esposizione è associata a una serie di effetti negativi sulla salute, tra i quali anche alcune forme tumorali. Gli impianti industriali hanno l’obbligo di dichiarare le emissioni di diversi inquinanti e questo rende possibile fotografare il livello di emissioni per varie sostanze a livello nazionale. Nessuna regione è esclusa dal dataset su questo tipo di gas, a parte la Calabria per la quale non sono presenti dati. Delle 3.766 tonnellate di F-gas rilasciate in Italia tra il 2007 e il 2023, invece, 2.863 tonnellate sono attribuibili al Piemonte. In particolare, al Comune di Alessandria, con 2.828 tonnellate emesse. I dati relativi al 2024 non sono ancora disponibili. L’incidenza delle industrie che si trovano nelle altre regioni (anche Veneto, Lombardia e Toscana) sul valore complessivo delle emissioni è minima rispetto ai valori piemontesi (ma tutt’altro che trascurabile in termini assoluti), spiega Greenpeace. Il database del Registro europeo Prtr copre tutto il territorio nazionale, anche la Calabria. Se un gestore, però, emette una sostanza monitorata dal Prtr in quantità inferiore alla soglia di dichiarazione, non è tenuto a comunicare il dato al registro nazionale. Le differenze tra i dati regionali possono quindi essere riconducibili anche al tipo di industria presente sul territorio, al regime produttivo, alla gestione delle perdite e dei rabbocchi di gas fluorurati nei sistemi di refrigerazione. Ma, come spiega da tempo l’Agenzia Europea dell’ Ambiente (European Environment Agency), inoltre, la diffusione aerea di queste sostanze, determina anche “un conseguente deposito di Pfas su suolo e corpi idrici”. IL CASO DI ALESSANDRIA E DELLA SYENSQO Proprio ad Alessandria, nella frazione di Spinetta Marengo “ha sede l’unica industria chimica italiana – la ex Solvay, oggi Syensqo – che produce ancora Pfas” spiega Greenpeace. Di recente, tra l’altro, il Tar del Piemonte ha dato ragione al Circolo Legambiente Ovadese Valli Stura e Orba, che ha ottenuto che la provincia e la società Syensqo Specialty Polymers Italy la documentazione sulle emissioni finora negata con giustificazioni di segreto industriale. In Italia, si ricorda, non esiste ancora una legge che vieti la produzione e l’utilizzo di Pfas, anche se di recente sono stati fatti diversi passi avanti per quanto riguarda i limiti per le acque potabili, ma rispetto ai gas fluorurati non esiste nessuna norma nazionale che stabilisca un tetto alle emissioni. Le uniche regole sul tema sono contenute nel Regolamento europeo F-Gas del 2014, aggiornato nel 2024, che stabilisce la progressiva riduzione dell’utilizzo di gran parte di queste sostanze entro il 2030. Secondo il regolamento, però, spetta agli Stati membri l’organizzazione dei controlli e la definizione di sanzioni penali ed amministrativo. “Come si evince chiaramente dalla classifica degli stabilimenti per valore di emissione, quello di Spinetta Marengo è responsabile delle più importanti emissioni di F-gas a livello nazionale” racconta Greenpeace. Nel 2023 ha generato il 55% dell’inquinamento italiano legato ai F-gas. “Il residuo 45% di queste emissioni – spiega l’one – è ripartito tra diversi gruppi e realtà industriali, tra cui in prima linea Versalis, il braccio ‘chimico’ di Eni. In alto, nella classifica troviamo anche Lfoundry, Alkeemia e STMicroelectronics”. Stando alle elaborazioni realizzate da Greenpeace Italia, il primato dell’ex Solvay rispetto a tutte le altre aziende che emettono F-gas dura da molto tempo: “Questo gruppo industriale ha emesso da solo, nell’arco di sedici anni, più della metà dell’inquinamento italiano relativo a questi composti”. SE L’ALTERNATIVA HA IMPATTI NEGATIVI Sempre riguardo all’ex Solvay, dai dati risulta un calo progressivo delle emissioni, a partire dal biennio 2019-2020. Secondo Greenpeace questa riduzione può essere collegata, da un lato, alla pandemia da Covid-19 scoppiata nel 2020 e dalle chiusure che ne sono derivate e, dall’altro, dal fatto che, nel 2022, l’ex Solvay ha annunciato di voler arrivare all’eliminazione progressiva dei fluoro tensioattivi Pfas entro il 2026. Come si legge sul sito dell’azienda, oggi a Spinetta Marengo viene prodotto solo un tensioattivo fluorurato di nuova generazione definito da Syensqo “non bioaccumulabile”, ossia il C604. A riguardo, Medicina Democratica ritiene che come tossicità acuta il C604 sia identico ai Pfas che dovrebbe sostituire (ossia il Pfoa, acido perfluoroottanoico) mentre per la tossicità a lungo termine (collegata alla bio-accumulazione) “semplicemente non sono presentati studi idonei”. Secondo una pubblicazione dell’Università di Padova e dell’Istituto di Ricerca sulle Acque del Cnr il C6O4 avrebbe impatti negativi evidenti sui sistemi biologici. “Di fatto, tra giugno e luglio del 2024 – quindi dopo l’ultima rilevazione disponibile – l’azienda ha dovuto fermare per un mese la produzione del C6O4, a causa dei livelli eccessivi di inquinamento da C604 rilevati nelle acque e nel suolo nei dintorni dell’azienda e dei suoi scarichi. Una decisione presa dalla Provincia di Alessandria (Leggi l’approfondimento ). F-GAS, PIÙ IMPATTANTI DELLA CO2 SULL’EFFETTO SERRA Alcuni F-gas, inoltre, una volta dispersi si “trasformano” in acido trifluoroacetico (TFA), la tipologia di Pfas più diffusa al mondo. Complici le precipitazioni, si accumula (perché non si decompone) nei corsi d’acqua che forniscono acqua potabile. Di recente, l’agenzia ambientale tedesca ha chiesto all’European Chemicals Agency (ECHA) di classificarlo come tossico per la riproduzione. “Per fortuna, per sostituire i gas fluorurati nei processi industriali esistono già diverse alternative disponibili e non pericolose, come segnala anche un approfondito studio di Ispra” spiega Alessandro Giannì di Greenpeace Italia. Oltre ai rischi sanitari gli F-gas, però, questi sono gas a effetto serra, con un potenziale di riscaldamento globale (GWP) migliaia di volte superiore a quello della CO2. Ad esempio, il gas fluorurato HCFC-22 ha un potenziale di riscaldamento globale stimato pari a 5.280 volte quello dell’anidride carbonica. L'articolo Pfas nell’aria: “Da sola l’ex Solvay ha emesso in 16 anni più della metà dell’inquinamento italiano da gas fluorurati” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche”
Pesticidi e Pfas non solo nell’acqua e nel vino, ma anche nel prosecco. Il Salvagente ha fatto analizzare 15 bottiglie di marche differenti: in tutti i campioni sono stati individuati residui di pesticidi (fino a 10 principi attivi diversi nello stesso campione) e tracce elevate di Tfa (acido trifluoroacetico), metabolita delle sostanze perfluoroalchiliche, i cosiddetti inquinanti eterni, alcuni dei quali sono classificati come potenziali cancerogeni, oltre che interferenti endocrini o legati a patologie cardiovascolari e riproduttive. A preoccupare, anche gli esperti sentiti nel corso dell’inchiesta è il problema dell’esposizione cumulativa dovuta al fatto che il Tfa è stato individuato, in recenti indagini, anche nell’acqua e in molti alimenti. Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente (sei punti su sei), ottimo (5 punti) o buono (4 punti). Solo due bottiglie hanno ottenuto un risultato medio (3 punti su 6), otto hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei) e cinque un risultato scarso (un solo punto). Per quanto riguarda i Pfas, dato che per il vino non esiste una soglia, sono stati utilizzati i limiti previsti per l’acqua potabile: in Unione europea entrerà in vigore nel 2026 la soglia di 100 ng/l per il parametro “somma di Pfas”, che include 20 Pfas (ma non il Tfa). Per l’acido trifluoroacetico, infatti, è stato però utilizzato come riferimento il limite di 10mila nanogrammi a litri che, sempre per l’acqua potabile, in Italia sarà in vigore dal 2027. RESIDUI DI TFA SOPRA LA SOGLIA INDICATA PER L’ACQUA Il Tfa è un sottoprodotto di processi industriali e della degradazione di alcune sostanze fluorurate usate nei gas refrigeranti, nei pesticidi e nei prodotti farmaceutici. La sostanza è tuttora al vaglio dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche e, secondo studi più recenti, può avere effetti negativi su fegato, sistema endocrino e riproduttivo, oltre a un impatto ecotossicologico. Al mensile diretto da Riccardo Quintili, l’esperto di diritto alimentare e di agricoltura biologica, Roberto Pinton, racconta che “dal 2010 la frequenza delle rilevazioni di questi metaboliti si è impennata, con i vini delle vendemmie dal 2021 al 2024 che presentano livelli medi di 122mila nanogrammi al litro. Più aumenta l’utilizzo di pesticidi fluorurati, più aumenta la presenza di residui”. Avendo riscontrato in tutti i campioni dei residui molto al di sopra della soglia di 10mila ng/l, nessuna delle bottiglie ha superato la sufficienza, secondo l’analisi. Tfa a parte, i test sui prosecchi hanno rivelato la presenza di poche tipologie di Pfas. Per quanto riguarda i pesticidi, invece, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Nel giudizio complessivo, però, ha pesato la presenza di principi attivi in concentrazioni pari o superiori al limite di quantificazione analitica (0,01 mg/kg) e in dosi superiori a un decimo della soglia massima di concentrazione consentita. E, come scrive l’autore dell’inchiesta, Lorenzo Misuraca, “trovare fino a dieci tipi diversi di principi attivi nella stessa bottiglia non è una buona notizia”. LA CLASSIFICA SECONDO IL SALVAGENTE Dalle schede valutative nessuna bottiglia ha ottenuto un risultato eccellente, ottimo o buono. Le due bottiglie che hanno ottenuto un risultato medio sono Corderìe Valdobbiadene di Astoria (voto 7) e Valdobbiadene Millesimato 2024 di Bortolomiol Bandarossa (voto 6,5). Otto bottiglie hanno ottenuto un risultato mediocre (2 punti su sei): con una votazione di 4,5, Valdobbiadene Millesimato di Casa Sant’Orsola, Valdobbiadene (Eurospin) della Cantina Viticoltori Meolo, Prosecco Martini, Valdobbiadene Bernabei, Cuvèe storica Cinzano, Valdobbiadene La Gioiosa et amorosa, Millesimato 2024 Maschio Valdobbiadene e Valdobbiadene di Villa Sandi. Infine, 5 bottiglie hanno ottenuto un risultato scarso (un solo punto): con una votazione di 3,5, Rive di San Piero di Barbozza Valdo Valdobbiadene, Valdobbiadene di Mionetto, Conegliano Valdobbiadene Cerpenè-Malvolti, Valdobbiadene Bolla e Coextra Dry 2024 (Lidl) di Allini Valdobbiadene. LA REPLICA DELLE AZIENDE AI TEST Il Salvagente ha contattato le aziende coinvolte nel test. Carpenè-Malvolti dichiara che i suoi laboratori di riferimento trovano dati diversi di Tfa ed escludono altri Pfas, sostenendo che “non esistono conferme scientifiche che collegano i Tfa ai pesticidi”. Sia Lidl (prosecco Allini) che il Gruppo italiano vini, che produce il Bolla, sottolineano che rispetto alle più recenti rilevazioni di Tfa sui vini (con una media di 120-130mila nanogrammi per litro e picchi di 300mila), i risultati del test dimostrerebbero che il prosecco è soggetto a una contaminazione bassa. Giv ricorda che secondo l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa) il Tfa non è da considerarsi un Pfas, ma “una sostanza che si forma durante la degradazione dei Pfas” è la definizione fornita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). Cantine Maschio ricorda proprio alla quantità giornaliera assumibile fissata da Efsa, molto maggiore rispetto ai numeri rilevati nel test del Salvagente, trovando non corretto prendere come riferimento il limite previsto per l’acqua. Il vino, è l’assunto, viene normalmente consumato in maniera e quantità molto diversa rispetto a quella dell’acqua. PFAS, IL NODO DELL’ACCUMULO E DELLA MANCANZA DI LIMITI Alla luce di queste perplessità, allora, quanto sono preoccupanti i risultati sui Pfas (e, in modo particolare sul Tfa) riscontrati nei campioni di Prosecco, compresi tra 38mila e 60mila nanogrammi per litro? Per Carlo Foresta, presidente della Fondazione Foresta Ets e uno dei massimi esperti internazionali di Pfas, sono “elevati”, trattandosi di concentrazioni che “eccedono l’obiettivo di qualità proposto dall’Istituto superiore di sanità nel 2024”. Ossia la soglia che in Italia diventerà vincolante per l’acqua potabile a partire dal 12 gennaio 2027 e sfiorata nel test “dalle 3 alle 6 volte” da tutti i campioni. Ma non c’è solo il problema dei limiti alla presenza di Tfa, attualmente inesistenti sia per il vino che per l’acqua potabile (in Ue e in Italia). Ci sono anche poche informazioni sull’emivita negli organismi, ossia del tempo che occorre perché la concentrazione di questa sostanza nel sangue si riduca alla metà del valore iniziale. E se non è detto che assunzioni occasionali con tali valori producano automaticamente danni significativi, per lo stesso Foresta il problema è proprio “l’esposizione ripetuta” non dovuta certo solo al prosecco. Insomma, è vero che normalmente si beve una quantità di vino – o prosecco – certamente inferiore a quella di acqua (come sostenuto da alcune aziende), ma diversi esperti ritengono che occorre valutare non solo la quantità di composto assunto in un bicchiere di prosecco, ma anche l’accumulo con le altri fonti, dall’acqua agli alimenti, a maggior ragione se assunte più frequentemente. Tra le indagini più recenti, quella di Greenpeace, anticipata da ilfattoquotidiano.it e nell’ambito della quale sono stati analizzati in Germania e in Italia 16 campioni di acqua minerale (12 contenevano Tfa). Pan Europe, invece, ad aprile scorso, ha pubblicato un rapporto sulla presenza di Tfa in 49 vini di diverse annate provenienti da 10 paesi dell’Unione europea (Leggi l’approfondimento), tra cui Francia, Germania, Spagna, Svezia, Croazia, Austria e Italia. Il risultato ha evidenziato una crescita esponenziale della contaminazione da Tfa negli ultimi 15 anni. PESTICIDI SOTTO LA SOGLIA, MA PREOCCUPANO CONCENTRAZIONI (E CONTROLLI IN CALO) Per quanto riguarda i pesticidi, nel test nessuna delle sostanze ha superato i limiti massimi di residui stabiliti dalla legge. Tra le sostanze rilevate, il dimethomorf (trovato in tracce) fungicida dannoso per l’ambiente e il metalaxyl, considerati dannoso per l’ambiente da alcuni studi, il fenhexamid, fungicida tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata e il pyrimethanil (in tracce nel test) associato – secondo l’Ente di protezione ambientale statunitense) – a una possibile tossicità per fegato, reni, ghiandole surrenali, vescica e tiroide. Trovati anche due metaboliti dello spirotetramat: cis enol e glucoside. Dal laboratorio, però, l’inchiesta si sposta anche nelle vigne venete culla del prosecco. Dove il Salvagente indaga su alcuni fenomeni, come il calo dei controlli nell’utilizzo di pesticidi e, dati alla mano, l’utilizzo della chimica di sintesi nelle vigne che continua a crescere. C’è chi produce senza fitofarmaci, ma la contaminazione dei vigneti non bio è una minaccia continua contro cui è difficile difendersi. L'articolo Inquinanti eterni anche nel prosecco. L’indagine: “Tracce elevate di Tfa nelle bottiglie di 15 marche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Black Friday, l’indagine di Greenpeace: “Un terzo degli abiti Shein contiene sostanze tossiche”
Il gigante cinese del fast fashion Shein, accusato di concorrenza sleale e sfruttamento del lavoro, si prepara al Black Friday tappezzando le città con manifesti che invitano al consumismo sfrenato di abiti di bassa qualità che, in molti casi, continuano a risultare contaminati da sostanze chimiche pericolose che violano i limiti imposti dall’Unione Europea. Tre anni dopo la sua ultima indagine condotta su 47 prodotti acquistati in Italia, Austria, Germania, Spagna e Svizzera, Greenpeace Germania è tornata ad analizzare 56 capi venduti dal colosso cinese del fast fashion. E, a pochi giorni dal Black Friday, pubblica l’inchiesta ‘Shame on you, Shein!’, nel corso della quale ha scoperto che circa un terzo degli indumenti testati (18 su 56) contiene sostanze pericolose oltre i limiti stabiliti dal Regolamento europeo per le sostanze chimiche (REACH), inclusi vestiti per bambini. Il tutto, tra l’altro, avviene a poche settimana, dalla contestatissima apertura del primo negozio fisico di Shein a Parigi, nei grandi magazzini BHV, nel cuore del quartiere centrale di Marais. Nello stesso giorno in cui, tra l’altro, il governo francese aveva annunciato il blocco del sito di fast fashion dopo le polemiche per la vendita di bambole gonfiabili dalle sembianze infantili e giocattoli a forma di armi destinati ai minori. ‹ › 1 / 7 FASTFASHION_9_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 2 / 7 FASTFASHION_7_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 3 / 7 FASTFASHION_5_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 4 / 7 FASTFASHION_2_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 5 / 7 FASTFASHION_8_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 6 / 7 FASTFASHION_6_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE ‹ › 7 / 7 FASTFASHION_1_© FLORIAN MANZ _ GREENPEACE L’INDAGINE RIVELA ANCHE LA PRESENZA DI PFAS Nei prodotti acquistati e analizzati da Greenpeace sono stati trovati plastificanti ftalati e Pfas, i cosiddetti inquinanti eterni dalle proprietà idrorepellenti e antimacchia, noti per la loro correlazione con cancro, disturbi riproduttivi e della crescita, ed effetti sul sistema immunitario (Guarda l’approfondimento). Sono esposti al rischio i lavoratori e l’ambiente nei Paesi di produzione, ma anche i consumatori finali attraverso il contatto con la pelle, il sudore o l’inalazione delle fibre degli indumenti che, una volta lavati o gettati via, possono inoltre contaminare il suolo e i fiumi ed entrare nella catena alimentare. Già nel 2022, Greenpeace aveva trovato sostanze chimiche pericolose oltre i limiti legali stabiliti dall’Unione europea nei prodotti Shein. E l’azienda, dopo l’indagine, aveva ritirato gli articoli, impegnandosi a migliorare la gestione delle sostanze chimiche. Ma le nuove analisi dimostrano che il problema permane. GREENPEACE: “DOPO LE PROMESSE NON È CAMBIATO NULLA. UNA FOLLIA” “Shein rappresenta un sistema guasto di sovrapproduzione, avidità e inquinamento. Il gigante del fast fashion – racconta Moritz Jäger-Roschko, esperto di Greenpeace sull’economia circolare – inonda il pianeta di abiti di bassa qualità che, nonostante le promesse, continuano a risultare contaminati da sostanze chimiche pericolose. E l’imminente Black Friday porterà ancora una volta questa follia della moda veloce all’estremo”. Il colosso cinese ha già tappezzato le città con i suoi manifesti che invitano all’acquisto di prodotti di bassa qualità per pochi euro. “L’azienda sembra disposta ad accettare danni alle persone e all’ambiente: i prodotti segnalati nei test precedenti riappaiono in forma quasi identica, con le stesse sostanze pericolose” spiega Jäger-Roschko. Ergo: rispetto al 2022 non è cambiato nulla. E aggiunge: “Questi risultati dimostrano chiaramente che l’autoregolamentazione volontaria è inutile. Per responsabilizzare davvero i produttori, abbiamo bisogno di leggi anti-fast fashion vincolanti”. I NUMERI DEL COLOSSO VOLANO (MA ANCHE LE EMISSIONI) Al momento, infatti, l’azienda e la sua politica sembrano irrefrenabili. Con 363 milioni di visite mensili, Shein.com è il sito di moda più visitato al mondo, con un traffico superiore a quello di Nike, Myntra e H&M messi insieme. In qualsiasi momento, la piattaforma offre oltre mezzo milione di modelli, venti volte la gamma di H&M. Il colosso cinese continua a crescere, con un fatturato passato da 23 miliardi di dollari nel 2022 a 38 miliardi nel 2024. “Parallelamente, però, le sue emissioni sono quadruplicate negli ultimi tre anni, e il poliestere (una plastica derivante dai combustibili fossili) rappresenta l’82% delle fibre utilizzate da Shein” si ricorda nel report. Nonostante ripetute multe da milioni di euro, l’azienda continua a sfruttare scappatoie doganali e a violare le norme per la tutela dei consumatori e dell’ambiente, eludendo i controlli sulle sostanze chimiche e contribuendo a generare enormi quantità di rifiuti tessili. LA LEGGE FRANCESE E IL BRACCIO DI FERRO TRA IL COLOSSO CINESE E PARIGI Secondo Greenpeace, una legge ispirata alla normativa entrata in vigore in Francia potrebbe frenare questa sovrapproduzione e mitigare gli impatti dannosi dell’industria. Parigi, infatti “ha recentemente introdotto una tassa sul fast fashion, promosso l’economia tessile circolare e vietato la pubblicità della moda ultraveloce (compresa quella sui social)”. L’associazione ambientalista chiede di seguire l’esempio e di applicare la legislazione europea sulle sostanze chimiche a tutti i prodotti venduti nell’Unione europea, compresi quelli online, rendendo le piattaforme legalmente responsabili di eventuali violazioni e consentendo alle autorità la loro sospensione in caso di ripetute inosservanze. Fotocredits: Florian Manz/Greenpeace L'articolo Black Friday, l’indagine di Greenpeace: “Un terzo degli abiti Shein contiene sostanze tossiche” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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